Favole da incubo

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Oggi è la giornata mondiale contro la violenza alle donne e purtroppo i numeri dei femminicidi in Italia sono da paura. La convivenza forzata durante il lockdown ha ovviamente peggiorato le relazioni e come al solito sono le donne a pagarne le conseguenze più pesanti.

Storie che inziano con gioia e passione finiscono in cronaca nera, più o meno i copioni si assomigliano sempre. Amore considerato sinonimo di possesso, insicurezze maschili che devono essere placate da un senso di onnipotenza. Controllare l’ “amata” è un potentissimo ansiolitico, tiene a bada tutte le incertezze sul proprio valore.

La violenza sulle donne è frutto di una cultura maschilista e di stereotipi difficilissimi da sradicare. Perchè seguirli è facile e comodo, non occore mettersi troppo in discussione. Così spesso diventa una grande e pericolosa tentazione anche per le ragazze. La speranza che le cose si aggiustino che ci sia un lieto fine, più o meno, come nelle favole è infatti da sempre insita nel nostro animo.

E proprio ispirandosi alle favole, quel panorama di fiction e illusioni così scintillante e infido, è nato Favole da incubo della criminologa Roberta Bruzzone e la giornalista Emanuela Valente. È una raccolta di dieci eclatanti e spaventosi fatti di cronaca degli ultimi decenni, femminicidi declinati nelle sfumature più drammatiche.

Le fiabe ci hanno fatto sognare da bambine: perchè l’eroina trovava l’amore magari dopo una serie di ostacoli e conflitti. Per superarli un metodo sicuro era la pericolossima “sindrome della crocerossina”.

Quella in cui la trama prevede che lei si sacrifichi per salvare lui, spesso un po’ troppo umorale. Peccato che in realtà ognuno debba salvarsi da solo. Regola d’oro che vale soprattutto per i maschi insicuri e narcisi, sempre pronti a colpevolizzare gli altri per le proprie manchevolezze.

Le autrici citano la Sirenetta, per raccontare la tragica fine di Elena Ceste, Capuccetto Rosso per ricordare Guerrina Piscaglia, Biancaneve per parlare di Barbara Cicioni (la sua morte nel 2007 è stata la prima catalogata come femminicidio). Poi ce ne sono altre, tutte senza happy ending.

Il libro racconta di uomini immaturi e manipolatori e donne che credevano nell’amore forse in un modo un po’ troppo ingenuo. Le storie sono un pugno nello stomaco. Perchè spesso, in una situazione drammatica, le vittime della violenza si sono rivolte alle istituzioni, per chiedere protezione e aiuto, e non sono state prese seriamente in considerazione.

Come nella tragedia di Erica Patti che ha denunciato l’ex marito Pasquale Iacovone ben dieci volte, e sempre si è sentita dire che la situazione non era così grave. Così si è arrivati all’epilogo in cui sono morti i suoi due figli nell’incendio provocato per vendetta da Pasquale a cui non andava giù che la moglie l’avesse lasciato.

Le autrici non solo hanno la lucidità di raccontare i soprusi e l’orrore, ma analizzano la psicologia dei protagonisti di questi tragici fatti. Il contorno sociale in cui sono sfociati e anche come i media ne hanno parlato. Purtroppo troppo spesso in maniera sensazionalistica, per fare audience. A volte le donne sono state doppiamente vittime: alcune sono state descritte come trasgressive, magari troppo belle o indipendenti.

Mentre agli uomini è stata fornita una sorta di alibi, di scusante. Spesso sono stati dipinti come stressati, esasperati, stanchi. Anche se in realtà si potevano evitare gli aggettivi e definirli semplicemente assassini.

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