Hania: la forza di un’eroina guerriera

 

Dopo l’incredibile successo de L’ultimo Elfo, Silvana De Mari, autrice bestseller, amatissima dai fan del fantasy, tradotta in ben venti Paesi, torna con una nuova triologia, magica, e avventurosa. Si intitola Hania, ed è anticipata da un breve prequel Il regno delle tigri bianche,  che introduce le situazioni e i personaggi del primo romanzo: Il Cavaliere della Luce,
in cui si narra la storia di Haxen, principessa del regno delle Sette Cime, che ha la disgrazia di essere prescelta dall’Oscuro Signore, per dare alla luce la sua creatura. Haxen è disperata ma rifiuta di eseguire l’ordine ragionevole e doloroso di ucciderla. Come le ha insegnato suo padre lei è un Cavaliere e un non può uccidere un bambino, o il mondo perderà la sua anima. La principessa decide così di portare la creatura a vivere nel deserto, di nasconderla, dove non potrà nuocere a nessuno.
Tutta la storia è vista da due punti di vista, quello della principessa Haxen e quello della bambina Hania, intelligentissima, scorbutica, cattivissima ma irrimediabilmente muta. Hania già nel grembo di Haxen sa tutto e vede tutto. Ha capacità percettive fuori dal comune e diventerà un guerriero terrificante.

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La novità di questa trama, ricca di colpi di scena, che avvince nell’eterna lotta fra il bene e il male, è la forza di Hania, e anche di sua madre, donne che hanno il coraggio di ribellarsi alle leggi più ataviche. La loro è una forza indomabile e femminile che diventa un ottimo messaggio per le giovani lettrici del romanzo.

Silvana De Mari è stata astutissima e lungimirante a inserire questo elmento fra le pagine della sua storia. Chi parla di femminismo adesso viene zittito con la storia della quote rosa. Allora meglio delle parole sono gli esempi. E quello di questa principessa guerriera diventa una metafora che spero riesca a dare la carica a tutte le ragazzine che si appassioneranno alla sua storia.

 

La ferocia: un romanzo potente

Quando nel luglio scorso questo romanzo ha vinto il premio Strega ci sono state  moltissime polemiche. Oltre alle solite legate alla lottizzazione della gara, anche quelle che riguardavano la qualità del libro e in particolare lo stile di scrittura di Nicola Lagioia.

Un sacco di critiche riguardavano l’ampollosità del suo stile, il compiacimento nelle metafore, le reiterazioni che appesantivano il ritmo narrativo del libro.

Quando ho cominciato il romanzo ho pensato di condividere queste opinioni, leggendo, ad esempio, questa frase: Ma una parte di quella parte lo avrebbe invece portato a inginocchiarsi ai loro piedi…   sono rimasta perplessa, ma poi la storia mi ha catturato e ho continuato a leggere abituandomi al modo  di scrivere di Lagioia. Alla sua puntigliosità, spesso eccessiva, nel descrivere i dettagli che però poi diventa funzionale alla narrazione. Le impone spessore e drammaticità.

L’unico aspetto che è oggettivamente pesante riguarda le continue escursioni temporali che, per dare una panoramica più completa e profonda deglia vvenimenti, rimandano chi legge avanti e indietro nel tempo un po’ troppo spesso.

La storia inizia come un giallo con una ragazza nuda e ferita che cammina, come una zombie, in piena notte, in una strada statale alla periferia di Bari. Morirà in circostanze misteriose e il romanzo, a ritroso, narra la storia della sua vita e quella della sua famiglia. La famiglia Salvemini, quella di un uomo potentissimo, un costruttore con le mani in pasta in molti affari, in combutta con tutti i notabili cittadini. Una famiglia dall’apparenza borghese che nasconde dietro l’agiatezza e l’ipocrisia molti segreti e, appunto, molta ferocia. E’ una storia cruda di malaffare all’italiana, con un intreccio che coinvolge e fa riflettere. La parte più interessante del romanzo sono i ritratti psicologici dei protagonisti. Purtroppo realistici e molto più angoscianti delle loro azioni criminose. Lettura ideale per gli animi cinici.

 

 

Grandissima Svetlana Aleksievic

Sono felicissima che il Premio Nobel per la letteratura sia stato assegnato a Svetlana Aleksievic, la scrittrice e giornalista bielorussa che da anni descrive con coraggio e onestà la condizione in cui vive il popolo sovietico. Già l’anno scorso era, secondo i bookmakers inglesi, era una delle candidate più papabili per il prestigioso premio e in occasione dell’uscita del suo libro “Il tempo di seconda mano” edito da Bompiani, aveva fatto una conferenza stampa.
Avevo partecipato e le avevo chiesto appunto della prossima candidatura al Nobel, lei con molta semplicità aveva detto che non le sembrava possibile. Mentre molti scrittori sono pieni di sè, con la sindrome della primadonna, questa autrice, così importante, era disponibile e tranquilla, quasi umile. Ed è proprio questo suo atteggiamento sincero e modesto che mi colpito, una scrittrice tradotta in quaranta paesi, che ha anche affrontato l’esilio perchè le sue idee e i suoi scritti non sono mai piaciuti al potere, parlava e si raccontava come una persona qualsiasi, semplicemente come una testimone del proprio tempo.
Parlava di Putin ma anche della sua nipotina con cui cercava di passare maggior tempo possibile. La nipotina che accompagnava all’asilo alla mattina ed entrando nell’edificio rimaneva perplessa vedendo manifesti di propaganda dello Stato Sovietico, messi lì per inculcare il patriottismo da subito anche ai più piccoli.

La ragazza del treno

Spiare nelle vite degli altri, osservare senza essere visti, fare congetture e fantasticare sulla loro sorte è lo sport preferito di Rachel, la protagonista de La ragazza del treno il giallo della giornalista inglese Paula Hawkins, bestseller mondiale, che quest’estate ha scalato la classifica anche da noi.
Il romanzo è scritto come un diario (astuto espediente narrativo che facilita molto l’esposizione della trama e coinvolge maggiormante chi legge). Nelle pagine si alternano le confessioni di Rachel, che osserva la vita degli altri dal finestrino del treno che dalla periferia londinese la conduce al centro della città e quelle di altre due donne.
Anna, la rivale che ha rubato il marito a Rachel e Megan, una bella ragazza che (vista dal treno) sembra avere una vita perfetta. Quella vita che Rachel ha perso, per cui prova nostalgia e invidia. E cerca di rivivere spiando morbosamente e irrazionalmente Megan.
La parte migliore del libro, quella che dà ritmo e avvince, è proprio la descrizione della realtà di Rachel che è un’alcolista e lotta contro il suo vizio.
Tutto per lei sembra andare a rotoli, da quando è stata lasciata dal marito e per sopravvivere cerca un’identificazione posticcia nella vita di Megan. Ma quando questa misteriosamente sparisce e poi viene ritrovata cadavere, la trama dovrebbe diventare più coinvolgente e incalzante. Rachel non sa racapezzarsi mentre chi legge, a settanta pagine dalla fine, putroppo ha già un’idea chiara di come siano andate le cose. Un vero peccato per un giallo dall’inizio così intrigante.
Nell’insieme comunque è una lettura piacevole, nelle pagine migliori, nelle descrizioni molto inglesi mi ha ricordato la mia amatissima Ruth Rendell. Poi ho anche pensato che La ragazza del treno è un romanzo molto inglese, una storia simile in una versione nostrana non avrebbe senso.
Gli inglesi amano molto i treni che chiamano sempre con il loro orario “the 8.05 train” perchè sono puntuali, da noi un giallo ambientato, per esempio, nella cornice di Trenord, quello che qui i pendolari prendono per arrivare a Milano, sarebbe inconcepibile. Più realistico un pulp dove passeggeri indiavolati per gli scioperi e i ritardi si imbestialiscono, sclerano e menano.
Non come Rachel che sta male, beve in silenzio macerandosi dentro, osserva dal finestrino ma certo non se la prende con il controllore.

L’intestino felice: un libro che cambia la vita

“Leggerlo mi ha cambiato la vita”, si dice di un libro particolarmente coinvolgente, che ci ha fatto riflettere perchè è arrivato nel momento giusto della nostra esistenza. Magari lo stesso tomo entusiasma alcuni, facendo intuire prospettive e strade nuove da percorrere, ma non è così efficace su altri lettori. Ma questo non può succedere con il best-seller di Giulia Enders , perchè se qualcuno decide di addentrarsi nell’universo misterioso e affascinante del nostro intestino, a fine lettura, letteralmente, non sarà più come prima.
Vanterà una nuova consapevolezza.
Perchè questo piccolo saggio, in testa alle classsifiche mondiali di vendita dallo scorso anno, oltre a sdoganare l’ultimo tabù, ovvero l’arte di fare la cacca, svela verità scientifiche sul funzionamento del nostro apparato digestivo, in uno stile così accattivante che nessun lettore rimarrà insensibile. Perchè il benessere, in fondo, sta a cuore anche ai più trasgressivi, perciò avere un’intestino felice, e vivere meglio, interessa proprio a tutti.
Nel suo libro Giulia Enders, venticinquenne tedesca, studentessa in Microbiologia e Igiene ospedaliera all’università di Francoforte, racconta in maniera divulgativa e ironica cosa succede all’interno del nostro corpo, quando ci nutriamo, e le divertenti illustrazioni di sua sorella, Jill Enders, rendono il messaggio ancora più esplicito.
Senz’altro la notizia più interessante è potere considerare l’intestino il nostro “secondo cervello”, infatti le terminazioni nervose nell’organo più esteso del nostro corpo sono molto complesse.

Dispone di un vero bastimento di molecole segnale, materiali isolanti e sistemi di interconnessione nervosa, scrive la Enders.

Gli studi scientifici approfonditi su questo argomento sono relativamente recenti e stanno confermando una teoria che noi umani “sappiamo” da sempre. Infatti sentiamo “di pancia” se una cosa sia giusta o meno. Quando siamo spaventati abbiamo “strizza”, mentre ci innamoriamo abbiamo “le farfalle nella pancia”.
Questi sono vecchi modi di dire italiani, nel libro ce n’è uno abbastanza grossolano in tedesco: “non arrivare al vaso da notte”.
(Ho pensato alla Merkel e riso molto)
Ma dal 2013 le verifiche scientifiche si stanno approfondendo (sui topi) e sembra proprio che i segnali dell’intestino raggiungano le diverse zone del cervello soprattutto nellle aree di elaborazione dei sentimenti di etica, paura, motivazione e memoria.
Quindi, non c’è dubbio, conviene far funzionare il nostro “secondo cervello” al meglio. Giulia Enders spiega come combattere intolleranze e allergie, come possiamo difenderci dai microbi e batteri, come espletare al meglio le nostre funzioni fisiologiche e anche come capire dove stiamo sbagliando. Racconta tutto ciò in modo così simpatico e chiaro che andare in bagno diventa molto più interessante. Peccato solo che noi occidentali tendiamo a “farla” nella posizione sbagliata.

Il problematico e la crocerossina: ma basta!

Sarà che ultimamente sono un po’ negativa ma mi pare che non stiamo prendendo una bella direzione.
In tanti settori ma soprattutto nei modelli femminili proposti.
Ci sono i video musicali, ai limiti del porno, con le belle smutandate e felici che ballano attorno a dei maschi che sinceramente nella vita vera certe gnoccolone se le potrebbero permettere solo nei sogni.
Ma la storia dei video è vecchia e anche le pop-star più famose sono conniventi: dall’irriducibile Madonna, che continuerà a sculettare con stiletto e calze a rete quando la richiuderanno a Villa Arzilla, a Rhianna che si tiene ben stretto il suo primato di provocatrice maledetta.
Più attuale invece è la brutta tendenza letteraria nelle storie sentimentali che continua a proporre e celebrare la figura della protagonista ingenua, all’apparenza dotata di pochi neuroni, attratta morbosamente dal lui strano, misterioso e problematico.
La saga di Twilight è stata pubblicata dieci anni fa e se avevo criticato Bella perchè un po’ troppo passiva, oggi dopo le due fanfiction nate dalla sua storia, il personaggio sembra super assertivo, forte e indipendente.
Sulle 50 sfumature è già stato scritto e detto di tutto. Sinceramente dopo tre anni pensavo quasi che ce ne stessimo liberando e invece la signora E.L.James sa che i best seller sono come il maiale, non si butta via niente, si ricicla tutto.
Infatti è arrivata la versione di Grey , altre cinquecento pagine in cui si ribadisce che se lui era cattivo e sadico aveva i suoi bei motivi e Anastasia ha fatto solo bene a fare la crocerossina per (500X3) 1500 pagine.
Messaggio sbagliatissimo perchè nella realtà se ci si smazza uno violento e dominatore va a finire in un modo molto meno patinato.
Ma la sindrome della crocerossina è una brutta, pericolosa e contagiosa malattia femminile difficile da sconfiggere. Anche perchè dalla fanfction è proliferata un’altra fanfiction After, scritto da questa astutissima estetista texana che ha aggiunto al plot copiato dalle sfumature, un tocco di furbizia in più: il protagonista uguale a Harry Styles degli One direction. E chi poteva resistere?
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Ha scritto 5 libri con whatpad sul telefono per un totale di 2500 pagine, per un pubblico young adult.
Lui è cattivo, umorale.
Lei è sempre zerbino ma più giovane.
Lui ha il passato difficile e lei lo salva.
Questo, riassumendo, il plot dei 5 volumi.
Per carità, rosico da morire pensando a tutti i soldi che ha guadagnato l’autrice, ma oltre a questo mi dà fastidio il messaggio che passa alle lettrici adolescenti: il massimo del romanticismo sia trovare un lui bad boy problematico da salvare.
Siamo quasi nel 3000 sarebbe anche ora che questi eroi negativi (già i maschi sono impacciati in un sacco di aspetti) imparassero almeno a risolvere da soli le loro paturnie e tornassero a rimorchiare una volta diventati sorridenti e simpatici.
Questo dovremmo dire alle nostre ragazze, non patisci per 2500 pagine perchè vale la pena.
Lui, in fondo, è così fico!

Una bella serata ventosa

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Ok, arrivo tardi.
Il giorno dopo, il day after, è passato da un pezzo.
C’è già stato infatti anche lo spazio per le polemiche e la dietrologia.
Mi dispiace se lo share della serata su RAI3 non sia stato all’altezza delle aspettative degli organizzatori ma nella mia esperienza personale è stata veramente una bella serata, ricca di entusiasmo e partecipazione. Quasi commovente, considerato l’argomento trattato.
Erano libri. Non calcio e gnocca, le grandi passioni italiane.
Conoscere i miei compagni di avventura è stata una boccata di aria fresca (metafora scelta anche perchè in piazzetta tirava una tramontana della miseria).
Ero la più vecchia, (non solo di blog) la più cinica e la più pettegola. Non avevo ancora finito la birra, che ha annaffiato la nostra frugale cena, che già raccontavo intrighi del dorato mondo dell’editoria: quella ha pubblicato perchè va a letto con YYX, quell’altra invece… e blah blah…
Ma i ragazzi sono stati carini. Non mi hanno detto: “zitta acida babbiona!”, anzi mi hanno sopportato e supportato con grazia!
Eravamo parcheggiati sotto il palco, sul quale si alternavano ospiti più o meno famosi. Tutti però innamorati della letteratura, arrivavano con un libro in mano e leggevano il loro passaggio del cuore.
I collegamenti con la famosa trasmissione Rai dovevano essere tre invece ne sono saltati due, però nessuno sembrava preoccuparsene. Era un vero evento di piazza: con tanta gente (grandi, piccoli, alti, bassi, giovani, vecchi, truzzi e intellettuali) che si divertiva.
E congelava anche un po’. Un po’ tanto.
(unico neo della serata live)
Ho twittato a più non posso e ringrazio chi mi ha seguito, commentato e ha ampliato la conversazione. Ho raccontato di Giacomo (di Aldo e Giovanni) che mi ha un po’ deluso perchè ha affermato di non credere nel digitale, Gherardo Colombo ha detto che il suo libro del cuore è I fratelli Karamazov e il capitolo preferito Il grande inquisitore, l’ha letto e deciso cosa fare nella vita. Gianni Biondillo ha svelato che il suo amore per i libri è nato a nove anni nella biblioteca di Quarto Oggiaro, dove c’era un’edizione di Ventimila leghe sotto i mari con la copertina così bella che non ha resistito e l’ha rubata! Poi ho avuto la conferma he twitter è uno strumento molto efficace e democratico.
(No, non ho twittato con Dolce & Gabbana!)
Avevo scritto che il regista Ferzan Ozpetek è un grande fan dei libri di Elena Ferrante e ha divorato tutta la serie de L’amica geniale in quattro giorni. Poi ho capito di essermi sbagliata quando lo stesso Ozpetek mi ha risposto chiarendo che no, li aveva letti in un mese. E la mia amica invece si è twittata con Selvaggia Lucarelli di cui avevo commentato i sandali 🙂

#ioleggoperchè: ci vediamo in piazzetta

Quando due settimane fa sono stata qualche giorno a Roma, vivevo in un appartamento proprio sopra la stazione di una fermata della metro e davanti all’ingresso c’era un ambulante indiano che gridava:
“E daje, e daje, e daje!” per attirare i clienti.
Ogni mattina vendeva cose diverse. Allora mi svegliavo, correvo in cucina e aprivo la finestra per scoprire l’offerta del giorno.
Una volta erano magliette, un’altra abitini, un’altra ancora cosmetici e l’ultimo giorno libri.
“1 euro al pezzo!”, urlava lui. “E daje, e daje, e daje!”
I libri come pezzi, prodotti, merce.
Come i cosmetici, come le t-shirt con la faccia di Audrey Hepburn. Sì, perchè ormai siamo ridotti così.
Gli ultimi dati Istat sulla lettura nel nostro Paese sono stati allarmanti: solo il 4% degli italiani compra un libro al mese, e un minuscolo 5% legge 12 libri all’anno. La quota dei lettori è scesa dal 46% al 43%.
Le donne leggono più degli uomini, i ragazzi leggono fino ai 14 anni e poi la situazione diventa drammatica: “li stiamo perdendo…
Infatti l’interesse cala, cala, cala, precipita, poi risale un pochino, fino ad arrivare ai lettori forti, 14% della popolazione, che veleggiano sui cinquant’anni e oltre.
Mia figlia, al tempo delle medie, era andata a un campo estivo di pallavolo e si era portata un paio di libri da leggere, le sue compagne la guardavano schifate e le chiedevano scandalizzate:
“Ti piace leggere?”
Quindi l’iniziativa #ioleggoperchè è importantissima, una mano santa per cercare di mitigare questa vergogna, questo buco nella nostra cultura. Gli eventi legati a questo progetto sono stati tantissimi, i messaggeri dei supereroi e in tutto il nostro Paese succedono cose imperdibili.
Domani è il D-day e ci sarà anche uno speciale su Rai3 dalle 21 alle 24 con un collegamento con piazzetta Gae Aulenti, qui a Milano, e tra i blogger invitati a commentare, a fare live blogging, a twittare e commentare l’evento, per una serie di circostanze fortuite e misteriose, con altri quattro blogger seri e preparati ci sarò anch’io. Quindi ho bisogno del vostro aiuto e della vostra partecipazione: potete interagire, lanciare messaggi, anche minacce, forse :).
Fate finta che sia Sanremo e rimanete connesse. Scrivetemi, parlatemi, vi prego, magari anche su twitter (che è più veloce).
Credo che saremo all’aperto e piazzetta Gae Aulenti è una specie di galleria del vento, quindi magari sarà anche freddo e mi ammalerò!
Se mi abbandonate mi avrete sulla coscienza!

* No, non è Dubai, è la nuova Milano 😉

Buon Compleanno!

Oggi Extramamma compie sette anni.
Ho capito che gli anni del blog sono come quelli del cane, ognuno vale sette. Quindi 49 che arrotonderei anche a 50 perchè cominciò a sentire il peso della mezza età sul blog: dopo i momenti entusiasmanti e spensierati della giovinezza, sono lenta, arrugginita e scrivo poco.
Scrivo poco perchè quando mi viene un’idea sono iper critica e mi chiedo: a chi interessa? A chi potrebbe dare fastidio? (invasione della privacy dei miei congiunti. Per questo scrivo del cane, della povera Lola che ha quasi imparato a parlare ma non ancora a leggere)
Poi analizzando un probabile post normalmente mi domando: ce n’è veramente bisogno? Oppure penso che sarebbe una notizia vecchia…o anche che ne abbiano scritto tutti…Poi negli ultimi nebbiosi, umidi, freddi pomeriggi è successo che avrei voluto scrivere un post ma prima, cercando ispirazione, spesso, ho deciso di bere un te. Cercando di concentrarmi, mi sono mangiata una tonnellata di biscotti, solo quelli rotti è stato il mio alibi, e intanto ho pensato a probabili temi o storie da raccontare. Ma alla fine dopo aver ingurgitato una trentina di frattaglie di biscotti, sono rimasta dubbiosa e, dopo mezz’ora, il mappazzone dei biscotti si è ricompattato cattivo nel mio stomaco e mi è venuta la nausea.
Brutto momento per scrivere e così ho posticipato…e posticipato.
Mentre invece quella del blog dovrebbe essere una scrittura di getto, di pancia… ma non di una pancia piena di biscotti vendicativi.
Forse l’ideale sarebbe sparire e ricomparire magicamente anonima in un altro blog (il miracolo di Natale?) così potrei sparare a zero su tutto e tutti. Non sarebbe una cattiva idea!
Poi la community del mommyblogging si è sfrangiata in tanti rivoli, anche se oramai i blogger sono i nuovi giornalisti 🙂
A volte ho seri dubbi sulla mia identità, in altri momenti sono troppo di cattivo umore (molto poco professionale), poi mi sento in colpa perchè nonostante i buoni propositi sono sempre più pigra. Insomma faccio mille storie come un’adolescente!
Però dopo aver scritto qualcosa da condividere sono più contenta e i vostri commenti mi rendono felice. Quindi nonostante gli acciacchi e gli anni sul groppone Extramamma continuerà a esistere.
Così per festeggiare il compleanno oggi voglio perlarvi di due deliziosi libretti natalizi, un’iniziativa di Graphe.it, il sito con cui collaboro.
Racconti_di_Natale
Il primo, edito nel 2013, contiene una storia di Natale di Carlo Collodi e una, altrettanto bella, ambientata ai giorni nostri di Eleonora Mazzoni e anche una poesia di Jules Laforgue.
Luci_di_Natale
Il secondo, uscito quest’anno, un racconto di Grazie Deledda, una storia distopica ambientata nel futuro, scritta da Daniele Mencarelli e inoltre una poesia di Edmond Rostand. Questi libricini sono disponibili sia in formato cartaceo, molto raffinato in carta riciclata, che in ebook. Il prossimo anno toccherà a me, scrivere una storia di Natale, il mio partner sarà Camillo Boito, molto più fico della sottoscritta, quindi sono già in ansia!
P.S. l’altro giorno abbiamo fatto l’albero è venuto storto come la Torre di Pisa, cosa vorrà dire? Sarà mica di cattivo auspiscio?

Letteratura in terza media

(Dopo un altro attacco killer al mio blog, che per un po’ di tempo era diventato un portale dove trovare imperdibili e costosi consigli per migliorare le condizioni del proprio pene (!) torno con un argomento serio…)

Interrogazione di italiano sul romanzo I Malavoglia di Giovanni Verga:
Prof: “Come si chiama il figlio del patriarca ‘Ntoni?”
Alunno interrogato: “Ummm… si chiama…lui si chiama…ummm”
Compagni che suggeriscono: “psss…azzo…b…psss…c..casss..st…azzo”
Alunno: “Ca…castianazzo!”
Il Prof guarda l’alunno con aria perplessa, tanto che questo si sente in dovere di aggiungere:
“Guardi che non è una brutta parola!”

In un’altra lezione si parla di Fahrenheit 451, il Prof spiega che è la temperatura in cui si bruciavano i libri, nella città descritta dal romanzo.
Una alunna viene presa dall’entusiasmo, si lascia scappare:
“Fico! Peccato non si faccia anche qui!”
Il Prof la guarda stupito e le dice sarcastico:
“Proprio tu che hai vinto il premio come miglior lettrice della scuola!”
“Beh, lo meritavo, ho preso centinaia di libri!”, risponde lei.
Il resto della classe sogghigna perchè conosce la vera ragione per cui durante tutto l’anno scolastico a ogni intervallo si è recata in biblioteca.
Una frequentatrice compulsiva: entrava prendeva un libro in prestito e lo restituiva il giorno dopo, solo perchè uscendo dalla classe e andando in corridoio poteva vedere un ragazzo di un’altra classe che le piaceva.
A volte tornava a prendere un libro anche nel secondo intervallo.
Così nel registro degli alunni lettori è salita in testa. Ed è stata premiata.
Le sue scelte libresche hanno spaziato in ogni campo, ha preso in prestito qualsiasi volume.
Si vocifera che abbia “letto” anche un paio di volte la Bibbia.

#nonditeloaigrandi Alla fiera del libro per ragazzi a Bologna

foto 32Sono stata alla fiera del libro di Bologna e in particolare ho gironzolato per il padiglione 33, dedicato alle famiglie, ai non adetti ai lavori. Uno spazio bellissimo, allegro e colorato, allestito per promuovere la lettura fra i bambini e i ragazzi e aggiunto per la prima volta in questa edizione all’esposizione ufficiale nei padiglioni confinanti.foto 31
Qui si possono, fino a giovedì, incontrare autori (specialmente nello spazio Teeen Track dove faranno presentazioni alcuni scrittori come Cristiano Cavina, Paola Capriolo, Paolo di Paolo, Paolo Nori). Acquistare libri per i primi lettori, per bambini e ragazzi (classici, contemporanei, album illustrati e fumetti), ammirare una bellissima mostra di illustrazioni ma anche semplicemente sedersi o sdraiarsi a leggere.

Dall’altra parte della Fiera invece, nella zona business, ci sono gli espositori delle maggiori case editrici italiane e internazionali. Si punta naturalmente al best-seller. A farla da padrone è ancora il fantasy e il mercato anglossassone. Gli editori sono alla ricerca di una nuova Rowling o una nuova Collins, per copiare il successo di Harry Potter e degli Hunger Games. E’ un po’ triste pensare che noi siamo sempre così pecoroni. Da adulti abbiamo subito il l’exploit planetario delle 50 sfumature e cercato di emularne il successo con un fiume di romanzi erotici. E per gli adolescenti è la stessa cosa. Fantasy invece di sesso. Ma sempre mappazzoni irrealistici.
Questo mi rende un po’ triste perchè la letteratura è un’altra cosa.

Quindi chiudo il post con tre immaginette sacre 🙂

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Piccole Donne, il mio libro feticcio #nonditeloaigrandi

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L’ho letto e riletto Piccole Donne è stato il libro che ho amato di più durante la mia infanzia. La storia delle sorelle March mi coinvolgeva e intrigava moltissimo. Ero figlia unica e invidiavo tantissimo la loro famiglia numerosa, le schermaglie, l’affetto, la rivalità e la solidarietà che riempivano la loro vita. La prima volta che ho affrontato questo romanzo avrò avuto dieci anni e la sorella maggiore, Meg, che all’inizio della storia ne aveva (ben) sedici mi sembrava anche troppo adulta e non è mai stata la mia preferita. Quella da imitare era Jo, con un carattere molto più interessante e ribelle. Poi la sua passione per la scrittura ha suscitato subito molta ammirazione e probabilmente anche emulazione. Forse ho deciso anch’io di scrivere per copiarla.
La seconda sorella preferita era Amy, piccola e vanesia. Mi è sempre stata simpatica anche perchè condividevo con lei il problema del naso a patata e ispiranndomi al suo personaggio, da piccola, cercavo di restringerlo costringendolo dentro una molletta da bucato (che male!).
L’unica che non mi ha mai entusiasmato è stata invece Beth, un po’ troppo moscia per i miei gusti. Poi si è anche ammalata ed finita male, RIP 🙁
(Poi mi sono letta anche “Piccole donne crescono”, “Piccoli uomini” e “I figli di Jo”, ma non è stata la stessa cosa. Avevo bisogno di altre dosi ma non ho avuto la stessa appassionata soddisfazione. Come sempre i sequel sono un po’ minestra riscaldata)
Queste le mie sensazioni da lettrice bambina.
Sfogliando invece il romanzo adesso, da adulta con una certa esperienza di scrittura, posso comprendere e ammirare ancor di più il talento dell’autrice, Louise May Alcott.
Già l’incipit della storia è fulminante: con un dialogo di quattro frasi fra le sorelle mette in luce, in maniera essenziale e perfetta, le caratteristiche psicologiche delle sue protagoniste!
Ha pubblicato “Piccole donne” nel lontanissimo 1868 ma rileggendo alcune descrizioni, ad esempio l’incidente scolastico di Amy che spacciava limoncini sottobanco, le dinamiche fra compagne di scuola, l’ironia e la competizione sono modernissime e super attuali.
Un vero genio della letteratura!

Questo post fa parte #nonditeloaigrandi per promuovere in rete le buone letture, in occasione della Fiera del libro per ragazzi da oggi al 27 marzo a Bologna, per parlare dei libri che nella nostra infanzia ci hanno emozionato e forse anche cambiato la vita.
Chi volesse partecipare qui trova il link.

Nessuno sa di noi


Questo libro è fra i dodici finalisti del Premio Strega, domani sera ci sarà a Roma la selezione della cinquina vincente e tifo per Simona Sparaco. Nessuno sa di noi è una storia forte, coinvolgente, anche troppo, un pugno nello stomaco. Racconta la vicenda di una coppia, Pietro e Luce che cercano ardentemente un figlio e quando finalmente la gravidanza arriva sono felici, emozionati, trepidanti di aspettative. Fino al settimo mese quando un’ecografia di routine rivela che il bimbo, sognato e immaginato, a cui è già stato dato anche un nome, è stranamente troppo corto. Troppo piccolo, le sue ossa non sono abbastanza sviluppate. Le dimensioni non rientrano nella norma dei parametri di crescita. Così dice l’ecografa e poi spiega che è affetto da displasia scheletrica. Se nascerà forse non sopravviverà o andrà incontro a gravissimi problemi. Insomma l’avverarsi dell’incubo di ogni madre in attesa.
A Luce e Pietro spetta la decisione che sconvolgerà la loro vita e la loro coppia.
Non racconto altro perchè non voglio rovinare l’emozione della lettura. Non scrivo “il piacere della lettura” perchè specialmente per chi è passata attraverso una gravidanza, e in particolare una a rischio, è più esatto parlare di coinvolgimento e di empatia più che di piacere. Il pregio fondamentale di questo romanzo è il raccontare sentimenti così forti e dolorosi con uno stile misurato e incisivo, senza mai scadere nella retorica, nella commozione facile. Un libro che si deve leggere tutto d’un fiato, lascia il segno ma anche un messaggio positivo perchè oltre che di maternità il romanzo parla dell’amore, in tutte le sue declinazioni. L’amore che unisce i due protagonisti e li aiuta a non naufragare in un’esperienza così devastante.

La versione di Barbie


Ho capito perchè fin da bambina ti odiavo, insopportabile top model di plastica: sei il primo modello di donna rispetto al quale cominciamo tutte a sentirci inadeguate. Un bel vaffa è dedicato a te. E sono i vaffa che aiutano a crescere

Questo è scritto sulla quarta di copertina de La versione di Barbie, il nuovo libro di Alessandra Faiella. “I vaffa che aiutano a crescere” non è solo una geniale parodia del best-seller di Asha Phillips ma è un’assoluta verità. Perchè seguire il modello Barbie è rovinoso sempre e comunque.
Il libro della Faiella è un saggio ma anche un memoir. Dove si alternano ricordi di esperienze personali a riflessioni di costume.
Esilarante, ma anche tanto vera, l’analisi del suo primo bacio: la sensazione di un capitone viscido che si muove guizzando sul mio palato!
E la descrizione della catastrofe delle mestruazioni, con ricco excursus storico sul problema, ma anche un approfondimento fantascientifico su come sarebbero considerate fichissime le nostre cose se ad avercele fossero i maschi: C’ho un flusso! Ce l’ho molto più abbondante che tutti i miei amici! Vuoi veder che flusso ho nei pantaloni?
Un libro che fa tanto ridere, ma anche pensare, perchè l’autrice lancia un grido di allarme: siamo messe malissimo. Siamo tornate indietro di trent’anni (conferma purtroppo tutte le mie paure espresse nel post precedente), per le ragazzine uniformarsi con i modelli proposti è un inferno. Un inferno in salita.
Infatti, per tutte le donne è una corsa a ostacoli essere all’altezza delle aspettative che ci propinano i media. Dalla Barbie in poi tutti fanno a gara per proporci una visione falsa, sdolcinata e distorta della realtà al femminile: dai giornalini per teen, alla pubblicità, all’immagine della coppia e del ruolo materno, fino allo spauracchio della menopausa.
Che fare, oltre a dileggiare questi messaggi?
Non essere passive, non pensare che sia normale perchè oramai il modello è accettato ubiquamente.
Parlare, ridere e deridere, leggere questo libro e regalarlo alle amiche. Di qualsiasi età.

Mancarsi

Sliding doors sull’amore. Ho appena finito questo romanzo molto bello, molto poetico, molto vero. E’ la storia di un lui e una lei, reduci da due relazioni finite, disillusi sull’alchimia dei sentimenti ma molto probabilmente  destinati l’uno all’altra e chi legge il libro fa il tifo perchè si incontrino. E’ un romanzo d’amore intelligente, profondo ma anche leggero, ironico e realistico, dove non c’è posto per il miele e la banalità che di solito fa vendere. Questo libro si legge in fretta, anche se si fanno piccole soste per riflettere e per gustare tutte le parole dell’autore. Non conoscevo Diego De Silva e sono molto contenta di averlo scoperto. Scrive molto bene ed è così fico da non dover neanche dividere la storia in capitoli: il suo modo di raccontare è fluido e non se ne avverte la necessità. Due soli i dettagli che mi hanno lasciato un po’ perplessa: l’overdose di parentesi nel testo (forse è un vezzo) e nell’unica scena di sesso nel romanzo  la descrizione del capezzolo della protagonista non mi torna. Rosato, va bene, ma anche leggermente sfrangiato. Strano. Di tette ne ho viste a bizzeffe, dai 12 ai 70 anni, ma mai nessuna aveva questa caratteristica. Licenza poetica o fantasia erotica?

 

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