Per rendere più facile la vacanza con il bebè

Quando si parte in vacanza con un bambino piccolo ci si porta dietro metà casa. Perchè è difficile scegliere quello che potrebbe servire, anzi di solito l’ansia fa pensare che tutto potrebbe essere indispensabile. E allora per sentirsi più sicure, per avere la situazione sotto controllo si impacchetta tutto e poi si parte cariche come sherpa.
E se poi mancasse qualcosa? La vocina interiore della neomamma è difficile da zittire.
Quando si parte con un bebè è normale avere mille dubbi… ricordo nella prima estate di vita di Anita che era previsto lo svezzamento. Dovevo darle prima la mela o la pera?
Un dubbio così amletico che avevo cercato anche un pediatra in vacanza.
Non il mio pediatria che era in ferie, ma un altro che viveva nel paesino vicino al lago dove avevamo affittato la casa delle vacanze. Era una signora simpatica che quando le avevo chiesto se era meglio grattuggiare prima la mela oppure (magari… forse… altre scuole di pensiero dicevano) la pera mi ha guardato con condiscendenza.
Perchè dal dilemma mela-pera discendeva poi l’altro grande timore materno: mio figlio crescerà abbastanza? E naturalemente, se non lo fa, la colpa è della mammma.

Insomma un inferno…ma adesso non è più così, esistono accessori che permettono di andare in vacanza con i piccolini con molta più serenità.
Per sapere se il pupo cresce e rientra nei classici percentili, non c’è bisogno di stanare un pediatra, si può ricorrere a questo misuratore, un apparecchio semplicissimo che permette di conoscere la circonferenza cranica del bebè e confrontarla con i vari standard di sviluppo, da tre mesi a tre anni. E’ un oggetto molto facile da utilizzare che si può mettere in valigia senza che occupi troppo spazio.
E’ un misuratore versatile, con un nastro in materia plastica indeformabile, oltre a essere usato per i bambini, può calcolare anche la distribuzione del tessuto adiposo negli adulti.
Magari nella pancia di vostro marito? Oppure se è palestrato diventa utile per una misurazione antropometrica della massa muscolare del bicipite!
Un altro strumento utile da mettere in valigia, è questo termometro , che sembra un giocattolo. Una stella marina galleggiante che farà in modo di non sbagliare la temperatura del bagnetto. E’ così simpatico che anche convincerà anche il bebè più riottoso a fare il bagnetto senza capricci.
(post in collaborazione con Gima)

Come imparare a fotografare i bambini

Oramai con i social, siamo tutti fotografi quindi meglio approfondire la tecnica per non perdere follower! Appuntamento importante per le mamme, (ma anche i papà, le nonne, le zie…) per imparare tutti i trucchi per fotografare al meglio i bambini.

Soggetti affascinanti ma difficili da rendere al meglio.

Per chi vive a Milano, c’è un interessante workshop dedicato alla Fotografia dei bambini e pensato appositamente per le mamme, organizzato da Manfrotto durante il Wide Photo Fest 17, in programma nella cinematografica Piazza Gae Aulenti dal 9 all’11 giugno.
Il workshop si svolgerà venerdì, alle ore 18:00, e sarà tenuto da Camilla Parolin,  fotografa professionista specializzata nella fotografia di gravidanza, neonati, bambini e famiglie. È possibile partecipare gratuitamente al workshop iscrivendosi qui.

 

Mamma mia: la gravidanza a fumettti!

Fare ironia sulla gravidanza e sui primi mesi di maternità è molto di moda, ma non avevo mai letto il diario a fumetti dei nove mesi dell’attesa. Perciò mi sono molto divertita con MAMMA MIA! della fumettista argentina Agustina Guerrero.

Dopo il grande successo in patria, il libro è stato esportato e tradotto, ed è uscito da poco in Italia. Dal test di gravidanza alla rottura delle acque: questa illustratrice racconta con una grande dose di umorismo i piccoli aneddoti quotidiani i mesi precedenti alla nascita.

Un volume di illustrazioni e vignette dove le risate per i momenti in cui Agustina ironizza sul suo aspetto o i suoi malesseri, si alternano alle pagine in cui condivide gli attimi di tenerezza, gli abbracci, i dubbi, le paure e le lacrime.

L’autrice ha realizzato il suo diario illustrato proprio durante la gravidanza, garantendo così spontaneità e freschezza alle sue pagine.

«Le mie sono vignette che raccontano la vita quotidiana di una trentenne, della relazione di una coppia, delle paure e insicurezze» racconta Agustina. «Esperienze che credevo accadessero solo a me ma che, vedendo i riscontri in Facebook e le persone che mi contattano (ragazze e ragazzi da ogni parte del mondo), sono molto comuni»

La realizzazione “in tempo reale” le ha permesso di scrivere una sorta di piccola guida per coppie in attesa: non solo il punto di vista di una donna quindi, ma quello di due persone che vivono insieme gli attimi chiave dei nove mesi, affrontando tutte le “conseguenze straordinarie” della pancia che cresce.

Come soppravvivere al primo anno di vita del bebè

I primi dodici mesi di vita, si sa, non sono facili: per la mamma così come per il bebè. Accanto alle indimenticabili situazioni di rito: il primo sorriso, la prima vaccinazione, il primo dentino, la prima parola, ci sono le fonti di stress e frustrazione: gli orari impossibili, la carenza di sonno, la mancanza di tempo per sé.

Diario semiserio della mamma e del bebè è quello che serve a ogni neomamma per non dimenticare – e fare pace – con tutto questo. Pagine da scrivere, annotare, colorare, leggere e personalizzare a seconda dell’umore e della situazione del giorno, dal primo al dodicesimo mese di vita del bebè.

Il diario è fatto per essere utilizzato in qualsiasi ordine. Si può scegliere semplicemente la pagina più rilevante nel momento. Puoi annotare la data e una frase per descrivere la giornata: le emozioni, le frustrazioni e anche i porconi.

Ai miei tempi avevo fatto uno scrapbook, per inibizione, una cosa molto più tenera e anche un po’ ipocrita che descriveva solo i momenti belli. Questo invee è un diario di combattimento a 360° in cui si può anche scarabbocchiare qualcosa quando non se ne può veramente più. E riderci sopra, vergognarsi o sentirsi in colpa, un giorno che invece le cose filano lisce e il bebé sembra un angioletto. Tanto è un diario e dovrebbe essere segreto 🙂

Forse noi siamo un po’ meglio…

Hannah Baker, protagonista di Tredici ha un carattere un po’ difficile e i nostri ragazzi l’hanno capito bene, tanto che girano in rete dei meme come quello qui sotto. Hannah se le cose non vanno come vuole lei è subito pronta a vendicarsi…

Discutendo della serie la mia amica Giannina, mi ha fatto scoprire questo video
del TED Talk di Peggy Orenstein, giornalista e autrice americana che, per tre anni, ha intervistato ragazze americane tra i 15 e 20 anni, indagando sulla loro sessualità.

Le testimonianze raccolte dalla Orenstein sono quelle di ragazze colte, che si definiscono indipendenti e determinate. Non sono quelle imbranate, poverette un po’ analfabete delle teen mums. Queste ragazze studiano, anche nelle università prestigiose della Ivy League, sanno quello che vogliono. Ma con le loro confidenze intime il loro empowerment di facciata crolla miseramente.

Mentre negli anni antichi del femminismo le donne rivendicavano il diritto di provare piacere nel fare sesso, attraverso i decenni (con un passaparola deformato) a queste ragazze il messaggio arrivato è: fare sesso.

Infatti tutte iniziano presto, quasi sempre offuscate dall’alcol. Meglio farlo per essere emancipate e cavarsi l’impiccio. Le loro aspettative nel sesso sono: non sentire male e non essere imbarazzate. Non conoscono il loro corpo. Le vecchie femministe consigliavano di guardarsi con uno specchietto, queste ragazze invece si sentono a posto solo dopo una ceretta totale alla brasiliana e magari, per chi se lo può permettere, una plastica alle grandi labbra.

L’intervento “cosmetico” di correzione alla vagina è aumentato del 80% tra il 2014 e il 2015 nelle ragazze al di sotto dei 20 anni. Il modello di intervento più richiesto si chiama “Barbie” perché naturalmente, essendo una bambola, tra le gambe ha un taglietto perfetto.

La Orenstein svela anche che questa inibizione nei riguardi degli organi genitali femminili viene da lontano: molto spesso nelle dinamiche familiari americane si crescono i maschietti con un simpatico cameratismo verso il loro “pisellino”, mentre verso il corpo femminile c’è omertà. Non ci sono nomignoli divertenti per la vagina. Si rimane sul vago.

Quest’ultima non è certamente una buona notizia, ma mi ha dato qualche speranza. Nelle case italiane “patatina” lo diciamo. Forse allora non siamo ancora messi così male. nonostante i nostri figli tendano a copiare tutto quello che viene dagli USA e Google sia la loro Bibbia, noi per fortuna/tradizione/allegria siamo meno inibiti.

E anche per le nostre ragazze forse c’è ancora un po’ di speranza.

Aiutiamo i bambini prematuri

Il problema dei bambini prematuri mi sta particolarmente a cuore, a questo tema infatti avevo dedicato, dieci anni fa, il primissimo post del blog.

Ne parlo ancora una volta perchè in questo periodo, fino all’8 maggio,  l’ospedale pediatrico milanese Vittore Buzzi, attraverso la sua fondazione (OBM Onlus) ha attivato una campagna di raccolta fondi tramite numero solidale. E’ un’iniziativa per sostenere le spese di acquisto di un macchinario per l’Ospedale, uno strumento che serve a diagnosticare per tempo una malattia della retina che spesso i prematuri sviluppano. E’ molto importante curarla fin da subito, per evitare che si aggravi e che porti alla cecità.

Testimonial di questa importante iniziativa benefica è Cristina, una bambina nata prematura alla 26ma settimana quando pesava solo 577gr. Poi, con tante cure e un’operazione agli occhi, è riuscita a vivere. La mamma di Cristina ha appeso sulla porta un fiocco rosa per la sua nascita solo quando l’ha presa in braccio e l’ha portata a casa.

Ora Cristina ha 7 anni ed è sana e forte, è una bambina superattiva, le piace molto fare sport, in particolare andare a cavallo. È riuscita a lottare grazie alle cure ricevute all’Ospedale Buzzi di Milano, insieme all’associazione OBM Onlus, che ogni giorno sta al fianco delle famiglie in questi delicati momenti, quando non essere soli fa la differenza.

Un’altra bellissima iniziativa sempre per aiutare i bambni nati troppo presto è Cuore di maglia, un’organizzazione di ragazze e signore di tutte le età bravissime con i ferri (come si diceva una volta). Adesso l’arte di fare la maglia si chiama knitting, all’inglese, è diventata molto di moda in tutto il mondo.

Le nuove magliaie sono artiste che fanno istallazioni oppure bombardano le città con yarn bombing, sono cioè graffitare con i gomitoli e ricoprono di lana, gli arredi urbani.

Ma ci sono anche le patite del knitting che mettono la loro abilità a disposizione dei più piccoli, anzi dei piccolissimi. Quei bambini così minuscoli che la misura delle loro cuffiette è uguale a quella di una mela e i calzini sono “mezzo pavesino”.

Quando vieni alla luce troppo in fretta, è difficile trovare l’abbigliamento della misura giusta, perchè anche la taglia “zero” da neonato è davvero troppo grande. Così gli indumenti minuscoli vengono creati ad hoc da queste magliaie gentili e solerti che lavorano veramente con il cuore, usando filati speciali, che possono stare a contatto con la pelle delicatissima e fragile di questi neonati speciali. Copertine, cuffiette, calzini vengono poi donate a vari reparti prematuri degli ospedali.

Quello che i genitori dicono

A volte ascolto cose…

in giro per la città sento conversazioni che mi scandalizzano stupiscono così tanto che vorrei intervenire, ma so che invecchiando si perdono i freni inibitori e quindi per non apparire come una brontolona rimbambita sto zitta e rimugino. A volte cerco di non ridere, altre mi scappano espressioni strane, ma giuro che mi sto allenando per rimanere impassibile.

Dal coiffeur:

Signora carina sui quarantacinque, mamma e sposata, con gran voglia di chiacchierare con il parrucchiere che la phona:

“Sì, perchè mi hanno spiegato che i figli dispari assomigliano al papà e quelli pari alla mamma”

“In che senso?”

Guarda il parrucchiere con un po’ di condiscendenza (forse non capisce perchè è single e magari anche un po’ gay?):

“E’ facile il figlio n°1, n°3, n°5, ha un carattere più simile a quello del padre, mentre il n°2, n°4, n°6 hanno preso dalla madre!”

In un’Italia con una natalità di 1,31 bambini a famiglia è un grande ragionamento e infatti il ragazzo commenta:

“Ci vogliono un sacco di figli! Ma ci sono?”

All’aperitivo:

Locale alla moda rumoroso e colmo di gente, al tavolo di fianco a noi due giovani coppie, una con bebè di circa 9 mesi.

Il papà per intrattenere la figlia le fa ciucciare un po’ il collo di una birra Menabrea, è amara e la piccola comincia a strillare.

La mamma ride e prende in braccio la figlia. Poi le offre un minuscolo pomodoro pachino, forse la bebè si soffocherà.

E invece siamo fortunati e non succede.

Il papà orgoglioso spiega all’altra coppia, senza figli, come funziona la vita di famiglia.

“La mettiamo a letto alla sera verso le 11”

“????”

“Sì, perchè torniamo a casa tardi dal lavoro e vogliamo godercela un po'”

“Ma al pomeriggio dorme?”

“Mah”, ci pensa un po’, sembra una domanda difficile…

“Forse, un’oretta…”, sorride e le passa con nonchalance un altro bel pachino.

 

Per imparare ad amare la matematica

Con la mia ignoranza in matematica l’ho sfangata più o meno tutta la vita.
Però adesso, sembra arrivata la vendetta dei numeri: Emma-liceo classico, bravissima in tutto ha avuto un break down in mate. Non tanto per il voto quanto per l’emozione negativa, l’angoscia che le provocavano rette e parabole.
(Come darle torto?!?!?)
Naturalmente non ho detto molto ma mi sono sentita in colpa.

(Altrimenti che mamma sarei? Me l’ha confermato anche una psicologa con cui ho parlato ieri, nel codice materno il senso di colpa è intrinsico, inutile illudersi. Non si scappa)

Però non è solo colpa mia, è anche di un’insegnante di mate che per due anni ha mandato certificati medici ed è stata piuttosto assente. E poi è anche colpa di un supplente bellissimo che era arrivato in classe l’anno scorso e le ragazze si facevano interrogare (senza voto) andavano alla lavagna così le compagne le potevano fotografare con il bello.
Foto carine ma niente apprendimento.
Però adesso c’è un film che può salvarci la vita e migliorarci la pagella.
Il diritto di contare, che racconta una storia vera e coinvolgente.
Una vicenda ambientata in Virginia nel’61, alla NASA, dove lavorava nel settore colored computer , un team di una ventina di donne di colore particolarmente geniali con i numeri. Così geniali, nonostante la pelle scura e l’handicap di essere femmine, da essere scelte per missioni delicate e speciali. Come, ad esempio, calcolare la rotta del razzo che avrebbe portato nello spazio l’astronauta John Glenn. Dotatissime nei calcoli tanto da imparare a programmare le schede per i primi calcolatori IBM.
Succedeva in un periodo dove il razzismo era fortissimo e la discriminazione totale.
In autobus c’era la sezione (di pochi posti) per i neri, i bagni erano divisi, le scuole più importanti off limits, e queste donne sono state delle eroine coraggiose, capaci di lottare per i loro diritti e passioni.
E qual è stata la leva che ha scardinato le discriminazioni? La matematica.
L’amore per la matematica e per i numeri.
Questa pellicola riesce magistralmente a coinvolgere lo spettatore che tifa per le protagoniste, si emoziona e angoscia davanti ai troppi ostacoli.
Miracolosamente ce l’ha fatta anche con me, quindi funziona con chiunque.
E a maggior ragione con uno studente che deve trovare il coraggio e la voglia di affrontare senza paura e prevenzione cose mostruose come equazioni e integrali.
Il diritto di contare è quasi una medicina, una terapia.
Meglio di mille discorsi per cercare di convincere a studiare chi si dichiara intollerante ai calcoli. Un film che dovrebbe essere messo nel POF.
Con un cast di attori bravissimi e una storia forte, diverte e commuove, ma soprattutto fa venir voglia di ricredersi.
Purtroppo non si può vivere senza matematica.
E studiarla, è incredibile, ma può essere anche un piacere.

Sei arrivato tu

Essere genitori adottivi, educare e far crescere un bimbo arrivato da lontano, è il modo più coraggioso di essere genitori. Proprio per aiutare a gestire al meglio questa difficile scelta è appena nato il progetto “Sei arrivato tu” con l’intento di accompagnare la famiglia adottiva nel delicato periodo che segue l’arrivo del bambino. Per facilitare la ricerca di nuovi equilibri che favoriscano la relazione e la conoscenza reciproca.

Questa iniziativa nasce in Piemonte, grazie a un lavoro di sinergia della Fondazione De Agostini, dell’associazione “Attivalamente… e il corpo”, la “Cooperativa Sociale della Pallacorda”, il comune di Novara e la fondazione De Agostini ma speriamo sia un esempio di best practice che venga poi seguito ovunque nel nostro Paese.

Sei arrivato tu” è un progetto biennale che coinvolgerà una ventina di famiglie adottive del territorio novarese che vivranno l’attesa e l’arrivo del loro bambino.

In un momento in cui il legame affettivo tra genitore e bambino adottivo è ancora molto fragile, è necessario che i genitori vengano in contatto con il bisogno di protezione, di vicinanza e di tenerezza del bambino. E che il bambino stesso riviva le tappe evolutive precoci di relazione, in un’esperienza condivisa di gioco corporeo capace di valorizzare l’esperienza dei sensi.

L’obiettivo generale del progetto è infatti la promozione del benessere della famiglia adottiva e dello sviluppo armonico del bambino, per facilitare la creazione di un solido legame e promuovere la sintonizzazione emotiva ed affettiva nella relazione genitore-figlio, al fine di prevenire i rischi dei fallimenti adottivi.

Sarà una sperimentazione di acquaticità, di solito è consigliata dai tre mesi all’anno di età, ma in questo caso, considerato che i bambini arrivano anche più grandicelli, potranno partecipare al progetto fino ai sei anni. L’acqua facilita la relazione fra i genitori e i loro piccoli perché consente di esprimersi con spontaneità, di sviluppare sentimenti di fiducia e sicurezza e di comunicare attraverso il corpo le proprie emozioni.

 

#timeout contro la violenza alle donne

Sono oltre 6 milioni le donne vittime di violenza in Italia. Ma non sono le sole. Molte di queste donne sono madri e a subire le violenze sono spesso anche i loro figli: in 2 casi su 3 i bambini vedono la violenza.

Questi bambini portano i segni di quanto hanno vissuto per sempre e hanno più probabilità di infliggere o accettare violenza una volta adulti. Loro malgrado sono vittime di un orribile circolo vizioso, le bambine diventeranno donne che sopporteranno un partner violento e i maschietti avranno nel loro comportamento la pesante eredità paterna.

È urgente e necessario intervenire. WeWorld Onlus, ONG italiana che opera per contrastare la violenza sulle donne con azioni di prevenzione, sensibilizzazione e lavoro sul campo. #timeout è l’hashtag della campagna nata per proteggere le donne e i loro bambini perchè non c’è più il tempo di procastinare un’azione di aiuto.

È possibile fare una donazione (2€ via sms o 5€ o 10€ chiamando da rete fissa) per fermare la violenza al numero solidale 45543, attivo fino al 19 marzo, giorno della Festa del Papà.

I fondi raccolti attraverso gli sms e le chiamate al 45543 serviranno a sostenere gli sportelli SOStegno Donna, aperti 24h 7 giorni su 7 all’interno dei Pronto Soccorso degli ospedali di Roma e Trieste per intercettare le donne vittime di violenza e dare loro un aiuto immediato, e gli Spazi Donna WeWorld, centri aperti alle donne, presenti a Roma, Napoli e Palermo, nei quartieri dove la violenza è talmente diffusa da non essere riconosciuta nemmeno dalle vittime. Qui oltre alle donne sono accolti i bambini cresciuti in situazioni difficili, che attraverso il gioco imparano che la violenza non è l’unica vita possibile.

Figli della libertà

I voti, i compiti, le valutazioni, le regole, i giudizi e anche le sanzioni.
Sono strumenti giusti per educare i bambini?
Per insegnare ai nostri figli è giusto usare questi metodi?
Ce lo siamo senz’altro domandati tutti e, molto probabilmente, anche chiesti se certe manifestazioni di aggressività dei bambini non siano legate proprio a questo stile educativo.

Una coppia di genitori, Lucio e Anna, già autori di questo documentario, sono andati oltre e hanno sperimentato un’alternativa: l’home schooling. Dopo la prima elementare hanno tolto la loro bambina da scuola e hanno provato a istruirla da casa. A insegnarle tutte le cose che avrebbe imparato in classe ma con un metodo più morbido, meno coercitivo, più sensibile ai suoi bisogni. E di questo loro esperimento, libertario, hanno fatto un documentario.

E’ una scelta coraggiosa o scellerata?

Lucio e Anna e lo sono domandati subito e il loro film è proprio il tentativo di rispondere a questo dilemma. Le persone più vicine a loro li hanno criticati. Secondo la nonna, non mandare a scuola la piccola Gaia, è un’idea balorda, un grande erorre educativo. E della stessa opinione è anche un loro amico anarchico, che sostiene che la rivoluzione deve essere fatta all’interno del sistema, non chiudendosi fuori!

Ma per capire meglio, i due genitori alternativi sono andati a raccontare la loro storia e a chiedere pareri anche a pedagogisti e docenti universitari di psicologia dell’età evolutiva. Poi ne hanno discusso, quasi fino al litigio, con altri genitori che avevano scelto lo stesso metodo educativo: home schooling e una “scuolina”  (qualche ora alla settimana) con otto bambini di età diversa gestiti da due giovani educatori.

Infine sono arrivati in Inghilterra, nel Suffolk nella famosa scuola di Summerhill, dove l’educazione libertaria va avanti da decenni.
L’idea di home schooling è un’eccentrica utopia o uno strumento efficace per rendere più forti i ragazzi?

I figli della libertà fa riflettere molto, soprattutto sul confine fra idealismo e problemi reali nell’educazione dei ragazzi. La coabitazione forzata fra i bambini a scuola può essere molto problematica. I concetti di rispetto, cura e attenzione verso gli alunni non sono  mai   sempre una priorità per gli insegnanti costretti sfangare spesso, loro malgrado, realtà complicate.
Ma quanto è più importante che un bambino impari a convivere con gli altri? E soprattutot quanto si può rimandare lo choc di immergersi nella vita scolastica vera?
Secondo i genitori del del documentario fino alle medie.
Sono un po’ scettica su questa data anche perchè quella è l’età in cui i ragazzi sono più insicuri, e per pacificarsi devono essere il più possibile uguali ai coetanei.

Arrivando da un’esperienza così diversa sarà per loro più facile o più arduo amalgamarsi con i coetanei? Saranno disadattati o più forti degli altri?

I genitori iperprotettivi fanno danni

A un genitore viene naturale proteggere i figli da delusioni, dolore e fallimenti. Ma cosa accade quando la voglia di risparmiare sofferenze e sbagli ai figli sconfina in un eccesso di protezione? Ad affrontare le conseguenze di genitori iperprotettivi sulla crescita psicologica dei figli è lo psicologo Giorgio Nardone in un articolo apparso sull’ultimo numero della rivista Psicologia Contemporanea.

L’esperto sottolinea che per crescere un individuo ha bisogno di confrontarsi con ostacoli e disagi. La capacità di reagire alle difficoltà non può essere tramandata dai genitori ai figli, ma va conquistata con l’esperienza diretta, sbagliando, inciampando e rialzandosi più forti e consapevoli.

I genitori iperprotettivi, sostituendosi ai figli nell’affrontare i problemi, evitano loro disagi e frustrazioni solo nell’immediato. Quando l’amore diventa limitante i figli non riescono a costruirsi un’identità. Senza poter verificare le loro capacità di affrontare gli ostacoli cresceranno insicuri. O peggio matureranno un’eccessiva fiducia in se stessi. Entrambe condizioni che li porteranno a non saper reagire ai fallimenti, a sviluppare una personalità fragile e a non sapersi relazionare in modo sano.

Ma c’è di più. Uno studio condotto dallo psicologo dell’età evolutiva Jerome Kagan ha scoperto che i bambini cresciuti in famiglie iperprotettive da adolescenti tendono a essere più ansiosi e fobici. Il rischio di sviluppare disturbi d’ansia, attacchi di panico e fobie è maggiore del 70% rispetto ai figli di genitori non iperprotettivi. Conseguenze da non prendere alla leggera, dal momento che la salute mentale è un elemento chiave della felicità.

Altri studi hanno confermato che l’iperprotettività genitoriale è all’origine di buona parte delle psicopatologie dell’adolescenza, così come della demotivazione all’impegno, alle responsabilità personali e sociali osservata spesso nelle ultime generazioni.

Ma come evitare di ostacolare la crescita psicologica dei figli? Secondo Nardone occorre incoraggiare l’autonomia e l’indipendenza dei figli:

“Tutto ciò non sta a significare che i figli vadano lasciati a se stessi, bensì che la cosa migliore è dar loro aiuto solo quando è strettamente necessario o quando viene direttamente richiesto”.

I genitori, prosegue Nardone, non dovrebbero mai sostituirsi ai figli nel fare ciò che non sono in grado di fare. Un esempio pratico riguarda i compiti a casa. I genitori secondo lo psicologo dovrebbero lasciare che i bambini li svolgano in autonomia, rivedendoli insieme solo dopo che hanno finito. Mai fornire loro le risposte, bensì incoraggiarli a trovarle da soli.

Se i bambini appaiono spaventati, occorre rassicurarli, magari accompagnandoli con la voce, ma senza evitare loro l’esperienza diretta della paura che solo se affrontata può trasformarsi in coraggio.

Provare la febbre con il bluetooth

Come tutti i genitori imparano presto, le malattie dei bambini arrivano sempre nei momenti più scomodi: quando si va in vacanza, nei giorni delle feste comandate o anche semplicemente durante i finesettimana, quando è più difficile cercare la consulenza di un pediatra.

E il sintomo che spaventa più di tutti, quello infido, più difficile da decifrare, è la febbre. Più la temperatura si alza, più i genitori vanno nel panico.

Quando facevo la volontaria al Pronto Soccorso della Clinica De Marchi, la domenica pomeriggio, l’80% dei casi era proprio quello dei neonati con la febbre alta. Spesso non è nulla di grave ma per i genitori a volte è anche difficile riuscire a monitorare il decorso della febbre perchè spesso i bebé sono insofferenti alle manovre per misurare la temperatura.

I termometri tradizionali sono invasivi, difficili da far restare nella giusta posizione o anche solo lenti, i minuti per una corretta rilevazione sembrano eterni. Adesso fortunatamente sul mercato c’è un nuovo dipositivo, molto funzionale, che risolve questi problemi. Si tratta di Temp Sitter un termometro, tra l’altro molto con un design elegante ed essenziale, che funziona con il sistema bluetooth collegato direttamente a un app che si può scaricare su smartphone (iOS e Android).

Così la temperatura dei neonati 3.0 può essere rilevata senza disturbarli troppo. Soprattutto nelle ore notturne quando la febbre tende ad alzarsi, perchè il funzionamento di Temp Sitter è molto semplice. Dopo aver scaricato l’app, basta connettere con il bluetooth il proprio smartphone con il termometro e poi usare uno dei patch adesivi che si trovano nella confezione del termometro, per attaccare il dispositivo con i sensore sotto l’ascella del bambino.

A questo punto Temp Sitter invierà allo smartphone la temperatura che si leggerà direttamente sull’app. Si potrà impostare un intervallo durante il quale monitorare e anche stabilire un “allarme” in caso di picchi di febbre. Inoltre rimarrà traccia dell’andamento della temperatura, un grafico, che potrà essere riferito al pediatra per aiutarlo nell’eventuale futura diagnosi.

Temp Sitter è disponibile in tre diversi colori, bianco, rosa, azzuro, e si può acquistare da MediaWorld, Apple Premium Resellers e su Doctor shop


(post scritto in collaborazione con GIMA)

Ossitocina: dall’istinto materno all’empatia

Da secoli musa di poeti e musicisti, l’amore materno affascina anche la scienza, che indaga per scandagliare i meccanismi biologici all’origine di un sentimento così profondo e complesso. Un recente studio, condotto dagli psicologi della Northeastern University e del Massachusetts General Hospital di Boston, ha rivelato che un legame forte tra madre e figlio è anche questione di chimica.

Un ruolo chiave, oltre che dall’ossitocina, è svolto dalla molecola del benessere dopamina. L’ormone cerebrale legato alla motivazione e alla ricompensa innesca una serie di emozioni positive nelle madri, stimolandole a prendersi cura dei figli, a nutrirli e a proteggerli.

L’effetto della dopamina non si esaurisce nel tempo. Il legame tra madre e figlio ubbidisce alle stesse dinamiche anche quando carillon e passeggini sono stati relegati da tempo in soffitta. Nello studio, pubblicato sui Proceedings of the National Academy of Sciences, sono state coinvolte 19 mamme tra i 21 e i 46 anni, con figli di età compresa tra i 4 mesi e i 2 anni. Le madri sono state sottoposte a una risonanza magnetica cerebrale mentre visionavano dei filmati in cui giocavano con i loro figli. I ricercatori hanno registrato una maggiore produzione di dopamina nelle donne più sensibili ai bisogni dei neonati.

Secondo gli autori, Shir Atzil e Lisa Feldman Barrett, la scarsa produzione del neurotrasmettitore potrebbe spiegare il basso coinvolgimento emotivo talora osservato nelle madri.

Gli psicologi hanno scoperto che pure i padri ricevono una spinta “chimica” a occuparsi dei figli. La produzione di dopamina aumenta quando ci si prende cura di un neonato anche nei genitori adottivi.

Un meccanismo biologico che aiuta a fornire al neonato tutte le attenzioni di cui ha bisogno per uno sviluppo cerebrale, fisico ed emotivo ottimale. Meccanismi simili secondo gli psicologi si innescano anche quando ci si occupa di persone adulte e anziane bisognose di cure. O ancora quando si scambiano attenzioni e gesti premurosi con una persona cara. La dopamina dà ai caregiver la forza di affrontare un ruolo impegnativo traendone emozioni positive.

S.O.S educazione sessuale

In inglese lo chiamano “talking about birds and bees”, il discorso sugli uccelli e sulle api. Si tratta di quella chiacchierata imbarazzante che i genitori si sentono costretti a fare dopo aver ricevuto un po’ di domande spinose a cui non possono più rispondere cambiando discorso o offrendo un gelato.

A scuola non si fa più “italiano sessuale”.
L’aveva definito così alle elementari un compagno di mia figlia. Era capitato una mattina quando la maestra di italiano, appunto, aveva cominciato a spiegare certe cose dopo aver trovato un bigliettino “scottante”.

La “Buona Scuola” ha deciso di risparmiare su questa materia e così va a finire che ragazzini e ragazzine imparano dalla rete e dai compagni.

Una volta che parlavo di un film forse troppo esplicito per la sua età, mia figlia mi ha risposto scandalizzata: “Mamma, ma io ho fatto le medie!”

Insomma l’educazione sessuale è in mano alle famiglie ed non è certo facile affrontare certi argomenti. Anche se la sessualità ci circonda con riferimenti forti, con scene ed esibizioni non troppo velate su tv, internet e pubblicità, non sempre i genitori sono pronti a dare risposte. E parlare in famiglia di sesso rimane un tabù difficile da scardinare.

Nello stesso tempo però i ragazzi sono tempestati da immagini che li spingono verso varie forme di precocità. Ci troviamo in un contesto in cui questi messaggi pervadono la mente dei nostri figli ma il loro cervello non è pronto, nella maggior parte dei casi, a elaborare quanto visto.

Ai genitori allora è chiesto di intervenire, di educare alla sessualità senza colpevolizzare e senza anticipare i tempi. È fondamentale che i genitori sappiano dare informazioni giuste al momento giusto – anche ai più piccoli, quando capitano per la prima volta argomenti sessuali e arrivano le prime domande e curiosità.

Questo tema, così attuale e spinoso, sarà affrontato il prossimo lunedì 6 febbraio, in un incontro gratuito da non perdere, alla Scuola Genitori di Daniele Novara. A discuterne con lui Silvia Veggetti Finzi, psicologa clinica e scrittrice.

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