Una voce incredibile

Ultimamente esco più spesso, prima andavo soprattutto al cinema ma adesso mi piace anche cercare localidove ascoltare musica. Anche perchè si fanno interessanti scoperte, a Milano ci sono un sacco di spazi dove si può trovare dell’ottima musica. Conoscere giovani artisti emergenti che non sono ancora nel circuito musicale mainstream. L’altra sera infatti ho avuto il piacere e la fortuna di assistere all’esibizione di un ragazzo molto talentuoso: Andrew Xeniadis, giovanissimo, sta per compiere 23 anni, ha una voce veramente incredibile.

La sua esibizione mi ha molto colpito e quando è sceso dal palco, mi sono comportata, (senza vergogna!) un po’ da fan. Ho cercato di conoscerlo e non ho potuto far a meno di fargli alcune domande. Così ho scoperto che la sua capacità canora è frutto di anni di passione per la musica, i suoi modelli sono di altissimo livello: gli artisti dell’area R&b, soul, pop, e gospel. Ammira e si ispira a Ray Charles, Stevie Wonder, Michael Jackson, Prince. Ma questo ragazzo non si è limitato ad ammirare i suoi idoli musicali, per emularli ha studiato canto e tecnica musicale già dieci anni, iniziando con la scuola media.
(Riprova che le scuole medie musicali funzionano, danno ai ragazzi i primi importanti fondamenti musicali e li aiutano, imparando a suonare insieme, a superare il panico dell’esibizione!)

Da quegli anni in poi Andrew (metà italiano e metà greco) non si è più fermato. Ha vinto una borsa di studio per il prestigioso Berklee College of Music di Boston. In quella occasione ho partecipato ad una selezione con 100 studenti provenienti da tutto il mondo per la performance di fine corso. Ed è stato selezionato tra i 10 vocalists che si sono esibiti al concerto finale.
E poi ancora studio, musica e studio. Tornato in Italia ha finito il liceo, partecipato anche a XFactor e poi si è iscritto a un’altra scuola prestigiosa la BIMM di Londra.

Più recentemente, oltre a esibirsi in due edizioni dei concerti Back to Black, è lead singer con il coro Gospel Oh!rdinary People, poi ha prodotto il suo primo singolo Tell me the truth. Ora sta lavorando al primo album che spera di far uscire nel prossimo anno.

Il 18 novembre, mi ha raccontato, che sarà ancora a Milano al Memo, dove presenterà il suo nome d’arte Drew, non posso certo perdermi lasua esibizione!

Halloween DOC in stile gotico

Oramai ad Halloween non si scappa più. Chi non lo celebra è considerato strano.

L’altro giorno in autobus ho sentito un bambino delle elementari che si lamentava.

“Noi in classe non facciamo nulla per Halloween…”

“Come mai?”, chiedeva stupito l’amichetto.

“Perchè la mia maestra è contro…”, sospirava, sconsolato, il piccoletto.

“Non scriviamo, non facciamo i disegni, non impariamo le poesie…”

Le poesie per Halloween!!??!?!!

Se anche voi vi sentite spiritualmente vicini alla suddetta maestra e non ne potete più di dolcetto o scherzetto e magari anche le zucche vi danno la nausea, c’è un altro modo per festeggiare domani sera. Potete partecipare, a Milano, a una passeggiata notturna che anche dog-friendly, organizzata in collaborazione con Il Circolo del Gotico: una serata tenebrosa dedicata al maestro del gotico Edgar Allan Poe.

Una serata davvero originale condotta da Jennifer Radulović – storica, saggista e divulgatrice – che racconterà vita e opere del celebre maestro del gotico con approfondimento sulle teorie del mesmerismo e sul fenomeno della catalessi. Un percorso appassionante fra figure inquietanti, paure e atmosfere affascinanti, una serata itinerante nella suggestione notturna delle candele, consegnate ai partecipanti al ritrovo presso il Parco Indro Montanelli (Porta Venezia) alle ore 20.30.

Dopo la passeggiata la serata proseguirà presso il cinema Spazio Oberdan dove i partecipanti, comodamente seduti, potranno assistere a una carrellata di immagini e documenti dell’epoca.

A concludere l’evento, verso le ore 23 circa, sempre presso il cinema Spazio Oberdan, la speciale proiezione del film La caduta della casa Usher (Jean Epstein, Francia, 1928, 61’). Ispirato a diversi racconti del terrore di Edgar Allan Poe, fra cui quello omonimo del 1839, Il ritratto ovale e Ligeia, questo grande capolavoro del cinema muto non solo ci immerge nelle pagine inquietanti di Poe, ma riesce a rendere la vena claustrofobica e il senso di fatalità in ogni suo fotogramma grazie all’uso della luce, a effetti cinematografici come il ralenti e alle scenografie.

Per info: mic@cinetecamilano.it

La necessità di difendere i più deboli

La storia terribile di Desirée è un colpo al cuore per tutti noi. Così angosciante che non mi sento all’alteza di un commento. Però oggi ho ricevuto questo comunicato stampa che riporta l’opinione di Armando Piccinni, Presidente della Fondazione BRF Onlus, l’unica Fondazione Onlus di ricerca psichiatrica in Italia.

Sono d’accordo con le sue parole che riporto qui integralmente.

“Se non siamo in grado di difendere le persone come Desirée dobbiamo rivedere i nostri modelli di tutela e di assistenza” denuncia Piccinni.
“Desirée non era peggiore di quelli che ce la fanno a tirarsi fuori da quel mondo di droga che nel 2018 ha già fatto quasi 200 vittime. Era di certo più delicata e sensibile, più esile e gracile, più vulnerabile e soprattutto sola. Sono queste le persone che una società civile dovrebbe proteggere e tutelare, sostenere e affiancare. Tutto questo a Desiree è mancato. Così come manca a tutti coloro che sono come lei, e che come lei vivono”.
“La morte di Desirée è la punta di un iceberg. Una ragazza di sedici anni ha bisogno di esempi da emulare, adulti che la proteggano, scuole che la educhino, genitori che la difendano. Lei aveva poco o nulla di tutto questo. Tanti altri, come lei, hanno poco o nulla. Non tutti fanno la sua terribile fine ma ce la fanno a combattere e a tirarsi fuori dal fango che li circonda”.
“Perché lei non ce l’ha fatta? Perché è stata falciata senza pietà e senza rispetto? Sono domande a cui le Istituzioni – conclude Piccinni – devono rispondere, perché la responsabilità di uno Stato civile passa dalla tutela che fornisce ai più deboli, agli uomini e alle donne del futuro”.

Una ragazza da tenere d’occhio

Il recente panorama musicale è conquistato dalla trap, dagli epigoni di Fedez e naturalmente dagli ambitissimi talent. Mentre, per le ragazze, sembra che la via canora più veloce sia purtroppo a senso unico verso lo smutandamento, ma in questo panorama ho fatto fortunatamente una scoperta molto interessante. Si tratta di Emily Litta, una ventiquattrenne con una voce incredibile, ricorda le sonorità R&B e con le sue canzoni si allontana con originalità dalle tendenze mainstream, pur rimanendo molto accattivante e orecchiabile.

E’ così carina e talentuosa che ha conquistato anche le mie figlie, due “angeli” di solito ipercritiche rispetto alle doti artistiche dei coetanei. E soprattutto molto scettiche riguardo ai miei suggerimenti musicali (“ma mamma, come fa a piacerti Gogol Bordello!?”), ascoltandola e guardando i suoi video non hanno potuto fare a meno di apprezzarla e aggiungerla subito alla loro playlist di Spotify.

Emily Litta, suona e canta da quando aveva tredici anni, scrive i propri testi e ha ottimi riferimenti musicali: è appassionata dei ritmi Motown, ama il funk, con modelli femminili che spaziano da Donna Summer all’inossidabile e raffinata Sade.

In questo mondo in cui la rivelazione femminile dell’anno è Cardi Bi (Mi chiamano Cardi Bardi, corpo da sbattere, mamma piccante, un bocconcino caldo, più caldo di una salsa), Emily Litta rappresenta quindi una luce all’orizzonte anche, e non solo, per la dignità canora femminile.

Non vedo l’ora che realizzi il mini album a cui sta lavorando, previsto in uscita per il 2019.

P.S. Poi il video girato a Londra, dove ho riconosciuto vari luoghi, mi ha ovviamente colpito al cuore!

Andy Warhol in mostra a Bologna

Una mostra che funziona quasi come la macchina del tempo: si torna a ritroso nel passato di oltre trent’anni.

(Nel periodo in cui i leggings erano famosi per la prima volta e si chiamavano fuseaux!)

Si torna agli anni ‘80 che si aprono con l’elezione dell’ex attore Ronald Reagan a Presidente degli Stati Uniti. L’economia si trasforma in finanza e si accumulano ricchezze inimmaginabili. John Lennon muore ucciso sotto casa l’8 dicembre 1980. La borsa di New York crolla e materialmente anche il Muro di Berlino. I fatti di piazza Tienanmen, l’invenzione del www e l’impazzare dell’Aids negli USA.
Nel giro di poco l’arte perde, tra gli altri, Keith Haring, il fotografo Robert Mapplethorpe mentre Basquiat muore distrutto dalla droga.

Quando l’economia “tira” la pittura ne è il primo segnale: nel 1980 The Times Square Show è la prima mostra sulla generazione di graffitisti, anarchica nello spirito ed estremamente provocatoria.

 

Oltre la pittura, Jeff Koons rappresenta il perfetto trait-d’union tra arte ed economia: dopo l’esperienza come broker a Wall Street, Koons riflette sugli status symbol della nascente classe dirigente americana analizzando impietosamente kitsch e banalità. (E pensare che prima lo consideravo solo il marito-artista-eccentrico di Cicciolina!)

Letti troppo spesso come il decennio del disincanto e della superficialità, gli anni ‘80 hanno un loro modo di fare politica in un’esplosione di colori e figure dove l’arte non è solo esperienza visiva.

A raccontare il fermento irripetibile di un decennio che ha visto combinarsi arte, musica, cinema e letteratura – nel momento in cui gallerie e mercato internazionale decretano il clamoroso successo del ritorno alla pittura – a Bologna arriva questa mostra di Warhol, Haring, Schnabel, Koons, Basquiat e molti altri.

 

Sono visibili 36 opere e 38 polaroid Andy Warhol che, dopo essere stato vittima nel 1968 di un terribile attentato, proprio all’inizio degli anni ‘80 torna al centro della vita artistica e sociale di New York.
Tra pubblicità, commercio, beni di consumo – dai Duty Free ai Levi’s Jeans – il nuovo Andy guarda ancor di più al modo della comunicazione e dei media, avvicinandosi così alla  generazione di giovani artisti degli anni ’80 che in lui hanno visto un anticipatore, un vero e proprio guru.
Trasformando in arte i feticci dell’immaginario collettivo americano e anticipando l’instaurarsi del potere dei mass media, Warhol rese icone i personaggi dello star system e i simboli del consumismo: Liza Minelli, Marilyn Monroe e Mao accanto a Campbell’s Soup, Brillo Boxes e il Dollaro, tutte presenti in mostra a Bologna.

Le Kardashian con le placche in gola

Google mi ha gentilmente comunicato quali siano i miei post che generano più traffico. Dopo quasi 11 anni di Extramamma il risultato diciamo che potrebbe essere più entusiasmante: non per il numero degli accessi ma per la qualità dei temi.

Nonostante la ricerca di notizie originali, approfondimenti e qualche curiosità, ha prevalso il trash. Ma non mi arrenderò, continuerò a lottare in questo mondo dominato dalle Kardashian e dai loro fan.

Infatti il mio post più cliccato, in assoluto, è quello che ho scritto su di loro.

Incredibilmente al secondo posto è tallonato da un altro post, molto più antico, dove spiegavo come avevo provato a togliere le placche in gola a mia figlia armata di coraggio e cotton fioc. Questa bizzarra doppietta sul podio dovrebbe far riflettere tutti gli espertoni di SEO e dintorni.

Cosa colpisce l’immaginario del popolo della rete: i culoni delle Kardashian ma anche il pus delle placche.

Poi nella classifica dei più cliccati c’è il post sulla “cena dolce”, l’idea molto femminile di sfangarla, risolvere il pasto serale come fosse la prima colazione. Strategia che ai maschi non piace e preferiscono invece tagliar corto con un trancio di pizza o una pasta. Insomma carboidrati uber alles!

Il food comunque tira sempre in rete e questa volta ho avuto una piccola soddisfazione: gli spaghetti vegani alle zucchine di Anita sono entrati in classifica.

Poi mi chiamo Extramamma e quindi anche i post sulla genitorialità hanno destato qualche emozione: il pezzo sui genitori iperprotettivi che fanno danni, il topino dei denti e anche uno spruzzo di incontenibile e ubiqua ansia materna.

Non stupisce invece un tradizionale tocco di voyerismo che ha pervaso la classifica dei più googlati. Sono stati molto apprezzati tutti i post che hanno come titolo qualcosa che ha a che fare con le mutande e dintorni. “Perizoma natalizio”, “mutande pazze”, “granchio nelle mutande” e un grande classico come “chiappe al vento”.

Ancor gli animali: nonostante la sezione si chiami “Vita da cani” i post più letti, per ironia della sorte, sono quelli sui gatti!

Money slave?

Si incontrano a una festa. Lui sui diciotto, lei di qualche anno più “vecchia”. Ridono, scherzano. Il ragazzo fa un paio di complimenti e poi si scambiano il numero di telefono.

Silenzio per qualche mese, poi lui scrive e, a sorpresa, dopo qualche convenevole, non le domanda di vedersi, ma lancia un’altra proposta. Originale, inaspettata.

Chiede alla ragazza se può diventare il suo money slave.

Stiamo pranzando e mia figlia, tra un “passami il sale” e “vuoi ancora insalata?”, mi racconta la storia di questo strano “corteggiamento”. E’ capitato poche settimane fa a una sua amica.

Ripete e sottolinea: “Un money slave!”

Quando non reagisco con il dovuto stupore alla notizia, vengo incalzata.

“Mamma, sai chi è?“

“Sarà un masochista?”, buttò lì con nonchalance.

Non sono moralista, non mi scandalizzo facilmente. Convivo con una buona dose di cinismo e credevo anche di essere abbastanza aggiornata sulle perversioni, invece vengo squadrata con un certo compatimento. Mentre addento una fetta di pomodoro, mia figlia mi guarda delusa. Capisco di essere considerata vintage, sconnessa, disinformata. Obsoleta.

Non ho prestato abbastanza attenzione al dettaglio chiave del racconto e del concetto ho capito solo la parola slave, invece l’enfasi va posta sul primo vocabolo: money.

E quando si parla di soldi tutto assume sfumature diverse. Anche nelle relazioni sentimentali dei più giovani.

Per istruirmi mia figlia prende il cellulare e apre la pagina di wikipedia che spiega che un money slave è un individuo che ama essere trattato come un bancomat.

Felice quando gli si ordina di dare, di pagare, per soddisfare la sua padrona. Un masochista altruista che non vuole niente in cambio.

Incredula continuo a leggere per tentare di capire il fenomeno: come molte altre tendenze l’abbiamo importato dagli USA. Scopro che ci sono stati anche due servizi televisivi sull’argomento: se ne sono occupati Le Iene e Nemo. Però nei casi raccontati in televisione i protagonisti erano dominatrici e schiavi adulti. Non ragazzi diciottenni.

Mentre cerco di sintonizzarmi e capire questa strana predilezione, mi viene raccontato anche il finale della storia: il ragazzo che si candidava a bancomat, nella chat, aveva specificato anche il massimale dell’offerta. Non più di 85 euro.

Ascolto ancora, domandandomi se tale limite fosse, per caso, l’ammontare della sua paghetta.

Poi quando la sua proposta è stata gentilmente declinata, l’aspirante e acerbo money slave non si è offeso. Anzi, per far vedere che faceva sul serio ha fatto comunque una ricarica da 10 euro alla ragazza. Fine dell’approccio e anche del racconto.

Ai miei tempi avevo un’amica scaltra gattamorta che era abilissima a scroccare passaggi, cene e regalini da spasimanti che finivano regolarmente a bocca asciutta. Ma non erano money slave, piuttosto dei generosi, illusi, ottimisti ragazzi che continuavano a sperare che la mia amica un giorno cambiasse idea. Ammaliata dai loro regali li degnasse di qualche calda attenzione.

Invece questo concetto passivo del finanziatore sottomesso, mi incuriosisce e sconvolge. Non voglio credere che al tempo dei primi amori, in un universo sempre più consumista, questo fenomeno possa essere una strategia di corteggiamento.

Maschi insicuri e femmine sempre più stregate dal materialismo, non è una bella fotografia dell’interazione fra i sessi.

Cena di classe

(In agosto sono stata in vacanza e la scrittura sul blog ha avuto uno stop. La cosa bizzarra è che mentre non aggiornavo il traffico del blog è molto aumentato – il post più letto è sempre quello sulle Kardashian – Mi sto facendo delle domande: per avere successo è meglio che non scriva? E comunque Kardashian uber alles?  🙂 Sto riflettendo…)

 

Adesso va tanto di moda la rimpatriata fra ex compagni di scuola. Liceali vintage che si ritrovano almeno trent’anni dopo la maturità, per una serata in cui si torna indietro nel tempo. Si ride, si scherza e ci si chiama con i soprannomi di quando si copiava il compito in classe. Una spensierata serata amarcord in cui si ringiovanisce meglio che con il botox.
Con l’allegra comitiva dei miei ex compagni di scuola, negli ultimi due anni ci siamo ritrovati già quattro volte. L’ultima per festeggiare la più brava della classe in matematica (persona geniale e disponibile che mi ha lasciato copiare anche il compito di maturità) diventata primario.
Mi sono traferita a Milano ma quasi tuttti i miei ex compagni sono rimasti a vivere nella cittadina della Romagna dove sono cresciuta. Quindi la cena di classe è anche una bella occasione per una rimpatriata nella terra delle piadine e dell’affettato.
Insomma un mesetto fa eravamo tutti lì a brindare e mangiare prosciutto, salame, squaquerone e piada fritta. Contenti di rivederci e affettuosi come sempre. Il nostro era un liceo scientifico e in classe erano più maschi che femmine.
C’erano Sale, Rano, Joe, Ciondo, Beef, Spoglia, Caffo, Cardo, la Belva, Zwerdy e parecchi altri.
Qualcuno è medico, c’è uno avvocato, un geologo, molti insegnanti. Nella nostra ex Quinta A, i ragazzi, eravamo state fortunate, erano i più belli della scuola. Adesso sui cinquanta sono ingrigiti mentre per noi femmine c’è rifugio nel trucco e parrucco.
Come sempre abbiamo cominciato la serata con un brevissimo briefing sul lavoro, i figli, i mariti, le mogli, per partire poi con i ricordi di scuola. Gli annedoti e i pettegolezzi d’antan. La parte più divertente e proficua. E se a qualcuno, considerata l’età, la memoria comincia ad appannarsi ci pensano gli altri a rinverdire i souvenir.

Poi dopo i soliti convenevoli abbiamo cominciato a parlare del grande assente: ancora una volta all’appello di classe mancava Livio. Un nostro compagno che ha partecipato solo una volta alle cene e sembrava anche un po’ fuori posto. Come una persona che avesse sbagliato combriccola.
Nella nostra ex Quinta A, quando c’erano i belli, Livio invece era piccolino magrino e soprattutto invisibile. Tanto che, con il passare del tempo, mi ero anche dimenticata della sua esistenza.
Così un anno fa quando l’ho incontrato di nuovo alla rimpatriata (l’unica a cui abbia partecipato) mi sono chiesta chi fosse quel mini Lou Reed all’altro capo della tavolata. Era Livio.
Mentre gli altri ex ragazzi sembrano dei cinquantenni Livio è sempreverde. Perché è rimasto piccolo e secco. Con una faccia da ragazzino un po’ invecchiato, capello cortissimo, occhiali da sole (era una cena all’aperto in settembre) t-shirt nera e jeans sdrucito, faceva molto rockstar vintage.
E a cinquant’anni assomigliare a un artista un po’ maledetto, si è rivelata una tecnica vincente. Livio è pieno di donne.
In quell’unica cena a cui partecipò quando, dopo aver consumato la giusta quantità di sangiovese e trebbiano, si cominciò a proporre nomi di coetanei e coetanee per vagliare la data di scadenza del loro fascino, ad ogni donna menzionata Livio scuoteva la testa. Pollice verso.
Secondo lui oramai la tale e anche la tal’altra, famose nei giorni lontani in tutta la scuola per la loro avvenenza, erano oramai irrimediabilmente da buttare.
La ragione del cinismo di Livio l’ho scoperta in quest’ultima rimpatriata. A lui le signore della zona non interessano perché ha ampliato i confini. E’ diventato un seduttore international. Dopo un matrimonio fallito, Livio ha preso molto sul serio la globalizzazione: ha avuto una fidanzata marocchina, un paio di brasiliane e adesso sta per sposarsi con una ragazza filippina.
“L’ho visto fuori dal ristorante XY con una ragazza bellissima, marocchina. Giovane e alta il doppio di lui”, ha rivelato una mia compagna di scuola.
“Ma questo era due anni fa, poi c’è stata la brasiliana”, le ha risposto subito un ben informato.
“Sì, ma dopo lui è tornato a Rio e l’ha trovata incinta di un altro”
C’era un certo compiacimento in questa affermazione.
“Infatti ha rotto e si è fidanzato”
“Con un’altra brasiliana?”
L’invidia ormai era diventata tangibile.
“No, con una ragazza filippina”
“Adesso è a casa di lei, per sposarsi”
Le notizie girano in fretta.
“Chediamogli una foto”
La curiosità ha contagiato tutta la classe.
Con whattsapp è un attimo. Le piadine rimaste erano oramai fredde e tutti fremevamo per vedere la giovane promessa sposa.
Livio era online ma ha fatto finta di non capire e ha inviato un’immagine della mappa dell’arcipelago delle Filippine.
Che delusione. Ma forse è stato meglio così, meglio supporre che sia una fake news.

Conquistata dal gospel

Energia pura e coinvolgente. Gente che ballava, cantava, batteva il tempo o semplicemente sorrideva. Giovani, vecchi e bambini. Quelli spavaldi con il ritmo nel sangue ma anche i più impacciati e timidi hanno osato: in pista tutti insieme scatenati e felici. Quasi un miracolo di allegria e complicità che è avvenuto nella serata allo Spirit de Milan, nell’esibizione di ToGather in Gospel, con i cori Black Inside e Be Spirit. Un incredibile happening di inclusione e ottima musica. Come sottolineano i direttori dei cori Ulrica De Georgio e Manfredi Trugenberger prima di chiedere un attimo di raccoglimento per ascoltare la canzone più commovente del live. My love, my life, my all di Kirk Franklin, un classico molto complesso da cantare in coro, che Black Inside è riuscito per la prima volta a presentare proprio allo Spirit de Milan.

Black Inside e Be Spirit hanno portato, rielaborato, lo spirito della musica afroamericana che unisce e coinvolge e sono riusciti nel loro scopo di coinvolgere anche tutti noi!

Il merito va al fine dell’associazione, che attraverso la musica e l’esperienza di coro condivide i propri valori nella solidarietà e nell’inclusione.

I cantanti dei due cori, tenori, soprani e contralti, sono tutti volontari. Collaborano con associazioni no profit e si esibiscono in ospedali, case di riposo e molti altri eventi a scopo benefico. E per farlo così bene l’unico modo possibile è la passione, elemento che non si può fingere o imitare. Quella dei due cori è vera e contagiosa. Per questo incanta il pubblico dimostrando che la musica è un elemento meraviglioso e terapeutico.

Courtesy from Black Inside FB page

 

La settimana dell’oceano

Ogni anno finiscono in mare 20 milioni di tonnellate di plastica e 700.000 provengono dall’Italia. Di questo passo nel 2050 nell’oceano ci saranno più plastica che pesci.

Una previsione orrenda che si avverrà se la nostra consapevolezza verso l’utilizzo e lo spreco della plastica non muta in fretta. Già sappiamo che le buste di plastica necessitano tantissimo tempo per venire smaltite e rappresentano una trappola mortale per le tartarughe marine che le scambiano per meduse.

Un uso dissennato nella plastica viene fatto nel packaging: buste, sacchetti e contenitori che diventano spesso inutili una volta acquistato il prodotto ingombranti da smaltire. Anche con le nostre migliori intenzioni nel riciclo domestico.

Per sensibilizzare l’opinione pubblica su questo tema è stata istituita la giornata internazionale dell’Oceano, venerdì 8 giugno, e la casa di cosmetici Lush (da sempre attenta ai temi dell’ecologia e sostenibilità) ha deciso di aderire in maniera massiccia a questa iniziativa, allargandola alla settimana dell’oceano.

Infatti nel negozio milanese di Via Torino si venderanno solo prodotti “nudi”, privi di packaging, idonei da conservare in contenitori riciclati.  Per rendere più consapevoli e motivati i consumatori, aiutandoli a non sentire alcuna nostalgia delle confezioni poco ecologiche, in tutta questa settimana, da oggi fino a venerdì, nello spazio del negozio saranno organizzati importanti incontri sul tema.

 Martedì 5 giugno ore 18,30

La biologa marina Mariasole Bianco parlerà dell’Oceano e della sua vulnerabilità. Racconterà della sovrappesca, dei cambiamenti climatici, della plastica che sempre più minaccia il blu sconfinato dei nostri mari, in un appuntamento che vuole essere soprattutto uno scambio e una condivisione su possibili soluzioni. Non mancheranno infatti consigli per diminuire, e abbattere totalmente, l’uso della plastica usa e getta nella nostra quotidianità. Mariasole Bianco è inoltre Presidente e Fondatrice dell’associazione Worldrise, impegnata nella creazione di progetti che uniscono tutela ambientale, creatività e innovazione. Si parlerà anche di “Batti Cinque”, un progetto di cittadinanza attiva che coinvolge i bambini nelle scuole. Se le cose non cambiano saranno loro gli adulti che nuoteranno nel mare superinquinato.

Giovedì 7 giugno 18,30

Incontro con MedSharks, un’associazione dedicata allo studio e alla conservazione dell’ambiente mediterraneo, con un’attenzione particolare agli squali. Con grande impegno in numerose attività divulgative volte ad accrescere la conoscenza e la sensibilità intorno all’ambiente marino. Si navigherà alla scoperta di tanti consigli utili per tutelare la spiaggia e provare a sconfiggere l’inquinamento provocato dai rifiuti in plastica. Sarà inoltre l’occasione perfetta per scoprire come funziona un Beach Cleaning e, soprattutto, come prendervi parte: il prossimo appuntamento è nel weekend del 9-10 giugno.

Venerdi 8 giugno 18,30

Incontro con Andrea Morello, Presidente dell’associazione Sea Shepherd, un movimento di conservazione dell’Oceano ad azione diretta internazionale. La missione dell’associazione è quella di fermare la distruzione dell’habitat naturale e delle specie selvatiche negli oceani. Un approfondimento sulle svariate attività che Sea Shepherd svolge per proteggere il mare e sulla flotta di 12 navi che solcano le acque del mondo per proteggere e difendere la vita marina.

Ya basta hijos de puta

“Al PAC  la personale di Teresa Margolles (Culiacán,1963), artista messicana che vive e lavora tra Città del Messico e Madrid. Con una particolare attitudine al crudo realismo, le sue opere testimoniano le complessità della società contemporanea, sgretolata da un’allarmante violenza che sta lacerando il mondo e soprattutto il Messico.

Con uno stile minimalista, 14 installazioni di Margolles in mostra al PAC esplorano gli scomodi temi della morte, dell’ingiustizia sociale, dell’odio di genere, della marginalità e della corruzione generando una tensione costante tra orrore e bellezza

La frase YA BASTA HIJOS DE PUTA è stata rinvenuta sul corpo di una donna uccisa vicino alla frontiera nel nord del Messico. Messaggi incisi sui cadaveri sono tipici dei gruppi di narcotrafficanti, che usano questa modalità come avvertimento e intimidazione nei confronti di altre bande”

Questo raccontava il comunicato stampa della mostra Ya Bast Hijo de puta e super intrigata, (era stata anche prolungata per l’abbondante affluenza di pubblico) ho deciso di festeggiare il pomeriggio della festa della mamma (domenica scorsa) con gli hijos de puta e le mie ragazze.

Poi il PAC è uno dei nostri luoghi del cuore perchè da bambine, vi hanno fatto tanti laboratori, campi estivi e compleanni.

Quindi entriamo piene di deliziose e artistiche aspettative.

Prima sala,ok. Nella seconda manifesti con le le foto delle ragazze desparecide nella violentissima città di frontiera Sinaloa. Inquietanti, commoventi ma dovute.

Uscendo abbiamo notato nel muro una specie di poster di due fogli bianchi che erano diventati rosso ruggine, il colore del sangue vecchio.

Descrizione: erano stati creati con il sangue sgocciolato dalle vittime.

Emma ho detto che l’angosciavano.

Di fronte a noi tanti fili legati insieme che attraversavano da  parte a parte la sala.

Descrizione: fili con cui sono stati legati i cadaveri durante l’autopsia.

Anita ha fatto recentemente all’università il corso di sutura, ma non ha apprezzato.

Un po’ sgomente siamo salite al piano superiore, stavamo per entrare in una stanza ma prima abbiamo letto la descrizione.

Nella stanza era stato nebulizzato liquido estratto dai lenzuoli dell’obitorio. Conteneva una soluzione disinfettante, quindi si poteva entrare tranquillamente.

Peccato che dalla stanza stessero uscendo due ragazze, che avevano fatto l’errore di entrare, incautamente, dalla parte opposta e si erano subite il macabro aereosol senza sapere prima cosa fosse.

L’hanno letto solo all’uscita. Sono andate via dicendo:

“Mamma che schifo, vado a lavarmi i capelli!”

A quel punto anche noi abbiamo deciso di andarcene.

Il tema, violenza sulle donne e il femminicidio, è importante e delicato, esporlo in un modo troppo provocatorio rischia di renderlo indigeribile e obsoleto. Molti preferiscono non vedere, e anche non sapere, piuttosto di subire uno choc. L’equilibrio fra denuncia, arte moderna e provocazione è molto sottile e difficile.

Questa mostra non sembra sia riuscita a trovarlo.

Per la festa della mamma regaliamo una baby sitter

Si avvicina la festa della mamma e quest’anno so che è domenica prossima, non mi sbaglierò!

E’ inevitabilmente arriva anche il momento di fare un bilancio della genitorialità e delle scelte fatte. Quando sono nate le mie figlie ho deciso di abbandonare il lavoro, non è stata una decisione presa con leggerezza, ma alla fine l’ho fatto. Nonostante i pareri contrari di tutti quelli che conoscevo. Purtroppo nel nostro Paese conciliare carriera e maternità non è facile. Anche se periodicamente ci sono annunci “politici” dove si promettono grandi aiuti alle madri e alle famiglie, alla fine la gestione pratica della faccenda rimane nelle mani dei singoli. Ognuno si arrangia come può.

Io l’ho fatto sacrificando il mio lavoro, pensavo di essere eroica. Al momento credevo che fosse la scelta giusta e invece a distanza di anni si è rivelata sbagliatissima. Oggi quello che consiglio alle neomamme è di tener duro, stringere i denti e cercare di gestire la famiglia senza abbandonare le proprie ambizioni lavorative.

E tamponare le emergenze con l’aiuto extra di una baby sitter. E trovare la persona giusta può essere più facile del previsto. Spesso le madri che, come me, abbadonano la propria occupazione, si giustificano sostenendo che il loro stipendio serve solo per pagare la persona che, al loro posto, baderà ai bambini.

Beh, per esperienza posso dire che sono soldi spesi benissimo, perchè non riguardano solo un dispendio economico ma sono preziosi per salvaguardare l’autostima e la sanità mentale della madre. Meglio comprarsi un paio di scarpe o un vestito in meno ed essere meno stanche e stressate!

Avere dei bambini è bellissimo ma è sconsigliabile annientarsi completamente nel mestiere di mamma. Per i figli e per se stesse. E’ importante continuare a preservare la propria identità, lavorativa e personale. Sono arrivata a condividere quello che molti sostengono da tempo: meglio la qualità invece che la quantità.

 

Il tempo da passare con i propri figli è meglio che sia quello più piacevole e possibilmente meno pesante. Non le 24 ore non stop, vissute qualche volta con stanchezza, come una condanna.

Il regalo più bello e utile che una mamma può farsi, per riposarsi, essere più serena e quindi anche una madre migliore, è concedersi qualche ora di libertà lasciando i bambini a una persona fidata. Quindi invece di profumi, fiori e cioccolattini come regalo per la  festa della mamma suggerisco un bonus baby sitter.

Bomber da uomo: il ritorno di un intramontabile classico

Quando parliamo di giubbotto bomber non possono che tornarci alla mente grandi classici del cinema come “Top Gun”, “Indiana Jones”, “American History X” o i più recenti “Drive” e “Blade Runner 2049”. Tra i capispalla più iconici del secolo scorso, il bomber da uomo torna oggi a sfilare sulle passerelle di tutto il mondo rivisitato nelle nuance e nei tessuti, pur mantenendo inalterato il suo fascino senza tempo.

In dotazione agli aviatori della U.S. Air Force e della Royal Air Force, il giubbotto bomber in pelle fece la sua comparsa nel corso della Prima Guerra Mondiale. Successivamente, nel 1926, fu il paracadutista americano Leslie Irvin a introdurre il modello di bomber uomo che ancora oggi conosciamo.

Bomber da uomo Fay

Bomber da uomo in tessuto tecnico

Bomber da uomo Fay: chic, versatile e adatto a ogni occasione

Da giacca da aviatore a capospalla iconico, il bomber resta un intramontabile classico, ormai immancabile nel guardaroba maschile. Rivisitato nei tessuti e nei colori da Fay, si conferma un must have per tutte le stagioni, particolarmente apprezzato dall’uomo che non rinuncia alla sua allure sofisticata pur prediligendo uno stile più casual. Come la gran parte dei modelli iconici proposti dal noto Brand italiano, il bomber da uomo si conferma tra i capi d’abbigliamento più apprezzati al pari dei capispalla eleganti, proprio in ragione dell’estrema versatilità. Nuance e tessuti differenti lo rendono infatti perfetto per ogni occasione d’uso.

Bomber da uomo Fay per la Primavera Estate 2018

Accanto al parka, al trench, al gilet, alla field jacket, al giaccone a 4 ganci e all’impermeabile Fay, il bomber si riconferma protagonista anche della nuova collezione Primavera Estate 2018, proposto in colorazioni classiche e tessuti esclusivi per adattarsi ai look e agli outfit dell’uomo metropolitano. Così il bomber in pelle scamosciata rivela la sua anima più chic se abbinato a camicia e pantaloni chino. Per chi invece desidera conferire ai propri outfit un tocco più grintoso, la collezione di bomber da uomo Fay comprende anche capi dalle linee classiche ma in tessuto tecnico, come il modello con collo alla coreana o gli intramontabili modelli con colletto in tessuto e leggera imbottitura.

(post in collaborazione con Fay)

Albrecht Dürer a Milano

L’atro giorno sono stata alla conferenza stampa per l’inaugurazione della mostra Dürer e il Rinascimento a Palazzo Reale. Era come al solito stracolma di colleghi e alla fine della conferenza c’è stata la possibilità di visitare l’esposizione. E purtroppo devo dire che anche questa volta i giornalisti hanno mostrato il loro lato peggiore.

Sarà colpa stata dell’età, erano quasi tutti piuttosto attempati. Oppure della crisi della carta stampata. O ancora dell’eccitazione di vedere per la prima volta esposte in Italia le opere del celebre artista di Norimberga. Come risultato l’accesso alle sale della mostra è stato avventuroso, con un body language parecchio violento tra gomitate e spintoni per passare avanti. E poi scattarsi dei selfie davanti ai dipinti più famosi!

I selfie da vecchi sono il male ma con l’alibi dello scenario artistico contiuavano a scattare.

Insomma si è ripetuta la stessa scena che avevo raccontato anche qui.

Sono contenta di esserne uscita senza lividi, solo con qualche pestata di piedi, e soprattutto di aver potuto ammirare le opere di questo artista grandioso.

Innamorato dell’Italia, e in particolare di Venezia, Dürer si rivela geniale soprattutto nelle sue incisioni, stampe e disegni. Appassionato di geometria e matematica, oltre che artista  fu anche teorico dell’arte e questo è il suo lato più interessante.

(Nella mostra ci sono 12 dipinti, 3 acquerelli e circa 60 tra incisioni, libri, manoscritti e disegni)

Poi ho scoperto che aveva anche una mente molto moderna, infatti sapeva come utilizzare motivazioni artistiche ad uso “commerciale”: ne è un esempio il suo autoritratto datato 1500. L’artista, allora ventottenne, raffigurò se stesso visto di fronte, con uno sguardo che punta direttamente allo spettatore ei capelli sciolti sulle spalle. Il richiamo iconografico alla figura di Gesù Cristo voleva sottendere la considerazione che lui, come tutti gli uomini, era fatto a immagine di Dio. Ma c’era anche una motivazione di tipo promozionale: era come se dicesse “se sono in grado di dipingere me stesso a somiglianza del figlio di Dio, immaginate cosa potrei fare per voi!”.

La Madonna della Scimmia 1498 ©Mario Parodi

 

Dürer era anche preoccupato dei falsi: per proteggere i suoi lavori creò il primo marchio di fabbrica: un monogramma una D annidata tra le gambe di una grande A che apponeva a tutte le stampe e dipinti.

Ottenne anche il primo copyright con una concessione speciale dell’imperatore Massimiliano, in base alla quale a nessuno sarebbe stato concesso di stampare o vendere falsi delle sue incisioni. Proclamò questo diritto acquisito nelle acqueforti del 1511, Vita della Vergine, dove si scagliava sui possibili contraffattori mettendoli in guardia sul fatto che avrebbero addirittura rischiato la vita se avessero contraffatto le sue opere.

Aveva amministrato bene la sua fama tanto che, dopo la morte, Dürer assunse lo status di santo, addirittura nel XIX secolo le celebrazioni in suo nome divennero di moda tanto che nel 1840 una sua statua monumentale fu eretta a Norimberga con l’iscrizione “Padre Dürer, dacci la tua benedizione!”

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