Un bellissimo silent book

Quando le immagini valgono più di mille parole. Questa è la forza di Io sto con Vanessa, un silent book che è un piccolo gioiello poetico. Adatto anche ai “lettori” più piccoli che, dopo averlo sentito raccontare dai genitori, possono guardarlo e riguardarlo per imparare i primi concetti di amicizia, inclusione e tolleranza.

Ispirato a una storia vera, con deliziose illustrazioni, efficace senza bisogno di testo, questo libro racconta della piccola Vanessa, una bambina delle elemntari che, arrivata in una nuova scuola, viene presa di mira da un bullo nel percorso a piedi per tornare a casa.

Una sua compagna assiste alla scena e si preoccupa. Si preoccupa talmente tanto da rimanere insonne per cercare una soluzione e aiutare la sua nuova amica. Al mattino finalmente trova l’idea giusta. Andrà a prendere a casa Vanessa  e l’accompagnerà a scuola per starle vicino ed eventualmente difenderla.

E a lei piano piano per solidarietà si aggiungeranno tanti altri compagni di scuola. Si forma un piccolo esercito di bambini pacifici e gentili per tener lontano il bullo, che li vede e si allontana imbarazzato.

Le illustrazioni di questo albo, che è diventato un bestseller (libro dell’anno per Publisher Weekly) sono bellissime e incisive. Create da due famosi disegnatori francesi: Sèbastian Cosset e Marie Pommepuy che lavorano insieme e hanno scelto come nome d’arte Kerascoët.

Compito per domani

L’amore e l’orrore della deportazione nel lager. Il sentimento umano più bello e puro ma anche la passione per la letteratura, la poesia, l’arte. E dalla parte opposta, la mancanza di libertà, la violenza e i soprusi. Questo contrasto è descritto in maniera forte e coinvolgente in Compito per domani, di Nicolae Dabija, un classico, ma anche un best seller, infatti è il libro più letto negli ultimi anni in Moldavia.

Tradotto in diverse lingue, ne è uscita recentemente la versione italiana. E in questo momento, dove il populismo sta dilagando, è importante leggere una storia che racconta gli orrori del despotismo staliniano ma anche la grande resilienza che nasce nel cuore di ogni individuo in difesa della propria dignità.

La vicenda inizia nel 1940 a Poiana, in Romania, in una classe del liceo dove il giovane professore di letteraratura, Mihai, sta facendo lezione. Parla con entusiasmo di un poeta la cui effige è appesa nell’aula, ma la sua spiegazione viene bruscamente interrotta dalla polizia staliniana che irrompe in classe per “liberare il popolo”. E nella frenesia di inculcare “la nuova verità” nelle menti degli studenti toglie dal muro il ritratto del poeta a cui sostituisce quello di Stalin. Il giorno dopo però la fotografia del leader viene vandalizzata e la colpa attribuita al giovane professore che non collabora per scoprire l’irrispettoso colpevole. Così Mihai viene processato in tutta fretta, in modo assolutamente kafkiano, e condannato senza appello. La pena prevede 25 anni di lavori forzati in Siberia, il giusto castigo per “raddrizzarlo”.

Il giovane insegnante viene è deportato e inizia la sua discesa all’inferno, nel gulag. L’autore è bravissimo nel descrivere una realtà allucinante dove fra gli schiavi costretti ai lavori forzati ci sono molto intellettuali del Paese, personaggi scomodi e ribelli che devono essere umiliati e annientati. Un ritratto di una brutalità senza sconti per ricordare che i campi di lavoro staliniani hanno mietuto più vittime di quelli nazisti.

Le pagine del romanzo scorrono fra le descrizioni drammatiche della vita nel lager, nei rigori del clima siberiano e, per contrasto, la dolcezza di un sentimento nato nel cuore di una studentessa del liceo, Maria. Una ragazza che, innamorata del professore, lascia la sua famiglia per seguirlo, per cercarlo, sperando di trovarlo vivo.

Sorretta dalla caparbietà e l’irragionevolezza dell’amore.

Compito per domani è un romanzo che descrive la fragilità umana di fronte ai grandi avvenimenti storici, ma genera anche un monito di speranza e forse dovrebbe essere letto dai più giovani, per far conoscere i patimenti dei popoli dell’ex Unione Sovietica, su cui  la nostra conoscenza è ancora piuttosto nebulosa. E soprattutto far riflettere sul pericolo delle intolleranze razziali.

Book Young a Genova

Nonostante le polemiche dei nostri politici sulla costruzione del nuovo ponte Morandi sarebbe bello fare un salto a Genova, questo fine settimana, per il secondo appuntamento con BOOK PRIDE l’evento letterario organizzato da Odei (osservatorio degli editori indipendenti).

All’interno della fiera deve è presente l’interessantissimo spazio BOOK YOUNGpensato per i lettori più giovani – da 0 a 16 anni – e curato, nel suo programma di appuntamenti, da Andersen, la rivista che ha anche creato il prestigioso premio dedicato alla letteratura infentile.

Per i bambini, fino a domenica, sono previsti incontri e laboratori con scrittori, illustratori, atelieristi, alla scoperta delle pagine più belle. Imperdibile l’omaggio a Bruno Munari e al pensiero creativo, ma anche eventi dedicati ai temi caldi dell’attualità.

In programma anche appuntamenti sulla letteratura contemporanea per ragazzi rivolti ad un pubblico adulto. Tra i quali il laboratorio per insegnanti delle scuole comunali dell’infanzia. E il reading-spettacolo Un talento splendente di e con Sante Bandirali, traduttore e editore, e i lettori volontari ADOV Genova- Associazione Donatori di Voce (domenica 30 settembre ore 17), che rende omaggio con immagini, musiche e parole alla scrittrice e attivista irlandese Siobhan Dowd (1960 -2007), autrice de Il mistero del London Eye (Premio Andersen 2012 – miglior libro oltre i 12 anni).

Qui il programma completo di Book Young.

Errori galattici

Quand’ero piccola pensavo che dentro alla radio ci fossero degli omini minuscoli che parlavano, cantavano e suonavano. Sì, non sono mai stata un genio della fisica e ne ho già fatto ampiamente outing, ma credo che moltissime altre persone come me, oggi usino con nonchalance tutti i device, apparecchi elettronici, abbigliamento tecnico, eccetera, senza porsi domande.
Perchè funzionano? Come sono nati? Che ricerche ci sono a monte?

Il touch screen ad esempio, senza cui oggi non sapremo vivere, è possibile grazie alle scoperte fatte al CERN negli anni’70. Ed è stato utilizzato nei cellulari dal lontano 1992. Il primo prototipo è stato creato dalla Motorola per gli astronauti dell’Apollo 11. Gli integratori alimentari derivano dagli studi della Nasa per il cibo degli astronauti. L’elenco potrebbe andare avanti, ma serebbe noioso.

Di solito quello che succede nei laboratori, una ventina di anni dopo si trasforma in qualcosa di utile e rivoluzionario per la nostra vita.

So queste cose perchè ho appena incontrato Luca Perri, dottorando in astrofisica e astronomo dell’Osservatorio di Merate, conferenziere del Planetario di Milano e soprattutto scienziato anomalo perchè appassionato alla divulgazione scientifica.

Per far in modo che i bambini e le bambine non crescano come me, totalmente inconsapevoli dei fenomeni fisici  che stanno alla base di tante nostre azioni e abitudini, Perri ha firmato articoli per quotidiani e riviste, è apparso spesso in tv e ha appena pubblicato un importante, ma anche divertentissimo, manuale: Errrori Galattici in cui spiega che alla base delle ricerche scientifiche inevitabilmente ci sono molti errori.

E se i colleghi scienziati, non sono mai stati propensi da ammetterlo, un po’ perchè non amano parlare del loro lavoro (lo stereotipo del nerd, non è proprio solo uno stereotipo), un po’ perchè pensano che la gente non capisca e soprattutto perchè non amano ammettere di aver sbagliato.

Invece come afferma e scrive Perri “errare è umano” e soprattutto costruttivo. La scienza da sempre procede, nel bene e nel male, a tentativi. Quando arriva a una scoperta non lo fa per l’infallibilità dello scienziato ma anche perchè ogni nuova brillante rivelazione è il frutto anche di altre esperienze di colleghi. E anche delle loro cantonate. Spesso incaponendosi per studiare e capire un fenomeno, alla fine si sbaglia e si scopre qualcos’altro, anche più sensazionale.

Nel suo libro Perri ne racconta tante, anche molto celebri. Guglielmo Marconi, ad esempio, che cercando di studiare come si diffondevano le onde radio alla fine ha scoperto l’esistenza della ionosfera.

Oppure l’errore clamoroso, all’inzio degli anni’60, in cui caddero praticamente tutti i fisici: credere nell’esitenza della “poliacqua”. Nel voler definire un quarto stato della forma dell’acqua che non era liquida, gassosa e neppure ghiaccio.

Questo elemento sconosciuto intrigava molto il mondo scientifico e ispirò anche un po’ di “letteratura”, dalla fantascianza a episodi di Star Trek, poi si scoprì la verità. La “poliacqua” non era altro che l’acqua salata, come il sudore.

Luca Perri racconta tutti questi annedoti nel suo libro: intriga e fa sorridere, riesce a coinvolgere e appassionare il lettore. Il suo scopo è incuriosire le future generazioni verso l’affascinante mondo delle fisica. E si augura che possa essere così per ragazzi e ragazze, combattendo l’idea comune che le materie scientifiche siano più adatte ai maschi.

Infatti ammette che, dai suoi tour nelle scuole, ha capito che purtroppo il mestiere di scienziato viene ancora considerato come un’ambizione da maschi. Quando chiede ai ragazzi di fare il ritratto di uno scienziato la maggioranza produce uno schizzo in cui c’è più, o meno, tratteggiato un clone della figura dello scienziato pazzo, tipo Einstein.

Ma ci sono anche ragazze che disegnano la loro idea di scienziata, il loro modello è molto curato e femminile: bella, con i tacchi e il camicie immacolato. Assomiglia molto a Meredith Grey, la protagonista di Grey’s Anatomy. E’ una dottoressa e non una scienziata comunque un modello positivo.

Poi le ragazzine che ascoltano le presentazioni di Perri seguono sempre con interesse e fanno domande molto pertinenti. Solo che non le sparano, come i maschi tranquillamente in pubblico, preferiscono farlo andando a parlargli personalmente, per paura di essere prese in giro dai compagni, se per caso sbagliano. Insomma prendono l’argomento molto sul serio.

Il cammino femminile verso lo STEM è ancora lungo, però leggendo questo libro si fa un passo avanti. Mi sento ottimista, forse siamo sulla buona strada.

Tutto questo ti darò

In un matrimonio si crede di conoscere tutto del proprio coniuge ma non sempre è così. E’ quello che accade a Manuel, dopo quindici anni di unione, quando suo marito Alvaro muore improvvisamente in un incidente d’auto, è scioccato nello scoprirne la doppia vita.

Questo è l’incipi da cui parte la trama di Tutto questo ti darò, l’emozionante e corposo thriller (576 pagine) della scrittrice spagnola Dolores Redondo. Autrice bestseller in patria e tradotta in 22 paesi, con questo romanzo si è aggiudicata il Premio Bancarella 2018.

Una storia coinvolgente e appassionante che parte subito audace e provocatoria. Manuel è un famoso scrittore, Alvaro un pubblicitario: il matrimonio fra due uomini è ben tollerato nella cosmopolita Madrid, dove vivevano, ma visto come un peccato, un’eresia, nella mentalità della Galizia dove, dopo le primissime pagine, trasloca la vicenda.

Manuel infatti si sposta in questa zona rurale e selvaggia della Spagna, prima per partecipare alle esequie di Alvaro e poi rimane per scoprire la verità sulla sua scomparsa.

Infatti quella che sembrava una tragica fatalità si intuisce sia in realtà qualcosa di ben diverso. Un evento molto più complesso e tragico, dietro a cui si nasconde una complicata e cupa storia di famiglia. Un nucleo famigliare di nobile casato dove l’apparenza è più importante della verità. Segreti, invidie e rancori sono sedimentati da troppo tempo.

Alvaro ne era diventato l’erede e conduceva una doppia vita proprio per nascondere questa realtà a Manuel. Nel dipanarsi della storia quest’ultimo riuscirà a scoprire tasselli di verità grazie all’aiuto di un ruvido poliziotto in pensione e quello di un giovane parroco, amico di infanzia della vittima.

Capitolo dopo capitolo, la trama si snoda poi con risvolti imprevisti. L’autrice è bravissima ad avvolgere il lettore in una spirale di sospetti, grazie a un ritmo serrato e preciso. Soprattutto nelle descrizioni nella realtà della Ribeira Sacra, una parte della Galizia ancora ancorata a usi e tradizioni del passato.

La scrittura diventa molto evocativa, quasi cinematografica, in uno scenario in cui descrive il lato più oscuro della vecchia aristocrazia del luogo, insensibile e arroccata ai propri privilegi. Ma riesce anche a ritrarre la poesia di una terra dalla bellezza ruvida e incontaminata. Per arrivare lentamente al colpo di scena finale.

Genialmente

I compiti delle vacanze sono sempre un incubo, specialmente se si lasciano agli ultimi giorni prima della ripresa delle lezioni. Poi c’è un rigetto naturale dei bambini verso l’obbligo di farli e di continuare ad allenare le competenze che hanno maturato durante l’anno scolastico.

Ma per non fare arruginire la loro curiosità e voglia di apprendere si può avere un approccio strategico, magari propendo giochi e schemi che non fanno parte dei noiosi compiti delle vacanze ma sono più originali, utili e stimolanti. Come quelli di Genialmente, quaderno di attività creato dalla psicolaga e terapeuta infantile spagnola Begoña Ibarrola.

In questo manuale, coloratissimo e accattivante, già best seller in Spagna, attraverso le avventure di un mostricciattolo geniale si possono affrontare 48 sfide per disegnare, giocare, scrivere, inventare, ballare e scoprire le proprie competenze attraverso la teoria delle intelligenze multiple, sviluppata dall’americano Howard Gardner.

Che vengono elencate come logico-matematica, lingustico-verbale, visuale-spaziale, musicale, interpersonale (capacità di riconoscere le varie personalità degli individui), intrapersonale (capacità di valutazione delle proprie abilità), naturalistica e corporeo-cinestesica.

 

Genialmente, può diventare anche molto utile nei momenti delicati delle vacanze che hanno un disperato bisogno di intrattenimento: le attese al ristorante, le pause di viaggio, gli interminabili pomeriggi piovosi.

Questo manuale, dove i bambini sono invitati a fare e ragionare, è una preziosa alternativa al parcheggio passivo davanti alle app dello smartphone o del tablet, dove invece spesso le intelligenze invece di attivarsi si anestetizzano!

Come se tu non fossi femmina

Un viaggio in Croazia, itinerante con le figlie al seguito, bambine di sei e nove anni. Piccole esploratrici audaci, curiose e avide di novità. Una vacanza in famiglia programmata anche con il papà, che all’ultimo momento, per un imprevisto lavorativo, dà forfait.

Ma la mamma carica le piccole in auto e decide di partire ugualmente, di mestiere fa la giornalista e dirige anche un paio di giornali, perciò sfrutta anche l’occasione per scrivere Come se tu non fossi femmina. Libro che è un diario di viaggio ma anche un flusso di pensieri su come (cercare di) educare al meglio le bambine a crescere forti e indipendenti.

Un viaggio è sempre un’esperienza di crescita e di maturazione. Ed è anche un momento ideale per instillare nuovi insegnamenti e idee che nascono da situazioni contingenti (un’imprevisto, una novità, una scoperta della vacanza) ma possono poi germogliare in qualcosa di importante e duraturo.

Annalisa Monfreda, tra soste al mare, visite al museo, avventure nelle cascate, spiega cose molto importanti alle proprie bambine. Ne libro ci sono 50 lezioni, principi da tenere presente per crescere felici e sicure di sè, senza soccombere alle discriminazioni di genere. Il numero uno, recita così “non perdete mai la strada del desiderio“. Per realizzarlo, basta tener a mente la lezione numero due: “non c’è nulla che non possiate fare se lo desiderate veramente“.

Queste enunciazioni non sono mai vuote. Vengono espresse con il supporto di racconti, storie famigliari dell’autrice e anche arricchite da citazioni autorevoli, di autrici e personalità che hanno segnato la storia al femminile.

Un libro piacevole e soprattutto utile. Fa riflettere su quanto sia importante l’educazione per combattere gli stereotipi. E arrivare finalmente a infrangere quel durissimo vetro di cristallo che ancora incombe su di noi.

Il fantastico viaggio di Stella

“Se mettete qualcosa dentro un buco nero non significa per forza che sia persa per sempre…studi recenti hanno dimostrato che se buttate qualcosa che vi infastidisce…qualcosa che vi rende tristi…non significa che sparirà. La forza di gravità la risucchia, ma poi il problema crescerà”

Così scrive Michelle Cuevas nel suo romanzo più recente, Il fantastico viaggio di Stella, dove la scrittrice americana, racconta di una bambina, di nome Stella, che per non affrontare le emozioni più difficili e dolorose, decide di negarle. E lo fa in un modo molto originale, le getta appunto in un buco nero. Ma non uno qualsiasi, un buco nero che diventa il suo pet. Infatti Stella è una ragazzina che abita vicino alla NASA e proprio un giorno in cui cerca di farsi ricevere da un ingegnere della famosa agenzia spaziale americana, viene seguita fino a casa da un “baby” buco nero che vuole farsi adottare.

Poi non sarà facile gestirlo, perchè il buco nero domestico è ancora piccolo e come tutti i cuccioli, vivace e imprevedibile. Così Stella dovrà superare numerosi ostacoli per riuscire a non soccombere e a trovare un nuovo equilibrio. Insomma a crescere.

Inventarsi una metafora del genere per spiegare ai bambini che non devono avere paura di fronteggiare anche le sensazioni più difficili e complicate, è segno di grande creatività, fantasia e sensibilità. E Michelle Cuevas è un’autrice che dimostra di possedere tutte queste doti. Oltre a una buona dose di ironia, fondamentale per riuscire a trascinare i suoi giovani lettori anche nei temi più drammatici e delicati, come quelli della perdita e della solitudine.

L’ha già dimostrato anche nel suo best-seller Le avventure di Jacques Papier, la storia di un’amico immaginario, narrata proprio da quest’ultimo.  Un ragazzino che è invisibile ma nello stesso tempo compagno e supporto fondamentale per i bambini che incontra. Una storia surreale e avvincente che commuove e fa sorridere. Il libro ha scalato le classifiche di vendita, avuto molte traduzioni e si è aggiudicato il prestigioso Premio Andersen nel 2016.

I libri di Michelle Cuevas piacciono ai bambini ma incantano anche gli adulti, perchè a seconda dell’età e della maturità del lettore riescono a offrire un diverso livello di coinvolgimento. L’avventura, il divertimento e lo stupore sono per i più piccoli, la commozione e la riflessione per il pubblico di lettori più maturo.

Paradise

Ho letto questo romanzo a Natale e mi sono divertita il doppio, perchè fra i protagonisti c’è Babbo Natale ma non il solito ridanciano bontempone che fa “ohohohoh” e scherza con le renne. No, in questo romanzo breve, intitolato Paradise, di paradisiaco non c’è proprio nulla e quindi Babbo Natale è una brutta bestia, un’eroe molto negativo e violento.
La storia, una favola noir, scritta da Helfrid P.Wetwood, racconta le avventure di un agente mandato dal Governo (di quale stato non si spiega, ma non importa il Governo è inteso come metafora del sistema di controllo globale su tutti noi) a trattare con una serie di malviventi che con il loro business (armi, droga, prostituzione) stanno andando, un po’ troppo, fuori controllo.
Questi deliquenti hanno nomi celebri, sono quelli famosi delle favole. Oltre a Babbo Natale, ci sono Pinocchio, Biancaneve, il Coniglietto Pasquale, i Sette Nani, Cenerentola e anche la cara Cappuccetto Rosso. Vivono tutti i questa metropoli chiamata Paradise e forse perchè il nome sarebbe troppo bello, sembra che si siano messi d’impegno per renderla invece infernale.
Infatti hanno preso tutti una brutta piega e il peggio è che ne vanno molto orgogliosi.
La particolarità di questo romanzo è che più si svelano i misfatti di questi ex eroi delle favole, più si descrivono altre strategie ancora più turpi, ma realistiche, che sono quelle perpetrate da sempre, sotto i nostri occhi, da chi detiene le redini del potere.
Il ritmo della scrittura è accattivante, i dialoghi fulminanti e se non vi piacciono le storie edulcorate e siete animati da un sano cinismo questa è la lettura giusta!

Fiabe di Natale

A Natale non tutti riescono a essere buoni. A nascondere le loro piccole e grandi idiosincrasie per dare il meglio di sè. Almeno per una giornata. Molti non ce la fanno. E’ più forte di loro, sono proprio fastidiosi dentro.

Un eclatante esempio di questo tipo di persone è la signora Amalia, protagonista del racconto scritto da Francesca Sanzo per la collana natializia della Graphe edizioni. Il librino di quest’anno di intitola Fiabe di Natale e abbina come sempre un autore del passato, in questo caso Guido Gozzano, a uno del presente. Uniti dal fil rouge dell’ambientazione natalizia e da una poesia sullo stesso tema.
Gozzano racconta di un uomo, povero, che si chiamava Fortunato e, proprio a Natale era stato magicamente baciato dalla sorte, ma poi non era riuscito a comportarsi bene.

E anche la signora Amalia è stata fortunata nella vita, è una bolognese molto abbiente, ma appunto non riesce a essere altruista nemmeno nell’unico giorno dell’anno dove si dovrebbe cercare di pensare anche un po’ al prossimo. E’ una rompiscatole perniciosa che mi ha ricordato tante alcune persone di mia conoscenza. Francesca Sanzo la racconta con uno stile dissacrante che coinvolge e fa sperare che alla fine l’ingiustizia (come spesso accade nella vita) non trionfi.

Insomma regalare Fiabe di Natale, piccolo come un biglietto d’auguri ma succoso come un mini romanzo, è un’ottima idea. E magari potete scegliere anche un altro dei titoli della collana, tra cui c’è anche il mio, La vigilia di Natale 😉

Non è colpa dei bambini

Il titolo di questo libro, appena arrivato in libreria, è volutamente provocatorio. E da Daniele Novara, il più famoso, onesto e acuto pedagogista italiano, c’era anche da aspettarselo.

Da esperto sa che da educare sono molto più spesso i genitori, non i bambini. E infatti, per aiutarli, Novara ha fondato a Piacenza il CPP (Centro Psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti) e anche la Scuola Genitori.

Una volta ai più piccoli si permetteva di comportarsi da piccoli, mentre ora non è più così. I bambini giocavano assieme, nelle strade, nei cortili, in campagna, correvano, litigavano, si azzuffavano, si autoregolavano. Lo sport dei bambini era il movimento dei loro giochi più o meno avventurosi. I bambini erano per il 95% magrolini. Ora si fanno i corsi (di nuoto, di baket, di danza, di karate, di vela, di yoga e quant’altro) e c’è un grave problema di obesità.

Novara ricorda la sua infanzia negli anni’60 quando c’erano i bambini estroversi, timidi, quelli aggressivi e quelli un po’ buffoni. E tutto era considerato normale: roba da ragazzini.

Adesso con il calo demografico i figli sono considerati preziosi, da accudire e salvaguardare e anche soprattutto da osservare con preoccupazione se non si comportano in un certo modo. Una modalità definita dagli adulti, in cui i più piccoli devono conformarsi.

Tante sono le cause di questa preoccupante metamorfosi: la sedentarietà dei bambini, prima addomesticati dalla TV e poi dalla tecnologia, poi l’ansia e l’iperprotezione dei genitori. Diventa anche una tendenza contagiosa, un timore che si diffonde inconsciamente per emulazione. Se si sente dire in giro che questo e quel comagno di scuola hanno avuto una certa diagnosi, non sarà che per caso ne soffre anche mio figlio?

In questo manuale Novara denuncia una tendenza preoccupante degli ultimi anni: gli adulti che hanno avuto a che fare con il mondo dell’infanzia, insegnanti o genitori, hanno dovuto confrontarsi in modo graduale ma inesorabile con una crescente terminologia medico-psichiatrica: disturbi dell’attenzione, autismo, dislessia, discalculia…
Le certificazioni sono aumentate in maniera esponenziale e molti bambini (un tempo sarebbero stati indicati come turbolenti, indisciplinati,
in difficoltà) oggi hanno una diagnosi precisa.

Quello non riusciamo a gestire e controllarelo possiamo curare. Se un bambino non si comporta come ci aspettiamo, se è troppo diverso dagli altri, se mette in difficoltà il mondo adulto, si possono attivare strumenti terapeutici. La diversità – dalle aspettative, dal contesto, del gruppo, da ciò che si ritiene normale- si annulla curandola come una malattia: quelli che un tempo erano gli status dell’infanzia e dell’adolescenza, considerati età a sè distanti con le loro carattersitiche di incompiutezza e originalità, diventano oggetto di attenzione sanitaria.

Così scrive il pedagogista, denunciando però che i conti non tornano:
le diagnosi italiane eccedono la media di qualunque nazione,
e l’accelerazione con la quale crescono nelle nostre scuole non è in linea con le statistiche internazionali. Cosa sta succedendo?

Con le competenze di esperto dell’educazione, e l’apprensione di un osservatore empatico del mondo scolastico, Novara ci propone una risposta semplice e sconvolgente: stiamo sostituendo la psichiatria all’educazione. In una scuola, e in una società, che sta abbandonando una delle sue missioni fondamentali, crescere le nuove generazioni.

Sembra diventato più semplice definire malato un bambino che non riusciamo a educare.
In queste pagine, ricche di dati chiari, esperienze sul campo, e anche una buona dose di acuta ironia, Novara ci porta alla scoperta di un sistema che troppo spesso preferisce la terapia all’educazione.

(in fondo è più comodo, “moderno” e lucroso)

Ma ci mostra anche, attraverso percorsi già sperimentati, come sia possibile opporsi a questa deriva, recuperando la missione primaria delle famiglie e dei docenti.

Un libro intelligente e forte, da leggere assolutamente. Perché non colpevolizza nessuna categoria  ma al contrario chiama tutti, genitori, insegnanti e anche medici e terapeuti
a un lavoro comune per recuperare il senso vero dell’educare, tracciando una linea netta tra malattia e cattiva educazione, per ridare ai bambini la scuola, e la società, di cui hanno bisogno.

Come conquistare i teenagers

Due romanzi dedicati agli adolescenti che sono diventati best seller: Jennifer Niven affronta argomenti delicati e scomodi come il bullismo, i problemi alimentari e anche il disagio che porta tanta negatività, fino all’idea di farla finita. Però riesce a scriverne con onestà e delicatezza e a condire le sue storie anche con sentimenti forti e coinvolgenti che le hanno fatto conquistare una fan base incredibile in tutto il mondo.

I teenagers rappresentano una grossissima fetta del mercato dell’editoria. Leggono tanto perchè trovano un rifugio nelle pagine dei libri, che diventano un ottimo escamotage per isolarsi, per chiudere la comunicazione con gli adulti ottusi che non li capiscono. E si affezionano ai testi che fanno breccia nella loro sensibilità, che li aiutano a non sentirsi soli, a condividere le loro insicurezze, quel senso di inadeguatezza che contraddistingue le difficili fasi di trasformazione delle loro personalità e magari li aiutano a sognare una love story salvifica.

I libri di Jennifer Niven contengono tutto questo, seguono alla lettera lo schema della letteratura young adult: ragazzini problematici, territorio scolastico ostile (che brutti posti questi licei americani, i nostri sono molto meno tremendi!), genitori poco sensibili, ma vanno oltre. Perché hanno il coraggio  di indagare anche su emozioni più oneste e profonde.

Questo credo che sia il segreto del grande successo di questa scrittrice, amatissima dai suoi lettori che la supportano con la loro ammirazione.

Per capirne di più,  ne ho discusso con lei in questa intervista.

Tante piccole sedie rosse

Nel 2012, il 6 aprile, a vent’anni dalla Guerra di Bosnia, dall’inzio dell’assedio di Sarajevo, lungo gli ottocento metri del corso principale della città, furono messe in fila 11541 sedie rosse a simboleggiare il numero delle vittime cittadine del conflitto. Mentre 643 sedie più piccole rappresentavano l’orrore dei bambini morti nelle sparatorie dei combattenti.

Questa descrizione angosciante è, più o meno, l’incipit di Tante piccole sedie rosse, il più recente romanzo di Edna O’Brien, la scrittrice irlandese, oggi ottantasettenne, che ha firmato diciassette romanzi. E ha fatto anche molto scandalo, parlando di sessualità femminile, tanto che sei delle sue opere sono state inzialmente messe al bando.

Non avevo mai letto niente di questa magnifica autrice (sto cerando di rimediare in extremis) e sono rimasta stregata dal suo talento.

Tante piccole sedie rosse, inizia un po’ in sordina, con la descrizione di un piccolo paese irlandese immerso nella natura. Un luogo bello e sonnolento. Tutti si conoscono e la vita scorre tranquilla e monotona, fra un incontro al club del libro e una bevuta al pub, finchè non arriva uno straniero bello e misterioso.

E’ uno slavo, “the dark silent type”, si dichiara pranoterapeuta, guaritore e sessuologo. E apre uno studio in paese.

La sua professione suscita un certo scandalo fra i compaesani. Ma alla fine “il medico” viene accettato anche perchè è molto gentile, carismatico e affascinante. Le signore sono  incuriosite dalla sua presenza e anche le suore della piccola comunità non sono indenni da qualche brivido.

Edna O’Brien riesce a descrivere l’atmosfera effervescente, la ventata di nuovo portata dall’avvento del misterioso straniero, con uno stile intimo, ironico e coinvolgente. Cattura completamente il lettore nella storia prima di infierire con i colpi di scena. Il primo è ababstanza prevedibile: Fidelma, la signora più bella del paese si innamora dello straniero, a cui si rivolge per curare i suoi problemi di sterilità.

Lui li risolve alla grande: diventa il suo amante e la mette incinta. E da qui la situazione precipita. Dopo che, per una serie di coincidenze fortuite, si scopre la vera identità dello straniero.

E’ un criminale di guerra, reduce dalla guerra dei Balcani. E allora la trama del romanzo da sentimentale diventa cruda, incalzante e brutale. Per fare un salto del genere bisogna essere un grande autore e la O’Brien può permetterselo.

Il dramma personale della bella Fidelma, la sua storia d’amore andata a male, é l’espediente per narrare una tragedia corale che abbraccia temi scottanti e attuali. Come la guerra, l’intolleranza e il razzismo.

 

Di bambini e altre magie

Comunicare è sempre difficile, con gli estranei e anche con le persone più vicine a noi. Spesso, anche quando siamo pieni di buona volontà ed empatia, i franintendimenti nascono dal fatto che non ragioniamo nello stesso modo del nostro interlocutore e quindi magari le parole possono acquistare significati non voluti e inaspettati.

Capita fra adulti ma soprattutto quando ci rivolgiamo ai più piccoli, in particolar modo ai nostri figli, dove gran parte dei problemi educativi nascono dal modo in cui parliamo con loro. Usando una modalità che si rivela sbagliata perchè parte da un nostro modo -adulto- di vedere le cose, dalle nostre aspettative che sono spesso incomprensibili ai ragazzini.
Anche a quelli più desiderosi di compiacerci.

Ci sarebbe invece un modo molto più semplice ed efficace di comunicare con i bambini ed è quello che si può trovare entrando nel mondo fantastico e immaginario della loro fantasia. Uno spazio che nei più piccoli si mescola con la realtà di tutti i giorni, li aiuta a crescere e a capire cosa ci si aspetta da loro.

E’ un mondo, più bello e ottimista del nostro, che purtroppo però spesso ci risulta incomprensibile, così alieno da creare malintesi e confusione.

Per imparare a capirlo ed entrare in sintonia con il modo di ragionare dei più piccoli, è uscito di recente un manuale: Di bambini e altre magie scritto da Elisabetta Rossini ed Elena Urso, in cui le due pedagogiste spiegano in maniera molto semplice ed esaustiva, come rapportarsi con i bambini evitando tensioni, frustrazioni e capricci.

Affrontano le tematiche e problematiche più comuni nell’educazione, affiancando alla teoria molto esempi clinici che aiutano a capire meglio come penetrare nel raggio di comprensione dei più piccoli con facilità e soddisfazione reciproca.

Le ragazze

Un romanzo molto chiacchierato e apprezzato, Le ragazze racconta una storia avvincente con tutti gli ingredienti giusti per accalappiare il lettore: disagio giovanile, sesso, flashback nell’atmosfera alternativa e peccaminosa del periodo hippy e, per finire, un bel tocco di crimine. Infatti la vicenda è ispirata a un famigerato fatto di cronaca: il massacro nella villa californiana di Roman Polanski dove fu uccisa la sua bellissima moglie, Sharon Tate (incinta di otto mesi) e un gruppo di amici ospiti.
Assassinati dai seguaci della setta di Charles Mason.
L’autrice, Emma Cline, al suo esordio narrativo, è stata così scaltra da inventarsi una vicenda alternativa basata su questo massacro.
Siamo nell’estate del’69 in periferia di S.Francisco dove vive la sua protagonista: Evie, una quattordicenne in piena crisi adolescenziale. Benestante ma annoiata e insicura.
E qui partono i luoghi comuni: il papà se n’è andato con una ragazza più giovane, la mamma (siamo in California dove sono nate tutte le teorie fitness e alternative) cerca di riciclarsi con la new age e l’alimentazione bio per mantenersi sexy e in forma e trovare ovviamente un nuovo compagno.
Evie naturalmente lo odia.
La ragazzina è precoce nello sballo e nelle fantasie sessuali. Ha anche un vicino di villa, dodicenne, che si fa le canne e beve whisky (francamente mi sembra un po’ presto). Poi la nostra incontra un gruppo di ragazze (quelle del titolo) molto trasgressive, ribelli e misteriose, e ne rimane incantata.
Vorrebbe far parte del loro gruppo e naturalmente ci riesce. Così on and off si trasferisce nella loro comune dove, come da copione, succedono tutte le cose che devono succedere in un luogo del genere (sesso, droga e rock’n roll). Infatti il loro guru avrebbe velleità da rocker, strimpella malamente la chitarra e sogna un contratto discografico.
Ma le cose non vanno come dovrebbero e allora arriva il massacro…
Il lato che ho apprezzato di più nella scrittura della Cline sono state alcune citazioni realistiche sul destino delle ragazze, non necessariamente quelle del titolo ma il giovane universo femminile in generale, frasi come: …il semplice fatto di essere una ragazza a questo mondo ti riduceva la capacità di credere in te stessa…
oppure altri riferimenti ai consigli delle riviste femminili (adesso c’è la rete) che vengono presi come oro colato dalle giovanissime per diventare più belle, seducenti, scaltre.
O ancora le aspettative sull’amore, bello e speciale, pubblicizzato molto anche nelle canzoni, quando poi nella realtà si impara presto ad accontantarsi…
Mi è piaciuto lo stralcio di indipendenza femminile che si insinua fra le pagine di questo romanzo, mentre mi ha deluso l’appesantimento negativo di cui grondano molte descrizioni.
Ad esempio un vestito che Evie indossa per un festa nella comune, odorava di merda di topo
Come può il lettore riconoscere la sfumatura tipica degli escrementi di ratto?
Non bastava scrivere che aveva un puzzo insostenibile?
Insomma ho notato un fastidioso compiacimento rindondante nella scelta degli aggettivi. E un po’ troppo sensazionalismo nelle scene di sesso.
In un’altra pagina, la tinta a buon mercato, comprata al super, nei capelli della madre era croccante
Forse è colpa della traduzione, ma come si fa a scrivere in un altro paragrafo: mi sono sgrillettata tutta la notte?

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