MovemenRun: gli imprevisti

Ieri mattina, giornata bellissima, fredda ma piena di sole e di luce, ero carichissima per la mia prima corsa solidale ai Giardini Montanelli.
Mi ero allenata tutta la settimana e sapevo di potercela fare: 5km!
Non c’era neanche da preoccuparsi troppo, oramai quando vado all’Idroscalo a correre faccio dai 6,5 agli 8 km quindi….
Insomma ero positiva e poi arivata al meeting point ho trovato l’atmosfera allegra e piena di energia: un sacco di gente pronta a mettersi in gioco.
In nome della solidarietà, della prevenzione e della ricerca contro i tumori, avevano aderito in tantissimi.
Mamme, papà, nonni, vecchi, giovani, grassi, magri, alti, bassi.

Umani e non. Tutti insieme anche cani con la maglietta da runners e bambini in passeggino. E per offrire ancora più coreografia erano arrivati anche i cosplayer vestiti come i personaggi del prossimo Star Wars. Insomma eravano a Porta Venezia, ma sembrava di stare a Central Park.

Poi c’erano gli sponsor che aiutavano i runner a rifocillarsi e offrivano da bere.
E io ho bevuto, forse un po’ troppo.


Quando ci siamo radunati per la partenza mi sono messa nel gruppo dei palloncini bianchi, quelli che correvano con una velocità media. Poi c’era il gruppo dei blu che erano i più abili e i verdi che invece avevano scelto di affrontare i loro 5km camminando. Quindi la mia era una scelta più che dignitosa.

Siamo partiti e per i primo chilometro è andato tutto bene, correvo felice e spensierata nel gruppetto più avanzato del nostro team-palloncino-bianco. Poi al secondo giro ho cominciato a capire che avevo sconsideratamente bevuto troppa acqua, per idratarmi prima di partire, e mannaggia, dovevo andare in bagno. Ho cercato di scacciare questo pensiero scomodo e molesto e ho continuato a correre.

Però la preoccupazione aveva rallentato il ritmo: non ero più nel gruppetto in testa, ma relegata in mezzo a quelli più lenti. E certo mi scappava. Non potevo negarlo, zampettavo nei sentieri tra le aiuole, nel bagliore delle foglie dorate, in una cornice bellissima, ma le endorfine della corsa tardavano a entrare in circolo e regalarmi un senso di benessere.

Sognavo una toilette. Intanto ero finita fra gli ultimi del palloncino-bianco. E nella mente avevo cominciato a visualizzare la toponomastica dei bar attorno ai giardini di Porta Venezia. Modestamente, per ragioni fisiologiche, ho una vasta e dettagliata conoscenza dei bar del centro e soprattutto dell’accesso e delle condizioni dei loro servizi igenici.

Quindi, vista la necessità ormai impellente che mi impediva di correre alla velocità giusta, avevo deciso di scegliere per la mia fuga un bar in via Turati.

La strategia era semplice: oramai ero l’ultima del team-palloncino-bianco, appena il gruppo sarebbe passato davanti all’ingresso del parco su via Manin, sarei sgattaiolata fuori e poi Manin, Moscova, angolo Turati, giravo a sinistra e trovavo il bar.

Nella tasca dei miei bellissimi pantaloni tecnici, oltre alla chiave di casa e a quella dell’auto avevo messo, previdentemente, anche un bel 10 euro e quindi mi sarei concessa un  cappuccino e un’elegante sosta alla toilette. Poi sarei tornata indietro in tempo per la fine della gara. Un piano perfetto!

Ringalluzzita dalla mia idea ho continuato a correre, sperando di arrivare all’ingresso di via Manin senza farmela addosso. E invece ad altezza dell’ingresso di Porta Venezia- Buenos Aires cosa vedo?

Un pullman blu con scritto TOILETS, probabilmente mandato dal cielo.

Troppo bello per essere vero, ho approffittato subito. E poi sono uscita gagliardissima e ho ricominciato a correre, la mia app diceva che avevo fatto 4km quindi ero anche contenta della performance.

Correvo da sola ma magari qualcuno che mi vedeva poteva anche pensare che fossi la prima e non l’ultima del gruppo.

Potevano pensarlo finchè non sono stata raggiunta dal PACER, il ragazzo che si occupava di dare la velocità e tenere assieme i gruppi. Mi ha addocchiato che pascolavo solitaria vicino al laghetto delle anitre e come un cane pastore mi ha fatto cenno, a gesti, di seguirlo per rientrare nel branco dei runner.

Ho obbeddito senza fare storie e dopo poche svolte fra le giostrine dei bambini, il Planetario e il Museo di Storia Naturale, mi ha rimesso in coda al team-palloncino-bianco che fortunatamente era già all’arrivo.

Li ho raggiunti e ho commentato: “Proprio una bella corsa!”

Viaggi facili e curiosi a misura di bambino

Come possono essere i weekend con i bambini?

Senz’altro indimenticabili, perchè il ricordo indelebile rimane sia in un’avventura disastrosa che in quella bellissima.

Estenuanti, se ci si affida al caso.

Divertenti, se si riesce a organizzare senza perdere la spontaneità.

Per collezionare gite da archiviare solo con aggettivi positivi ho scoperto questo sito che propone una serie di mete a misura di famiglia, interessanti, nuove e mai banali.

C’è ad esempio una lista di musei, quasi sconosciuti, sparsi in tutto il nostro Paese,  perfetti per trascorrere un pomeriggio invernale con i bambini.

Come il Museo della macchina del caffè, a due passi da Milano. Per fare un viaggio nel tempo lungo il secolo scorso grazie al design, dal liberty al minimalismo contemporaneo, di 600 macchine di caffè espresso (la collezione più grande esistente).

A Como, sempre per rimanere nel settore industriale, davvero imperdibile il Museo della seta con oggetti, macchine, tessuti che ci faranno scoprire l’antica tradizione produttiva tessile comasca. Particolarissimo nella stessa città, il Museo del cavallino situato nell’ex scuderia del famoso trottatore Tornese, più volte campione del mondo negli anni 50. Più di 650 cavallini da tutto il mondo dal 1700 ad oggi, opere uniche di ingegno e fantasia: a dondolo, su triciclo, a bastone o a molla, di legno o cartapesta, di latta o stoffa. Nel giardino delle meraviglie il custode non poteva che essere Roberto, il più grande cavallo a dondolo d’Europa (altro 5 e lungo 7 metri e realizzato nel 2002 per il film di Pinocchio di Benigni).

A Varese esiste invece il curiosissimo Museo tattile che si visita bendati per avere un approccio non solo didattico ma anche emozionale con la realtà. Qui si trova una bellissima collezione di modellini in legno che riproducono aspetti del paesaggio, dell’architettura, dell’arte e del design. Imperdibili le fiabe olfattive.

Per gli amanti della tematiche sempre più attuali di natura e biodiversità da vedere il Museo della frutta di Torino con la fantastica collezione che raccoglie un centinaio di “frutti artificiali plastici” modellati a fine ottocento (mele, pere, albicocche, pesche, susine e uva).

Scendendo verso il centro Italia e ospitato in una splendida villa settecentesca, vicino a Fano, molto divertente deve essere il Museo del Bali, un museo scientifico in grado di dimostrare come la sperimentazione sia la chiave di accesso migliore per conoscere la realtà, qualsiasi, anche quella considerata più ostica coma la fisica o la matematica. Planetario e osservatorio gli conferiscono una forte impronta astronomica.

Nel Lazio invece ci si può sbizzarrire tra Museo del cioccolato a Norma che ci fa rivivere in un percorso magico tutta la storia di questa gustosissima “bevanda degli dei” dai Maya fino ai giorni nostri (assaggi compresi) e, per gli amanti del verde, il Museo del Fiore nella riserva naturale Monte Rufeno dove scoprire tutti i segreti di questo colorato mondo, le curiosità sulle rocce, sui paesaggi e gli insetti (ci sono più di mille specie di piante e fiori).

La Sicilia, nel centro storico della bellissima cittadina di Modica, custodisce un luogo incantato e affascinante che è la Casa delle farfalle dove centinaia di farfalle tropicali sono libere di volare e riprodursi, circondate da una flora lussureggiante.

Interessantissimo anche il Museo del sale nel trapanese dove già solo il baglio secentesco e il mulino per la macina valgono la visita. Romanticissima la passeggiata al tramonto tra le saline.

Un cane per tutta la famiglia

Dalla fatidica domanda: “Possiamo tenerlo?” parte una serie di decisioni moto importanti. Ci sono un sacco di aspetti da valutare nell’adozione di un cane. Cucciolo o adulto che sia.
Simone Dalla Valle, addestratore cinofilo e conduttore di Missione Cuccioli in questo libro affronta tutti gli aspetti dell’arrivo di un un amico peloso in famiglia.

Adesso si avvicina il Natale, tempo di doni, e il primo errore da non fare, secondo Dalla Valle, è regalare un cucciolo a un bambino.
Infatti un cane non si regala, si addotta. E soprattutto si rispetta. Portarlo a casa come un dono sotto l’albero di Natale è diseducativo perché si fa intuire al bambino che il cane in fondo sia come un giocattolo. Non una creatura con le proprie esigenze.

Un peluche di cui magari, a un certo punto, ci si può stancare.
Infatti purtroppo il picco degli abbandoni cade in estate, tempo di vacanze, dopo un certo numero di mesi dall’adozione natalizia. Quando magari è fisiologico per un bambino essere stanco del cane, che non è più una novità. E anzi è diventato una zavorra.

Prendere un cane non deve essere mai considerato un regalo a un bambino, ma un impegno che tutta la famiglia è felice di accollarsi insieme.
Condividere la propria vita con un amico a quattro zampe è un’esperienza unica ed entusiasmante.

In questo libro Simone Dalla Valle, ci insegna a conoscere a fondo il migliore amico dell’uomo e a prepararci per accoglierlo nella nostra casa. Con spiegazioni semplici ma accurate, completate da tanti esempi e fotografie, risponde a tutti i dubbi:

Che cosa devo dargli da mangiare? Qual è il posto migliore per la sua cuccia? Quante volte devo portarlo fuori a fare la passeggiata? Come posso capire il suo linguaggio? Che cosa succede se si dimostra aggressivo o, al contrario, impaurito? Ed è meglio adottare un cane di razza o un meticcio?

Seguendo i consigli i bambini (e adulti) impareranno ad amare e a rispettare il cane nel modo giusto, così da farlo crescere sano ma soprattutto felice.

A New York con il cuore

Mi accontento di correre ai Giardini Montanelli, mentre altri 3000 runners italiani, da ammirare, hanno partecipato alla Maratona di New York. Tra gli impavidi sportivi c’era anche Elisabetta Dami, creatrice delle avventure di Geronimo Stilton.

La scrittrice che vanta un passato molto avventuroso (l’attraversamento del Sahara, trekking in Nepal, corso di addestramento in Maine) non era alla sua prima maratona, aveva già partecipato in passato. Ma questa volta ha corso per una causa che le sta molto a cuore.

Il sostegno all’organizzazione Il Granello che da trent’anni si occupa di aiutare e supportare ragazzi con disabilità.

Infatti Elisabetta Dami non si limita a scrivere storie divertenti e coinvolgenti (che hanno risanato lo stato dell’editoria per ragazzi in Italia con record di vendite, traduzioni e gadget in tutto il mondo), ma da circa un anno ha fondato Elisabetta Dami onlus per aiutare e sostenere cause importanti per i bambini, gli animali, la natura e l’ambiente.

Ho avuto la fortuna di conoscere la scrittrice recentemente e ho capito il segreto del successo mondiale del suo topo-eroe: Elisabetta Dami afferma “Geronino Stilton sono io” e non è una boutade pubblicitaria per far felice il marketing. Gli ingredienti che coinvolgono i fan delle avventure (stratopiche) di Geronimo sono i valori di amicizia, solidarietà, disponibilità e gentilezza.

Gli stessi che la sua creatrice pratica nella vita reale.

Corriamo per una causa importante

Continuo a correre e per farlo meglio ho scoperto tutti i trucchi. E gli errori da non fare. Li ho imparati anche se la mia app, appena il discorso si fa interessante, tipo : “…e poi se vuoi allenarti meglio, avere più energia e anche perdere peso dovresti mangiare più…mi fa abboccare e poi quando clicco su continua a leggere mi manda a una pagina che dice che, appunto, per continuare a leggere è necessario un upgrade. Vale a dire passare alla versione “pro” dell’app, ovviamente a pagamento!

Così mi sono ingeniata e diabolicamente le info sono riuscita e procurarmele altrove. E se proprio voglio “spendere” preferisco farlo per una causa importante. Come, ad esempio, partecipando la corsa benefica MovemenRun che si svolgerà domenica 19 novembre a Milano ai Giardini Montanelli. Questa manifestazione che è una corsa ma può essere anche una camminata, di 5km a cui possono partecipare tutti, bambini compresi, attraverso i giardini di Porta Venezia è organizzata dalla LILT per sensibilizzare sull’importanza della prevenzione del cancro alla prostata, il carcinoma maschile più diffuso.

Due sono le armi fondamentali a nostra disposizione per combatterlo: un corretto stile di vita, che includa ovviamente anche l’esercizio fisico e la prevenzione.

So per esperienza personale quanto quest’ultima sia importante (mi è servita per schivare due tumori!) e quindi sostengo in pieno questa iniziativa. Novembre è il mese della prevenzione del tumore alla prostata in tutti gli ambulatori LILT è possibile sottoporsi a un controllo gratuito.

Correre rende felici, la produzione di endorfine regala un grande benessere. La fatica del movimento fisico aiuta a scaricare le tensioni. Se inizio a correre di cattivo umore, chilometro dopo chilometro mi rilasso e come per magia produco pensieri positivi. Sperimento una botta di euforia che, a fine allenamento mi stampa un’espressione stravolta ma raggiante.

E questa volta sono ancora più contenta di poter unire il mio egoistico benessere a un progetto così importante. Venite anche voi a correre: tutte le informazioni su iscrizione e modalità di partecipazione si trovano qui.

L’altra metà della storia

Quest’estate su una panchina di un parco di Londra ho trovato un libro. Una bella copertina in stile vintage che mi ha subito attratto, l’autore Julian Barnes, che conoscevo di fama ma di cui non avevo mai letto nulla. Mi sono guardata in giro: non c’era nessuno che sembrava un lettore distratto, qualcuno che tornasse alla panchina a riprendersi il libro. Così con una mossa furtiva, ho preso il romanzo abbandonato e l’ho messo in borsa. Il titolo The sense of an ending mi intrigava e prometteva bene, poi come é scritto in tanti romanzi trovare un libro per caso rappresenta sempre un messaggio.
L’universo voleva dirmi qualcosa?
L’avrei ascoltato con interesse!

La scrittura di Julian Barnes scorre fluida e coinvolgente, la storia raccontata nel romanzo narra del passare del tempo e di come, giunti all’età della maturità, riviviamo i nostri ricordi e guardiamo agli anni passati non sempre con oggettività. Romanzare la nostra vita, renderla più accattivante, avventurosa e forse anche straordinaria é un meccanismo che ci aiuta a convivere con chi siamo e chi eravamo.

Nel romanzo il protagonista è un pensionato, un tipo simpatico divorziato, tranquillo e un po’ pavido. Per evitare i conflitti per tutta l’esistenza ha preferito astenersi da reazioni troppo forti. Solo una volta aveva sbroccato e la conseguenza (insabbiata nella memoria per decenni) torna inaspettatamente a galla.
Cosa mi voleva dire l’universo? Mi ha fatto riflettere sullo scorrere degli anni, sull’idealismo della gioventù, su come spesso ci autoassolviamo.

Ma un’altra bella sorpresa è stata scoprire l’adattamento cinematografico del romanzo.

Ieri, con molte aspettative, ho visto il film e nonostante fosse molto difficile rendere cinematograficamente tutte le emozioni che si trovano nel libro, la pellicola non é stata deludente. Anzi. Il regista ha aggiunto alcuni elementi più leggeri per coinvolgere lo spettatore, ad esempio ha dato ampio spazio alla figura della figlia dell’anziano protagonista scegliendo per interpretarla “Lady Mary” di Dontown Abbey, Michelle Dockery, molto carina ma sempre con le sue bele sopracciglia spesso, molto spesso, inarcate.
(Quando Dontwon Abbey era di gran moda avevo letto su un blog di una ragazza inglese che nelle serate in cui guardava la seri assieme alle sue amiche avevano deciso di brindare ogni volta che Lady Mary alzava le sopracciglia e a fine serata erano inevitabilmente tutte ubriache!)
Poi la casa dove viveva l’ex moglie del protagonista era la stessa dove stavamo io ed Emma l’anno scorso. E’ un gruppo di edifici tutti uguali davanti a Battersea Park. Eh sì, avevamo visto un paio di trailer sospetti nel parco. Erano della troupe?
Probabilmente romanzerò la mia biografia e fra qualche anno racconterò che avevo addirittura incontrato anche gli attori!

A proposito di attori il protagonista da giovane non ci azzecca per niente con quello anziano. È così pure la sua fidanzata che da giovane aveva gli occhi marroni mentre da anziana é diventata Charlotte Rampling, con gli occhi azzurri!

Piccolo Grande Cinema alla decima edizione!

Piccolo Grande Cinema, Festival Internazionale della Nuove Generazioni, è giunto alla decima edizione. Il Festival si svolgerà dal 3 al 12 novembre 2017 presso le sale di Milano Cinema Spazio Oberdan e MIC – Museo Interattivo del Cinema, e Area Metropolis 2.0 a Paderno Dugnano.

Ventuno anteprime di film tra cui The Nut Job, la nuova esilarante avventura dell’incorreggibile scoiattolo Spocchia e i suoi amici, che sarà presentata con un’anteprima solidale per Medicinema Italia Onlus.

The nut job

Poi ci sarà il convegno internazionale The Film Corner, incentrato sulle più innovative tecniche di alfabetizzazione cinematografica tenuto dai maggiori esperti europei di film education.
E ancora per gli adulti una rassegna e un seminario dedicati al maestro del cinema Ken Loach.

Tra i film per ragazzi più interessanti:
La signora dello zoo di Varsavia
In anteprima nazionale l’adattamento cinematografico dell’omonimo best-seller di Diane Ackerman. Diretto da Niki Caro e interpretato dalla due volte candidata all’Oscar Jessica Chastain, il film racconta la storia di Antonina Żabińska, moglie, madre e lavoratrice che per molti, durante la Seconda Guerra Mondiale, divenne un barlume di speranza nella Varsavia occupata dai nazisti.

La signora dello zoo di Varsavia

Ci sarà anche la Notte al Museo del Cinema per 20 impavidi bambini che dormiranno nel museo scoprendo i suoi magici segreti. Mentre nella serata inaugurale del Festival i piccoli spettatori potranno entrare sfilando sul red carpet seguendo il dress code: “Da grande farò…”
Si potrà poi seguire il seminario itinerante “La materia dei sogni”, per scoprire tutto quel che c’è da sapere sulla creazione di un film.

Il Festival si apre venerdì 3 novembre con l’anteprima di Petit Spirou (Le avventure di Spirou) di Nicolas Bary, versione live action dell’omonimo popolarissimo fumetto franco-belga, pubblicato anche in Italia da Nona Arte.

Little Spirou

Just Charlie

Un film imperdibile è Just Charlie, diretto da Rebekah Fortune, vincitore del Premio del pubblico a Edimburgo, segna il debutto di Harry Gilby che offre un’interpretazione indimenticabile. Il film segue il quattordicenne Charlie, impegnato alla scoperta della propria identità – soprattutto di genere – attraverso un racconto di formazione divertente e incoraggiante. Da non perdere anche Little Spirou (le avventure di Spirou), ispirato alla serie Le Petit Spirou di Tome e Janry (17 volumi dal 1987), il film di Nicolas Bary è la versione live action dell’omonimo popolarissimo fumetto franco-belga, pubblicato anche in Italia. Il film racconta la gioventù del piccolo Spirou, un ragazzino molto irriverente che, insieme ai suoi amici, vivrà un’incredibile avventura alla ricerca del proprio talento.
Poi c’è La grande volpe cattiva e altre favole, film d’animazione del fumettista francese Benjamin Renner, regista di Ernest & Celestine, candidato agli Oscar 2016 come miglior film d’animazione.
Qui tutte le informazioni e il programma completo dell’evento.

Andarli a prendere alle medie?

Mi ricordo quando all’istruzione c’era Mariastella Gelmini che criticavamo di brutto, mi rammento anche i tempi della Moratti che adesso in lontananza appaiono luminosissimi perchè la nuova ministra Fedeli ce le fa rimpiangere di brutto. Anzi no, sarebbe divertente se le sue uscite così irreali non dovessero invece essere necessariamente applicate alla vita di tutti i giorni.

L’ultima sua surreale esternazione riguarda l’obbligo di andare tassativamente a prendere i ragazzi a scuola alle medie. Io purtroppo l’ho sempre fatto perché (per complicarmi la vita) avevo scelto di far frequentare alle mie figlie una scuola media non nel nostro quartiere ma in uno vicino. Limitrofo ma non così “vicino” da poter essere raggiunto a piedi. Quindi per Anita ci sono stati alcuni anni in cui ha potuto avvalersi del pulmino scolastico, mentre per Emma (hanno tolto il pulmino, e oggi mi chiedo: ci sarà mica stato lo zampino della Fedeli?) mi sono sciroppata tre lunghi anni di pendolarismo casa-scuola-casa-scuola.

Quindi tutta questa bella e lunga esperienza mi dà diritto a qualche commento sulla circolare in cui si stabilisce che sia obbligatorio che un adulto vada a prendere a scuola gli studenti delle medie. La prima considerazione riguarda l’atteggiamento della Ministra che sembra provare un’acuta antipatia verso i genitori. Si predica una sacrosanta e strategica alleanza fra scuola e famiglia, ma con queste rigide prese di posizione mi sembra che la distanza scuola-genitori rischi solo di ampliarsi.

Ricordando con tracotanza che i figli sono responsabilità dei genitori si impone un nuovo rito famigliare senz’altro complicato da organizzare. Se le mamme non sono casalinghe o magari partite Iva freelance, chi potrà andare a prendere i ragazzi? I nonni, le badanti, le tate? E i costi in termini di tempo e denaro?

Di solito davanti alle scuole all’ora di uscita ci sono incredibili ingorghi stradali di parcheggi selvaggi, che bella idea incrementare questo fenomeno! E poi, nonostante alcuni commenti babbioni all’articolo del Corriere sopracitato, (in cui si ricorda che gli anni delle medie sono quelli in cui si può ricadere nella tossicopendenza!) al di là di questo allarmismo gli anni delle medie sono anche quelli in cui è giusto e lecito che i ragazzini possano trascorrere qualche minuto tranquilli fuori della scuola a chiacchierare con gli amici, a guardarsi intorno, ad addocchiare magari anche qualche compagno interessante.

La Fedeli davanti a questa rischiesta di giovane autonomia ha ribadito, di non rompere e obbedire, i primi amori sbocceranno nel pomeriggio se proprio devono!

Non è colpa dei bambini

Il titolo di questo libro, appena arrivato in libreria, è volutamente provocatorio. E da Daniele Novara, il più famoso, onesto e acuto pedagogista italiano, c’era anche da aspettarselo.

Da esperto sa che da educare sono molto più spesso i genitori, non i bambini. E infatti, per aiutarli, Novara ha fondato a Piacenza il CPP (Centro Psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti) e anche la Scuola Genitori.

Una volta ai più piccoli si permetteva di comportarsi da piccoli, mentre ora non è più così. I bambini giocavano assieme, nelle strade, nei cortili, in campagna, correvano, litigavano, si azzuffavano, si autoregolavano. Lo sport dei bambini era il movimento dei loro giochi più o meno avventurosi. I bambini erano per il 95% magrolini. Ora si fanno i corsi (di nuoto, di baket, di danza, di karate, di vela, di yoga e quant’altro) e c’è un grave problema di obesità.

Novara ricorda la sua infanzia negli anni’60 quando c’erano i bambini estroversi, timidi, quelli aggressivi e quelli un po’ buffoni. E tutto era considerato normale: roba da ragazzini.

Adesso con il calo demografico i figli sono considerati preziosi, da accudire e salvaguardare e anche soprattutto da osservare con preoccupazione se non si comportano in un certo modo. Una modalità definita dagli adulti, in cui i più piccoli devono conformarsi.

Tante sono le cause di questa preoccupante metamorfosi: la sedentarietà dei bambini, prima addomesticati dalla TV e poi dalla tecnologia, poi l’ansia e l’iperprotezione dei genitori. Diventa anche una tendenza contagiosa, un timore che si diffonde inconsciamente per emulazione. Se si sente dire in giro che questo e quel comagno di scuola hanno avuto una certa diagnosi, non sarà che per caso ne soffre anche mio figlio?

In questo manuale Novara denuncia una tendenza preoccupante degli ultimi anni: gli adulti che hanno avuto a che fare con il mondo dell’infanzia, insegnanti o genitori, hanno dovuto confrontarsi in modo graduale ma inesorabile con una crescente terminologia medico-psichiatrica: disturbi dell’attenzione, autismo, dislessia, discalculia…
Le certificazioni sono aumentate in maniera esponenziale e molti bambini (un tempo sarebbero stati indicati come turbolenti, indisciplinati,
in difficoltà) oggi hanno una diagnosi precisa.

Quello non riusciamo a gestire e controllarelo possiamo curare. Se un bambino non si comporta come ci aspettiamo, se è troppo diverso dagli altri, se mette in difficoltà il mondo adulto, si possono attivare strumenti terapeutici. La diversità – dalle aspettative, dal contesto, del gruppo, da ciò che si ritiene normale- si annulla curandola come una malattia: quelli che un tempo erano gli status dell’infanzia e dell’adolescenza, considerati età a sè distanti con le loro carattersitiche di incompiutezza e originalità, diventano oggetto di attenzione sanitaria.

Così scrive il pedagogista, denunciando però che i conti non tornano:
le diagnosi italiane eccedono la media di qualunque nazione,
e l’accelerazione con la quale crescono nelle nostre scuole non è in linea con le statistiche internazionali. Cosa sta succedendo?

Con le competenze di esperto dell’educazione, e l’apprensione di un osservatore empatico del mondo scolastico, Novara ci propone una risposta semplice e sconvolgente: stiamo sostituendo la psichiatria all’educazione. In una scuola, e in una società, che sta abbandonando una delle sue missioni fondamentali, crescere le nuove generazioni.

Sembra diventato più semplice definire malato un bambino che non riusciamo a educare.
In queste pagine, ricche di dati chiari, esperienze sul campo, e anche una buona dose di acuta ironia, Novara ci porta alla scoperta di un sistema che troppo spesso preferisce la terapia all’educazione.

(in fondo è più comodo, “moderno” e lucroso)

Ma ci mostra anche, attraverso percorsi già sperimentati, come sia possibile opporsi a questa deriva, recuperando la missione primaria delle famiglie e dei docenti.

Un libro intelligente e forte, da leggere assolutamente. Perché non colpevolizza nessuna categoria  ma al contrario chiama tutti, genitori, insegnanti e anche medici e terapeuti
a un lavoro comune per recuperare il senso vero dell’educare, tracciando una linea netta tra malattia e cattiva educazione, per ridare ai bambini la scuola, e la società, di cui hanno bisogno.

Dolcetto o scherzetto in trasferta

Una volta, parecchio tempo fa quando le ragazze erano piccole, festeggiavo Halloween così adesso sono cresciute e vanno a ballare.

Quindi non mi rimane che fare proposte a chi non vorrebbe trascorrere la sera di Allouin in casa a elargire caramelle ai bambini che suonano a raffica per dolcetto o scherzetto.

Se volete schivare i piccoli mostri che citofonano, c’è ancora tempo per organizzare una gita horror.

Ad esempio si potrebbe andare al Castello di Gropparello (Piacenza), dove ci sarà la Notte delle streghe, il percorso horror-fantasy pensato per Halloween.

Inizia a fine pomeriggio e prosegue sino allo scoccare della mezzanotte, nel segno della paura: uscita notturna nel bosco, un tocco gelido e inaspettato su una spalla, ombre che si allungano nei sotterranei, il maniero sulle colline è lo scenario perfetto per chi non teme il brivido. E c’è anche la cena a buffet con ambientazione a tema per famiglie con bambini o di un banchetto medievale in costume con animazione per gli adulti, qui tutte le info.

Halloween è un giorno speciale anche nelle strutture aderenti al circuito Italy Family Hotels. Per chi sceglie come meta il mare qui, troverà un pauroso intrattenimento per bambini con merenda in maschera e trucca bimbi e a seguire la cena “Aspettando Halloween”.

Per chi predilige la montagna,  in questa struttura si propone ai piccoli ospiti una sfilata in costume, zucche da intagliare, preparazioni di mostruose decorazioni per un divertente e goloso horror party.

Cosa vogliono i bambini in vacanza?

Giocattoli e dolciumi? Macché. Molto meglio piscine, smartphone e wifi. I bambini e gli adolescenti di oggi hanno le idee molto chiare, anche quando si tratta di scegliere l’albergo dove trascorrere le vacanze con la famiglia.

Genitori, prendete nota prima di incorrere nel broncio h24 dei piccoli eredi!

Da letti morbidi ed elastici su cui saltare nottegiorno, alle stanze con vista panoramica, per scattare e postare foto sui social, passando per il WiFI che deve sempre funzionare bene.

Anche i più piccoli hanno esigenze ben precise e il noto motore di ricerca Booking ha pensato di intercettarle – e dar loro voce – con un sondaggio che ha raccolto circa 23 mila recensioni di bambini di tutto il mondo dopo un soggiorno in albergo.

Il risultato è un’analisi di gusti, desideri e tendenze talmente precisa che, secondo alcuni, potrebbe persino spingere Booking in un futuro non troppo lontano a battezzare una sezione di feedback esclusiva per bambini, in modo che possano indicare ai loro coetanei le cose che in un albergo sono veramente importanti: i letti dove si salta meglio, le camere più colorate, i camerieri più simpatici e le migliori connessioni internet per il gaming online.

Considerando i piccoletti nella fascia di età dai 5 agli 11 anni, il 73% indica come priorità in albergo la presenza o la vicinanza di piscine, scivoli e giochi d’acqua. I più “tradizionalisti” (58%) esigono la spiaggia. Fondamentale per il 54% è la possibilità di fare giochi e attività all’aperto che non si possono fare a casa, possibilmente in compagnia di altri bambini (condizione richiesta dal 42% degli intervistati). Tanti sognano di trascorrere la vacanza regalandosi qualche peccato di gola, in particolare il gelato (34%) e tutte le altre leccornie (32%) che normalmente la mamma non concede a domicilio. Il 24% vuole una stanza più spaziosa della cameretta di casa e letti su cui poter saltare (22%). Un bambino su dieci si aspetta che i camerieri sappiano raccontare barzellette divertenti.

Cambiano le esigenze con l’aumentare dell’età, ma una cosa è certa: anche per gli adolescenti non è vero che una location vale l’altra. Per l’89% dei teenager (dai 12 ai 15 anni) è fondamentale una veloce connessione WiFI hotel, principalmente per due motivi: giocare online e postare sui social network le foto più belle scatatte durante la giornata – esigenza in realtà condivisa coi genitori, bisogna ammetterlo… Richiestissime le attività serali in albergo e la possibilità di fare colazione più tardi (42%), per dormire qualche ora in più al mattino. Diversamente dai bambini più piccoli, soltanto 1 adolescente su 4 ritiene fondamentale fare nuove amicizie con coetanei durante il soggiorno in hotel.

foto da wallpapersafari.com

Good Girls Revolt

Nell’autunno del 1969 a New York l’atmosfera era elettrica. I postumi del raduno di Woodstock e dell’estate dell’amore inebriavano gli animi. Si respirava il profumo della rivoluzione. Mentre nelle strade le Pantere Nere combattevano contro il sistema, sesso, droga e rock’n roll diventavano realtà.

Questo è lo scenario di Good Girls Revolt, serie televisiva di Amazon Video basata su una vicenda vera e autobiografica raccontata nell’omonimo memoir dalla giornalista americana Lynn Povich.

All’alba degli anni ’70 tutto stava cambiando, anche se nella società c’erano molti ostacoli e resistenze per conservare lo status quo. Specialmente nei confronti delle donne che cominciavano lentamente a prendere coscienza della discriminazione nei loro confronti.

Si incontravano ostracismi pesanti anche in luoghi inaspettati. Come la redazione di uno dei settimanali di opinione più influenti, nell’ufficio centrale di Newsweek infatti la disparità di trattamento era fortissima. Nella finzione della serie televisiva il nome del settimanale è stato modificato in News of the week, giusto per evitare guai giudiziari.

Lynn Povich, ai tempi, lavorava lì. Era una delle ragazze, aspiranti reporter, con un curriculum accademico migliore dei colleghi maschi, che venivano sistematicamente relegate al ruolo di ricercatrici.

In pratica erano delle super segretarie che facevano lavoro d’archivio, telefonate e anche sopralluoghi al servizio dei colleghi, che dovevano solo scrivere e firmare l’articolo. Anzi, magari in emergenza, lo scrivevano le ragazze, ma il loro nome non compariva mai, in calce c’era sempre quello del collega di cui erano assistenti. E se era uno scoop il direttore si complimentava solo con “l’autore”.

A volte le ragazze diventavano anche qualcosa di più: colleghe con benefit. Grazie all’atmosfera libera e peccaminosa dei tempi, alla confidenza di lavorare fianco a fianco H24 o anche solo per provare l’ebbrezza di una sveltina sul tavolo dell’archivio.

Nelle puntate di Good Girls Revolt si racconta tutto questo con un buon ritmo, un pizzico di ironia e una strabiliante colonna sonora. Il plus della trama è il realismo. La lotta delle ragazze, tutte molto diverse, alcune più tradizionali e ingenue, altre più hippy e disinibite, è coinvolgente.

La trasformazione e consapevolezza dei loro diritti, sul lavoro ma anche nella vita privata, è un pezzo di storia del femminismo: scandalizza, entusiama e fa arrabbiare.

A Newsweek la causa scatenante della ribellione delle donne in redazione fu Nora Ephron (anche lei aveva iniziato lì) che, quando rifiutarono di firmare un suo articolo, invece di inghiottire il rospo come le colleghe, mandò tutti al diavolo. Si licenziò e andò a lavorare da Time.

Poi rimasta in contatto con le altre ragazze fu lei a convincerle della discriminazione e a metterle in contatto con Eleanor Holmes Norton, l’avvocata che portò il loro caso davanti all’EEOC (Equal Employment Opportunity Commission) per denunciare la discriminazione di genere illegale perpetrata dall’editore, che tra l’altro, era una donna.

The Good Girls Revolt era stata pensata come la risposta femminile a Mad Men, di cui ricorda l’ambientazione newyorkese e le dinamiche di ufficio. Peccato che Amazon dopo la prima serie, a prescindere dalle ottime recensioni, a sorpresa, abbia deciso di sospenderla, sarà forse una vendetta postuma alla ribellione contro la discriminazione?

Alternanza scuola lavoro: molte perplessità!

Quando l’anno scorso, più o meno di questi tempi, mia figlia è tornata casa con la notizia dell’obbligo dell’alternanza scuola lavoro ha avuto una mezza crisi isterica.

“Non voglio passare una settimana a fare delle fotocopie!”

“Non possono obbligarmi a perdere così il mio tempo!”

“E poi ci sarà una relazione da portare alla maturità!”

Io e la sorella maggiore abbiamo pensato fosse voglia di drammatizzare i racconti di una sua amica, di un anno più grande che, in effetti, aveva passato una settimana in servizio di biblioteca a fare fotocopie su fotocopie. Quando non guardava il cellulare.

Abbiamo cercato di rassicurarla e motivarla, ma purtroppo, la mia giovane Cassandra aveva ragione.

A un anno di distanza il bilancio della scuola lavoro è abbastanza negativo. Non per lei, che ha scelto di adempiere al suo impegno il prima possibile durante l’anno scolastico, per non ridursi nel momento più delicato verso i mesi estivi. Ma per molti altri è stata un’esperienza non sempre “piacevole”.

Infatti nel procedere dei mesi la gestione dell’alternanza è divenuta sempre più caotica, a noi genitori avevano detto che era proibito organizzare impegni ad personam e lasciare tutto nelle mani della scuola. Alla fine però per risolvere la situazione nei termini previsti il fai-da-te è stato autorizzato.

Come sostiene anche quest’articolo, l’attuazione è stata molto problematica, sia per la difficoltà di organizzare tutto in tempi brevi (soprattutto per i licei) sia per la poca collaborazione tra le persone incaricate.

L’altro giorno gli studenti in manifestazione hanno protestato duramente contro l’alternanza e molto probabilmente a ragione.

In teoria l’idea dell’alternanza, sbandierata dal Governo come una genialata, sarebbe valida ma l’attuazione, troppo frettolosa, è stata piuttosto disastrosa. Nelle varie testimonianze che ho raccolto i casi positivi sono state le classiche botte di fortuna, oppure stage finanziati dalle famiglie, che vicino ai tempi di scadenza, sono stati anche invitati a servirsi dei propri contatti per sfangarla.

Inoltre molto spesso non si è stati in grado di assecondare gli interessi dei ragazzi che sono stati parcheggiati un po’ dove capitava giusto per tappare un buco per colmare un’esigenza. C’è anche chi dà la colpa ai ragazzi, pigri nativi digitali, che vogliono evitare fatica e impegno, ma credo che questo sia solo un alibi.

L’idea dell’alternanza poteva essere una buona possibilità per metterli a contatto con il mondo del lavoro e far sperimentare un nuovo tipo di impegno, ma in pratica l’obiettivo è stato raggiunto in una percentuale minima.

Considerati i miseri risultati, cambierà qualcosa?

100 racconti per bambini coraggiosi

Mamma, che cos’è il coraggio?
Piccolo mio, mi hai fatto una domanda bellissima… Vedi, il coraggio, al contrario di quello che puoi pensare, non vuol dire non avere paura. Avere paura è normale. Ma le persone coraggiose sono quelle che affrontano le loro paure e le loro incertezze e le usano per diventare più forti. Il coraggio non vuol dire allenare i muscoli per vincere un nemico, ma allenare il cuore e la mente per capire quello che vi divide.

Questo è l’incipit di 100 racconti per bambini coraggiosi, un volume molto bello con magnifiche illustrazioni che rappresenta la risposta maschile al best seller Storie della buonanotte per bambine ribelli. E’ un mondo maschilista da sempre e quindi immagino che per questi uomini che ce l’hanno fatta sia stata un po’ più facile che per le eroine delle Bambine ribelli.

Nel libro, in ordine alfabetico, da Andre Agassi a Mark Zuckemberg, ogni pagina racconta di un uomo famoso che ha combattuto per i propri ideali. I ritratti dei personaggi sono molto belli, i testi non male, ma la cosa che mi ha lasciato un po’ perplessa è stata l’inclusione di certi personaggi attuali.

Dentro ci sono tutti. Da Giuseppe Garbaldi all’youtuber Favij, sembra un po’ l’elenco del telefono, alla “F” dopo Roger Federer, tennista, e prima di Enzo Ferrari, imprenditore, ho trovato con sorpresa Fedez.

…poi conobbe una ragazza bionda, bellissima e famosa ancor più di lui: Chiara…

Ecco magari sono babbiona, ma come modello da fiaba della buonanotte per un maschietto, punterei un po’ più in alto. Girerei qualche pagina per arrivare al Mahatma Gandhi o Charles Lindembergh o addirittura anche il buon vecchio Spartaco!

Barbie abita in Corso Como

L’evento era andato in scena la sera del 6 Aprile, nella settimana della Design Week.
(E ora si è aggiudicato due importanti riconoscimenti nel BEA Awards)
La facciata del palazzo in Corso Como 5 a Milano, si è trasformata come per magia in una vera e propria Casa di Barbie.
Grazie al video mapping, la nuova frontiera della tecnologia che proietta immagini in computer grafica su superfici reali ottenendo spettacolari effetti di proiezione 3D, al calare del sole moltissimi spettatori hanno assistito alla “costruzione” della casa dei sogni di Barbie. Modaioli, famiglie e bambini fan di Barbie accorsi hanno assistito ad uno spettacolo eccezionale, un’esplosione di immagini che li ha coinvolti totalmente e ha mostrato loro la casa di Barbie che si è “composta” letteralmente sotto i loro occhi, prima la facciata esterna e poi i vari ambienti interni.
L’evento era parte integrante della campagna #PapàCheGiocanoConBarbie, lanciata in Italia a Febbraio 2017 che speriamo cambi un po’ i costumi e combatta le discriminazioni di genere. Se i papà giocano con Barbie, le mamme possono aiutare i maschietti a crescere imparando a rispettare bambine prima e ragazze poi.

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