Ya basta hijos de puta

“Al PAC  la personale di Teresa Margolles (Culiacán,1963), artista messicana che vive e lavora tra Città del Messico e Madrid. Con una particolare attitudine al crudo realismo, le sue opere testimoniano le complessità della società contemporanea, sgretolata da un’allarmante violenza che sta lacerando il mondo e soprattutto il Messico.

Con uno stile minimalista, 14 installazioni di Margolles in mostra al PAC esplorano gli scomodi temi della morte, dell’ingiustizia sociale, dell’odio di genere, della marginalità e della corruzione generando una tensione costante tra orrore e bellezza

La frase YA BASTA HIJOS DE PUTA è stata rinvenuta sul corpo di una donna uccisa vicino alla frontiera nel nord del Messico. Messaggi incisi sui cadaveri sono tipici dei gruppi di narcotrafficanti, che usano questa modalità come avvertimento e intimidazione nei confronti di altre bande”

Questo raccontava il comunicato stampa della mostra Ya Bast Hijo de puta e super intrigata, (era stata anche prolungata per l’abbondante affluenza di pubblico) ho deciso di festeggiare il pomeriggio della festa della mamma (domenica scorsa) con gli hijos de puta e le mie ragazze.

Poi il PAC è uno dei nostri luoghi del cuore perchè da bambine, vi hanno fatto tanti laboratori, campi estivi e compleanni.

Quindi entriamo piene di deliziose e artistiche aspettative.

Prima sala,ok. Nella seconda manifesti con le le foto delle ragazze desparecide nella violentissima città di frontiera Sinaloa. Inquietanti, commoventi ma dovute.

Uscendo abbiamo notato nel muro una specie di poster di due fogli bianchi che erano diventati rosso ruggine, il colore del sangue vecchio.

Descrizione: erano stati creati con il sangue sgocciolato dalle vittime.

Emma ho detto che l’angosciavano.

Di fronte a noi tanti fili legati insieme che attraversavano da  parte a parte la sala.

Descrizione: fili con cui sono stati legati i cadaveri durante l’autopsia.

Anita ha fatto recentemente all’università il corso di sutura, ma non ha apprezzato.

Un po’ sgomente siamo salite al piano superiore, stavamo per entrare in una stanza ma prima abbiamo letto la descrizione.

Nella stanza era stato nebulizzato liquido estratto dai lenzuoli dell’obitorio. Conteneva una soluzione disinfettante, quindi si poteva entrare tranquillamente.

Peccato che dalla stanza stessero uscendo due ragazze, che avevano fatto l’errore di entrare, incautamente, dalla parte opposta e si erano subite il macabro aereosol senza sapere prima cosa fosse.

L’hanno letto solo all’uscita. Sono andate via dicendo:

“Mamma che schifo, vado a lavarmi i capelli!”

A quel punto anche noi abbiamo deciso di andarcene.

Il tema, violenza sulle donne e il femminicidio, è importante e delicato, esporlo in un modo troppo provocatorio rischia di renderlo indigeribile e obsoleto. Molti preferiscono non vedere, e anche non sapere, piuttosto di subire uno choc. L’equilibrio fra denuncia, arte moderna e provocazione è molto sottile e difficile.

Questa mostra non sembra sia riuscita a trovarlo.

Per la festa della mamma regaliamo una baby sitter

Si avvicina la festa della mamma e quest’anno so che è domenica prossima, non mi sbaglierò!

E’ inevitabilmente arriva anche il momento di fare un bilancio della genitorialità e delle scelte fatte. Quando sono nate le mie figlie ho deciso di abbandonare il lavoro, non è stata una decisione presa con leggerezza, ma alla fine l’ho fatto. Nonostante i pareri contrari di tutti quelli che conoscevo. Purtroppo nel nostro Paese conciliare carriera e maternità non è facile. Anche se periodicamente ci sono annunci “politici” dove si promettono grandi aiuti alle madri e alle famiglie, alla fine la gestione pratica della faccenda rimane nelle mani dei singoli. Ognuno si arrangia come può.

Io l’ho fatto sacrificando il mio lavoro, pensavo di essere eroica. Al momento credevo che fosse la scelta giusta e invece a distanza di anni si è rivelata sbagliatissima. Oggi quello che consiglio alle neomamme è di tener duro, stringere i denti e cercare di gestire la famiglia senza abbandonare le proprie ambizioni lavorative.

E tamponare le emergenze con l’aiuto extra di una baby sitter. E trovare la persona giusta può essere più facile del previsto. Spesso le madri che, come me, abbadonano la propria occupazione, si giustificano sostenendo che il loro stipendio serve solo per pagare la persona che, al loro posto, baderà ai bambini.

Beh, per esperienza posso dire che sono soldi spesi benissimo, perchè non riguardano solo un dispendio economico ma sono preziosi per salvaguardare l’autostima e la sanità mentale della madre. Meglio comprarsi un paio di scarpe o un vestito in meno ed essere meno stanche e stressate!

Avere dei bambini è bellissimo ma è sconsigliabile annientarsi completamente nel mestiere di mamma. Per i figli e per se stesse. E’ importante continuare a preservare la propria identità, lavorativa e personale. Sono arrivata a condividere quello che molti sostengono da tempo: meglio la qualità invece che la quantità.

 

Il tempo da passare con i propri figli è meglio che sia quello più piacevole e possibilmente meno pesante. Non le 24 ore non stop, vissute qualche volta con stanchezza, come una condanna.

Il regalo più bello e utile che una mamma può farsi, per riposarsi, essere più serena e quindi anche una madre migliore, è concedersi qualche ora di libertà lasciando i bambini a una persona fidata. Quindi invece di profumi, fiori e cioccolattini come regalo per la  festa della mamma suggerisco un bonus baby sitter.

Bomber da uomo: il ritorno di un intramontabile classico

Quando parliamo di giubbotto bomber non possono che tornarci alla mente grandi classici del cinema come “Top Gun”, “Indiana Jones”, “American History X” o i più recenti “Drive” e “Blade Runner 2049”. Tra i capispalla più iconici del secolo scorso, il bomber da uomo torna oggi a sfilare sulle passerelle di tutto il mondo rivisitato nelle nuance e nei tessuti, pur mantenendo inalterato il suo fascino senza tempo.

In dotazione agli aviatori della U.S. Air Force e della Royal Air Force, il giubbotto bomber in pelle fece la sua comparsa nel corso della Prima Guerra Mondiale. Successivamente, nel 1926, fu il paracadutista americano Leslie Irvin a introdurre il modello di bomber uomo che ancora oggi conosciamo.

Bomber da uomo Fay

Bomber da uomo in tessuto tecnico

Bomber da uomo Fay: chic, versatile e adatto a ogni occasione

Da giacca da aviatore a capospalla iconico, il bomber resta un intramontabile classico, ormai immancabile nel guardaroba maschile. Rivisitato nei tessuti e nei colori da Fay, si conferma un must have per tutte le stagioni, particolarmente apprezzato dall’uomo che non rinuncia alla sua allure sofisticata pur prediligendo uno stile più casual. Come la gran parte dei modelli iconici proposti dal noto Brand italiano, il bomber da uomo si conferma tra i capi d’abbigliamento più apprezzati al pari dei capispalla eleganti, proprio in ragione dell’estrema versatilità. Nuance e tessuti differenti lo rendono infatti perfetto per ogni occasione d’uso.

Bomber da uomo Fay per la Primavera Estate 2018

Accanto al parka, al trench, al gilet, alla field jacket, al giaccone a 4 ganci e all’impermeabile Fay, il bomber si riconferma protagonista anche della nuova collezione Primavera Estate 2018, proposto in colorazioni classiche e tessuti esclusivi per adattarsi ai look e agli outfit dell’uomo metropolitano. Così il bomber in pelle scamosciata rivela la sua anima più chic se abbinato a camicia e pantaloni chino. Per chi invece desidera conferire ai propri outfit un tocco più grintoso, la collezione di bomber da uomo Fay comprende anche capi dalle linee classiche ma in tessuto tecnico, come il modello con collo alla coreana o gli intramontabili modelli con colletto in tessuto e leggera imbottitura.

(post in collaborazione con Fay)

Albrecht Dürer a Milano

L’atro giorno sono stata alla conferenza stampa per l’inaugurazione della mostra Dürer e il Rinascimento a Palazzo Reale. Era come al solito stracolma di colleghi e alla fine della conferenza c’è stata la possibilità di visitare l’esposizione. E purtroppo devo dire che anche questa volta i giornalisti hanno mostrato il loro lato peggiore.

Sarà colpa stata dell’età, erano quasi tutti piuttosto attempati. Oppure della crisi della carta stampata. O ancora dell’eccitazione di vedere per la prima volta esposte in Italia le opere del celebre artista di Norimberga. Come risultato l’accesso alle sale della mostra è stato avventuroso, con un body language parecchio violento tra gomitate e spintoni per passare avanti. E poi scattarsi dei selfie davanti ai dipinti più famosi!

I selfie da vecchi sono il male ma con l’alibi dello scenario artistico contiuavano a scattare.

Insomma si è ripetuta la stessa scena che avevo raccontato anche qui.

Sono contenta di esserne uscita senza lividi, solo con qualche pestata di piedi, e soprattutto di aver potuto ammirare le opere di questo artista grandioso.

Innamorato dell’Italia, e in particolare di Venezia, Dürer si rivela geniale soprattutto nelle sue incisioni, stampe e disegni. Appassionato di geometria e matematica, oltre che artista  fu anche teorico dell’arte e questo è il suo lato più interessante.

(Nella mostra ci sono 12 dipinti, 3 acquerelli e circa 60 tra incisioni, libri, manoscritti e disegni)

Poi ho scoperto che aveva anche una mente molto moderna, infatti sapeva come utilizzare motivazioni artistiche ad uso “commerciale”: ne è un esempio il suo autoritratto datato 1500. L’artista, allora ventottenne, raffigurò se stesso visto di fronte, con uno sguardo che punta direttamente allo spettatore ei capelli sciolti sulle spalle. Il richiamo iconografico alla figura di Gesù Cristo voleva sottendere la considerazione che lui, come tutti gli uomini, era fatto a immagine di Dio. Ma c’era anche una motivazione di tipo promozionale: era come se dicesse “se sono in grado di dipingere me stesso a somiglianza del figlio di Dio, immaginate cosa potrei fare per voi!”.

La Madonna della Scimmia 1498 ©Mario Parodi

 

Dürer era anche preoccupato dei falsi: per proteggere i suoi lavori creò il primo marchio di fabbrica: un monogramma una D annidata tra le gambe di una grande A che apponeva a tutte le stampe e dipinti.

Ottenne anche il primo copyright con una concessione speciale dell’imperatore Massimiliano, in base alla quale a nessuno sarebbe stato concesso di stampare o vendere falsi delle sue incisioni. Proclamò questo diritto acquisito nelle acqueforti del 1511, Vita della Vergine, dove si scagliava sui possibili contraffattori mettendoli in guardia sul fatto che avrebbero addirittura rischiato la vita se avessero contraffatto le sue opere.

Aveva amministrato bene la sua fama tanto che, dopo la morte, Dürer assunse lo status di santo, addirittura nel XIX secolo le celebrazioni in suo nome divennero di moda tanto che nel 1840 una sua statua monumentale fu eretta a Norimberga con l’iscrizione “Padre Dürer, dacci la tua benedizione!”

Bentornata Frida

Ho visitato la mostra dedicata a Frida Kahlo al MUDEC, è stata inaugurata ieri e sarà aperta al pubblico fino al prossimo 3 giugno. Oltre ai quadri più famosi si può conoscere meglio la vita della pittrice messicana, ormai diventata un’icona pop, attraverso il materiale d’archivio proveniente dal Museo Dolores Olmedo di Città del Messico e anche da documenti inediti svelati nel 2007 dall’archivio ritrovato di Casa Azul (la sua dimora  a Città del Messico).
Frida Kahlo è stata la prima artista donna a fare del proprio corpo un manifesto, ad esporre la propria femminilità in maniera diretta, esplicita e, a volte, violenta, rivoluzionando irrevocabilmente il ruolo femminile nella storia dell’arte.

In molte delle sue opere si focalizza sulla condizione della donna e sul corpo, che diventa indizio, segno e gesto attraverso il quale confrontarsi con tematiche attinenti ai miti della tradizione preispanica.

Frida Kahlo la conosco e apprezzo da anni, ho comprato biografie, visto il film di Salma Hayek. Ammirato le sue opere esposte a Milano, alla Permanente quattordici anni fa e tre anni fa un’altra mostra bellissima a Roma, ma questa mostra del MUDEC è diversa perchè attraverso foto e documenti sembra proprio di condividere le emozioni della sua vita, tra provocazioni e sofferenza.

Sono esposte per la prima volta foto di Frida bambina, istantenee assieme alla sua famiglia e ovviamente con Diego Rivera, la sua grande sfortunata passione.

 

La Kahlo piace cosi tanto, soprattutto alle donne, perchè ha avuto una vita difficile, piena di sofferenze in cui è facile identificarsi.

Ma è stata anche un grandissimo esempio di resilienza, un modello ispiratore per trovare la forza di non arrendersi mai. Di trovare la speranza e l’energia di reinventarsi e ripartire senza soccombere alla sorte avversa.

Forse per questo nell’ultimo decennio ci sono state molto bambine chiamate Frida, con l’augurio che il nome sia di buon auspicio.

 

E poi l’esuberanza del suo abbigliamento, eccentrico e coloratissimo, ispirato ai costumi tradizionali delle donne messicane è diventato un messaggio di forza. Frida con il corpo martoriato dall’incidente che l’ha menomata giovanissima, con il tutore e le stampelle, stremata dai troppi aborti, non si è mai autocommiserata. Anzi, si agghindava sempre a festa, carica di gioielli e fiocchi come una regina.

Law & Order

Ultimamente ho scoperto questa serie tv (su Amazon) che è anche piuttosto vecchia ma non avevo mai visto. E’ la versione british della famosissima Law & Order americana che credo sia una delle serie più longeve della storia! Insomma sono arrivata tardi ma mi sono subito appassionata, anche perchè tutte le vicende sono ambientate nei vari quartieri di Londra che rivedo e riconosco sempre volentieri.
L’aspetto legale mi fa tornare in mente i miei studi di giurisprudenza (totalmente inutili all’atto pratico!) ma qualcosa è rimasto incastrato fra i miei neuroni, infatti quando ci sono le scene in tribunale, noto nella procedura le differenze con il nostro ordinamento giuridico. E così mentre cucino mi dico:
“Guarda, da noi quello non sarebbe possibile…”
“Ma dai e la tutela del minore?”, mi chiedo mettendo su il minestrone.
Sì perchè oramai sono assuefatta, come un’alcolizzata che beve da sola, mi sparo tutte le puntate senza condividere, in solitudine, mentre mi lavo i denti, mi trucco, cucino e ovviamente prima di dormire. La cosa è abbastanza grave, però gli attori sono bravi e le vicende interessanti e poi non c’è sempre il lieto fine.
Scelta coraggiosissima degli sceneggiatori che ammiro molto. Poi c’è questo detective giovane niente male, quando l’ho visto, stavo dando la pappa a Lola e mi sono fermata con la ciotola a mezz’aria. E’ lui, nel dream casting (come mi immaginavo fisicamente i personaggi mentre scrivevo) de L’amore è una bugia è proprio come avevo visualizzato Mattia, il protagonista maschile.
E nella serie si chiama pure Matt, un segno del destino!

Comunque parlando del mio romanzo, ho scoperto l’altro giorno che ora la versione ebook fa parte del circuito kindle unlimited e con l’abbonamento al servizio si può scaricare gratis. Anzi qui c’è anche il link per provare gratis per un mese. Cosa aspettate? E anche Affari d’amore è kindle unlimited.
Insomma con tutto questo amore, la prossima settimana vado anche a fare una mini lezione su come scrivere un romanzo rosa, nella settimana della cogestione alla scuola di Emma. Speriamo bene!

La davano anche al gatto…

Con gli anni la memoria si appanna, sui ricordi scende una patina confusa che annebbia l’intelletto. Questo decadimento intellettuale è ben peggiore di una ragnatela di rughe che deturpa un viso un tempo bellissimo. Purtroppo leggendo l’intervista di di Brigitte Bardot su Paris Match  qui riportata, questa è la prima sensazione.

Dopo l’intervento demenziale, di una settimana fa, di un’altra bellona d’antan, Catherine Deneuve in cui minimizzava il trauma di uno stupro e glorificava l’abitudine maschile di provarci nel bene e nel male, la Bardot ha confermato che invecchiare può essere molto triste.

Ha confermato anche che i francesi pur di mantenere alto l’orgoglio nazionale, la loro allure di nazione libertina e boicottare sempre e comunque ogni influenza USA, arrivino a dichiarare e sostenere qualsiasi cosa.

E’ comprensibile che un’ex sex symbol rimpianga i momenti in cui le dicevano “che bel sederino” (e immagino anche molto molto altro!) ma liquidare il movimento #metoo (in francese #balancetonporc, denucia il tuo porco!) come un’ondata di puritanesimo e ipocrisia è veramente un insulto alla dignità femminile.

Per le ragazze passare davanti al classico cantiere e sentire i fischi e i commenti dei muratori può essere snervante e umiliante, poi quando post menopausa nessuno ti si fila più si rimpiangono gli anni d’oro delle molestie? Almeno verbali?

Può essere.

Ma fra donne di ogni età e anche nazionalità, dovrebbe esistere solidarietà. Anche se una certa età si diventa ciniche e si ricorda che molte alcune prendevano la scorciatoia.

Succede in ogni professione, senza neppure bisogno di essere sollecitate, (“la davano anche al gatto…” come aveva dichiarato con brillante ironia Marina Ripa di Meana, in una delle sue ultime interviste). Questa abitudine si può raccontare e anche sminuire la sorpresa verso un tale e dilagante malcostume, ma non c’è bisogno di diventare ostili e cercare di deridere un movimento importante per combattere le discriminazioni di genere.

E poi che tristezza, questo squallido nonnismo al femminile!

Se negli anni d’oro c’è stato, il complimento sul sederino o qualcos’altro, perchè augurarsi che le giovani generazioni passino la stessa spiacevole e umiliante esperienza?

Aiuta un guerriero

Questo primo post del 2018 è per una causa importante: per condividere la compagna di COOPI che sostiene e aiuta tanti piccoli guerrieri, quei bambini che hanno avuto la sfortuna di nascere in un paese in guerra, sono stati testimoni di orribili violenze e hanno perso la possibilità di crescere come tutti i loro altri coetanei, cioè frequentando la scuola.
Tra questi c’è Fatimah, la bambina della foto. Nigeriana, dieci anni, è riuscita a sfuggire del suo villaggio che è stato attaccato dalle milizie di Boko Haram.

Adesso Fatimah vive in Niger in un accampamento di COOPI che con l’allestimento di container e tendoni come aule, la fornitura di tutto il materiale scolastico necessario e la formazione del personale scolastico, si pone l’obiettivo di garantire l’accesso all’istruzione a 3.000 bambini in Niger, dove la guerra prosegue ancora a causa delle milizie di Boko Haram.
L’educazione, come detto da Nelson Mandela, è l’arma più potente per cambiare il mondo: fare in modo che a nessun bambino sia tolta questa opportunità è lo scopo di COOPI. Per questo motivo la matita, usata per scrivere e imparare, è diventata il simbolo della campagna Aiuta un guerriero.

Oltre a Fatimah, testimonial di questo progetto, ci sono molti altri bambini che potranno godere di un percorso scolastico e sperare in un futuro migliore. Si contano 1200 ragazzini in Iraq, un paese distrutto dai gruppi terroristici dell’ISIS.
Anche in Libano inoltre è stata attivata una scuola temporanea per i bambini arrivati dalla Siria, che vivono in situazioni pericolose, precarie e disagiate.

Per aiutare questi bambini la campagna di COOPI, parte oggi e va avanti fino al 28 gennaio, si propone di allestire altre classi nei container, fornire materiale scolastico e formare personale dedito all’insegnamento.

Per riuscire a raggiungere questo obiettivo è importante il coinvolgimento di tutti. Si può aiutare con un sms solidale, una donazione mensile e anche diffondendo sui social una foto con una matita in mano, impugnata come se fosse un’arma, e utilizzare l’hashtag #aiutaunguerriero.

Il mercatino green di Milano

Io sono bio 🙂

Quindi domani e/o dopodomani non posso perdere l’occasione di andare a curiosare al  Green Christmas, presso il suggestivo sito di archeologia industriale della Fonderia Napoleonica Eugenia, nel cuore del vecchio quartiere Isola (diventato il più di moda della città a due passi dalla piazzetta Gae Aulenti ma con un’aria parigina molto boho-chic).

Una location perfetta per un evento interamente sostenibile col richiamo alla bellezza e ai gesti antichi della sua storia centenaria di fusioni artistiche, nella Fonderia infatti sono state plasmate campane come quella di San Marco a Venezia o i portoni del Duomo.

A passeggio tra gli stand nella fabbrica settecentesca si trovano proposte eco-fashion adatte a tutte le tasche: abiti e accessori selezionati col criterio della sostenibilità e per gli standard di qualità, con riutilizzo di materiali di recupero o valorizzazione di tecniche artigianali.

Fibre organiche, tinture vegetali, creazioni che esplorano l’anima green della moda per una scelta più consapevole e più rispettosa nei confronti della natura.

E ancora linee cosmetiche bio, composte da selezionati ingredienti naturali: così capelli, viso e corpo sono più belli e anche la natura ringrazia.

Due sono le novità che Green Christmas propone quest’anno: la prima è dedicata all’Africa. I visitatori potranno sostenere attivamente un’iniziativa sociale legata al Senegal: all’ingresso del mercatino sarà possibile comprare al prezzo simbolico di 1 euro un biglietto della lotteria “afro-green” che devolverà il suo intero ricavato all’Associazione “Hair Kitchen 4 Women”, un progetto nato per aiutare le donne senegalesi facendole lavorare la terra coltivando erbe e spezie. Prodotti utilizzati nella cosmesi naturale e nella tintura delle stoffe che le stesse donne poi realizzeranno.

La seconda novità è che una “cellula tematica” del mercatino green sarà allestita in una seconda location di archeologia industriale del quartiere Isola, una vecchia officina in via della Pergola 15, a pochi minuti di cammino dalla Fonderia Napoleonica.

Si tratta di uno spazio industriale già adibito ad accademia di capoeira di Angola che si trasformerà nell’esposizione etnica di Green Christmas: artigiani stranieri e italiani appassionati di luoghi esotici allestiranno i propri stand esponendo turbanti, ceste colorate, stoffe variopinte batik, oggetti intagliati nel legno o nell’argilla, gioielli fatti a mano.

 

MovemenRun: gli imprevisti

Ieri mattina, giornata bellissima, fredda ma piena di sole e di luce, ero carichissima per la mia prima corsa solidale ai Giardini Montanelli.
Mi ero allenata tutta la settimana e sapevo di potercela fare: 5km!
Non c’era neanche da preoccuparsi troppo, oramai quando vado all’Idroscalo a correre faccio dai 6,5 agli 8 km quindi….
Insomma ero positiva e poi arivata al meeting point ho trovato l’atmosfera allegra e piena di energia: un sacco di gente pronta a mettersi in gioco.
In nome della solidarietà, della prevenzione e della ricerca contro i tumori, avevano aderito in tantissimi.
Mamme, papà, nonni, vecchi, giovani, grassi, magri, alti, bassi.

Umani e non. Tutti insieme anche cani con la maglietta da runners e bambini in passeggino. E per offrire ancora più coreografia erano arrivati anche i cosplayer vestiti come i personaggi del prossimo Star Wars. Insomma eravano a Porta Venezia, ma sembrava di stare a Central Park.

Poi c’erano gli sponsor che aiutavano i runner a rifocillarsi e offrivano da bere.
E io ho bevuto, forse un po’ troppo.


Quando ci siamo radunati per la partenza mi sono messa nel gruppo dei palloncini bianchi, quelli che correvano con una velocità media. Poi c’era il gruppo dei blu che erano i più abili e i verdi che invece avevano scelto di affrontare i loro 5km camminando. Quindi la mia era una scelta più che dignitosa.

Siamo partiti e per i primo chilometro è andato tutto bene, correvo felice e spensierata nel gruppetto più avanzato del nostro team-palloncino-bianco. Poi al secondo giro ho cominciato a capire che avevo sconsideratamente bevuto troppa acqua, per idratarmi prima di partire, e mannaggia, dovevo andare in bagno. Ho cercato di scacciare questo pensiero scomodo e molesto e ho continuato a correre.

Però la preoccupazione aveva rallentato il ritmo: non ero più nel gruppetto in testa, ma relegata in mezzo a quelli più lenti. E certo mi scappava. Non potevo negarlo, zampettavo nei sentieri tra le aiuole, nel bagliore delle foglie dorate, in una cornice bellissima, ma le endorfine della corsa tardavano a entrare in circolo e regalarmi un senso di benessere.

Sognavo una toilette. Intanto ero finita fra gli ultimi del palloncino-bianco. E nella mente avevo cominciato a visualizzare la toponomastica dei bar attorno ai giardini di Porta Venezia. Modestamente, per ragioni fisiologiche, ho una vasta e dettagliata conoscenza dei bar del centro e soprattutto dell’accesso e delle condizioni dei loro servizi igenici.

Quindi, vista la necessità ormai impellente che mi impediva di correre alla velocità giusta, avevo deciso di scegliere per la mia fuga un bar in via Turati.

La strategia era semplice: oramai ero l’ultima del team-palloncino-bianco, appena il gruppo sarebbe passato davanti all’ingresso del parco su via Manin, sarei sgattaiolata fuori e poi Manin, Moscova, angolo Turati, giravo a sinistra e trovavo il bar.

Nella tasca dei miei bellissimi pantaloni tecnici, oltre alla chiave di casa e a quella dell’auto avevo messo, previdentemente, anche un bel 10 euro e quindi mi sarei concessa un  cappuccino e un’elegante sosta alla toilette. Poi sarei tornata indietro in tempo per la fine della gara. Un piano perfetto!

Ringalluzzita dalla mia idea ho continuato a correre, sperando di arrivare all’ingresso di via Manin senza farmela addosso. E invece ad altezza dell’ingresso di Porta Venezia- Buenos Aires cosa vedo?

Un pullman blu con scritto TOILETS, probabilmente mandato dal cielo.

Troppo bello per essere vero, ho approffittato subito. E poi sono uscita gagliardissima e ho ricominciato a correre, la mia app diceva che avevo fatto 4km quindi ero anche contenta della performance.

Correvo da sola ma magari qualcuno che mi vedeva poteva anche pensare che fossi la prima e non l’ultima del gruppo.

Potevano pensarlo finchè non sono stata raggiunta dal PACER, il ragazzo che si occupava di dare la velocità e tenere assieme i gruppi. Mi ha addocchiato che pascolavo solitaria vicino al laghetto delle anitre e come un cane pastore mi ha fatto cenno, a gesti, di seguirlo per rientrare nel branco dei runner.

Ho obbeddito senza fare storie e dopo poche svolte fra le giostrine dei bambini, il Planetario e il Museo di Storia Naturale, mi ha rimesso in coda al team-palloncino-bianco che fortunatamente era già all’arrivo.

Li ho raggiunti e ho commentato: “Proprio una bella corsa!”

A New York con il cuore

Mi accontento di correre ai Giardini Montanelli, mentre altri 3000 runners italiani, da ammirare, hanno partecipato alla Maratona di New York. Tra gli impavidi sportivi c’era anche Elisabetta Dami, creatrice delle avventure di Geronimo Stilton.

La scrittrice che vanta un passato molto avventuroso (l’attraversamento del Sahara, trekking in Nepal, corso di addestramento in Maine) non era alla sua prima maratona, aveva già partecipato in passato. Ma questa volta ha corso per una causa che le sta molto a cuore.

Il sostegno all’organizzazione Il Granello che da trent’anni si occupa di aiutare e supportare ragazzi con disabilità.

Infatti Elisabetta Dami non si limita a scrivere storie divertenti e coinvolgenti (che hanno risanato lo stato dell’editoria per ragazzi in Italia con record di vendite, traduzioni e gadget in tutto il mondo), ma da circa un anno ha fondato Elisabetta Dami onlus per aiutare e sostenere cause importanti per i bambini, gli animali, la natura e l’ambiente.

Ho avuto la fortuna di conoscere la scrittrice recentemente e ho capito il segreto del successo mondiale del suo topo-eroe: Elisabetta Dami afferma “Geronino Stilton sono io” e non è una boutade pubblicitaria per far felice il marketing. Gli ingredienti che coinvolgono i fan delle avventure (stratopiche) di Geronimo sono i valori di amicizia, solidarietà, disponibilità e gentilezza.

Gli stessi che la sua creatrice pratica nella vita reale.

L’altra metà della storia

Quest’estate su una panchina di un parco di Londra ho trovato un libro. Una bella copertina in stile vintage che mi ha subito attratto, l’autore Julian Barnes, che conoscevo di fama ma di cui non avevo mai letto nulla. Mi sono guardata in giro: non c’era nessuno che sembrava un lettore distratto, qualcuno che tornasse alla panchina a riprendersi il libro. Così con una mossa furtiva, ho preso il romanzo abbandonato e l’ho messo in borsa. Il titolo The sense of an ending mi intrigava e prometteva bene, poi come é scritto in tanti romanzi trovare un libro per caso rappresenta sempre un messaggio.
L’universo voleva dirmi qualcosa?
L’avrei ascoltato con interesse!

La scrittura di Julian Barnes scorre fluida e coinvolgente, la storia raccontata nel romanzo narra del passare del tempo e di come, giunti all’età della maturità, riviviamo i nostri ricordi e guardiamo agli anni passati non sempre con oggettività. Romanzare la nostra vita, renderla più accattivante, avventurosa e forse anche straordinaria é un meccanismo che ci aiuta a convivere con chi siamo e chi eravamo.

Nel romanzo il protagonista è un pensionato, un tipo simpatico divorziato, tranquillo e un po’ pavido. Per evitare i conflitti per tutta l’esistenza ha preferito astenersi da reazioni troppo forti. Solo una volta aveva sbroccato e la conseguenza (insabbiata nella memoria per decenni) torna inaspettatamente a galla.
Cosa mi voleva dire l’universo? Mi ha fatto riflettere sullo scorrere degli anni, sull’idealismo della gioventù, su come spesso ci autoassolviamo.

Ma un’altra bella sorpresa è stata scoprire l’adattamento cinematografico del romanzo.

Ieri, con molte aspettative, ho visto il film e nonostante fosse molto difficile rendere cinematograficamente tutte le emozioni che si trovano nel libro, la pellicola non é stata deludente. Anzi. Il regista ha aggiunto alcuni elementi più leggeri per coinvolgere lo spettatore, ad esempio ha dato ampio spazio alla figura della figlia dell’anziano protagonista scegliendo per interpretarla “Lady Mary” di Dontown Abbey, Michelle Dockery, molto carina ma sempre con le sue bele sopracciglia spesso, molto spesso, inarcate.
(Quando Dontwon Abbey era di gran moda avevo letto su un blog di una ragazza inglese che nelle serate in cui guardava la seri assieme alle sue amiche avevano deciso di brindare ogni volta che Lady Mary alzava le sopracciglia e a fine serata erano inevitabilmente tutte ubriache!)
Poi la casa dove viveva l’ex moglie del protagonista era la stessa dove stavamo io ed Emma l’anno scorso. E’ un gruppo di edifici tutti uguali davanti a Battersea Park. Eh sì, avevamo visto un paio di trailer sospetti nel parco. Erano della troupe?
Probabilmente romanzerò la mia biografia e fra qualche anno racconterò che avevo addirittura incontrato anche gli attori!

A proposito di attori il protagonista da giovane non ci azzecca per niente con quello anziano. È così pure la sua fidanzata che da giovane aveva gli occhi marroni mentre da anziana é diventata Charlotte Rampling, con gli occhi azzurri!

Alternanza scuola lavoro: molte perplessità!

Quando l’anno scorso, più o meno di questi tempi, mia figlia è tornata casa con la notizia dell’obbligo dell’alternanza scuola lavoro ha avuto una mezza crisi isterica.

“Non voglio passare una settimana a fare delle fotocopie!”

“Non possono obbligarmi a perdere così il mio tempo!”

“E poi ci sarà una relazione da portare alla maturità!”

Io e la sorella maggiore abbiamo pensato fosse voglia di drammatizzare i racconti di una sua amica, di un anno più grande che, in effetti, aveva passato una settimana in servizio di biblioteca a fare fotocopie su fotocopie. Quando non guardava il cellulare.

Abbiamo cercato di rassicurarla e motivarla, ma purtroppo, la mia giovane Cassandra aveva ragione.

A un anno di distanza il bilancio della scuola lavoro è abbastanza negativo. Non per lei, che ha scelto di adempiere al suo impegno il prima possibile durante l’anno scolastico, per non ridursi nel momento più delicato verso i mesi estivi. Ma per molti altri è stata un’esperienza non sempre “piacevole”.

Infatti nel procedere dei mesi la gestione dell’alternanza è divenuta sempre più caotica, a noi genitori avevano detto che era proibito organizzare impegni ad personam e lasciare tutto nelle mani della scuola. Alla fine però per risolvere la situazione nei termini previsti il fai-da-te è stato autorizzato.

Come sostiene anche quest’articolo, l’attuazione è stata molto problematica, sia per la difficoltà di organizzare tutto in tempi brevi (soprattutto per i licei) sia per la poca collaborazione tra le persone incaricate.

L’altro giorno gli studenti in manifestazione hanno protestato duramente contro l’alternanza e molto probabilmente a ragione.

In teoria l’idea dell’alternanza, sbandierata dal Governo come una genialata, sarebbe valida ma l’attuazione, troppo frettolosa, è stata piuttosto disastrosa. Nelle varie testimonianze che ho raccolto i casi positivi sono state le classiche botte di fortuna, oppure stage finanziati dalle famiglie, che vicino ai tempi di scadenza, sono stati anche invitati a servirsi dei propri contatti per sfangarla.

Inoltre molto spesso non si è stati in grado di assecondare gli interessi dei ragazzi che sono stati parcheggiati un po’ dove capitava giusto per tappare un buco per colmare un’esigenza. C’è anche chi dà la colpa ai ragazzi, pigri nativi digitali, che vogliono evitare fatica e impegno, ma credo che questo sia solo un alibi.

L’idea dell’alternanza poteva essere una buona possibilità per metterli a contatto con il mondo del lavoro e far sperimentare un nuovo tipo di impegno, ma in pratica l’obiettivo è stato raggiunto in una percentuale minima.

Considerati i miseri risultati, cambierà qualcosa?

100 racconti per bambini coraggiosi

Mamma, che cos’è il coraggio?
Piccolo mio, mi hai fatto una domanda bellissima… Vedi, il coraggio, al contrario di quello che puoi pensare, non vuol dire non avere paura. Avere paura è normale. Ma le persone coraggiose sono quelle che affrontano le loro paure e le loro incertezze e le usano per diventare più forti. Il coraggio non vuol dire allenare i muscoli per vincere un nemico, ma allenare il cuore e la mente per capire quello che vi divide.

Questo è l’incipit di 100 racconti per bambini coraggiosi, un volume molto bello con magnifiche illustrazioni che rappresenta la risposta maschile al best seller Storie della buonanotte per bambine ribelli. E’ un mondo maschilista da sempre e quindi immagino che per questi uomini che ce l’hanno fatta sia stata un po’ più facile che per le eroine delle Bambine ribelli.

Nel libro, in ordine alfabetico, da Andre Agassi a Mark Zuckemberg, ogni pagina racconta di un uomo famoso che ha combattuto per i propri ideali. I ritratti dei personaggi sono molto belli, i testi non male, ma la cosa che mi ha lasciato un po’ perplessa è stata l’inclusione di certi personaggi attuali.

Dentro ci sono tutti. Da Giuseppe Garbaldi all’youtuber Favij, sembra un po’ l’elenco del telefono, alla “F” dopo Roger Federer, tennista, e prima di Enzo Ferrari, imprenditore, ho trovato con sorpresa Fedez.

…poi conobbe una ragazza bionda, bellissima e famosa ancor più di lui: Chiara…

Ecco magari sono babbiona, ma come modello da fiaba della buonanotte per un maschietto, punterei un po’ più in alto. Girerei qualche pagina per arrivare al Mahatma Gandhi o Charles Lindembergh o addirittura anche il buon vecchio Spartaco!

Al passo con i Kardashian

Oggi ho visto questa notizia e ho capito che non dovevo più tenere dentro il trauma che ho subito una decina di giorni fa.

Quand’ero a Londra, la scorsa settimana, avevo letto la notizia del decennale del reality sulla famiglia Kardashian che, come Paperone, continua a guadagnare e moltiplicare a suon di milioni di dollari il reddito. Conoscevo vagamente alcuni dettagli dei loro exploit ma non riuscivo a capacitarmi del successo plametario.

Così, le mie figlie (che ne sapevano molto più di me) per aiutarmi nella comprensione del fenomeno Kardashian mi hanno esortato a vedere su Sky (nella casa dove stavamo la tv aveva l’abbonamento) il meraviglioso Al passo con i Kardashian e la mia vita non è stata più la stessa.

Forse perché non sono abituata a vedere i reality, ma lo choc è iniziato da subito. In un overdose di chirurgia plastica era diffcile per le Karadashian sisters manifestare molte emozioni, così tutto era molto enfatizzato. Le conversazioni, semplificate al massimo, esprimevano sempre frustrazione, preoccupazione, insicurezza.

Sono multimilionarie, ma si lamentano sempre. Le labbra a canotto di increspano e gli zigomi rinforzati si tendono.

Con un’estensione massima del concetto “anche i ricchi piangono”, il reality mostra sempre il lato drammatico della vita kardasha. Sempre buttate sul divano, con i tacchi a spillo e lo smartphone in mano si dolgono in continuazione. E’ il lato drammatico che fa impenanre l’audience.

Poverine!

Hanno paura che il lancio del nuovo marchio dei jeans magari non andrà bene, che qualcuno tarocchi la linea di lipgloss, che il servizio di security non sia all’altezza, che il guardone piantato, in strada, davanti alla villa non vada in galera.

E poi c’è il fantasma del padre (avvocato che aveva difeso O.J.Sipson) che ogni tanto torna e, birichino, fa suonare la sveglia del cellulare a orari improbabili.

Problemoni.

Infatti ogni tanto non ce la fanno più e infarciscono il discorso con un bel porcone.

La più positiva è la mamma-Kris, il genio del male marketing che ha inventato tutto e che è come il prezzemolo. Nonostante le figlie abbiano dai venti ai quaranta anni lei non le molla e continua a regolare la loro vita.

Devo confessare che ho avuto un po’ di problemi a identificarle (ci vorrebbe uno schemino) perchè più o meno sono state rifatte tutte uguali. Ho penato anche per capire di chi fosse il figlio, il fidanzato, il cane, l’amica, il marito fedifrago…

Tra i personaggi il mio preferito è il fratello Rob che non si confonde perché non è rifatto, anzi è un normalissimo americano ciccione, quindi viene più o meno bullato dalle sorelle e dalla madre.

Ho visto solo 3 puntate, il momento più basso è stato toccato in quella dove Kim (la vera star di tutto il family business) recitava con il catetere.

Non sto scherzando. In varie scene si tirava dietro, sballottandola, una borsa piena di pipì. Kim e il suo catetere: prima all’ospedale e poi sul solito divano bianco di casa, perchè aveva fatto un trattamento per la fertilità.

E’ stato il dettaglio che mi ha fatto capire che non potevo stare al passo con i Kardashian e ho spento la tv.

Poi con tristezza, mista a sgomento, ho riflettuto sul fatto che queste persone, megastar sui social, sono un modello per molte ragazze….

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