Rosa così sexy, tra lingerie e profumo

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Il mio libretto, Breve storia della letteratura rosa, sta andando bene. Sono contenta perchè ho ricevuto un sacco di inaspettate recensioni. La letteratura rosa, tanto criticata e bistrattata, ha sempre fatto storcere il naso ai critici. Ma ha continauto a vendere e anche a fornire una fotografia nitida della condizione femminile negli ultimi due secoli.

Ecco un estratto del quarto capitolo del libro:

Nella letteratura rosa ogni caratteristica fisica viene descritta in funzione di quella morale di cui dovrebbe costituire l’espressione visibile. La bellezza e la bruttezza diventano la linea di demarcazione fondamentale (e comoda da capire per le lettrici) per distinguere a colpo d’occhio dove alberga il bene e dove invece il male. Insomma, le autrici del rosa non si fanno problemi, forse inconsapevolmente, a sfruttare le tesi di Cesare Lombroso circa tipologie di donne e teoria sulla sessualità femminile.

La cover di “Pamela” romanzo epistolare, scritto nel 1740 dall’inglese Samuel Jackson.
È stato un best seller ed è considerato il prototipo del romanzo rosa.

Il fondatore dell’antropologia criminale infatti nel suo famoso manuale “La donna delinquente” definì attraverso numerosi ritratti fotografici le sembianze “tipiche” di numerose prostitute. Quasi tutte erano brutte e laide, ma individuò anche una tipologia interessante tra le professioniste del vizio: la femme fatale. Di aspetto più che piacevole e molto simile a tante seduttrici della letteratura rosa. Capelli nerissimi, occhi corvini, labbra tumide, proprio come la Desirèe de L’addormentato cuore di Liala:

“Ella era là, in piedi, sciolti i capelli nerissimi, il viso bello e pallido dentro il gran manto di velluto vivo di quella chioma. Rossa la bocca, scintillanti gli occhi, candidi i denti, ella sarebbe apparsa come una creatura mirabile se tutto in lei non avesse tradito le origini, se ogni atto di lei non avesse tradito la vista stessa che ella viveva o aveva vissuto… “

Peccatrici, seduttrici o fidanzate angeliche le protagoniste dei romanzi rosa hanno sempre e comunque molta fisicità, si guardano allo specchio e si piacciono. Si spogliano e adorano lingerie e sottovesti, si lavano e si profumano. Sempre in Liala, ne La trilogia di Lalla, leggiamo:

“Era un odore incantevole, che veniva da un corpo sano, giovane, pulito. Un corpo che conosceva il contatto continuo con l’acqua, con il sapone finissimo e le lozioni detergenti. Era un caro odore di pulito non soffocato da violente essenze e reso prezioso dall’emanazione naturale di un’epidermide detersa…”

E Liala in un’intervista a Tuttolibri (6 novembre 1976) giustamente rivendica che attraverso i suoi romanzi, ha insegnato tanto: “Sono arrivata prima dei deodoranti. Ci sono tonnellate di sapone nei miei libri e molte lettrici hanno imparato che è importante lavarsi” *

Una copertina vintage della rivista “Confidenze” lanciata nel 1946.
Per i primi due anni Liala ne è stata il direttore.

Le autrici del rosa sono maestre nelle descrizioni, lasciano poco e niente all’immaginazione di chi legge, nel ritrarre le proprie protagoniste, indugiano non solo sui tratti fisici ma anche sull’abbigliamento. Questo serve non solo ad approfondire meglio un personaggio ma anche per dare lezioni di moda (dopo quelle di igiene). E questo escamotage viene ripreso anche nella chick-lit, in particolare da Candace Bushnell in Sex and the city.

L’abito serve a definire la personalità dei personaggi, la condizione sociale e lo stato d’animo. Le eroine borghesi di Liala indossano: lingerie di seta, vestaglie, abiti da sera di gran classe. Mentre nel caso delle cattive, la loro dubbia virtù viene sottolineata anche dal loro gusto nel vestire: colori vistosi, scollature vertiginose, trucco eccessivo e gioielli pacchiani.

In ogni caso le rappresentazioni letterarie sono sempre accuratissime, quasi fotografiche, fino al più minuscolo dettaglio. È così anche nell’arredamento, negli scenari esterni: tra condizioni climatiche e paesaggio.

Il realismo narrativo invece sfuma quando si allude al sesso. Ci sono miriadi di mani che palpitano, si intrecciano, labbra tremule, occhiate che mandano lampi, abbracci possenti e languidi abbandoni ma mai, e poi mai, si può descrivere qualche emozione o accadimento erotico senza complicate parafrasi. E la regola rimane anche nelle collane Harlequin dove tutte le scene più hot vengono raccontate con un vasto vocabolario fantasioso e allusivo.

Riguardo al sesso le eroine del rosa, figlie della moralità ottocentesca, risentono dell’influsso di quella che è stata chiamata “la psicologia delle ovaie”: secondo cui la personalità della donna sarebbe solo un’appendice dell’apparato riproduttivo. Se questo funziona a dovere, la donna sarà sana di mente e di corpo; nel caso in cui invece i sensi la distolgano dal dovere primario, sarà socialmente pericolosa, inaffidabile e destinata a una brutta fine.

Liala ha un così grande successo anche perché si ribella, in maniera strategica, a questo diktat. Proprio come le ragazzacce del rosa che cadono nell’abisso dell’adulterio e della passione illecita.

Descrive narcisistiche vestizioni, immagini provocanti rimandate da specchi complici, corpi che si attraggono irresistibilmente, membra abbronzate. Indugia sul preludio di incontri molto ravvicinati. 

Poi, maliziosamente tra le righe, consiglia alle lettrici di vivere la propria sessualità solo all’interno del matrimonio, così da poter godere tutti i vantaggi economici e sociali che esso offre.

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