Relax alle Terme di Riolo

Pare che Caterina Sforza nella sua raccolta di ricette di bellezza (Experimenti della excellentissima Signora Caterina da Forlì) avesse inventato una ricetta formidabile per una ceretta. (I peli superflui non sono mai piaciuti, nemmeno nel 1400!)

Ho scoperto questa curiosità storica nel fine settimana, quando sono stata invitata alle Terme di Riolo, il paese romagnolo dove si può ammirare una piccola Rocca Sforzesca. Qui probabilmente la bellissima nobildonna trascorreva qualche giorno quando si recava a passare le acque ai Bagni di Riolo.

Le terme di questo ridente paesino, vicinissimo a Imola dove sono cresciuta, hanno origini molto antiche. Esistono come stabilimento termale da 140 anni, ma i benefici dell’acqua salsobromoiodica di Riolo, che si forma da una falda del terreno a 50-60metri di profondità, erano già nominati nei trattati medici del ‘500. Scritti che illustravano i benefici di queste acque ricche di sali minerali e dei fanghi di argilla molto particolare. Non polverizzata ma cremosa.

La mia giornata alle terme è trascorsa nel centro benessere, a sguazzare nella piscina con l’acqua sulfurea a 34°. Nella vasca oltre all’idromassaggio, alla cascate e al percorso Vascolare Kneipp, c’è anche una cyclette e una macchina per fare step sott’acqua per chi ama l’acquagym.

Eravamo a bagno, un po’ bruttini con la cuffia, che dona solo a pochi, ma un’espressione beata sul viso. Sorridevo agli altri sconosciuti bagnanti e loro ricambiavano. Giovani e vecchi, donne e fanciulle. Perchè ce la spassavano, ci sentivamo leggeri e ci facevano massaggiare dai getti d’acqua. Ed è vero che l’acqua sulfurea rilassa e ovviamente ispira il buon’umore. Ha un effetto così calmante che anche i bebé erano sereni e tranquilli.

Poi mi sono concessa una pausa nella zona sauna e bagno turco, ho fatto le docce emozionali, profumate, tiepide e, con coraggio, anche quelle ghiacciate. E mi sono rilassata con una bella tisana.

Insomma una perfetta, fredda, domenica di pioggia.

Ma la piscina e il centro benessere sono aperti anche alla sera e potrebbero essere la meta di un S.Valentino romantico e salutista.

A Riolo alle terme si possono abbinare, per i buongustai, a delle belle mangiate e interessanti degustazioni. Mentre per chi predilige il fitness, sono possibili gite in mountainbike e percorsi a cavallo, sui sentieri delle (dolci) colline che circondano il paese.

Oppure più semplicemente si possono fare delle belle corse. Le terme sono in mezzo a un parco secolare, non mi ricordavo, altrimenti avrei portato scarpe e abbigliamento tattico.

Quando ero tornata a vivere a Imola, più di un decennio fa, e le mie figlie erano piccole per combattere i malanni stagionali (quegli inverni in cui tosse, raffreddore, broncospasmo, mal di gola sembrano un flagello di Dio) in settembre per prevenire avevo portato Emma e Anita a fare “le cure”. Inalazioni e polverizzazioni, a Riolo.

All’inizio c’erano stati capricci, invece poi era stato molto piacevole. Divertente. Soprattutto le polverizzazioni che si facevano in una stanza piena di “nebbia” dove loro erano immerse a giocare.

Il primo giorno le avevo spiate dal vetro del corridoio, poi considerato che non mi degnavano di uno sguardo e passavano il tempo felici giocando nella nebbia sulfurea, i giorni successivi me ne andavo a girare nel parco.

A prendere un caffè e guardare gli anziani che, a metà pomerigigo, ballavano il liscio nella pista da ballo davanti all’ingresso delle Terme.

Tutto molto romagnolo, molto felliniano.

 

Vlog: Londra

E’ saltato fuori un po’ per caso.

Tra i vecchi file del computer, Emma, videomaker nell’animo, ha ritrovato questo reportage che aveva filmato nel nostro viaggio a Londra di 2 estati fa.

Si parte dall’aereoporto di Linate e si arriva a Heathrow (con puntatina nei bagni, peraltro molto belli). Poi un flash su Holland Park, un tragitto in autobus a Pimlico. E ancora Southwark, Millenium Bridge, London Eye, uno scorcio di St.Paul Cathedral e del Big Ben.

Tutto condito con la colonna sonora di Justin Bieber.

(Emma adesso rinnega come infantile la sua opera ma per me è troppo modesta).

 

S.O.S educazione sessuale

In inglese lo chiamano “talking about birds and bees”, il discorso sugli uccelli e sulle api. Si tratta di quella chiacchierata imbarazzante che i genitori si sentono costretti a fare dopo aver ricevuto un po’ di domande spinose a cui non possono più rispondere cambiando discorso o offrendo un gelato.

A scuola non si fa più “italiano sessuale”.
L’aveva definito così alle elementari un compagno di mia figlia. Era capitato una mattina quando la maestra di italiano, appunto, aveva cominciato a spiegare certe cose dopo aver trovato un bigliettino “scottante”.

La “Buona Scuola” ha deciso di risparmiare su questa materia e così va a finire che ragazzini e ragazzine imparano dalla rete e dai compagni.

Una volta che parlavo di un film forse troppo esplicito per la sua età, mia figlia mi ha risposto scandalizzata: “Mamma, ma io ho fatto le medie!”

Insomma l’educazione sessuale è in mano alle famiglie ed non è certo facile affrontare certi argomenti. Anche se la sessualità ci circonda con riferimenti forti, con scene ed esibizioni non troppo velate su tv, internet e pubblicità, non sempre i genitori sono pronti a dare risposte. E parlare in famiglia di sesso rimane un tabù difficile da scardinare.

Nello stesso tempo però i ragazzi sono tempestati da immagini che li spingono verso varie forme di precocità. Ci troviamo in un contesto in cui questi messaggi pervadono la mente dei nostri figli ma il loro cervello non è pronto, nella maggior parte dei casi, a elaborare quanto visto.

Ai genitori allora è chiesto di intervenire, di educare alla sessualità senza colpevolizzare e senza anticipare i tempi. È fondamentale che i genitori sappiano dare informazioni giuste al momento giusto – anche ai più piccoli, quando capitano per la prima volta argomenti sessuali e arrivano le prime domande e curiosità.

Questo tema, così attuale e spinoso, sarà affrontato il prossimo lunedì 6 febbraio, in un incontro gratuito da non perdere, alla Scuola Genitori di Daniele Novara. A discuterne con lui Silvia Veggetti Finzi, psicologa clinica e scrittrice.

Il mio superfood

Quando rinasco voglio essere una bacca di goji.

Lo penso tutte le mattine mentre infilo le dita dentro il barattolo delle mie bacche. Ne prendo una manciata e le mangio con voracità.
Non è un bel gesto elegante e le mie figlie mi hanno sempre guardato con perplessità.
Ma me ne infischio perchè oramai sono assuefatta e senza le bacche non potrei più vivere. Le ho conosciute qualche anno fa, quando hanno cominciato a essere di moda. E acquistate incuriosita dalla loro fama: antiossidanti, ricche di aminoacidi e vitamine (del gruppo B ed E, ma soprattutto C oltre a sali minerali, tra cui magnesio, potassio, silicio e germanio, rarissimo da trovare in altri alimenti naturali)

Molto spesso questi cibi esotici e sconosciuti sono una meteora pubblicitaria e l’entusiasmo collettivo svanisce dopo poco.

Invece io e le bacche oramai faccciamo coppia fissa da qualche anno e ho sperimentato che sono una panacea per il nostro benessere. L’uso costante migliora il metabolismo e aumenta veramente il livello di energia.

Benefiche anche per la vista? Può darsi.

Combattono i radicali liberi e migliorano pelle, capelli e unghie? Sembra di sì.

Poi, da vegetariana, ho sempre avuto probelemi di carenza di ferro, invece le bacche di goji ne contengono e questo mi ha aiutato molto.

“La quantità giornaliera consigliata va dai 10 ai 20 grammi, ovvero 1 o due cucchiai di bacche al giorno“, recita il vademecum del consumatore di bacche.
Così quando me le sparo in bocca cerco di non esagerare. Anche se sono buonissime.

Poi ho appena scoperto che possono anche coadiuvare in un regime dimagrante
questo mi lascia un po’ perplessa. Nonostante il loro basso indice glicemico e il potere saziante, è fuorviante pensare che mangiare bacche di goji possa favorire la dieta.

Per dimagrire bisogna fare movimento e ridurre le calorie, poi è chiaro che è meglio mangiare bacche piuttosto che biscotti.

Le controindicazioni mediche alle bacche sono stae chiaramente identificate: allergia alle solanacee (perchè sono stessa famiglia dei peperoni, pomodori, melanzane, patate), ipertensione, il diabete e l’assunzione di farmaci anticoagulanti.

Come controindicazione pratica invece c’è il costo. Non sono a buon mercato e purtroppo considerata la grande richiesta e la loro provenienza cinese (dove le norme sulla sicurezza alimentare spesso sono un optional), bisogna purtroppo diffidare delle confezioni vendute a prezzi troppo concorrenziali.

Manolo Blahnik: the art of shoes

Scarpe come sculture, col tacco a stiletto dall’impalcatura incredibile, oppure pantofoline realizzate artigianalmente con i materiali più preziosi. Poi le calzature delle dive viste sul red carpet ai piedi di tutte, feticcio delle protagoniste di Sex & the city e ultimamente ai piedi dell’ultima musa: Rhianna.
Ieri quando sono tornata a casa dall’anteprima della mostra e ho raccontato a Emma (che porta solo Adidas e doc Martins) dove ero stata, incredibilmente ha esclamato:
“Ah, le Manolos!”
Insomma le creazioni di Manolo Blahnik le conoscono proprio tutti e da oggi al 9 aprile sono esposte a Palazzo Morando.

Blahnik ha una collezione di circa 30.000 esemplari di scarpe e in questa mostra ne sono esposti 212 modelli suddivisi in varie sezioni, selezionate a seconda dell’ispirazione dello stilista. Quelle dedicate ai personaggi del passato e alle dive del cinema d’altri tempi, poi la sezione che mette in evidenza i materiali, sempre pregiati e lavorati artigianalmente in Italia.
E ancora quelle storiche, affiancate da veri esemplari d’epoca, quelli che hanno ispsirato Blanhik nella creazione delle scarpe di Marie Antoinette, nell’omonimo film di Sofia Coppola.

(Che piedi piccoli avevano una volta le persone! L’evoluzione ci ingigantisce)

Poi ci sono le calzature dedicate alla natura, le mie preferite: sandali rampicanti con ciliege, ciabattine con fragole, décolleté con applicazioni floreali.
Infine le calzature geografiche, influenzate dalle scarpe delle varie parti del mondo, le meno glamour e più noiose. Ma odio l’etnico quindi è un’opinione molto soggettiva.

La conferenza stampa di presentazione era gremita, di signore e signorine molto agguerrite. Quando è finita ed è stato data via libera al pascolo attraverso la mostra, poteva essere un incubo. Ma io, e un altro paio di signore babbione (senza metterci d’accordo) abbiamo avuto la brillante idea di sgattaiolare dentro dalla fine del percorso.

(E’ un po’ la mia sindrome, entrare dalle porte-finestra e dall’uscita, ci deve essere un significato psicologico recondito).

Una delle assistenti del museo ci ha redarguito ma la coppia delle babbione, con sussiego, le ha fatto capire che in quel modo la circolazione fra le sale sarebbe stata più fluida. Così ci ha lasciato andare.
Vero colpo di fortuna, perché è stato molto piacevole e tranquillo andare controcorrente e poter ammirare tutto con calma. Anche i meravigliosi schizzi dello stilista.

Tantissimi anni fa a Londra, quando ero una giovanissima giornalista di moda, avevo intervistato Manolo Blanhik che era già famoso, ma non così cinematograficamente mondialmente famoso, stava facendo i primi passi nello sfavillante mondo dello showbiz, era stato particolarmente antipatico.
Ma pazienza, come tanti grandi artisti, sono meravigliosi nelle loro opere e un po’ meno nella routine quotidiana.

P.S. Ah, dimenticavo! Ieri Blahnik era presente all’inaugurazione e ha detto che torna il tacco basso 🙂

 

Come trovare la baby-sitter ideale

La settimana scorsa ho fatto la baby-sitter per tamponare l’emergenza di un’amica. Era agitatissima, aveva avuto un impegno di lavoro improvviso e la bambina a casa da scuola con influenza gastrointestinale. Non potevo non correre ad aiutarla, anche se ero un po’ nervosa. Un po’ arruginita nel mio savoir faire con i seienni.

Invece nonostante le paure è andata benissimo, la piccola era una gran chiacchierona: ha vomitato poco e raccontato tanto. Il tempo è volato, mi sono divertita e intenerita nel sentirla parlare delle cose che le stavano più a cuore.

Ma cercare la persona giusta, a cui affidare i propri figli, quando si deve tornare al lavoro dopo la maternità o risolvere problemi di gestione familiare, può essere una ricerca molto frustrante.
A casa mia come baby-sitter hanno funzionato meglio le ragazze giovani, le studentesse universitarie. Infatti occuparsi dei piccoli è uno dei lavori più adatti a chi sta continuando a studiare. Le ragazze piacciono molto ai bambini, perchè hanno energia e ancora voglia di giocare. Poi accontentano anche i genitori perchè riescono anche a dare una mano sui compiti ed eventualmente a insegnare una lingua straniera.

Anche dai dati di Sitter-Italia, sito specializzato nella ricerca online di babysitter, (primo in Italia per numero di iscritti) su un totale di oltre 280.000 babysitter iscritte al sito, risulta che ben il 34% sono studentesse.
Nella mia esperienza sono stata fortunata perchè ne avevo incontrata una così brava e simpatica, che un’altra mamma, vedendola all’opera ai giardinetti, le aveva anche fatto una proposta per rubarmela. Ma lei fortunatamente non aveva abboccato!

Trovare la baby-sitter giusta e fidata infatti è come scovare un tesoro: può cambiare veramente la vita della famiglia. Per questo il servizio di Sitter-Italia, che funziona in tutto il territorio nazionale, è prezioso. Ma anche facile e immediato.
I genitori possono registrarsi per la ricerca della babysitter nella loro zona di riferimento. E se individuano varie candidate possono visionarne le foto, il curriculum, la disponibilità, le lingue parlate, le eventuali referenze. Poi mettersi in contatto per appronfondire e capire se si tratta della persona giusta.

Interessante anche il servizio ‘Genitori in contatto’, cioè la possibilità di condivisione della baby sitter con altre famiglie che vivono nella stessa zona. Oppure di conoscersi e fare gruppo tra genitori per occuparsi a turno dell’accudimento dei bambini, risolvere i problemi di trasferimento o gestione del doposcuola. Tutto ciò pensato in una sinergia di supporto alla quotidianità della famiglia e di risparmio in termini di tempo e denaro.

Per genitori e baby sitter la registrazione su Sitter-Italia è gratuita, così come la risposta alle domande e alle offerte di lavoro, poi è possibile essere i primi ad attivare contatti diretti grazie ad un abbonamento Premium.

(post scritto in collaborazione con Sitter-Italia)

Bella Napoli

Napoli è una città bella e difficile, ce lo ripete Saviano fino allo sfinimento e lo conferma anche Cristiano Cavina in questo suo nuovo libro.

A Napoli ci sono stata due volte, una in gita scolastica, un miliardo di anni fa e un’altra sempre nel secolo scorso. Avevo mangiato, naturalmente, una pizza buonissima, fatto dei giri e non mi era successo niente di brutto.

Cavina oltre a essere un grande narratore è anche un pizzaiolo e, come mi aveva detto anche in questa intervista, si è fatto un giro a Napoli partendo proprio dal piatto più famoso della città.

Ed è stato meticoloso, con l’approccio giusto, e l’intenzione di provare una pizza al salame piccante, ha catalogato proprio bene, partendo dall’inizio.

A Napoli esistono tre tipi di pizzerie:

1-quelle in cui vogliono andare tutti

2-quell in cui non ci va nessuno

3-quelle in cui ci vanno i napoletani

Già da questi titoli si capisce dove andrà a parare e infatti prosegue, con la sua solita ironia, dettegliando le differenze e le tipologie sia della clientela che dei camerieri.

E si ride molto.

Ma il giro turistico a Napoli con Cavina non si ferma all’analisi di pizza e calzoni, perchè Bella Napoli, seppur molto originale, è una guida completa alla città e ai suoi miti. Il più mediatico e ingombrante è naturalmente Maradona. Miticissimo per Cavina, grande appassionato di calcio, che una volta magicamente l’ha anche incontrato.

Oltre che per la pizza i napoletani sono famosi per la simpatia e la fantasia. Le persone sono molto estroverse e attaccano spesso discorso. Il turista farà fatica a soffrire la solitudine. Questo lo sanno tutti, ma eccone un esempio eclatante:

…Per il venditore ambulante di calzettini, il massimo complimento che si può fare a un essere umano è “Grandissimo tronista di uomini e donne”. Come moltissimi suoi concittadini subisce il fascino, non tanto del vip ma della celebrità televisiva. E con questo complimento crede di attirare la tua attenzione…. 

La guida non si sofferma troppo sui monumenti (per una lista completa di questi c’è sempre Google) ma preferisce approfondire sugli usi e costumi della città.

Nel bene e nel male.
Con un mix di informazioni e sensazioni, coinvolgenti e un po’ surreali, che ribaltano e altre volte invece confermano i luoghi comuni sulla città. Ma fanno comunque venir voglia di andare a Napoli e verificare di persona.

Una serie di (meravigliosi) sfortunati eventi su Netflix

Negli anni passati abbiamo letto tutti i tredici della serie. Con Lemony Snicket (pseudonimo dell’autore, lo scrittore Daniel Handler) è stato un colpo di fulmine e abbiamo gustato ogni sua pagina scritta. L’odissea degli sfortunati fratelli Baudelaire ci ha consolato nei momenti più difficili.

Lo ammetto anche se è pericoloso. Sono sempre stata dell’altra sponda: non ho mai amato Harry Potter ma ho sempre adorato i Baudelaire. Più intelligenti, sorprendenti e soprattutto ironici. Ho fatto il tifo per Violet, Klaus e la piccola meravigliosa Sunny, il bebé più geniale e meno scontato del mondo.

Una decina di anni fa, abbiamo apprezzato la versione cinematografica della loro saga e l’altra sera abbiamo gustato le prime puntate della serie televisiva delle loro avventure. Un mix di avventura, spionaggio, orrore gotico e ironia. Un adattamento intenso e coinvolgente. Il regista Mark Hudis è riuscito a raccontare i primi quattro libri della serie con realismo e arguzia, attualizzando in dosi perfette il plot dalle atmosfere vintage indefinite. Bellissima la fotografia e anche la colonna sonora.

Ok, sono di parte, ma tutto era veramente piacevole.

L’eroe negativo della storia, il cattivissimo Conte Olaf, il tutore dei Baudelaire che vuole appropriarsi della loro cospicua eredità, è interpretato benissimo da Neil Patrick Harris. E’ perfido, sagace e frustrato al punto giusto.

Accattivante anche la figura del narratore, che sarebbe Lemony Snicket , molto compassato in stile anni’50, (ricorda tanto Dan Draper -Jon Hamm- in Mad Men). Poi i ragazzi Baudelaire, attori bravissimi anche loro, la piccola Sunny è così perfetta anche perchè a interpretarla sono due baby gemelle.

Passengers

Sono andata a vederlo per caso. Il film che avevo scelto non aveva più posti e così, invece di tornare a casa, sono entrata a vedere Passengers. La fantascienza non è il mio genere ma c’era Chris Pratt che in famiglia amiamo da quando faceva Andy in Park and Recreations, dove era sfigatissimo, simpatico, un po’ ritardato ma soprattutto grasso. Quindi ritrovarlo invece come action man, famoso e fichissimo ci ha fatto un sacco piacere. Come se fosse un amico, un parente miracolato che finalmente ce l’ha fatta.

Il film racconta di una spedizione su un’astronave diretta verso un nuovo pianeta, una colonia della Terra tutta da scoprire e popolare. A bordo ci sono cinquemila persone che si sono fatte ibernare perchè hanno scelto, letteralmente, di cambiare vita. Di risvegliarsi dopo un centinaio di anni e ricominciare da capo.

Però per un disguido “tecnico” l’unico a svegliarsi, novant’anni prima del previsto, è proprio Chris Pratt che si ritrova solo sull’astronave insieme a un barista cyborg. Un tipo simpatico che fa bene i cocktail ma è inumano.

Disperato Pratt manda un messaggio di aiuto, un SOS verso la base a terra. Ma “l’operatore” lo informa che ci vorranno circa cinquanta anni prima che sia recapitato. Quindi grande stress e disperazione cosmica.

L’astronave patinata e super accessoriata diventa una gabbia ma poi si sveglia anche Jennifer Lawrence e ovviamente fra i due affascinanti cosmonauti scatta l’amore.

(se si fosse svegliato un maschio o una partner meno perfetta forse la trama sarebbe stata più originale e interessante, ma vabbè)

D’altronde in un astronave di lusso che naviga nello spazio non c’è molto da fare, tanto vale farlo in coppia, così il tempo passa piacevolmente più in fretta.

Jennifer Lawrence è bellissima, elegantissima (aveva scelto bene cosa mettere in valigia) e per tenersi in forma nuota in una piscina fantastica.

(la piscina è la cosa migliore del film!)

Poi come previsto arrivano i problemi, neanche tra le galassie alla fine si va d’accordo, e fortunatamente la trama non vira troppo sull’azione ma diventa un film d’amore. I due protagonisti recitano bene, anche se sembrano un po’ Barbie & Ken perduti nello spazio. Ma sono giovani, belli e un tantino meno snervanti di altre coppie che agitano le commedie romantiche.

Per chi ama la fantascienza probabilmente Passengers è una delusione, per me che la odio è andata bene.

La paranza dei bambini

L’ho comprato e letto per dovere sociale. Rispetto Roberto Saviano per il suo coraggio e avendo letto solo critiche positive, ho iniziato a leggere La paranza dei bambini piena di aspettative e curiosità. Anzi, mi ero anche concessa un antipasto con l’estratto su Amazon, ero rimasta un po’ scioccata dalla violenza dei protagonisti ma avevo deciso di avere abbastanza stomaco per proseguire nella lettura.

Purtroppo però l’estratto e il finale del romanzo sono le uniche parti in cui c’è un po’ di azione e di sorpresa, il resto della trama è una lista di nefandezze che, dopo una ventina di pagine, diventa ripetitiva. I ragazzini, gli adolescenti, i baby-camorristi sono spietati ma anche stupidi e noiosi.

Prevedibili nella loro sfilza di criminalità, per distinguerli e ricordare i loro soprannomi ci sarebbe voluto uno schemino. Infatti le personalità non sono delineate, rimangono tutti uguali. Vanno in motorino, si comportano da truzzi e spargono più terrore possibile. Si riconosce facilmente solo il capo, il baby camorrista alfa di cui speravo di sapere qualcosa in più, ma Saviano ne fa un ritratto pochissimo coinvolgente: è biondo, cattivo, presuntuoso, carrierista e innamorato di una certa Letizia.

Il tedio della lettura riesce a offuscare anche lo scandalo e l’abominio delle loro azioni criminose.

La scrittura poi è piatta, più da cronista che da romanziere. Le ripetizioni delle frasi in dialetto, sempre le stesse, sono una condanna. L’idea dello slang è stata illustrata bene ma non era necessario esasperare il lettore.

Come sarebbe andata a finire a questi giovani delinquenti era così poco interessante che a metà avevo deciso di mollare il libro, poi però dopo una pausa di qualche giorno mi sono obbligata a continuare la lettura. Per dovero morale. Ammettere che Saviano mi annoia mortalmente mi pareva una brutta cosa, quasi un crimine.

Così mi sono impegnata fino alle ultime pagine del romanzo, ma purtroppo non sono riuscita a cambiare opinione.

E’ un mega best-seller e i recentissimi fatti di cronaca hanno purtroppo confermato che quello che scrive Saviano è tutto vero. Credo che se La paranza dei bambini diventerà un film (o una serie tv) sarà uno dei rari casi in cui l’adattamento cinematografico sarà meglio del romanzo.

Sherlock che delusione!

Una certezza positiva per il 2017 c’era: sarebbe tornato Sherlock.
Dopo anni di attesa, finalmente un po’ di azione in Baker Street.
La sera del primo gennaio sulla BBC e su Netflix tutti i fan della serie, tutte le assatanate ammiratrici di Benedict Cumberbatch fremevano impazienti.
Ma tantissime luminose, trepidanti aspettative sono crollate miseramente dopo pochi minuti dall’inzio dell’episodio. Benedict-Sherlock famoso per essere bizzarro, egocentrico e geniale, è tornato scontato, presuntuoso e antipatico.

All’inizio dell’episodio faceva i dispetti continuando a twittare invece di ascoltare e partecipare alle importantissime conversazioni con cui avrebbe dovuto interagire.
Divertente un siparietto così, ma una volta sola. Perchè continuare, ancora e ancora?
(Twitter non è più una novità accattivante neanche per gli ospiti di Villa Arzilla figuriamoci per il detective più sveglio del Regno Unito!)

Purtroppo questa genialata è stata solo l’incipit di un plot fastidioso e improbabile.

La serie si intitola “The six Thatchers” e riprende un racconto originale di Arthur Conan Doyle “The Six Napoleons”. Perchè dal ritrovamento di sei busti della Lady di Ferro si dipana la matassa, peccato che si dipani male.
Mark Gatiss, che nella serie interpreta il ruolo del fratello maggiore e saggio di Sherlock, è anche lo sceneggiatore della storia e ha fatto un lavoro molto criticabile.
Sherlock piaceva perchè era ambientato a Londra, affrontava crimini molto british, ritraeva il rapporto strano fra il detective e il suo assistente Watson (Martin Freeman) facendo supporre un legame che magari andava al di là dell’amicizia e aveva personaggi di contorno originali e simpatici.
Per questo ha avuto un successo planetario, facendo diventare Cumberbatch un divo.

Ora tutto è stato stravolto, già nella terza serie c’era stato una brutta avvisaglia con l’avvento del personaggio di Mary Morston (Amanda Abbington) come fidanzata  di Watson. Doveva essere una meteora, come le altre donne della serie, invece è rimasta aggiundicandosi addirittura il ruolo di moglie.

E questa scelta doveva far nascere subito due domande:
1- ma Watson non amava veramente, implicitamente, segretamente, Sherlock?
2- con tante attrici sul mercato, c’era proprio bisogno di prendere per questo ruolo la vera moglie di Martin Freeman? (tra l’altro anche cessa)

Purtroppo questi quesiti non se li è posti nessuno e anzi in questa quarta serie Mary Morston ha ancora più spazio. Lei e Watson hanno appena avuto un bebè (e c’è stata tutta una serie di battute sul fatto -nuovissimo- che i neonati non facciano dormire i genitori!), però lei non è solo moglie e mamma, è anche stata una spia, una mercenaria, una cecchina, una killer internazionale pericolossima. E in “The six Thatchers” succede un patatrac, rischia la vita e deve scappare.
Benissimo, vai sparisci, esci dalla trama -hanno pensato tutti i fan- chissenefrega del tuo destino. (La bebè, per fortuna, è appena nata non si ricorderà nemmeno della mamma).

Invece no, purtroppo non è così: Sherlock quando Watson l’ha sposata (per non sentirsi escluso) ha giurato di prendersi cura della coppia. Mannaggia a lui!

Così adesso bisogna preoccuparsi della fuga e della sopravvivenza di questa donna e del suo assurdo, antipatico personaggio. (per anni fa la killer poi si stanca e dice: vabbè non mi danno il part-time farò solo la mamma!)

Insomma è vero un peccato che con un grande budget e anni di tempo per riuscire a inventare qualcosa di coinvolgente, Mark Gatiss e soci siano riusciti solo a deludere e indignare i fan.

Cellulare mon amour

Concludiamo l’anno con un ritratto delle nostre cattive abitudini con l’amico del cuore, lo smartphone. Da una recente indagine sono trapelati dati piuttosto interessanti.

(Vedete se vi ritrovate in questi comportamenti) :

-il 40% delle persone lo usa mentre è seduto sul water (la compagnia giusta nei momenti più intimi!)

-il 12% mentre fa la doccia (una cabina doccia spaziosa?)

-per il 56% dargli un’occhiatina rappresenta l’ultimo gesto prima di addormentarsi (altro che bacio al partner!)

-il 61% dorme con il cellulare acceso sotto il cuscino (non si sa mai).

-il 19% (nella fascia 18-34 anni) lo usa mentre fa sesso (videomaker?)

-per il 75% una controllatina è il primo gesto appena aperti gli occhi.

-il 75% manda/legge messaggi mentre guida.

-il 26% degli incidenti stradali è dovuto a disattenzione causata dall’uso del cellulare.

-(solo) il 50% (di onesti) ammette di essere assuefatto al proprio smartphone!

Buon anno e tutti e speriamo di non peggiorare nel 2017 nel rapporto d’amore e simbiosi con il nostro telefono.

Captain Fantastic

Sei ragazzi dai cinque ai diciassette anni che vivono, come selvaggi, in una foresta del Nord America. Per sopravvivere cacciano e pescano, si tengono in forma con un allenamento durissimo (da marines) e hanno un sistema di home schooling molto efficace, infatti conoscono diverse lingue, sanno ragionare in maniera profonda e (ri)conoscono i meccanismi (perversi) della politica e dell’economia.

Sono i protagonisti di Captain Fantastic, figli di Ben (Viggo Mortensen) che, con la moglie, ha deciso di crescerli in maniera molto, molto alternativa. Ma tutto precipita quando la compagna muore e i suoceri pretendono l’affidamento dei ragazzi per avviarli verso una vita più normale, comoda e borghese.

La storia è raccontata dal regista, Matt Ross, in uno stile ironico e sorprendente, coinvolgendo lo spettatore in due diversi piani narrativi. Quello avventuroso, fantastico e iperbolico, che racconta la lotta di questa strampalata famiglia per preservare indipendenza e unità. E l’altro più sottile e psicologico che porta lo spettatore verso riflessioni profonde su genitorialità ed educazione.

Infatti la grande domanda che questo film pone riguarda il coraggio di educare i propri ragazzi fuori dagli schemi, evitare le semplificazioni imposte dal conformismo e soprattutto dal consumismo. E’ indubbiamente un percorso più faticoso e coinvolgente. Insegnare ai propri figlie a scegliere e ragionare regala risultati grandiosi. Solo che, successivamente, quando queste “creature”, plasmate in maniera così diversa dalla massa dei coetanei addomesticati da tutto quello che è imposto dal mercato (cibo spazzatura, videogiochi, web, ecc) devono amalgamarsi con gli altri possono sopraggiungere grossi problemi.

Nel film si vede (e si ride) di una situazione limite che riguarda il primogenito teen-ager:  sa uccidere un cervo ma non corteggiare una coetanea. Mentre nella realtà rimane il dubbio: meglio ribellarsi al “sistema” e credere nei propri principi? Oppure svaccare, prendere la scorciatoia e seguire la corrente?

 

Quando amavamo Hemingway

Forte, affascinante, coraggioso e pieno di talento. Ernest Hemingway è un mito letterario (Premio Nobel nel ’54 e Premio Pulitzer nel ’53), è stato un eroe di guerra e un reporter in prima linea: avventuroso e sprezzante del pericolo.

All’apparenza un uomo come quelli che oramai, come i dodo, si sono estinti: sicuri di sè e dannatamente macho. E invece è arrivato un romanzo Quando amavamo Hemingway, che svela una realtà completamente diversa.

Hemingway aveva una reputazione pubblica da duro ma in verità era un narciso insicuro che si attaccava troppo alla bottiglia e non riusciva a sopravvivere senza una moglie adorante che gli facesse da supporto. Infatti questo romanzo best-seller di Naomi Wood (che diventerà una miniserie prodotta da Amazon) racconta con uno stile appassionato, fluido e coinvolgente, la storia delle quattro signore Hemingway. Donne innamorate che, loro malgrado, si sono passate la staffetta nella vita sentimentale dello scrittore.

La prima, compagna di vita bohemien a Parigi, è stata Hadley, una pianista che Hemingway ha sposato poco più che ventenne. Poi quando ha cominciato a pubblicare l’ha tradita con Pauline, detta Fife, giornalista di Vogue. Ernest vigliaccamente dichiarava di amare in egual misura moglie e amante. Poverino, non riusciva a scegliere, così Hadley per aiutarlo ha dovuto chiedere lei il divorzio.

Poi lo stesso copione, qualche anno dopo, si è ripetuto: Hemingway oramai famoso viveva a Key West e faceva le sue scappatelle nella guerra di Spagna dove si era innamorato di una collega giornalista: Martha. Anche in questo caso non sapeva scegliere ed è stata la seconda moglie, ancora una volta, ad aiutarlo, cacciandolo fuori di casa.

Dopo un po’ di anni e qualche reportage di guerra, si è innamorato di una giovane scrittrice (sì, l’età delle mogli era in ordine decrescente rispetto a quella del caro Ernest) e anche qui scegliere è stato durissimo. Così l’ha fatto la terza moglie, stanca di essere presa in giro.

Quando amavamo Hemingway racconta tutto questo con una scrittura leggera e intensa, integrando il punto di vista di ognuna delle protagoniste, spaziando in realtà storiche diversissime e affascinanti. Dal mondo ovattato e scintillante della Parigi degli anni’20 (dove gli Hemingway frequentavano Scott Fiztgerald e il suo entourage), ai momenti tragici del dopoguerra a Londra, con un tocco esotico a Cuba e in Florida.

P.S. Ho parlato di questo romanzo con un amico che mi ha detto di conoscere la nipote dell’infermiera Agnes von Kurowsky di cui Hemingway si era innamorato ventenne quando era ricoverato in un ospedale italiano. La donna aveva rifiutato lo scrittore e preferito il nonno di questa tizia. Forse non è diventata famosa ma senz’altro ha avuto un matrimonio più felice delle quattro mogli dello scrittore!

Belle con la lana e le stelle alpine

In questi giorni freddissimi mi tappo in casa e sogno.

Sogno di iniziare il 2017 alla grande (mi piacciono gli anni con il “7”, il mio numero preferito e quindi voglio essere ottimista).

Sogno di chiudermi da qualche parte al caldo, magari andare alle terme di Merano e provare questi trattamenti, nuovi, strani, naturali, che mi incuriosiscono molto.

Ero rimasta ai bagni di fieno ma adesso invece c’è molto altro…

Ho scoperto che le stelle alpine possono essere un toccasana e che tonifica la pelle e rinforza il tessuto connettivo. Con questi fiori preziosissimi si fanno bagni e
impacchi che nutrono, rivitalizzano, rigenerano la pelle. Hanno un’azione anti-age che  stimola inoltre la formazione di nuove cellule cutanee e aiuta la pelle a neutralizzare i radicali liberi. Poi c’è anche l’olio di stella alpina, usato nei massaggi, grazie al suo effetto rilassante e nutriente. Numerose sono le proprietà benefiche di questa specie floreale rara che cresce in alta quota, in luoghi impervi difficilmente raggiungibili. Nel linguaggio dei fiori indica coraggio, proprio perché per avvicinarla è necessario sfidare la paura e muoversi in terreni scoscesi. Aspetto questo che comunque non l’ha protetta dalla raccolta indiscriminata. Ecco perché oggi, per evitarne l’estinzione, è sottoposta a tutela naturalistica e la sua raccolta selvaggia è severamente vietata.

Un’altra novità beauty super naturale, sempre alle terme di Merano, riguarda l’utilizzo della lana.

(Con il freddo che fa, anche solo l’idea della lana mi fa sentire meglio).

Il trattamento prevede che tutto il corpo sia avvolto in pura lana di pecora arricchita di erbe alpine selvatiche, che ne favoriscono l’effetto purificante. Un calore rilassante e naturale penetra dolcemente negli strati cutanei più profondi e scioglie tutte le tensioni. Durante il trattamento il corpo viene massaggiato delicatamente con batuffoli di lana, una leggera stimolazione che favorisce la circolazione sanguigna, seguita da una fase di rilassamento profondo. L’azione rilassante e detox del trattamento è amplificato dalla fragranza naturale e avvolgente delle erbe alpine di montagna, appositamente polverizzate e riscaldate. E poi chi vuole, potrà portare con sé il tessuto di lana utilizzato nel trattamento per trovarne giovamento anche a casa.

(Linus docet!)

In 50 kg di lana sono contenuti circa 1-2 g di lanolina, uno strato di cera naturale. Prodotta dalle ghiandole sebacee della pecora, questa sostanza è facilmente assorbita dalla cute e, grazie all’elevato contenuto di acidi grassi e sali di potassio, ha un’azione antinfiammatoria.

Per fugare ogni perplessità ecco il curriculum delle pecore che, gentilmente, forniscono la lana. Per tutta l’estate le pecore pascolano nelle malghe della Val d’Ultimo, a oltre 2000 metri d’altitudine, dove trovano le migliori erbe e vivono secondo il ritmo delle stagioni. Quando in autunno ritornano a valle, vengono tosate secondo l’antica tradizione e la lana viene suddivisa, pulita e pettinata. Poi viene lavata solo con acqua pura per salvaguardare le sue proprietà naturali e benefiche, solo in questo modo infatti si conserva il prezioso apporto della lanolina.

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