Baby: la terza e (per fortuna) ultima stagione

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Avevo già scritto di Baby, la serie di Netflix ispirata allo scandalo delle giovanissime squillo dei Parioli. Ero stata cattiva e dopo aver terminato di vedere la terza e ultima stagione, rimango molto critica. Perché sembra che tutti i protagonisti diano il peggio di sè.

Ma oltre alla pessima recitazione, a cui dopo un po’ si finisce per assuefarsi, veramente scandalosi, nel senso di banali e inconcludenti sono i dialoghi. Qualche esempio:

A volte per andare avanti bisogna tornare indietro

oppure

Mi sembra di camminare sull’orlo di un burrone

Come si evince da queste dichiarazioni drammatiche, le baby squillo, Ludovica e Chiara vivono un momento di struggimento, ripensamenti e tristezza. Oramai il loro “segreto” è scoperto e bisogna fare i conti con la realtà. La situazione dovrebbe essere drammatica ma le nostre non riescono a essere convincenti. La tragica dualità, ancora bimbe ma la danno via con la fionda, nella serie viene sottolineata con accessori di scena come il peluche gigante dell’orsacchiotto che tengono nella camera dell’appartamento (dovrebbe essere ai Parioli ma è stato filmato nel quartiere di Coppedè, perchè più fotogenico) dove accolgono gli attempati clienti.

E l’orsacchiotto gigante diventa anche comodo (e banalissimo) rifugio per la microspia che film gli incontri hot. Poi quando sta per arrivare la polizia (c’è stata una soffiata) si salvano per un pelo dal blitz, scappando in auto con l’orsone tra le braccia. Un vero tocco trash della sceneggiatura.

Ludovica (la mora) compie 18 anni, e come festeggia (sempre considerando nella dicotomia della sua personalità un viscerale attaccamento all’infanzia che convive con atteggiamenti da maledetta)? Va alle giostre con la bionda per divertirsi in un delirio di spensieratezza.

Poi però le cose si mettono male e Fiore, il pappone giovane e bello con cui Ludovica ha una storia, la obbliga a fuggire con lui. È inverno e come è vestita lei nei giorni di latitanza? Minuscolo crop top di lurex verde, short neri, calze “francesine” sopra il ginocchio e scarponcini. Comodo outfit per baby squillo on the run.

Continuando a spoilerare, fra un broncio e un luogo comune, si arriva al processo: a Ludovica va bene, niente gattabuia e anzi ricomincia a studiare e fa anche l’esame di maturità. Di cosa parla nell’interrogazione?

Della sessualizzazione femminile del 1968! Grandissimo approfondimento sociologico della regia. L’altra, la bionda Ludovica, invece va in comunità, dove dichiara, per fortuna, di non stare neanche tanto male. La va a trovare un ex fidanzato a cui confida che se la passa bene: dipingono e fanno la pizza.

E come tocco finale c’è anche il doppio tatuaggio: due identiche mini silhouette di orsone sui polsi. Così non si dimenticheranno mai!

Insomma per Chiara e Ludovica, è stata un’avventura. E questo è il lato più negativo della serie. Se da adulta vedo il ridicolo in questo adattamento, che non è riuscito a dare profondità e drammaticità a una vicenda in realtà tragica, per le più giovani il messaggio è ambiguo.

Le protagoniste si sono prostituite per ribellione, alla fine ne sono uscite un po’ provate, ma poi con due bei tatuaggi gemelli, una pizza in comunità per la bionda e un corso di disegno all’università a Parigi per l’altra. Insomma tutto si è risolto. Una finzione edulcorata che rappresenta un modello pericoloso.

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