Downton Abbey, il film

L’ultima stagione della serie televisiva era stata davvero brutta e noiosa. Sembrava girata in fretta senza troppa cura, probabilmente i fan l’hanno seguita (così almeno ho fatto io) sperando in qualche guizzo della trama che riesumasse gli intrighi più interessanti delle prime stagioni.

Così quando ho saputo che Downton Abbey sarebbe diventato un film non avevo grandi aspettative, invece la versione cinematografica è stata una piacevolissima sorpresa. La vicenda del film è collocata circa 18 mesi dopo l’ultima puntata della serie.

Racconta come l’organizzazione e la vita di Downton rischiano di andare in tilt per la visita inaspettata del re e della regina. I sovrani, in tour nello Yorkshire hanno deciso di dormire una notte al castello. I Crawley sono lusingati ma anche impreparati: tutto deve essere perfetto in tempo record.

Oltre al re e alla regina arriverà anche la loro servitù. E proprio l’intrusione dei domestici reali provocherà frizione e rischierà di mandare sottosopra l’equilibrio di Downton.

Ottima musica, splendida fotografia, costumi meravigliosi, dialoghi brillanti: la ricetta del successo della serie è mantenuta e ampliata. Trama e colpi di scena sono da commedia e il personaggio che sorregge tutto il cast è, come al solito, la grande Maggie Smith, la capostipite deliziosamente acida e sarcastica per tutto il plot.

Non brilla per originalità ma è un film che fa bene al cuore, al termine della pellicola si esce dal cinema, cullati dall’emblematica colonna sonora, più felici e sereni. Gli spettatori, chiaramente fan della serie, erano sorridenti e commentavano il destino dei vari protagonisti come si trattasse, di persone reali, amici e parenti!

Anche perchè fra un ballo, una lucidata all’argenteria e un banchetto, la trama riesce a lanciare un messaggio di speranza per il futuro. L’auspicio di abbattere le discriminazioni e diventare più tolleranti.

Killing Eve

Ho iniziato a guardarla per caso, su Tim Vision, in una sera di noia ed è stato colpo di fulmine. Una storia thriller intrigante che non si prende troppo sul serio: narra la storia di una killer professionista, nome in codice Villanelle (dal francese “villain” /cattivo femminilizzato per renderlo più grazioso!), una ragazza russa che uccide su commissione. Ha un passato oscuro, è sociopatica e intelligentissima. Incapace di provare empatia, perciò perfetta per il suo lavoro. Per fermare i suoi crimini a Londra si forma una squadra di agenti speciali sotto la guida di Eve Polastri, una detective altrettanto eccentrica.

I crimini di Villanelle, rocamboleschi e molto pulp, spaziano in tutte le più importanti capitali europee. La ragazza appoggiata dai suoi datori di lavoro, una fantomatica organizzazione di spie russe, viaggia molto, fa acrobazie, e riesce sempre comunque a sfuggire a chi vorrebbe arrestarla. La dinamica intrigante della storia è rappresentata dal legame che si instaurerà ( e si svilupperà sopratutto nella seconda serie) fra Villanelle ed Eve. Atratte e incuriosite l’una dall’altra si rincorrono e sfidano in continuazione.

Quello che rende la serie accativante, oltre la bravura delle interpreti, Jody Comer (Villanelle) ha appena vinto l’Emmy come miglior attrice protagonista, battendo Sandra Oh (Eve) per un soffio, sono i dialoghi fulminanti e ironici. Poi naturalmente c’è l’azione e il ritmo incalzante ma la sceneggiatura, originale spumeggiante e decisamente femminista, è certamente il punto di forza di questa serie.

Si tratta di uno dei pochi esempi in cui il romanzo, anzi in questo caso si trattava solo di una serie di racconti, che ha ispirato il plot è meno avvicente della trasposizione televisiva. I racconti, intitolati Nome in codice Villanelle erano nati come un’autopubblicazione, poi sono diventati canovaccio della serie tv e solo successivamente trasformati in un romanzo.

Blinded by the light

Quanto può influenzare nella crescita di un adolescente la passione musicale? Il fanatismo per una rockstar può diventare l’unico universo in cui vale la pena vivere? C’è un’età in cui succede e non deve essere necessariamente l’amore irrazionale per una boyband o l’ammirazione per una cantante da emulare. Può diventare anche uno stimolo per maturare e capire quale sia la propria strada.

E’ quello che succede nella storia, vera, raccontata da Blinded by the light , la pellicola ispirata dall’esperienza vissuta da Sarfraz Manzoor, un ragazzo pakistano emigrato in Inghilterra con i propri genitori, che in seguito al colpo di fulmine per la musica di Bruce Springsteen decise di non vergognarsi delle sue origini “straniere” e perseguire la sua passione di scrivere, diventando poi giornalista e autore. Dal suo romanzo autobiografico “Greetings fron Bury Place: Race, Religion and Rock’n roll” è stato tratto il film che esce oggi con il sottotitolo Travolto dalla musica, è un musical diretto da Gurinder Chada, già regista di Sognando Beckham, (i temi delle due pellicole sono molto simili).

La storia si svolge nel lontano 1987 a Luton, (dove sorgeva l’aereoporto londinese più sfigato e lontano dalla città, prima dell’avvento dei voli low cost) in piena era Thatcheriana. Il protagonista è un diciassettenne pakistano. Non particolarmente attraente, viene bullato dagli skinhead razzisti e violenti del quartiere dove vive. Comandato a bacchetta dal padre che teme si contamini con le peccaminose abitudini occidentali e naturalmente ignorato dalle ragazze a scuola.

Ma il suo triste destino cambia improvvisamente quando un compagno gli passa due cassette (sì quelle che si riavvolgecano con la matita!) del Boss. Scoprire la musica e le liriche di Bruce Springsteen diventa un’iniezione di entusiasmo, passione e coraggio. Basta passività, travolto appunto dalla musica, questo adolescente scoprirà per cosa vale la pena crescere e lottare.

Il film è una storia di formazione condita da molta musica, coinvolgente e ironica. Importante da vedere in questi tempi anche perchè si affronta il tema del razzismo e dell’intolleranza. Viene mostrata quella dei “bianchi” ma anche quella, altrettanto pericolosa, più intima e privata, dei genitori emigrati che negano ogni libertà ai propri figli.

Big little lies 2

Ho atteso con le migliori aspettative il ritorno della seconda stagione della serie Big Little Lies, ho appena finito di vedere le 7 puntate e poteva andare meglio. Le cinque mamme di Monterey, Celeste (Nicole Kidman), Madaleine (Reese Witherspoon), Jane (Shailene Woodley) e Bonnie (Zoe Kratviz) e Renata (Laura Dern) dopo aver fatto fuori Perry (Alexander Skarsgård), il marito fichissimo e violento della Kidman sono tornate. Tutte insieme in una trama molto annacquata.

Infatti dopo il grandissimo successo della prima stagione, dove il plot era frutto del romanzo di Liane Moriarty, l’HBO per capitalizzare ha imbastito subito un sequel, costringendo (a suon di verdoni ovvviamente) l’autrice ha scrivere “una novella” per imbastire una seconda trama Le produttrici sono Kidman e Witherspoon e per dare spessore alla minestra allungata è stata chiamata Meryl Streep (Marie Louise) che impersona la madre del defunto Perry. E’ stata stata anche sostituita la regista della prima serie e forse anche questo è stato un errore.

Nelle sette puntate della seconda stagione infatti, a parte l’avvento di nonna Marie Louise ( la Streep è stata parecchio imbruttita, tanto da ricordare Mrs. Doubtfire), non succede nulla. O meglio è tutta un’attesa per qualcosa che deve accadere e avviene, al rallentatore, solo nelle ultime due puntate. Per il resto il prodotto è confezionato benissimo: ottima la fotografia, perfetta la musica, sempre al top la recitazione di quasi tutti i protagonisti, ma tutti i colpi di scena sono molto molto diluiti e rasentano il nulla.

Le cinque protagoniste hanno vari problemi (la più efficace, simpatica e divertente è Laura Dern) ma li affrontano con una lentezza esagerata. In particolare i primi piani sofferti del bellissimo viso di Zoe Kratviz alla lunga sono esasperanti. Si aspetta e si prega che succeda qualcosa ma alla fine c’è solo delusione (tutto qui?). Nicole Kidman è vittima di un’overdose di botox ( o ha fatto il lifting?) tanto che ha ora un naso minuscolo e un mento stranamente sporgente. Nei prolungati primi piani sembra una Barbie disperata.

La paranza dei bambini: il film

Quando era uscito il libro di Roberto Saviano avevo scritto una recensione non troppo positiva. Pochi giorni fa sono andata a vedere il film tratto dal romanzo e forse per la prima volta ho trovato che la riduzione cinematografica è meglio del libro che l’ha ispirata.

Il ritratto della microcriminalità in mano ai minorenni che spadroneggiano per i vari rioni di Napoli, contendendosi le piazze dello spaccio e della riscossione del pizzo, nel romanzo è scioccante. Ma dopo i primi capitoli l’elenco di abberazioni e nefandezze di questi teenager diventa un po’ monotono, quasi una lista della spesa criminale.

Mentre nella pellicola il regista, Claudio Giovannesi ha reso la vicenda molto più coinvolgente. I giovani protagonisti, tutti ragazzi presi dalla strada, sono bravissimi forse proprio grazie alla loro spontaneità.

Il regista è riuscito a fare il ritratto di questi ragazzi che, per combattere il disagio che li circonda, scelgono la scorciatoia del crimine, sentendosi onnipotenti. La loro vita è raccontata in maniera cruda e realistica. A volte, loro malgrado, anche ironica. Senza giudizio o pietismi.

Per questi giovani boss il massimo è entrare in un negozio Nike (o quello di un brand simile) e spendere centinaia e centinaia di euro in abbigliamento firmato. Indossare le scarpe giuste, entrare in discoteca dove potersi permettere tavolo e champagne. Hanno quindici anni e anche le armi, ma sono inesperti e, da bravi nativi digitali, per imparare a usarle guardano un tutorial.

E’ un film che dovrebbero vedere i giovanissimi, proiettato magari anche nelle scuole. Per capire quanto siano vacui, sbagliati e anche pericolosi i modelli a loro imposti dal consumismo.

La verità sul caso Harry Quebert : la serie tv

Nel 2012 avevo letto come più o meno tutti (3 milioni di copie vendute, traduzioni in 30 Paesi), il giallo best seller del ginevrino Joël Dicker che aveva deluso tutte le mie aspettative. Mi ero sciropppata il copioso volume, circa 800 pagine, per vedere dove andasse a parare e alla fine è stato il trionfo dell’ovvio.

Probabilmente non ricordavo bene i dettagli, dopo sette lunghi anni, e così ho guardato la serie ispirata al romanzo. Bellissima e suggestiva la fotografia della natura, nello stile del regista e produttore Jean-Jacques Arnaud (Sette anni in Tibet, L’orso), toppatissima invece la scelta del casting. La storia si svolge in due spazi temporali: nel 1975 e nel 2008. E tutti i persoanggi quindi godono di due versioni: giovani e invecchiati. Peccato che per la stragrande maggioranza abbiano scelto attori che non si assomigliano. Oppure siano truccati da anziani in maniera ridicola.

La vicenda inizia a metà anni’70 quando il giovane e affascinante scrittore Harry Quebert affitta una mega casa vista lago in una località del Maine chiamata Sommerdale. E’ un tipico paesino da telefilm americano che strizza l’occhio a Twin Peaks, atmosfera idilliaca che nasconde torbidi intrighi a base di giovani ragazze dalla sexy innocenza che manda in tilt la moralità dei maschi del luogo.

Chi fa la parte di Harry Quebert trentenne? Patrick Dempsey, affascinante dottore di Grey’s Anatomy che in realtà ha 54 anni. Un po’ vecchio per il ruolo e si vede molto. Certo è anche produttore della serie e quindi visto che investiva i suoi soldi non hanno potuto togliergli la parte!

La seconda tranche della storia, è 2008 (tutti avevano dei gran Motorola Startac!) e chi fa il vecchio Harry Quebert? Sempre Dempsey, invecchiato con dei gran capelli ricci e grigi, un po’ troppi e tanto imbizzariti. La giovane protagonista, Nola, di cui lo scrittore si invaghisce, ha solo 15 anni, è molto bella, secca secca come una top model e spesso sembra demente. Lei non invecchia perchè la fanno fuori. Un problema in meno per il casting.

E naturalmente c’è il tipico diner americano, dove la cameriera con il grembiule attillato ha sempre la caraffa in mano e chiede H24:

“Ancora caffè tesoro?”

Nel diner si reca spesso un certo Marcus, giovane scrittore prodigio newyorkese che cerca di indagare per scoprire chi ha ucciso la bella e irritante Nola. Ma spesso gli mettono i bastoni fra le ruote e lui fa un po’ il broncio.

Tanti sono i sospetti e come vuole la teoria ottocentesca di Cesare Lombroso, se sei brutto magari sei anche colpevole. Harry Quebert è bello quindi è forse accusato ingiustamente. Insomma va avanti così tra un clichè e un deja-vu. Originalità zero, sorpresa pure.

La serie migliore sugli adolescenti

Finalmente una serie per adolescenti non intepretata da attori dai venticinque anni in su, non studiata solo per affrontare argomenti pruriginosi e fare audience. E soprattutto non ambientata in quelle inquietanti scuole private. Insomma una serie Tv non americana. Ne avevo già parlato ma è così vera e valida che mi sembra il caso di approfondire. Una serie dove non ci sono scandali e colpi di scena studiati a tavolino, ma la vita vera dei ragazzi, raccontata con delicatezza e ironia.

Il piccolo gioiello è SKAM, produzione norvegese del 2015, che ha avuto un tale successo da essere replicata in vari altri stati: Spagna, Olanda, USA, Francia e da noi. Ha debuttato in Italia esattamente un anno fa, nel marzo del 2018 e adesso siamo alla terza stagione. Il segreto del successo sta nelle storie che, nel bene e nel male, coinvolgono i protagonisti della vicenda. Sono liceali che attraversano tutti i passaggi emotivi della loro età: dalle esperienze sentimentali, a quelle sessuali, i rapporti con gli amici e i genitori. Lo schema della trama è lo stesso per tutte le versioni che vengono poi adattate a seconda dei costumi e tradizioni del paese dove si svolge la vicenda. Ad esempio, da noi c’è il viaggio della maturità, mentre in Norvegia i diplomati affittano un furgone per fare la gita di fine liceo.

In Italia, siamo in un liceo romano e ogni stagione ha un protagonista diverso. Nella prima è Eva che affronta la sua prima storia d’amore importante. Nella seconda, Martino che deve fare i conti con la propria omosessualità (e qui veramente sono riusciti a sviluppare benissimo il tema) . La terza stagione, che si sta svolgendo in queste settimane, parla di Eleonora e la sua infatuazione poco politically correct per il ragazzo più popolare e maschilista della scuola.

La visione delle prime due stagioni è stata gratuita su youtube, mentre questa terza serie (considerato il successo) viene proposta a pagamento su Tim Vision. Ma per accontentare i numerossimi ed entusiasti fan ci sono anche i social, infatti i personaggi hanno account instagram e whatsapp che sono così realistici da coinvolgere e divertire come se si spiasse l’account dei propri figli!

Sofia

Un film coraggioso e toccante che denuncia la condizione della donna in Marocco, fra divisioni sociali e ipocrisia. Sofia, della regista esordiente Meryem Benm’Barek, racconta di una ragazza ventenne di Casablanca che accusa un malore durante un importante pranzo di famiglia. Attorno al tavolo genitori e parenti stanno per concludere un affare importante, che li renderà più ricchi. Sofia viene soccorsa dalla cugna Lena, specializzanda in medicina, che si accorge che, in realtà, si tratta dell’inizio del travaglio.

Sofia è incinta ma negava la sua condizione per paura del giudizio dei genitori. In Marocco una donna che fa sesso fuori dal matrimonio rischia un anno di carcere e anche gli ospedali che la fanno partorire possono essere multati. Comincia così l’odissea di Sofia e della sua bambina. Fra scandalo, corruzione e falsa ipocrisia, la regista riesce a raccontare con realismo una vicenda che fa indignare e commuovere. Le tradizioni più reazionarie sono dure a morire e spesso rese più resistenti dalle ragioni economiche.

Il film è molto bello e intenso, la scelta degli attori azzeccatissima. La trama non pecca mai di eccessi emotivi, riesce a mantenere un equilibrio perfetto che coinvolge e fa riflettere.

“Tu”: meglio diffidare del fidanzato perfetto

Le vacanze sono il momento perfetto per un’abbuffata di serie Tv, infatti ho appena finito di vedere le puntate di Tu, psyco-thriller lanciato il 26 dicembre su Netflix. Le ho guardate tutte in un paio di giorni. Dopo il primo episodio ero così sconcertata, e divertita, dalla mancanza di coerenza da voler vedere dove andasse a parare.

Il protagonista è Joe Goldberg (Penn Badgley, l’ex Dan Humphrey di Gossip Girl ). In questa serie diventa un libraio newyorkese, con tendenze psicotiche, che spacciandosi per fidanzato perfetto nasconde invece pulsioni omicide. La vicenda, tratta dall’omonimo romanzo di Caroline Kepnes parte con l’incontro fra Joe e Beck. Ma la protagonista femminile, biondina hipster molto graziosa, interpretata dall’attrice Elizabeth Lail, è purtroppo il personaggio ritagliato peggio di tutta la serie.

La storia prende avvio nel giorno in cui Beck si reca nella libreria di Joe per comprare un romanzo di Paula Fox. Lui glielo vende, raccontando che la talentuosa autrice è anche la nonna di Courtney Love (un pizzico di realismo non guasta mai!) e poi rimane intrigato dagli occhioni e dal sorriso della ragazza.

Lei paga con la carta di credito e (ahiahai!) e scherzando commenta anche sul suo nome di battesimo, si chiamerebbe Guinevere così per semplificare usa il cognome, appunto Beck. E così per il libraio comincia, molto facilmente, l’attività di stalker. Cerca la bella sui social e ovviamente la trova in un attimo su Twitter, Facebook e Instagram.

Scova anche l’indirizzo (pericoloso farsi geolocalizzare da Instagram!) e si piazza a spiarla davanti al bell’appartamento, nel Village, della ragazza. Intanto lo spettatore scopre che Beck, nonostante viva in questo quartiere newyorkese cosi fico e alla moda, è squattrinata.

Frequenta amiche ricche e ricchissime, come una certa Peach (interpretata da Shay Mitchell di Pretty Little Liars), fa aperitivi e cene, tanti brindisi anche per dimenticare i problemi economici.

E’ così al verde che non ha budget per comprarsi un paio di tende (neppure all’IKEA?), infatti appena arriva il fidanzato (un biondo tatuato che passerà molti guai) i due fornicano con passione. Incuranti ed esibizionisti davanti a una grande finestra, al primo piano, con luce accesa: insomma si vede tutto e di più.

Lo vediamo noi e lo vede Joe che non è per niente contento. Quando consumato l’atto, il fidanzato, per un impegno social improrogabile, se la squaglia, lei (forse annoiata) fa altre cose erotiche. Naturalmente sempre visibili da noi spettatori, da eventuali passanti, oltre che da Joe il guardone.

A questo punto sono iniziate le mie perplessità, aumentate dal fatto che nella polverosa libreria di Joe c’è, stranamente, un basement super tecnologico dove si restaurano i libri antichi. E dentro questa cantina-magazzino high tech è stata costruita addirittura una “gabbia”, in vetro. Insonorizzata a chiusura stagna.

A cosa servirà? Perché di prime edizioni da risanare in libreria non ne girano? E come mai Joe proibisce all’altro commesso di tenere la chiave?

Insomma, a metà del primo episodio, anche lo spettatore più ingenuo comincia a preoccuparsi della personalità borderline di Joe. Oramai ha conquistato la bionda Beck, anche se lei, spesso e volentieri, grazie a Tinder, se la spassa con tanti sconosciuti.

Ma nonostante l’allegra attività sessuale, la ragazza è comunque sempre lamentosa mentre Joe si industria per apparire come il fidanzato perfetto. Ma l’apparenza inganna sempre, anche nelle trame più banali e scontate.

Mary Poppins ritorna

Da bambina era il mio film preferito, perciò ho accolto la nuova pellicola di Mary Poppins con molte aspettative. Con un gran dispendio di mezzi (cast stellare, musica ed effetti speciali) la nuova puntata di Mary Poppins,con la regia di Rob Marshall non è un remake della pellicola del 1964 ma un sequel. Infatti a Londra, in via dei Ciliegi 17, si vede la vita circa vent’anni dopo la prima storia. Mike e Jane, i bambini a cui Mary Poppins faceva da tata, sono cresciuti. E’ il 1929 l’anno della grande crisi e le cose non vanno tanto bene.

Jane è una sindacalista, ha ereditato lo spirito combattivo della madre che era stata una suffragetta. Mentre Mike, vedovo squattrinato con 3 figli, lavora in banca, anche se vorrebbe fare il pittore. I soldi scarseggiano, tanto che la casa, causa debiti, sta per essere espropriata dalla banca.

Ma in tutta queste sfiga arriva Mary Poppins a risolvere la faccenda. La nuova signorina Poppins è interpretata da Emily Blunt, molto carina ma poco espressiva. Sorride, guarda, canta, balla (con controfigua?) ma non trasmette emozioni. E’ un bel manichino. Il suo partner di scorribande (come da copione fantasiosi salti spaziali e temporali) è Jack. Nel primo film di mestiere spazzacamino, qui un lampionanio.

Nella prima versione era un giovane Dick Van Dyke, molto fico con un paio di magnetici occhi azzurri, qui è Lin Manuel Miranda, balla bene ma è proprio brutto. Poi c’è Colin Firth nella parte del banchiere cattivo e bugiardo, Meryl Streep in quello della cugina fuori di testa con un discriminante accento russo da pazza (se fossi russa mi offenderei) a tirare avanti una trama veramente esile.

Un musical con tante canzoni, tanti balletti, tanto colore ma niente di più.

A Natale i bambini si portano al cinema e questo è un prodotto confezionato molto bene, ricorda che i viaggi di fantasia possono sono una bella idea divertente. Peccato però che questa nuova Mary Poppins non coinvolga. E faccia rimpiangere la vecchia versione, canzoni comprese.

Colette

Keira Knightley è condannata ai film in costume e questa volta le è andata bene. Interpretando Colette nel biopic sulla scrittrice del regista Wash Westmoreland è molto brava e convincente. La pellicola, sui primi anni parigini dell’autrice più trasgressiva del secolo scorso, è vivace e coinvolgente. Forse perchè non è stata girata dai francesi che avrebbero senz’altro indugiato di più nella glorificazione del personaggio. Invece la coproduzione Inghilterra-Usa ha garantito più equilibrio, storico e biografico.

Di film sulla scrittrice, che è asssurta a monumento nazionale, ne sono stati fatti tanti, questo è solo un frammento della sua lunga e sfaccettata carriera.

La vicenda inizia con la giovane Colette, ventenne, quando ancora si chiamava Gabrielle Sidonie, che lascia il suo ridente paese natale per trasferirisi a Parigi e sposare Henry Gauthier-Villars, meglio noto come Willy. Un estroverso donnaiolo che ha il doppio dei suoi anni e la introduce nel suo bizzarro entourage letterario.

Nella pellicola è reso molto bene lo stupore di Colette per l’ambiente eccentrico e ambiguo in cui sguazza il marito che, per sbarcare il lunario, sfrutta un paio di quelli che oggi si definerebbero “ghost writers”, li fa scrivere per lui e non li paga. Perchè con la letteratura sopravvivere è sempre stato particolarmente difficile, anche nella sfavillante Parigi della Bella Epoque.

Willy non è un grande scrittore ma un uomo furbo e fiuta il talento della giovane moglie che ha già cominciato a manifestare un certo spirito trasgressivo che può trasformarsi in materiale letterario. Willy ama lo scandalo e la incita a produrre per lui.

Colette viene letteralmente chiusa in casa (ok, nella villa in campagna che lui subdolamente le regala) e obbligata a produrre pagine su pagine. Così nascono le avventure piccanti di Claudine, che diventano una serie per cui Parigi impazzisce, la coppia Colette-Willy diventa un caso e il conto in banca si ingrossa.

Ai tempi alle scrittrici donne non si dava molto credito, quindi nonostante le proteste di Colette, che voleva almeno co-firmare, Willy riesce a convincerla che nascondere la vera identità dell’autore di Claudine avrebbe portato frutti migliori.

Willy narciso, bugiardo, egoista e traditore. Sfrutta Colette e la tradisce. Lei per un po’ soffre e sta al gioco, poi comincia a ribellarsi. I dialoghi delle loro schermaglie sono fulminanti, e anche nella traduzione italiana conservano guizzi e ironia.

Willy invecchia e ingrassa mentre Colette diventa sempre più bella e provocante. Il film rende molto bene, con un ventaglio di emozioni che vanno dalla nostalgia alla rabbia, il divario sentimentale che inizia a separarli.

Colette evolve nel personaggio della donna talentuosa, creativa e risoluta. Mentre Willy, dopo aver cercato di rubarle per sempre i diritti d’autore, si ripiega su se stesso, sperando invano di far rivivere Colette-Claudine in qualche altra giovincella. Da pigmalione finisce per essere un triste parassita. Dominic West, l’attore che lo interpreta è molto efficace e incisivo nel rendere il personaggio!

Colette è un film da vedere: ispira le ragazze (anche meno trasgressive della protagonista) a credere in se stesse e nel proprio potenziale. A osare per affermare il loro talento.

Ad arrabbiarsi e scandalizzarsi, pensando a quanta strada abbiamo percorso, quanta polvere abbiamo ingoiato, per arrivare ad affermare i nostri diritti.

Baby: da un fatto di cronaca alla ricerca dell’audience su Netflix

Lo scandalo delle due parioline, liceali, che si prostituivano per fare la bella vita, spendere e spandere e permettersi un guararoba firmato risale al 2014. Una storia pruriginosa di costume che ha fatto scalpore. Ma anche riflettere e rabbrividire molti genitori.

Da venerdì, dopo un battage pubblicitario pesante, la vicenda delle due baby prostitute, è stata trasformata in una serie su Netflix. Come si sono premurati di chiarire i creatori, la trama delle otto puntate di Baby è solo un libero adattamento del fatto di cronaca.

Beh, si poteva fare di meglio. A parte la pessima recitazione di gran parte dei protagonisti (si salvano solo gli attori più famosi) la sceneggiatura è spesso incongruente e banale.

Troviamo, ancora una volta, una costosa scuola privata come teatro della vicenda.

Nelle serie tv questi luoghi sono il male, frequentati da adolescenti debosciati e disagiati. Qui sono iscritte naturalmente le due giovani prostitute wanna-be, Chiara e Ludovica.  Oltre a loro ci sono un coatto che in realtà è figlio di un ambasciatore di un non ben identificato paese arabo e anche molti altri infelici, ragazzi e ragazze scontenti, invidiosi, avidi e bugiardi. Litigano e si fanno scherzi pesanti.

Ovviamente ci sono i soliti video sexy messi in rete, i tradimenti e le spiate.

Mentre gli alunni hanno case da immortalare nelle riviste di arredamento, il preside ha una cucina squallida ancora in stile anni’60. E un figlio (bruttarello) che si eccita sfogliando, segretamente, riviste con paginoni di pubblicità di underwear da uomo (in stile D&G).

Poi fra il corpo docente, stranamente, la prof di ginnastica è moglie dell’ambasciatore.

Quando una ragazzina tra i protagonisti, aspettando di poter partire per l’anno all’estero a New York, si invaghisce le coatto-bene lo invita a cena in famiglia la madre (snob) storce il naso, (uno straniero e anche attacabrighe con problemi di sospensione scolastica!) poi chiede con scocciata nonchalance alla colf (che spignatta rassegnata in uniforme sullo sfondo della megacucina):

“Maria* sai cucinare qualcosa di arabo?” (*nome di fantasia)

E allora la figlia felice esclama: “Grazie mamma!”

Altra scena fondamentale al plot: Ludovica si è appena accoppiata con un tipo che la porterà sulla cattiva strada (per convincerlo gli ha gridato “strappami questo vestito!”) e dopo l’amplesso gira per l’appartamento curiosando qua e là.

Trova una borsetta rossa di Fendi (ma guarda! negli articoli di giornale del 2014 c’era scritto che le due baby prostitute adoravano le borse griffate) e la osserva prendendola in mano. In quel mentre entra nella stanza il tipo, docciato e tatuato, indossando solo un asciugamano in vita, la guarda e le chiede sornione:

“Ti piace quella borsetta?”

Lei annuisce.

Allora lui prende la borsa, la capovolge per svuotarla e le dice, veramente generosissimo: “Prendila è tua!”

Ludovica è contenta, io invece mi sono fatta delle domande. Ma di chi era quella borsa? Frutto di uno scippo? Le cose che erano dentro appartenevano a una fidanzata precedente? O era lui che portava la borsetta a tracolla?

Insomma tutto così, un po’ ridicolo. Non aggiungo altri dettagli per non spoilerare troppo. I poveri adolescenti sono quasi delle caricature di se stessi, vacui, scontenti, schiavi di instagram. E soprattutto totalmente privi di anche un minimo guizzo di umana ironia.

Mi sarei disperata se non avessi invece scovato un’altra serie, sempre sui teenager, molto più viva, divertente e realistica. Realizzata con molto meno budget riesce però a rendere con più verosimiglianza l’idea di cosa pensano e come vivono i nostri ragazzi.

Anche questa è ambientata in un liceo romano (non un’altra infernale scuola privata!), è la versione italiana di una seguitissima serie norvegese sugli adolescenti. Molto più divertente e interessante di Baby che, purtroppo, ha capitalizzato sulla trasgressione senza poi riuscire a scandalizzare e nemmeno coinvolgere.

Oltretutto poi la visione di questa serie più divertente è anche gratis!

 

Sulla mia pelle

Sulla vicenda di Stefano Cucchi ero sommariamente informata, sapevo della lotta, senza sosta, della sorella Ilaria per ristabilire la verità sulla morte del fratello. Negli anni ho letto sulle pagine dei giornali i lenti progressi dell’inchiesta per far luce su una vicenda torbida e drammatica.

Adesso finalmente con il processo stanno venendo a galla dettagli alluncinanti di coperture e bugie. L’altra sera su Netflix ho trovato il coraggio di guardare Sulla mia pelle, il film che ripercorre l’ultima tragica settimana di vita di Cucchi.

Una pellicola forte ed equilibrata, che fa un ritratto sconvolgente, senza sconti, del suo protagonista. Stefano Cucchi era un ex tossico, bugiardo, ribelle e anche un po’ insolente.

Per questo ne esce un personaggio vero, non solo la vittima della brutalità di chi l’ha arrestato. Poi c’è sua famiglia, delineata benissimo, genitori borghesi, affettuosi, costantemente preoccupati per quel figlio difficile. L’hanno aiutato anche sbagliando, come facciamo tutti, probabilmente per troppo amore. E anche la sorella che viene sempre coinvolta, suo malgrado, che si avvelena la vita, per la balordaggine costante del fratello.

Il regista Alessio Cremonini, ha saputo delineare con efficacia una famiglia normale, a cui viene sconvolta la vita e tolto ogni rispetto. Mi ha colpito moltissimo, come queste persone vengono trattate quando, durante l’arresto, chiedono notizie. Domandano di vedere il loro figlio arrestato. Vengono allontanati con scuse varie, in nome delle regole, di una burocrazia ottusa e inutile. E quando Stefano muore diventano quasi un fastidio.

Questo film è drammatico ma molto educativo: andrebbe proiettato nelle scuole. Vale più di mille discorsi contro l’uso delle droghe. E’ più efficace di tanti anatemi e proibizioni. Riesce, senza falsi moralismi, a far ragionare i ragazzi e far comprendere quanto possa essere pericoloso essere fermati con un po’ di sostanze in tasca. E quanto in nome dello sballo, a volte, sia facile bruciarsi la vita.

Mentre sulle responsabilità di chi dovrebbe garantire l’ordine pubblico e abusa invece del proprio potere, il film non prende posizione, rimane documentaristico. La verità, si spera, arriverà alla fine del processo in corso.

 

Elite: la peggior serie di sempre?

Nei teen drama, le serie televisive dedicate agli adolescenti tutto deve essere amplificato: timori, invidie, gelosie, cattiverie, sesso, droghe. Per fare audience i finti adolescenti televisivi (di solito interpretati da attori venticinquenni) hanno dark side molto evidenziati, disagi spesso patologici.

Un eclatante brutto esempio di questa tendenza è la nuova serie spagnola Elite, prodotta da Netflix.

La storia si svolge a Las Encinas, la scuola da ricchi del Paese, con un’ ambientazione che clona i prestigiosi istituti d’oltreoceano. E’ un po’ un Gossip Girl in un Paese con il PIL molto più basso.

Siamo in Spagna e quindi i ragazzi indossano le belle uniformi scolastiche, ma hanno un sacco di sfighe in più rispetto ai coetanei americani. La prima è dover accettare l’arrivo di tre alunni di una classe sociale molto più bassa (il titolo della serie Elite, significa che Las Encinas forma appunto la futura elite, la classe dirigente del futuro).

I tre poveri sono arrivati perchè hanno vinto una borsa di studio (oltre che pezzenti anche secchioni!) perchè la loro vecchia scuola, ovviamente in un quartieraccio, è crollata per colpa del costruttore che aveva usato materiali scadenti.

(E in che classe sono inseriti i poveri? In quella dove ci sono anche i figli-fichi del costruttore-truffatore. Ma guarda che combinazione!)

Naturalmente questo innesto di gente strana/diversa non è ben accettato dai giovani e ricchi rampolli e quindi succede il fattaccio. Ci scappa il morto.

Sì, Elite è un thriller teen drama e per catturare lo spettatore, inizia subito con gli interrogatori, copiando lo stile di un’altra serie molto più accattivante.

Così, tra canzoncine imbarazzanti e scene in slow motion si imparano a conoscere i protagonisti: fra questi ci sono tre attori de La Casa di Carta (per gli appassionati: Rio, Denver e Alison). Sono la scoperta più bella di tutta la trama, perchè il resto è veramente un’accozzaglia di luoghi comuni e temi pruriginosi acchiappa-adolescenti mischiati alla rinfusa.

Hanno infilato dentro di tutto: differenze di classe, malattia, omosessualità, bullismo, truffe, violenza, religione e una bella spruzzata di perversioni sessuali che, di solito, a sedici anni se non sei cresciuto in un postribolo, non riesci proprio a inventarti.

Un mix esagerato che fa sembrare Tredici un’opera di Shakespeare.

Giusto un piccolo esempio per rendere l’idea: uno dei ragazzi sta scoprendo la sua omosessualità allora va su un app per cercare un partner. Però vorrebbe anche farsi un po’ di canne, per rilassarsi, quindi cerca anche uno spacciatore.

Il destino vuole che il pusher che trova non solo sia gay, ma pure musulmano. Insomma  erano così tanti i temi da esplorare che a quell’attore nel personaggio da interpretare è toccato il 3×1, la combinazione di tre tematiche.

E cosa si dicono i due mentre partono i primi approcci su un muretto?

“Excusatio non petita accusatio manifesta!” (giuro, parlavano in spagnolo ma il ragazzo ricco al pusher musulmano che tentava di baciarlo ha detto proprio così)

Lo spacciatore ha risposto qualcosa come: “Che caxxx dici?”

Allora il latinista sedicenne ha fatto marcia indietro e mormorato: “Nada”

Ecco, in quel momento tutto mi è stato chiaro. Il povero sceneggiatore, lo schiavo a cui avranno chiesto di scrivere a tempo record i testi per la serie (per quello ha prodotto una tale schifezza), aveva fatto il liceo classico e per vendetta ha infilato lì quella frase!

Mamma mia! Ci risiamo

Forse è una delle rare volte che un sequel è meglio della prima versione.

Sono andata a vedere Mamma mia! Ci risiamo e mi sono divertita moltissimo. Dieci anni dopo la prima versione cinematografica, per trovare spunti interessanti la storia fa un balzo indietro nel tempo e si torna alla giovinezza di Donna (Meryl Streep).

In questa pellicola è interpretata dalla deliziosa Lily James, e il musical racconta, con spumeggiante colonna sonora degli ABBA, l’inizio della faccenda.
Siamo nel lontano 1979: Lily-Donna si è appena diplomata e decide di esplorare il mondo. Peccato che faccia solo due tappe: Parigi e l’isoletta della Grecia dove in seguito a inaspettata gravidanza deciderà di stabilirsi.

La trama è esile e ci sono scene scontate che grondano miele ma basta lasciarsi coinvolgere e il film diventa godibilissimo.

L’ho visto a Londra, la seconda sera della vacanza quando ero molto preoccupata perchè il mio bagaglio non era arrivato con me, si era perso chissà dove, e la visione di questa commedia romantica è stata terapeutica.

In sala tutti gli spettatori si divertivano, ridevano e palpitavano per le avventure amorose della protagonista.

L’euforia era contagiosa e complice, tanto che all’uscita dalla sala, una signora sconosciuta piuttosto anziana, ha attaccato discorso, confessandomi sorridendo la sua scena preferita del film.

Con un simpatico accento irlandese ha esclamato: “Che ridere your restless groin!”

(in italiano la battuta può essere tradotta più o meno, cerco di non essere volgare, con “le tue parti basse sempre in ebollizione”. Lily James provocava questo effetto a tappeto)

La signora irlandese continuava a ridacchiare e ripetere your restless groin e il marito che l’accompagnava aveva l’aria un po’ scocciata. Non sembrava divertirsi altrettanto.

Poi ha cominciato a parlare di Cher, che nel film fa la parte della nonna, onestamente l’avevo scambiata per Lady Gaga (devono avere lo stesso chirurgo plastico perchè sono diventate identiche, due gemelle!)

Dopo aver discusso di Cher, il marito, con modi bruschi, le ha detto che dovevano andare e la nostra amicizia purtroppo è morta sul nascere. Ma sono tornata a casa felice.

Mamma mia! è un film che rende allegri e anche ottimisti.

(Infatti il giorno dopo British Airways ha comunicato di aver localizzato i miei bagagli)

 

1 2 3 5