La verità sul caso Harry Quebert : la serie tv

Nel 2012 avevo letto come più o meno tutti (3 milioni di copie vendute, traduzioni in 30 Paesi), il giallo best seller del ginevrino Joël Dicker che aveva deluso tutte le mie aspettative. Mi ero sciropppata il copioso volume, circa 800 pagine, per vedere dove andasse a parare e alla fine è stato il trionfo dell’ovvio.

Probabilmente non ricordavo bene i dettagli, dopo sette lunghi anni, e così ho guardato la serie ispirata al romanzo. Bellissima e suggestiva la fotografia della natura, nello stile del regista e produttore Jean-Jacques Arnaud (Sette anni in Tibet, L’orso), toppatissima invece la scelta del casting. La storia si svolge in due spazi temporali: nel 1975 e nel 2008. E tutti i persoanggi quindi godono di due versioni: giovani e invecchiati. Peccato che per la stragrande maggioranza abbiano scelto attori che non si assomigliano. Oppure siano truccati da anziani in maniera ridicola.

La vicenda inizia a metà anni’70 quando il giovane e affascinante scrittore Harry Quebert affitta una mega casa vista lago in una località del Maine chiamata Sommerdale. E’ un tipico paesino da telefilm americano che strizza l’occhio a Twin Peaks, atmosfera idilliaca che nasconde torbidi intrighi a base di giovani ragazze dalla sexy innocenza che manda in tilt la moralità dei maschi del luogo.

Chi fa la parte di Harry Quebert trentenne? Patrick Dempsey, affascinante dottore di Grey’s Anatomy che in realtà ha 54 anni. Un po’ vecchio per il ruolo e si vede molto. Certo è anche produttore della serie e quindi visto che investiva i suoi soldi non hanno potuto togliergli la parte!

La seconda tranche della storia, è 2008 (tutti avevano dei gran Motorola Startac!) e chi fa il vecchio Harry Quebert? Sempre Dempsey, invecchiato con dei gran capelli ricci e grigi, un po’ troppi e tanto imbizzariti. La giovane protagonista, Nola, di cui lo scrittore si invaghisce, ha solo 15 anni, è molto bella, secca secca come una top model e spesso sembra demente. Lei non invecchia perchè la fanno fuori. Un problema in meno per il casting.

E naturalmente c’è il tipico diner americano, dove la cameriera con il grembiule attillato ha sempre la caraffa in mano e chiede H24:

“Ancora caffè tesoro?”

Nel diner si reca spesso un certo Marcus, giovane scrittore prodigio newyorkese che cerca di indagare per scoprire chi ha ucciso la bella e irritante Nola. Ma spesso gli mettono i bastoni fra le ruote e lui fa un po’ il broncio.

Tanti sono i sospetti e come vuole la teoria ottocentesca di Cesare Lombroso, se sei brutto magari sei anche colpevole. Harry Quebert è bello quindi è forse accusato ingiustamente. Insomma va avanti così tra un clichè e un deja-vu. Originalità zero, sorpresa pure.

Chi ha paura di Imma Tataranni?

A volte nei romanzi i personaggi sono descritti così bene che riescono a evadere dalla storia e diventare vivi. Questo è sucesso a Imma Tataranni, pubblico ministero della Procura di Matera e protagonista dei gialli di Mariolina Venezia. Questa PM è ribelle, spiacevole, ironica e acutissima. E proprio per questo le sue avventure coinvolgo e divertono, rendendo Imma quasi vera, insopportabile e cara come un’amica.

Una over forty con uno spiccatissimo cattivo gusto nell’abbigliamento: abbina colori improbabili a modelli completamente inadatti alla sua silhouette, bassa e straripante. Imma è condannata, suo malgrado, al multitasking: investigatrice ma anche moglie, madre, nuora e massaia. Forse per questo non ha mai tempo per il parrucchiere e la tinta fatta, in fretta, a casa non sempre le riesce bene.

Proprio per questa sua aria totalmente imperfetta la Tataranni, detta anche la Calamity Jane della Procura è irresistibile. Infatti le sue indagini sono arrivate al terzo romanzo: Rione Serra Venerdì, è stato pubblicato da poco e nel prossimo autunno sarà in arrivo un quarto libro, quando le avventure di Imma diventeranno anche una fiction televisiva su Rai 1.

Sottotitolo di questo giallo è Imma Tataranni e le trappole del passato, la nostra infatti deve indagare sulla morte di una sua “vecchia” compagna di scuola. Si trova a rinvagare antiche dinamiche liceali che tornano a galla con tutto il loro bagaglio di invidie e maldicenze. Cornice della storia è come sempre la Basilicata e in particolare Matera, dove Imma si muove a suo agio, tra vecchie tradizioni e l’incombente ondata di dilagante turismo.

Rione Serra Venerdì è il nome del quartiere, voluto negli anni’50 da De Gasperi, inorridito alla vista delle condizioni di vita in cui versavano gli abitanti dei Sassi. Come spesso succede però con il passare degli anni, dopo il bel gesto edilizio, questi quartieri posticci costruiti per vincere il degrado, diventano a loro volta terre di disagio. Nel romanzo sarà appunto a Rione Serra che Imma, fra un pranzo con i parenti, un litigio con la figlia adolescente e una fantasia erotica rivolta al suo maresciallo un po’ troppo giovane e avvenente, dovrà scarpinare per trovare l’assassino.



Lux

Ricevere un’eredità inaspettata è il sogno di tutti. Una sopresa che può cambiare la vita o semplicemente renderla un poco più complicata. E’ quello che succede a Thomas Edwards, il protagonista di Lux, romanzo d’esordio di Eleonora Marangoni che si è aggiudicato il premio Neri Pozza ed è candidato fra i dodici libri nella semifinale del Premio Strega.

Infatti a Thomas, giovane architetto italoinglese che vive a Londra e si occupa di istallazioni luce, arriva la notizia che un suo eccentrico zio gli ha lasciato un piccolo albergo in una remotissima (e non ben identificata) isola siciliana. Particolarità dell’hotel è avere accanto una fonte di acqua termale, ragione per cui gode di una piccola e cosmopolità clientela di habituées.

Thomas è il tipico trentenne un po’ anestetizzato nelle emozioni. Vive nell’agio, ha qualche soddisfazione professionale, una fidanzata inglese goffa e gentile, ma si macera nella nostalgia di un amore perduto. Sta anche per disinteressarsi dell’alberghetto ereditato ma una serie di circostanze lo costringono a fare i conti con la realtà del lascito. Ad andare sull’isola e gestire la faccenda.

La nostalgia, riguardo alle cose, alle persone e alle sensazioni perdute è il tema del romanzo. Lo stile di scrittura è molto ricercato, rende piacevole e coinvolgente la lettura. La trama principale è arricchita da innumerevoli digressioni su dettagli e personaggi di contorno, ben delineati. Peccato però che alla fine il lettore si aspetterebbe qualcosa di più, una svolta, un piccolo coup de theatre o anche solo che le belle e raffinate descrizioni fossero finalizzate a sostenere un contenuto narrativo più denso.

La serie migliore sugli adolescenti

Finalmente una serie per adolescenti non intepretata da attori dai venticinque anni in su, non studiata solo per affrontare argomenti pruriginosi e fare audience. E soprattutto non ambientata in quelle inquietanti scuole private. Insomma una serie Tv non americana. Ne avevo già parlato ma è così vera e valida che mi sembra il caso di approfondire. Una serie dove non ci sono scandali e colpi di scena studiati a tavolino, ma la vita vera dei ragazzi, raccontata con delicatezza e ironia.

Il piccolo gioiello è SKAM, produzione norvegese del 2015, che ha avuto un tale successo da essere replicata in vari altri stati: Spagna, Olanda, USA, Francia e da noi. Ha debuttato in Italia esattamente un anno fa, nel marzo del 2018 e adesso siamo alla terza stagione. Il segreto del successo sta nelle storie che, nel bene e nel male, coinvolgono i protagonisti della vicenda. Sono liceali che attraversano tutti i passaggi emotivi della loro età: dalle esperienze sentimentali, a quelle sessuali, i rapporti con gli amici e i genitori. Lo schema della trama è lo stesso per tutte le versioni che vengono poi adattate a seconda dei costumi e tradizioni del paese dove si svolge la vicenda. Ad esempio, da noi c’è il viaggio della maturità, mentre in Norvegia i diplomati affittano un furgone per fare la gita di fine liceo.

In Italia, siamo in un liceo romano e ogni stagione ha un protagonista diverso. Nella prima è Eva che affronta la sua prima storia d’amore importante. Nella seconda, Martino che deve fare i conti con la propria omosessualità (e qui veramente sono riusciti a sviluppare benissimo il tema) . La terza stagione, che si sta svolgendo in queste settimane, parla di Eleonora e la sua infatuazione poco politically correct per il ragazzo più popolare e maschilista della scuola.

La visione delle prime due stagioni è stata gratuita su youtube, mentre questa terza serie (considerato il successo) viene proposta a pagamento su Tim Vision. Ma per accontentare i numerossimi ed entusiasti fan ci sono anche i social, infatti i personaggi hanno account instagram e whatsapp che sono così realistici da coinvolgere e divertire come se si spiasse l’account dei propri figli!

Lo spettacolo del corpo umano

Gli ormoni che governano il nostro comportamento sono ben 50. Se un essere umano continuasse a crescere con lo stesso ritmo con cui lo fa nel primo anno di vita raggiungerebbe la considerevole altezza di 1km e mezzo! Il muscolo più forte è il massetere che si trova nella mandibola e esercita nella masticazione una forza di 5kg.

Queste nozioni mi erano totalmente sconosciute finchè non ho sfogliato questo interessantissimo albo a fumetti. Un libro coloratissimo dove un improbabile scheletro presentatore illustra nei dettagli il complicato meccanismo di funzionamento del nostro corpo. E lo fa in una maniera talmente simpatica, a fumetti appunto, da risultare non solo utile ma anche super coinvolgente. Tutto ciò grazie al talento dell’autrice: Marie Wicks, disegnatrice americana di fumetti scientifici già illustratrice di best seller.

Raccontare la scienza a fumetti non è semplice, il rischio è scadere in un eccessivo rigore oppure, al contrario, semplificare troppo e raccontare banalità, cercando l’ironia. Invece in questo libro, oltre alle bellissime illustrazioni sono elencate nozioni importanti, curiose e affascinanti. Il volume, pensato per i ragazzi della scuola media (target 11-13 anni) riesce senz’altro a risvegliare la curiosità degli studenti e magari stimolarli verso un corso di studi scientifici.

Ho mostrato il libro ad Anita (3° anno di medicina). Ha guardato con ammirazione la mappa, del sistema linfatico, ha sorriso al disegno del fegato e si è quasi commossa osservando i bronchioli:

“Ma è bellissimo! Me lo regali?”

Gli approfondimenti dello scheletro “docente” spaziano, infatti, tra tutti i nostri apparati, circolatorio, digestivo, respiratorio, riproduttivo, endocrino, scheletrico, ecc. Con particolare attenzione anche ai batteri e virus (il mio capitolo preferito!). Spiegano come e perchè nascano certe reazioni, come comportarsi per vivere sani e far funzionare al meglio l’incredbile macchina del nostro corpo.

Torta vegana low cost al cioccolato e frutti di bosco


Questa torta, senza latte e senza uova, buonissima e molto golosa è un adattamento di una ricetta che ho trovato in rete. Facilissima da preparare è molto scenografica ma diversamente dalle torte raw anche a costo molto contenuto. Tutti gli ingredienti si trovano infatti al supermercato senza bisogno di recarsi nei negozi specializzati in prodotti bio. Un accorgimento per gustare al meglio questa torta è preparla in anticipo, anche mezza giornata prima , e conservarla in frigorifero.

Servita fredda oltre che bella è deliziosa!

Ingredienti:

  • 80 gr. olio di cocco
  • 220 gr. farina 00
  • 80 gr. cacao amaro
  • 1 cucchiaino di bicarbonato
  • 290 gr. di zucchero di cocco
  • 400ml di acqua
  • 1 cucchiaino di aceto di mele
  • 250 gr. di cioccolato fondente
  • 150 ml di bevanda al cocco
  • 2 confezioni di frutti di bosco

Procedimento:

Per preparare la base della torta basta mischiare, in una ciotola, tutti gli ingredienti liquidi e poi amalgamare, mescolando quelli solidi. Meglio usare una frusta per combattere i grumi che si formano nel composto. L’olio di cocco si scioglie a bagno maria o più velocemente nel microonde. Nella base si usano solo 50 gr. di cioccolato solido, grattatto o spezzettato il più finemente possibile. Poi si unge un teglia (apribile) del diametro di 26cm con un po’ di olio di cocco e si spolvera con la farina. Si cuoce per 35-40 minuti a seconda delle caratteristiche del forno.

Mentre cuoce la torta si prepara la glassa, facendo sciogliere 200 gr di cioccolato fondente in un pentolino con la bevanda al cocco (non il latte ma la bevanda). Tolta la base dal forno, dopo aver fatto la prova dello stecchino, si spennella sopra la glassa e poi si abbellisce a piacere con i frutti di bosco. Chi volesse sperimentare può anche usare altri tipi di frutta, sia fresca che secca. Si lascia raffreddare e poi si blinda per alcune ore in frigo. se si riesce a non mangiarla tutta subito si può conservare per un paio di giorni, tanto è senza prodotti di origine animale!




Sofia

Un film coraggioso e toccante che denuncia la condizione della donna in Marocco, fra divisioni sociali e ipocrisia. Sofia, della regista esordiente Meryem Benm’Barek, racconta di una ragazza ventenne di Casablanca che accusa un malore durante un importante pranzo di famiglia. Attorno al tavolo genitori e parenti stanno per concludere un affare importante, che li renderà più ricchi. Sofia viene soccorsa dalla cugna Lena, specializzanda in medicina, che si accorge che, in realtà, si tratta dell’inizio del travaglio.

Sofia è incinta ma negava la sua condizione per paura del giudizio dei genitori. In Marocco una donna che fa sesso fuori dal matrimonio rischia un anno di carcere e anche gli ospedali che la fanno partorire possono essere multati. Comincia così l’odissea di Sofia e della sua bambina. Fra scandalo, corruzione e falsa ipocrisia, la regista riesce a raccontare con realismo una vicenda che fa indignare e commuovere. Le tradizioni più reazionarie sono dure a morire e spesso rese più resistenti dalle ragioni economiche.

Il film è molto bello e intenso, la scelta degli attori azzeccatissima. La trama non pecca mai di eccessi emotivi, riesce a mantenere un equilibrio perfetto che coinvolge e fa riflettere.

Peg, cagnolina geniale

Fissa il tuo cane negli occhi e prova ancora ad affermare che gli animali non hanno un’anima, scrisse Victor Hugo.

Chunque abbia un cane non può che essere d’accordo con questa affermazione, perchè lo scambio di sguardi fra umani e “diversamente umani” è sempre espressivo e vero. Trabocca di affetto e dedizione. Grande esempio di questo amore è la storia della cagnetta Peg, una barboncina vissuta negli anni’50 a Chiari, in provincia di Brescia.

Peg è stato un incredibile esempio di cane sapiente, infatti era stata addestrata a parlare e far di conto. Abbaiava tre volte per dire “sì” e due volte per rispondere “no”. Si esprimeva componendo parole, usando cartellini che avevano lettere scritte sopra.

Descritta così sembrerebbe una storia da imbonitori, da spettacolo da luna park dei tempi andati, ma la situazione era molto diversa.

Come racconta Lady Peg. Vita di una cagnolina prodigio, la “biografia” di questa barboncina scritta da Andrea Biscàro, è una vicenda incredibile che, ai tempi, aveva affascinato e stupito l’opinione pubblica. E della sua intelligenza vivissima e inusuale avevano scritto a profusione riviste e quotidiani dell’epoca. La piccola Peg era stata oggetto di molti studi e fu “intervistata” da firme celebri come Dino Buzzati per il Corriere della Sera ed Elisabeth Mann per L’Espresso. 

La storia di Peg è molto originale e coinvolgente. Nel suo libro Biscàro riporta tutto ciò e parla anche dei detrattori. Di come la cagnetta fosse stata tacciata, dagli increduli, addirittura come prodotto del diavolo. Insomma, una barboncina posseduta!

Quello che traspare invece dal resoconto dell’autore è il grandissimo amore che legava Peg a Ines, la sua padrona. E’ commovente la profondissima complicità che esisteva fra le due. La barboncina era stata addestrata con cura, dedizione (e gratificazioni alimentari!) e la sua genialità era anche un modo per ricompensare la padrona e dimostrarle il suo affetto speciale.

Pasta madre? No problem!

Le mie ambizioni di panettiera sono iniziate alcuni anni fa. 

Da allora ho continuato a panificare serena finchè non è diventata di moda la pasta madre. Ho cominciato a sentirmi un po’ inadeguata. I panificatori fichi l’avevano e io invece no. Ho cominciato a cercarla, al super normale e poi anche in quello bio. Ho comprato bustine di sedicente pasta madre, ho parlato con commessi che mi hanno fatto promesse da marinaio: “Quella secca arriva in negozio la settimana prossima! “

Detto così solo per togliermi di torno!

Insomma ha sofferto, perchè ho capito che il club dei panificatori con la “vera pasta madre”, quella viva da crescere e accudire come un Tamagochi, era un elite esclusiva. Difficile entrare a farne parte.

Invece la fortuna ha guardato verso di me: una paio di settimane fa, sono stata a trovare un’amica che teneva in frigo proprio il Sacro Graal, la vera pasta madre, ed è stata così generosa da regalarmene un po’. Prima naturalmente mi ha spiegato a cosa andavo incontro: una relazione seria e coinvolgente. Il lievito madre infatti è un elemento vivo, da curare e nutrire con dedizione.

“Sì, lo voglio!”, ho affermato con consapevolezza e l’ho portata a casa.

La prima difficoltà l’ho avuta cercando di togliere la pasta madre dal contenitore da viaggio: come un blob continuava ad attaccarsi alle mani e impedirmi i movimenti. Aggiungevo farina ma lei non si staccava. Era forte e viva, voleva dimostrarmelo. Allora ho cominciato a urlare “Aiuto!” finchè mia figlia non mi ha sentito ed è arrivata ad aggiungere ancora farina sulle mie mani (da sola non potevo perchè ero impiastricciata fino al gomito) e finalmente sono riuscita a domare quel lievito prepotente.

Poi la relazione è migliorata. Ho imparato a fare il “rinfresco” per nutrirla: una volta alla settimana si aggiunge lo stesso peso della pasta in farina bianca e metà dose di acqua. Si impasta bene e poi si ripone nuovamente in frigo, in un barattolo chiuso.

Ieri, con emozione, mi sono anche lanciata nella prima panificazione. Avendo sempre usato la macchina del pane ero un po’ timida e insicura nell’impastare, ma ho cercato di impegnarmi. Fare il pane con questo lievito è un processo lungo, da pianificare nell’intera giornata. Questa è la ricetta che mi ha passato gentilmente la mia amica:

Ingredienti

  • 120 gr pasta madre
  • 180 gr farina di tipo 2
  • 200 gr farina integrale
  • 1 cucchiaino di sale
  • 1cucchiaino di malto di malto/riso (o zucchero di canna)

Procedimento

  • Impastare con vigore per dieci minuti e poi lasciare lievitare per 4/5 ore, in un recipiente coperto da uno strofinaccio, nel forno spento .
  • Riprendere l’impasto, lavorarlo e lasciarlo nuovamente a riposare per altre 2 ore.
  • Impastare nuovamente e lasciar lievitare per altre 2 ore.
  • Dopo queste 8/9 ore di attesa si può finalmente accendere il forno a 250° con l’accorgimento di inserire anche un pentolino di acqua, per garantire l’umidità. Infornare la pagnotta cuocendo alla massima temperatura per i primi 15 minuti, poi abbassare. Ho cotto il mio pane per soli 20 minuti (forno ventilato) la ricetta originale prevedeva 30-40 minuti.

Con molto ottimismo e audacia ieri sera mi sono anche avventurata nel pianeta pizza: ho diviso l’impasto alla fine della lunga lievitazione, preso il mattarello e steso la pasta. L’ho cosparsa di passata, mozzarella vegana, olive, capperi e origano. 15 minuti nel forno e voilà: un miracolo!



Non solo anguille!

Sono stata a Comacchio un po’ di anni fa, l’ho trovata originale e mi è piaciuta molto ma poi l’ho insabbiata nella memoria come la località dove era costume mangiare le anguille (forse è anche colpa di quel film con Valeria Marini!). Catalogare così questa interessante città sul delta del Po è senz’altro farle un torto. Ma, a volte, il nostro cervello si impigrisce e smette di essere curioso. Ora però ho scoperto una serie di eventi molto interessanti che avranno luogo a Comacchio nei prossimi mesi.

Le donne dell’antica Roma e i personaggi femminili che si sono distinti nei popoli della storia, la riscoperta dei profumi e le fragranze utilizzate nel passato, gli intrighi e i misteri dell’archeologia, sono i temi da cui trae ispirazione il Museo del Delta Antico per i suoi prossimi eventi. Il museo archeologico, che si trova in uno dei palazzi monumentali più significativi del centro storico, l’Ospedale degli Infermi edificato nel ‘700, ha organizzato un programma di eventi coinvolgente, che permette di immergersi tra le testimonianze del territorio sul Delta del Po dall’età protostorica fino al medioevo e riscoprire una terra crocevia delle civiltà del mondo mediterraneo e dell’Europa continentale.

Il mese di MARZO è dedicato alle donne con la mostra “Donne, forme e colori” visitabile dall’8 al 31 marzo. Il 10 è la giornata dedicata alle visite a tema “Trucco e parrucco nell’antica Roma”, il 16 inaugura l’esposizione “Troia. La fine della città. La nascita del mito”, organizzata in collaborazione con il Museo Archeologico Nazionale di Napoli e aperta fino al 27 ottobre. Il 20 marzo è invece il giorno incentrato sulle figure femminili a partire dal mondo etrusco, nell’incontro “La donna nei secoli, dagli Etruschi all’età carolingia”. Per le giornate del FAI di primavera, il 23 inaugura una nuova sezione del museo, dedicata all’edificazione dell’Ospedale degli Infermi e all’utilizzo che ne è stato fatto nel tempo, con uno spazio interattivo e contenuti multimediali sul rapporto uomo-natura nel territorio del Delta del grande fiume. Il giorno successivo, il 24 marzo, si festeggia il 2° compleanno del Museo, con visite guidate speciali e animazioni per i bambini.

APRILE è il mese dei profumi e il Museo inaugura un nuovo percorso olfattivo chiamato “Il profumo del tempo”. Apre il 12 aprile con la mostra “Collezione Magnani, portaprofumi nel tempo” che sarà in esposizione fino al 6 gennaio 2020. A corredo, un ciclo di incontri di approfondimento sul tema delle fragranze nel mondo antico, tra cui il 16 aprile l’evento “Alla scoperta dei profumi antichi dai dati archeologici”, in collaborazione con l’Università di Ferrara e il Museo di Este.

Agli intrighi è dedicato il mese di MAGGIO, che il giorno 9 conduce i visitatori tra i misteriosi gialli archeologici di Spina, la città etrusca del Delta del fiume. Il 18 maggio per la Notte Europea dei Musei c’è la visita guidata con spettacolo di ombre in notturna; il 25 l’incontro “Comacchio: una città tra mito e scienza” per esplorare la medicina e la società nell’età napoleonica; il 14 giugno l’appuntamento con “Tegole in testa”, per riflettere sul Delta e la Pansiana, antiche officine laterizie. Dal 3 al 5 maggio, inoltre, per restare in tema di intrighi, nel centro storico di Comacchio c’è “Nero Laguna”, 3° edizione del festival del libro giallo e noir.

Il Museo del Delta Antico svela la storia dei popoli nel territorio sulla foce del fiume, attraverso quasi 2mila reperti. Sorprendente è il carico della nave romana di Comacchio, imbarcazione commerciale della fine del I secolo a. C. che ha conservato intatti gli strumenti usati dall’equipaggio, oggetti personali, utensili in legno e vasellame, tempietti votivi, anfore e lingotti di piombo. Molto interessante è la sezione dedicata alla città etrusca di Spina con gli oggetti trovati tra tombe e abitazioni.

Zumba and I

Cerco sempre di affrontare (prima o poi) le cose, anche quelle più minuscole, che mi fanno paura. Di trovare il coraggio di uscire dalla confort zone. La sfida più recente è stata affrontare una classe di zumba. Da anni ne sentivo parlare ma non mi ero mai documentata, sapevo che era divertente e niente di più. Qualche tempo fa, i corsi di zumba sono arrivati anche nella mia palestra. Allora un paio di volte ho spiato, con curiosità, attraverso il vetro dello studio dove si svolgevano.

E lì è iniziato il panico: ho visto la “maestra”, una agilissima Kardascia che sculettava con grazia e foga e le allieve tutte ballerine un po’ improbabili che la scimmiottavano con zelo. La prima volta sono scappata lasciandomi alle spalle le note del ritmo caliente. Ma la curiosità è rimasta, così sono tornata a incollare il naso al vetro anche una settimana dopo. Le ballerine erano aumentate, felici, stagionate e fuori tempo. Sono fuggita di nuovo ma ho deciso che dovevo osare. Ho fatto un patto conme stessa. Basta codardia. Sarei tornata.

Così è stato. Qualche giorno dopo era prevista un’altra lezione e mi sono iscritta. Vincendo l’imbarazzo, l’inettitudine alla danza e alla coordinazione. Entrata nello studio, ho cominciato a ridere quasi subito, non c’era altro modo per sopravvivere al twerking selvaggio, al tarantolato scuotimento di décollété, ai saltelli allegramente ammiccanti.

Le coreografie sono, più o meno, come quelle del video qui sotto, forse più complicate. La “maestra” indiavolata e bravissima, le ballerine sculettavano serene. Tutte molto coinvolte e piene di buona volontà. Alcune erano così stregate dal ruolo che continuavano, molto professionalmente, ad agitare le chiappe anche quando c’era un piccolo stop tecnico alla consolle fra un brano e l’altro.

Purtroppo sono legnosa e quasi sempre fuori tempo, ma mi sono divertita. Ho fatto del mio meglio per lasciarmi andare. Per copiare i movimenti allusivi della “maestra” senza pensare, senza vergogna, senza farmi domande. Posizionata in fondo alla classe, evitavo però di controllare le mie mosse nello specchio. Tutte, anche le più inette e sovrappeso, sembravano delle regine sexy rispetto a me.

Quesiti come: “ma dove finisce la zumba e comincia la musica raggaeton?” cercavo di scacciarli dalla mente. E anche altri più sociologici sulle condizioni del Sud America e la crisi del Venezuela (ma ballano ancora?).

Nell’ultima (e terza) lezione che ho frequentato c’era una signora anziana: è entrata in sala sorridendo. Un’ ottimista. Poi, come me, era sempre fuori tempo. Quando tutte piroettavano da una parte, io e lei incrociavamo lo sguardo perchè eravamo le più negate, uniche sempre rivolte verso il lato opposto. Quello sbagliato. Ci sarebbe stato da piangere, ma ci siamo sorrise. Inevitabilmente complici, perchè il bello della lezione, ho finalmente capito, non è bruciare un tot di calorie ma la libertà di fregarsene. Di sentirsi più libere e giocose a prescindere dal talento nel ballo, dall’ammontare di glutei dimenati al ritmo giusto. Perchè, chissà, magari, poi si scopre che il twerking è un riflesso primordiale…. basta ripescarlo dal fondo del nostro DNA.

Fa’ la cosa giusta!

Oramai le prove che il nostro pianeta sta impazzendo non si contano più e questa piacevole precoce primavera ne è il riscontro più recente! Possiamo ancora fare qualcosa? Meglio continuare a sperarlo, comunque la mossa giusta è educare i più piccoli all’ecologia e alla consapevolezza degli sprechi. Perciò l’appuntamento è venerdì 8 marzo per la sedicesima edizione di Fa’ la cosa giusta.

Anche quest’anno saranno molti gli ​appuntamenti dedicati a bimbi, ragazzi e famiglie​, all’interno del programma culturale.

IBBY Italia ​e ​Nati per leggere Lombardia porteranno in fiera ​Mamma lingua​, una mostra e una bibliografia che comprende 127 libri di qualità per bambini in età prescolare in 7 lingue ​(albanese, arabo, cinese, francese, inglese rumeno e spagnolo), per far scoprire ai bambini che esistono lingue differenti dalla propria, affinché si sentano cittadini del mondo. Un progetto che ha già coinvolto 90 bibliotecari in Lombardia e ha reso disponibili 1964 copie dei libri contenuti nella bibliografia per il prestito nelle biblioteche di Milano e provincia.

Il centro d’arte Trillino Selvaggio porterà ​“il libro in scena” ​in due spazi differenziati per bimbi e ragazzi più grandi. I piccoli fino ai 5 anni saranno invitati a entrare nella “stanza delle storie”, entrando nelle pagine di un libro e colorandone i dettagli. I ragazzi tra i 6 e i 12 anni, potranno invece entrare nel “labirinto delle storie” uno spazio in cui perdersi, nascondersi e trovarsi.

Trillino selvaggio ©Luana Monte

Il collettivo ​animàni​, autori del manuale ​Crea il tuo cartone animato organizzerà laboratori ​per sperimentare la ​creazione di un cartone animato​, grazie alla tecnica più diretta e divertente al cinema d’animazione: i ​flipbook​, libricini che, se sfogliati velocemente, creano l’illusione del movimento.

Cosa succede quando un tornio incontra una bicicletta? Nasce il nuovo ​tornio a pedali dell’associazione il Tarlo! In fiera sarà possibile giocare insieme a realizzare le proprie trottole, senza elettricità.

Non mancherà l’ormai tradizionale ​falegnameria per bambini di Gino Chabod, esperto artigiano che li guiderà nella costruzione di giochi in legno con attrezzi su misura.

Sarò una principessa ribelle

Un albo illustratato divertente e utile, da far leggere a tutte le bambine. Per veicolare un messaggio semplice e importante, per indirizzarle verso l’indipendenza. Attraverso un testo ironico Sarò una principessa ribelle , scritto da Olimpia Ruiz di Altamirano e illustrazioni di Islamaj, racconta la storia di una bambina che, come tante, la sera prima di addormentarsi ascolta le favole sulle principesse, parte con la fantasia e sogna di essere come loro.

Perchè purtroppo ancora nell’immaginario infantile femminile il mito della bella e un po’ inetta, che traspare dalle storie classiche di Cenerentola, Biancaneve, Raperonzolo e la Bella Addormentata ancora fa sognare. Richiama visioni dolci e scintillanti senza scendere troppo nei dettagli. Ma la protagonista di questo libro per uno strano incantesimo riesce a scoprire i dettagli “tecnici” della vita delle belle delle fiabe.

E allora capisce che fare la principessa non conviene, aspettare di essere salvate è spesso una fregatura. Dei principi azzurri non c’è sempre da fidarsi (esisteranno poi? Oppure sono una fake news come gli unicorni?) allora meglio giocare di anticipo e spiegarlo alle bambine il prima possibile e questo libro riesce ad essere efficace con una deliziosa leggerezza.

La città dei gatti

Domenica 17 febbraio è stata istituita la Giornata Nazionale del Gatto, dedicata a tutti gli amanti del mondo felino. Per l’edizione 2019 torna per il secondo anno consecutivo La Città dei Gatti, la rassegna dedicata alla cultura felina con mostre, concerti, rassegne e incontri letterari a tema organizzata a Milano, Roma e Fiesole.

La Città dei Gatti inizia in anticipo, domani 16 febbraio con un’anteprima dedicata al rapporto tra cinema e gatti presso la sala Medicinema dell’Ospedale Niguarda con una minirassegna organizzata in collaborazione con la Fondazione Cineteca Italiana di Milano anticipata da un incontro con esperti catofili ed etologi. Si prosegue poi con il grande evento d’apertura domenica 17 febbraio, ore 17.00, presso WOW Spazio Fumetto con l’inaugurazione della mostra “100 di questi Felix” dedicata ai 100 anni di Felix The Cat.

Poi il 24 febbraio ci sarà Concerto in Miao del 24 febbraio presso WOW Spazio Fumetto che propone un insolito programma formato da duetti e brani musicali ispirati ai gatti e composti da grandi compositori come Mozart, Rossini e Ravel, fino alle proiezioni presso il Crazy Cat Cafè ai laboratori di disegno, i contest fotografici, gli incontri con veterinari ed etologi: tanti eventi da non perdere all’insegna della felinità. Tutti gli appuntamenti sono a ingresso libero.

I gatti, si sa, sono molto più strategici dei cani (ingenui che pensano solo all’amore per i padroni), i nostri amici felini non si accontentano solo della Giornata del gatto, hanno tramato per avere di più, infatti la loro festa con celebrazioni annesse, dura un mese fino al 17 marzo. E in questo periodo i mici prendono il potere con ubiquità, sono usciti anche parecchi libri dedicati a loro.

Che cosa succede se un gatto si appassiona alla musica e impara perfino a suonare il pianoforte? Lo racconta Concerto, protagonista di questa favola delicata e ironica è Manrico, un felino decisamente fuori dal comune che vive in una famiglia dove si respira musica: papà suona la chitarra, mamma le percussioni e Riccardo, il figlio, si esercita con il violino.

Un giorno a casa approda un pianoforte e il gatto Manrico ne è subito incantato. Diventa un pianista provetto e, quando scopre dei topolini nascosti in salotto che hanno messo in piedi una band, gli viene un’idea: organizzare un grande concerto in piazza coinvolgendo tutti i musicisti del quartiere per trasformare il “parco” in un grande “palco” a cielo aperto.

Un altro libro invece rivela il segreto del successo dei gatti.
Fin dall’antichità addomesticano gli umani piegandoli ai loro bisogni e desideri. Si fanno venerare come dei, servire, educano gli umani al loro superiore buon gusto, si dimostrano empatici ma solo per ottenere di più. L’albo Addomestigatti racconta tutto ciò, con una carrellata di situazioni teneramente graffianti in cui chiunque ami i gatti si riconoscerà.


Come incantare i più piccoli

Forse l’età giusta per portare i bambini alla cinema è intorno ai tre anni, mettendo in conto che magari non si rimarrà seduti per tutto il tempo del film, perchè l’attenzione e la pazienza di un mini spettatore sarà più breve.

Andare a teatro è ancora più difficile. Non sempre gli spettacoli, anche le riedizioni delle fiabe, riescono a coinvolgere i piccolissimi che, spesso, fluttuano tra la noia e lo spavento. Infatti nel nostro Paese gli spettacoli teatrali pensati per un pubblico da 0 a 36 mesi sono pochissimi. Per questo sono stata piacevolmente sorpresa quando mi è capitato di assistere a MiloeMaya, uno spettacolo molto interessante e coinvolgente di Scarlattine Teatro.

Due attrici che fingono di apparecchiare una lunghissima tavola in uno spazio aperto, attorniato dal pubblico dei genitori con i bambini in braccio. Subito tutto diventa musica, canto e gioco. Suoni, parole, gesti, rumori che all’inzio lasciano perplessi e un po’ sospettosi i piccoli che osservano con curiosità qualcosa di strano, mai visto prima.

Poi piano piano si lasciano coinvolgere, sono quasi stregati delle azioni delle attrici e alla fine, con un piccolo incoraggiamento, rompono gli indugi, vincono la timidezza ed entrano nello spazio. Giocano con posate e suppelletili, i vassoi si trasformano in gong, il riso da manipolare diventa pioggia. Stupore e sorrisi. I bambini sono felici e perfettamente integrati nella magia dello spettacolo. I genitori emozionati devono immortalare il momento della sperimentazione coraggiosa dei loro piccoli.

Foto Arianna Maiocchi

La primissima infanzia rappresenta un pubblico molto esigente su cui non si può bluffare, una “baby opera” come questa che riesce a coinvolgere e divertire perchè entra nella loro sfera sensoriale, incuriosisce e stimola. “Per riuscire a incantare un pubblico così piccolo da 0 a tre anni, è necessaria molta ricerca”, spiega Anna Fascendini, ideatrice dello spettacolo e fondatrice di Scarlattine Teatro. “Dietro la spontaneità della performance ci sono anni di studio e sperimentazione”

Le proposte di questa compagnia teatrale spaziano dalla primissima infanzia a spettacoli adatti anche a un pubblico più adulto. Una produzione senz’altro da tenere d’occhio. Spesso in cartellone nei vari festival letterari in tour nella penisola, sarà poi possibile seguirli nel prossimo mese di giugno al Festival delle Esperidi, da loro organizzato in Brianza, a Campsirago Residenza nelle sede della compagnia.


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