Piccolo Grande Cinema alla decima edizione!

Piccolo Grande Cinema, Festival Internazionale della Nuove Generazioni, è giunto alla decima edizione. Il Festival si svolgerà dal 3 al 12 novembre 2017 presso le sale di Milano Cinema Spazio Oberdan e MIC – Museo Interattivo del Cinema, e Area Metropolis 2.0 a Paderno Dugnano.

Ventuno anteprime di film tra cui The Nut Job, la nuova esilarante avventura dell’incorreggibile scoiattolo Spocchia e i suoi amici, che sarà presentata con un’anteprima solidale per Medicinema Italia Onlus.

The nut job

Poi ci sarà il convegno internazionale The Film Corner, incentrato sulle più innovative tecniche di alfabetizzazione cinematografica tenuto dai maggiori esperti europei di film education.
E ancora per gli adulti una rassegna e un seminario dedicati al maestro del cinema Ken Loach.

Tra i film per ragazzi più interessanti:
La signora dello zoo di Varsavia
In anteprima nazionale l’adattamento cinematografico dell’omonimo best-seller di Diane Ackerman. Diretto da Niki Caro e interpretato dalla due volte candidata all’Oscar Jessica Chastain, il film racconta la storia di Antonina Żabińska, moglie, madre e lavoratrice che per molti, durante la Seconda Guerra Mondiale, divenne un barlume di speranza nella Varsavia occupata dai nazisti.

La signora dello zoo di Varsavia

Ci sarà anche la Notte al Museo del Cinema per 20 impavidi bambini che dormiranno nel museo scoprendo i suoi magici segreti. Mentre nella serata inaugurale del Festival i piccoli spettatori potranno entrare sfilando sul red carpet seguendo il dress code: “Da grande farò…”
Si potrà poi seguire il seminario itinerante “La materia dei sogni”, per scoprire tutto quel che c’è da sapere sulla creazione di un film.

Il Festival si apre venerdì 3 novembre con l’anteprima di Petit Spirou (Le avventure di Spirou) di Nicolas Bary, versione live action dell’omonimo popolarissimo fumetto franco-belga, pubblicato anche in Italia da Nona Arte.

Little Spirou

Just Charlie

Un film imperdibile è Just Charlie, diretto da Rebekah Fortune, vincitore del Premio del pubblico a Edimburgo, segna il debutto di Harry Gilby che offre un’interpretazione indimenticabile. Il film segue il quattordicenne Charlie, impegnato alla scoperta della propria identità – soprattutto di genere – attraverso un racconto di formazione divertente e incoraggiante. Da non perdere anche Little Spirou (le avventure di Spirou), ispirato alla serie Le Petit Spirou di Tome e Janry (17 volumi dal 1987), il film di Nicolas Bary è la versione live action dell’omonimo popolarissimo fumetto franco-belga, pubblicato anche in Italia. Il film racconta la gioventù del piccolo Spirou, un ragazzino molto irriverente che, insieme ai suoi amici, vivrà un’incredibile avventura alla ricerca del proprio talento.
Poi c’è La grande volpe cattiva e altre favole, film d’animazione del fumettista francese Benjamin Renner, regista di Ernest & Celestine, candidato agli Oscar 2016 come miglior film d’animazione.
Qui tutte le informazioni e il programma completo dell’evento.

Good Girls Revolt

Nell’autunno del 1969 a New York l’atmosfera era elettrica. I postumi del raduno di Woodstock e dell’estate dell’amore inebriavano gli animi. Si respirava il profumo della rivoluzione. Mentre nelle strade le Pantere Nere combattevano contro il sistema, sesso, droga e rock’n roll diventavano realtà.

Questo è lo scenario di Good Girls Revolt, serie televisiva di Amazon Video basata su una vicenda vera e autobiografica raccontata nell’omonimo memoir dalla giornalista americana Lynn Povich.

All’alba degli anni ’70 tutto stava cambiando, anche se nella società c’erano molti ostacoli e resistenze per conservare lo status quo. Specialmente nei confronti delle donne che cominciavano lentamente a prendere coscienza della discriminazione nei loro confronti.

Si incontravano ostracismi pesanti anche in luoghi inaspettati. Come la redazione di uno dei settimanali di opinione più influenti, nell’ufficio centrale di Newsweek infatti la disparità di trattamento era fortissima. Nella finzione della serie televisiva il nome del settimanale è stato modificato in News of the week, giusto per evitare guai giudiziari.

Lynn Povich, ai tempi, lavorava lì. Era una delle ragazze, aspiranti reporter, con un curriculum accademico migliore dei colleghi maschi, che venivano sistematicamente relegate al ruolo di ricercatrici.

In pratica erano delle super segretarie che facevano lavoro d’archivio, telefonate e anche sopralluoghi al servizio dei colleghi, che dovevano solo scrivere e firmare l’articolo. Anzi, magari in emergenza, lo scrivevano le ragazze, ma il loro nome non compariva mai, in calce c’era sempre quello del collega di cui erano assistenti. E se era uno scoop il direttore si complimentava solo con “l’autore”.

A volte le ragazze diventavano anche qualcosa di più: colleghe con benefit. Grazie all’atmosfera libera e peccaminosa dei tempi, alla confidenza di lavorare fianco a fianco H24 o anche solo per provare l’ebbrezza di una sveltina sul tavolo dell’archivio.

Nelle puntate di Good Girls Revolt si racconta tutto questo con un buon ritmo, un pizzico di ironia e una strabiliante colonna sonora. Il plus della trama è il realismo. La lotta delle ragazze, tutte molto diverse, alcune più tradizionali e ingenue, altre più hippy e disinibite, è coinvolgente.

La trasformazione e consapevolezza dei loro diritti, sul lavoro ma anche nella vita privata, è un pezzo di storia del femminismo: scandalizza, entusiama e fa arrabbiare.

A Newsweek la causa scatenante della ribellione delle donne in redazione fu Nora Ephron (anche lei aveva iniziato lì) che, quando rifiutarono di firmare un suo articolo, invece di inghiottire il rospo come le colleghe, mandò tutti al diavolo. Si licenziò e andò a lavorare da Time.

Poi rimasta in contatto con le altre ragazze fu lei a convincerle della discriminazione e a metterle in contatto con Eleanor Holmes Norton, l’avvocata che portò il loro caso davanti all’EEOC (Equal Employment Opportunity Commission) per denunciare la discriminazione di genere illegale perpetrata dall’editore, che tra l’altro, era una donna.

The Good Girls Revolt era stata pensata come la risposta femminile a Mad Men, di cui ricorda l’ambientazione newyorkese e le dinamiche di ufficio. Peccato che Amazon dopo la prima serie, a prescindere dalle ottime recensioni, a sorpresa, abbia deciso di sospenderla, sarà forse una vendetta postuma alla ribellione contro la discriminazione?

L’inganno

Ieri sera al cinema, a fare la fila davanti al botteghino dei biglietti erano tutte ragazze, comitive di amiche. C’era un bella atmosfera di allegria e complicità: tutte insieme al cinema perchè il mercoledì sera, a Milano, il biglietto per le donne costa meno e anche perchè erano uscite in gruppo per vedere L’inganno, l’ultimo film di Sofia Coppola, remake in chiave femminista de La notte brava del soldato Jonathan, pellicola uscita nel lontano ’71.
La storia è tratta da un romanzo The Beguiled, scritto da Thomas P.Cullinam e pubblicato nel ’66. La vicenda si svolge nel 1864 in Virginia, in piena guerra di secessione.

Nordisti e sudisti si massacrano e lo scenario della pellicola è un collegio femminile, un’isola di pace in mezzo a un bosco, dove un’integerrima direttirice ospita pochissime ragazze orfane. Tra lezioni di francese, di cucito e di musica, le signorine sopravvivono, nascoste dal mondo e impaurite dalla guerra.
Finchè un giorno, raccogliendo funghi, una delle ragazzine trova anche un soldato ferito, un nemico, a vedere dal colore della giubba. Per carità cristiana, per l’innata tendenza femminile all’accudimento e anche per curiosità, l’uomo viene ospitato e curato nel collegio, ma la convivenza suscita problemi e tensioni.

Nel film del ’71, il soldato era quell'(allora) gran macho di Clint Eastwood che anche con una gamba squartata faceva un certo effetto su un branco di “signorine” di varie età. Provocava bieche rivalità e gelosie tra le ragazze che bramavano la sua attenzione. Proprio nel momento in cui nella società nasceva il movimento delle donne, questa pellicola dipingeva le signorine del collegio un po’ come delle Erinni arrapate.

Pericolose, manipolatrici e vendicative. (L’archetipo femminile di ogni incubo maschile)

Per il povero soldato Jonathan infatti non finiva bene per niente.

Nella nuova versione cinematografica, Sofia Coppola, (che ha anche vinto il premio per la miglior regia a Venezia) narra la vicenda sotto una diversa angolazione, con un’ottima introspezione nella psicologia femminile delle protagoniste.

Ne L’inganno Colin Farrell è il soldato ferito, Nicole Kidman la direttrice del collegio, legnosa e pericolosamente incline a esercitare sconsiderate azioni chirurgiche, Kirsten Dunst, l’insegnante in astinenza d’amore, Elle Fanning, la fanciulla più zoccola.

In uno scenario quasi teatrale, la vicenda si svolge solo nell’elegante magione del collegio e nel giardino adiacente, in un’atmosfera onirica e fiabesca, le signorine sono belle e gentili con il ferito ma lentamente diventano sempre più pericolose.

Le attenzioni del soldato sono merce rara e le protagoniste, perfette nel loro manierismo bon ton, fanno a gara per conquistarsele. Anche a costo di colpi bassi. Pizzi, crinoline e acconciature perfette, sotto cui si cela il lato più dark della psicologia femminile.

Il talento di Sofia Coppola è stato quello di raccontare tutto ciò senza giudicare, in un crescendo di tensione. Ha espresso inquietudini e rivalità femminili, senza esagerare, senza isterismi stereotipati. Con onestà e spessore. Sì, perchè le donne possono anche essere cattive, specialmente se provocate.

E non c’è bisogno di scomodare le Erinni.

Quando il soldato John (nel secondo film gli hanno abbreviato il nome) ieri sera, sullo schermo, ha fatto un po’ troppo il furbo, le allegre comitive delle spettatrici in sala, hanno capito subito che stava rischiando grosso. E quando poi, tra le signorine del collegio, è arrivata l’idea di risolvere la situazione con la vendetta, scommetto che, il pensiero collettivo sia stato:

“Evvai Nicole! Fagliela pagare!”

Gipsy

Forse la peggior serie tv che ho visto ultimamente: Gipsy, prometteva bene ma si è dimostrata inguardabile. Peccato perché la protagonista è Naomi Watts, attrice da Oscar, bella e talentuosa, che purtroppo anche qui ha toppato alla grande.

La storia è così: Jean (Naomi) è una bella quarantenne psicologa con un marito molto fico (avvocato) e una figlia di 9 anni un po’ rompiballe ma carina. Abita in una bella villetta in Connecticut e lavora a New York, potrebbe avere tutto per essere felice e invece è, come dicono gli adolescenti, “presa male”. Un po’ è colpa delle altre madri della scuola che le danno fastidio (succede) e un po’ è insodisfatta della sua routine. Troppo noiosa.
Jean anela un po’ di trasgressione. E cosa fa?

La cosa peggiore che una psicologa possa fare: si infila nella vita dei suoi pazienti.

Ad esempio, c’è un certo Sam, in cura da lei a causa della rottura con la fidanzata, che le descrive l’ex come una ragazza sexy e vulcanica, difficile da dimenticare.
Così Jean con la scusa di “aiutarlo” cerca di conoscere questa ragazza, inventandosi una nuova identità.

Invece di psicologa diventa giornalista, invece di Jean dice di chiamarsi Diane, invece di essere madre e moglie racconta di essere single.

Tutte queste bugie dorebbero servire a dare un senso di trasgressione, un brivido ambiguo di pericolo. A trasformare Jean in una dark lady un po’ come la Sharon Stone di Basic Instict o Glenn Close che aveva bollito il coniglio (o era un cane?) in Attrazione fatale.

Invece le gesta di Jean sembrano solo assurde e risibili: cerca di sedurre la ragazza ma non è sicura, nasconde le sigarette che fuma di nascosto nella cabina armadio, va di pomeriggio in locali underground cercando di farsi la tipa, ingoia pillole e ne ruba anche dall’armadietto del bagno di un’altra madre della scuola, rovina la festa di compleanno della figlia con una scena isterica…

Il marito, fichissimo, intanto fa una trasferta di lavoro con la sua segretaria, ovviamente gnocchissima, e potrebbe succedere qualcosa. Jean è anche un po’ gelosa ma un po’ troppo presa dai suoi sotterfugi per fare delle scenate serie.

Dopo aver pensato più volte di smettere di guardare questa serie, mi sono fatta  coraggio e ho ripreso pensando “non può essere una tale porcata, adesso succederà qualcosa”. Così arrancando sono arrivata faticosamente  all’episodio 6 (o magari era il 7)  uno dei punti più bassi nel panorama mondiale della sceneggiatura.

Metà puntata è dedicata a Jean in una notte a casa della tipa, dove fumano molte canne, fanno dei giochi a testa o croce, ascoltano musica sexy ma non arrivano mai al dunque.

L’altra metà è ambientata nella notte di trasferta (in Texas) del marito con la segreataria gnocchissima: anche loro bevono, ridono, si spogliano per il bagno in piscina, parlano, parlano, ma sembra non succedere niente.

Una vera tortura per lo spettatore che muore di noia.
Un chissenefrega totale.
Non so se alla fine Jean e la tipa ci abbiano dato dentro, non so neppure se il marito e la segretaria gnocchissima abbiano fornicato.

Ho dovuto spegnere perchè non li reggevo più. E dopo ho dormito alla grande.

P.S. Consigliatissimo per chi ha problemi di insonnia.

Arriva Cars 3

Per divertirsi e fare compiere anche una buona azione, domenica prossima 10 settembre, tutti al cinema. Per la preview di Cars 3, allo Spazio Oberdan di Milano con un’anteprima speciale benefica a favore di MediCinema Italia Onlus e l’obiettivo di contribuire alla raccolta fondi per la realizzazione della sala cinema integrata all’ospedale Niguarda, i cui lavori inizieranno a breve.

La sala MediCinema verrà realizzata nel Blocco Nord dell’Ospedale, anche Milano avrà quindi la sua prima sala cinema sensoriale integrata nell’Ospedale di Niguarda. Il metodo MediCinema (già attivo in alcuni ospedali) si basa sulla realizzazione di uno spazio cinema dedicato alla terapia di sollievo per ammalati e familiari.

E’ un programma innovativo e strutturato per i bisogni dei pazienti, finalizzato al concreto miglioramento nell’assistenza psicologica ai pazienti degenti, differenziandosi dalle attività di puro intrattenimento all’interno delle strutture ospedaliere.

Questo metodo è supportato da un protocollo di ricerca sugli effetti di questo nuovo servizio alla persona condotto in collaborazione con il Policlinico Universitario A. Gemelli di Roma.

Le principali applicazioni del metodo MediCinema prevedono, al momento, l’area pediatrica e dell’età evolutiva, compresa l’interazione familiare, i pazienti oncologici, la clinica riabilitativa nei deficit mentali e quella terapeutica relativa a psicosi e disturbi dell’umore, l’area delle disabilità.

La rivincita di Zelda

Quest’estate al cinema è disperante: un’overdose di azione, horror e fantascienza che non mi attrae per nulla. Menomale che ci sono le serie tv e mi sono appena fatta accalappiare da Z:the beginning of everything (disponibile su Amazon) sulla vita di Zelda Sayre, bellissima e provocante moglie di Francis Scott Fitzgerald.

Di Zelda sapevo pochissimo, che era un personaggio iconico degli anni’20, compagna di eccessi dello scrittore. Famosa soprattutto per il suo look: capelli “alla maschietta” e abiti oltraggiosi e provocanti.

Insomma Zelda era stata archiviata come moglie di…

Invece questa serie racconta tutta un’altra storia: cominciando con una Zelda giovanissima e ribelle cresciuta a Montgomery, piccolo centro dell’Alabama, che incontra lo scrittore soldato, se ne innamora perdutamente, poi con il matrimonio si trasferisce a New York e diventa musa e ispirazione di suo marito.

Fitztgerald ha appena pubblicato il suo primo romanzo Di qua dal Paradiso, bestseller che rende la giovane coppia famosa e ricchissima. Zelda e Scott, belli e irresponsabili, sperperano tutto nella follia degli anni ruggenti.

Lui è insicuro, narciso e alcolizzato. Lei lo ama e aiuta sempre, nel bene e nel male.

Soffre ma si sacrifica.

Scott copia anche parte dei suoi testi letterari dai diari di lei, ma minimizza.

Poi, per egoismo, boicotta ogni tentativo di Zelda di emanciparsi.

Non può fare l’attrice, non può pubblicare, deve solo aiutarlo. Ispirandolo e supportandolo.

E anzi quando, parecchi anni dopo, Zelda pubblicherà finalmente il suo romanzo Lasciami l’ultimo valzer, ai tempi grande flop, Fitzgerald accuserà addirittura la moglie di plagio!
L’amore malato fra Scott e Zelda, in questa serie, è narrato molto bene.

Gli attori che interpretano i protagonisti sono bravi e realistici, Christina Ricci è Zelda e David Hoflin è Scott. Le ricostruzioni sono accurate, i costumi splendidi e la musica dell’età del jazz fantastica.

La figura di Zelda, nella sua epoca offuscata dalla fama e dall’egoismo del marito, è stata rivalutata negli ultimi anni. Infatti ci sono ben due film in lavorazione sul suo personaggio: una con Jennifer Lawrence e l’altro con Scarlett Johansson.

Mentre oggi, sempre su Amazon, debutta The last Tycon, tratto dall’ultimo romanzo incompiuto di Fitzgerald scritto nel 1941.

La povera Zelda gli era sopravvissuta ed è morta nel ’48 in un incendio, nell’ospedale psichiatrico dove era ricoverata da anni.

 

I figli della notte

Vita dura in un collegio tutto maschile, questa è l’ambientazione di I figli della notte. Il film racconta di Giulio, 17enne di buona famiglia che si ritrova catapultato nell’incubo della solitudine e della rigida disciplina di un istituto per rampolli dell’alta società. Un luogo isoltato tra le montagne innevate dell’Alto Adige, dove vengono formati i “dirigenti del futuro”.

Internet imbavagliato, telefono concesso per mezz’ora al giorno, ma quel che è peggio violenze e minacce. Nonnismo come da copione, da subire dai ragazzi più “anziani”, nell’apparente accondiscendenza e apatia degli adulti.

Giulio riesce a sopravvivere grazie all’amicizia con Edoardo, un altro ospite del collegio. I due ragazzi diventano inseparabili e iniziano ad architettare fughe notturne dalla scuola-prigione, verso un luogo proibito nel cuore del bosco. Una baita-bordello dove conoscono una giovane prostituta: Elena.

Ma la trasgressione fa parte dell’offerta formativa (dopotutto è costume che i mega manager le prostitute le frequentino, alla grande e con lauto dispendio di mezzi, quindi tanto vale iniziare da piccoli!), il collegio sa tutto del locale peccaminoso e delle uscite notturne. E gli educatori, molto ipocriti, vigilano costantemente, restando nell’ombra.

I figli della notte ha atmosfere cupe, oniriche, che ricordano un po’ quelle di Youth di Sorrentino, il collegio sembra un luogo spaventoso e forse stregato.

I ragazzi ospiti, più o meno abbandonati da genitori abbienti e menefreghisti, sono quasi tutti arrabbiati e problematici. E i giovani interpreti sono bravissimi nel rendere disagio e confusione dei loro personaggi. Il regista, Andrea de Sica, è riuscito infatti a comunicare l’angoscia, e spesso l’incomunicabilità, adolescenziale con toni sommessi e drammatici, virando verso sfumature dark e surreali che sembrano aver preso ispirazione dalle fiabe dei fratelli Grimm.

Spostati Barbie! Arriva Wonder Woman

Le avventure di Wonder Woman, l’eroina simbolo di giustizia, di uguaglianza e di pace (nata dalla matita di William Moulton Marston) il primo giugno arrivano sul grande schermo.
La bellissima Principessa Diana, che nei momenti di emergenza si trasforma e acquista superpoteri, interpretata da Gal Gadot, sarà la protagonista di una pellicola tutta adrenalina. Per celebrarla è stata creata, dalla Mattel, una linea di bambole Wonder Woman. Dalla Barbie all’iconica eroina con la lucente armatura rossa e blu, è stato un attimo. Stesso fisico tutto curve, da Angelo di Victoria’s Secret, ma atteggimaneto, accessori e abbigliamento agli antipodi.

La bambola Wonder Woman si potrà infatti acquistare a cavallo di un destriero nero, forte, impetuoso e boccoloso, pronta per la battaglia con scudo e spada. Potrà lottare insieme alla madre Hypolita, la Regina delle Amazzoni. Un’altra che non scherza per niente: sempre armata per il combattimento, in sella al suo cavallo bianco.

Le bambine si potranno divertire a maneggiare la bambola Wonder Woman e farla combattere. Può infatti assumere tutte le posizioni mentre si destreggia con spada, arco, frecce, lazo e scudo. Potranno far rivivere le atmosfere e le avventure epiche dell’eroina e immedesimarsi nella sua forza e audacia.
Caratteristiche toste che speriamo passino, per ispirazione o alla peggio per osmosi, alle bambine alle prese con la bambola guerriera. E le aiutino soprattutto a crescere pronte a credere in se stesse e a farsi sempre rispettare.

Thirteen reasons why

Da lontano, dopo tanti anni, i tempi del liceo li ricordiamo come un momento felice, spumeggiante e leggero. Gli adolescenti eravamo noi: senza rughe, senza obblighi famigliari e professionali, senza mutuo. Una pacchia.

Anni mitizzati perchè dobbiamo mettere in conto anche un calo di memoria.

Ma forse no, perchè nel nostro Paese abbiamo tanto sfighe, ma non siamo mai stati così minus habens, così vuoti e semplici, come i teen-agers americani protagonisti di Thirteen reasons why. La nuova serie di Netflix ambientata in un liceo americano, tratta dall’omonimo best-seller uscito dieci anni fa, che racconta del suicidio di una studentessa bella e tormentata.

Liberty High, l’istituto in cui è ambientata la storia, viene descritto come una specie di inferno. Tutti sono bugiardi e anche piuttosto vigliacchi. Non è una scuola disagiata, ha  un bel giardino intorno, siamo nella dorata California, e anche il preside è un bell’uomo di mezza età senza pancia.

C’è un variegato mix di razze (siamo politically corect), tutti sembrano tanti carini e invece…

La protagonista della vicenda è la povera Hannah Baker, che dall’aldilà torna a materializzarsi grazie a una collezione di sette cassette (da ascoltare attentamente lato A e lato B) in cui ha registrato le 13 ragioni per cui si è tolta di mezzo.

Questi nastri vengono misteriosamente recapitati al coetaneo più timido e anche un po’ secchione della scuola (però naturalmente è bello) che, soffrendo come un cane, in mezzo a mille ostracismi fisici e morali, cerca di sbrogliare la matassa.

La produttrice della serie è Selena Gomez che conosce bene i suoi polli fans e infatti Thirteen reasons why è perfettamente calibrato per un pubblico di adolescenti che si lasciano stregare dal plot in cui la drammaticità è data dalla classica ricetta sesso-droga-rock’n roll, edulcorata in stile teen-ager. E condita con un contorno di bullismo all’americana, dove ci sono le cheerleaders, i drugstore dove comprare l’alcol da bere nel sacchetto di carta marrone, i balli della scuola e  anche i SUV guidati, in comode stradone senza ZTL,  a sedici anni.

La suspence della trama dovrebbe avere un ritmo più serrato, molte situazioni sono prevedibili, ma i dialoghi fra adolescenti sono realistici e così pure gli impasse esistenziali.

Sconsigliato ai maggiori di 17 anni.

Lasciati andare

Finalmente una commedia italiana brillante, originale e soprattutto non volgare. Una perla rarissima nel panorama cinematografico nostrano, dove il pubblico viene sempre considerato un po’ troppo semplice e per farlo ridere è necessario infarcire sempre la trama di battute squallide e pecorecce.
Invece Lasciati andare, di Francesco Amato, che esce oggi nelle sale, si discosta coraggiosamente da questa tendenza e racconta una storia divertente e coinvolgente, con dialoghi fantastici.
Toni Servillo, in un inedito ruolo comico, è Elia Venezia, uno psichiatra cinico e pigro.
Così disilluso verso la sorte dei pazienti che si sdraiano sul suo divano per raccontare frustrazioni e fobie che, per non morire di noia, deve piluccare dolci per tutta la durata delle sedute.

Questa fame nervosa però è fonte di guai. Spompato e sovrappeso deve iscriversi in palestra e mettersi a dieta, per non rischiare il tracollo fisico.

A convincerlo è l’ex moglie, Giovanna, interpretata da Carla Signoris, che un po’ masochisticamente, nonostante la separazione, continua a controllarlo. A fargli da badante/governante.

La palestra al “nostro” procura un effetto angosciante. Si sente troppo intelligente per far ginnastica in gruppo. Allora per sfangarla e rimettersi comunque in sesto, decide di affidarsi a una personal trainer. Sceglie Claudia, l’attrice spagnola Veronica Echegui. Giovane, bella, estroversa e gentile ma purtroppo totalmente inaffidabile.

Dal loro sodalizio il ritmo del film accelera: scaturiscono situazioni impreviste da commedia degli equivoci, divertentissime e foriere di molti guai.

Claudia ha un passato complicato. Una figlia vivacissima, Jennifer Maria, e un fidanzato bordeline, Ettore, interpretato dal bravissimo Luca Marinelli.

Si ride molto e la battuta che mi ha divertito di più, forse per deformazione professionale, è quella che riguarda la celebre frase di Winnicott, sul concetto della madre sufficientemente buona.

In un momento un po’ drammatico del film, Elia lo illustra a Claudia, per aiutarla, per farle coraggio. Ma lei non si consola perché la scambia per una frase di Winnie Pooh.

Anche solo per questo malinteso surreale vale la pena di andare a vedere Lasciati andare e garantirsi una Pasqua super-divertente.

Big little lies

La mia nuova serie tv preferita è Big little lies, adattamento televisivo dell’omonimo romanzo di successo pubblicato nel 2014 dall’australiana Liane Moriarty .

La storia si svolge a Monterey in California e sprigiona veleno materno dalla prima inquadratura. Il teatro della vicenda è infatti una scuola privata frequentata da un gruppo di bambini locali. E per “locali” intendo quelli di famiglie che vivono in ville meravigliose sull’oceano e hanno mamme ultra. Ultra-competitive-eleganti-ansiose. Insomma, a parte la differenza geografica, le dinamiche della storia sono quelle classiche che si creano nel cerchio magico delle madri con i figli nella stessa classe.

In Big little lies le mamme protagoniste sono Reese Witherspoon, Nicole Kidman, Laura Dern e Shailene Woodley (che era moribonda in Tutta colpa delle stelle, ma qui è cresciuta e sta abbastanza bene) che, come tradizione, dopo aver mollato i bambini a scuola vanno a farsi il caffè delle mamme e a spettegolare.

Nel loro caso però il bar è in riva all’oceano e il barista è anche simpatico e fico.
Comunque, anche loro come in tutti gli entourage scolastici hanno le loro belle gatte da pelare: gelosie, segreti, bugie, invidia, bullismo, recite di classe e naturalmente il solito odio fra madri lavoratrici e madri casalinghe.

Insomma, nonostante le meravigliose apparenze l’atmosfera non è per niente idilliaca, tanto che a una festa scolastica ci scappa l’omicidio.

E la prima puntata della serie inizia proprio, come si usa ora, con dei flash-back che intercalano nella storia e fanno ascoltare degli interrogatori della polizia.
Chi è morto non si sa con certezza, ma si presume che la vittima sia una madre della scuola particolarmente rompiscatole.

Meraviglioso! Colpo di genio dell’autrice per guadagnare pubblico.

Infatti chi, al colmo dell’esasperazione, non ha mai sognato di far fuori la madre più odiosa della sua scuola?

Non vedo che sia domani sera per vedere la nuova puntata!

P.S. Non ho trovato il trailer in italiano, ma si può vedere al link che ho messo sopra.

La Bella e la Bestia

Uscirà domani nelle sale, l’attesa è stata tanta e il battage pubblicitario enorme.
Con grandi aspettative ho visto in anteprima La Bella e la Bestia e purtroppo sono rimasta un po’ delusa.
La rivistazione live action del classico cartone animato Disney del 1991 è un ibrido che lascia perplessi.
Sarà il mix non troppo riuscito fra la parte recitata dagli attori “umani” e quella degli oggetti stregati (la teiera, la tazza, i mobili, il candelabro, ecc) che sono diventati cartoni?
La traduzione in italiano delle canzoni con le rime troppo forzate?
O ancora la lunghezza eccessiva della pellicola?
Oppure il confronto, inevitabile, con una pellicola del genere molto più riuscita, la Cenerentola di Kenenth Branagh?

Forse per tutti questi motivi La Bella e la Bestia è un film realizzato con grandi mezzi che però non suscita emozioni. Piacerà senz’altro ai bambini anche se ci sono alcune scene un po’ spaventevoli per i più piccoli (a proposito, perchè i lupi, invece di ululare, ruggiscono? E poi era proprio necessario far vedere la povera madre di Bella, agonizzante, in fin di vita? Non avevamo già sofferto abbastanza per quella di Bambi?)

Un altro aspetto che penalizza la versione italiana del film è senz’altro il doppiaggio: infatti il cast dei protagonisti è stellare ma noi italiani facciamo fatica ad accorgercene. Il padre di Emma Watson è Kevin Kline, oltre a essere pesantemente truccato è doppiato quindi sentire la sua voce non ci regala alcun indizio per riconscerlo.

Stesso effetto per la Bestia, Dan Stevens, che conoscevamo come Matthew Crawley in Dontown Abbey (il marito sfigato di Lady Mary che si era schiantato in auto facendo imbizzarrire tutti i fan della serie!). Qui lo vediamo solo un attimo, quando alla fine dell’incantesimo Emma-Bella lo bacia e lui finalmente perde il pelo da Bestia.

Purtroppo però ci fa rimpiangere il principe (estremamente fico) di Cenerentola, infatti Dan ha una pettinatura che non gli dona per niente e le gambette un po’ secche da pollo. E poi che la petulante teiera fosse in realtà Emma Thompson certo non potevamo capirlo, anche questa volta a causa del doppiaggio.

Lion – La strada verso casa

E’ difficile narrare una storia carica di pathos e drammaticità senza scadere nell’emotività, senza esagerare nei toni più melensi.

Ma questo film ci è riuscito benissimo.

Racconta la storia vera di Saroo un bambino indiano che è stato adottato ed è cresciuto in Australia, ma non ha mai dimenticato la vera madre e il suo passato. Dettagli che negli anni sono diventati un’ossessione. Il tassello mancante ed essenziale per comprendere la sua identità. Perciò diventato adulto cerca disperatamente di ritrovare le sue origini, identificare il suo villaggio e ricostruire quello che gli era veramente accaduto.

Da piccolino si era perso nella stazione di Madras e poi per sbaglio era salito su un treno diretto a Calcutta. L’India è un Paese enorme dove si parlano lingue diverse, Saroo non riusciva a farsi capire, vagava perso e indifeso senza una meta.

Così era iniziata la sua odissea in mezzo ai bambini di strada, ai pericoli e agli orrori di una vita ai margini. Poi c’era stato l’orfanotrofio e infine l’adozione internazionale.

Il ruolo di Saroo, da bambino, è interpretato da un ragazzino indiano di otto anni, il bravissimo Sanny Pawar. Mentre da adulto diventa Dev Patel e la madre australiana ansiosa e premurosa è Nicole Kidman. (Intensa e imbruttita da copione, per assomigliare alla vera madre adottiva della storia di cui si vedono le foto nei titoli di coda).

Lion è proposto agli Oscar come miglior film, miglior attore (Dev Patel), migliore attrice (Nicole Kidman), miglior sceneggiatura, miglior fotografia, miglior colonna sonora originale.
Spero che vinca in ogni categoria.
E’ una storia coinvolgente, a tratti straziante, che mi ha commosso e fatto molto riflettere sul processo delle adozioni internazionali.
La vicenda del film si svolge negli anni ’90 e a quei tempi, credo, non fosse prassi comune per i genitori adottivi riportare, appena possibile, i figli adottati nel loro Paese di provenienza. Affrontare un viaggio all’indietro, per aiutarli a rendere meno traumatico il distacco dalle loro radici, dal loro vissuto, per quanto drammatico potesse essere stato.
Per errore forse si tendeva a pensare che per i bambini fosse più sano rimuovere, dimenticare, quello che erano prima. Che fosse giusto cancellare la pagina della vita precedente per sentirsi fortunati di averne una nuova: più ricca, più bella.
Piena di amore e attenzioni.
Non sono un’esperta in adozioni ma credo che adesso non si ragioni più così.
A scuola con Emma c’era un ragazzino indiano, con una storia molto simile a quella del protagonista di Lion, viveva in strada quando è stato trovato, portato in orfanotrofio e poi adottato in Italia.
Quando era arrivato alla materna sembrava piccolo, non si sapeva esattamente quanti anni avesse e gli era stata attribuita l’età dall’analisi ossea. Poi con il passare del tempo si è rivelata sbagliata, era piccolo perchè aveva avuto una vita dura, in verità è quattro anni più grande.
I suoi genitori adottivi però non hanno fatto l’errore di voler cancellare il suo passato, per quanto difficile potesse essere stato, ma l’hanno riportato, in vacanza in India, per aiutarlo a trovare identità e consapevolezza.

 

Passengers

Sono andata a vederlo per caso. Il film che avevo scelto non aveva più posti e così, invece di tornare a casa, sono entrata a vedere Passengers. La fantascienza non è il mio genere ma c’era Chris Pratt che in famiglia amiamo da quando faceva Andy in Park and Recreations, dove era sfigatissimo, simpatico, un po’ ritardato ma soprattutto grasso. Quindi ritrovarlo invece come action man, famoso e fichissimo ci ha fatto un sacco piacere. Come se fosse un amico, un parente miracolato che finalmente ce l’ha fatta.

Il film racconta di una spedizione su un’astronave diretta verso un nuovo pianeta, una colonia della Terra tutta da scoprire e popolare. A bordo ci sono cinquemila persone che si sono fatte ibernare perchè hanno scelto, letteralmente, di cambiare vita. Di risvegliarsi dopo un centinaio di anni e ricominciare da capo.

Però per un disguido “tecnico” l’unico a svegliarsi, novant’anni prima del previsto, è proprio Chris Pratt che si ritrova solo sull’astronave insieme a un barista cyborg. Un tipo simpatico che fa bene i cocktail ma è inumano.

Disperato Pratt manda un messaggio di aiuto, un SOS verso la base a terra. Ma “l’operatore” lo informa che ci vorranno circa cinquanta anni prima che sia recapitato. Quindi grande stress e disperazione cosmica.

L’astronave patinata e super accessoriata diventa una gabbia ma poi si sveglia anche Jennifer Lawrence e ovviamente fra i due affascinanti cosmonauti scatta l’amore.

(se si fosse svegliato un maschio o una partner meno perfetta forse la trama sarebbe stata più originale e interessante, ma vabbè)

D’altronde in un astronave di lusso che naviga nello spazio non c’è molto da fare, tanto vale farlo in coppia, così il tempo passa piacevolmente più in fretta.

Jennifer Lawrence è bellissima, elegantissima (aveva scelto bene cosa mettere in valigia) e per tenersi in forma nuota in una piscina fantastica.

(la piscina è la cosa migliore del film!)

Poi come previsto arrivano i problemi, neanche tra le galassie alla fine si va d’accordo, e fortunatamente la trama non vira troppo sull’azione ma diventa un film d’amore. I due protagonisti recitano bene, anche se sembrano un po’ Barbie & Ken perduti nello spazio. Ma sono giovani, belli e un tantino meno snervanti di altre coppie che agitano le commedie romantiche.

Per chi ama la fantascienza probabilmente Passengers è una delusione, per me che la odio è andata bene.

Captain Fantastic

Sei ragazzi dai cinque ai diciassette anni che vivono, come selvaggi, in una foresta del Nord America. Per sopravvivere cacciano e pescano, si tengono in forma con un allenamento durissimo (da marines) e hanno un sistema di home schooling molto efficace, infatti conoscono diverse lingue, sanno ragionare in maniera profonda e (ri)conoscono i meccanismi (perversi) della politica e dell’economia.

Sono i protagonisti di Captain Fantastic, figli di Ben (Viggo Mortensen) che, con la moglie, ha deciso di crescerli in maniera molto, molto alternativa. Ma tutto precipita quando la compagna muore e i suoceri pretendono l’affidamento dei ragazzi per avviarli verso una vita più normale, comoda e borghese.

La storia è raccontata dal regista, Matt Ross, in uno stile ironico e sorprendente, coinvolgendo lo spettatore in due diversi piani narrativi. Quello avventuroso, fantastico e iperbolico, che racconta la lotta di questa strampalata famiglia per preservare indipendenza e unità. E l’altro più sottile e psicologico che porta lo spettatore verso riflessioni profonde su genitorialità ed educazione.

Infatti la grande domanda che questo film pone riguarda il coraggio di educare i propri ragazzi fuori dagli schemi, evitare le semplificazioni imposte dal conformismo e soprattutto dal consumismo. E’ indubbiamente un percorso più faticoso e coinvolgente. Insegnare ai propri figlie a scegliere e ragionare regala risultati grandiosi. Solo che, successivamente, quando queste “creature”, plasmate in maniera così diversa dalla massa dei coetanei addomesticati da tutto quello che è imposto dal mercato (cibo spazzatura, videogiochi, web, ecc) devono amalgamarsi con gli altri possono sopraggiungere grossi problemi.

Nel film si vede (e si ride) di una situazione limite che riguarda il primogenito teen-ager:  sa uccidere un cervo ma non corteggiare una coetanea. Mentre nella realtà rimane il dubbio: meglio ribellarsi al “sistema” e credere nei propri principi? Oppure svaccare, prendere la scorciatoia e seguire la corrente?

 

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