Ho ammazzato la pasta madre

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Rea confessa di un nuovo tipo di crimine: sono riuscita a uccidere la mia pasta madre. Un omicidio in famiglia. Come tutti i panificatori seri sanno, il lievito della pasta madre è vivo e bisogna prendersene cura. Non si può dimenticarla in frigo come un’insalata qualunque. Riservarle il trattamento menefreghistico che caratterizza il (mio) rapporto con le zucchine o le melanzane. Le compro con amore e poi dopo averle utilizzate per condire la pasta, perdo interesse e le abbandono (tristi e sole) nel cassetto delle verdure.

Dopo un inizio spumeggiante del nostro rapporto, pasta funzionava bene e cresceva con allegria, mi sono fatta prendere dalla presunzione. Ho pensato che tutte le precauzioni e attenzioni che i veri estimatori raccontavano di prendere nei riguardi della loro pasta madre, fossero solo delle teorie superflue per per tirarsela un po’.

Quindi la mia gestione è stata molto sportiva. Ho pensato che pasta ed io ormai avessimo passato l’epoca del fairplay e ci potessimo organizzare come era più comodo per entrambe. Quest’estate l’avevo anche relegata nel freezer e poi scongelata a settembre. Pasta aveva reagito bene.

Così in me aveva cominciato a germogliare il seme della pigrizia: lei stava in frigo e guardandola nel contenitore dicevo: “Bene, la rigenero domani”.

Giorno dopo giorno, le negavo acqua e farina per permetterle di continuare a vivere. Insomma è stato un po’ come uccidere un tamagochi (esistono ancora?) o un pesce rosso, lasciandoli morire di inedia, senza cure.

Ieri l’altro l’ho rigenerata e in effetti sembrava un po’ moscia. Rimessa in frigo non ha mostrato l’entusiamo che la contaddistingueva, si è accasciata molle nel suo contenitore. Niente blob, niente aumento di volume, non era neanche più aggressivamente appiccicosa. Giaceva esangue nel tupperware, triste come una chewingum troppo masticata.

Mi sento tanto in colpa e confesso il mio misfatto nella speranza che non succeda ad altri.

R.I.P: cara pasta!

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