Bentornata Frida

Ho visitato la mostra dedicata a Frida Kahlo al MUDEC, è stata inaugurata ieri e sarà aperta al pubblico fino al prossimo 3 giugno. Oltre ai quadri più famosi si può conoscere meglio la vita della pittrice messicana, ormai diventata un’icona pop, attraverso il materiale d’archivio proveniente dal Museo Dolores Olmedo di Città del Messico e anche da documenti inediti svelati nel 2007 dall’archivio ritrovato di Casa Azul (la sua dimora  a Città del Messico).
Frida Kahlo è stata la prima artista donna a fare del proprio corpo un manifesto, ad esporre la propria femminilità in maniera diretta, esplicita e, a volte, violenta, rivoluzionando irrevocabilmente il ruolo femminile nella storia dell’arte.

In molte delle sue opere si focalizza sulla condizione della donna e sul corpo, che diventa indizio, segno e gesto attraverso il quale confrontarsi con tematiche attinenti ai miti della tradizione preispanica.

Frida Kahlo la conosco e apprezzo da anni, ho comprato biografie, visto il film di Salma Hayek. Ammirato le sue opere esposte a Milano, alla Permanente quattordici anni fa e tre anni fa un’altra mostra bellissima a Roma, ma questa mostra del MUDEC è diversa perchè attraverso foto e documenti sembra proprio di condividere le emozioni della sua vita, tra provocazioni e sofferenza.

Sono esposte per la prima volta foto di Frida bambina, istantenee assieme alla sua famiglia e ovviamente con Diego Rivera, la sua grande sfortunata passione.

 

La Kahlo piace cosi tanto, soprattutto alle donne, perchè ha avuto una vita difficile, piena di sofferenze in cui è facile identificarsi.

Ma è stata anche un grandissimo esempio di resilienza, un modello ispiratore per trovare la forza di non arrendersi mai. Di trovare la speranza e l’energia di reinventarsi e ripartire senza soccombere alla sorte avversa.

Forse per questo nell’ultimo decennio ci sono state molto bambine chiamate Frida, con l’augurio che il nome sia di buon auspicio.

 

E poi l’esuberanza del suo abbigliamento, eccentrico e coloratissimo, ispirato ai costumi tradizionali delle donne messicane è diventato un messaggio di forza. Frida con il corpo martoriato dall’incidente che l’ha menomata giovanissima, con il tutore e le stampelle, stremata dai troppi aborti, non si è mai autocommiserata. Anzi, si agghindava sempre a festa, carica di gioielli e fiocchi come una regina.

Law & Order

Ultimamente ho scoperto questa serie tv (su Amazon) che è anche piuttosto vecchia ma non avevo mai visto. E’ la versione british della famosissima Law & Order americana che credo sia una delle serie più longeve della storia! Insomma sono arrivata tardi ma mi sono subito appassionata, anche perchè tutte le vicende sono ambientate nei vari quartieri di Londra che rivedo e riconosco sempre volentieri.
L’aspetto legale mi fa tornare in mente i miei studi di giurisprudenza (totalmente inutili all’atto pratico!) ma qualcosa è rimasto incastrato fra i miei neuroni, infatti quando ci sono le scene in tribunale, noto nella procedura le differenze con il nostro ordinamento giuridico. E così mentre cucino mi dico:
“Guarda, da noi quello non sarebbe possibile…”
“Ma dai e la tutela del minore?”, mi chiedo mettendo su il minestrone.
Sì perchè oramai sono assuefatta, come un’alcolizzata che beve da sola, mi sparo tutte le puntate senza condividere, in solitudine, mentre mi lavo i denti, mi trucco, cucino e ovviamente prima di dormire. La cosa è abbastanza grave, però gli attori sono bravi e le vicende interessanti e poi non c’è sempre il lieto fine.
Scelta coraggiosissima degli sceneggiatori che ammiro molto. Poi c’è questo detective giovane niente male, quando l’ho visto, stavo dando la pappa a Lola e mi sono fermata con la ciotola a mezz’aria. E’ lui, nel dream casting (come mi immaginavo fisicamente i personaggi mentre scrivevo) de L’amore è una bugia è proprio come avevo visualizzato Mattia, il protagonista maschile.
E nella serie si chiama pure Matt, un segno del destino!

Comunque parlando del mio romanzo, ho scoperto l’altro giorno che ora la versione ebook fa parte del circuito kindle unlimited e con l’abbonamento al servizio si può scaricare gratis. Anzi qui c’è anche il link per provare gratis per un mese. Cosa aspettate? E anche Affari d’amore è kindle unlimited.
Insomma con tutto questo amore, la prossima settimana vado anche a fare una mini lezione su come scrivere un romanzo rosa, nella settimana della cogestione alla scuola di Emma. Speriamo bene!

La davano anche al gatto…

Con gli anni la memoria si appanna, sui ricordi scende una patina confusa che annebbia l’intelletto. Questo decadimento intellettuale è ben peggiore di una ragnatela di rughe che deturpa un viso un tempo bellissimo. Purtroppo leggendo l’intervista di di Brigitte Bardot su Paris Match  qui riportata, questa è la prima sensazione.

Dopo l’intervento demenziale, di una settimana fa, di un’altra bellona d’antan, Catherine Deneuve in cui minimizzava il trauma di uno stupro e glorificava l’abitudine maschile di provarci nel bene e nel male, la Bardot ha confermato che invecchiare può essere molto triste.

Ha confermato anche che i francesi pur di mantenere alto l’orgoglio nazionale, la loro allure di nazione libertina e boicottare sempre e comunque ogni influenza USA, arrivino a dichiarare e sostenere qualsiasi cosa.

E’ comprensibile che un’ex sex symbol rimpianga i momenti in cui le dicevano “che bel sederino” (e immagino anche molto molto altro!) ma liquidare il movimento #metoo (in francese #balancetonporc, denucia il tuo porco!) come un’ondata di puritanesimo e ipocrisia è veramente un insulto alla dignità femminile.

Per le ragazze passare davanti al classico cantiere e sentire i fischi e i commenti dei muratori può essere snervante e umiliante, poi quando post menopausa nessuno ti si fila più si rimpiangono gli anni d’oro delle molestie? Almeno verbali?

Può essere.

Ma fra donne di ogni età e anche nazionalità, dovrebbe esistere solidarietà. Anche se una certa età si diventa ciniche e si ricorda che molte alcune prendevano la scorciatoia.

Succede in ogni professione, senza neppure bisogno di essere sollecitate, (“la davano anche al gatto…” come aveva dichiarato con brillante ironia Marina Ripa di Meana, in una delle sue ultime interviste). Questa abitudine si può raccontare e anche sminuire la sorpresa verso un tale e dilagante malcostume, ma non c’è bisogno di diventare ostili e cercare di deridere un movimento importante per combattere le discriminazioni di genere.

E poi che tristezza, questo squallido nonnismo al femminile!

Se negli anni d’oro c’è stato, il complimento sul sederino o qualcos’altro, perchè augurarsi che le giovani generazioni passino la stessa spiacevole e umiliante esperienza?

Aiuta un guerriero

Questo primo post del 2018 è per una causa importante: per condividere la compagna di COOPI che sostiene e aiuta tanti piccoli guerrieri, quei bambini che hanno avuto la sfortuna di nascere in un paese in guerra, sono stati testimoni di orribili violenze e hanno perso la possibilità di crescere come tutti i loro altri coetanei, cioè frequentando la scuola.
Tra questi c’è Fatimah, la bambina della foto. Nigeriana, dieci anni, è riuscita a sfuggire del suo villaggio che è stato attaccato dalle milizie di Boko Haram.

Adesso Fatimah vive in Niger in un accampamento di COOPI che con l’allestimento di container e tendoni come aule, la fornitura di tutto il materiale scolastico necessario e la formazione del personale scolastico, si pone l’obiettivo di garantire l’accesso all’istruzione a 3.000 bambini in Niger, dove la guerra prosegue ancora a causa delle milizie di Boko Haram.
L’educazione, come detto da Nelson Mandela, è l’arma più potente per cambiare il mondo: fare in modo che a nessun bambino sia tolta questa opportunità è lo scopo di COOPI. Per questo motivo la matita, usata per scrivere e imparare, è diventata il simbolo della campagna Aiuta un guerriero.

Oltre a Fatimah, testimonial di questo progetto, ci sono molti altri bambini che potranno godere di un percorso scolastico e sperare in un futuro migliore. Si contano 1200 ragazzini in Iraq, un paese distrutto dai gruppi terroristici dell’ISIS.
Anche in Libano inoltre è stata attivata una scuola temporanea per i bambini arrivati dalla Siria, che vivono in situazioni pericolose, precarie e disagiate.

Per aiutare questi bambini la campagna di COOPI, parte oggi e va avanti fino al 28 gennaio, si propone di allestire altre classi nei container, fornire materiale scolastico e formare personale dedito all’insegnamento.

Per riuscire a raggiungere questo obiettivo è importante il coinvolgimento di tutti. Si può aiutare con un sms solidale, una donazione mensile e anche diffondendo sui social una foto con una matita in mano, impugnata come se fosse un’arma, e utilizzare l’hashtag #aiutaunguerriero.

Il mercatino green di Milano

Io sono bio 🙂

Quindi domani e/o dopodomani non posso perdere l’occasione di andare a curiosare al  Green Christmas, presso il suggestivo sito di archeologia industriale della Fonderia Napoleonica Eugenia, nel cuore del vecchio quartiere Isola (diventato il più di moda della città a due passi dalla piazzetta Gae Aulenti ma con un’aria parigina molto boho-chic).

Una location perfetta per un evento interamente sostenibile col richiamo alla bellezza e ai gesti antichi della sua storia centenaria di fusioni artistiche, nella Fonderia infatti sono state plasmate campane come quella di San Marco a Venezia o i portoni del Duomo.

A passeggio tra gli stand nella fabbrica settecentesca si trovano proposte eco-fashion adatte a tutte le tasche: abiti e accessori selezionati col criterio della sostenibilità e per gli standard di qualità, con riutilizzo di materiali di recupero o valorizzazione di tecniche artigianali.

Fibre organiche, tinture vegetali, creazioni che esplorano l’anima green della moda per una scelta più consapevole e più rispettosa nei confronti della natura.

E ancora linee cosmetiche bio, composte da selezionati ingredienti naturali: così capelli, viso e corpo sono più belli e anche la natura ringrazia.

Due sono le novità che Green Christmas propone quest’anno: la prima è dedicata all’Africa. I visitatori potranno sostenere attivamente un’iniziativa sociale legata al Senegal: all’ingresso del mercatino sarà possibile comprare al prezzo simbolico di 1 euro un biglietto della lotteria “afro-green” che devolverà il suo intero ricavato all’Associazione “Hair Kitchen 4 Women”, un progetto nato per aiutare le donne senegalesi facendole lavorare la terra coltivando erbe e spezie. Prodotti utilizzati nella cosmesi naturale e nella tintura delle stoffe che le stesse donne poi realizzeranno.

La seconda novità è che una “cellula tematica” del mercatino green sarà allestita in una seconda location di archeologia industriale del quartiere Isola, una vecchia officina in via della Pergola 15, a pochi minuti di cammino dalla Fonderia Napoleonica.

Si tratta di uno spazio industriale già adibito ad accademia di capoeira di Angola che si trasformerà nell’esposizione etnica di Green Christmas: artigiani stranieri e italiani appassionati di luoghi esotici allestiranno i propri stand esponendo turbanti, ceste colorate, stoffe variopinte batik, oggetti intagliati nel legno o nell’argilla, gioielli fatti a mano.

 

MovemenRun: gli imprevisti

Ieri mattina, giornata bellissima, fredda ma piena di sole e di luce, ero carichissima per la mia prima corsa solidale ai Giardini Montanelli.
Mi ero allenata tutta la settimana e sapevo di potercela fare: 5km!
Non c’era neanche da preoccuparsi troppo, oramai quando vado all’Idroscalo a correre faccio dai 6,5 agli 8 km quindi….
Insomma ero positiva e poi arivata al meeting point ho trovato l’atmosfera allegra e piena di energia: un sacco di gente pronta a mettersi in gioco.
In nome della solidarietà, della prevenzione e della ricerca contro i tumori, avevano aderito in tantissimi.
Mamme, papà, nonni, vecchi, giovani, grassi, magri, alti, bassi.

Umani e non. Tutti insieme anche cani con la maglietta da runners e bambini in passeggino. E per offrire ancora più coreografia erano arrivati anche i cosplayer vestiti come i personaggi del prossimo Star Wars. Insomma eravano a Porta Venezia, ma sembrava di stare a Central Park.

Poi c’erano gli sponsor che aiutavano i runner a rifocillarsi e offrivano da bere.
E io ho bevuto, forse un po’ troppo.


Quando ci siamo radunati per la partenza mi sono messa nel gruppo dei palloncini bianchi, quelli che correvano con una velocità media. Poi c’era il gruppo dei blu che erano i più abili e i verdi che invece avevano scelto di affrontare i loro 5km camminando. Quindi la mia era una scelta più che dignitosa.

Siamo partiti e per i primo chilometro è andato tutto bene, correvo felice e spensierata nel gruppetto più avanzato del nostro team-palloncino-bianco. Poi al secondo giro ho cominciato a capire che avevo sconsideratamente bevuto troppa acqua, per idratarmi prima di partire, e mannaggia, dovevo andare in bagno. Ho cercato di scacciare questo pensiero scomodo e molesto e ho continuato a correre.

Però la preoccupazione aveva rallentato il ritmo: non ero più nel gruppetto in testa, ma relegata in mezzo a quelli più lenti. E certo mi scappava. Non potevo negarlo, zampettavo nei sentieri tra le aiuole, nel bagliore delle foglie dorate, in una cornice bellissima, ma le endorfine della corsa tardavano a entrare in circolo e regalarmi un senso di benessere.

Sognavo una toilette. Intanto ero finita fra gli ultimi del palloncino-bianco. E nella mente avevo cominciato a visualizzare la toponomastica dei bar attorno ai giardini di Porta Venezia. Modestamente, per ragioni fisiologiche, ho una vasta e dettagliata conoscenza dei bar del centro e soprattutto dell’accesso e delle condizioni dei loro servizi igenici.

Quindi, vista la necessità ormai impellente che mi impediva di correre alla velocità giusta, avevo deciso di scegliere per la mia fuga un bar in via Turati.

La strategia era semplice: oramai ero l’ultima del team-palloncino-bianco, appena il gruppo sarebbe passato davanti all’ingresso del parco su via Manin, sarei sgattaiolata fuori e poi Manin, Moscova, angolo Turati, giravo a sinistra e trovavo il bar.

Nella tasca dei miei bellissimi pantaloni tecnici, oltre alla chiave di casa e a quella dell’auto avevo messo, previdentemente, anche un bel 10 euro e quindi mi sarei concessa un  cappuccino e un’elegante sosta alla toilette. Poi sarei tornata indietro in tempo per la fine della gara. Un piano perfetto!

Ringalluzzita dalla mia idea ho continuato a correre, sperando di arrivare all’ingresso di via Manin senza farmela addosso. E invece ad altezza dell’ingresso di Porta Venezia- Buenos Aires cosa vedo?

Un pullman blu con scritto TOILETS, probabilmente mandato dal cielo.

Troppo bello per essere vero, ho approffittato subito. E poi sono uscita gagliardissima e ho ricominciato a correre, la mia app diceva che avevo fatto 4km quindi ero anche contenta della performance.

Correvo da sola ma magari qualcuno che mi vedeva poteva anche pensare che fossi la prima e non l’ultima del gruppo.

Potevano pensarlo finchè non sono stata raggiunta dal PACER, il ragazzo che si occupava di dare la velocità e tenere assieme i gruppi. Mi ha addocchiato che pascolavo solitaria vicino al laghetto delle anitre e come un cane pastore mi ha fatto cenno, a gesti, di seguirlo per rientrare nel branco dei runner.

Ho obbeddito senza fare storie e dopo poche svolte fra le giostrine dei bambini, il Planetario e il Museo di Storia Naturale, mi ha rimesso in coda al team-palloncino-bianco che fortunatamente era già all’arrivo.

Li ho raggiunti e ho commentato: “Proprio una bella corsa!”

A New York con il cuore

Mi accontento di correre ai Giardini Montanelli, mentre altri 3000 runners italiani, da ammirare, hanno partecipato alla Maratona di New York. Tra gli impavidi sportivi c’era anche Elisabetta Dami, creatrice delle avventure di Geronimo Stilton.

La scrittrice che vanta un passato molto avventuroso (l’attraversamento del Sahara, trekking in Nepal, corso di addestramento in Maine) non era alla sua prima maratona, aveva già partecipato in passato. Ma questa volta ha corso per una causa che le sta molto a cuore.

Il sostegno all’organizzazione Il Granello che da trent’anni si occupa di aiutare e supportare ragazzi con disabilità.

Infatti Elisabetta Dami non si limita a scrivere storie divertenti e coinvolgenti (che hanno risanato lo stato dell’editoria per ragazzi in Italia con record di vendite, traduzioni e gadget in tutto il mondo), ma da circa un anno ha fondato Elisabetta Dami onlus per aiutare e sostenere cause importanti per i bambini, gli animali, la natura e l’ambiente.

Ho avuto la fortuna di conoscere la scrittrice recentemente e ho capito il segreto del successo mondiale del suo topo-eroe: Elisabetta Dami afferma “Geronino Stilton sono io” e non è una boutade pubblicitaria per far felice il marketing. Gli ingredienti che coinvolgono i fan delle avventure (stratopiche) di Geronimo sono i valori di amicizia, solidarietà, disponibilità e gentilezza.

Gli stessi che la sua creatrice pratica nella vita reale.

L’altra metà della storia

Quest’estate su una panchina di un parco di Londra ho trovato un libro. Una bella copertina in stile vintage che mi ha subito attratto, l’autore Julian Barnes, che conoscevo di fama ma di cui non avevo mai letto nulla. Mi sono guardata in giro: non c’era nessuno che sembrava un lettore distratto, qualcuno che tornasse alla panchina a riprendersi il libro. Così con una mossa furtiva, ho preso il romanzo abbandonato e l’ho messo in borsa. Il titolo The sense of an ending mi intrigava e prometteva bene, poi come é scritto in tanti romanzi trovare un libro per caso rappresenta sempre un messaggio.
L’universo voleva dirmi qualcosa?
L’avrei ascoltato con interesse!

La scrittura di Julian Barnes scorre fluida e coinvolgente, la storia raccontata nel romanzo narra del passare del tempo e di come, giunti all’età della maturità, riviviamo i nostri ricordi e guardiamo agli anni passati non sempre con oggettività. Romanzare la nostra vita, renderla più accattivante, avventurosa e forse anche straordinaria é un meccanismo che ci aiuta a convivere con chi siamo e chi eravamo.

Nel romanzo il protagonista è un pensionato, un tipo simpatico divorziato, tranquillo e un po’ pavido. Per evitare i conflitti per tutta l’esistenza ha preferito astenersi da reazioni troppo forti. Solo una volta aveva sbroccato e la conseguenza (insabbiata nella memoria per decenni) torna inaspettatamente a galla.
Cosa mi voleva dire l’universo? Mi ha fatto riflettere sullo scorrere degli anni, sull’idealismo della gioventù, su come spesso ci autoassolviamo.

Ma un’altra bella sorpresa è stata scoprire l’adattamento cinematografico del romanzo.

Ieri, con molte aspettative, ho visto il film e nonostante fosse molto difficile rendere cinematograficamente tutte le emozioni che si trovano nel libro, la pellicola non é stata deludente. Anzi. Il regista ha aggiunto alcuni elementi più leggeri per coinvolgere lo spettatore, ad esempio ha dato ampio spazio alla figura della figlia dell’anziano protagonista scegliendo per interpretarla “Lady Mary” di Dontown Abbey, Michelle Dockery, molto carina ma sempre con le sue bele sopracciglia spesso, molto spesso, inarcate.
(Quando Dontwon Abbey era di gran moda avevo letto su un blog di una ragazza inglese che nelle serate in cui guardava la seri assieme alle sue amiche avevano deciso di brindare ogni volta che Lady Mary alzava le sopracciglia e a fine serata erano inevitabilmente tutte ubriache!)
Poi la casa dove viveva l’ex moglie del protagonista era la stessa dove stavamo io ed Emma l’anno scorso. E’ un gruppo di edifici tutti uguali davanti a Battersea Park. Eh sì, avevamo visto un paio di trailer sospetti nel parco. Erano della troupe?
Probabilmente romanzerò la mia biografia e fra qualche anno racconterò che avevo addirittura incontrato anche gli attori!

A proposito di attori il protagonista da giovane non ci azzecca per niente con quello anziano. È così pure la sua fidanzata che da giovane aveva gli occhi marroni mentre da anziana é diventata Charlotte Rampling, con gli occhi azzurri!

Alternanza scuola lavoro: molte perplessità!

Quando l’anno scorso, più o meno di questi tempi, mia figlia è tornata casa con la notizia dell’obbligo dell’alternanza scuola lavoro ha avuto una mezza crisi isterica.

“Non voglio passare una settimana a fare delle fotocopie!”

“Non possono obbligarmi a perdere così il mio tempo!”

“E poi ci sarà una relazione da portare alla maturità!”

Io e la sorella maggiore abbiamo pensato fosse voglia di drammatizzare i racconti di una sua amica, di un anno più grande che, in effetti, aveva passato una settimana in servizio di biblioteca a fare fotocopie su fotocopie. Quando non guardava il cellulare.

Abbiamo cercato di rassicurarla e motivarla, ma purtroppo, la mia giovane Cassandra aveva ragione.

A un anno di distanza il bilancio della scuola lavoro è abbastanza negativo. Non per lei, che ha scelto di adempiere al suo impegno il prima possibile durante l’anno scolastico, per non ridursi nel momento più delicato verso i mesi estivi. Ma per molti altri è stata un’esperienza non sempre “piacevole”.

Infatti nel procedere dei mesi la gestione dell’alternanza è divenuta sempre più caotica, a noi genitori avevano detto che era proibito organizzare impegni ad personam e lasciare tutto nelle mani della scuola. Alla fine però per risolvere la situazione nei termini previsti il fai-da-te è stato autorizzato.

Come sostiene anche quest’articolo, l’attuazione è stata molto problematica, sia per la difficoltà di organizzare tutto in tempi brevi (soprattutto per i licei) sia per la poca collaborazione tra le persone incaricate.

L’altro giorno gli studenti in manifestazione hanno protestato duramente contro l’alternanza e molto probabilmente a ragione.

In teoria l’idea dell’alternanza, sbandierata dal Governo come una genialata, sarebbe valida ma l’attuazione, troppo frettolosa, è stata piuttosto disastrosa. Nelle varie testimonianze che ho raccolto i casi positivi sono state le classiche botte di fortuna, oppure stage finanziati dalle famiglie, che vicino ai tempi di scadenza, sono stati anche invitati a servirsi dei propri contatti per sfangarla.

Inoltre molto spesso non si è stati in grado di assecondare gli interessi dei ragazzi che sono stati parcheggiati un po’ dove capitava giusto per tappare un buco per colmare un’esigenza. C’è anche chi dà la colpa ai ragazzi, pigri nativi digitali, che vogliono evitare fatica e impegno, ma credo che questo sia solo un alibi.

L’idea dell’alternanza poteva essere una buona possibilità per metterli a contatto con il mondo del lavoro e far sperimentare un nuovo tipo di impegno, ma in pratica l’obiettivo è stato raggiunto in una percentuale minima.

Considerati i miseri risultati, cambierà qualcosa?

100 racconti per bambini coraggiosi

Mamma, che cos’è il coraggio?
Piccolo mio, mi hai fatto una domanda bellissima… Vedi, il coraggio, al contrario di quello che puoi pensare, non vuol dire non avere paura. Avere paura è normale. Ma le persone coraggiose sono quelle che affrontano le loro paure e le loro incertezze e le usano per diventare più forti. Il coraggio non vuol dire allenare i muscoli per vincere un nemico, ma allenare il cuore e la mente per capire quello che vi divide.

Questo è l’incipit di 100 racconti per bambini coraggiosi, un volume molto bello con magnifiche illustrazioni che rappresenta la risposta maschile al best seller Storie della buonanotte per bambine ribelli. E’ un mondo maschilista da sempre e quindi immagino che per questi uomini che ce l’hanno fatta sia stata un po’ più facile che per le eroine delle Bambine ribelli.

Nel libro, in ordine alfabetico, da Andre Agassi a Mark Zuckemberg, ogni pagina racconta di un uomo famoso che ha combattuto per i propri ideali. I ritratti dei personaggi sono molto belli, i testi non male, ma la cosa che mi ha lasciato un po’ perplessa è stata l’inclusione di certi personaggi attuali.

Dentro ci sono tutti. Da Giuseppe Garbaldi all’youtuber Favij, sembra un po’ l’elenco del telefono, alla “F” dopo Roger Federer, tennista, e prima di Enzo Ferrari, imprenditore, ho trovato con sorpresa Fedez.

…poi conobbe una ragazza bionda, bellissima e famosa ancor più di lui: Chiara…

Ecco magari sono babbiona, ma come modello da fiaba della buonanotte per un maschietto, punterei un po’ più in alto. Girerei qualche pagina per arrivare al Mahatma Gandhi o Charles Lindembergh o addirittura anche il buon vecchio Spartaco!

Al passo con i Kardashian

Oggi ho visto questa notizia e ho capito che non dovevo più tenere dentro il trauma che ho subito una decina di giorni fa.

Quand’ero a Londra, la scorsa settimana, avevo letto la notizia del decennale del reality sulla famiglia Kardashian che, come Paperone, continua a guadagnare e moltiplicare a suon di milioni di dollari il reddito. Conoscevo vagamente alcuni dettagli dei loro exploit ma non riuscivo a capacitarmi del successo plametario.

Così, le mie figlie (che ne sapevano molto più di me) per aiutarmi nella comprensione del fenomeno Kardashian mi hanno esortato a vedere su Sky (nella casa dove stavamo la tv aveva l’abbonamento) il meraviglioso Al passo con i Kardashian e la mia vita non è stata più la stessa.

Forse perché non sono abituata a vedere i reality, ma lo choc è iniziato da subito. In un overdose di chirurgia plastica era diffcile per le Karadashian sisters manifestare molte emozioni, così tutto era molto enfatizzato. Le conversazioni, semplificate al massimo, esprimevano sempre frustrazione, preoccupazione, insicurezza.

Sono multimilionarie, ma si lamentano sempre. Le labbra a canotto di increspano e gli zigomi rinforzati si tendono.

Con un’estensione massima del concetto “anche i ricchi piangono”, il reality mostra sempre il lato drammatico della vita kardasha. Sempre buttate sul divano, con i tacchi a spillo e lo smartphone in mano si dolgono in continuazione. E’ il lato drammatico che fa impenanre l’audience.

Poverine!

Hanno paura che il lancio del nuovo marchio dei jeans magari non andrà bene, che qualcuno tarocchi la linea di lipgloss, che il servizio di security non sia all’altezza, che il guardone piantato, in strada, davanti alla villa non vada in galera.

E poi c’è il fantasma del padre (avvocato che aveva difeso O.J.Sipson) che ogni tanto torna e, birichino, fa suonare la sveglia del cellulare a orari improbabili.

Problemoni.

Infatti ogni tanto non ce la fanno più e infarciscono il discorso con un bel porcone.

La più positiva è la mamma-Kris, il genio del male marketing che ha inventato tutto e che è come il prezzemolo. Nonostante le figlie abbiano dai venti ai quaranta anni lei non le molla e continua a regolare la loro vita.

Devo confessare che ho avuto un po’ di problemi a identificarle (ci vorrebbe uno schemino) perchè più o meno sono state rifatte tutte uguali. Ho penato anche per capire di chi fosse il figlio, il fidanzato, il cane, l’amica, il marito fedifrago…

Tra i personaggi il mio preferito è il fratello Rob che non si confonde perché non è rifatto, anzi è un normalissimo americano ciccione, quindi viene più o meno bullato dalle sorelle e dalla madre.

Ho visto solo 3 puntate, il momento più basso è stato toccato in quella dove Kim (la vera star di tutto il family business) recitava con il catetere.

Non sto scherzando. In varie scene si tirava dietro, sballottandola, una borsa piena di pipì. Kim e il suo catetere: prima all’ospedale e poi sul solito divano bianco di casa, perchè aveva fatto un trattamento per la fertilità.

E’ stato il dettaglio che mi ha fatto capire che non potevo stare al passo con i Kardashian e ho spento la tv.

Poi con tristezza, mista a sgomento, ho riflettuto sul fatto che queste persone, megastar sui social, sono un modello per molte ragazze….

Vacanze & Libri

Oggi si chiude e ci si rivede a fine mese 🙂

Nel frattempo se avete voglia di leggere un libro divertente ma anche molto utile che può farvi riflettere anche sulle discriminazioni di genere, vi consiglio Come non odiare tuo marito dopo i figli un memoir della giornalista americana Jancee Dunn, che racconta come la sua unione idilliaca, è scoppiata dopo la nascita della sua bambina. Non affronta solo il problema dello tsunami del dopo nascita, ma a va avanti a raccontare come negli anni la convivenza e la comunicazione siano diventate un inferno.

E’ un libro interessante perchè non è soltanto un romanzo divertente, diventa anche un saggio, infatti l’autrice racconta di sè e delle sue amiche nella stessa condizione, intercalando l’analisi con dati sociologici e analisi psicologiche autorevoli.

Ecco un piccolissimo esempio di quello che scrive:

…anche a me sembra di essere la madre di Tom, quando sono costretta ad assillarlo perché faccia qualcosa, soprattutto se pensa di cavarsela rispondendo un attimo o quando mi ignora del tutto. (Almeno, non è come il marito di una mia amica, che fa il saluto militare e dice: «Sissignore!» per far ridere i bambini. Di lei.) Darby Saxbe, professoressa di psicologia all’University of Southern California, mi spiega che spesso le coppie sviluppano il cosiddetto meccanismo di “richiesta e ritiro”; il più delle volte, è la donna a chiedere e l’uomo a ritirarsi. La dinamica si crea, dice, perché gli uomini hanno ben poco da guadagnare da un cambiamento dello status quo, mentre è più facile che siano le donne a desiderarlo…

Sempre parlando di libri, due notiziole personali: Affari d’amore è nel “circuito” kindle unlimeted quindi si può leggere gratuitamente, se avete questo tipo di abbonamento. Invece L’amore è una bugia diventerà cartaceo e ne sono molto contenta!

E ora non mi resta che augurarvi buone vacanze!

Il mare e la radio

Sono stata al mare, tutto bellissimo.

Ho nuotato e fatto trekking, mi sono arrammpicata per chilometri su sentieri ripidi e ventosi. Forse ho anche sfidato il pericolo, potevo inciampare e sfracellarmi su una scogliera. Emma voleva fare un time lapse, come quelli che si fanno i selfie nei posti più impervi e poi si schiantano. Appena ha messo il cellulare in bilico su una radice di pino marittimo a strapiombo, ho cominciato a urlare e l’ho convinta a desistere.

Però credo che quando arriva il tuo momento non sfuggi. Noi ad esempio, ci siamo salvate dal time lapse ma la sera stessa potevamo perire colpite a tradimento da un vaso da fiori sulla testa. Era una serata ventosa, dopo essere uscite di casa di solito facevamo cento metri e poi attraversavamo la strada. Quella volta invece, non so perché, abbiamo deciso di attraversare subito e si è rivelata una buonissima idea che ci ha salvato la vita. Infatti alla nostra altezza, sul solito tragitto, dall’altra parte della strada il vento ha fatto cadere fragorosamente dal balcone del secondo piano un bel vaso da fiori (con piattino sottovaso per la mazzata finale).

Il proprietario si è affacciato e, con stupore, ha fatto:

“Oh Mon Dieu!”

E menomale che sotto non c’era nessuno.

Mentre noi dall’altra parte siamo rimaste scioccate dalla botta di fortuna.

Un’altra cosa strana che è successa al mare è stata la presenza di questi strani ragazzini, sui 6-8 anni, carini, all’apparenza normali che però quando ti passano accanto (a noi è successo al supermercato e in spiaggia) a un certo punto, molto lentamente, come alienati, si guardano intorno, girano la testa e ripetono:

“Despacito…Despacito…Despacito”

Emma racconta che le è già capitato anche a Milano e quindi sospetta che il tormentone dell’estate ormai sia entrato nelle cellule cerebrali dei poveri bambini che ne siano in qualche modo posseduti. Trasformati in cyborg, giovani tenere vittime del raggaeton.

Cambiando argomento, domani sera alle 19 sarò ospite a Rocknrollradio  nella puntata settimanale di Shokking Culture per parlare de L’amore è una bugia. 

Di cui vi allego un altro brano sperando di stuzzicarvi un po’ 🙂

Qui il mio protagonista (Mattia) cerca conforto dopo aver ricevuto una brutta notizia…

Questa bugia pietosa gli ricordò Linda. Le era affezionato anche se la considerava una rompiscatole. Sua sorella, di sette anni maggiore di lui, non aveva infatti mai perso un’occasione di rinfacciargli il suo egocentrismo, l’incapacità di prendersi una responsabilità.

Certo, lei invece si considerava perfetta. Matura ed equilibrata. Laureata in architettura a pieni voti, aveva lavorato un po’ in uno studio prestigioso, e poi si era innamorata di Eugenio, commercialista noioso e supponente. Se l’era sposato ed era diventata mamma a tempo pieno per Marta e Pietro, che stavano crescendo in fretta.

Mattia sospettava che, dietro la facciata della famiglia ideale, sua sorella, a quarantasei anni, nascondesse una grande frustrazione. I suoi anni migliori se li era giocati e si sentiva intrappolata. Per quello era spesso acida. La cara Linda in realtà avrebbe voluto essere come lui: libera, sfrontata e indifferente alle regole, ma non ne aveva mai avuto il coraggio.

Mattia si domandò se fosse una buona idea telefonarle. Riversare su di lei dubbi e paure in cerca di conforto. Con sua sorella non doveva temere di perdere la faccia, di essere considerato pavido. Il fatto che lei, da sempre, gli rimproverasse di essere immaturo e infantile questa volta poteva giocare a suo favore. Magari proprio per questo, forse, l’avrebbe capito e aiutato.

«Mattia! Non chiami mai, ma quando decidi di farlo hai un tempismo perfetto: scegli sempre i momenti peggiori!»

Non era l’accoglienza che aveva sperato, ma oramai aveva deciso di cercare l’empatia di Linda.

«Volevo raccontarti una cosa e chiederti un parere. Ti disturbo?»

«Sono in autostrada, sto portando i ragazzi al mare in Toscana… C’è traffico e adesso devo trovare una piazzola dove fermarmi perché ci siamo accorti che Zoe ha vomitato.»

«Zoe?»

«Il cane, il cucciolo di labrador che abbiamo appena preso. Forse è troppo piccolo per viaggiare.»

«Allora non importa, ci sentiamo un’altra volta.»
«No, no, dimmi. Ti ascolto. Ora ho trovato la piazzola…»

Mattia voleva riagganciare, invece le raccontò tutto. Dei sintomi, dell’oculista, dell’ortopedico, del professor Rizzi, della risonanza. E soprattutto della sua paura. Linda lo ascoltava, ma si avvertiva la sua fretta. Annuiva a tutte le supposizioni di Mattia, ma era sfuggente.

«… Un altro specialista, certo, vedrai che non sarà nulla. Poi però fare una risonanza non è la fine del mondo, solo per essere sicuro…»

«Secondo te…»

«Ma Zoe l’ha fatta la pipì? Ragazzi, su che dobbiamo ripartire! Scusa, scusami tanto, ma devo lasciarti, fammi sapere… baci.»

Mattia salutò in fretta la sorella. Riagganciò più depresso di prima. Per la prima volta in tantissimo tempo si sentì solo. Assolutamente solo. Non riusciva a crederci.

Giveaway: L’amore è una bugia

Uscirà mercoledì 24 maggio, come ebook, al prezzo irrisorio di 5 caffè (tutti pubblicizzano così, sponsorizza questo…paga quell’altro …costa come 1 caffè al giorno!) quindi invece di bervi 5 tazzine (poi siete agitate, nervose e non dormite) potreste provare il mio romanzo.

Storia d’amore, un triangolo, un po’ di precariato, molestie sul lavoro, genitori affannati, Milano, tanta musica, qualche ricetta vegana, instagram, una malattia, una libreria: insomma c’è quasi tutto.

Se invece volete provare a vincerlo con il giveaway le regole sono:

-lasciare una traccia in un commento

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-entro la mezzanotte del 23/5

Per capire se vi interessa questo è il succo della trama:

Giovane, carina e precaria, Elena è intrappolata nella maledizione delle moderne generazioni: una laurea, un lavoro che non la soddisfa e la ricerca del grande amore. Fino a quando una sera s’imbuca allo showcase dei Depeche Mode e incontra Mattia, giornalista di grande carisma e di bell’aspetto.

Elena perde completamente la testa, anche se Mattia è il classico sciupafemmine seriale e il suo vero “compagno di vita” finora è stato Andrea, amico fin dai tempi del liceo. I due si completano a vicenda: il primo affascinante ed estroverso, il secondo timido e intelligente. Entrambi single convinti, spesso è capitato che Andrea riciclasse le fidanzate “usate” di Mattia. Sarà così anche per Elena?

I due si frequentano per qualche mese ma quando Mattia decide di lasciarla, una scoperta improvvisa cambia tutto. I sintomi che aveva tanto a lungo trascurato, si rivelano molto più gravi del previsto.

Mostrarsi vulnerabile e cercare conforto in una relazione stabile o mentire e allontanarsi? E se è vero che gli amici si vedono nel momento del bisogno, Andrea si dimostrerà tale?

Tra bugie e improvvisi ribaltamenti, un romanzo appassionante che presenta il lato oscuro dell’amicizia e dell’amore.

 

Ecco come trovare regali per la mamma da sogno

Manca poco alla data fatidica data e quest’anno, per evitare fraintendimenti ed equivoci, per scegliere il mio regalo della festa della mamma ho deciso di giocare d’anticipo con la mia lista dei desideri.
Penso di essere stata abbastanza buona e quindi poter ambire a regali originali, ho scoperto Troppotogo dove ci sono sorprese molto divertenti, da scegliere in base al prezzo e alle passioni della festeggiata. Per cominciare ho cercato “regalo mamma”, ecco i mei preferiti:

Regalo mamma - Massaggiatore plantare Fit Maxx

Regalo mamma – Massaggiatore plantare Fit Maxx

Sono una maniaca del massaggio plantare, che mi rilassa e distende, appena posso me ne faccio fare uno. Prendo la cosa molto seriamente: ho anche studiato i rudimenti di reflessologia plantare per capire meglio come funziona la stimolazione nelle varie parti della pianta del piede. Mi sono stampata una mappetta per capire dove vanno ad agire le varie digitopressioni. Quindi, care ragazze, questo accessorio sarebbe il regalo perfetto per me. E penso di essere stata abbastanza buona per meritarmelo 🙂

 

Oppure….

Regalo mamma - Mini giardino da interni con semi assortiti

Regalo mamma – Mini giardino da interni con semi assortiti

Già lo scorso anno o avuto un discreto successo con il mio orto da balcone. Anche se devo ammettere che abbiamo avuto un lutto. RIP pomodorini. Poverini, non sono più con noi.
Pensare che li avevo curati con tanto amore!
Un altro problema con le mie piante sul balcone è stato ovviamente il freddo. In inverno ho allestito una piccola serra, ma comunque all’ora di cena andare a prendere qualche foglia di salvia o un rametto di rosmarino, vi ricordate quanto fosse spiacevole?

Si doveva sfidare la furia degli elementi.

Quindi invece questo mini kit per l’orticello sul davanzale sarebbe elegante, comodo e perfetto. Aromi e verdurine fresche H24 con qualsiasi tempo!

O ancora…

Un altro regalo che mi farebbe molto piacere sarebbe questo oggettino fondamentale per fare il sushi. Già il nome mi diverte moltissimo: bazooka, l’arma fondamentale per rollare degli uramaki perfetti.
Adoro il sushi ma sono sempre stata inibita nella produzione per paura di non riuscire a preparare dei rotolini che potessero conservare la loro forma.
Già mi vedo armata di avocado, cetriolo, salmone, sesamo e bazooka pronta per una perfetta cena jap.
Ah, dimenticavo, care ragazze, lo so che mi amate, e quindi vorrei anche questa bellissima tazza rosa per ricordarmi sempre di voi!

(post realizzato in collaborazione con Troppotogo)

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