Learn english or explode

Mi è arrivato questo libro ed ero molto scettica, invece sfogliandolo ho avuto una bellissima e interessante sorpresa. Ho apprezzato molto il modo in cui l’autore si approccia a chi vuole imparare l’inglese. E’ conciso, semplice ed efficace nei suoi esempi. E riesce a entrare nella mentalità dell’italiano che cerca di esprimersi in inglese e trova difficoltà nella costruzione delle frasi. Di solito perchè cerca di tradurre alla lettera parola dopo parola. Interessanti anche le distinzioni fra l’inglese-british e quello americano (che di solito in UK fa arricciare il naso: troppo semplice e rozzo solo un tantino meglio di quello australiano). Mentre in USA l’accento british piace molto ed è considerato sexy.

Poi ho scoperto che l’autore di questo manuale è un ragazzo americano molto seguito su Youtube, proprio perchè il suo atteggiamento è così simpatico ma al tempo stesso utile e diretto. Anche l’impaginazione del manuale è molto apprezzabile, gli argomenti più importanti sono divisi per capitoli, che spiegano le regole e danno molti esempi. E’ geniale che ci siano anche quelli sbagliati, quelli più tipici degli italiani. Vedendoli scritti si ricorda meglio come correggersi e usare invece le frasi più giuste.

Libro senz’altro da regalare a chi vuole migliorare il proprio inglese e adattissimo anche ai più giovani, tipo studenti delle medie perchè contiene e spiega anche le espressioni più slang usate in rete e suoi social. Cosi i ragazzi non pensano di studiare e si sentono solo più cool 🙂

I love Lego

Una mostra imperdibile a Milano, al Museo della Permanente, per gli amanti dei mattoncini Lego. E quindi, considerata il grande amore che in famiglia abbiamo sempre avuto per i mitici mattoncini, è un evento che mi intriga molto.

In un gioco di colori e prospettive che incanta tanto i bambini quanto gli adulti, la mostra racconta l’incredibile trasformazione di quello che, da giocattolo tra i più comuni e conosciuti, si è trasformato negli anni in vera e propria opera d’arte. Decine di metri quadrati di scenari interamente realizzati con mattoncini andranno a comporre città moderne e monumenti antichi. Interi mondi in miniatura, ricostruiti in maniera minuziosa e coloratissima.

Milioni di meravigliosi mattonicini hanno creato istallazioni, tra cui 12 grandi capolavori dell’arte, quadri reinventati grazie ai Lego. Poi i diorami: dai classici pirati, all’antica Roma dei Fori Imperiali, all’allestimento dedicato allo spazio che riproduce un insediamento minerario lunare. Poi ancora riproduzioni in progress della città e della vita nel castello.

Ho ammazzato la pasta madre

Rea confessa di un nuovo tipo di crimine: sono riuscita a uccidere la mia pasta madre. Un omicidio in famiglia. Come tutti i panificatori seri sanno, il lievito della pasta madre è vivo e bisogna prendersene cura. Non si può dimenticarla in frigo come un’insalata qualunque. Riservarle il trattamento menefreghistico che caratterizza il (mio) rapporto con le zucchine o le melanzane. Le compro con amore e poi dopo averle utilizzate per condire la pasta, perdo interesse e le abbandono (tristi e sole) nel cassetto delle verdure.

Dopo un inizio spumeggiante del nostro rapporto, pasta funzionava bene e cresceva con allegria, mi sono fatta prendere dalla presunzione. Ho pensato che tutte le precauzioni e attenzioni che i veri estimatori raccontavano di prendere nei riguardi della loro pasta madre, fossero solo delle teorie superflue per per tirarsela un po’.

Quindi la mia gestione è stata molto sportiva. Ho pensato che pasta ed io ormai avessimo passato l’epoca del fairplay e ci potessimo organizzare come era più comodo per entrambe. Quest’estate l’avevo anche relegata nel freezer e poi scongelata a settembre. Pasta aveva reagito bene.

Così in me aveva cominciato a germogliare il seme della pigrizia: lei stava in frigo e guardandola nel contenitore dicevo: “Bene, la rigenero domani”.

Giorno dopo giorno, le negavo acqua e farina per permetterle di continuare a vivere. Insomma è stato un po’ come uccidere un tamagochi (esistono ancora?) o un pesce rosso, lasciandoli morire di inedia, senza cure.

Ieri l’altro l’ho rigenerata e in effetti sembrava un po’ moscia. Rimessa in frigo non ha mostrato l’entusiamo che la contaddistingueva, si è accasciata molle nel suo contenitore. Niente blob, niente aumento di volume, non era neanche più aggressivamente appiccicosa. Giaceva esangue nel tupperware, triste come una chewingum troppo masticata.

Mi sento tanto in colpa e confesso il mio misfatto nella speranza che non succeda ad altri.

R.I.P: cara pasta!

La settimana dei pet

Da oggi fino al prossimo sabato 5 ottobre a Milano si svolge la prima Pet Week, un’intera settimana dedicata ai nostri pet e al loro benessere. Tantissime le manifestazioni e gli eventi da non perdere.

Domani ci sarà la marcia per sostenere il disegno di legge che prevede l’inserimento degli animali domestici nello stato di famiglia con riconoscimenti e tutele. Poi proprio pochi giorni fa è uscito un piccolo saggio filosofico che spiega quanto sia eticamente giusto sostenere i diritti degli animali ed evitare soprusi e discriminazioni.

Tra gli incontri interessanti e soprattutto utili a chi desidera un animale domestico ma non sa se il proprio stile di vita sarà adeguato al benessere del futuro pet, ci sono quelli nell’ambito del programma internazionale BETTER CITIES FOR PETS, finalizzato a dare concretezza allo scopo di rendere il mondo un posto più accogliente per gli animali da compagnia.

I proprietari o aspiranti tali potranno visitare l’infopoint MARS Petcare e ricevere una consulenza personalizzata gratuita a 360 gradi sulla gestione del proprio cane o su come operare la migliore scelta per accoglierne uno. Lo sportello informativo sarà attivo nei giorni di sabato 28 e domenica 29 settembre, e venerdì 4 e sabato 5 ottobre, dalle ore 12 alle ore 18.

L’educatore cinofilo Paolo Bosatra, aiute a fare chiarezza su diversi aspetti legati alla tipologia di cane e a sfatare alcuni “falsi miti”.

  • Single– A Milano quasi una persona su due vive da sola: su 674.016 famiglie, ben 302.947 sono composte da un solo individuo, pari al 45%2, e spesso si pensa che la vita da lavoratore single non possa conciliarsi con la gestione di un cane. Ma non è vero.
    “Vivere da soli con un pet comporta sicuramente delle responsabilità ma vorrei sfatare un mito: anche i cani di taglia grande possono vivere in una casa di piccole dimensioni. L’importante è avere sufficiente tempo per portare il cane a passeggio, fare gite fuori porta insieme a lui durante il week end e accudirlo regolarmente. I cani di piccola taglia sicuramente sono più gestibili viste le dimensioni ma richiedono anch’essi momenti di svago all’aperto. In entrambi i casi, è bene abituare il cane fin da cucciolo a stare in casa anche da solo e, se le ore di solitudine sono tante, ci si può avvalere del supporto di aiuti esterni”
  • Coppia. L’entrata in scena di un animale nella vita di coppia può rendere ancora più forte la relazione e anche in questo caso è bene scegliere il cane tenendo conto dei ritmi di vita del duo familiare. Secondo l’esperto “per le coppie che decidono di prendere con sé un cane è importante valutare la propria routine e i propri orari lavorativi. Giusto optare per cani di media o piccola taglia se la coppia ama i viaggi a lunga percorrenza da fare insieme a lui, e cercare di prediligere una tipologia estremamente socievole per delle uscite “di gruppo” che sicuramente sono ricorrenti. A prescindere dal fatto che sia meticcio o di razza, ciò che conta è che fin da cucciolo sia ben socializzato con i propri simili e con le persone”.
  • Famiglia con bambini. Avere un cane in famiglia porta numerosi benefici e spesso sono soprattutto i più piccoli a desiderare la compagnia di un amico a quattro zampe, ma gli aspetti da tenere in considerazione sono numerosi: “Nella scelta di un cane che deve convivere con dei bimbini è importante che –prima di ricevere in dono il nuovo amico – la decisione venga sempre condivisa da tutta la famiglia, in particolare dai più grandi, che si occuperanno del nuovo arrivato. Possono essere considerati perfetti per la vita in famiglia, ad esempio, i “Retriver” *, facilmente addestrabili ed estremamente docili, o i “barboncini”, cani intelligenti dinamici e con una forte empatia emozionale. Alternativa che io incoraggio e non solo per questioni etiche, è quella di accogliere meticci e ospiti dei canili, anche grazie al fatto che oggi i rifugi spessissimo si avvalgono della collaborazione di educatori che possono aiutare ad orientare la scelta verso il soggetto più adatto”

*(Riguardo al consiglio del Retriver, l’avevo seguito ed è stato l’inferno, l’etichetta di giocherellone, docile e adatto ai bambini certo non si poteva applicare al mio cane e ne avevo scritto anche in Una mamma da URL. Quindi consiglio vivamente un meticcio! )

Killing Eve

Ho iniziato a guardarla per caso, su Tim Vision, in una sera di noia ed è stato colpo di fulmine. Una storia thriller intrigante che non si prende troppo sul serio: narra la storia di una killer professionista, nome in codice Villanelle (dal francese “villain” /cattivo femminilizzato per renderlo più grazioso!), una ragazza russa che uccide su commissione. Ha un passato oscuro, è sociopatica e intelligentissima. Incapace di provare empatia, perciò perfetta per il suo lavoro. Per fermare i suoi crimini a Londra si forma una squadra di agenti speciali sotto la guida di Eve Polastri, una detective altrettanto eccentrica.

I crimini di Villanelle, rocamboleschi e molto pulp, spaziano in tutte le più importanti capitali europee. La ragazza appoggiata dai suoi datori di lavoro, una fantomatica organizzazione di spie russe, viaggia molto, fa acrobazie, e riesce sempre comunque a sfuggire a chi vorrebbe arrestarla. La dinamica intrigante della storia è rappresentata dal legame che si instaurerà ( e si svilupperà sopratutto nella seconda serie) fra Villanelle ed Eve. Atratte e incuriosite l’una dall’altra si rincorrono e sfidano in continuazione.

Quello che rende la serie accativante, oltre la bravura delle interpreti, Jody Comer (Villanelle) ha appena vinto l’Emmy come miglior attrice protagonista, battendo Sandra Oh (Eve) per un soffio, sono i dialoghi fulminanti e ironici. Poi naturalmente c’è l’azione e il ritmo incalzante ma la sceneggiatura, originale spumeggiante e decisamente femminista, è certamente il punto di forza di questa serie.

Si tratta di uno dei pochi esempi in cui il romanzo, anzi in questo caso si trattava solo di una serie di racconti, che ha ispirato il plot è meno avvicente della trasposizione televisiva. I racconti, intitolati Nome in codice Villanelle erano nati come un’autopubblicazione, poi sono diventati canovaccio della serie tv e solo successivamente trasformati in un romanzo.

Arrivano in Italia le Baby Pelones

Sono bambole senza capelli e con foulard, omaggio ai bambini affetti da tumori. In Italia, Juegaterapia attiva così una collaborazione con l’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano (INT) e in particolare con la Pediatria Oncologica.

Le Baby Pelones sono un’idea di Juegaterapia, che ha lanciato l’iniziativa nel 2014 per catalizzare l’attenzione sul cancro infantile attraverso bambole che mostrano uno dei segni più visibili di questa malattia: la caduta dei capelli. In questi quattro anni tutte le aspettative di vendita sono state superate e sono diventate un simbolo della lotta contro la malattia, permettendo a migliaia di persone di contribuire a questa causa.

La Fondazione Juegaterapia ha già donato le Baby Pelones ai bambini ricoverati in Oncologia Pediatrica negli ospedali di Spagna, Brasile, Colombia, Portogallo, Argentina, Messico e Miami.

Nel corso del 2017 è diventata la bambola più popolare in Spagna con oltre un milione di vendite e ora la Fondazione si prepara a commercializzarla in altri Paesi. Juegaterapia desidera che tutti i bambini malati di cancro ricoverati negli ospedali possano avere una Baby Pelón per aiutarli a rendersi conto attraverso il gioco che, anche senza capelli, rimangono preziosi e speciali . Oltre che in Spagna, le bambole sono già disponibili in Portogallo, Messico e ora in Italia.

In Italia è possibile acquistare i modelli con foulard disegnati da Laura Pausini, Shakira, Ricky Martin e Teresa, una piccola combattente. Questo il link per acquistarle su Amazon.

Con i fondi raccolti, Juegaterapia ha realizzato in Spagna vari progetti come “El Jardín de Mi Hospi” (giardini sui tetti degli ospedali) o “Stazioni lunari” (stanze di isolamento arredate con temi dedicati allo spazio). Inoltre, grazie alle vendite dei Baby Pelones, è stato aperto un nuovo percorso – Juegaterapia Investigación – per finanziare studi sul cancro infantile.

In Italia, il progetto che verrà finanziato presso la Pediatria Oncologica INT sarà finalizzato allo studio molecolare dei tumori rari dell’infanzia.

Ritorna l’Alzheimer Fest

Dalla sera di giovedì 12 a domenica 16 a Treviso, nello spazio del Parco Artemio, nella sede della Provincia, torna con la terza edizione l’Alzheimer Fest, l’evento che trova il lato gioioso di una malattia sempre più diffusa e troppo poco raccontata. I malati di alzheimer e le loro famiglia sono spesso lasciati da soli a fronteggiare una realtà che sconvolge la vita.

La sconvolge ma può anche arricchirla di fantasia e creatività. L’amore per esempio al tempo dell’Alzheimer prende delle sfumature inaspettate: dramamtiche ma anche molto tenere e romantiche.

Ma non è facile vederla sempre in questo modo positivo e allora servono proprio eventi come l’Alzheimer Fest dove si sdrammatizza, ci si aiuta e si condivide. Saranno quattro giorni densi di avvenimenti, 100 eventi che comprendono concerti, film, arte, letteratura, disegno, spettacoli teatrali. Dedicati e agibili proprio per tutti: dai più piccoli ai meno fisicati.

Ma anche appuntamenti dedicati all’approfondimento sulle cure possibili e sull’accudimento dei malati. Tanto per farvi un’idea dell’aria che tira all’Alzheimer Fest potete guardare questo video in cui la brillantissima Gianna Coletti fa una “lettura critica” di Rosse Rosse per te (mitica hit di Massimo Ranieri nel lontano 1969). Qui il programma del festival e anche le indicazioni su come arrivare e dove è possibile alloggiare.

Biscotti vegan alla banana, cocco e cioccolato

Questi biscotti sono buonissimi e golosi. Facili e veloci da preparare. Bisogna solo avere un’accorgimento per gustarli meglio: prepararli il giorno prima e farli rimanere una notte in frigo. Il loro sapore sarà più intenso e si farà fatica, considerato che non sono troppo calorici, o almeno hanno calorie “buone”, a non finirli tutti in un attimosenza neanche sentirsi in colpa. (Anche il burro di arachidi è fatto in casa: divertente da preparare e anche meno costoso!)

Ingredienti:
– 1 banana e 1/2 – 1 tazza di farina integrale- 30g di nocciole- 2 cucchiai di cocco grattugiato- 3 cucchiai di sciroppo d’agave- 2 cucchiai di olio di cocco + 1 cucchiaino- 1/2 tazza di latte vegetale- cannella q.b.- 1 cucchiaio di semi di zucca- 1 cucchiaino di lievito madre
– burro di arachidi (circa tre cucchiai)- 100g di gocce di cioccolato fondente


Procedimento:
1) Riscaldare il forno a 180ºC.2). Sminuzzare le nocciole nel mixer per ottenere una granella fine.3) In una ciotola, unire gli ingredienti secchi (farina, nocciole, cocco grattugiato, cannella e semi di zucca) e mescolare.4) Pestare con una forchetta le banane e mescolarle insieme agli altri ingredienti liquidi (lo sciroppo d’agave, l’olio di cocco e il latte).5) Unire gli ingredienti liquidi a quelli solidi e aggiungere il lievito madre.+6) Mescolare bene.7) Posizionare l’impasto in piccole palline su una teglia coperta di carta da forno. Appiattire ogni pallina e, con un dito, creare un piccolo cratere al centro di ogni biscotto.8) Cuocere in forno per 20 minuti.9) Rimuovere dal forno e far raffreddare completamente. Mettere in frigo.10) Quando i biscotti sono completamente freddi, toglierli dal frigo e mettere un cucchiaino scarso di burro di arachidi al centro di ogni biscotto.12) Mettere i biscotti nel freezer.13) Mentre i biscotti si solidificano, sciogliere (nel forno a microonde o a bagnomaria) le gocce di cioccolato con un cucchiaino di olio di cocco. Una volta sciolto il cioccolato, mescolare bene.14) Rimuovere i biscotti dal freezer e cospargere ciascuno biscotto di cioccolato fondente.

Scuola: come scegliere lo zaino giusto e ridurre il peso

L’aspetto bizzarro nella crescita e nella maturazione degli studenti è che, fra la fine di un ciclo scolastico e l’inizio di quello nuovo, la loro consapevolezza subisce un scarto notevole. Con dslivelli da montagne russe. Alla fine della quinta elementare si sentono preadolescenti scafati che guardano con commiserazione i primini, poi pochi mesi dopo si trasformano in imbranatissimi studenti di prima media. Lo stesso meccanismo si ripete all’entrata del liceo e poi dopo essere orgogliosamnete maturati si trasformano in “sfigatissime” matricole universitarie.

In questo percorso a ostacoli alla conquista dell’autostima ho notato, oltre i classici risvolti psicologici, anche piccoli dettagli pratici che mostrano l’insicurezza degli studenti alle prese con una nuova realtà scolastica.

Come Linus con la sua coperta, anche i ragazzi quando affrontano una scuola nuova si difendono, si sentono più protetti, equippaggiandosi con più materiale possibile. Ci sono tante materie e, per paura di sbagliare, vogliono portare tutti i libri e quaderni. Poi classe dopo classe, crescendo viaggeranno sempre più leggeri: ormai strategicamente pronti a comprendere cosa sia veramente necessario.

Questa digressione per dire che la scelta dello zaino, sotto cui appunto barcollano, è importante. Per evitare problemi di postura e danni alla schiena sono state stilate, dal Dott. Giuseppe Larosa – Medico Chirurgo Ortopedico e Fisiatra, Responsabile della Fisiatria e Fisioterapia dell’Ospedale Koelliker di Torino – e la Dott.ssa Marina Gobbi – Medico Chirurgo Specialista in Medicina Fisica e Riabilitativa,  10 regole a cui è saggio attenersi.

Eccole:

1.     Ridurre il peso dello zaino, non superando quello massimo consentito (pari al 15% del peso corporeo del bambino). 

2.     Scegliere uno zaino ergonomico, che abbia quindi le seguenti caratteristiche:

·    spallacci ampi, imbottiti e regolabili,

·         schienale imbottito e, preferibilmente, con altezza degli spallacci regolabile,

·         cintura in vita per distribuire il peso al meglio e scaricarlo sulla zona del bacino.

3.     Indossare sempre entrambi gli spallacci.

4.     Regolare gli spallacci in modo che la parte più bassa dello zaino non arrivi a più di 10 centimetri al di sotto della vita.

5.     Posizionare gli oggetti maggiormente pesanti nella parte a contatto con la schiena.

6.     Riempire lo zaino in altezza e larghezza, mai in profondità. Se ha cerniere per ampliarlo (regolando la profondità) NON utilizzarle.

7.     Non correre né fare sforzi quando si sta indossando lo zaino.

8.     Utilizzare lo zaino per un tempo limitato, al massimo 30 minuti totali al giorno.

9.     Quando è possibile (es. sull’autobus o alla fermata) togliere lo zaino dalle spalle.

10.  Evitare i trolley: provocano una scorretta postura mentre si cammina, sbilanciata dal lato dello zaino e non rendono possibile il pendolamento di un arto, creando quindi uno squilibrio nello schema del passo.

Trekking e teatro

La Grigna Meridionale, nella catena montuosa delle prealpi Orobiche, sopra Lecco, è uno dei luoghi più spettacolari d’Europa, chiamata anche Grignetta o Le piccole Dolomiti. Con le sue innumerevoli guglie, è stata avamposto dell’alpinismo mondiale, luogo mitico per gli alpinisti di tutte le epoche.

Il prossimo weekend, 7 e 8 settembre, proprio qui debutta la prima edizione di un happening teatrale unico, si intitola In Grigna! Festival e letteralmente spettacoli e performance varie si svolgono nel meraviglioso palcoscenico della montagna. Un evento imperdibile per gli amanti della montagna e per chi ama il teatro.

Due giorni di trekking narrativi e spettacoli inediti, grandi nomi dell’alpinismo e della montagna, in uno dei luoghi più suggestivi della Grigna: il Rifugio Rosalba, con la straordinaria bellezza del suo paesaggio, scenografia mozzafiato di eventi in prima assoluta. Un evento ideato e organizzato da Rifugio Rosalba e Campsirago Residenza che si propone di portare e valorizzare la cultura della montagna là dove nasce, nel suo luogo naturale, per esaltarne la bellezza attraverso lo sguardo dell’arte, del racconto e del teatro. Un festival profondamente radicato nel territorio che, prima di tutto, rispetta la montagna, il suo paesaggio imponente e incontaminato, la sua fauna e i suoi silenzi.

Attorno al festival ruoteranno però iniziative che valorizzeranno la magia del luogo e la sua natura e che porteranno il pubblico a vivere l’intensità di un’esperienza speciale di montagna e cultura. 

L’obiettivo è anche quello di rivalutare e comunicare il rifugio non solo come luogo di accoglienza e ristoro ma anche come spazio culturale aperto e condiviso. In Grigna! festival chiede al pubblico e agli escursionisti di essere partecipi in prima persona e non solo spettatori. La particolarità dell’evento risiede inoltre nel fatto che gli spettacoli siano realmente opere site-specific, uniche e inedite perché create espressamente per il festival.

È possibile alloggiare a pagamento al Rifugio Rosalba (info@rifugiobrioschi.com) e al Rifugio Carlo Porta (info@rifugiocporta.com) fino a esaurimento posti. Nelle vicinanze è possibile alloggiare anche al campeggio La “Meridiana”

Signorina, mi tolga il tag!

Qualche giorno fa ero in piscina con mia figlia, per un pomeriggio piacevole e tranquillo. In posizione strategica sui lettini, fra sole e ombra per leggere e chiacchierare. A un certo punto decido di interrompere la pigrizia per fare qualche bracciata, poi tornando verso l’ombrellone vedo un arzillo e sconosciuto cinquantenne seduto di fianco a mia figlia.

Chi è e cosa vuole quello?

Mi avvicino perplessa e vedo che il nostro intruso ha un’espressione preoccupata disegnata sul volto mentre brandisce il cellulare con disperazione. Poi passa lo smartphone a mia figlia proprio mentre oramai sono arrivata fra loro. Sente il mio sguardo interrogativo e si volta verso di me per spiegare.

“Mi scusi ma non sono di Milano e ho un grosso problema!”

Continuo a guardarlo dubbiosa e allora cerca di spiegarsi meglio.

“Mi hanno taggato in una foto su Facebook e da ieri mi chiamano tutti i miei amici…mia moglie sa che non facevo niente…”, il tono è denso di preoccupazione.

“Non sono capace a togliere il tag…. è da ieri sera che provo… signorina mi può aiutare, per favore?”, sta implorando mia figlia.

E lei con laggerezza della nativa digitale (cercando di non ridere) fa la sua buona anzione verso l’anziano handicappato tecnologico e toglie quell’imbarazzante tag.

Lui è contento, sembra anche ringiovanito, senza tag può scorazzare tranquillo. Però c’è un piccolo dazio da pagare: sono curiosa e so che non può negarmi i dettagli (altrimenti potremmo sempre minacciare di rimettere il tag!).
“Ma scusi che foto era?”

“Ma niente…ero alla Balera dell’Ortica”

“Quella che va tanto di moda ed è consigliata ai turisti americani anche dal New York Times?”

Mi guarda stranito, ma sa che deve dirmi qualcosa in più.

“Ero con una tipa che mi ha taggato…. a mia insaputa…ma non succederà più!”

Blinded by the light

Quanto può influenzare nella crescita di un adolescente la passione musicale? Il fanatismo per una rockstar può diventare l’unico universo in cui vale la pena vivere? C’è un’età in cui succede e non deve essere necessariamente l’amore irrazionale per una boyband o l’ammirazione per una cantante da emulare. Può diventare anche uno stimolo per maturare e capire quale sia la propria strada.

E’ quello che succede nella storia, vera, raccontata da Blinded by the light , la pellicola ispirata dall’esperienza vissuta da Sarfraz Manzoor, un ragazzo pakistano emigrato in Inghilterra con i propri genitori, che in seguito al colpo di fulmine per la musica di Bruce Springsteen decise di non vergognarsi delle sue origini “straniere” e perseguire la sua passione di scrivere, diventando poi giornalista e autore. Dal suo romanzo autobiografico “Greetings fron Bury Place: Race, Religion and Rock’n roll” è stato tratto il film che esce oggi con il sottotitolo Travolto dalla musica, è un musical diretto da Gurinder Chada, già regista di Sognando Beckham, (i temi delle due pellicole sono molto simili).

La storia si svolge nel lontano 1987 a Luton, (dove sorgeva l’aereoporto londinese più sfigato e lontano dalla città, prima dell’avvento dei voli low cost) in piena era Thatcheriana. Il protagonista è un diciassettenne pakistano. Non particolarmente attraente, viene bullato dagli skinhead razzisti e violenti del quartiere dove vive. Comandato a bacchetta dal padre che teme si contamini con le peccaminose abitudini occidentali e naturalmente ignorato dalle ragazze a scuola.

Ma il suo triste destino cambia improvvisamente quando un compagno gli passa due cassette (sì quelle che si riavvolgecano con la matita!) del Boss. Scoprire la musica e le liriche di Bruce Springsteen diventa un’iniezione di entusiasmo, passione e coraggio. Basta passività, travolto appunto dalla musica, questo adolescente scoprirà per cosa vale la pena crescere e lottare.

Il film è una storia di formazione condita da molta musica, coinvolgente e ironica. Importante da vedere in questi tempi anche perchè si affronta il tema del razzismo e dell’intolleranza. Viene mostrata quella dei “bianchi” ma anche quella, altrettanto pericolosa, più intima e privata, dei genitori emigrati che negano ogni libertà ai propri figli.

Interruzioni

L’idea di diventare madri è tanto spesso edulcorata, raccontata come necessaria e imprescindibile nell’identità femminile. Ma la psicologia della maternità è molto più complessa, scomoda e sfaccettata. Peccato che parlarne sia ancora considerato tabù. Quando lavoravo in una rivista dedicata alla gravidanza e alle dinamiche familiari, non si potevano fare inchieste e servizi che descrivessero problematiche, timori ed emozioni negative. Era proibito turbare le mamme in attesa.

Il mondo materno doveva essere sempre luminoso e attraente. La realtà purtroppo non è così, ma pochi hanno il coraggio di ammetterlo e soprattutto pubblicare storie non proprio a lieto fine sul panorama della maternità.

Lo fa un libro profondo e attualissimo. Si intitola Interruzioni, era uscito nel 2016 ed è alla seconda edizione. Un insieme di quattro racconti (scritti da Camilla Ghedini, giornalista e autrice ferrarese) che esplorano con lucida onestà le emozioni più private, profonde e anche dolorose riguardo alla genitorialità.

Un flusso di coscienza che descrive, con lo stile del dialogo e del monologo, dubbi, paure e incertezze attorno alla decisione e il desiderio di diventare genitori. I bambini nascono prima nella nostra mente, poi nella pancia. Ma quanto questa pulsione può essere vera e quanto invece è solo spirito di emulazione e voglia di conformarsi alle regole sociali? E chi sceglie di non procreare pecca di egoismo e superficialità?

Camilla Ghedini affronta poi anche i lati più oscuri dell’essere madre, fino ad arrivare a esplorare la psicologia di una madre-mostro. Un’infanticida, una donna da vivisezionare nella prima pagina della cronaca nera. L’autrice, con grande sensibilità, riesce a entrare in un terreno intriso da sentimenti inenarrabili con una delicatezza e una profondità tali da coinvolgere e commuovere.

E’ difficile essere madri ma è altrettanto complesso essere figli. Questo libro, in un altro racconto, affronta il tema attualissimo del testamento biologico. Parlando di una figlia che non si è mai sentita amata e accettata dalla propria madre. Un racconto così vero e toccante (Mina Welby, moglie di Piergiorgio Welby l’ha letto con commozione e ha scritto l’introduzione al libro), da essere stato trasformato in uno spettacolo teatrale. Una piece interpretata da Gianna Coletti (nella foto piccola il manifesto), con la produzione di “Spericolata Quinta” e la regia di Renzo Alessandri.

Plumcake vegano al limone

Una torta adatto all’estate. Fresca, facile e veloce da preparare. Perfetta da gustare come dolce accompagnata dal caffè freddo. Golosa ma poco calorica, non danneggia la silhouette.

Ingredienti:

  • 1/2 tazza olio di cocco
  • 3/4 tazza zucchero grezzo di canna
  • 3/4 tazza latte vegetale
  • 2 cucchiai di semi di lino 
  • succo di un limone
  • 2 cucchiai di scorza di limone
  • 1 tazza e 1/2 di farina
  • 1 cucchiaino di lievito per dolci
  • 2 cucchiai di semi di papavero
  • un pizzico di sale

Procedimento:

  1. Preriscaldare il forno a 180ºC.
  2. Togliere l’olio di cocco dal frigo per farlo ammorbidire.
  3. Sminuzzare i semi di lino con un mixer a immersione in una tazza (oppure utilizzare un macinino per caffè) e unirli a 6 cucchiai d’acqua. Lasciare risposare per almeno 5 minuti.
  4. In una ciotola, mescolare l’olio di cocco (che dev’essere solido ma malleabile) con lo zucchero di canna, amalgamando bene i due ingredienti.
  5. Aggiungere gli ingredienti liquidi (latte, succo di limone), la miscela di semi di lino e acqua (che dovrebbe aver assunto una consistenza gelatinosa) e la scorza di limone. Mescolare bene.
  6. Unire gli ingredienti solidi (farina, lievito, semi di papavero, sale). Io ho usato 2/3 di farina integrale e 1/3 di farina di grano saraceno, ma potete usarne anche solo una.
  7. Una volta amalgamati bene tutti gli ingredienti, versare in una teglia rettangolare e infornare.
  8. Cuocere in forno per 50 minuti.
  9. Rimuovere dal forno e lasciare raffreddare.

Facoltativo: per rendere il dolce più piacevole esteticamente si può anche aggiungere una glassa fatta con zucchero a velo, olio di cocco e succo di limone!

Big little lies 2

Ho atteso con le migliori aspettative il ritorno della seconda stagione della serie Big Little Lies, ho appena finito di vedere le 7 puntate e poteva andare meglio. Le cinque mamme di Monterey, Celeste (Nicole Kidman), Madaleine (Reese Witherspoon), Jane (Shailene Woodley) e Bonnie (Zoe Kratviz) e Renata (Laura Dern) dopo aver fatto fuori Perry (Alexander Skarsgård), il marito fichissimo e violento della Kidman sono tornate. Tutte insieme in una trama molto annacquata.

Infatti dopo il grandissimo successo della prima stagione, dove il plot era frutto del romanzo di Liane Moriarty, l’HBO per capitalizzare ha imbastito subito un sequel, costringendo (a suon di verdoni ovvviamente) l’autrice ha scrivere “una novella” per imbastire una seconda trama Le produttrici sono Kidman e Witherspoon e per dare spessore alla minestra allungata è stata chiamata Meryl Streep (Marie Louise) che impersona la madre del defunto Perry. E’ stata stata anche sostituita la regista della prima serie e forse anche questo è stato un errore.

Nelle sette puntate della seconda stagione infatti, a parte l’avvento di nonna Marie Louise ( la Streep è stata parecchio imbruttita, tanto da ricordare Mrs. Doubtfire), non succede nulla. O meglio è tutta un’attesa per qualcosa che deve accadere e avviene, al rallentatore, solo nelle ultime due puntate. Per il resto il prodotto è confezionato benissimo: ottima la fotografia, perfetta la musica, sempre al top la recitazione di quasi tutti i protagonisti, ma tutti i colpi di scena sono molto molto diluiti e rasentano il nulla.

Le cinque protagoniste hanno vari problemi (la più efficace, simpatica e divertente è Laura Dern) ma li affrontano con una lentezza esagerata. In particolare i primi piani sofferti del bellissimo viso di Zoe Kratviz alla lunga sono esasperanti. Si aspetta e si prega che succeda qualcosa ma alla fine c’è solo delusione (tutto qui?). Nicole Kidman è vittima di un’overdose di botox ( o ha fatto il lifting?) tanto che ha ora un naso minuscolo e un mento stranamente sporgente. Nei prolungati primi piani sembra una Barbie disperata.

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