Ogni riferimento è puramente casuale

C’è l’aspirante scrittore che ha paura di essere troppo commerciale. Mentre la tizia dell’ufficio stampa, gatta morta professionista, la fa sognare a tutti e non si concede mai a nessuno, ma il suo “talento” serve per scalfire lo snobismo letterario di un critico crudelissimo nelle recensioni. Poi il libraio che, per non chiudere bottega e fallire, non sa più a che religione convertirsi. E ancora l’editore scaltro che conosce il valore inestimabile di un autore di bestseller, soprattutto se è morto.

Per non parlare dei ringraziamenti a fine libro. La masturbazione degli autori che scrivono perle come: e ringrazio il mio amico Giovanni, lui sa perchè. E anche la zia Rita che ha sempre creduto in me, dalla comunione in poi.

Antonio Manzini è un genio e un grande autore: si è tolto lo sfizio di raccontare con grande ironia e sarcasmo cosa succede dietro le quinte del dorato mondo delle lettere. Autori pretenziosi, egocentrici, disperati, osannati ma sempre e comunque infelici perchè c’è qualche “collega” che è più alto in classifica. Editori in crisi e pronti a tutto ai limiti della truffa.

Ghost writer di calciatori e star televisive professionalmente e contrattualmente solo un pelo sopra allo sfruttamento ai ragazzi del food delivery. Della letteratura non frega più niente a nessuno perciò pubblicare i libri di influencer, youtuber e insta vip è il modo che ha l’editoria per sopravvivere.

Una realtà tristissima che Manzini è riuscito a trasformare in qualcosa di spassoso. Ogni riferimento è puramente casuale, contiene sette racconti realistici e accattivanti. Leggendoli annuivo e ridevo da sola. Lo consiglio a tutti, da regalare e da rileggere più volte per garantie il buon’umore.

Il lato (molto) oscuro della maternità

E’ quasi finito tutto: non porterò più a scuola nessuno, non andrò più a un colloquio, non guarderò più un voto su un registro elettronico. Emma ha finito il liceo classico e fra una decina di giorni affronterà la maturità.

In tutti questi lunghi anni a contatto con l’istituzione scolastica e soprattuto con gli altri genitori ho scoperto molte cose. Interessanti snodi psicologici nella famosa interazione genitori-insegnanti. Ma quello che mi ha colpito di più sono stati i risvolti più squallidi della genitorialità. In particolare della maternità.

Nelle madri c’è strisciante un senso di perniciosa inadeguatezza che porta a negare la realtà e a esprimersi con comportamenti spesso aggressivi. Se i figli non si comportano bene è sempre colpa di qualcun’altro. A qualsiasi età e in qualsiasi situazione. Il problema non nasce mai dall’educazione famigliare ma dall’esterno, e ovviamente nell’ambito scolastico è colpa, sempre e solo, degli insegnanti.

La cronaca ci racconta di docenti picchiati, insultati, minacciati.

Ma pochissimi genitori ammettono che il proprio figlio sia un deficiente maleducato. Strano perchè tutti sbagliano e in giro, da sempre, è pieno di cretini. Ma sono sempre figli di qualcun’altro.

Questo negare l’evidenza provoca stress e purtroppo una bella opportunità per sfogarla è rappresentata dai social. In particolare le chat delle madri su whatsapp che diventano roventi proprio nei momenti dell’organizzazione di eventi ludici in cui incontrarsi, mangiare o bere insieme. Si parte con le migliori intenzioni e poi se qualcuno non è d’accordo con la location, l’orario o il menù, basta un attimo per scadere negli insulti anche personali.

Un’altra sfumatura della negazione di ogni possibile difetto nei propri ragazzi è spesso veicolata attraverso il mestiere della delegata di classe.

Come avevo già scritto, ben 8 anni fa, in questo post l’ incombenza spesso tira fuori il peggio di molte. Proprio stamani ho letto messaggi di madri di diciannovenni (individui maggiorenni che possono bere, fumare, guidare, fare sesso, ecc.) che lamentano di prof cattive che danno voti bassi e incitano gli altri genitori a fare rete per garantire la sufficienza ai loro ex-bambini.

Worldrise: insieme per salvare gli oceani

La plastica sta invadendo il nostri mari: la previsione drammatica è che nel 2050 fra i flutti non ci saranno più pesci ma solo plastica. E purtroppo non basta sentirsi a posto con la coscienza pensando di riciclare. Infatti solo il 30% serve per il Pet riciclato, il restante 70% è di plastica nuova. Quindi si rallenta ma non si interrompe il ciclo di contaminazione.

L’unica mossa veramente strategica è limitare il packaging il più possibile. Anzi l’azione migliore è quella di eliminarlo. Non è un’azione impossibile, una grande azienda cosmetica, come Lush, sempre attenta all’ecologia e al sociale ci è riuscita. Con successo e soddisfazione. Infatti proprio in questi giorni a Milano, il primo Lush Naked Shop in Via Torino, festeggia un anno di attività. Tutti i prodotti in vendita sono “nudi”, cioè privi di packaging inquinante. Una moda e un atteggiamento consapevole che ha conquistato e sensibilizzato il pubblico. L’esperimento è riuscito ed è stato duplicato anche a Berlino e Manchester.

I primi dodici mesi dello store 100% packaging-free hanno visto l’organizzazione di diverse attività per plasmare un futuro senza plastica: talk, tavole rotonde, laboratori, mostre fotografiche, proiezioni cinematografiche.

A un anno dall’apertura, il Naked Shop si conferma un luogo di sperimentazione e un punto di incontro alla ricerca di soluzioni per un futuro. Per festeggiare il primo compleanno del Naked Shop, Lush torna infatti al fianco di Worldrise, una onlus ideata da giovani per i giovani che sviluppa progetti di conservazione e valorizzazione dell’ambiente marino attraverso un percorso incentrato sulla sensibilizzazione, la creatività e l’educazione.

Lush insieme a Worldrise si è impegnata nel progetto Batti5 per sensibilizzare i più giovani sull’inquinamento della plastica in mare unendo creatività ed educazione ambientale. E con il più recente No Plastic More Fun, volto a creare una rete di locali, attività del pubblico spettacolo e club impegnati nel comune obiettivo di eliminare il consumo della plastica monouso.

Come spiega Mariasole Bianco, presidente di Worldrise, non possiamo più perdere tempo a discutere sul problema, dobbiamo tutti darci da fare: “Siamo in un momento cruciale della storia del nostro pianeta. Le decisioni che prenderemo nei prossimi 10 anni definiranno il corso degli eventi nei successivi 10.000. Sappiamo come risolvere il problema, tutto quello che ci serve è la volontà di farlo per il nostro bene e per quello delle generazioni future, elemento chiave per assicurare un futuro migliore al nostro pianeta.”

Pasta madre o blob?

Forse ho avuto una gestione troppo allegra della mia pasta madre. Dopo averla desiderata tanto, invidiato chi la usava…appena è stata mia, come spesso succede, l’ho data per scontata. E adesso “lei” si vendica. Non uso “essa” pronome degli oggetti inanimati perchè la pasta madre è viva.

Anzi la mia è vivace, alive and kicking, come si dice in inglese.

Ho letto che molti entusiasti panificatori fai-da-te danno un nome al loro lievito. Chiamerò la mia semplicemente Pasta.

Dopo essermi trastullata (e vantata) con varie tipologie di panificazione: dalla foccaccia al rosmarino a quella con le olive, dai panini integrali con le noci a quelli di manitoba con il sesamo, (oltre alla pizza tutti i giovedì!) sono diventata troppo disinvolta nel rapporto con Pasta.

Ero così rilassata nel farla crescere e prosperare da fare il rinfresco (quando la si nutre la pasta con acqua e farina per farla continuare a vivere) con troppa nonchalance. Senza il dovuto rispetto. Con una presunzione da pivella.

E allora Pasta mi ha rimesso in riga. Ero già stata avvisata un mesetto fa, quando dopo averla nutrita e rimessa in un contenitore in frigo, il giorno successivo, l’avevo trovata vagare tra i ripiani: era fuoriuscita dal recipiente dove l’avevo riposta e scivolava impavida verso il piano di sotto, alla conquista del tofu.

In quel caso il contenitore era piccolo con un tappo che non chiudeva ermeticamente perciò avevo sorriso e pulito, senza cogliere il messaggio di Pasta. Il suo non era uno scherzo ma un avvertimento.

Così, l’altro giorno, dopo averla messa in un tupperware più grande, con una bella chiusura a prova di fuga, l’ho ribeccata che, dopo aver raddoppiato di volume (e di forza), strisciava fuori, gonfia di ribellione.

Come un blob agguerrito, pronta a espugnare gli altri contenitori e prendere finalmente il potere del frigo. Così ho ripulito e l’ho blindata in due recipienti separati. Ma la sfida non era finita, ieri ha tentato l’evasione anche dal secondo tupperware.

Ho capito che devo correre ai ripari, così oggi ho trovato tutte le informazioni che mi mancavano per la corretta gestione del nostro rapporto. Adesso so che non posso lasciarle troppa libertà, devo “legarla” come consigliano gli esperti.

La vita dolce

Nella nostra realtà in cui tutto è banalizzato, il Carpe Diem di Orazio è diventato un logo da stampare su una maglietta e i segreti per conquistare un nuovo benessere sono quasi sempre frutto di qualche genialata marketing, scoprire un manuale con La vita dolce di Angela Lombardo è una bella e utilissima sorpresa. Un libro originale che coinvolge, incuriosisce a aiuta anche a migliorare le nostre abitudini di vita.

L’autrice infatti conduce il lettore attraverso gli scritti e la filosofia di Epicuro (spesso purtroppo semplificato dai media come il padre di un superficiale edonismo), e la poesia di Orazio e Lucrezio. Interpretando le loro opere si possono cogliere consigli importanti su come cambiare prospettiva, riflettere sui nostri errori, diventare più spontanei e vivere meglio.

La voce fresca e viva dei maestri antichi arriva in una nuova traduzione che ci restituisce tutto lo spirito dei loro testi. A dispetto di chi oramai considera lo studio del greco e del latino come un’inutile perdita di tempo e inneggia alle tecnologie, l’arte e la filosofia ci dimostrano che anche a distanza di millenni il cuore degli esseri umani batte sempre per gli stessi dolori.

Spessso c’è una certa paura o inibizione nell’affrontare i testi dei grandi classici, il pregio di questo manuale è proprio la capacità di approfondimento dell’autrice che riesce a spiegare i grandi principi universali che hanno ispirato questi autori armonizzando il loro pensiero con la nostra realtà (anche quella più pop!).

Perciò leggendo La vita dolce è facile convincersi che la felicità non è una cosa complicata, ma una scelta quotidiana che nasce anche dalla capacità di non accontentarsi e di coltivare la propria unicità.

Cassiera al cinema

La domenica pomeriggio spesso, per volontariato, faccio la cassiera nel cinema del mio quartiere. Si tratta di una vecchia sala, dove le proiezioni sono esclusivamente nel weekend: ogni settimana la stessa pellicola, visibile per tre giorni a orari diversi.

Nel quartiere vivono molti anziani, tanti cani e bambini. La programmazione del cinema è orientata sui film d’autore, perciò bambini e ragazzi al cinema se ne vedono pochi. La mancanza poi del distributore di bibite e della macchina del popcorn, agisce come deterrente su questa spensierata fascia di pubblico. Mentre le altre due categorie di abitanti del quartiere frequentano numerosi. Soprattutto nella giornata del mio turno alla cassa.

Ogni domenica pomeriggio il film, qualsiasi esso sia, è un appuntamento fisso. Gli anziani cinefili accorrono a frotte, forse anche solo per lamentarsi sulla scelta delle pellicole, molto spesso considerate noiose.

Arrivano a gruppetti di amici, qualcuno con la badante, altri con il cane. Per alcuni infatti il legame con l’amico peloso è così affettuoso e sinergico che sarebbe stato brutto separarsi anche solo per poche ore per la visione del film.

Così si era stabilito che qualche cane fortunato, un po’ su con gli anni, con un carattere pacioso e il perenne obiettivo di ronfare, potesse tranquillamente entrare. E rimanere sdraiato ai piedi dei padroni, a cui si riservava il posto in prima fila dove c’è parecchio spazio.

L’atmosfera del cinema è quindi piuttosto intima e familiare.

Non ci sono posti numerati, non c’è pubblicità, si può anche arrivare un po’ in ritardo, facendosi aprire bussando energicamente alla vetrata d’ingresso.

Insomma con il pubblico c’è un rapporto diretto e schietto, come prima dell’avvento dei multisala. Quasi più da bar che da cinema. Vecchi coniugi non si vergognano di battibeccare davanti alla cassa perché uno dei due ha dimenticato la tessera di frequenza (utile: a un certo punto garantisce un’entrata gratis).

E nessuno è mai stato inibito nel palesare la propria opinione alle cassiere riguardo alla pellicola. Sul bancone della biglietteria c’è anche una cassettina con foglietti e penna per lasciare commenti e suggerimenti, ma le recensioni orali e piene di pathos sono preferite dal pubblico.

“Robe da matti!”, qualcuno esce brontolando neanche a metà film, guardando in modo torvo le cassiere e sbatte la porta a vetri.

“Ma li scegliete voi?”, qualcun altro cerca un capro espiatorio per la sua frustrazione.

Mi sono chiesta come mai, nonostante la costante criticità verso la programmazione, il pubblico degli anziani continui a essere così assiduo. La ritualità del lungo pomeriggio domenicale da riempire in qualche modo non può essere l’unica ragione.

Altrimenti la reazione più tradizionale, anche fisiologica postprandiale, sarebbe passiva.  Assopirsi sulle poltroncine del cinema. E lasciar passar le immagini senza farsi troppo coinvolgere. Nel bene e nel male.

Ho pensato che deve esserci qualcosa di più profondo, per giustificare risposte così sanguigne verso quello che succede sul grande schermo.

Ho imparato a osservare meglio le reazioni, cercando di catalogarle. E notato che i film che fanno uscire il pubblico più scontento e litigioso sono quelli definiti lenti. Anzi peggio, realistici.

“Bello, ma che tristezza!”, ha sospirato uscendo una signora troppo educata per usare un sostantivo molto meno elegante.

Allora forse ho cominciato a capire, gli anziani non solo, banalmente, vengono al cinema per sorridere e divertirsi. Nel lasso di tempo della proiezione cercano veramente un’evasione.

Quasi un salvagente per navigare fuori dalla loro realtà.

Lo scopo è quello antico, quando si andava al cinema per sognare. Per dimenticare i propri affanni e identificarsi nelle avventure, più o meno mirabolanti, degli attori. Gli anziani arrivano al cinema, una domenica dopo l’altra, con l’inconscia speranza di rivivere storie d’amore. Viaggiare dall’altra parte del mondo. Scordare la badante seduta nella poltroncina di fianco. Sentirsi ancora pronti per un po’ di sana adrenalina. Per immaginare di avere un’altra chance: nuova, sfavillante e improbabile.

Invece le pellicole d’autore, drammatiche e impegnate, provocano l’orticaria. Generano intolleranza.  Sembrano un immeritato castigo. Per quello fanno arrabbiare.

Scarpe Hogan: le tendenze per la Primavera/Estate 2019

Stile modernista, colori intensi e design distintivo caratterizzano la collezione di scarpe Hogan SS19 arricchita da citazioni artistiche neon-pop californiane. Colori e trasparenze neon si mischiano a materiali iridescenti dando vita ad una collezione capace di esaltare al massimo i segni distintivi del Brand.

Scarpe Hogan tendenza ss19
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Scarpe Hogan: tendenza primavera estate 2019 uomo

La nuova collezione uomo Hogan reinterpreta i valori del Brand senza stravolgerli, utilizzando nuovi pellami, colori e design che anticipano le tendenze di stagione. Le nuove sneakers Hogan puntano i riflettori su Active One: modello dall’appeal sportivo che presenta un eccentrico mix di materiali e caratterizzato dal design deciso, rappresentativo dell’innovazione estetica dei segni distintivi di Hogan. Le versioni di Active One sono molteplici; da segnalare le proposte con tomaia bianca e inserti fluo e i modelli con tomaia knitted, rifiniti da dettagli in pelle.

Tra le sneakers Hogan non mancano le nuove versioni di modelli classici come Hogan H365, che fonde spirito retró e stile urban-casual, e Interactive3 che tra le tante proposte annovera anche un modello in versione sock boot assolutamente da non perdere.

Tra le scarpe Hogan formali della nuova collezione troviamo i mocassini che fondono alla perfezione lo stile classico e casual. Realizzati in suede, i mocassini Hogan sono caratterizzati da mascherina e monogramma impresso.

Scarpe da donna Hogan: le tendenze per la Primavera/Estate 2019

Per le scarpe donna della nuova collezione, Hogan punta su sneakers, sandali, sabot, slip on e ballerine che esaltano al massimo i valori del Brand. I nuovi sandali sono arricchiti da dettagli eleganti, capaci di conferire un look business, casual e un irresistibile tocco glam. Il Maxi H222 sandalo è l’interpretazione estiva della sneaker Maxi H222: modello rifinito da cinturini in pelle e fibbie metalliche è la sintesi perfetta dello stile bohemian chic.

Sorprendente il modello Active One in versione sandalo che sfoggia una suola ispirata alla sneaker Active per eccellenza. Active One è disponibile anche in versione slide con un design davvero super cool.

Tra le calzature online disponibili sul sito Hogan si fanno notare le platform: multicolor, maxi, classico o sparkling. Il platform delle sneakers Hogan completa ogni look. Novità assoluta della collezione SS19 è Hogan H449, sneaker dal platform vertiginoso che ridisegna il modello H365 d’ispirazione tennis. H449 è una sneaker innovativa che interpreta lo stile Hogan in chiave contemporanea.

Per la linea Hogan Atelier, il Brand si ispira a gemme ricercate e pietre scintillanti. Hogan Maxi Marquise combina la straordinaria raffinatezza e il design contemporaneo di Maxi H222 con gioielli ispirati alle tiare dei Reali. Per impreziosire ancor di più i look sofisticati.

Visita il Sito ufficiale per scoprire tutta la nuova collezione di scarpe Hogan per la stagione Primavera/Estate 2019.

Festival della lentezza

In un mondo che corre troppo veloce, rallentare è ormai un vero e proprio lusso, che pochi possono permettersi e che spesso è considerato sinonimo di pigrizia o di fuga dalle proprie responsabilità. Ma il nostro cervello, macchina lenta per eccellenza, ci ricorda che vivere con lentezza non solo è possibile ma è anche necessario per la salute di corpo e mente.

Bisogna esssere coraggiosi, fermarsi un attimo, tirare il fiato e imaprare a gustarsi la lentezza.

Secondo l’antica arte giapponese del kintsugi, ogni frattura, guasto, errore, può trasformarsi in una preziosa opportunità. Una metafora che nasce dalla pratica di aggiustare il vaso che cade a terra e si rompe ricomponendone i cocci con la polvere d’oro, plasmando da pezzi singoli pregiati manufatti. Così il tempo, che recupera il suo valore, diventa il modo per rimettere in sesto ciò che non va. 

Si dice infatti che “il tempo che aggiusta le cose” e su questo tema si costruisce la quinta edizione del Festival della Lentezza, dal 14 al 16 giugno 2019 tra gli splendidi cortili, le sale e il maestoso giardino della Reggia di Colorno (PR). Un evento, che è anche un luogo di contaminazione reciproca, fatto di incontri, laboratori, concerti, spettacoli, mostre per grandi e piccoli, ad ingresso gratuito e senza alcuna barriera tra gli artisti e il pubblico.

©Pierangela Flesi

Nel 2018 l’idea poetica su cui è stato realizzato il festival era “coltivare” ed hanno partecipato circa 20mila persone, le quali hanno potuto assistere agli incontri e spettacoli vari. Per questa edizione, si attendono altri appuntamenti importanti, nell’idea di favorire nuovi stili di vita, riprendere il proprio tempo e riflettere, per 3 giorni, sulla necessità di rimettere al centro la qualità e il benessere dei rapporti umani, nel rispetto del territorio e delle sue risorse, attraverso la cultura e la creatività. Per “aggiustare”, con speranza contagiosa, ciò che la fretta ha sottratto, riconquistando il tempo a cui abbiamo rinunciato e immaginando un nuovo futuro.

Qui tutte le info sul programma.

©Roberto Perotti

La paranza dei bambini: il film

Quando era uscito il libro di Roberto Saviano avevo scritto una recensione non troppo positiva. Pochi giorni fa sono andata a vedere il film tratto dal romanzo e forse per la prima volta ho trovato che la riduzione cinematografica è meglio del libro che l’ha ispirata.

Il ritratto della microcriminalità in mano ai minorenni che spadroneggiano per i vari rioni di Napoli, contendendosi le piazze dello spaccio e della riscossione del pizzo, nel romanzo è scioccante. Ma dopo i primi capitoli l’elenco di abberazioni e nefandezze di questi teenager diventa un po’ monotono, quasi una lista della spesa criminale.

Mentre nella pellicola il regista, Claudio Giovannesi ha reso la vicenda molto più coinvolgente. I giovani protagonisti, tutti ragazzi presi dalla strada, sono bravissimi forse proprio grazie alla loro spontaneità.

Il regista è riuscito a fare il ritratto di questi ragazzi che, per combattere il disagio che li circonda, scelgono la scorciatoia del crimine, sentendosi onnipotenti. La loro vita è raccontata in maniera cruda e realistica. A volte, loro malgrado, anche ironica. Senza giudizio o pietismi.

Per questi giovani boss il massimo è entrare in un negozio Nike (o quello di un brand simile) e spendere centinaia e centinaia di euro in abbigliamento firmato. Indossare le scarpe giuste, entrare in discoteca dove potersi permettere tavolo e champagne. Hanno quindici anni e anche le armi, ma sono inesperti e, da bravi nativi digitali, per imparare a usarle guardano un tutorial.

E’ un film che dovrebbero vedere i giovanissimi, proiettato magari anche nelle scuole. Per capire quanto siano vacui, sbagliati e anche pericolosi i modelli a loro imposti dal consumismo.

Il Giappone arriva a Bologna

Scoprire il meglio della cultura giapponese contemporanea, attraverso tutte le declinazioni di uno dei suoi temi più famosi e amati: cibo e riscoperta dei sapori, tra show cooking, ospiti ed eventi. È questo l’obiettivo della 9a edizione del Festival NipPop da venerdì 17 a domenica 19 maggio nel Quartiere Santo Stefano e al Teatro del Baraccano a Bologna.

La food culture sarà al centro del ricco programma della manifestazione, che vedrà la partecipazione di una serie di importanti ospiti internazionali amatissimi dal pubblico italiano, tra i quali la scrittrice OGAWA ITO, autrice del pluripremiato romanzo Il ristorante dell’amore ritrovato (da cui è stata tratta anche una versione cinematografica). E ancora Hirohiko Shoda – noto come CHEF HIRO – conosciuto e amato dagli spettatori televisivi per la sua partecipazione a La Prova del Cuoco e per la sua trasmissione Ciao, sono Hiro su Gambero Rosso Channel. Anche questa edizione si distingue per le prestigiose presenze legate al mondo del fumetto e dell’illustrazione.

Non mancherà uno sguardo al mondo dell’animazione, con un ospite d’eccezione: YASUO KAMEYAMA, produttore di serie animate e ideatore di riviste ed esibizioni a tema anime. Nei suoi oltre venticinque anni nel campo dell’animazione, ha prodotto alcune delle serie animate più famose: Doraemon dal 1986 al 2003, Marmalade Boy (noto in italia come Piccoli problemi di cuore) nel 1994.

Tantissime le attività per le famiglie: in collaborazione con Baraccano Kids – Il Baraccano dei piccoli propone un ricco programma dedicato ai più piccoli, per avvicinarli – divertendosi e sperimentando – al ricco universo della cultura giapponese. Qui il programma degli eventi per i bambini.

1. Laboratorio di ceramica raku

Un’esperienza unica, un laboratorio dedicato alla ceramica raku: una tecnica giapponese nata nel XVI secolo, una parola che significa gioia e liberazione. I partecipanti si cimenteranno nel rivestimento dei manufatti creati per loro con i particolari smalti appositamente formulati. Gli oggetti saranno poi sottoposti alla cottura e sfornati ancora incandescenti al fine di ottenere i caratteristici effetti decorativi con riflessi metallici, cavillature e affumicature. Conclusa l’esperienza i partecipanti riceveranno a ricordo della giornata gli oggetti da loro realizzati.

2. Laboratorio di disegno manga in collaborazione con Accademia Europea di Manga e Pentel

3. Origami con i maestri giapponesi dalla provincia di Mie

4. Vuoi anche tu diventare un ninja?

Gli amici della provincia di Mie porteranno a NipPop l’eleganza e la maestria dei ninja della città di Iga! I più piccoli – ma non solo – potranno cimentarsi nel lancio dello shuriken, la micidiale arma a forma di stella dei guerrieri ninja, e scoprire la storia di queste figure così popolari, misteriose e affascinanti.

5. Dimostrazione di karate classico e sportivo

Hiro © Francesco Vignali Photography

E la prova costume?

In questo maggio freddo come novembre dove si devono tirar fuori nuovamente maglioni e il piumino per dormire comodi, sembrerebbe essere annullato il tradizionale problema della prova costume. Ma non possiamo illuderci e perchè fra poco arriva giugno e probabilmente il caldo sarà improvviso e inclemente. Quindi saremo obbligati a spogliarci. Bianchicci e anche fuori forma? Come sfangarla?

Per rispondere a questo triste pronostico, riporto un comunicato che illustra alcune percentuali sui comportamenti più comuni rispetto alla remise en forme in vista della famigerata “prova costume” ovvero su come abbiamo il coraggio o l’orgoglio di presentarci al mare e in piscina.

Oltre una persona su due (56%) dichiara infatti di avere un programma e degli obiettivi precisi per fare bella figura: di questi, il 10% mira a risultati raggiungibili solo con molto sforzo, mentre il 46% ha prudentemente fissato traguardi che richiedono un minore impegno.

E’ quanto emerge dall’indagine condotta da Top Doctors (piattaforma di medici online che l’anno scorso aveva fatto una pubblicità capillare a Milano con foto di medici estremamente attraenti, purtroppo molto diversi dagli esemplari che poi si ritrovano nella realtà di ospedali e ambulatori!).

Tornando alla prova costume, oltre metà degli interpellati se ne occupa con più o meno impegno. Gli altri sono giovani, persone di mezza età, salutisti, che godono di ottima salute con uno stile di vita adeguato e che non necessita di preparazione. Sono quelli sempre pronti. Il 17% non si sottopone ad alcun trattamento perchè si considera già in forma. Nel 27% dei casi, invece non sono affatto interessati al problema (i pigri che comunque sono in un discreto stato di salute e non hanno alcuna voglia di faticare ne con attività fisica ne modificando le abitudini alimentari).

Ma quando si inizia a pensare, terrorizzati o meno, alla prova costume e ad agire di conseguenza? Mai troppo presto: il 55% del campione è consapevole di essersi mossa troppo tardi e che, anche quest’anno, i risultati sperati probabilmente non arriveranno. Nel dettaglio, il 32,5% dichiara di essersi ridotta a pensarci solo una volta arrivata la primavera, mentre il 23% ammette candidamente che, ormai, se ne riparla nel 2020. A riprova della tendenza che vede anche in Italia una sempre maggiore attenzione della popolazione verso una alimentazione salutista, accompagnata da una attività sportiva adeguata alla propria fascia di età, un buon 32,5% non si pone il problema della prova costume. Infatti tutto l’anno lavora sulla propria forma fisica. Invece il 12 %, come da cliché, si ricorda del problema e rinnova i buoni propositi dopo le feste natalizie.

Perquanto riguarda l’attività sportiva, il 22% degli intervistati prevede nei due mesi primaverili un ciclo di intenso allenamento, il 29% invece prosegue sistematicamente il programma fitness al quale partecipa attivamente tutto l’anno. Il 39%, pur non avendo un programma preciso, si allena quando capita ma è abbastanza attento all’alimentazione. Solamente il 10% confessa di non fare nessun tipo di allenamento.

Per quanto riguarda, invece, la corretta alimentazione, sorprendentemente il 48% degli intervistati dichiara di non fare particolari modifiche rispetto al resto dell’annoperchè cerca sempre di seguire un regime alimentare bilanciato, mentre il 34% continua incurante a mangiare quello che vuole, recuperando in primavera con diete stringenti ed allenamenti massacranti. Poco meno di due intervistati su 10 modificano quindi le proprie abitudini. Sul totale, meno del 10% segue una dieta impostata da uno specialista medico nutrizionista, oltre il 2% da dietista e il 5% si affida ai (potenzialmente pericolosi) consigli pescati su internet.

Per la prova costume siamo anche disposti a ricorrere ad aiuti come creme e trattamenti estetici? Tendenzialmente no nel 63% degli intervistati. Ad affidarsi alle sole creme anticellulite, rassodanti o dimagranti è circa il 12% del campione, a cui si aggiungono il 10% degli intervistati preferisce, invece, combattere le adiposità e la cellulite con cicli di massaggi e trattamenti manipolativi, e un buon 15% si sottopone a tutte le tipologie di trattamento citate. Integratori alimentari e farmaci non sono molto diffusi: non li sceglie il 68% degli intervistati. Chi lo fa, opta per lo più per integratori naturali drenanti e/o carnitina (17%), seguno pillole dimagranti (10%) prescritte dallo specialista e pasti sostitutivi (5%).

Sottomesse e ardenti

In ogni donna ci sta un demonio che salta fuori con il matrimonio!

Questa perla di saggezza, scritta negli anni ’40 da un collega con lo pseudonimo di Micio, l’ho scovata in una pagina di consigli dedicati al pubblico femminile delle prime copie di Grand Hotel, nato nel 1946 e ancora in edicola.

Sto facendo delle ricerche sulla storia della letteratura rosa in previsione della scrittura di un saggio sull’argomento. E ho trovato dettagli molto interessanti. inquietanti. Soprattutto sulla condizione femminile. Infatti “il rosa” da sempre è stato considerato un genere dedicato alle lettrici e quindi oltre alle storie d’amore nelle pagine delle riviste c’erano sempre la posta del cuore e la rubrica dei consigli “sociologici” su come cavarsela nell’intricatissimo mondo dei sentimenti.

L’articolo di Micio si intitolava: Che donne vogliono questi uomini? una specie di indagine pioniera di titoli futuri come “Le donne vengono da Venere e gli uomini da Marte” o anche “Quello che gli uomini non dicono“,. Quindi Micio potrebbe definirsi quello che oggi chiamiamo “un visionario”, insomma uno che era avanti con i tempi. Peccato che nella sua indagine non approfondisca più di tanto. La prima domanda che si pone è: meglio la donna bella o quella brutta? Sembra banale ma il nostro Micio spiega che la brutta è da sposare mentre la bella da…corteggiare. Perchè tra le righe spiega che la bella attrae ma fa paura, meglio non fidarsi.

E qui purtroppo mi sembra che quasi un secolo dopo non è che si siano fatti così tanti passi avanti. Le belle di oggi oltre a essere attraenti sono anche diventate indipendenti, esigenti, giudicanti e quindi fanno ancora più paura e rendono diffidenti.

Micio poi passa su un altro argomento scottante: meglio la bassa o quella alta? Qui il nostro contestualizza, in Italia gli uomini alti sono pochi, quindi meglio la bassa (anche più comoda da sovrastare).

Ultimo amletico dubbio: la grassa o la magra? E qui si discrimina: Micio scrive che di solito nelle classi povere vanno per la maggiore le più polpose mentre tra i ricchi si apprezzano anche le false magre.

(Avevo una zia falsa magra, adesso però non esistono più!)

Per aiutare nella scelta della futura moglie, Micio infine conclude con due consigli d’autore. Gozzano diceva: Le grasse sono più riposanti. (come un divano?)

Mentre De Gruyere affermava “Le donne magre sono più ardenti”

Per crescere bene e diventare una brava moglie, a prescindere dall’aspetto fisico, ho scoperto un’altra chicca, un settimanale per bambine, pubblicato negli anni’30. Si intitolava Donnina e aveva articoli (primitivi tutorial!) sulla cura della casa, su come usare ago e filo e impare nobili principi! (di sottomissione)

La verità sul caso Harry Quebert : la serie tv

Nel 2012 avevo letto come più o meno tutti (3 milioni di copie vendute, traduzioni in 30 Paesi), il giallo best seller del ginevrino Joël Dicker che aveva deluso tutte le mie aspettative. Mi ero sciropppata il copioso volume, circa 800 pagine, per vedere dove andasse a parare e alla fine è stato il trionfo dell’ovvio.

Probabilmente non ricordavo bene i dettagli, dopo sette lunghi anni, e così ho guardato la serie ispirata al romanzo. Bellissima e suggestiva la fotografia della natura, nello stile del regista e produttore Jean-Jacques Arnaud (Sette anni in Tibet, L’orso), toppatissima invece la scelta del casting. La storia si svolge in due spazi temporali: nel 1975 e nel 2008. E tutti i persoanggi quindi godono di due versioni: giovani e invecchiati. Peccato che per la stragrande maggioranza abbiano scelto attori che non si assomigliano. Oppure siano truccati da anziani in maniera ridicola.

La vicenda inizia a metà anni’70 quando il giovane e affascinante scrittore Harry Quebert affitta una mega casa vista lago in una località del Maine chiamata Sommerdale. E’ un tipico paesino da telefilm americano che strizza l’occhio a Twin Peaks, atmosfera idilliaca che nasconde torbidi intrighi a base di giovani ragazze dalla sexy innocenza che manda in tilt la moralità dei maschi del luogo.

Chi fa la parte di Harry Quebert trentenne? Patrick Dempsey, affascinante dottore di Grey’s Anatomy che in realtà ha 54 anni. Un po’ vecchio per il ruolo e si vede molto. Certo è anche produttore della serie e quindi visto che investiva i suoi soldi non hanno potuto togliergli la parte!

La seconda tranche della storia, è 2008 (tutti avevano dei gran Motorola Startac!) e chi fa il vecchio Harry Quebert? Sempre Dempsey, invecchiato con dei gran capelli ricci e grigi, un po’ troppi e tanto imbizzariti. La giovane protagonista, Nola, di cui lo scrittore si invaghisce, ha solo 15 anni, è molto bella, secca secca come una top model e spesso sembra demente. Lei non invecchia perchè la fanno fuori. Un problema in meno per il casting.

E naturalmente c’è il tipico diner americano, dove la cameriera con il grembiule attillato ha sempre la caraffa in mano e chiede H24:

“Ancora caffè tesoro?”

Nel diner si reca spesso un certo Marcus, giovane scrittore prodigio newyorkese che cerca di indagare per scoprire chi ha ucciso la bella e irritante Nola. Ma spesso gli mettono i bastoni fra le ruote e lui fa un po’ il broncio.

Tanti sono i sospetti e come vuole la teoria ottocentesca di Cesare Lombroso, se sei brutto magari sei anche colpevole. Harry Quebert è bello quindi è forse accusato ingiustamente. Insomma va avanti così tra un clichè e un deja-vu. Originalità zero, sorpresa pure.

Chi ha paura di Imma Tataranni?

A volte nei romanzi i personaggi sono descritti così bene che riescono a evadere dalla storia e diventare vivi. Questo è sucesso a Imma Tataranni, pubblico ministero della Procura di Matera e protagonista dei gialli di Mariolina Venezia. Questa PM è ribelle, spiacevole, ironica e acutissima. E proprio per questo le sue avventure coinvolgo e divertono, rendendo Imma quasi vera, insopportabile e cara come un’amica.

Una over forty con uno spiccatissimo cattivo gusto nell’abbigliamento: abbina colori improbabili a modelli completamente inadatti alla sua silhouette, bassa e straripante. Imma è condannata, suo malgrado, al multitasking: investigatrice ma anche moglie, madre, nuora e massaia. Forse per questo non ha mai tempo per il parrucchiere e la tinta fatta, in fretta, a casa non sempre le riesce bene.

Proprio per questa sua aria totalmente imperfetta la Tataranni, detta anche la Calamity Jane della Procura è irresistibile. Infatti le sue indagini sono arrivate al terzo romanzo: Rione Serra Venerdì, è stato pubblicato da poco e nel prossimo autunno sarà in arrivo un quarto libro, quando le avventure di Imma diventeranno anche una fiction televisiva su Rai 1.

Sottotitolo di questo giallo è Imma Tataranni e le trappole del passato, la nostra infatti deve indagare sulla morte di una sua “vecchia” compagna di scuola. Si trova a rinvagare antiche dinamiche liceali che tornano a galla con tutto il loro bagaglio di invidie e maldicenze. Cornice della storia è come sempre la Basilicata e in particolare Matera, dove Imma si muove a suo agio, tra vecchie tradizioni e l’incombente ondata di dilagante turismo.

Rione Serra Venerdì è il nome del quartiere, voluto negli anni’50 da De Gasperi, inorridito alla vista delle condizioni di vita in cui versavano gli abitanti dei Sassi. Come spesso succede però con il passare degli anni, dopo il bel gesto edilizio, questi quartieri posticci costruiti per vincere il degrado, diventano a loro volta terre di disagio. Nel romanzo sarà appunto a Rione Serra che Imma, fra un pranzo con i parenti, un litigio con la figlia adolescente e una fantasia erotica rivolta al suo maresciallo un po’ troppo giovane e avvenente, dovrà scarpinare per trovare l’assassino.



Lux

Ricevere un’eredità inaspettata è il sogno di tutti. Una sopresa che può cambiare la vita o semplicemente renderla un poco più complicata. E’ quello che succede a Thomas Edwards, il protagonista di Lux, romanzo d’esordio di Eleonora Marangoni che si è aggiudicato il premio Neri Pozza ed è candidato fra i dodici libri nella semifinale del Premio Strega.

Infatti a Thomas, giovane architetto italoinglese che vive a Londra e si occupa di istallazioni luce, arriva la notizia che un suo eccentrico zio gli ha lasciato un piccolo albergo in una remotissima (e non ben identificata) isola siciliana. Particolarità dell’hotel è avere accanto una fonte di acqua termale, ragione per cui gode di una piccola e cosmopolità clientela di habituées.

Thomas è il tipico trentenne un po’ anestetizzato nelle emozioni. Vive nell’agio, ha qualche soddisfazione professionale, una fidanzata inglese goffa e gentile, ma si macera nella nostalgia di un amore perduto. Sta anche per disinteressarsi dell’alberghetto ereditato ma una serie di circostanze lo costringono a fare i conti con la realtà del lascito. Ad andare sull’isola e gestire la faccenda.

La nostalgia, riguardo alle cose, alle persone e alle sensazioni perdute è il tema del romanzo. Lo stile di scrittura è molto ricercato, rende piacevole e coinvolgente la lettura. La trama principale è arricchita da innumerevoli digressioni su dettagli e personaggi di contorno, ben delineati. Peccato però che alla fine il lettore si aspetterebbe qualcosa di più, una svolta, un piccolo coup de theatre o anche solo che le belle e raffinate descrizioni fossero finalizzate a sostenere un contenuto narrativo più denso.

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