Tully

E’ stata proprio una bella sorpresa vedere Tully una film sulla maternità che esce dai soliti stereotipi: l’inferno dei primi tempi con il neonato, la gestione famigliare, il marito-nullità. Tully affronta tutte queste problematiche in maniera ironica e vera, senza scadere in facili scappatoie da commedia.

La protagonista è un’incredibile e bravissima Charlize Theron, per interpretare il personaggio della mamma stanca e stressata ha anche mandato al diavolo bellezza e fisico da top model. E’ ingrassata venti chili per trasformarsi nella protagonista della storia: mamma di tre bambini, di cui uno probabilmente autistico, è alle prese con  l’ultimogenito. Al suo fianco un marito amorevole, che come molti altri mariti “amorevoli” purtroppo non vede e non sente. Non si accorge quanto la moglie sia ai limiti della sopravvivenza, non si sveglia quando alla notte il neonato piange. I sui compiti sono andare al lavoro e giocare alla Play Station.

Ad aiutare arriva la baby sitter notturna, magica come una Mary Poppins del post-parto, per alleviare stress e stanchezza. Il suo avvento cambiarà le cose ma risveglierà anche nodi imprevedibili e nascosti.

I creatori di questa pellicola sono gli stessi di Juno, altra puntata sulla maternità (quella delle teenagers) e anche qui dimostrano di saper raccontare con onestà e leggerezza mai banale, un altro capitolo dell’avventura di diventare madri. Da non perdere.

 

Tredici-la seconda stagione

“Dove gliel’ha messa la scopa?”
“Nooo! Ma che schifo!”

Questa è una conversazione tra adolescenti in autobus, è mattina stanno andando a scuola. Una di loro la sera prima ha visto la seconda serie della serie Tredici, pensata proprio per loro. Nella seconda stagione si cercano di sviscerare i motivi dietro il tragico suicidio di una liceale, Hannah Baker che si è tolta la vita dopo essere stata vittima di uno stupro e anche di episodi di bullismo. Ma prima di farla finita Hannah ha mandato in giro per il liceo 13 cassette per accusare varie persone del suo tragico gesto.

Della prima stagione avevo già parlato, espresso perplessità su come gli autori della serie avessero affrontato i problemi adolescenziali speculando e amplificando per ottenere  audience. L’obiettivo era stato raggiunto alla grande. E nell’inmancabile sequel, non avendo più un testo la vicenda del romanzo da cui è stata tratta la serie si esaurisce nel plot della prima serie), ci hanno dato dentro senza limiti, per sconvolgere e scandalizzare ancor di più il giovane pubblico.

E hanno fatto centro, come prova la conversazione riportata in alto.

Non “spoilero” nulla, perché seguendo la “bibbia del marketing”, Netflix ha pubblicizzato alla grande il finale violento e splatter della stagione. E’ stato commentato in rete sotto vari titoli: “i momenti più controversi”, ” il finale che fa discutere”, “la dramamtica attualità” e blah…blah.

Giusto per alimentare il voyerismo.

Il povero stuprato è Tyler, il fotografo del liceo che viene accusato di aver pubblicizzato troppo le magagne della scuola. Così tanto da comprometterne anche i risultati sportivi. E sui risultati sportivi in USA non si scherza!

Per punirlo del suo errore lo bullano, violentano e lui, appena si riprende, che fa?

Ovviamente medita una strage nel liceo.

Stupro+Strage: cockatail esplosivo per liceali.

Qui però si esagerava, visto che negli USA purtroppo lo studente che spara nelle scuole  è troppo spesso cronaca. Allora qualcuno (dalla regia), per evitare grane, decide una modifica. E fiuuuuuuu! Riusciranno a fermarlo così ci scappa anche un mezzo eroe!

(A questo punto meglio guardare Escobar o Suburra, violenza onesta e almeno non dedicata ai ragazzi)

La mamma di Tonya

Il mondo dell’agonismo sportivo può essere spietato e lo diventa sempre di più quando si alza la posta in gioco. Questo racconta Tonya, il film di Grig Gillespie che prendendo a prestito lo stile documentaristico, racconta la storia di Tonya Harding. La campionessa americana di pattinaggio artistico che, negli anni’90, divenne internazionalmente famosa anche per una bruttissima storia di cronaca nera. Fu infatti accusata di aver azzoppato la sua rivale Nancy Kerrigan.

Il film racconta la parabola della Harding partendo dall’infanzia. Tappa fondamentale per comprendere la genesi di tutti i suoi guai futuri.

Cresciuta in una famiglia disastrata, quella che gli americani chiamano “white trash”, la fascia povera e illetterata della popolazione bianca, Tonya sin da piccola è stata bersaglio di una madre ingombrante e despota. La donna (interpretata magistralmente da Allison Jenney che si è guadagnata l’Oscar come miglior attrice non protagonista) sognava il riscatto economico e sociale attraverso la figlia. Per ottenerlo, cominciò a obbligare la bambina a massacranti allenamenti sui pattini dalla tenera età di quattro anni.

Da lì in poi la motivazione a migliorare tecnica e stile arriverà sempre sotto forma di abusi e soprusi. Tonya subisce e interiorizza lo stile violento. Diventa un’eccellente pattinatrice psicologicamente squilibrata. Disposta veramente a tutto pur di primeggiare.

La bellissima Margot Robbie, imbruttita ad hoc per il ruolo, è molto brava e intensa (avrebbe anche lei meritato un premio). Ma tutti gli interpreti recitano benissimo. Un film da non perdere: coinvolgente, spassoso e doloroso. Il linguaggio crudo, ironico e spesso volgare, ma assolutamente funzionale alla storia. Il rapporto madre-figlia è il fulcro della vicenda, scandalizza, commuove e porta a molte riflessioni. Oneste e piuttosto amare. Le mamme possono fare danni irreparabili, per colpa propria o perchè sono, a loro volta, vittime di coincidenze nefaste.

Figlia mia

Due madri. Una imprevedibile e scomoda. L’altra accorata e possessiva.

Due mamme per la stessa bambina sono le protagoniste di Figlia mia, la pellicola di Laura Bispuri che ha avuto un grande successo alla Berlinale e farà senz’altro discutere anche da noi. Perchè parla di maternità in un modo che scavalca ogni schema tradizionale.

Il film, girato in uno scorcio di Sardegna aspra e selvaggia, lontana da ogni panorama turistico, racconta di un paese dove ci sono due donne che prima sono complementari e poi diventano antagoniste.

La più giovane è Angelica (Alba Rohrwacher) ragazza madre alcolizzata e promiscua l’altra è Tina (Valeria Golino) che voleva tanto un figlio ma non è riuscita a realizzare il suo sogno.
Per la prima la maternità è un errore, per la seconda un sogno. Allora si mettono d’accordo: la bambina arrivata per caso viene ceduta alla madre mancata, in cambio di soldi e assistenza.
Per dieci anni il patto funziona finchè arriva il giorno che Angelica viene sfrattata e, prima di abbandonare l’abitazione e il paese, vuole conoscere la bambina. L’incontro rompe l’equilibro, svela l’inganno e provoca conseguenze pesanti.

Le attrici sono bravissime e molto coinvolgenti, seguite nella drammaticità della loro storia con piani sequenza molto forti ed espressivi. Poi c’è la musica, la colonna sonora che condisce la storia accentuandone i risvolti più difficili.

In questo film, duro e commovente, il tema è della maternità, come impiccio o al contrario desiderio, è risolto “all’antica”. Con focus sull’emotività femminile che su questo argomento può ragionare solo di pancia. Essere madri toglie le difese e spesso anche la razionalità. Nel bene e nel male: non c’è scampo.

Le madri si sentono sempre in colpa, imperfette.

Le maternità negate ci sono sempre state ma una volta non esistevano le varie tecniche di inseminazione e neppure le procedure legali. Spesso chi era povero cedeva i figli a chi li agognava e poteva permettersi di crescerli ed educarli.

Gli accordi erano tra le persone, i segreti si rispettavano il più possibile.

Poi succedeva, come nel film, che quando un figlio incontrava i veri genitori avvertiva il legame di sangue, sentiva l’appartenenza, le radici. Pretendeva la verità.

Oggi una storia come quella di Figlia mia può essere equiparata a un affido. Quando succede che un bambino tolto a genitori ritenuti inadeguati, comunque li cerchi, ne sia attratto e difenda i loro errori.

The end of the f…ing world

Già dal titolo si intuisce che The end of the fu…ing world non è la classica serie televisiva (in onda su Netflix) dedicata agli adolescenti, che magari tocca temi scottanti e pruriginosi ma con quell’approccio paternalistico-scandalistico che giova tanto all’audience.

Fortunatamente invece non ha niente a che vedere con Tredici è molto più vera, intensa e intelligente. Peccato però che la traduzione italiana renda a volte i dialoghi esageratamente volgari e senz’altro meno immediati e accattivanti.

La storia di Alyssa e James, due adolescenti che si incontrano a scuola e diventano compagni di una sgangherata avventura è un piccolo capolavoro nel descrivere la psicologia e il disagio adolescenziale. Senza scadere nello stucchevole perbenismo all’americana, sostituito invece da un cinismo tutto british. E condito con una bella dose di scene pulp e violenza volutamente esagerata, forse perchè la storia nasce da un fumetto autoprodotto, diventato cult, alcuni anni fa, fra i ragazzi attraverso il passaparola.

Doveva essere un film invece è diventata una serie di otto episodi da venti minuti, quindi può essere vista anche tutta insieme, di seguito, per immergersi completamente nel mondo un po’ folle dei protagonisti.

Le avventure di questi due diciassettenni difficili vittime di famiglie sgangherate, sono narrate con uno stile iperbolico accompagnato da tanta ironia da cogliere nella definizione dei diversi personaggi.

La trama si svolge come un road movie, con una fotografia molto bella e un’ottima colonna sonora. Mentre i contenuti al netto della finzione cinematografica sono quelli più intimi e veri degli adolescenti. Essere accettati, fare le prime esperienze sessuali, sentirsi amati.

La seconda stagione è ancora in forse, ma spero che, considerate le ottime recensioni (non sono l’unica entusiasta), diventi presto realtà.

Gli sdraiati

Sono andata a vedere il film di Francesca Archibugi, tratto dal bestseller di Michele Serra. E per una volta il film è meglio del libro.

La sceneggiatura di Francesco Piccolo infatti è molto più ricca, coinvolgente della storia narrata nel romanzo. Dove le critiche rivolte dal padre al figlio adolescente, apatico e sdraiato H24 sul divano, si trasformavano in noiose elucubrazioni mentali del genitore che rimaneva una figura brontolona e poco coinvolgente. Nella pellicola invece, il padre, interpretato bene da Claudio Bisio, ha fortunatamente uno spessore psicologico.

Magari discutibile, perchè spesso squallido e opportunista, ma vivo e realistico. Nella narrazione del rapporto con il figlio, che lo considera un rompipalle esaurito, ci sono degli elementi divertenti e la ribellione adolescenziale è un po’ stereotipata ma condivisibile. I dialoghi sono fulminanti e credibili.

Il ragazzo protagonista vive in branco, con i suoi compagni frequenta un liceo classico milanese (il casting è stato fatto anche nella scuola di mia figlia e un suo compagno fa parte del gruppetto dei protagonisti). Milano è filmata molto bene, solo le scene in cui gli adolescenti pascolano con nonchalance in bici sono molto cinematografiche ma inverosimili. Con il traffico della città nessuno, se vuole sopravvivere, può pedalare in modo così rilassato.

Lo spezzone migliore della pellicola riguarda il ricevimento dei genitori a scuola: dove padri e madri sono pronti, sempre e comunque, a difendere i figli. A sventolare certificati medici di discalculia, pure di non accettare le critiche degli insegnanti. Se un figlio copia e non studia, pur di non ammetterlo, si organizza una petizione per far trasferire il prof.

Esilarante ma purtroppo tanto realistico. Più i genitori sono intellettuali, più difendono il fancazzismo dei figli a spada tratta!

Poi ci sono i weekend in Liguria, pied-à-terre dei milanesi radical chic, come la famiglia protagonista. Bellissime le riprese nella natura: fra mare ed entroterra. Peccato per la fidanzatina costantemente “presa male”, con un malumore che risulta piuttosto irritante, non solo a papà-Claudio Bisio, ma alla fine anche agli spettatori.

Piccolo Grande Cinema alla decima edizione!

Piccolo Grande Cinema, Festival Internazionale della Nuove Generazioni, è giunto alla decima edizione. Il Festival si svolgerà dal 3 al 12 novembre 2017 presso le sale di Milano Cinema Spazio Oberdan e MIC – Museo Interattivo del Cinema, e Area Metropolis 2.0 a Paderno Dugnano.

Ventuno anteprime di film tra cui The Nut Job, la nuova esilarante avventura dell’incorreggibile scoiattolo Spocchia e i suoi amici, che sarà presentata con un’anteprima solidale per Medicinema Italia Onlus.

The nut job

Poi ci sarà il convegno internazionale The Film Corner, incentrato sulle più innovative tecniche di alfabetizzazione cinematografica tenuto dai maggiori esperti europei di film education.
E ancora per gli adulti una rassegna e un seminario dedicati al maestro del cinema Ken Loach.

Tra i film per ragazzi più interessanti:
La signora dello zoo di Varsavia
In anteprima nazionale l’adattamento cinematografico dell’omonimo best-seller di Diane Ackerman. Diretto da Niki Caro e interpretato dalla due volte candidata all’Oscar Jessica Chastain, il film racconta la storia di Antonina Żabińska, moglie, madre e lavoratrice che per molti, durante la Seconda Guerra Mondiale, divenne un barlume di speranza nella Varsavia occupata dai nazisti.

La signora dello zoo di Varsavia

Ci sarà anche la Notte al Museo del Cinema per 20 impavidi bambini che dormiranno nel museo scoprendo i suoi magici segreti. Mentre nella serata inaugurale del Festival i piccoli spettatori potranno entrare sfilando sul red carpet seguendo il dress code: “Da grande farò…”
Si potrà poi seguire il seminario itinerante “La materia dei sogni”, per scoprire tutto quel che c’è da sapere sulla creazione di un film.

Il Festival si apre venerdì 3 novembre con l’anteprima di Petit Spirou (Le avventure di Spirou) di Nicolas Bary, versione live action dell’omonimo popolarissimo fumetto franco-belga, pubblicato anche in Italia da Nona Arte.

Little Spirou

Just Charlie

Un film imperdibile è Just Charlie, diretto da Rebekah Fortune, vincitore del Premio del pubblico a Edimburgo, segna il debutto di Harry Gilby che offre un’interpretazione indimenticabile. Il film segue il quattordicenne Charlie, impegnato alla scoperta della propria identità – soprattutto di genere – attraverso un racconto di formazione divertente e incoraggiante. Da non perdere anche Little Spirou (le avventure di Spirou), ispirato alla serie Le Petit Spirou di Tome e Janry (17 volumi dal 1987), il film di Nicolas Bary è la versione live action dell’omonimo popolarissimo fumetto franco-belga, pubblicato anche in Italia. Il film racconta la gioventù del piccolo Spirou, un ragazzino molto irriverente che, insieme ai suoi amici, vivrà un’incredibile avventura alla ricerca del proprio talento.
Poi c’è La grande volpe cattiva e altre favole, film d’animazione del fumettista francese Benjamin Renner, regista di Ernest & Celestine, candidato agli Oscar 2016 come miglior film d’animazione.
Qui tutte le informazioni e il programma completo dell’evento.

Good Girls Revolt

Nell’autunno del 1969 a New York l’atmosfera era elettrica. I postumi del raduno di Woodstock e dell’estate dell’amore inebriavano gli animi. Si respirava il profumo della rivoluzione. Mentre nelle strade le Pantere Nere combattevano contro il sistema, sesso, droga e rock’n roll diventavano realtà.

Questo è lo scenario di Good Girls Revolt, serie televisiva di Amazon Video basata su una vicenda vera e autobiografica raccontata nell’omonimo memoir dalla giornalista americana Lynn Povich.

All’alba degli anni ’70 tutto stava cambiando, anche se nella società c’erano molti ostacoli e resistenze per conservare lo status quo. Specialmente nei confronti delle donne che cominciavano lentamente a prendere coscienza della discriminazione nei loro confronti.

Si incontravano ostracismi pesanti anche in luoghi inaspettati. Come la redazione di uno dei settimanali di opinione più influenti, nell’ufficio centrale di Newsweek infatti la disparità di trattamento era fortissima. Nella finzione della serie televisiva il nome del settimanale è stato modificato in News of the week, giusto per evitare guai giudiziari.

Lynn Povich, ai tempi, lavorava lì. Era una delle ragazze, aspiranti reporter, con un curriculum accademico migliore dei colleghi maschi, che venivano sistematicamente relegate al ruolo di ricercatrici.

In pratica erano delle super segretarie che facevano lavoro d’archivio, telefonate e anche sopralluoghi al servizio dei colleghi, che dovevano solo scrivere e firmare l’articolo. Anzi, magari in emergenza, lo scrivevano le ragazze, ma il loro nome non compariva mai, in calce c’era sempre quello del collega di cui erano assistenti. E se era uno scoop il direttore si complimentava solo con “l’autore”.

A volte le ragazze diventavano anche qualcosa di più: colleghe con benefit. Grazie all’atmosfera libera e peccaminosa dei tempi, alla confidenza di lavorare fianco a fianco H24 o anche solo per provare l’ebbrezza di una sveltina sul tavolo dell’archivio.

Nelle puntate di Good Girls Revolt si racconta tutto questo con un buon ritmo, un pizzico di ironia e una strabiliante colonna sonora. Il plus della trama è il realismo. La lotta delle ragazze, tutte molto diverse, alcune più tradizionali e ingenue, altre più hippy e disinibite, è coinvolgente.

La trasformazione e consapevolezza dei loro diritti, sul lavoro ma anche nella vita privata, è un pezzo di storia del femminismo: scandalizza, entusiama e fa arrabbiare.

A Newsweek la causa scatenante della ribellione delle donne in redazione fu Nora Ephron (anche lei aveva iniziato lì) che, quando rifiutarono di firmare un suo articolo, invece di inghiottire il rospo come le colleghe, mandò tutti al diavolo. Si licenziò e andò a lavorare da Time.

Poi rimasta in contatto con le altre ragazze fu lei a convincerle della discriminazione e a metterle in contatto con Eleanor Holmes Norton, l’avvocata che portò il loro caso davanti all’EEOC (Equal Employment Opportunity Commission) per denunciare la discriminazione di genere illegale perpetrata dall’editore, che tra l’altro, era una donna.

The Good Girls Revolt era stata pensata come la risposta femminile a Mad Men, di cui ricorda l’ambientazione newyorkese e le dinamiche di ufficio. Peccato che Amazon dopo la prima serie, a prescindere dalle ottime recensioni, a sorpresa, abbia deciso di sospenderla, sarà forse una vendetta postuma alla ribellione contro la discriminazione?

L’inganno

Ieri sera al cinema, a fare la fila davanti al botteghino dei biglietti erano tutte ragazze, comitive di amiche. C’era un bella atmosfera di allegria e complicità: tutte insieme al cinema perchè il mercoledì sera, a Milano, il biglietto per le donne costa meno e anche perchè erano uscite in gruppo per vedere L’inganno, l’ultimo film di Sofia Coppola, remake in chiave femminista de La notte brava del soldato Jonathan, pellicola uscita nel lontano ’71.
La storia è tratta da un romanzo The Beguiled, scritto da Thomas P.Cullinam e pubblicato nel ’66. La vicenda si svolge nel 1864 in Virginia, in piena guerra di secessione.

Nordisti e sudisti si massacrano e lo scenario della pellicola è un collegio femminile, un’isola di pace in mezzo a un bosco, dove un’integerrima direttirice ospita pochissime ragazze orfane. Tra lezioni di francese, di cucito e di musica, le signorine sopravvivono, nascoste dal mondo e impaurite dalla guerra.
Finchè un giorno, raccogliendo funghi, una delle ragazzine trova anche un soldato ferito, un nemico, a vedere dal colore della giubba. Per carità cristiana, per l’innata tendenza femminile all’accudimento e anche per curiosità, l’uomo viene ospitato e curato nel collegio, ma la convivenza suscita problemi e tensioni.

Nel film del ’71, il soldato era quell'(allora) gran macho di Clint Eastwood che anche con una gamba squartata faceva un certo effetto su un branco di “signorine” di varie età. Provocava bieche rivalità e gelosie tra le ragazze che bramavano la sua attenzione. Proprio nel momento in cui nella società nasceva il movimento delle donne, questa pellicola dipingeva le signorine del collegio un po’ come delle Erinni arrapate.

Pericolose, manipolatrici e vendicative. (L’archetipo femminile di ogni incubo maschile)

Per il povero soldato Jonathan infatti non finiva bene per niente.

Nella nuova versione cinematografica, Sofia Coppola, (che ha anche vinto il premio per la miglior regia a Venezia) narra la vicenda sotto una diversa angolazione, con un’ottima introspezione nella psicologia femminile delle protagoniste.

Ne L’inganno Colin Farrell è il soldato ferito, Nicole Kidman la direttrice del collegio, legnosa e pericolosamente incline a esercitare sconsiderate azioni chirurgiche, Kirsten Dunst, l’insegnante in astinenza d’amore, Elle Fanning, la fanciulla più zoccola.

In uno scenario quasi teatrale, la vicenda si svolge solo nell’elegante magione del collegio e nel giardino adiacente, in un’atmosfera onirica e fiabesca, le signorine sono belle e gentili con il ferito ma lentamente diventano sempre più pericolose.

Le attenzioni del soldato sono merce rara e le protagoniste, perfette nel loro manierismo bon ton, fanno a gara per conquistarsele. Anche a costo di colpi bassi. Pizzi, crinoline e acconciature perfette, sotto cui si cela il lato più dark della psicologia femminile.

Il talento di Sofia Coppola è stato quello di raccontare tutto ciò senza giudicare, in un crescendo di tensione. Ha espresso inquietudini e rivalità femminili, senza esagerare, senza isterismi stereotipati. Con onestà e spessore. Sì, perchè le donne possono anche essere cattive, specialmente se provocate.

E non c’è bisogno di scomodare le Erinni.

Quando il soldato John (nel secondo film gli hanno abbreviato il nome) ieri sera, sullo schermo, ha fatto un po’ troppo il furbo, le allegre comitive delle spettatrici in sala, hanno capito subito che stava rischiando grosso. E quando poi, tra le signorine del collegio, è arrivata l’idea di risolvere la situazione con la vendetta, scommetto che, il pensiero collettivo sia stato:

“Evvai Nicole! Fagliela pagare!”

Gipsy

Forse la peggior serie tv che ho visto ultimamente: Gipsy, prometteva bene ma si è dimostrata inguardabile. Peccato perché la protagonista è Naomi Watts, attrice da Oscar, bella e talentuosa, che purtroppo anche qui ha toppato alla grande.

La storia è così: Jean (Naomi) è una bella quarantenne psicologa con un marito molto fico (avvocato) e una figlia di 9 anni un po’ rompiballe ma carina. Abita in una bella villetta in Connecticut e lavora a New York, potrebbe avere tutto per essere felice e invece è, come dicono gli adolescenti, “presa male”. Un po’ è colpa delle altre madri della scuola che le danno fastidio (succede) e un po’ è insodisfatta della sua routine. Troppo noiosa.
Jean anela un po’ di trasgressione. E cosa fa?

La cosa peggiore che una psicologa possa fare: si infila nella vita dei suoi pazienti.

Ad esempio, c’è un certo Sam, in cura da lei a causa della rottura con la fidanzata, che le descrive l’ex come una ragazza sexy e vulcanica, difficile da dimenticare.
Così Jean con la scusa di “aiutarlo” cerca di conoscere questa ragazza, inventandosi una nuova identità.

Invece di psicologa diventa giornalista, invece di Jean dice di chiamarsi Diane, invece di essere madre e moglie racconta di essere single.

Tutte queste bugie dorebbero servire a dare un senso di trasgressione, un brivido ambiguo di pericolo. A trasformare Jean in una dark lady un po’ come la Sharon Stone di Basic Instict o Glenn Close che aveva bollito il coniglio (o era un cane?) in Attrazione fatale.

Invece le gesta di Jean sembrano solo assurde e risibili: cerca di sedurre la ragazza ma non è sicura, nasconde le sigarette che fuma di nascosto nella cabina armadio, va di pomeriggio in locali underground cercando di farsi la tipa, ingoia pillole e ne ruba anche dall’armadietto del bagno di un’altra madre della scuola, rovina la festa di compleanno della figlia con una scena isterica…

Il marito, fichissimo, intanto fa una trasferta di lavoro con la sua segretaria, ovviamente gnocchissima, e potrebbe succedere qualcosa. Jean è anche un po’ gelosa ma un po’ troppo presa dai suoi sotterfugi per fare delle scenate serie.

Dopo aver pensato più volte di smettere di guardare questa serie, mi sono fatta  coraggio e ho ripreso pensando “non può essere una tale porcata, adesso succederà qualcosa”. Così arrancando sono arrivata faticosamente  all’episodio 6 (o magari era il 7)  uno dei punti più bassi nel panorama mondiale della sceneggiatura.

Metà puntata è dedicata a Jean in una notte a casa della tipa, dove fumano molte canne, fanno dei giochi a testa o croce, ascoltano musica sexy ma non arrivano mai al dunque.

L’altra metà è ambientata nella notte di trasferta (in Texas) del marito con la segreataria gnocchissima: anche loro bevono, ridono, si spogliano per il bagno in piscina, parlano, parlano, ma sembra non succedere niente.

Una vera tortura per lo spettatore che muore di noia.
Un chissenefrega totale.
Non so se alla fine Jean e la tipa ci abbiano dato dentro, non so neppure se il marito e la segretaria gnocchissima abbiano fornicato.

Ho dovuto spegnere perchè non li reggevo più. E dopo ho dormito alla grande.

P.S. Consigliatissimo per chi ha problemi di insonnia.

Arriva Cars 3

Per divertirsi e fare compiere anche una buona azione, domenica prossima 10 settembre, tutti al cinema. Per la preview di Cars 3, allo Spazio Oberdan di Milano con un’anteprima speciale benefica a favore di MediCinema Italia Onlus e l’obiettivo di contribuire alla raccolta fondi per la realizzazione della sala cinema integrata all’ospedale Niguarda, i cui lavori inizieranno a breve.

La sala MediCinema verrà realizzata nel Blocco Nord dell’Ospedale, anche Milano avrà quindi la sua prima sala cinema sensoriale integrata nell’Ospedale di Niguarda. Il metodo MediCinema (già attivo in alcuni ospedali) si basa sulla realizzazione di uno spazio cinema dedicato alla terapia di sollievo per ammalati e familiari.

E’ un programma innovativo e strutturato per i bisogni dei pazienti, finalizzato al concreto miglioramento nell’assistenza psicologica ai pazienti degenti, differenziandosi dalle attività di puro intrattenimento all’interno delle strutture ospedaliere.

Questo metodo è supportato da un protocollo di ricerca sugli effetti di questo nuovo servizio alla persona condotto in collaborazione con il Policlinico Universitario A. Gemelli di Roma.

Le principali applicazioni del metodo MediCinema prevedono, al momento, l’area pediatrica e dell’età evolutiva, compresa l’interazione familiare, i pazienti oncologici, la clinica riabilitativa nei deficit mentali e quella terapeutica relativa a psicosi e disturbi dell’umore, l’area delle disabilità.

La rivincita di Zelda

Quest’estate al cinema è disperante: un’overdose di azione, horror e fantascienza che non mi attrae per nulla. Menomale che ci sono le serie tv e mi sono appena fatta accalappiare da Z:the beginning of everything (disponibile su Amazon) sulla vita di Zelda Sayre, bellissima e provocante moglie di Francis Scott Fitzgerald.

Di Zelda sapevo pochissimo, che era un personaggio iconico degli anni’20, compagna di eccessi dello scrittore. Famosa soprattutto per il suo look: capelli “alla maschietta” e abiti oltraggiosi e provocanti.

Insomma Zelda era stata archiviata come moglie di…

Invece questa serie racconta tutta un’altra storia: cominciando con una Zelda giovanissima e ribelle cresciuta a Montgomery, piccolo centro dell’Alabama, che incontra lo scrittore soldato, se ne innamora perdutamente, poi con il matrimonio si trasferisce a New York e diventa musa e ispirazione di suo marito.

Fitztgerald ha appena pubblicato il suo primo romanzo Di qua dal Paradiso, bestseller che rende la giovane coppia famosa e ricchissima. Zelda e Scott, belli e irresponsabili, sperperano tutto nella follia degli anni ruggenti.

Lui è insicuro, narciso e alcolizzato. Lei lo ama e aiuta sempre, nel bene e nel male.

Soffre ma si sacrifica.

Scott copia anche parte dei suoi testi letterari dai diari di lei, ma minimizza.

Poi, per egoismo, boicotta ogni tentativo di Zelda di emanciparsi.

Non può fare l’attrice, non può pubblicare, deve solo aiutarlo. Ispirandolo e supportandolo.

E anzi quando, parecchi anni dopo, Zelda pubblicherà finalmente il suo romanzo Lasciami l’ultimo valzer, ai tempi grande flop, Fitzgerald accuserà addirittura la moglie di plagio!
L’amore malato fra Scott e Zelda, in questa serie, è narrato molto bene.

Gli attori che interpretano i protagonisti sono bravi e realistici, Christina Ricci è Zelda e David Hoflin è Scott. Le ricostruzioni sono accurate, i costumi splendidi e la musica dell’età del jazz fantastica.

La figura di Zelda, nella sua epoca offuscata dalla fama e dall’egoismo del marito, è stata rivalutata negli ultimi anni. Infatti ci sono ben due film in lavorazione sul suo personaggio: una con Jennifer Lawrence e l’altro con Scarlett Johansson.

Mentre oggi, sempre su Amazon, debutta The last Tycon, tratto dall’ultimo romanzo incompiuto di Fitzgerald scritto nel 1941.

La povera Zelda gli era sopravvissuta ed è morta nel ’48 in un incendio, nell’ospedale psichiatrico dove era ricoverata da anni.

 

I figli della notte

Vita dura in un collegio tutto maschile, questa è l’ambientazione di I figli della notte. Il film racconta di Giulio, 17enne di buona famiglia che si ritrova catapultato nell’incubo della solitudine e della rigida disciplina di un istituto per rampolli dell’alta società. Un luogo isoltato tra le montagne innevate dell’Alto Adige, dove vengono formati i “dirigenti del futuro”.

Internet imbavagliato, telefono concesso per mezz’ora al giorno, ma quel che è peggio violenze e minacce. Nonnismo come da copione, da subire dai ragazzi più “anziani”, nell’apparente accondiscendenza e apatia degli adulti.

Giulio riesce a sopravvivere grazie all’amicizia con Edoardo, un altro ospite del collegio. I due ragazzi diventano inseparabili e iniziano ad architettare fughe notturne dalla scuola-prigione, verso un luogo proibito nel cuore del bosco. Una baita-bordello dove conoscono una giovane prostituta: Elena.

Ma la trasgressione fa parte dell’offerta formativa (dopotutto è costume che i mega manager le prostitute le frequentino, alla grande e con lauto dispendio di mezzi, quindi tanto vale iniziare da piccoli!), il collegio sa tutto del locale peccaminoso e delle uscite notturne. E gli educatori, molto ipocriti, vigilano costantemente, restando nell’ombra.

I figli della notte ha atmosfere cupe, oniriche, che ricordano un po’ quelle di Youth di Sorrentino, il collegio sembra un luogo spaventoso e forse stregato.

I ragazzi ospiti, più o meno abbandonati da genitori abbienti e menefreghisti, sono quasi tutti arrabbiati e problematici. E i giovani interpreti sono bravissimi nel rendere disagio e confusione dei loro personaggi. Il regista, Andrea de Sica, è riuscito infatti a comunicare l’angoscia, e spesso l’incomunicabilità, adolescenziale con toni sommessi e drammatici, virando verso sfumature dark e surreali che sembrano aver preso ispirazione dalle fiabe dei fratelli Grimm.

Spostati Barbie! Arriva Wonder Woman

Le avventure di Wonder Woman, l’eroina simbolo di giustizia, di uguaglianza e di pace (nata dalla matita di William Moulton Marston) il primo giugno arrivano sul grande schermo.
La bellissima Principessa Diana, che nei momenti di emergenza si trasforma e acquista superpoteri, interpretata da Gal Gadot, sarà la protagonista di una pellicola tutta adrenalina. Per celebrarla è stata creata, dalla Mattel, una linea di bambole Wonder Woman. Dalla Barbie all’iconica eroina con la lucente armatura rossa e blu, è stato un attimo. Stesso fisico tutto curve, da Angelo di Victoria’s Secret, ma atteggimaneto, accessori e abbigliamento agli antipodi.

La bambola Wonder Woman si potrà infatti acquistare a cavallo di un destriero nero, forte, impetuoso e boccoloso, pronta per la battaglia con scudo e spada. Potrà lottare insieme alla madre Hypolita, la Regina delle Amazzoni. Un’altra che non scherza per niente: sempre armata per il combattimento, in sella al suo cavallo bianco.

Le bambine si potranno divertire a maneggiare la bambola Wonder Woman e farla combattere. Può infatti assumere tutte le posizioni mentre si destreggia con spada, arco, frecce, lazo e scudo. Potranno far rivivere le atmosfere e le avventure epiche dell’eroina e immedesimarsi nella sua forza e audacia.
Caratteristiche toste che speriamo passino, per ispirazione o alla peggio per osmosi, alle bambine alle prese con la bambola guerriera. E le aiutino soprattutto a crescere pronte a credere in se stesse e a farsi sempre rispettare.

Thirteen reasons why

Da lontano, dopo tanti anni, i tempi del liceo li ricordiamo come un momento felice, spumeggiante e leggero. Gli adolescenti eravamo noi: senza rughe, senza obblighi famigliari e professionali, senza mutuo. Una pacchia.

Anni mitizzati perchè dobbiamo mettere in conto anche un calo di memoria.

Ma forse no, perchè nel nostro Paese abbiamo tanto sfighe, ma non siamo mai stati così minus habens, così vuoti e semplici, come i teen-agers americani protagonisti di Thirteen reasons why. La nuova serie di Netflix ambientata in un liceo americano, tratta dall’omonimo best-seller uscito dieci anni fa, che racconta del suicidio di una studentessa bella e tormentata.

Liberty High, l’istituto in cui è ambientata la storia, viene descritto come una specie di inferno. Tutti sono bugiardi e anche piuttosto vigliacchi. Non è una scuola disagiata, ha  un bel giardino intorno, siamo nella dorata California, e anche il preside è un bell’uomo di mezza età senza pancia.

C’è un variegato mix di razze (siamo politically corect), tutti sembrano tanti carini e invece…

La protagonista della vicenda è la povera Hannah Baker, che dall’aldilà torna a materializzarsi grazie a una collezione di sette cassette (da ascoltare attentamente lato A e lato B) in cui ha registrato le 13 ragioni per cui si è tolta di mezzo.

Questi nastri vengono misteriosamente recapitati al coetaneo più timido e anche un po’ secchione della scuola (però naturalmente è bello) che, soffrendo come un cane, in mezzo a mille ostracismi fisici e morali, cerca di sbrogliare la matassa.

La produttrice della serie è Selena Gomez che conosce bene i suoi polli fans e infatti Thirteen reasons why è perfettamente calibrato per un pubblico di adolescenti che si lasciano stregare dal plot in cui la drammaticità è data dalla classica ricetta sesso-droga-rock’n roll, edulcorata in stile teen-ager. E condita con un contorno di bullismo all’americana, dove ci sono le cheerleaders, i drugstore dove comprare l’alcol da bere nel sacchetto di carta marrone, i balli della scuola e  anche i SUV guidati, in comode stradone senza ZTL,  a sedici anni.

La suspence della trama dovrebbe avere un ritmo più serrato, molte situazioni sono prevedibili, ma i dialoghi fra adolescenti sono realistici e così pure gli impasse esistenziali.

Sconsigliato ai maggiori di 17 anni.

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