Terapia di coppia per amanti

L’idea geniale alla base di questo romanzo è racchiusa già nel titolo: Modesto e Viviana stanno insieme “clandestinamente” da tre anni, ma cominciano ad avvertire un po’ di problemi e allora decidono (decide lei, ovviamente) di andare dallo psicologo. Di solito la terapia di coppia è riservata ai protagonisti dei matrimoni in crisi e questa scelta alternativa è spumeggiante di aspettative, peccato poi che il risultato nelle pagine del libro non sia all’altezza delle premesse.
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La trama infatti non riesce a coinvolgere più di tanto, specialmente all’inizio i due amanti risultano un po’ banali. La scrittura di Diego De Silva è colloquiale, ironica e divertente. A tratti anche troppo, sembra voler essere simpatico a tutti i costi, attraverso le battute del “lui” della coppia. Si tratta di un musicista, dal nome che è tutto un programma, Modesto Fracasso, grande affabulatore, sempre pronto ad autoassolversi e non prendersi troppo sul serio. Ma lei, Viviana ne è pazzamente innamorata, però come “tutte le donne”, si fa un sacco di elucubrazioni mentali e risulta anche una “control freak” da manuale. Il romanzo è scritto a due voci, (poi diventeranno tre perchè si intromette anche lo psicanalista) ma le parti più incisive sono quelle di Modesto, in cui De Silva dà il meglio di sè, mentre il parere femminile rimane sempre un po’ intriso di luoghi comuni sugli atteggiamenti femminili più tipici. Il personaggio di Viviana, casalinga di lusso con figlio problematico, è bidimensionale, poco simpatico, non riesce ad appassionare, mentre Modesto è descritto meglio.
La storia a tratti fa sorridere, ma alla lunga annoia anche un po’.
Riusciranno i due amanti a vivere felici e contenti? O saranno costretti a soffrire?
Arrivati alle ultime pagine l’indifferenza per la loro sorte, purtroppo, sommerge chi legge.

Le Diffettose a teatro

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La storia di una gravidanza desiderata e sognata ma difficile ad attuarsi. La confessione, sincera e coinvolgente, di una donna che si sente difettosa perchè non riesce a procreare: quella cosa facile che fanno tutte e che anzi per molto tempo nella vita fertile di una donna si cerca di evitare.
Fare un figlio dovrebbe essere la cosa più naturale e romantica che ci sia, invece si trasforma in un calvario di cure ormonali, rapporti a comando e soste in ospedale per la fivet. Ma anche amicizia con le altre “difettose”, testarde compagne di sventura.
Questa è la trama de Le Difettose , il romanzo di Eleonora Mazzoni, uscito qualche tempo fa. Lo scorso anno c’è stata la trasposizione teatrale, che ha debuttato al Festival della Mente di Sarzana e cominciato la sua tournée nei teatri italiani.
Adesso lo spettacolo arriva a Milano, la prossima settimana, dal 4 al 7 febbraio, al Teatro Sala Fontana sarà possibile assistere al monologo della bravissima Emanuela Grimalda (farà 7 personaggi diversi, maschi e femmine, di svariate età).
Questo spettacolo è collocato all’interno di una rassegna al femminile, “Pro-creazioni”, che ha come tema la maternità. Parte del ricavato dello spettacolo andrà all’associazione DO&MA, impegnata nell’accoglienza di donne con bambini, in gravidanza o vittime di violenza e dotata di un consultorio, un nido e vari alloggi.

Letteratura al femminile made in Africa

La lotta contro la discriminazione verso le donne passa anche per sentieri impervi e imprevisti, come per esempio lanciare una casa editrice che pubblica esclusivamente romanzi rosa in un paese difficile come la Nigeria. Questa è la missione di Ankara Press, una nuovissima casa editrice nata proprio per diffondere letteratura femminile romantica nei paesi africani. L’obiettivo di questa avventura è non solo quello di far sognare le lettrici con storie d’amore intriganti e coinvolgenti, ma anche di sovvertire i luoghi comuni e gli stereotipi africani più tradizionali e radicati nel rapporto di coppia.
Leggendo sul sito della casa editrice lo scopo della loro attività, si intuisce la novità e il coraggio di questa iniziativa. Infatti nella ricerca di nuove autrici, che scrivano in inglese, si specifica che i manoscritti che si possono inviare, con speranza di pubblicazione, devono ovviamente avere una trama che segua il classico plot del romanzo rosa ma con interessanti novità: il protagonista maschile, per esempio, non deve essere il solito figaccione, ricco sfondato e fascinoso, naturalmente deve essere piacente ma può fare anche un lavoro umile, come il falegname, il tassista, l’elettricista.
E lei, l’eroina della storia, deve essere una donna di carattere, pronta all’amore ma non a mettere sotto i piedi carriera e ambizioni.
Insomma non il solito zerbino insicuro dei nostri recenti bestseller.
Il romance quindi come cammino verso l’autostima e l’indipendenza. E tutti i protagonisti devono essere di colore e le storie ambientati nelle grandi città africane.
Mi sembra notevole in un continente dove la gran parte delle donne è sottomessa, esiste il fenomeno delle spose bambine, vige ancora la poligamia e l’infibulazione.
Auguro tutto il successo possibile ad Ankara Press, tra l’altro sul loro sito, si può trovare anche un regalo romantico per S.Valentino: un’ebook di storie d’amore africane, da scaricare come PDF o da ascoltare come file audio.

Carol: il libro e il film

Con grandissime aspettative sono andata a vedere Carol, il film di Todd Hanyes tratto dal romanzo di Patricia Highsmith, pubblicato per la prima volta negli Stati Uniti nel lontano 1952. Purtroppo anche stavolta il film, rispetto al libro si è rivelato una delusione. Nonostante il talento indiscusso di Cate Blanchett (che adoro), la perfetta ricostruzione del periodo, l’estrema raffinatezza dei costumi, degli interni, la perfezione della colonna sonora, il coinvolgimento dello spettatore non decolla.
Anche se questa pellicola è candidata a ben 6 primi Oscar.
Fotogramma dopo fotogramma, ho sperato ardentemente che sullo schermo accadesse qualcosa che mi facesse palpitare, stare con il fiato sospeso, commuovere, ma non è successo nulla.
Calma piatta.
Sembrava di sfogliare una copia (vintage e un po’ trasgressiva) di Vogue.

Una stupenda Cate Blanchett (forse con un po’ troppo rossetto color passione) incontra in un grande magazzino newyorkese una giovane e graziosa commessa, dallo sguardo ampio e stupefatto, (Rooney Mara) e zac! E’ colpo di fulmine!
Peccato che nella pellicola manchi tutta lo spessore psicologico dei personaggi che, fortunatamente, si trova nelle pagine del romanzo della Highsmisth.
La giovane commessa Thérèse non è una ragazza ingenua e confusa ai limiti della vacuità, (con amici hipster, tutti uguali, che non vengono caratterizzati più di tanto) come appare sullo schermo. E la femme fatale Carol, labbra di fuoco e visone extralarge, non è quella predatrice pedofila che fa pensare: “Uh ssignur! Adesso se la mangia in un boccone!”
No, c’è altro. Molto altro, peccato che nel film non si capisca.
Perchè nel film è tutto affrettato: la commessa vende un trenino a Carol, poi le manda a casa i guanti che ha dimenticato sul bancone. Carol per ringraziarla la invita a pranzo e da lì è un autostrada verso la fiamma della passione.
On the road insieme, dormono in motel: sembrano madre e figlia e fa un po’ senso. Poi Carol vorrebbe divorziare, senza perdere l’affidamento della figlia, ma la sua preoccupazione/disperazione si stempera nell’incremento esponenziale dei Martini Dry che si scola, mentre la povera e sedotta Thérèse spalanca sempre di più gli occhi.
Però poi non le va neanche così male: da commessa di giocattoli, diventa photo-editor al New York Times (gli amici hipster sono serviti a qualcosa!)
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Il romanzo fortunatamente è tutta un’altra cosa: intenso, appassionato, profondo e soprattutto provocatorio. La Highsmisth confessò di averlo scritto in seguito a un episodio biografico: anche lei, a inizio carriera, aveva fatto, nel periodo natalizio, la commessa in un grande store newyorkese nel settore giocattoli. E aveva incontrato una bellissima, misteriosa e affascinante signora bionda. Ne era rimasta così colpita da scriverne subito, la sera stessa appena tornata a casa dal lavoro.
Da lì è nato il romanzo, una storia di amore gay, che fece scandalo.
Infatti nel 1950 il primo editore dell’autrice rifiutò il manoscritto. Ma Patricia Highsmith non si perse d’animo, cambiò editore e due anni dopo riuscì a farlo pubblicare, firmandosi però con uno pseudonimo.
Una vigliaccheria giustificata se inquadrata nei tempi del perbenismo anni’50.
Il titolo del romanzo era più neutrale: The Price of Salt, e solo l’anno successivo, quando fu stampato nell’edizione economica, a dispetto dei benpensanti, divenne un best-seller. E l’autrice in un’intervista dichiarò di aver ricevuto per anni le missive dei lettori che la ringraziavano per aver raccontato, con coraggio, la storia di un amore potente e “diverso” dai canoni tradizionali.

Gli ipocriti

Vivere in maniera falsa, per salvare le apparenze, per non farsi domande, per darsi un tono. Semplicemente per vigliaccheria. E’ quello che racconta il bel romanzo di Eleonora Mazzoni
Manu ha quindici anni e mezzo e vive a Bologna, in una famiglia benestante ed estremamente cattolica, fa infatti parte del Movimento, un gruppo religioso molto coivolgente ma anche piuttosto intransigente. Alla ragazzina le regole di questa comunità vanno un po’ strette, ma cerca di seguirle al meglio anche per non deludere i genitori, specialmente il padre che è un personaggio carismatico dell’organizzazione religiosa. Ma i compromessi di Manu vanno a farsi friggere il giorno che, per caso, trova nel cassetto del padre una confezione di preservativi. Sconvolta dalla scoperta, da figlia devota e credulona, si trasforma in una piccola detective e scopre la doppia vita del padre: piena di ipocrisia e di quello che lui stesso definirebbe “peccato”.
Tutte le sue certezze crollano mentre squarcia la verità del mondo dei grandi, quelli che predicano bene ma razzolano male. I codardi che raccontano un sacco di bugie per salvare la faccia, quelli sempre pronti a giudicare ma mai a mettersi in gioco.
Manu affronta questo viaggio nella realtà della vita con le emozioni e le passioni della sua giovane età, soffrendo e crescendo, come in un romanzo di formazione.
La scrittura di Eleonore Mazzoni è potente e coinvolgente mentre affronta un tema delicato e fin troppo presente nella nostra società dove troppo spesso l’ipocrisa domina sovrana e ben pochi hanno il coraggio di ammetterlo.

La vincitrice è….

Ammettiamo che questo giveaway non è stato proprio un successo, comunque è andata bene per Daniela!!! Le arriverà il mio libretto natalizio e spero tanto che le piaccia 🙂
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Ieri sera invece sono stata alla Biblioteca di Segrate per una presentazione, è stato molto bello, grazie all’organizzazione di Roberto Spoldi, direttore della biblioteca, Gianluca Poldi, assessore alla cultura e ricerca ed Enza Orlando, presidentessa dell’onlus D come Donna. Abbiamo chiacchierato, discusso e brindato. Mancava solo il vecchio Boito!

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Alla biblioteca di Segrate con Gianluca Poldi, Roberto Spoldi e Enza Orlando

Buon Compleanno extra….

…era il 15 dicembre 2007, un buio e freddo pomeriggio di dicembre e non avevo niente da fare… 🙂
Così mi sono detta: “Dai, scriviamo due xxxxx in rete!”
Sono passati otto anni e non ho ancora smesso.
Sono stati anni lunghi, belli ma anche pesanti.
Otto anni di vita vera, con i suoi alti e bassi.
Il blog ha avuto giorni luminosissimi, ha navigato nelle acque turbolente del mommy blogging ma è stato anche in coma, in rehab e ha rischiato di morire.
Ora, da un po’ di mesi, l’ho rianimato. E’ rinato e sono molto contenta.
In questi lunghissimi anni in rete ho conosciuto tanta gente, virtuale e vera.
Ho incontrato seo strategists, web experts, story telling consultants a palate…
Sono stata fortunata a trovare attraverso il blog anche delle lettrici che si sono rivelatate delle amiche vere. Ringrazio tutte quelle che mi leggono e seguono da tanto.
E prima di metterci tutti a piangere commossi, per festeggiare faccio un piccolo giveaway del mio libretto di Natale. Per vincerne una copia, entro il 21 dicembre, lunedì prossimo, potete lasciare un commentino qui sotto e condividere su FB, twitter, blog, googleplus, dal parrucchiere, al super, nel parcheggio della scuola…insomma dove volete…
Ci siamo capite, perché in fondo siamo tutte seo strategist 😉

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La vigilia di Natale

Avevo promesso che quest’anno sarei stata meno respingente verso le festività natalizie, ho già in mente altri post a tema (dove vanno a finire le letterine di Babbo Natale, le stelle natalizie, menù delle feste, ecc. ecc.), oggi invece vi racconto della mia storia di Natale che è uscita ieri e fa parte di una piccola collana di auguri letterari che ogni anno, abbina un autore classico a un contemporaneo.
Questi libretti si possono acquistare negli store online, in cartaceo o ebook, e anche nelle librerie più grandi come Mondadori e Feltrinelli.
Ho scritto un racconto ambientato a Milano la sera della vigilia di Natale, una storia che fa pendant con la novella natalizia di Camillo Boito, esponente della Scapigliatura a fine Ottocento e famoso per il racconto Senso da cui poi è stato tratto il film di Luchino Visconti.
Camillo cinico e negativo, secondo i dettami della sua corrente letteraria, mi è simpatico ma non so se lui (dall’al di là) sia contento di essere in coppia con me. Speriamo. Per non deluderlo anch’io ho cercato di essere un po’ cinica e disillusa: la storia di Piero, bamboccione suo malgrado mi sembra realistica e attuale.
Ve ne lascio un piccolo assaggio:

“Arrivederci e Buon Natale”
La commessa lo salutò senza sorridere. Senza guardarlo negli occhi, buttando in maniera sbrigativa le monete del resto nel piattino di fianco alla cassa.
Era passato l’orario di chiusura, la ragazza era stanca e molto probabilmente anche lei, al lavoro dalla mattina presto, odiava la confusione, lo shopping e l’allegria posticcia delle feste. Piero in risposta mugugnò qualcosa di incomprensibile. Uscì dal negozio proprio mentre la commessa lo seguiva per chiudere la porta d’ingresso della pasticceria. Una volta in strada, Piero fu investito dal freddo pungente della serata e per ripararsi tirò su il bavero del giubbotto. Per scaldarsi cominciò a camminare in fretta. Si lasciò velocemente alle spalle via Speronari e voltò in via Torino.
Aveva speso quasi venti euro per uno stupido panettone e doveva anche essere contento. Doveva essere contento perché erano le otto di sera della vigilia di Natale e, quasi fuori tempo massimo, era riuscito a comprare il pandolce a sua madre. Perché lei, anche se erano quarant’anni che abitava a Milano, a Natale sentiva tornare prepotentemente a galla la sua origine ligure. Perciò non si accontentava di un panettone qualsiasi, di quelli che per sette euro trovi al supermercato. No, voleva il pandolce. E voleva proprio il migliore, quello doc, firmato, del negozio in centro. Un capriccio per avere la prova che Piero tenesse a lei. Che le volesse sempre bene e soprattutto le facesse fare bella figura quando, l’indomani, al pranzo di Natale, si sarebbe presentata con il pandolce a casa della zia Marisa.

Questa è un’intervista in cui parlo del libro e questo il booktrailer:

Anna di Niccolò Ammaniti

Mi piace molto come scrive Niccolò Ammaniti, ho avuto anche occasione di dirglielo e ho letto tutti i suoi romanzi. Insomma una fan entusiasta e diligente.
Quindi mi sono procurata il suo ultimo romanzo piena di curiosità e aspettative.
La storia è quella di una ragazzina, l’Anna del titolo, che in seguito a un contagiossimo virus che ha ucciso tutti gli adulti in Europa, rimane da sola con il fratellino minore e lotta per la soppravvivenza in una Sicilia arida e desolata. La malattia mortale, denominata “la rossa” stermina senza scampo tutti. E arriva anche ai ragazzini appena raggiungono la soglia della pubertà.
Quindi in questo universo distopico la povera Anna, per sfangarla, deve rubare cibo e medicine, difendersi dalle bande degli altri bambini aggressivi e assatanati, dagli animali selvatici, dai cani impazziti e fare anche da mamma al fratellino che è anche molto capriccioso. Insomma una sfiga pazzesca, descritta in tutti i dettagli più cruenti: sangue, cadaveri, scheletri e parti del corpo (elencate minuziosamente nei vari segmenti), con un overdose di escrementi, scarafaggi, topi, vermi e quant’altro possa fare ribrezzo.
Ammaniti ha sempre avuto una fantasiosa, e ai tempi ironica, vena pulp molto sviluppata, ma in questa storia esagera. E diventa respingente. Quando ad esempio la strenua Anna deve combattere con un cane gigantesco e addestrato all’aggressività, i dettagli della lotta sono decisamente disturbanti. Poi il cane diventerà amico della ragazzina e lei come lo ribattezzerà? Coccolone!
La scelta, così banale, di questo nome è veramente il punto più basso del romanzo.
A fare da contraltare ci sono, per fortuna, le descrizioni dei personaggi adulti da vivi (prima che la sciagura della pandemia li colpisse) e questi sono descritti nello stile più algido, acuto e divertente tipico del talento di Ammaniti.
Ma purtroppo non bastano a salvare il libro.
Peccato.

Hania: la forza di un’eroina guerriera

 

Dopo l’incredibile successo de L’ultimo Elfo, Silvana De Mari, autrice bestseller, amatissima dai fan del fantasy, tradotta in ben venti Paesi, torna con una nuova triologia, magica, e avventurosa. Si intitola Hania, ed è anticipata da un breve prequel Il regno delle tigri bianche,  che introduce le situazioni e i personaggi del primo romanzo: Il Cavaliere della Luce,
in cui si narra la storia di Haxen, principessa del regno delle Sette Cime, che ha la disgrazia di essere prescelta dall’Oscuro Signore, per dare alla luce la sua creatura. Haxen è disperata ma rifiuta di eseguire l’ordine ragionevole e doloroso di ucciderla. Come le ha insegnato suo padre lei è un Cavaliere e un non può uccidere un bambino, o il mondo perderà la sua anima. La principessa decide così di portare la creatura a vivere nel deserto, di nasconderla, dove non potrà nuocere a nessuno.
Tutta la storia è vista da due punti di vista, quello della principessa Haxen e quello della bambina Hania, intelligentissima, scorbutica, cattivissima ma irrimediabilmente muta. Hania già nel grembo di Haxen sa tutto e vede tutto. Ha capacità percettive fuori dal comune e diventerà un guerriero terrificante.

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La novità di questa trama, ricca di colpi di scena, che avvince nell’eterna lotta fra il bene e il male, è la forza di Hania, e anche di sua madre, donne che hanno il coraggio di ribellarsi alle leggi più ataviche. La loro è una forza indomabile e femminile che diventa un ottimo messaggio per le giovani lettrici del romanzo.

Silvana De Mari è stata astutissima e lungimirante a inserire questo elmento fra le pagine della sua storia. Chi parla di femminismo adesso viene zittito con la storia della quote rosa. Allora meglio delle parole sono gli esempi. E quello di questa principessa guerriera diventa una metafora che spero riesca a dare la carica a tutte le ragazzine che si appassioneranno alla sua storia.

 

La ferocia: un romanzo potente

Quando nel luglio scorso questo romanzo ha vinto il premio Strega ci sono state  moltissime polemiche. Oltre alle solite legate alla lottizzazione della gara, anche quelle che riguardavano la qualità del libro e in particolare lo stile di scrittura di Nicola Lagioia.

Un sacco di critiche riguardavano l’ampollosità del suo stile, il compiacimento nelle metafore, le reiterazioni che appesantivano il ritmo narrativo del libro.

Quando ho cominciato il romanzo ho pensato di condividere queste opinioni, leggendo, ad esempio, questa frase: Ma una parte di quella parte lo avrebbe invece portato a inginocchiarsi ai loro piedi…   sono rimasta perplessa, ma poi la storia mi ha catturato e ho continuato a leggere abituandomi al modo  di scrivere di Lagioia. Alla sua puntigliosità, spesso eccessiva, nel descrivere i dettagli che però poi diventa funzionale alla narrazione. Le impone spessore e drammaticità.

L’unico aspetto che è oggettivamente pesante riguarda le continue escursioni temporali che, per dare una panoramica più completa e profonda deglia vvenimenti, rimandano chi legge avanti e indietro nel tempo un po’ troppo spesso.

La storia inizia come un giallo con una ragazza nuda e ferita che cammina, come una zombie, in piena notte, in una strada statale alla periferia di Bari. Morirà in circostanze misteriose e il romanzo, a ritroso, narra la storia della sua vita e quella della sua famiglia. La famiglia Salvemini, quella di un uomo potentissimo, un costruttore con le mani in pasta in molti affari, in combutta con tutti i notabili cittadini. Una famiglia dall’apparenza borghese che nasconde dietro l’agiatezza e l’ipocrisia molti segreti e, appunto, molta ferocia. E’ una storia cruda di malaffare all’italiana, con un intreccio che coinvolge e fa riflettere. La parte più interessante del romanzo sono i ritratti psicologici dei protagonisti. Purtroppo realistici e molto più angoscianti delle loro azioni criminose. Lettura ideale per gli animi cinici.

 

 

Grandissima Svetlana Aleksievic

Sono felicissima che il Premio Nobel per la letteratura sia stato assegnato a Svetlana Aleksievic, la scrittrice e giornalista bielorussa che da anni descrive con coraggio e onestà la condizione in cui vive il popolo sovietico. Già l’anno scorso era, secondo i bookmakers inglesi, era una delle candidate più papabili per il prestigioso premio e in occasione dell’uscita del suo libro “Il tempo di seconda mano” edito da Bompiani, aveva fatto una conferenza stampa.
Avevo partecipato e le avevo chiesto appunto della prossima candidatura al Nobel, lei con molta semplicità aveva detto che non le sembrava possibile. Mentre molti scrittori sono pieni di sè, con la sindrome della primadonna, questa autrice, così importante, era disponibile e tranquilla, quasi umile. Ed è proprio questo suo atteggiamento sincero e modesto che mi colpito, una scrittrice tradotta in quaranta paesi, che ha anche affrontato l’esilio perchè le sue idee e i suoi scritti non sono mai piaciuti al potere, parlava e si raccontava come una persona qualsiasi, semplicemente come una testimone del proprio tempo.
Parlava di Putin ma anche della sua nipotina con cui cercava di passare maggior tempo possibile. La nipotina che accompagnava all’asilo alla mattina ed entrando nell’edificio rimaneva perplessa vedendo manifesti di propaganda dello Stato Sovietico, messi lì per inculcare il patriottismo da subito anche ai più piccoli.

La ragazza del treno

Spiare nelle vite degli altri, osservare senza essere visti, fare congetture e fantasticare sulla loro sorte è lo sport preferito di Rachel, la protagonista de La ragazza del treno il giallo della giornalista inglese Paula Hawkins, bestseller mondiale, che quest’estate ha scalato la classifica anche da noi.
Il romanzo è scritto come un diario (astuto espediente narrativo che facilita molto l’esposizione della trama e coinvolge maggiormante chi legge). Nelle pagine si alternano le confessioni di Rachel, che osserva la vita degli altri dal finestrino del treno che dalla periferia londinese la conduce al centro della città e quelle di altre due donne.
Anna, la rivale che ha rubato il marito a Rachel e Megan, una bella ragazza che (vista dal treno) sembra avere una vita perfetta. Quella vita che Rachel ha perso, per cui prova nostalgia e invidia. E cerca di rivivere spiando morbosamente e irrazionalmente Megan.
La parte migliore del libro, quella che dà ritmo e avvince, è proprio la descrizione della realtà di Rachel che è un’alcolista e lotta contro il suo vizio.
Tutto per lei sembra andare a rotoli, da quando è stata lasciata dal marito e per sopravvivere cerca un’identificazione posticcia nella vita di Megan. Ma quando questa misteriosamente sparisce e poi viene ritrovata cadavere, la trama dovrebbe diventare più coinvolgente e incalzante. Rachel non sa racapezzarsi mentre chi legge, a settanta pagine dalla fine, putroppo ha già un’idea chiara di come siano andate le cose. Un vero peccato per un giallo dall’inizio così intrigante.
Nell’insieme comunque è una lettura piacevole, nelle pagine migliori, nelle descrizioni molto inglesi mi ha ricordato la mia amatissima Ruth Rendell. Poi ho anche pensato che La ragazza del treno è un romanzo molto inglese, una storia simile in una versione nostrana non avrebbe senso.
Gli inglesi amano molto i treni che chiamano sempre con il loro orario “the 8.05 train” perchè sono puntuali, da noi un giallo ambientato, per esempio, nella cornice di Trenord, quello che qui i pendolari prendono per arrivare a Milano, sarebbe inconcepibile. Più realistico un pulp dove passeggeri indiavolati per gli scioperi e i ritardi si imbestialiscono, sclerano e menano.
Non come Rachel che sta male, beve in silenzio macerandosi dentro, osserva dal finestrino ma certo non se la prende con il controllore.

L’intestino felice: un libro che cambia la vita

“Leggerlo mi ha cambiato la vita”, si dice di un libro particolarmente coinvolgente, che ci ha fatto riflettere perchè è arrivato nel momento giusto della nostra esistenza. Magari lo stesso tomo entusiasma alcuni, facendo intuire prospettive e strade nuove da percorrere, ma non è così efficace su altri lettori. Ma questo non può succedere con il best-seller di Giulia Enders , perchè se qualcuno decide di addentrarsi nell’universo misterioso e affascinante del nostro intestino, a fine lettura, letteralmente, non sarà più come prima.
Vanterà una nuova consapevolezza.
Perchè questo piccolo saggio, in testa alle classsifiche mondiali di vendita dallo scorso anno, oltre a sdoganare l’ultimo tabù, ovvero l’arte di fare la cacca, svela verità scientifiche sul funzionamento del nostro apparato digestivo, in uno stile così accattivante che nessun lettore rimarrà insensibile. Perchè il benessere, in fondo, sta a cuore anche ai più trasgressivi, perciò avere un’intestino felice, e vivere meglio, interessa proprio a tutti.
Nel suo libro Giulia Enders, venticinquenne tedesca, studentessa in Microbiologia e Igiene ospedaliera all’università di Francoforte, racconta in maniera divulgativa e ironica cosa succede all’interno del nostro corpo, quando ci nutriamo, e le divertenti illustrazioni di sua sorella, Jill Enders, rendono il messaggio ancora più esplicito.
Senz’altro la notizia più interessante è potere considerare l’intestino il nostro “secondo cervello”, infatti le terminazioni nervose nell’organo più esteso del nostro corpo sono molto complesse.

Dispone di un vero bastimento di molecole segnale, materiali isolanti e sistemi di interconnessione nervosa, scrive la Enders.

Gli studi scientifici approfonditi su questo argomento sono relativamente recenti e stanno confermando una teoria che noi umani “sappiamo” da sempre. Infatti sentiamo “di pancia” se una cosa sia giusta o meno. Quando siamo spaventati abbiamo “strizza”, mentre ci innamoriamo abbiamo “le farfalle nella pancia”.
Questi sono vecchi modi di dire italiani, nel libro ce n’è uno abbastanza grossolano in tedesco: “non arrivare al vaso da notte”.
(Ho pensato alla Merkel e riso molto)
Ma dal 2013 le verifiche scientifiche si stanno approfondendo (sui topi) e sembra proprio che i segnali dell’intestino raggiungano le diverse zone del cervello soprattutto nellle aree di elaborazione dei sentimenti di etica, paura, motivazione e memoria.
Quindi, non c’è dubbio, conviene far funzionare il nostro “secondo cervello” al meglio. Giulia Enders spiega come combattere intolleranze e allergie, come possiamo difenderci dai microbi e batteri, come espletare al meglio le nostre funzioni fisiologiche e anche come capire dove stiamo sbagliando. Racconta tutto ciò in modo così simpatico e chiaro che andare in bagno diventa molto più interessante. Peccato solo che noi occidentali tendiamo a “farla” nella posizione sbagliata.

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