Aiutiamo i bambini prematuri

Il problema dei bambini prematuri mi sta particolarmente a cuore, a questo tema infatti avevo dedicato, dieci anni fa, il primissimo post del blog.

Ne parlo ancora una volta perchè in questo periodo, fino all’8 maggio,  l’ospedale pediatrico milanese Vittore Buzzi, attraverso la sua fondazione (OBM Onlus) ha attivato una campagna di raccolta fondi tramite numero solidale. E’ un’iniziativa per sostenere le spese di acquisto di un macchinario per l’Ospedale, uno strumento che serve a diagnosticare per tempo una malattia della retina che spesso i prematuri sviluppano. E’ molto importante curarla fin da subito, per evitare che si aggravi e che porti alla cecità.

Testimonial di questa importante iniziativa benefica è Cristina, una bambina nata prematura alla 26ma settimana quando pesava solo 577gr. Poi, con tante cure e un’operazione agli occhi, è riuscita a vivere. La mamma di Cristina ha appeso sulla porta un fiocco rosa per la sua nascita solo quando l’ha presa in braccio e l’ha portata a casa.

Ora Cristina ha 7 anni ed è sana e forte, è una bambina superattiva, le piace molto fare sport, in particolare andare a cavallo. È riuscita a lottare grazie alle cure ricevute all’Ospedale Buzzi di Milano, insieme all’associazione OBM Onlus, che ogni giorno sta al fianco delle famiglie in questi delicati momenti, quando non essere soli fa la differenza.

Un’altra bellissima iniziativa sempre per aiutare i bambni nati troppo presto è Cuore di maglia, un’organizzazione di ragazze e signore di tutte le età bravissime con i ferri (come si diceva una volta). Adesso l’arte di fare la maglia si chiama knitting, all’inglese, è diventata molto di moda in tutto il mondo.

Le nuove magliaie sono artiste che fanno istallazioni oppure bombardano le città con yarn bombing, sono cioè graffitare con i gomitoli e ricoprono di lana, gli arredi urbani.

Ma ci sono anche le patite del knitting che mettono la loro abilità a disposizione dei più piccoli, anzi dei piccolissimi. Quei bambini così minuscoli che la misura delle loro cuffiette è uguale a quella di una mela e i calzini sono “mezzo pavesino”.

Quando vieni alla luce troppo in fretta, è difficile trovare l’abbigliamento della misura giusta, perchè anche la taglia “zero” da neonato è davvero troppo grande. Così gli indumenti minuscoli vengono creati ad hoc da queste magliaie gentili e solerti che lavorano veramente con il cuore, usando filati speciali, che possono stare a contatto con la pelle delicatissima e fragile di questi neonati speciali. Copertine, cuffiette, calzini vengono poi donate a vari reparti prematuri degli ospedali.

Piccoli bulli e cyberbulli crescono

Un manuale per capire meglio, per vederci più chiaro, per aiutare e soprattutto prevenire. Questo libro di Anna Oliviero Ferraris  approfondisce il problema del bullismo, argomento attuale e drammatico. Purtroppo così di moda e perciò anche oggetto di approfondimenti più o meno appropriati nel mondo dello showbiz.

I due tipi di bullismo, tradizionale e cyber, hanno tre caratteristiche principali in comune: la ripetizione nel tempo, la sproporzione delle forze a favore degli aggressori, l’intenzione manifesta di nuocere da parte di coloro che aggrediscono e perseguitano.

La scuola è spesso il territorio insidioso dove agiscono i bulli, ma il malessere può anche essere causato dal comportamento prepotente e dispostico di un allenatore sportivo, o addirittura di un insegnante che abusa del suo potere. Quindi il ragazzo che si sente vittima può esprimere il suo disagio rifiutandosi di andare a scuola o magari nel luogo dove pratica sport.

Il territorio del malessere in questo caso viene bene definito, ed è più facile da circoscrivere e forse anche da imparare a evitare. Mentre nel cyberbullismo la situazione è molto più insidiosa, come chiarisce ancora l’autrice, perché c’è un’amplificazione degli attacchi.

Infatti, attraverso i social network, la vittima può essere sotto pressione sempre, contemporaneamente da più persone. Per gli adolescenti, sempre connessi, in simbiosi con i propri smartphone il tormento aumenta diventando insopportabile. E’ molto più difficile sottrarsi, isolarsi e sentirsi al sicuro.

Come si sa, i ragazzi bullizzati manifestano sintomi di malessere, ma si vergognano della loro debolezza. Quindi minimizzano, oppure reagiscono male, diventando a loro volta spiacevoli e soprattutto evitano di confidarsi con chi li potrebbe aiutare.

In questo manuale l’autrice approfondisce, a livello psicologico ed emotivo, il disagio di chi subisce, ma anche quello di chi aggredisce. Spiega che la vera e più efficace prevenzione contro il fenomeno del bullismo nasce in famiglia. Affronta argomenti spinosi come la gestione dei conflitti e le cause fisiologiche più comuni che favoriscono i picchi di aggressività.

Poi nella seconda parte del libro diventa più pratica proponendo anche strumenti, statistiche ed esercizi pratici per affrontare il disagio. Confronta le varie strategie risolutive, prendendo in considerazione anche esperienze di successo di psicologi e psicoterapeuti stranieri. Fornendo così un aiuto esaustivo per capire e aiutare i ragazzi a fronteggiare senza paura il problema e a uscire lentamente dallo stigma della vittima.

Per una festa della mamma profumata e rilassante

Manca esattamente una settimana alla festa della mamma e ho una forte tentazione: chiudermi in bagno e annegarmi nella dolcezza profumata di rose, fiori d’arancio, neroli, miele, gli oli essenziali e le fragranze che sono alla base della linea di Lush pensata per le mamme.

La mia routine preferita per rilassarmi, smettere di smadonnnare coccolarmi e magari anche leggere, rischiando anche di bagnare il libro, è quella di immergermi nella vasca da bagno con una bomba. Rimango a mollo il più a lungo possibile, godendomi il relax, fino a che l’acqua della vasca da bollente diventa tiepida, quasi fredda. E allora la pacchia è finita!

Mi piacciono così tanto le bombe di Lush, perché sono diventate il mio rifugio quando in famiglia mi fanno arrabbiare.

Quindi ho capito che mi conviene comprarle e tenerle in serbo.

Così quest’anno sono stata previdente. Mi sono già regalata da sola Mum e non vedo l’ora di lasciarla sciogliere lentamente mentre l’acqua diventa profumata, frizzante e profumata.

Sono andata sul classico, Mum, sobria e tenera dai colori pastello. Conservo le mie bombe nei cassetti della biancheria, così contagiano con un buon profumo la lingerie.
A volte le nascondo anche tra gli asciugamani, ma solo nei periodi di abbondanza, quando ne posseggo più di un paio. (in fondo chi se ne frega degli asciugamani)

Domenica prossima con la mia Mum sono pronta anche al peggio, nel caso in cui le mie ragazze si dimentichino di festeggiarmi o non neanche voglio pensarci di farmi un regalo!

Ma per le madri fortunate, quelle che non hanno figli ingrati, sono tantissime le proposte della collezione dedicata alla festa della mamma.

Ci sono gli spumanti da bagno Baa Bar, una rilassante pecorella alla lavanda, la Giraffa Elsie, una giraffa del buonumore con limone e pompelmo (regali perfetti e divertenti per le teen-mum o le madri altruiste che magari fanno anche il bagnetto con il pupo), e lo scrub corpo Scrubee, una dolce ape ricca di burro di cacao e miele. Poi naturalmente anche  i classici bagno schiuma e creme per il corpo.

Poi per Happy Mother’s Day, la confezione è un vero e proprio scrigno ricco di profumate sorprese. La base è infatti un guscio biodegradabile di noce di cocco che può diventare un vaso per una pianta.
Il tutto è avvolto da un colorato Knot Wrap, un foulard utilizzato come alternativa sostenibile al packaging.

Thirteen reasons why

Da lontano, dopo tanti anni, i tempi del liceo li ricordiamo come un momento felice, spumeggiante e leggero. Gli adolescenti eravamo noi: senza rughe, senza obblighi famigliari e professionali, senza mutuo. Una pacchia.

Anni mitizzati perchè dobbiamo mettere in conto anche un calo di memoria.

Ma forse no, perchè nel nostro Paese abbiamo tanto sfighe, ma non siamo mai stati così minus habens, così vuoti e semplici, come i teen-agers americani protagonisti di Thirteen reasons why. La nuova serie di Netflix ambientata in un liceo americano, tratta dall’omonimo best-seller uscito dieci anni fa, che racconta del suicidio di una studentessa bella e tormentata.

Liberty High, l’istituto in cui è ambientata la storia, viene descritto come una specie di inferno. Tutti sono bugiardi e anche piuttosto vigliacchi. Non è una scuola disagiata, ha  un bel giardino intorno, siamo nella dorata California, e anche il preside è un bell’uomo di mezza età senza pancia.

C’è un variegato mix di razze (siamo politically corect), tutti sembrano tanti carini e invece…

La protagonista della vicenda è la povera Hannah Baker, che dall’aldilà torna a materializzarsi grazie a una collezione di sette cassette (da ascoltare attentamente lato A e lato B) in cui ha registrato le 13 ragioni per cui si è tolta di mezzo.

Questi nastri vengono misteriosamente recapitati al coetaneo più timido e anche un po’ secchione della scuola (però naturalmente è bello) che, soffrendo come un cane, in mezzo a mille ostracismi fisici e morali, cerca di sbrogliare la matassa.

La produttrice della serie è Selena Gomez che conosce bene i suoi polli fans e infatti Thirteen reasons why è perfettamente calibrato per un pubblico di adolescenti che si lasciano stregare dal plot in cui la drammaticità è data dalla classica ricetta sesso-droga-rock’n roll, edulcorata in stile teen-ager. E condita con un contorno di bullismo all’americana, dove ci sono le cheerleaders, i drugstore dove comprare l’alcol da bere nel sacchetto di carta marrone, i balli della scuola e  anche i SUV guidati, in comode stradone senza ZTL,  a sedici anni.

La suspence della trama dovrebbe avere un ritmo più serrato, molte situazioni sono prevedibili, ma i dialoghi fra adolescenti sono realistici e così pure gli impasse esistenziali.

Sconsigliato ai maggiori di 17 anni.

Care figlie vi scrivo

Quando ero ammalata, mentre i malviventi baresi morti ammazzati di Carofiglio mi angosciavano e facevano alzare la febbre, ho trovato un modo di lenire gli affanni leggendo il memoir di Marisa Borini, la madre di Carlà e Valeria Bruni Tedeschi.

Intuisco cosa penserà qualcuno: sei così mentecatta da preferire la scrittura della signora Marisa Borini in Bruni Tedeschi a Gianrico Carofiglio?

Beh, sì. E non mi vergogno. Almeno lei è schietta, divertente e non ti fa venire gli incubi.

La biografia di questa signora, oggi ottantenne, totalmente sopra le righe, mi è stata regalata da una cara amica che conosceva il mio debole per Carlà e famiglia.

Tutto è cominciato con le canzoni in francese sussurrate dall’ex premiere dame e poi ho cominciato ad amare ed apprezzare molto anche Valeria (sì ormai da vera fan le chiamo per nome) e quindi la bio della madre era per me una lettura essenziale.

La signora Marisa ha avuto una vita incredibile, un po’ come una favola. Bella, di origini modeste, con grande intraprendenza e un infinito amore per la musica, si è divertita da subito. Poi si è sposata molto bene e ha continuato a suonare il piano, a fare concerti e  girare il mondo.

…Nicole e io avevamo fatto conoscenza di due austriaci molto belli, Maximilian e Werther. Due gemelli, abbastanza maturi per noi, vale a dire più che trentenni, formidabili ballerini…Si rassomigliavano come due gocce d’acqua, era molto difficile distinguerli, ma ci innamorammo tutte e due dello stesso, Werther. Dicevo a Nicole: “Ma prendi l’altro è uguale!” Niente da fare voleva Werther anche lei. 

Questo è un esempio della prosa del memoir che è pieno di storie di famiglia. Narrate con ironia e aneddoti, in uno stile irriverente come si usa fra parenti.

Ma il libro è anche denso di confessioni più emotive e coinvolgenti, come il racconto della malattia del primogenito Bruni Tedeschi, Virginio, morto per l’Aids.

Marisa Borini rivela anche la verità sul padre di Carlà: un diciannovenne amico di famiglia con cui ha avuto una relazione di due anni. Lei ne aveva invece trentacinque,   in un tempo in cui le MILF non erano ancora state sdoganate.

Avevo la febbre, tossivo e prendevo il libro, che serviva come paracetamolo.

Leggevo un po’, ridevo e mi sentivo meglio. I capitoli sono slegati fra loro, senza continuità, una variegata lista di fatti e riflessioni.

Quindi, rintronata dall’influenza, potevo anche aprire a caso e divertirmi comunque.

Quando Carlà divenne premiere dame, con Sarkozy andò in visita dalla Regina Elisabetta. Sgarrando un po’ sul protocollo invitarono anche Marisa Borini…

La cameriera che mi era stata destinata aveva disfatto la valigia…allineato i miei gioielli su dei piccoli teli di lino..si presentò al momento del bagno. Io, ovviamente, le risposi che mi sarei arrangiata da sola. Che imprudenza! Le tubature erano talmente vetuste che ci sarebbe voluto un ingegnere per farle funzionare.

Due imperdibili libri per bambini

E’ difficile essere contenti di se stessi.

E’ arduo da adulti ma anche da bambini. Perchè in giro c’è sempre qualche modello migliore di noi. E pare succeda anche agli animali. Non tutti sono soddisfatti del proprio essere. Ce lo svela anche questo libro delizioso e ironico: Non voglio essere una rana un bellissimo album illustrato per bambini dai 3 anni in poi, in cui il protagonista è Oscar, un cucciolo di rana che farebbe carte false per trasformarsi in qualche altro animale, a suo parere più fico.

Andrebbe bene anche un banale coniglio.

 

Ma per capire bene che conviene accettarsi occorre magari crescere un po’ e soprattutto ragionare, usare il cervello. E nell’adolescenza è una cosa difficilissima, quasi più della trasformazione da rana a coniglio.

Per comprendere come funzioni  si sviluppi il cervello di un ragazzino/a ai tempi delle medie c’è questo manuale veramente interessante. Spiega in modo divertente e divulgativo, strizzando l’occhio a un testo di anatomia, cosa succeda nella mente di un/una undicenne quando sta crescendo e gli ormoni iniziano a prendere il sopravvento.

Come non soccombere?

Imparando ad allenare e usare il cervello come alleato. Oltre a illustrazioni accattivanti c’è anche un appendice scientifica con il glossario di tutti i termini più importanti.

Dalla kisspeptina, che non è l’urgenza di baciare che prende l’adolescente, ma una piccola proteina dell’ipotalamo, all’ assone, prolungamento del neurone che trasmette impulsi elettrici.

Volete crescere dei piccoli neurologi?

(la specializzazione oggi più ambita per chi fa medicina)

Questo è il libro che fa per voi 🙂

 

Quello che i genitori dicono

A volte ascolto cose…

in giro per la città sento conversazioni che mi scandalizzano stupiscono così tanto che vorrei intervenire, ma so che invecchiando si perdono i freni inibitori e quindi per non apparire come una brontolona rimbambita sto zitta e rimugino. A volte cerco di non ridere, altre mi scappano espressioni strane, ma giuro che mi sto allenando per rimanere impassibile.

Dal coiffeur:

Signora carina sui quarantacinque, mamma e sposata, con gran voglia di chiacchierare con il parrucchiere che la phona:

“Sì, perchè mi hanno spiegato che i figli dispari assomigliano al papà e quelli pari alla mamma”

“In che senso?”

Guarda il parrucchiere con un po’ di condiscendenza (forse non capisce perchè è single e magari anche un po’ gay?):

“E’ facile il figlio n°1, n°3, n°5, ha un carattere più simile a quello del padre, mentre il n°2, n°4, n°6 hanno preso dalla madre!”

In un’Italia con una natalità di 1,31 bambini a famiglia è un grande ragionamento e infatti il ragazzo commenta:

“Ci vogliono un sacco di figli! Ma ci sono?”

All’aperitivo:

Locale alla moda rumoroso e colmo di gente, al tavolo di fianco a noi due giovani coppie, una con bebè di circa 9 mesi.

Il papà per intrattenere la figlia le fa ciucciare un po’ il collo di una birra Menabrea, è amara e la piccola comincia a strillare.

La mamma ride e prende in braccio la figlia. Poi le offre un minuscolo pomodoro pachino, forse la bebè si soffocherà.

E invece siamo fortunati e non succede.

Il papà orgoglioso spiega all’altra coppia, senza figli, come funziona la vita di famiglia.

“La mettiamo a letto alla sera verso le 11”

“????”

“Sì, perchè torniamo a casa tardi dal lavoro e vogliamo godercela un po'”

“Ma al pomeriggio dorme?”

“Mah”, ci pensa un po’, sembra una domanda difficile…

“Forse, un’oretta…”, sorride e le passa con nonchalance un altro bel pachino.

 

La playlist di Lola

Un po’ di tempo fa avevo letto che ai cani piace il reggae, e alcuni ululavano anche per cantare in coro. La notizia mi ha incuriosito così ho deciso di approfondire  e verificare con Lola. Perciò con Emma le abbiamo fatto sentire un po’ di Bob Marley.

Ho sempre trovato il reggae un po’ noioso e ripetitivo ma ho cercato di non influenzare Lola, con il mio body language. I cani sono degli espertoni del body language dei padroni: se nascondi o dissimuli, ti sgamano subito.

Emma ha cercato un po’ di brani su youtube, ma Lola non sembrava eccitarsi, non scodava e non ululava. Anzi con la palpebra un po’ calata, pareva vicino al pisolino postprandiale.

La prova del nove l’abbiamo fatta con No woman no cry, se non le piaceva quel brano cult sarebbe stata l’eccezione canina che conferma la regola delle preferenze musicali.

E infatti ha approffitato della colonna sonora della buon’anima Bob per farsi un bidet veloce.

Allora abbiamo capito, non è un cane da reggae. Per non tediarla ulteriormente abbiamo cambiato decisamente genere musicale.

Con Beyoncè, Countdown, ha rizzato le orecchie. Ma è stato con Taylor Swift, Blank space che ha iniziato a scodare e con I know you were trouble ha anche sorriso.

E’ proprio un cane-ragazza e da un po’ di giorni ascolta anche Ed Sheeran 🙂

P.S. Ho trovato questa pagina FB divertentissima Doggos dove forse scoprirò altre playlist.

 

 

Torta alla mandorla e cioccolato senza cottura

Per festeggiare il compleanno di Emma ho pensato di preparare questa golosissima torta al cioccolato. È estremamente facile da cucinare, non richiede molti ingredienti, né tanto tempo e soprattutto è perfetta per tutti gli amanti del cioccolato. Inoltre, come al solito, è una ricetta sana, ma approvata con entusiasmo anche dai più scettici nei confronti dei cibi salutari.
La base è croccante e leggermente salata, il cuore morbido e cremoso e il tutto è ricoperto da una ricca ganache al cioccolato fondente.

Ingredienti:
Per la base
– 170g di mandorle tostate
– 200g di datteri Medjool denocciolati
– 25g di cacao in polvere
– un pizzico di sale
Strato alla mandorla
– 250g di crema di mandorle
– un cucchiaio di sciroppo d’acero
Ganache
– 250g di cioccolato fondente
– 100ml di latte di cocco
– un cucchiaio di olio di cocco

Alcuni degli ingredienti

Preparazione
1) Ricoprire una teglia tonda o rettangolare di carta da forno.
2) Preparare la base sminuzzando nel mixer le mandorle, i datteri e il cacao.
3) Lavorando la pasta ottenuta con le mani spargerla nella teglia cercando di formare uno strato uniforme. Mettere da parte la teglia con la base.
4) In una ciotola, mischiare il burro di mandorle allo sciroppo d’acero. Spalmare il mix sullo strato di base della torta. Mettere la teglia nel freezer per far solidificare lo strato centrale.
5) In un contenitore adatto al forno a microonde, versare il latte e l’olio di cocco (quest’ultimo a temperatura ambiente). Scaldare nel forno a microonde finché non si scioglie completamente l’olio, senza far bollire.
6) Sminuzzare il cioccolato in una ciotola e versarci sopra il latte di cocco caldo con l’olio per far sciogliere il cioccolato. Mescolare bene e lasciare da parte per un paio di minuti, coprendo con un foglio di pellicola.
7) Assicurarsi che il cioccolato sia completamente sciolto mescolando con una frusta. Se necessario scaldare ancora un po’ in forno a microonde.
8) Una volta ottenuto un composto liscio e omogeneo, rimuovere la teglia dal freezer e versare il cioccolato sullo strato alla mandorla. Aiutandosi con un cucchiaio, stendere bene il cioccolato nel modo più uniforme possibile.

Voilà! Rimettere nel freezer per qualche minuto, affinché tutti gli strati possano solidificarsi, poi servire fredda.

Il prodotto finito

I primi due strati

La base (non molto fotogenica!)

Si può conservare nel frigorifero per un paio di giorni. Se si ha intenzione di mangiarla più avanti, cosa che penso non succederà, si può conservare nel freezer fino a un mese.

Lasciati andare

Finalmente una commedia italiana brillante, originale e soprattutto non volgare. Una perla rarissima nel panorama cinematografico nostrano, dove il pubblico viene sempre considerato un po’ troppo semplice e per farlo ridere è necessario infarcire sempre la trama di battute squallide e pecorecce.
Invece Lasciati andare, di Francesco Amato, che esce oggi nelle sale, si discosta coraggiosamente da questa tendenza e racconta una storia divertente e coinvolgente, con dialoghi fantastici.
Toni Servillo, in un inedito ruolo comico, è Elia Venezia, uno psichiatra cinico e pigro.
Così disilluso verso la sorte dei pazienti che si sdraiano sul suo divano per raccontare frustrazioni e fobie che, per non morire di noia, deve piluccare dolci per tutta la durata delle sedute.

Questa fame nervosa però è fonte di guai. Spompato e sovrappeso deve iscriversi in palestra e mettersi a dieta, per non rischiare il tracollo fisico.

A convincerlo è l’ex moglie, Giovanna, interpretata da Carla Signoris, che un po’ masochisticamente, nonostante la separazione, continua a controllarlo. A fargli da badante/governante.

La palestra al “nostro” procura un effetto angosciante. Si sente troppo intelligente per far ginnastica in gruppo. Allora per sfangarla e rimettersi comunque in sesto, decide di affidarsi a una personal trainer. Sceglie Claudia, l’attrice spagnola Veronica Echegui. Giovane, bella, estroversa e gentile ma purtroppo totalmente inaffidabile.

Dal loro sodalizio il ritmo del film accelera: scaturiscono situazioni impreviste da commedia degli equivoci, divertentissime e foriere di molti guai.

Claudia ha un passato complicato. Una figlia vivacissima, Jennifer Maria, e un fidanzato bordeline, Ettore, interpretato dal bravissimo Luca Marinelli.

Si ride molto e la battuta che mi ha divertito di più, forse per deformazione professionale, è quella che riguarda la celebre frase di Winnicott, sul concetto della madre sufficientemente buona.

In un momento un po’ drammatico del film, Elia lo illustra a Claudia, per aiutarla, per farle coraggio. Ma lei non si consola perché la scambia per una frase di Winnie Pooh.

Anche solo per questo malinteso surreale vale la pena di andare a vedere Lasciati andare e garantirsi una Pasqua super-divertente.

Per imparare ad amare la matematica

Con la mia ignoranza in matematica l’ho sfangata più o meno tutta la vita.
Però adesso, sembra arrivata la vendetta dei numeri: Emma-liceo classico, bravissima in tutto ha avuto un break down in mate. Non tanto per il voto quanto per l’emozione negativa, l’angoscia che le provocavano rette e parabole.
(Come darle torto?!?!?)
Naturalmente non ho detto molto ma mi sono sentita in colpa.

(Altrimenti che mamma sarei? Me l’ha confermato anche una psicologa con cui ho parlato ieri, nel codice materno il senso di colpa è intrinsico, inutile illudersi. Non si scappa)

Però non è solo colpa mia, è anche di un’insegnante di mate che per due anni ha mandato certificati medici ed è stata piuttosto assente. E poi è anche colpa di un supplente bellissimo che era arrivato in classe l’anno scorso e le ragazze si facevano interrogare (senza voto) andavano alla lavagna così le compagne le potevano fotografare con il bello.
Foto carine ma niente apprendimento.
Però adesso c’è un film che può salvarci la vita e migliorarci la pagella.
Il diritto di contare, che racconta una storia vera e coinvolgente.
Una vicenda ambientata in Virginia nel’61, alla NASA, dove lavorava nel settore colored computer , un team di una ventina di donne di colore particolarmente geniali con i numeri. Così geniali, nonostante la pelle scura e l’handicap di essere femmine, da essere scelte per missioni delicate e speciali. Come, ad esempio, calcolare la rotta del razzo che avrebbe portato nello spazio l’astronauta John Glenn. Dotatissime nei calcoli tanto da imparare a programmare le schede per i primi calcolatori IBM.
Succedeva in un periodo dove il razzismo era fortissimo e la discriminazione totale.
In autobus c’era la sezione (di pochi posti) per i neri, i bagni erano divisi, le scuole più importanti off limits, e queste donne sono state delle eroine coraggiose, capaci di lottare per i loro diritti e passioni.
E qual è stata la leva che ha scardinato le discriminazioni? La matematica.
L’amore per la matematica e per i numeri.
Questa pellicola riesce magistralmente a coinvolgere lo spettatore che tifa per le protagoniste, si emoziona e angoscia davanti ai troppi ostacoli.
Miracolosamente ce l’ha fatta anche con me, quindi funziona con chiunque.
E a maggior ragione con uno studente che deve trovare il coraggio e la voglia di affrontare senza paura e prevenzione cose mostruose come equazioni e integrali.
Il diritto di contare è quasi una medicina, una terapia.
Meglio di mille discorsi per cercare di convincere a studiare chi si dichiara intollerante ai calcoli. Un film che dovrebbe essere messo nel POF.
Con un cast di attori bravissimi e una storia forte, diverte e commuove, ma soprattutto fa venir voglia di ricredersi.
Purtroppo non si può vivere senza matematica.
E studiarla, è incredibile, ma può essere anche un piacere.

Morta e resuscitata

Quindici giorni di black-out.

Prima sembrava una semplice influenza. Me l’ha attaccata Emma che molto probabilmente l’ha presa a scuola.

Abbiamo passato 5 giorni a letto insieme con la tosse e la febbre, nutrendoci di sciroppo e tachipirina, in una situazione molto simile ai nonni allettati ne La fabbrica di cioccolato.

Devo ammettere che avere una compagna di influenza è stato molto più divertente che essere ammalata in solitaria.

Dopo cinque giorni finalmente Emma ha cominciato a stare bene, mentre per me la situazione non migliorava. A causa della tosse continuavo a saltellare nel letto: dimenandomi e vibrando come un pesce rosso senza acqua.

Così mi sono trascinata come una zombie dalla dottoressa e ho scoperto di avere la bronchite. Dieci giorni di antibiotico e sono stata malissimo. Pensavo di morire come tutte le eroine dei romanzi ottocenteschi malate di tisi.

Non sapevo che la bronchite fosse così brutta, non mi era mai capitata prima e spero, dopo questa esperienza, di evitarla in futuro.

Mentre fuori la primavera sbocciava in tutto il suo fulgore, rantolavo nel letto, rabbrividivo e accumulavo kleenex, pensando a tutte le scadenze di lavoro che saltavano.

(Sì, perchè succede sempre quando ci sono più cose possibili da incastrare, anche Emma da accompagnare al saggio di teatro, di danza dall’altra parte della città).

A un certo punto, soffrendo e tossendo, ho raggiunto la pace dei sensi. Ho pensato che se morivo risolvevo un po’ di cose e avrei potuto smettere di preoccuparmi. In più il libro che esce fra un mese avrebbe magari venduto bene, lo scrittore postumo ha sempre più successo di quello vivo.

Nei momenti di lucidità, per passare il tempo e distrarmi avevo scelto di leggere, piena di aspettative, L’estate fredda. Ma verso metà ha cominciato a deludermi. L’escamotage di cui Carofiglio ha abusato nella narrazione, l’utilizzo dei verbali di interrogatorio del pentito, protagonista del romanzo, nelle prime pagine erano dettagliati e abbastanza interessanti. Ma la loro ripetizione, ancora e ancora, è diventata letale.

Mi ero lamentata dello stile di Saviano, forse perchè non avevo letto Carofiglio, che prima di diventare autore di best seller faceva il PM e ne conserva fortissima l’impronta.

Colpa della febbre? Delle citazioni colte, messe come come un alibi per mascherare la sciatteria dello stile poliziesco? L’intolleranza a Carofiglio é stato un effetto collaterale dell’antibiotico?

Non lo so, il dubbio mi attanaglia. Ma non sono riuscita ad andare avanti nella lettura.

Appena ho abbandonato le vicende torbide della Bari insanguinata degli inizi anni’90 e ho capito che sapere chi avesse ucciso il figlio del boss non mi interessava, mi sono subito sentita meglio.

Ecco come trovare regali per la mamma da sogno

Manca poco alla data fatidica data e quest’anno, per evitare fraintendimenti ed equivoci, per scegliere il mio regalo della festa della mamma ho deciso di giocare d’anticipo con la mia lista dei desideri.
Penso di essere stata abbastanza buona e quindi poter ambire a regali originali, ho scoperto Troppotogo dove ci sono sorprese molto divertenti, da scegliere in base al prezzo e alle passioni della festeggiata. Per cominciare ho cercato “regalo mamma”, ecco i mei preferiti:

Regalo mamma - Massaggiatore plantare Fit Maxx

Regalo mamma – Massaggiatore plantare Fit Maxx

Sono una maniaca del massaggio plantare, che mi rilassa e distende, appena posso me ne faccio fare uno. Prendo la cosa molto seriamente: ho anche studiato i rudimenti di reflessologia plantare per capire meglio come funziona la stimolazione nelle varie parti della pianta del piede. Mi sono stampata una mappetta per capire dove vanno ad agire le varie digitopressioni. Quindi, care ragazze, questo accessorio sarebbe il regalo perfetto per me. E penso di essere stata abbastanza buona per meritarmelo 🙂

 

Oppure….

Regalo mamma - Mini giardino da interni con semi assortiti

Regalo mamma – Mini giardino da interni con semi assortiti

Già lo scorso anno o avuto un discreto successo con il mio orto da balcone. Anche se devo ammettere che abbiamo avuto un lutto. RIP pomodorini. Poverini, non sono più con noi.
Pensare che li avevo curati con tanto amore!
Un altro problema con le mie piante sul balcone è stato ovviamente il freddo. In inverno ho allestito una piccola serra, ma comunque all’ora di cena andare a prendere qualche foglia di salvia o un rametto di rosmarino, vi ricordate quanto fosse spiacevole?

Si doveva sfidare la furia degli elementi.

Quindi invece questo mini kit per l’orticello sul davanzale sarebbe elegante, comodo e perfetto. Aromi e verdurine fresche H24 con qualsiasi tempo!

O ancora…

Un altro regalo che mi farebbe molto piacere sarebbe questo oggettino fondamentale per fare il sushi. Già il nome mi diverte moltissimo: bazooka, l’arma fondamentale per rollare degli uramaki perfetti.
Adoro il sushi ma sono sempre stata inibita nella produzione per paura di non riuscire a preparare dei rotolini che potessero conservare la loro forma.
Già mi vedo armata di avocado, cetriolo, salmone, sesamo e bazooka pronta per una perfetta cena jap.
Ah, dimenticavo, care ragazze, lo so che mi amate, e quindi vorrei anche questa bellissima tazza rosa per ricordarmi sempre di voi!

(post realizzato in collaborazione con Troppotogo)

Big little lies

La mia nuova serie tv preferita è Big little lies, adattamento televisivo dell’omonimo romanzo di successo pubblicato nel 2014 dall’australiana Liane Moriarty .

La storia si svolge a Monterey in California e sprigiona veleno materno dalla prima inquadratura. Il teatro della vicenda è infatti una scuola privata frequentata da un gruppo di bambini locali. E per “locali” intendo quelli di famiglie che vivono in ville meravigliose sull’oceano e hanno mamme ultra. Ultra-competitive-eleganti-ansiose. Insomma, a parte la differenza geografica, le dinamiche della storia sono quelle classiche che si creano nel cerchio magico delle madri con i figli nella stessa classe.

In Big little lies le mamme protagoniste sono Reese Witherspoon, Nicole Kidman, Laura Dern e Shailene Woodley (che era moribonda in Tutta colpa delle stelle, ma qui è cresciuta e sta abbastanza bene) che, come tradizione, dopo aver mollato i bambini a scuola vanno a farsi il caffè delle mamme e a spettegolare.

Nel loro caso però il bar è in riva all’oceano e il barista è anche simpatico e fico.
Comunque, anche loro come in tutti gli entourage scolastici hanno le loro belle gatte da pelare: gelosie, segreti, bugie, invidia, bullismo, recite di classe e naturalmente il solito odio fra madri lavoratrici e madri casalinghe.

Insomma, nonostante le meravigliose apparenze l’atmosfera non è per niente idilliaca, tanto che a una festa scolastica ci scappa l’omicidio.

E la prima puntata della serie inizia proprio, come si usa ora, con dei flash-back che intercalano nella storia e fanno ascoltare degli interrogatori della polizia.
Chi è morto non si sa con certezza, ma si presume che la vittima sia una madre della scuola particolarmente rompiscatole.

Meraviglioso! Colpo di genio dell’autrice per guadagnare pubblico.

Infatti chi, al colmo dell’esasperazione, non ha mai sognato di far fuori la madre più odiosa della sua scuola?

Non vedo che sia domani sera per vedere la nuova puntata!

P.S. Non ho trovato il trailer in italiano, ma si può vedere al link che ho messo sopra.

Sei arrivato tu

Essere genitori adottivi, educare e far crescere un bimbo arrivato da lontano, è il modo più coraggioso di essere genitori. Proprio per aiutare a gestire al meglio questa difficile scelta è appena nato il progetto “Sei arrivato tu” con l’intento di accompagnare la famiglia adottiva nel delicato periodo che segue l’arrivo del bambino. Per facilitare la ricerca di nuovi equilibri che favoriscano la relazione e la conoscenza reciproca.

Questa iniziativa nasce in Piemonte, grazie a un lavoro di sinergia della Fondazione De Agostini, dell’associazione “Attivalamente… e il corpo”, la “Cooperativa Sociale della Pallacorda”, il comune di Novara e la fondazione De Agostini ma speriamo sia un esempio di best practice che venga poi seguito ovunque nel nostro Paese.

Sei arrivato tu” è un progetto biennale che coinvolgerà una ventina di famiglie adottive del territorio novarese che vivranno l’attesa e l’arrivo del loro bambino.

In un momento in cui il legame affettivo tra genitore e bambino adottivo è ancora molto fragile, è necessario che i genitori vengano in contatto con il bisogno di protezione, di vicinanza e di tenerezza del bambino. E che il bambino stesso riviva le tappe evolutive precoci di relazione, in un’esperienza condivisa di gioco corporeo capace di valorizzare l’esperienza dei sensi.

L’obiettivo generale del progetto è infatti la promozione del benessere della famiglia adottiva e dello sviluppo armonico del bambino, per facilitare la creazione di un solido legame e promuovere la sintonizzazione emotiva ed affettiva nella relazione genitore-figlio, al fine di prevenire i rischi dei fallimenti adottivi.

Sarà una sperimentazione di acquaticità, di solito è consigliata dai tre mesi all’anno di età, ma in questo caso, considerato che i bambini arrivano anche più grandicelli, potranno partecipare al progetto fino ai sei anni. L’acqua facilita la relazione fra i genitori e i loro piccoli perché consente di esprimersi con spontaneità, di sviluppare sentimenti di fiducia e sicurezza e di comunicare attraverso il corpo le proprie emozioni.

 

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