Thirteen reasons why

Da lontano, dopo tanti anni, i tempi del liceo li ricordiamo come un momento felice, spumeggiante e leggero. Gli adolescenti eravamo noi: senza rughe, senza obblighi famigliari e professionali, senza mutuo. Una pacchia.

Anni mitizzati perchè dobbiamo mettere in conto anche un calo di memoria.

Ma forse no, perchè nel nostro Paese abbiamo tanto sfighe, ma non siamo mai stati così minus habens, così vuoti e semplici, come i teen-agers americani protagonisti di Thirteen reasons why. La nuova serie di Netflix ambientata in un liceo americano, tratta dall’omonimo best-seller uscito dieci anni fa, che racconta del suicidio di una studentessa bella e tormentata.

Liberty High, l’istituto in cui è ambientata la storia, viene descritto come una specie di inferno. Tutti sono bugiardi e anche piuttosto vigliacchi. Non è una scuola disagiata, ha  un bel giardino intorno, siamo nella dorata California, e anche il preside è un bell’uomo di mezza età senza pancia.

C’è un variegato mix di razze (siamo politically corect), tutti sembrano tanti carini e invece…

La protagonista della vicenda è la povera Hannah Baker, che dall’aldilà torna a materializzarsi grazie a una collezione di sette cassette (da ascoltare attentamente lato A e lato B) in cui ha registrato le 13 ragioni per cui si è tolta di mezzo.

Questi nastri vengono misteriosamente recapitati al coetaneo più timido e anche un po’ secchione della scuola (però naturalmente è bello) che, soffrendo come un cane, in mezzo a mille ostracismi fisici e morali, cerca di sbrogliare la matassa.

La produttrice della serie è Selena Gomez che conosce bene i suoi polli fans e infatti Thirteen reasons why è perfettamente calibrato per un pubblico di adolescenti che si lasciano stregare dal plot in cui la drammaticità è data dalla classica ricetta sesso-droga-rock’n roll, edulcorata in stile teen-ager. E condita con un contorno di bullismo all’americana, dove ci sono le cheerleaders, i drugstore dove comprare l’alcol da bere nel sacchetto di carta marrone, i balli della scuola e  anche i SUV guidati, in comode stradone senza ZTL,  a sedici anni.

La suspence della trama dovrebbe avere un ritmo più serrato, molte situazioni sono prevedibili, ma i dialoghi fra adolescenti sono realistici e così pure gli impasse esistenziali.

Sconsigliato ai maggiori di 17 anni.

Lasciati andare

Finalmente una commedia italiana brillante, originale e soprattutto non volgare. Una perla rarissima nel panorama cinematografico nostrano, dove il pubblico viene sempre considerato un po’ troppo semplice e per farlo ridere è necessario infarcire sempre la trama di battute squallide e pecorecce.
Invece Lasciati andare, di Francesco Amato, che esce oggi nelle sale, si discosta coraggiosamente da questa tendenza e racconta una storia divertente e coinvolgente, con dialoghi fantastici.
Toni Servillo, in un inedito ruolo comico, è Elia Venezia, uno psichiatra cinico e pigro.
Così disilluso verso la sorte dei pazienti che si sdraiano sul suo divano per raccontare frustrazioni e fobie che, per non morire di noia, deve piluccare dolci per tutta la durata delle sedute.

Questa fame nervosa però è fonte di guai. Spompato e sovrappeso deve iscriversi in palestra e mettersi a dieta, per non rischiare il tracollo fisico.

A convincerlo è l’ex moglie, Giovanna, interpretata da Carla Signoris, che un po’ masochisticamente, nonostante la separazione, continua a controllarlo. A fargli da badante/governante.

La palestra al “nostro” procura un effetto angosciante. Si sente troppo intelligente per far ginnastica in gruppo. Allora per sfangarla e rimettersi comunque in sesto, decide di affidarsi a una personal trainer. Sceglie Claudia, l’attrice spagnola Veronica Echegui. Giovane, bella, estroversa e gentile ma purtroppo totalmente inaffidabile.

Dal loro sodalizio il ritmo del film accelera: scaturiscono situazioni impreviste da commedia degli equivoci, divertentissime e foriere di molti guai.

Claudia ha un passato complicato. Una figlia vivacissima, Jennifer Maria, e un fidanzato bordeline, Ettore, interpretato dal bravissimo Luca Marinelli.

Si ride molto e la battuta che mi ha divertito di più, forse per deformazione professionale, è quella che riguarda la celebre frase di Winnicott, sul concetto della madre sufficientemente buona.

In un momento un po’ drammatico del film, Elia lo illustra a Claudia, per aiutarla, per farle coraggio. Ma lei non si consola perché la scambia per una frase di Winnie Pooh.

Anche solo per questo malinteso surreale vale la pena di andare a vedere Lasciati andare e garantirsi una Pasqua super-divertente.

Big little lies

La mia nuova serie tv preferita è Big little lies, adattamento televisivo dell’omonimo romanzo di successo pubblicato nel 2014 dall’australiana Liane Moriarty .

La storia si svolge a Monterey in California e sprigiona veleno materno dalla prima inquadratura. Il teatro della vicenda è infatti una scuola privata frequentata da un gruppo di bambini locali. E per “locali” intendo quelli di famiglie che vivono in ville meravigliose sull’oceano e hanno mamme ultra. Ultra-competitive-eleganti-ansiose. Insomma, a parte la differenza geografica, le dinamiche della storia sono quelle classiche che si creano nel cerchio magico delle madri con i figli nella stessa classe.

In Big little lies le mamme protagoniste sono Reese Witherspoon, Nicole Kidman, Laura Dern e Shailene Woodley (che era moribonda in Tutta colpa delle stelle, ma qui è cresciuta e sta abbastanza bene) che, come tradizione, dopo aver mollato i bambini a scuola vanno a farsi il caffè delle mamme e a spettegolare.

Nel loro caso però il bar è in riva all’oceano e il barista è anche simpatico e fico.
Comunque, anche loro come in tutti gli entourage scolastici hanno le loro belle gatte da pelare: gelosie, segreti, bugie, invidia, bullismo, recite di classe e naturalmente il solito odio fra madri lavoratrici e madri casalinghe.

Insomma, nonostante le meravigliose apparenze l’atmosfera non è per niente idilliaca, tanto che a una festa scolastica ci scappa l’omicidio.

E la prima puntata della serie inizia proprio, come si usa ora, con dei flash-back che intercalano nella storia e fanno ascoltare degli interrogatori della polizia.
Chi è morto non si sa con certezza, ma si presume che la vittima sia una madre della scuola particolarmente rompiscatole.

Meraviglioso! Colpo di genio dell’autrice per guadagnare pubblico.

Infatti chi, al colmo dell’esasperazione, non ha mai sognato di far fuori la madre più odiosa della sua scuola?

Non vedo che sia domani sera per vedere la nuova puntata!

P.S. Non ho trovato il trailer in italiano, ma si può vedere al link che ho messo sopra.

La Bella e la Bestia

Uscirà domani nelle sale, l’attesa è stata tanta e il battage pubblicitario enorme.
Con grandi aspettative ho visto in anteprima La Bella e la Bestia e purtroppo sono rimasta un po’ delusa.
La rivistazione live action del classico cartone animato Disney del 1991 è un ibrido che lascia perplessi.
Sarà il mix non troppo riuscito fra la parte recitata dagli attori “umani” e quella degli oggetti stregati (la teiera, la tazza, i mobili, il candelabro, ecc) che sono diventati cartoni?
La traduzione in italiano delle canzoni con le rime troppo forzate?
O ancora la lunghezza eccessiva della pellicola?
Oppure il confronto, inevitabile, con una pellicola del genere molto più riuscita, la Cenerentola di Kenenth Branagh?

Forse per tutti questi motivi La Bella e la Bestia è un film realizzato con grandi mezzi che però non suscita emozioni. Piacerà senz’altro ai bambini anche se ci sono alcune scene un po’ spaventevoli per i più piccoli (a proposito, perchè i lupi, invece di ululare, ruggiscono? E poi era proprio necessario far vedere la povera madre di Bella, agonizzante, in fin di vita? Non avevamo già sofferto abbastanza per quella di Bambi?)

Un altro aspetto che penalizza la versione italiana del film è senz’altro il doppiaggio: infatti il cast dei protagonisti è stellare ma noi italiani facciamo fatica ad accorgercene. Il padre di Emma Watson è Kevin Kline, oltre a essere pesantemente truccato è doppiato quindi sentire la sua voce non ci regala alcun indizio per riconscerlo.

Stesso effetto per la Bestia, Dan Stevens, che conoscevamo come Matthew Crawley in Dontown Abbey (il marito sfigato di Lady Mary che si era schiantato in auto facendo imbizzarrire tutti i fan della serie!). Qui lo vediamo solo un attimo, quando alla fine dell’incantesimo Emma-Bella lo bacia e lui finalmente perde il pelo da Bestia.

Purtroppo però ci fa rimpiangere il principe (estremamente fico) di Cenerentola, infatti Dan ha una pettinatura che non gli dona per niente e le gambette un po’ secche da pollo. E poi che la petulante teiera fosse in realtà Emma Thompson certo non potevamo capirlo, anche questa volta a causa del doppiaggio.

Lion – La strada verso casa

E’ difficile narrare una storia carica di pathos e drammaticità senza scadere nell’emotività, senza esagerare nei toni più melensi.

Ma questo film ci è riuscito benissimo.

Racconta la storia vera di Saroo un bambino indiano che è stato adottato ed è cresciuto in Australia, ma non ha mai dimenticato la vera madre e il suo passato. Dettagli che negli anni sono diventati un’ossessione. Il tassello mancante ed essenziale per comprendere la sua identità. Perciò diventato adulto cerca disperatamente di ritrovare le sue origini, identificare il suo villaggio e ricostruire quello che gli era veramente accaduto.

Da piccolino si era perso nella stazione di Madras e poi per sbaglio era salito su un treno diretto a Calcutta. L’India è un Paese enorme dove si parlano lingue diverse, Saroo non riusciva a farsi capire, vagava perso e indifeso senza una meta.

Così era iniziata la sua odissea in mezzo ai bambini di strada, ai pericoli e agli orrori di una vita ai margini. Poi c’era stato l’orfanotrofio e infine l’adozione internazionale.

Il ruolo di Saroo, da bambino, è interpretato da un ragazzino indiano di otto anni, il bravissimo Sanny Pawar. Mentre da adulto diventa Dev Patel e la madre australiana ansiosa e premurosa è Nicole Kidman. (Intensa e imbruttita da copione, per assomigliare alla vera madre adottiva della storia di cui si vedono le foto nei titoli di coda).

Lion è proposto agli Oscar come miglior film, miglior attore (Dev Patel), migliore attrice (Nicole Kidman), miglior sceneggiatura, miglior fotografia, miglior colonna sonora originale.
Spero che vinca in ogni categoria.
E’ una storia coinvolgente, a tratti straziante, che mi ha commosso e fatto molto riflettere sul processo delle adozioni internazionali.
La vicenda del film si svolge negli anni ’90 e a quei tempi, credo, non fosse prassi comune per i genitori adottivi riportare, appena possibile, i figli adottati nel loro Paese di provenienza. Affrontare un viaggio all’indietro, per aiutarli a rendere meno traumatico il distacco dalle loro radici, dal loro vissuto, per quanto drammatico potesse essere stato.
Per errore forse si tendeva a pensare che per i bambini fosse più sano rimuovere, dimenticare, quello che erano prima. Che fosse giusto cancellare la pagina della vita precedente per sentirsi fortunati di averne una nuova: più ricca, più bella.
Piena di amore e attenzioni.
Non sono un’esperta in adozioni ma credo che adesso non si ragioni più così.
A scuola con Emma c’era un ragazzino indiano, con una storia molto simile a quella del protagonista di Lion, viveva in strada quando è stato trovato, portato in orfanotrofio e poi adottato in Italia.
Quando era arrivato alla materna sembrava piccolo, non si sapeva esattamente quanti anni avesse e gli era stata attribuita l’età dall’analisi ossea. Poi con il passare del tempo si è rivelata sbagliata, era piccolo perchè aveva avuto una vita dura, in verità è quattro anni più grande.
I suoi genitori adottivi però non hanno fatto l’errore di voler cancellare il suo passato, per quanto difficile potesse essere stato, ma l’hanno riportato, in vacanza in India, per aiutarlo a trovare identità e consapevolezza.

 

Passengers

Sono andata a vederlo per caso. Il film che avevo scelto non aveva più posti e così, invece di tornare a casa, sono entrata a vedere Passengers. La fantascienza non è il mio genere ma c’era Chris Pratt che in famiglia amiamo da quando faceva Andy in Park and Recreations, dove era sfigatissimo, simpatico, un po’ ritardato ma soprattutto grasso. Quindi ritrovarlo invece come action man, famoso e fichissimo ci ha fatto un sacco piacere. Come se fosse un amico, un parente miracolato che finalmente ce l’ha fatta.

Il film racconta di una spedizione su un’astronave diretta verso un nuovo pianeta, una colonia della Terra tutta da scoprire e popolare. A bordo ci sono cinquemila persone che si sono fatte ibernare perchè hanno scelto, letteralmente, di cambiare vita. Di risvegliarsi dopo un centinaio di anni e ricominciare da capo.

Però per un disguido “tecnico” l’unico a svegliarsi, novant’anni prima del previsto, è proprio Chris Pratt che si ritrova solo sull’astronave insieme a un barista cyborg. Un tipo simpatico che fa bene i cocktail ma è inumano.

Disperato Pratt manda un messaggio di aiuto, un SOS verso la base a terra. Ma “l’operatore” lo informa che ci vorranno circa cinquanta anni prima che sia recapitato. Quindi grande stress e disperazione cosmica.

L’astronave patinata e super accessoriata diventa una gabbia ma poi si sveglia anche Jennifer Lawrence e ovviamente fra i due affascinanti cosmonauti scatta l’amore.

(se si fosse svegliato un maschio o una partner meno perfetta forse la trama sarebbe stata più originale e interessante, ma vabbè)

D’altronde in un astronave di lusso che naviga nello spazio non c’è molto da fare, tanto vale farlo in coppia, così il tempo passa piacevolmente più in fretta.

Jennifer Lawrence è bellissima, elegantissima (aveva scelto bene cosa mettere in valigia) e per tenersi in forma nuota in una piscina fantastica.

(la piscina è la cosa migliore del film!)

Poi come previsto arrivano i problemi, neanche tra le galassie alla fine si va d’accordo, e fortunatamente la trama non vira troppo sull’azione ma diventa un film d’amore. I due protagonisti recitano bene, anche se sembrano un po’ Barbie & Ken perduti nello spazio. Ma sono giovani, belli e un tantino meno snervanti di altre coppie che agitano le commedie romantiche.

Per chi ama la fantascienza probabilmente Passengers è una delusione, per me che la odio è andata bene.

Captain Fantastic

Sei ragazzi dai cinque ai diciassette anni che vivono, come selvaggi, in una foresta del Nord America. Per sopravvivere cacciano e pescano, si tengono in forma con un allenamento durissimo (da marines) e hanno un sistema di home schooling molto efficace, infatti conoscono diverse lingue, sanno ragionare in maniera profonda e (ri)conoscono i meccanismi (perversi) della politica e dell’economia.

Sono i protagonisti di Captain Fantastic, figli di Ben (Viggo Mortensen) che, con la moglie, ha deciso di crescerli in maniera molto, molto alternativa. Ma tutto precipita quando la compagna muore e i suoceri pretendono l’affidamento dei ragazzi per avviarli verso una vita più normale, comoda e borghese.

La storia è raccontata dal regista, Matt Ross, in uno stile ironico e sorprendente, coinvolgendo lo spettatore in due diversi piani narrativi. Quello avventuroso, fantastico e iperbolico, che racconta la lotta di questa strampalata famiglia per preservare indipendenza e unità. E l’altro più sottile e psicologico che porta lo spettatore verso riflessioni profonde su genitorialità ed educazione.

Infatti la grande domanda che questo film pone riguarda il coraggio di educare i propri ragazzi fuori dagli schemi, evitare le semplificazioni imposte dal conformismo e soprattutto dal consumismo. E’ indubbiamente un percorso più faticoso e coinvolgente. Insegnare ai propri figlie a scegliere e ragionare regala risultati grandiosi. Solo che, successivamente, quando queste “creature”, plasmate in maniera così diversa dalla massa dei coetanei addomesticati da tutto quello che è imposto dal mercato (cibo spazzatura, videogiochi, web, ecc) devono amalgamarsi con gli altri possono sopraggiungere grossi problemi.

Nel film si vede (e si ride) di una situazione limite che riguarda il primogenito teen-ager:  sa uccidere un cervo ma non corteggiare una coetanea. Mentre nella realtà rimane il dubbio: meglio ribellarsi al “sistema” e credere nei propri principi? Oppure svaccare, prendere la scorciatoia e seguire la corrente?

 

La ragazza del treno, il film: buuuuuuuuuuuuuuu

 
Ho convinto tutta la famiglia ad andare a vederlo e forse per questo la delusione è stata maggiore.
Perchè quando inviti qualcuno a vedere una sòla poi ti senti in colpa. O in debito.
La scelta può ritorcersi contro: “…e poi sono venuto/a con te a vedere quel film di m…”
Infatti.
La ragazza del treno best seller uber alles (beata l’autrice!) è diventato, naturalmente, in tempo record un film.
Che voleva essere un thriller, ma già alla terza scena si capiva dove andasse a parare. E poi per renderlo più commerciale e appetibile è stato infarcito di sesso. E sangue.
La storia è quella di una pendolare che si è rifugiata nell’alcol per lenire un sacco di problemi e mentre è in treno guarda fuori dal finestrino e vede la vita degli altri, all’apaprenza più godibile della propria, ma naturalmente le cose non sono come sembrano e ci scappa un omicidio.
La protagonista, Rachel, un’allucinata Emily Blunt, è più isterica e violenta della sua alter ego letteraria.
Ha sempre l’occhio liquido e quando parla dice un sacco di porcate. Si fatica a fare il tifo per lei.
Poi perchè trasferire la vicenda nei pressi di New York invece di lasciarla nei sobborghi di Londra?
Solo perchè gli attori erano americani? Perchè le villette erano più belle?
E ancora i dettagli improbabili del romanzo, tipo Rachel, sempre sbronza, dal finestrino del treno scorge incredibilmente dettagli che neanche un’aquila con il cannocchiale potrebbe notare… nella lettura si perdonano perchè ci si fa coinvolgere dalla storia, mentre nel film risultano addirittura ridicoli.
Con il finestrino sporco e appannato, il treno pieno di gente, la testa annebbiata dall’alcol Rachel vede che la futura vittima, Megan, bacia un tizio.
Lui è girato di schiena ma Rachel nota che ha la barba. Una vista ai raggi X, complimenti!

Festival del Piccolo grande cinema

Da domani sera fino al 13 novembre torna a Milano il festival del Piccolo Grande Cinema, oramai giunto alla nona edizione.

Ci saranno 14 imperdibili anteprime internazionali di film per bambini e ragazzi tra cui Captain Fantastic di Matt Ross, che ha vinto il Premio del Pubblico alla Festa del Cinema di Roma; Sing Street di John Carney presentato al Sundance Film Festival e La mia vita da zucchina di Claude Barras presentato a Cannes e candidato agli Oscar.

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Capitan Fantastic

Poi inaugurazione esclusiva del percorso olfattivo “Al cinema col naso – i film come non li avete mai sentiti”, per potenziare la visione di sequenze di film con la multisensorialità in versione high tech; la ormai celebre Notte al MIC per 20 impavidi bambini che dormiranno in sala cinema.
Per gli adolescenti: la sezione Neverland, composta da film per adulti che riflettono sugli anni difficili della trasformazione in giovani adulti. E ancora le proiezioni per i 100 anni di Luigi Comencini, fondatore della Cineteca di Milano, e per i 100 anni del grande scrittore per ragazzi, il geniale e unico Roald Dahl.

Da non perdere un laboratorio di critica cinematografica e uno di doppiaggio e anche l’Open Day delle Scuole e dei Corsi di Cinema per dare la possibilità alle famiglie di scoprire le professioni del cinema per i propri ragazzi. Tutti i dettagli e il programma completo si possono scaricare qui.

Tra gli ospiti previsti al Festival ci sarà il regista Ivan Cotroneo, che saluterà il pubblico di Spazio Oberdan mercoledì 9 novembre alle h 21 presentando il film della Sezione Neverland Un bacio e il suo omonimo libro e terrà anche una masterclass per le scuole.

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Rock Dog

Ci sarà anche  il cantautore Giò Sada, vincitore nel 2015 della nona edizione del talent show X FACTOR, che ha interpretato la versione italiana delle canzoni originali del film d’animazione Rock Dog, in programmazione sabato 12 novembre alle h 18.

E per gli insegnanti l’incontro con il regista Bruno Bozzetto (mercoledì 9 novembre h 16, Auditorium Giorgio Gaber – Palazzo Pirelli), per presentare il progetto Schermi di classe – La scuola al cinema.

Che delusione Bridget Jones!

Bridget Jones è quasi come una parente.

L’omonimo romanzo l’avevo letto nel lontano 1997, l’autrice Helen Fielding è stata la pioniera (geniale) della chick-lit, il primo film una vera chicca, il secondo non l’ho visto (ma ne ho sentito parlare malissimo) e questo sono andata a vederlo piena di affetto e aspettative. Trascinandomi dietro le figlie, che avevano già schifato il primo, ma pensavo fosse un problema generazionale: forse quando l’avevano visto erano troppo giovani.

E invece…le uniche scene divertenti della pellicola sono quelle del trailer. Per il resto è molto pecoreccio e anche un po’ imbarazzante.

Imbarazzante perchè la vecchia Bridget è come un’amica e come tale vederla in un brutto film fa stare un po’ male.

Per riprendersi da questa spiacevole sensazione basta pensare che Renée Zellweger avrà beccato una paccata di soldi per fare questo film e così anche Colin Firth (un attore che stimo moltissimo) ma qui sembra un veliardo ingessato.
Chi fa la figura migliore è Hugh Grant (ai bei tempi andati antagonista di Colin Firth nel cuore di Bridget) perché nella finzione di questa vicenda è morto e al funerale si vede la sua foto da giovane.

Nell’aldilà: forever young!

La trama è improbabile: Bridget rimane incinta di Mr.Darcy (Colin Firth) e/o Jack (Patrick Dempsey), che nella brutta traduzione del film viene definito un “bilionario”. In inglese billioner vuol dire milardario, ma in italiano la parola non esiste.

Intendevano forse un collezionista di bilie?

Con il “bilionario” Bridget fa sesso solo una volta, ubriachissima a un festival musicale, dopo non si rivedono più, non conoscono neppure i rispettivi nomi ma… quando lui, due mesi dopo, scopre che potrebbe essere il padre del bambino decide che vuole dividere la sua vita con lei.

Ma quando mai?!?!?! Su che pianeta!?!?!

Così per tutto il film nessuno fa il test del DNA per stabilire la vera paternità e solo la ginecologa (Emma Thompson) esprime un po’ di sano sarcasmo sulla faccenda. Poi seguono tutta una serie di luoghi comuni sulla gravidanza e sul parto e un bel carosello di battute con volgarità da cinepanettone.

(Probabilmente tradotte in italiano sono  anche peggio che nella versione originale).

Insomma un’altra prova che i sequel e i prequel dovrebbero essere vietati per legge. Bridget Jones era un bella storia da cui era stato tratto un film carino e sarrebbe stato molto meglio, con eleganza, piantarla lì.

E’ sempre tutta colpa dei genitori

Gli ultimi due film che ho visto me l’hanno confermato ancora una volta.
Purtroppo non si scappa: gli errori che fanno mamma e papà ricadono dui figli. Alla grande. E in tutte le declinazioni possibili.

Rassegnamoci almeno un po’.

Certo, i signori Fang, protagonisti dell’omonimo film, tratto dal best- seller sulla loro storia, sono molto peggio dei genitori medi. Perché sono veramente squilibratissimi: costringevano sin da piccoli i figli a seguirli nelle loro performance creative, assurde e surreali. A recitare calandosi nei ruoli più improbabili. Solo per onorare l’obiettivo più alto: essere un’opera d’arte vivente. Crescere con genitori così è un bel fardello e infatti i Fang-figli, che in famiglia venivano frettolosamente etichettati “Bambina A” e Bambino B”, da adulti hanno comportamenti molto disfunzionali.
In questo film Nicole Kidman (la Bambina A cresciuta) interpreta finalmente un ruolo in cui non appare algida e perfetta, è fragile e nevrotica tanto da suscitare simpatia e tenerezza. E’ un’attrice frustrata e insicura, costretta a spogliarsi per poter lavorare. Jason Bateman (ex Bambino B e nella realtà anche regista della pellicola) è il fratello minore, ex autore di best-seller in pieno blocco creativo.

Il film non riesce a eguagliare il ritmo e la delizia del romanzo da cui è tratto, ma è comunque molto piacevole: coinvolge e suscita interessanti riflessioni.

Un altro figlio, con grandi questioni irrisolte nei riguardi dei genitori, è Tommaso, il protagonista del nuovo film di Kim Rossi Stuart, che ne è regista e interprete. Il bel Tommaso ha parecchi problemi di autostima e questo si riflette totalmente nelle sue relazioni disgraziate con le donne. Poi quando, nella pellicola, viene delineato il personaggio della madre se ne comprende la causa.
(E’ più vecchia di me, ma un po’ mi sono immedesimata. Se non faccio attenzione potrei diventare come lei!).
Questo film è molto onesto, intelligente, coraggioso, divertente, realistico e soprattutto fuori dal coro. Kim Rossi Stuart ricorda un po’ un Nanni Moretti giovane, ovviamente più bello, ugualmente arguto ma molto meno pretenzioso.

Il condominio dei cuori infranti

Un film sorprendente, poetico, ironico e molto intelligente. Al quale, come purtroppo spesso succede con i film stranieri, è stato appioppato uno stupidissimo titolo Il condominio dei cuori infranti che ha ben poco a che fare con la storia della pellicola.
Forse si pensava di accalappiare spettatrici in cerca di romance?
Il titolo francese Asphalte ha un suo perché ed è molto più indicato. Infatti questa storia è ambientata in una casa popolare in una tristissima, non ben identificata periferia, in mezzo a casermoni tutti uguali in un mare di asfalto.
Ma in questa squallida banlieu comunque di amore ce n’è molto.
Non si tratta di un sentimento da commedia romantica, che regala il batticuore, ma piuttosto di un’emozione con una sfumatura più ampia e universale. E’ l’amore per il prossimo, nel bene e nel male, l’affetto e la solidarietà per chi ci sta attorno e magari appare anche un po’ ostico, strano e soprattutto indecifrabile.
In questo film non ci sono protagonisti vincenti, maschi alfa e seduttrici, ma persone comuni, come nella vita vera, un po’ bruttine e anche perdenti.
Tutto si svolge nel condominio dove il destino fa atterrare, causa avaria, la navicella spaziale di un astronauta americano che ha perso la rotta e viene inaspettatamente ospitato da un’anziana casalinga algerina.
Poi tra gli inquilini del brutto condominio fatiscente ci sono anche un aspirante fotografo, un’attrice in crisi e un adolescente annoiato e abbandonato a sè stesso. Mentre come improbabili guardiani, sui gradini d’ingresso dell’edificio ci sono due ragazzi un po’ troppo stonati, dall’abuso di sostanze, che non si stupiscono più di nulla.
Per tutti la vita è dura e monotona ma il talento del regista (il francese Samuel Benchetril) è stato quello di trasformare le azioni un po’ surreali di questi eroi sfigati in un piccolo capolavoro: coinvolgente e divertente. Il condominio dei cuori infranti è infatti uno di quei film low budget che grazie al passaparola sta avendo molto successo e lascia sul viso degli spettatori a fine proiezione, un grandissimo sorriso.

Julieta: una telenovela

Ho visto tutti i film di Pedro Almodovar e l’ho sempre apprezzato. Perciò ieri quando sono andata a vedere la sua opera più recente Julieta ero piena di gioiose aspettative.
Il film racconta la storia di una donna, Julieta appunto, che da dodici anni ha perso ogni contatto con la figlia sparita inspiegabilmente.

All’inizio della pellicola troviamo una Julieta cinquantenne, finto-bionda bella e raffinata, che sta per lasciare Madrid per trasferirsi in Portogallo con il suo compagno. Però il caso vuole che si imbatta per strada nell’ ex-migliore amica della figlia (ora redattrice degli speciali di Vogue?!?!?) che le racconta di aver incontrato, qualche tempo prima, la dispersa (ancora una volta per caso) in Svizzera, .

Questo incontro fortuito sconvolge a tal punto Julieta da farle cambiare programma: molla il fidanzato, rinnega il Portogallo e trasloca.

Dove? In un altro quartiere di Madrid: nella casa dove aveva vissuto tanto tempo prima con la figlia. Perchè non vuole rinnegare il passato, ma trovare la forza di capirlo. Così comincia a scrivere una specie di diario rivolto alla figlia in cui promette di raccontarle tutta la verità.

E qui ero ancora contenta, perchè pensavo: bene adesso vediamo cosa è successo veramente!

Viaggio indietro nel tempo. Anni 80: una Julieta giovane e gnocca (sempre finto-bionda in stile Madonna in Papa don’t preach) è una prof di greco e
images.duckduckgo.comincontra un pescatore in treno. E’ un viaggio notturno e dal finestrino si vede stranamente anche un cervo che corre spaventato (qui dovevo cominciare a sospettare che qualcosa non quagliasse!).

Il pescatore è molto fico e anche stranamente abbiente (per essere un giovane pescatore tatuato). Infatti ha una bella villetta con giardino/vista mare in una località amena della costa e anche una colf. Inoltre è così sexy da divenire, ovviamente, il padre della ragazza scomparsa.

La colf invece è Rossy De Palma. E Almodovar si autocita alla grande: sguazza negli anni’80, nei tempi d’oro del suo esordio, e regala le uniche due battute divertenti del film. La De Palma è imbruttita di bestia (per esigenze di copione) ma rimane sempre divertente.

La storia e il dramma della nostra Julieta invece virano sempre di più verso il piattume prevedibile da telenovela. Si aspettano sorprese che non arrivano, amori che non decollano, colpi di scena che non esistono, drammi che non si consumano.

Ci sono invece dettagli risibili, come la scena in cui la futura redattrice degli speciali di Vogue, a dodici anni seduta sul divano già legge Vogue!
(Ce n’era veramente bisogno?)

Quando sono apparsi i titoli di coda lasciandomi incredula per la mancanza di costrutto del film, una signora altrettanto confusa mi ha chiesto gentilmente:
“Scusi, sono io che non ho capito o non è successo niente?”
“No, guardi non è colpa sua è proprio così: ha raccontato il nulla!”, le ho risposto solidale e altrettanto delusa.

E la cosa sorprendente è che anche qui, come canovaccio della storia, c’erano tre grandi racconti: Fatalità, Fra poco e Silenzio di una scrittrice da Nobel, Alice Munro.

The Dressmaker

Questo film è una sorpresa: diversissimo e molto meglio da quello che potrebbe sembrare dal trailer. Molto meno comico e più profondo. Con ricostruzioni, fotografia e costumi fantastici.
La storia è quella di Tilly, una giovane donna interpretata da Kate Winslet (in forma smagliante) che, dopo aver lavorato come couturiere a Londra e Parigi, torna inaspettatamente nel piccolo paese del sud dell’Australia dove è nata.
Torna per trovare la vecchia madre, la pazza del paese, e anche per un regolamento di conti. Peccato che a Dungatar, questo è il nome di quel buco di posto brullo e isolatissimo, abitino personaggi molto squallidi. Brutti, invidiosi e cattivi. L’unico che si salva è Teddy, un’anima bella con le sembianze succulente di Liam Hemsworth (infatti in sala il 90% degli spettatori erano ragazze e ragazzine in deliquio).
Ovviamente fra Tilly e Teddy scocca, dopo il minimo sindacale delle schermaglie, la classica scintilla. E la scena in cui la sala faceva la ola era quella in cui Tilly, stilista, deve cucire un abito da cerimonia per Teddy e per prendergli le misure lo fa spogliare.
Teddy rimane in mutande e le spettatrici sono ripagate del prezzo del biglietto, poi succedono altre cose e la trama prende (fortunatamente) una piega inaspettata.
La scena che mi è piaciuta di più è quella in cui a Tilly chiedono chi sia la stilista che l’ha ispirata di più. Lei risponde sicura: “Vionnet!”
Tanti annni fa, quando a Londra avevo intervistato Vivienne Westwood anch’io le avevo fatto la stessa domanda e lei mi aveva risposto sicura: “Vionnet!”
Non avevo la più pallida idea di chi fosse ma, per non fare una figura di cacca, avevo risposto sicura: “Ah, certo!”
A quei tempi non c’era Google e neanche wikipedia però ero risucita poi a capire che fosse questa mitica stilista, maestra del drappeggio e dei vestiti scultura.
Così, l’altra sera al cinema dopo tanto tempo, ho avuto la mia soddisfazione.

Brooklyn: un film che fa bene all’amore

Una ragazza irlandese ventenne che negli anni ’50 emigra negli Stati Uniti, a Brooklyn, in cerca di un futuro. La storia non è originale ma il film che la racconta è un piccolo capolavoro di freschezza, ironia e romanticismo.

Tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore irlandese Colm Tòibìn, riesce subito a coinvolgere  completamente lo spettatore nelle vicende della protagonista Eilis, ragazza semplice e timida, ma determinata a migliorarsi e farsi prendere sul serio. L’attrice che la interpreta, Saoirse Ronan è bravissima (a 10 anni aveva già vinto l’Oscar con Espiazione), cresciuta veramente vicino a Enniscorthy, il paese dove si svolge la parte irlandese della storia, ha raccontato di essere stata felicemente stupita di ritrovare tanti suoi compagni di scuola, che facevano le comparse, nelle scene più corali del film.

Dal paesello a Brooklyn è come atterrare su un altro pianeta, nell’America degli anni’50 in full swing (le ricostruzione degli ambienti, le musiche, i costumi sono perfette), Eilis è sveglia in pochissimo tempi trova un lavoro e anche l’amore. Poi una tragedia famigliare scombussolerà il suo destino e farà stare in ansia gli spettatori.

Sono andata al cinema di sabato pomeriggio, e come sempre la platea era piena di vecchietti , c’era un pubblico maturo. Gente che probabilmente era giovane proprio negli anni’50, ex ragazze che avevano ballato il boogie-woogie e portato le gonne a ruota. Ex giovanotti che quando avevano i capelli si erano messi la brillantina.

Forse per questo quando la pellicola è finita e sono apparsi i titoli di coda, alzandosi, molte coppie si sono prese per mano. Brooklyn potrebbe essere un toccasana per le legami in crisi, una storia d’amore per rinsaldare matrimoni.

Io mi sono commossa, ma essendo per natura allergica a troppa melassa, ho cercato di occultare la lacrimuccia che mi avrebbe tradito.

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