Andy Warhol in mostra a Bologna

Una mostra che funziona quasi come la macchina del tempo: si torna a ritroso nel passato di oltre trent’anni.

(Nel periodo in cui i leggings erano famosi per la prima volta e si chiamavano fuseaux!)

Si torna agli anni ‘80 che si aprono con l’elezione dell’ex attore Ronald Reagan a Presidente degli Stati Uniti. L’economia si trasforma in finanza e si accumulano ricchezze inimmaginabili. John Lennon muore ucciso sotto casa l’8 dicembre 1980. La borsa di New York crolla e materialmente anche il Muro di Berlino. I fatti di piazza Tienanmen, l’invenzione del www e l’impazzare dell’Aids negli USA.
Nel giro di poco l’arte perde, tra gli altri, Keith Haring, il fotografo Robert Mapplethorpe mentre Basquiat muore distrutto dalla droga.

Quando l’economia “tira” la pittura ne è il primo segnale: nel 1980 The Times Square Show è la prima mostra sulla generazione di graffitisti, anarchica nello spirito ed estremamente provocatoria.

 

Oltre la pittura, Jeff Koons rappresenta il perfetto trait-d’union tra arte ed economia: dopo l’esperienza come broker a Wall Street, Koons riflette sugli status symbol della nascente classe dirigente americana analizzando impietosamente kitsch e banalità. (E pensare che prima lo consideravo solo il marito-artista-eccentrico di Cicciolina!)

Letti troppo spesso come il decennio del disincanto e della superficialità, gli anni ‘80 hanno un loro modo di fare politica in un’esplosione di colori e figure dove l’arte non è solo esperienza visiva.

A raccontare il fermento irripetibile di un decennio che ha visto combinarsi arte, musica, cinema e letteratura – nel momento in cui gallerie e mercato internazionale decretano il clamoroso successo del ritorno alla pittura – a Bologna arriva questa mostra di Warhol, Haring, Schnabel, Koons, Basquiat e molti altri.

 

Sono visibili 36 opere e 38 polaroid Andy Warhol che, dopo essere stato vittima nel 1968 di un terribile attentato, proprio all’inizio degli anni ‘80 torna al centro della vita artistica e sociale di New York.
Tra pubblicità, commercio, beni di consumo – dai Duty Free ai Levi’s Jeans – il nuovo Andy guarda ancor di più al modo della comunicazione e dei media, avvicinandosi così alla  generazione di giovani artisti degli anni ’80 che in lui hanno visto un anticipatore, un vero e proprio guru.
Trasformando in arte i feticci dell’immaginario collettivo americano e anticipando l’instaurarsi del potere dei mass media, Warhol rese icone i personaggi dello star system e i simboli del consumismo: Liza Minelli, Marilyn Monroe e Mao accanto a Campbell’s Soup, Brillo Boxes e il Dollaro, tutte presenti in mostra a Bologna.

Pimpa is back!

Domenica prossima, 14 ottobre, è la giornata delle famiglie al museo e gli ingressi sono gratuiti, qui potete trovare le mostre più interessanti vicino a voi.

Se siete a Milano, al Museo del fumetto, potete visitare la retrospettiva sul Corriere dei Piccoli, il primo giornalino dedicato ai bambini e un pezzo di storia del mondo dell’illustrazione a fumetti. Ma veramente imperdibilie domenica pomeriggio il laboratorio sulla Pimpa, una lettura animata che racconta l’avventura della cagnetta a pois e della sua amica papera Olivia.

La Pimpa, creata dalla fantasia di Altan per intrattenere la figlia bambina, in realtà avrebbe ben 43 anni (è nata infatti nel lontano ’75), portati benissimo.

Le sue avventure piene di intelligenza e ironia sono sempre attuali. Soprattutto a casa mia dove siamo (ancora) grandissimi fan. Come non ricordare perle di saggezza sparse fra i suoi fumetti. Come, ad esempio, le gag del Pavone Alfonso che si rimirava allo specchio ripetendo: “Dio come sono bello! Dio come sono bello!”

Non è forse un segno premonitore dell’overdose di selfie che ci sta invadendo?

Sono contentissima che la Pimpa sia stata rispolverata, è un personaggio di grande valore educativo per i più piccoli. Insegna ad amare la natura, gli animali, a credere nell’amicizia.

Aveva 303 amici ancor prima dell’avvento di Facebook!

E poi, ammettiamolo chi- tra i genitori- non si è mai chiesto se Armando, con quel baffone assassino alla Freddy Mercury, non fosse per caso un papà arcobaleno?

Perchè in questo mondo di guerrieri e fatine, la Pimpa non fa distinzioni di genere.

Un po’ di tempo fa parlando con alcuni bambini l’avevo citata: “Ti piace la Pimpa?”

Mi hanno guardato come fossi un dinosauro, nessuno sembrava conoscerla.

“Grande perdita per questi nativi digitali”, ho pensato.

Ma ora è tornata e vedo una luce in fondo al tunnel 🙂

Arriva il Trenino Thomas

A Milano il servizio ATM, che gestisce i mezzi pubblici, lascia molto a desiderare. La parte migliore sono i tram in stile vintage. Con orgoglio patriottico possiamo dichiarare che sono lo stesso modello delle cable cars di S. Francisco e anche dei tram di Lisbona, che un paio di anni fa erano gloriosamente immortalati sul manifesto della promozione turistica del Portogallo.

Guardando il poster di visit Lisbona, si diceva: “Ehi, ma quello è il 23!”

Sì, i tram sono proprio belli, probabilmente ce li invidiano tutti e perciò sono diventati affittabili, per cene, feste e soprattutto pubblicità.

L’ultima mossa di ATM per farsi apprezzare (e far dimenticare ai milanesi che ogni tanto gli autobus si incocciano e il biglietto a gennaio aumenterà a 2€) è stata aprire un fichissimo profilo Instagram.

Per far contenti i cittadini, soprattutto i più piccoli, ora c’è un altro colpo di scena: sabato 20 ottobre dalle 11 alle 17 e domenica 21 ottobre dalle 14 alle 17, arriva il Trenino Thomas, un tram è “tematizzato”, per traformarsi nella locomotiva blu amata dai bambini.

L’iniziativa è pensata per celebrare l’arrivo del nuovo film con protagonista il famoso trenino. Si intitola “Un mondo di avventure” e sarà in onda in prima assoluta su Cartoonito, canale 46, venerdì 26 alle 18:40.

Quindi chi vorrà si potrà fare un giro a Milano partendo da Piazza Castello per proseguire poi verso la Darsena e l’Arco della Pace. Ma probabilmente i bambini non guarderanno il panorama perchè a bordo potranno giocare con i giocattoli ispirati alle avventure che si svolgono nell’isola di Sodor, dove è ambientata la storia del Trenino.

Il mondo del Trenino Thomas nasce dalla fantasia di un reverendo inglese, Rev. W. Awdry, che nel 1945 pubblica ‘Railway Series’, una collana di libri dedicata al figlioletto con le storie di alcune locomotive a vapore che abitano l’Isola di Sodor.

(Gli inglesi sono da sempre fulminati con il mondo dei treni. Come noi abbiamo gli umarrels che tengono d’occhio il lavoro nei cantieri edilizi, la versione inglese degli stessi fissa gli snodi ferroviari con ammirazione. Da noi sarebbe impossibile!)

Qui le info per farsi un bel giro sul Trenino Thomas.

Elite: la peggior serie di sempre?

Nei teen drama, le serie televisive dedicate agli adolescenti tutto deve essere amplificato: timori, invidie, gelosie, cattiverie, sesso, droghe. Per fare audience i finti adolescenti televisivi (di solito interpretati da attori venticinquenni) hanno dark side molto evidenziati, disagi spesso patologici.

Un eclatante brutto esempio di questa tendenza è la nuova serie spagnola Elite, prodotta da Netflix.

La storia si svolge a Las Encinas, la scuola da ricchi del Paese, con un’ ambientazione che clona i prestigiosi istituti d’oltreoceano. E’ un po’ un Gossip Girl in un Paese con il PIL molto più basso.

Siamo in Spagna e quindi i ragazzi indossano le belle uniformi scolastiche, ma hanno un sacco di sfighe in più rispetto ai coetanei americani. La prima è dover accettare l’arrivo di tre alunni di una classe sociale molto più bassa (il titolo della serie Elite, significa che Las Encinas forma appunto la futura elite, la classe dirigente del futuro).

I tre poveri sono arrivati perchè hanno vinto una borsa di studio (oltre che pezzenti anche secchioni!) perchè la loro vecchia scuola, ovviamente in un quartieraccio, è crollata per colpa del costruttore che aveva usato materiali scadenti.

(E in che classe sono inseriti i poveri? In quella dove ci sono anche i figli-fichi del costruttore-truffatore. Ma guarda che combinazione!)

Naturalmente questo innesto di gente strana/diversa non è ben accettato dai giovani e ricchi rampolli e quindi succede il fattaccio. Ci scappa il morto.

Sì, Elite è un thriller teen drama e per catturare lo spettatore, inizia subito con gli interrogatori, copiando lo stile di un’altra serie molto più accattivante.

Così, tra canzoncine imbarazzanti e scene in slow motion si imparano a conoscere i protagonisti: fra questi ci sono tre attori de La Casa di Carta (per gli appassionati: Rio, Denver e Alison). Sono la scoperta più bella di tutta la trama, perchè il resto è veramente un’accozzaglia di luoghi comuni e temi pruriginosi acchiappa-adolescenti mischiati alla rinfusa.

Hanno infilato dentro di tutto: differenze di classe, malattia, omosessualità, bullismo, truffe, violenza, religione e una bella spruzzata di perversioni sessuali che, di solito, a sedici anni se non sei cresciuto in un postribolo, non riesci proprio a inventarti.

Un mix esagerato che fa sembrare Tredici un’opera di Shakespeare.

Giusto un piccolo esempio per rendere l’idea: uno dei ragazzi sta scoprendo la sua omosessualità allora va su un app per cercare un partner. Però vorrebbe anche farsi un po’ di canne, per rilassarsi, quindi cerca anche uno spacciatore.

Il destino vuole che il pusher che trova non solo sia gay, ma pure musulmano. Insomma  erano così tanti i temi da esplorare che a quell’attore nel personaggio da interpretare è toccato il 3×1, la combinazione di tre tematiche.

E cosa si dicono i due mentre partono i primi approcci su un muretto?

“Excusatio non petita accusatio manifesta!” (giuro, parlavano in spagnolo ma il ragazzo ricco al pusher musulmano che tentava di baciarlo ha detto proprio così)

Lo spacciatore ha risposto qualcosa come: “Che caxxx dici?”

Allora il latinista sedicenne ha fatto marcia indietro e mormorato: “Nada”

Ecco, in quel momento tutto mi è stato chiaro. Il povero sceneggiatore, lo schiavo a cui avranno chiesto di scrivere a tempo record i testi per la serie (per quello ha prodotto una tale schifezza), aveva fatto il liceo classico e per vendetta ha infilato lì quella frase!

Scatti nella natura per salvare il pianeta

Torna da oggi a Milano, Wildlife photography of the year, un appuntamento imperdibile. E’ la mostra di fotografie naturalistiche più prestigiosa del mondo, che quest’anno ha lo scopo di sensibilizzare verso la salvaguardia del pianeta.
In competizione per la 53a edizione, oltre 50.000 scatti realizzati da fotografi professionisti e non, provenienti da 92 paesi. Selezionati, alla fine dello scorso anno, da una giuria internazionale di esperti, in base a creatività, valore artistico e complessità tecnica.
Come di consueto, i visitatori potranno ammirare le foto finaliste e vincitrici delle 16 categorie del premio che ritraggono l’incredibile biodiversità esistente sulla Terra, mostrandone i lati più nascosti e misteriosi.
I paesaggi, il regno botanico e quello animale, immortalati dai fotografi, regalano uno sguardo emozionante ma anche consapevole quale testimonianza visiva di un ambiente da difendere e preservare.

L’abbraccio degli orsi © Ashleigh Scully

La scelta del vincitore assoluto è emblematica. Il Wildlife Photographer of the Year è stato assegnato al fotografo sudafricano Brent Stirton che ha ritratto un rinoceronte appena colpito e mutilato del suo corno all’interno del Parco Hluhluwe Imfolozi, la più antica riserva naturale africana. La foto Monumento alla specie, di forte impatto emotivo e di grande profilo artistico, documenta con estrema crudeltà il dramma del bracconaggio al rinoceronte per vendere i loro corni al mercato nero, che purtroppo ancor oggi in Cina, per superstizioni e ignoranza, sono considerati preziosi afrodisiaci.

Stirton ha dichiarato di aver visto almeno altre trenta scene di questo tipo durante il suo reportage all’interno della riserva.

Monumento alla specie© Brent Stirton

Il premio per il miglior scatto della categoria giovani, il Young Wildlife Photographer of the Year, è andato all’olandese Daniël Nelson che nello scatto La bella vita èriuscito a immortalare un gorilla felicemente sdraiato e intento a mangiare con gusto un frutto dell’albero del pane. L’immagine, realizzata nella foresta del Parco Nazionale di Odzala, nella Repubblica del Congo, rappresenta perfettamente l’innegabile somiglianza tra le scimmie selvatiche e l’essere umano, ma soprattutto l’importanza dell’ambiente da cui dipendono.

Il percorso della mostra espositivo illustra tutte le immagini vincitrici e finaliste divise in categorie: Ritratti di animali, Uccelli, Invertebrati, Anfibi e Rettili, Mammiferi, Bianco e nero, Fauna selvatica urbana, Ambienti terrestri, Animali nel loro ambiente, Piante e Funghi, Sott’acqua.
Altre sezioni portano all’attenzione su questioni complesse quali il cambiamento climatico e la deforestazione. Illustrano storie di dedizione personale alla conservazione della natura e all’azione ma anche il racconto del terribile impatto che, di proposito o involontariamente,  l’uomo ha sempre più spesso sul pianeta.
Infine, la sezione Young Wildlife Photographers è dedicata ai giovani fotografi, sempre sorprendenti, fino a 10 anni, da 11 a 14 anni e da 15 a 17 anni.
A corredo della mostra, a grande richiesta, torna la possibilità di fare un’esperienza di “realtà virtuale immersiva”, grazie ad un visore RV di ultimissima generazione che trasporta i visitatori in affascinanti ambienti naturalistici.

Weekend in mongolfiera

Volare in mongolfiera è un’esperienza unica: emozionante e indimenticabile. Per questo sta diffondendosi sempre di più l’idea di regalare questa avventura per festeggiare occasioni speciali e renderle ancora più memorabili.
Il volo è adatto a tutti, anche ai meno coraggiosi, senza limiti di età. Per salire nel cestello della mongolfiera non sono necessarie speciali doti acrobatiche.

Una volta deciso dove volare c’è una ritualità che rende ancora più intrigante l’esperienza. Il giorno prima della partenza, si aspetta la comunicazione del pilota che confermi il viaggio, infatti volare in mongolfiera è anche qualcosa di antico, che asseconda necessariamente i ritmi del vento e della natura.
Perciò bisogna seguire le previsione metereologiche per avere il via libera. Se tutto è a posto, l’appuntamento è all’alba sul luogo di decollo. E l’eccitazione dovuta all’idea di provare questa esperienza fa dimenticare anche la levataccia.
Si viene condotti con un transfer sul posto del decollo, si incontrano i piloti, tutti professionisti con molte ore di volo e in perenne contatto con l’aereoporto più vicino, e gli altri partecipanti al volo. I cesti delle mongolfiere hanno capienza diversa e possono trasportare da 4 a 10 persone.

E’ un’escursione avventurosa che si potrà fare nei cieli lombardi, oppure in Toscana, in Umbria o ancora sopra Torino, o Roma. Da questa prossima domenica 7 ottobre tra gli itinerari di volo in pallone si aggiunge anche Ferrara.
Un sogno ad occhi aperti quello di avvicinarsi alle nubi in mongolfiera, che diventa realtà ogni prima domenica del mese, quando si innalzano i grandi palloni colorati pronti a guardare la città, le meraviglie artistiche e i giardini nascosti, dall’alto. Un’esperienza che si può prenotare direttamente qui.

Prima della partenza il pallone viene gonfiato, sdraiato su un fianco, con l’aria di ventilatori che viene scaldata grazie a un colpo di fiamma da fornello a bombola. Per volare infatti, seguendo un principio della fisica, l’aria del pallone deve essere più calda di quella dell’atmosfera circostante.
Quando il pallone è pronto si sale nel cestello, ci si arrampica utilizzando apposite feritoie. Una volta a bordo, inizia l’avventura!
Si volteggia nel silenzio e nella luce rosata dell’alba. Si ascoltano i primi rumori della vita che si risveglia e sembra di vivere un sogno. Una suggestione magica mai sperimentata prima.

Il volo dura circa un’ora e mezzo e poi c’è il tocco avventuroso dell’atterraggio, che non è mai in un posto definito in precedenza, sempre perché il pilota deve seguire le correnti del vento e manovrare con sapienza l’equilibrio dell’aria calda/fredda del pallone.
E una volta scesi, si fa colazione, si brinda per commemorare il volo e si torna con l’equipaggio o in bicicletta al punto di partenza.

Al cinema con il cane

Qualche anno fa a Londra ci sono stati i primi cinema che hanno permesso alle neomamme di portare il bebé e allattarlo nel buio della sala. Succedeva in orari speciali delle proiezioni pomeridiane. Dalla scorsa estate è partito, sempre nei cinema londinesi, un nuovo esperimento sociale molto interessante, al cinema si può portare il cane.

La sala pioniera di questa accoglienza è stata quella di Pictureshouse in Picccadilly, almeno una proiezione ogni sei settimane è dog friendly. La prossima è domenica 7 ottobre. Per il cane cinefilo è prevista una copertina, una ciotola d’acqua e anche uno snack.

Le prime pellicole a misura di cane sono partite dal classico Lilly e il vagabondo, così se qualche spettatore abbaiava poteva confondersi con i “dialoghi” del film. Poi quest’anno i cani sono stati (giustamente) ammessi a vedere L’isola dei cani, il bellissimo e consigliatissimo film stop motion di Wes Anderson.

Ovviamente ai cani non interessa nulla della trama del film, o quanto si ringhi o abbai nella storia. Anzi se ne infischiano anche del popcorn. L’importante è essere vicino al padrone, quindi per la proprietà transitiva (amano il padrone che ama il cinema) si fanno andar bene anche la sosta in sala. Ma non solo i cani del west-end londinese possono godersi un buon film, qui potete trovare, in questo informatissimo blog per i cani londinesi, tutte le sale dog-friendly nei diversi quartieri.

Per i cani nostrani l’accesso al cinema è ancora fantascienza, soprattutto nei multisala, ma nel cinema parrocchiale del mio quartiere la leggenda narra che un cane accompagnava la padrona ogni settimana. Si sedevano in prima fila e lui ronfava tranquillo ai suoi piedi.

Sono bigliettatia-volontaria di questo cinema e proprio stasera abbiamo la riunione annuale per definire orari e mansioni. Presenterò la mozione di libero accesso ai cani del quartiere accompagnati dai padroni, vedremo se entreranno i cani o sarò sbattuta fuori io!
P.S. Un dettaglio imbarrazzante su Lola: oggi ha sentito abbaiare in una serie TV e ha risposto all’abbaio!

Book Young a Genova

Nonostante le polemiche dei nostri politici sulla costruzione del nuovo ponte Morandi sarebbe bello fare un salto a Genova, questo fine settimana, per il secondo appuntamento con BOOK PRIDE l’evento letterario organizzato da Odei (osservatorio degli editori indipendenti).

All’interno della fiera deve è presente l’interessantissimo spazio BOOK YOUNGpensato per i lettori più giovani – da 0 a 16 anni – e curato, nel suo programma di appuntamenti, da Andersen, la rivista che ha anche creato il prestigioso premio dedicato alla letteratura infentile.

Per i bambini, fino a domenica, sono previsti incontri e laboratori con scrittori, illustratori, atelieristi, alla scoperta delle pagine più belle. Imperdibile l’omaggio a Bruno Munari e al pensiero creativo, ma anche eventi dedicati ai temi caldi dell’attualità.

In programma anche appuntamenti sulla letteratura contemporanea per ragazzi rivolti ad un pubblico adulto. Tra i quali il laboratorio per insegnanti delle scuole comunali dell’infanzia. E il reading-spettacolo Un talento splendente di e con Sante Bandirali, traduttore e editore, e i lettori volontari ADOV Genova- Associazione Donatori di Voce (domenica 30 settembre ore 17), che rende omaggio con immagini, musiche e parole alla scrittrice e attivista irlandese Siobhan Dowd (1960 -2007), autrice de Il mistero del London Eye (Premio Andersen 2012 – miglior libro oltre i 12 anni).

Qui il programma completo di Book Young.

Errori galattici

Quand’ero piccola pensavo che dentro alla radio ci fossero degli omini minuscoli che parlavano, cantavano e suonavano. Sì, non sono mai stata un genio della fisica e ne ho già fatto ampiamente outing, ma credo che moltissime altre persone come me, oggi usino con nonchalance tutti i device, apparecchi elettronici, abbigliamento tecnico, eccetera, senza porsi domande.
Perchè funzionano? Come sono nati? Che ricerche ci sono a monte?

Il touch screen ad esempio, senza cui oggi non sapremo vivere, è possibile grazie alle scoperte fatte al CERN negli anni’70. Ed è stato utilizzato nei cellulari dal lontano 1992. Il primo prototipo è stato creato dalla Motorola per gli astronauti dell’Apollo 11. Gli integratori alimentari derivano dagli studi della Nasa per il cibo degli astronauti. L’elenco potrebbe andare avanti, ma serebbe noioso.

Di solito quello che succede nei laboratori, una ventina di anni dopo si trasforma in qualcosa di utile e rivoluzionario per la nostra vita.

So queste cose perchè ho appena incontrato Luca Perri, dottorando in astrofisica e astronomo dell’Osservatorio di Merate, conferenziere del Planetario di Milano e soprattutto scienziato anomalo perchè appassionato alla divulgazione scientifica.

Per far in modo che i bambini e le bambine non crescano come me, totalmente inconsapevoli dei fenomeni fisici  che stanno alla base di tante nostre azioni e abitudini, Perri ha firmato articoli per quotidiani e riviste, è apparso spesso in tv e ha appena pubblicato un importante, ma anche divertentissimo, manuale: Errrori Galattici in cui spiega che alla base delle ricerche scientifiche inevitabilmente ci sono molti errori.

E se i colleghi scienziati, non sono mai stati propensi da ammetterlo, un po’ perchè non amano parlare del loro lavoro (lo stereotipo del nerd, non è proprio solo uno stereotipo), un po’ perchè pensano che la gente non capisca e soprattutto perchè non amano ammettere di aver sbagliato.

Invece come afferma e scrive Perri “errare è umano” e soprattutto costruttivo. La scienza da sempre procede, nel bene e nel male, a tentativi. Quando arriva a una scoperta non lo fa per l’infallibilità dello scienziato ma anche perchè ogni nuova brillante rivelazione è il frutto anche di altre esperienze di colleghi. E anche delle loro cantonate. Spesso incaponendosi per studiare e capire un fenomeno, alla fine si sbaglia e si scopre qualcos’altro, anche più sensazionale.

Nel suo libro Perri ne racconta tante, anche molto celebri. Guglielmo Marconi, ad esempio, che cercando di studiare come si diffondevano le onde radio alla fine ha scoperto l’esistenza della ionosfera.

Oppure l’errore clamoroso, all’inzio degli anni’60, in cui caddero praticamente tutti i fisici: credere nell’esitenza della “poliacqua”. Nel voler definire un quarto stato della forma dell’acqua che non era liquida, gassosa e neppure ghiaccio.

Questo elemento sconosciuto intrigava molto il mondo scientifico e ispirò anche un po’ di “letteratura”, dalla fantascianza a episodi di Star Trek, poi si scoprì la verità. La “poliacqua” non era altro che l’acqua salata, come il sudore.

Luca Perri racconta tutti questi annedoti nel suo libro: intriga e fa sorridere, riesce a coinvolgere e appassionare il lettore. Il suo scopo è incuriosire le future generazioni verso l’affascinante mondo delle fisica. E si augura che possa essere così per ragazzi e ragazze, combattendo l’idea comune che le materie scientifiche siano più adatte ai maschi.

Infatti ammette che, dai suoi tour nelle scuole, ha capito che purtroppo il mestiere di scienziato viene ancora considerato come un’ambizione da maschi. Quando chiede ai ragazzi di fare il ritratto di uno scienziato la maggioranza produce uno schizzo in cui c’è più, o meno, tratteggiato un clone della figura dello scienziato pazzo, tipo Einstein.

Ma ci sono anche ragazze che disegnano la loro idea di scienziata, il loro modello è molto curato e femminile: bella, con i tacchi e il camicie immacolato. Assomiglia molto a Meredith Grey, la protagonista di Grey’s Anatomy. E’ una dottoressa e non una scienziata comunque un modello positivo.

Poi le ragazzine che ascoltano le presentazioni di Perri seguono sempre con interesse e fanno domande molto pertinenti. Solo che non le sparano, come i maschi tranquillamente in pubblico, preferiscono farlo andando a parlargli personalmente, per paura di essere prese in giro dai compagni, se per caso sbagliano. Insomma prendono l’argomento molto sul serio.

Il cammino femminile verso lo STEM è ancora lungo, però leggendo questo libro si fa un passo avanti. Mi sento ottimista, forse siamo sulla buona strada.

Come sviluppare il pollice verde nei bambini

Dopo quest’estate infinita non dobbiamo pensare che l’autunno e l’inverno ci porteranno via i colori più vivaci. Per salvarci dal grigiore della stagione fredda (che forse arriverà?) possiamo contare su fiori autunnali che prolungano la fioritura per tutto l’inverno.

A cominciare dal ciclamino che ha infinite tonalità e sfumature di colore – dal bianco al rosa, al rosso più acceso al lilla, al violetto. E’ robusto e resistente al freddo, è particolarmente semplice da coltivare per tutti, grandi e piccoli, esperti e principianti del verde, ed è adatto sia per colorare davanzali, balconi e terrazzi.

Per imparare a piantare e far crescere i ciclamini si può visitare il Garden Festival d’Autunno, un’iniziativa nazionale che coinvolge tantissimi Centri di Giardinaggio in tutta Italia e prevede iniziative e attività per i bambini.

E anche una giornata speciale “I nonni raccontano” (un laboratorio con letture in occasione della Festa dei Nonni nel weekend del 6 e 7 ottobre)

Non solo i ciclamini verranno utilizzati nei laboratori e nelle aiuole dimostrative allestite all’interno di ogni Garden. Verranno forniti molti stimoli a conoscere piante nuove, varietà insolite e suggerimenti per realizzare composizioni originali per ottenere anche in autunno effetti sorprendenti abbinando tra loro piante differenti per colori, forme, fioriture e fogliame.

Tutti, anche i meno esperti, potranno partecipare a corsi ed eventi per scoprire le attività di giardinaggio più utili del periodo autunnale: la piantumazione dei bulbi a fioritura primaverile (tulipani, narcisi, giacinti, crocus, anemoni, muscari, iris, nerine, zantedeschia, scille, frittilarie…) e “la messa a dimora” delle piante che consenta un corretto sviluppo radicale per un’esplosione della crescita con la bella stagione.

Il Garden Festival d’Autunno  ha l’obiettivo di sviluppare una cultura del verde ed, attraverso la didattica, coinvolge in maniera attiva anche i bambini. Verrà riproposto il laboratorio “Pianta un bulbo” che si rivolge proprio ai piccoli giardinieri in erba, che nell’affidare alla custodia della terra un piccolo bulbo resteranno sorpresi in primavera da un’incredibile esplosione fiorita imparando il valore dell’attesa e delle cure da dedicare alla piantina.

Il Garden Festival d’Autunno sostiene la Campagna “Nastro Rosa AIRC”: per tutto il mese di ottobre, per ogni vaso di ciclamino di colore rosa venduto, i Centri di Giardinaggio aderenti devolveranno 1 euro a sostegno dei progetti di ricerca sul tumore al seno dell’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro.

Qui potete trovare i vivai che partecipano al Garden Festival d’Autunno più vicini a voi.

Oltre si ciclamini anche le viole sono protagoniste dei nostri balconi invernali, infatti torna 100 sfumature di viole (per il titolo dobbiamo ringraziare E. L. James con la sua trilogia erotica!) mostra itinerante che si svolge al nord e centro Italia (sarà contento Salvini!)

Viole, violette, miniviole e viole del pensiero fioriscono in primavera, nei colori più svariati, ma è trapiantandole in autunno che si ottengono le migliori fioriture. Grazie a loro è possibile avere balconi rigogliosamente fioriti anche in inverno.

La mostra ha quindi un duplice obiettivo, divulgativo e culturale: raccontare le possibilità che la viola offre anche in autunno e far scoprire tante curiosità su questo fiore apparentemente semplice, oltre alle informazioni sulla sua coltivazione.

Importante novità è la presenza della “Viola odorosa”, una specie recuperata dal passato e dalla tradizione popolare. Da molti conosciuta come Violetta di Parma, è una specie dai cui fiori si ottengono le essenze fondamentali per creare profumi a base di violetta.

Ma ci sono anche:

Miniviole ricadenti, straordinarie nella fioritura (una pianta può arrivare a portare 250 fiori contemporaneamente a pieno sviluppo), ottime nella capacità di fiorire anche in inverno, resistenti al gelo, sono perfette per i balconi che vogliono rimanere fioriti anche in autunno-inverno.

– Miniviole che, insieme alle miniviole ricadenti, sono le uniche viole capaci di fiorire anche in inverno. Sono perfette per chi vuole godere della vista delle proprie aiuole anche nella stagione fredda: non temono il gelo e resistono fino a -30C°!

– Viole cornute: quelle viole che hanno una macchia centrale di colore che sembra guardare l’osservatore. Una curiosità: tutte le viole tendono a orientare la maggior parte dei fiori verso sud, verso il sole, perciò un’aiuola guardata da sud avrà un effetto estetico notevole e sicuramente più fiorito che se osservata da un altro lato. Anche questa varietà resiste al gelo.

Viola del pensiero, la famiglia più importante e più diffusa di viole. Resistono al gelo e, grazie alla gamma di colori disponibili, permettono di realizzare le aiuole quasi come se fossero dipinte, uscite dalla mano di un pittore allegro ed elegante. Bellissime le classiche giallo o giallo con occhio, incredibilmente luminoso il bianco puro, ma elegantissimo anche il colore blu, blu con occhio, porpora e, novità di quest’anno, il nero. La varietà si chiama Halloween ed è magnifica da abbinare con il bianco o con il giallo, interessante per decorare spazi dove il nero può risaltare, per esempio vialetti di pietrisco bianco o grigio.

Qui l’elenco dei centri che ospitano la mostra.

Come affrontare le sfide della crescita

Essere una famiglia vuol dire coltivare complicità e supporto ma i ruoli devono essere rispettati. Solo così la squadra familiare continuerà a funzionare e a sopravvivere. Istituire delle regole è fondamentale, sembra una banalità ma molto spesso c’è una certa remora nel farle valere.

I genitori cedono per paura di essere troppo severi e fanno danni. Per aiutare padri e madri a esercitare al meglio il loro ruolo, senza timori è appena stata lanciata una nuova collana Piccole e grandi sfide, in cui la psicopedagogista Barbara Tamborini e Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta dell’età evolutiva, attraverso libri illustrati, aiutano e consigliano genitori e bambini a cavarsela nelle tappe più importanti della crescita. Sono volumi colorati, arricchiti dalle belle illustrazioni di Elisa Paganelli, che contengono una filastrocca, ironica e accattivante, dedicata ai più piccoli.

La regola è un paletto ben piantato per terra

che non si muove neanche se tu provi a far la guerra.

E’ un monte faticoso da salire e da scalare

ma arrivato fino in cima il panorama puoi gustare

Così scrivono i due autori, con uno stile scanzonato in rima, ma poi aggiungono, in coda al libro anche una parte più pedagogica. Nella quale si elencano consigli per i genitori su come affrontare le varie problematiche e indicazioni sugli errori da non comettere (quelli che in buona fede noi tutti abbiamo fatto!)

I primi due titoli sono Odio le regole e Non voglio andare a scuola e rappresentano un primo passo nell’arcipelago delle ribellioni e dei capricci più comuni.

Leggendo i consigli di Tamborini e Pellai si impara ad essere più consapevoli delle risorse innate dei bambini. In fondo sono piccoli ma ce la mettono tutta, si impegnano al massimo. Bisogna dar loro fiducia, indicare come fare le cose, e poi lasciarli agire. Essere pazienti e non aver fretta, anzi mettere in conto anche qualche fisiologico incidente di percorso. Nel contesto delle regole, invece di usare espressioni come “devi”, “bisogna” è meglio scegliere un linguaggio coinvolgente dove non ci sia mai un’idea di ordine o costrizione.

Naturalmente è fondamentale anche dare il buon esempio come genitori, se i figli vedono coerenza dei genitori a rispettare loro stessi le regole saranno più felici di fare lo stesso.

Le Kardashian con le placche in gola

Google mi ha gentilmente comunicato quali siano i miei post che generano più traffico. Dopo quasi 11 anni di Extramamma il risultato diciamo che potrebbe essere più entusiasmante: non per il numero degli accessi ma per la qualità dei temi.

Nonostante la ricerca di notizie originali, approfondimenti e qualche curiosità, ha prevalso il trash. Ma non mi arrenderò, continuerò a lottare in questo mondo dominato dalle Kardashian e dai loro fan.

Infatti il mio post più cliccato, in assoluto, è quello che ho scritto su di loro.

Incredibilmente al secondo posto è tallonato da un altro post, molto più antico, dove spiegavo come avevo provato a togliere le placche in gola a mia figlia armata di coraggio e cotton fioc. Questa bizzarra doppietta sul podio dovrebbe far riflettere tutti gli espertoni di SEO e dintorni.

Cosa colpisce l’immaginario del popolo della rete: i culoni delle Kardashian ma anche il pus delle placche.

Poi nella classifica dei più cliccati c’è il post sulla “cena dolce”, l’idea molto femminile di sfangarla, risolvere il pasto serale come fosse la prima colazione. Strategia che ai maschi non piace e preferiscono invece tagliar corto con un trancio di pizza o una pasta. Insomma carboidrati uber alles!

Il food comunque tira sempre in rete e questa volta ho avuto una piccola soddisfazione: gli spaghetti vegani alle zucchine di Anita sono entrati in classifica.

Poi mi chiamo Extramamma e quindi anche i post sulla genitorialità hanno destato qualche emozione: il pezzo sui genitori iperprotettivi che fanno danni, il topino dei denti e anche uno spruzzo di incontenibile e ubiqua ansia materna.

Non stupisce invece un tradizionale tocco di voyerismo che ha pervaso la classifica dei più googlati. Sono stati molto apprezzati tutti i post che hanno come titolo qualcosa che ha a che fare con le mutande e dintorni. “Perizoma natalizio”, “mutande pazze”, “granchio nelle mutande” e un grande classico come “chiappe al vento”.

Ancor gli animali: nonostante la sezione si chiami “Vita da cani” i post più letti, per ironia della sorte, sono quelli sui gatti!

Baby cuochi per un giorno

Cucinare allena concentrazione e pazienza, ecco perché vale la pena iniziare da bambini. Torna a ottobre “Cuochi per un giorno”, il Festival nazionale di cucina per bambini. Sei edizioni, un grande successo: per il 2018 l’appuntamento è sabato 6 e domenica 7 ottobre a Modena. Due giornate, decine di appuntamenti e laboratori in cui gli chef in erba potranno annusare, toccare, dosare, impastare, miscelare, modellare, cuocere e mettersi alla prova, imparando tante cose nuove. Non mancheranno vere e proprie lezioni di cucina con cuochi stellati da tutta Italia che hanno già confermato la loro presenza.

Ogni piccolo partecipante potrà cimentarsi in fantasiose ricette con la supervisione di uno chef, vivendo un’esperienza ludica ma allo stesso tempo formativa e con la possibilità di imparare le regole del mangiar sano. Non mancheranno attività interattive collaterali: al Festival saranno presenti numerosi stand per avvicinarsi alla cucina attraverso diversi linguaggi espressivi. Ci sarà una libreria “golosa”, spettacoli e storie in cucina, angoli sensoriali e tanti giochi.

Cucinare coinvolge i cinque sensi, migliora concentrazione, manualità e precisione, arricchisce il vocabolario e allena al rispetto delle regole e alla pazienza. “Cuochi per un giorno” è un’occasione per tutti gli uder 12: “Cucinare è una delle attività pratiche ritenute da Maria Montessori molto importanti per lo sviluppo dei bambini, e loro possiedono le doti giuste: passione, creatività e curiosità – spiega Laura Scapinelli, ideatrice del festival – Dar forma alla frolla o alla sfoglia, rompere e sbattere le uova, grattugiare il formaggio, tagliare un frutto, mescolare gli ingredienti sono mansioni che abituano all’autonomia, allenano la manualità, stimolano i sensi del tatto e del gusto ed educano ad avere un atteggiamento positivo verso il cibo. Il nostro, poi, è un festival ecosostenibile: insegnamo ai piccoli chef anche a cucinare con gli avanzi, proponendo diverse attività legate al recupero e al riuso”.

Inoltre, attraverso la loro partecipazione, i bambini aiutano altri bambini: parte del ricavato della manifestazione verrà infatti devoluto ai clown di corsia dell’associazione VIP Modena Onlus (Viviamo in Positivo Modena Onlus), che portano il sorriso ai piccoli pazienti ricoverati in ospedale e incidono positivamente sui tempi di guarigione perché usando l’arte (la mimica, la comicità, la pantomima) facilitano l’espressione delle emozioni. I clown saranno anche al festival con il loro strano abbigliamento, il modo un po’ buffo di camminare e muoversi e la loro energia per strappare un sorriso a tutti i presenti.

Qui il programma del festival.

Nuove perle a nuovi porci

Il diario di un anno di scuola: da settembre a giugno raccontato da un insegnante di lungo corso, cinico e acuto. Ne è uscito un resoconto esilarante, vero e scomodo. Un libro, appena pubblicato, che tutti gli insegnanti e i genitori dovrebbero leggere. Anche solo per garantirsi una risata, un po’ di sano buon umore, al netto del pernicioso buonismo imperante e della dittatura noiosa del politically correct.

Gianmarco Perboni è il nome de plume di un vero insegnante (altrimenti come potrebbe entrare con tanta disinvoltura negli spinosi dettagli della burocrazia scolastica?) che nel 2009 ha già pubblicato il bestseller Perle ai porci, sempre sullo stesso tema. Quasi un decennio dopo, tecnologia e social sono entrati prepotentemente nell’universo scolastico e le cose culturalmente non sono migliorate. Anzi.

In questo divertentissimo excursus sulla vita davanti e dietro alla cattedra, scopriamo ad esempio che i CD allegati ai testi cartacei servono quasi esclusivamente come specchietto per rifarsi il trucco e i gruppi velenosi di Whattsapp fra gli insegnanti sono più crudeli e soprattutto fantasiosi di quelli dei genitori. Anche di quelli più belligeranti.

Mentre si nomina “il muro di Dublino” e anche “l’asina goga”, si scopre che i nuovi somari si chiamano BES (bisogni educativi speciali) e la sfangano con i PDP (piano didattico personalizzato). La promozione è un diritto e quando si cerca di sfuggire da una situazione imbarazzante si cita Don Milani.

Ovviamente nessun docente può permettersi di criticare un alunno e quindi i giudizi sugli studenti sono sempre molto diplomatici. Ad esempio, alla madre del più grande rompiballe fannullone si dirà semplicemente che il figlio ha la stoffa da leader. Giusto così per dribblare ulteriori problematiche.

Bellissime alcune traduzioni dei giudizi base:

Tiene un comportamento non sempre responsabile/E’ un autentico pericolo pubblico.

Assolve con una certa irregolarità le consegne/ Nei rari casi in cui si degna di fare qualcosa lo fa pure male.

Partecipa saltuariamente all’attività didattica/E’ in bagno oppure dorme.

La sua attenzione non è costante/Ha scambiato la scuola per il bar.

Comunica in modo non sempre corretto/E’ tale quale a una scimmia.

Combattiamo il #bodyshaming

Nella società dell’immagine dobbiamo tutti apparire al meglio. Attraverso la vetrina dei social diventa un obbligo mostrarsi belli e omologati all’ideale stabilito dalle ultime tendenze. E i “like” ricevuti diventano l’unità di misura della nostra autostima.

Un meccanismo fragile e pericolosissimo per i più giovani che può produrre insicurezza e disagio. Soprattutto nell’età della crescita quando il corpo muta a tradimento, sconfinando spesso in “modelli” che sono meno patinati e molto più reali. Silhouettes più vere e indomabili che creano imbarazzo.

Ci si vergogna della propria unicità, è difficile accettarsi, con conseguenze tristi che possono portare alla bulimia, anoressia, e anche a discriminazioni per arrivare fino al bullismo. Diventare vittime di un atteggiamento che, in inglese, viene definito body shaming. Si vorrebbe negare la propria fisicità, non essere notati, fino a diventare magari invisibili. Per evitare il giudizio degli altri che può essere impietoso e fare male.

C’è una ragazza che ha vissuto tutto questo all’estremo: Harnaam Kaur, che dall’età di 12 anni ha cominciato ad avere gravi problemi di irsuitismo a causa della sindrome dell’ovaio policistico, sul viso è cominciata a crescerle le barba, gettandola in uno stato di disperazione.

Dopo anni durissimi in cui è stata vittima di bullismo, depressione e propositi suicidi, Harnaam ha trovato la forza di accettarsi dando un grandissimo, davvvero incredibile, esempio di resilienza. E’ diventata un’attivista che aiuta e gli adolescenti e i giovani ad accettarsi, si reca nelle scuole, tiene discorsi e conferenze per raccontare la sua storia. Incita ad avere il coraggio di combattere e liberarsi dagli stereotipi che imprigionano e fanno soffrire.

Ho avuto la fortuna di incontrarla sabato sera in un evento organizzato da Lush (sempre sensibile ai temi ecologici e sociali) dove il discorso si è allargato anche ad altri tipi di discriminazioni, quelle più subdole e ubique, che tutte noi siamo cresciute abituandoci a sopportare. Considerandole un effetto collaterale fastidioso della femminilità, ma ineluttabile, come le mestruazioni.

Si tratta dei complimenti non rischiesti, gli apprezzamenti (a volte pesanti) che vengono lanciati per strada alle ragazze.

Nella serata con Haraan Kaur, è stato molto interessante, ma anche preoccupante, sentire le testimonianze di tante ragazze che (come succedeva nei lontani anni’50), quando escono devono ancora fare i conti con il fastidio di essere valutate e soppesate dagli uomini che incontrano per strada.

Prendere un autobus la sera, passare davanti a un bar, valutare se cambiare marciapiede piuttosto che affrontare un gruppetto di maschi, è per una ragazza ancora un disagio con cui fare i conti. Il clamore del #metoo non ha scalfito la cultura del maschio latino (i peggiori sono gli over forty) che si sente sempre in diritto di fare un “simpatico” apprezzamento sulle caratteristiche fisiche femminili.

Ancora peggio la situazione per le ragazze straniere: nelle fantasie più trite e banali, ad esempio le ragazze di colore vengono sempre considerate delle prede esotiche, da trattare con minor rispetto. E approcciare con volgare entusiasmo.

 

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