New York

Prologo

Lo scorso 21 dicembre ero un po’ in ritardo per andare a prendere Emma a scuola alle 16,30 così avevo telefonato alla bidella per dirle se potevano tenere mia figlia 10 minuti in più dentro ai locali scolastici, considerato che aveva cominciato a nevicare copiosamente. La saggia bidella mi aveva risposto che magari era meglio se facevo andare a casa Emma con un’altra mamma…aveva ragione… infatti 4 ore dopo ero ancora in auto, in una Milano paralizzata dalla neve.

Il giorno dopo avevamo l’aereo alle 10,30 da Malpensa per New York e temevamo di non poter partire perchè la città, grazie alla lungimiranza dei vertici cittadini, era tutta bloccata. Invece miracolosamente l’impavido Sant’ ha guidato la nostra Mini nella siberia del varesotto e siamo arrivati all’aereoporto dove, altrettanto miracolosamente, è decollato anche il nostro aereo…leggermente stressati ma felici abbiamo affidato la nostra vita nelle mani del pilota.

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Il clima

Polare, un freddo disumano. Le temperature espresse in gradi Farenheit mi illudevano perchè sembravano un po’ più alte, andavano dai 28°F ai 35°F.  Ma in verità erano sempre attorno allo zero. Sarà che a me piace il caldo ma l’aria gelida che mi soffiava costantemente in faccia ha un po’ tarpato lo spirito esplorativo. Ero già stata due volte a New York, nella mia vita precedente, in primavera e in estate, e devo dire che era tutta un’altra cosa. Manhattan va girata a piedi e questa volta è stata un po’ dura farlo con nonchalance. Abbiamo sempre affrontato la furia degli elementi bardatissimi: sciarpa, berretto, guanti…peggio che sulle Dolomiti. Sant’ ha fatto l’alpino e quindi era un tantino più rilassato. Abbiamo saltato alcune mete che avevamo in programma ma siamo stati intrepidamente a Central Park, dove abbiamo visto i pattinatori, molti turisti russi completamente a loro agio con il clima, parecchi scoiattoli e ci siamo fatti questa foto. E’ bastato un minuto seduta sul muretto e mi si sono gelate le chiappe!

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I taxisti

Sono tutti molto nervosi, quasi borderline. Il traffico della Grande Mela è molto caotico e stressante e i taxisti ne fanno le spese, suonano il clacxon a manetta e si infilano ovunque. (La neve però viene spazzata via in un nano secondo). Dopo aver salvato la pelle nel viaggio di andata abbiamo rischiato di brutto nel taxi che ci ha portato dall’aereoporto all’hotel. Il nostro driver era particolarmente irritato dal traffico congestionato della superstrada/tangenziale/sopraelevata/megaponte che portava a Manhattan. Insofferente a ogni regola del codice della strada,  comunicava il suo stress prima tamburellando con le dita sul volante, poi partiva con uno slalom tra le auto zizgando a tutta velocità a destra e a sinistra pur di sorpassare. A volte inchiodava imprecando. Emma fortunatamente, stravolta dal viaggio e dal fuso orario dormiva, mentre io e il resto della famiglia pregavamo silenziosamente pentendoci dei nostri peccati ogni volta che ricominiciava a tamburellare.  Prima di frenare davanti all’hotel all’ultimo semaforo ha urlato dal finestrino:
“Move baaack!!!”,  facendo il pelo a una povera turista giapponese che stava educatamente aspettando il verde a un semaforo pedonale.
Però una volta vaccinati a loro umori, i taxisti newyorkesi si possono anche  apprezzare soprattutto perchè sono molto numerosi e meno cari dei nostri.

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Il cibo

Era uno dei miei timori, invece è stata una piacevole sorpresa. Soprattutto per due motivi: nel nostro albergo c’era un ottimo ristorante italiano perciò alla sera quando tornavamo stravolti e infreddoliti, invece di tentare un’altra escursione per trovare un posticino dove mangiare, cedevamo alla pigrizia e alla comodità e mangiavamo in hotel. Le mie figlie erano contentissima di farsi un buon piatto di gnocchi o di ravioli, da vere italians. Per il pranzo invece abbiamo scoperto Hale & Hearty, una catena di fast food dove le zuppe sono il piatto forte ed erano veramente buonissime. Il colpo di fulmine è avvenuto il primo giorno, mentre eravamo in cima a Top of the Rock, come suggerito dall’ex newyorkese Wwm. Il Top of the Rock è la sommità del Rockfeller Centre da cui si può vedere tutta Manhattan (la prima foto è stata scattata lì). Tra un click e l’altro un odorino di sugo al pomodoro ci inebriava. Sempre da veri italians, che sentono quel certo languorino all’ora di pranzo,  abbiamo cominciato a dirci:

“Uhmm…che buono, ma da dove viene?”

Seguendo il naso, quando siamo scesi dalla sommità del edificio, abbiamo scoperto che proprio sotto c’era la meravigliosa cucina dello zuppodromo e il relativo negozio. Unico neo il fatto che i posti da sedere sono pochissimi, perchè questo cibo è essenzialmente take away. Quindi per sederci dovevamo fare la posta ai pochi tavolini disponibili.
Poi abbiamo provato hamburger e milkshake da Johnny Rockets una catena di diner in puro stile anni ’50. Con tanto di musica di Elvis e jukebox sul tavolo. L’abbiamo sperimentato in un mall del New Jersey a grande richiesta di Anita ed Emma.

Poi grazie ai favolosi consigli di Caia, che l’anno scorso abitava a New York, ci siamo fatti dell’ottimo sushi in un ristorantino del Village.

(continua…)

La Scozia: mini-guida

Una mia amica mamma blogger mi ha chiesto di fare una mini-guida per un eventuale vacanza in Scozia con la prole. Sono lusingata di tanta fiducia, ma non credo di essere all’altezza, però posso fare alcuni commenti e osservazioni, spero utili.
Premessa, siamo partiti un po’ di corsa all’ultimo momento e quindi non avevamo fatto l’itinerario.
E’ un errore da evitare. Se volete qualcosa di più ponderato, forse è meglio leggere il resoconto di Graziella. Noi infatti abbiamo dormito in alberghi come l’Holiday Inn, Novotel e Ibis, che sono l’ultima spiaggia in fatto di prenotazioni. Mentre riservando con più anticipo e acume si possono trovare Bed&Breakfast più caratteristici e forse anche meno cari. Consiglio comunque a chi non trova di meglio, il Novotel di Edimburgo, dove i bambini hanno la colazione gratis e c’è anche la piscina per far “sgroppare” e stancare i più piccoli quando fuori piove.
Solo a Fort Augustus, alla base del Loch Ness, abbiamo dormito in un posto veramente delizioso, dove c’era anche free wi-fi, avrei voluto rimanere lì per sempre, ma abbiamo trovato libera solo una notte.
Era pieno di turisti italiani e a cena ho anche sentito un simpatico signore romano che sussurava complice alla moglie:
“Ce famo er pescione?”
Proposta subito accolta dalla gentile consorte anche perchè in Scozia il pesce è favoloso: salmone a pacchi, come la piadina in Romagna. Avevo paura che il cibo in Scozia fosse solo haggis, patatine fritte e fast food, invece sono rimasta piacevolmente sorpresa sia dalla varietà della scelta che dall’ottima qualità. In tutti i ristoranti ci sono i menù per bambini: oltre agli hamburger, fish and chips, mini insalate di pollo/salmone, mini zuppe del giorno e (incredibile!) ottimi gelati. Il paradiso gastronomico della famiglia italiana in trasferta è Pizza Express dove, nel menù dei piccoli servono mini margherite, piatti di pasta al sugo, mini pinzimoni e il miticissimo -gratis- bambinoccino, un minicappuccio senza caffè, con cacao e schiuma di latte. In questo franchising vendono (meraviglia delle meraviglie) anche degli omogenizzati come pappa per l’infante che esce a cena.
Diversamente dal nostro simpatico Paese, che continua a deluderci su più fronti, in Scozia ci sono un po’ di facilities per le mamme: bagni con fasciatoi ovunque, omogenizzati di frutta e verdura gratis negli autogrill (come ho già scritto), seggioloni e matite per disegnare in quasi tutti i ristoranti.
A Edimburgo abbiamo fatto due cose meravigliose che sono adatte anche ai bambini più piccoli delle mie figlie: una è la Camera Obscura, in una torre vicino al Castello dove si può ammirare un incredibile gioco di illusione ottica e poi fermarsi a guardare le varie sale del museo sempre su giochi di prospettiva e illusioni. Un’altra tappa imperdibile è Dynamic Earth, un grande padiglione dove si affronta un itinerario sulla storia della Terra: dal Big Bang ai nostri giorni. E’ un percorso interattivo molto ecologico e coinvolgente, che i bambini possono seguire nella loro lingua d’origine grazie a un’audio-guida con un’ottima traduzione. Per i fan della Rowling si può andare in pellegrinaggio all’Elephant House, dove (dice la leggenda) nacque Harry Potter dalla penna dell’infreddolita e allora squattrinata scrittrice che stava al bar per non pagare il riscaldamento di casa.
Di Loch Ness vi ho già parlato e anche del vento gelido di Inverness e della pioggia di Glasgow, dove considerato il maltempo, si può visitare lo Science Center, un grande museo della scienza interattivo.
Ultima considerazione: la suina. Nessun influenzato febbricitante in giro. Solo un paio di notizie allarmanti sui tabloid a proposito del Tamiflu, l’antivirale che viene somministrato ai malati. Dà allucinazioni ai bambini e può provocare, pare, pesanti effetti collaterali sul sistema neurologico, per cui meglio andarci cauti.

Perizoma natalizio

Siamo tornati ieri, dopo un’altra sosta a Edimburgo. Il nostro albergo era proprio in pieno centro e la nostra stanza aveva grandi finestre che davano su una piazzetta che era anche un palcoscenico per gli artisti di strada del Fringe Festival.
Anita ed Emma, mentre io impacchettavo e spacchettavo (noioso leit motiv della vacanza itinerante), stavano a guardare le performace di mimi, giocolieri e funamboli.
L’altro pomeriggio c’era un tranquillo signore sui quarantacinque, capello brizzolato e allure da impiegato di banca, che intratteneva il pubblico con gag un po’ in stile Mr.Bean.
Stavo sistemando tranquillamente i miei prodottini in bagno, quando ho sentito esclamazioni di sorpresa delle ragazze.
Poi, dopo poco un urlo:
“Mamma, mamma, vieni a vedere!”
“Ma che schifo!”
E giù grandi risate.
“Emma guarda!”
Incuriosita, mi sono avvicinata alla finestra e ho visto che l’artista aveva fatto lo strip. Per sua fortuna nel cielo c’era uno sprazzo di sole e spogliarsi poteva anche essere piacevole. Peccato che lui avesse esagerato.
Ora indossava solo un perizoma, abbellito da una luccicante palla argentea sul davanti.
“Deve essere un addobbo natalizio”, ha precisato Anita
Il nostro eroe aveva come arte quella di fare il clown, prendendo in giro i passanti e per essere più divertente aveva tentato la carta del California Dream Man de’noantri.
“Prima aveva una vestaglia poi se l’è tolta”, mi ha raccontato Emma.
“Questo è un festival molto alternativo”, ho spiegato. “Chiunque ha una chance per intrattenere il pubblico”
“E’ bello”, ha sentenziato Emma, che spesso ama fare il clown casalingo. “Però non doveva smutandarsi con la palla di Natale”
Ho annuito sorridendo ma mi sono anche domandata perchè fra i 18.900 artisti (così tanti secondo il programma ufficiale del Festival) proprio sotto la nostra finestra doveva capitare l’esibizionista?

Guidando verso Loch Ness

“Cos’è quel grifone che si annusa l’ascella?”, chiede Emma.
Abbiamo appena lasciato Glasgow e stiamo guidando verso nord sulla nostra auto a noleggio, una Vauxhall con un logo che potrebbe servire anche come pubblicità per un deodorante. L’hotel di Glasgow era orrido e si chiama Holiday Inn Express, se mai vi capitasse, cercate di evitarlo.
Viaggiare con delle figlie femmine significa conoscere tutti i bagni della regione, oggi a Tyndrum, nelle Highlands, Emma ed io abbiamo visitato il miglior bagno del 2009 (non scherzo) era in un piccolo supermarket sulla strada statale e sfoggiava orgoglioso sulla parete la targa con il premio ricevuto da un’associazione di cui non ricordo il nome, ma di cui avrei le credenziali per essere membro considerata la mia grande esperienza in visite in zona WC. In effetti questa toilet non era male: azzurrina, pulita, con fasciatoio e lavandino spazioso.
Il viaggio di oggi è stato molto lungo perchè bisogna andare a 40 miglia all’ora e non c’è autostrada. Però il panorama era molto bello: le famose colline scozzesi coperte di erica, era la prima volta che la vedevo dal vero. E’ una pianta che ogni tanto ho comprato perchè sembra già secca anche quando è viva, così non mi sentivo in colpa quando spirava del tutto a casa mia.
A fine pomeriggio siamo arrivati a Fort Augustus, un paesino delizioso alla base del lago di Loch Ness, in questi giorni popolato sembra quasi esclusivamente da turisti italiani. Domani prendiamo un battello e andiamo a cercare Nessie.

Tea for 4

Qualche giorno fa siamo scesi al sud, guidando da Edimburgo a York. Per una pausa ci siamo fermati in una tea-room nel piccolo villaggio di Simonburn. Abbiamo trovato questo indirizzo su internet e sembrava un posto interessante. Quando siamo arrivati, abbiamo avuto un attimo di esitazione, perchè era veramente very English: pieno di vecchiette (era una gita della locale casa di riposo) che si slurpavano spensieratamente fette gigantesche di torte alla panna, alla faccia del colesterolo a mille, sorseggiando te. Invece poi ci siamo adeguati all’ambiente e mangiati degli ottimi sandwich al tonno e anche le ragazze hanno provato il te con il latte.
Atmosfera stupendamente inglese con tanto di pubblicità di una fiera che si terrà l’ultima domenica del mese: il Bellingham Show, una tradizione che si ripete dal 1842. Questo show è come quello del film Babe: si premia la pecora più bella, il miglior pane fatto in casa, gli scones meglio riusciti, la marmellata più golosa, poi c’è la corsa dei Yorkshire terrier, quella dei pony e tante altre competizioni che eletrizzano i fattori della zona.
E’ un peccato doverselo perdere.
A York siamo stati benissimo dai nostri amici e adesso siamo tornati in Scozia a Glasgow (tempo piuttosto infame). Due le cose incredibili da raccontare: ieri nel locale “autogrill” dell’autostrada gli omogenizzati alla frutta e verdura erano gratis per tutte le mamme. Non era un’offerta speciale ma un’usanza consolidata. Oggi invece nei bagni del grande magazzino Buchanan Galleries, in centro città, c’è una piastra per capelli. Con una sterlina si possono avere 2 minuti di stiramento. Una ragazza giapponese ci dava dentro di brutto e aveva già i capelli liscissimi grazie al suo dna orientale. Io, con una testa afro (dovuta alla simpatica pioggia scozzese) la guardavo ammirata e basita.

Mondo Orso

Edimburgo è una città bellissima, e in questi due giorni il tempo è anche caldo. Gli unici con le giacche sono i numerosissimi turisti italiani. Anche “la suina” sembra assente. Thanks God.
Abbiamo fatto già un po’ di giri e ieri siamo stati in un negozio favoloso.


In Build-a-bear si entra e si può costruire il proprio orso. Si sceglie fra varie “pelli d’orso vuote”, ma ci sono anche pupazzi di scimmie, cani, un cavallo e per chi vuole complicarsi la vita anche un unicorno. Poi si sceglie la voce, si riempie con quella roba fluffosa che sta dentro i pupazzi, si mette anche un cuore, poi gli si dà un nome e si comprano i vestiti. Ci sono vestiti e accessori di tutti i tipi, per orsi maschi e orse femmine. Per orsi skaters e orse frivole fan di Hello Kitty.

Scelto il guardaroba si passa alla registrazione: dentro al pupazzo viene inserito un microchip che servirà a renderlo riconoscibile, si registra l’orso su internet e così in caso di smarrimento, l’orso può sempre tornare a casa. Ma la cosa più importante è il voto che si fa: l’orso sarà sempre il pupazzo del cuore il numero uno, il preferito.
Proprio questo non ha permesso alle mie figlie di costruirsene uno, perchè entrambe sono già impegnate: Anita ha, da dodici anni, il coniglio Ia.
(Le ho detto non vorrai mica sostituirlo con un pupazzo più giovane, come fanno certi mariti con le loro mogli…e lei ha capito).
Emma invece ha un rapporto esclusivo e monogamico con l’adorato ranocchio Sky: Proprio per lui ha comprato, e speriamo che la taglia sia quella giusta, un paio di pantaloni e una t-shirt da skaters.
Sant’ ieri sera ha detto che vuole tornare al negozio e farsi lui un orso del cuore. Gli vuole comprare anche il giubbotto da motociclista.
“Da piccolo non ho mai avuto il pupazzo preferito”
“Ma dormirà con noi?”, ho chiesto allarmata.
“Potrebbe…Farsi l’amante fa sentire in colpa, mentre comprarsi l’orsetto, no…”
Ho capito che ha bisogno di più attenzioni…

In città si incontrano un sacco di personaggi strani, perchè la prossima settimana inizia il Festival di Edimburgo, dove ci saranno un sacco di spettacoli di danza, teatro, mimo, più o meno alternativi.

Canne al vento

Ho visto sul Corriere la cronaca sullo spaventoso incidente di Viareggio e mi è venuto da piangere. Spero che le mie amiche virtuali che abitano nella zona, Salmastrosa, Annalisa, Pimpa3 e Vebroske, stiano bene e così pure i loro parenti e amici.

Il mio entusiasmo per la spiaggia libera sta scemando.
Negli ultimi tre-quattro giorni, puntualmente, si piazzavano dietro a noi un gruppo di allegri ragazzotti, accessoriati con catene d’oro, I-phone e borse firmate che si rollavano canne a cottimo. Poi, ovviamente, giù a ridere e sghignazzare. Il primo giorno ho zittito la babbiona che è in me e ho fatto finta di nulla. Il secondo giorno ho sperato che non venissero. Invece puntuali come una cambiale sono tornati: stesso angolo di spiaggia dietro a noi. Stessa nuvola di fumo, tante risate. Terzo giorno replay. Allora “mi è scesa la catena”: ho preso le figlie e ho detto alle creature:
“Basta andiamo via che questi continuano a farsi le canne!”
Anita ed Emma mi hanno guardate stupite, interessate e intrigate dal mio sapere:
“Mamma ma come fai a dirlo?”
“L’ho visto”
“Sei come Homer (Simpson) che lo sa perchè l’ha visto nei filmetti?”, mi ha chiesto Emma.
“Hai indovinato”
Perciò oggi siamo andati allo stabilimento di fianco, per evitare narcotiche contaminazioni.
Alla solita ora del pomeriggio li ho visti arrivare. Allegri come sempre.
“Mamma guarda ci sono i tuoi amici, ci seguono…”
“????!!!!”
Fortunatamente invece andavano solo a comprare da bere al bar.

Sto leggendo un romanzo di Joyce Carol Oates, “Sorella, mio unico amore”, ispirato alla vicenda di JonBenet Ramsey, la bambina-reginetta di bellezza che, a sei anni, fu trovata uccisa nella propria casa a Boulder in Colorado, la notte di Natale del’ 96.
Il colpevole non è mai stato identificato e nel libro Joyce Carol Oates usa come voce narrante il fratellino maggiore della piccola vittima. La scrittrice ha cambiato nomi, location e trasformato la piccola in una mini campionessa di pattinaggio sul ghiaccio e così racconta la sua breve e tragica vita. Un aspetto che mi ha molto colpito, purtroppo super realistico, è la follia dei genitori che investono sui talenti dei figli, iscrivendoli a mille corsi, per sviluppare il loro quoziente intellettivo (non si sa mai: potrebbero essere dei geni) e per appagare le loro aspettative.
Bambini con l’agenda piena di impegni come mega manager, bambini che per giocare tra loro hanno “playdates”, letteralmente “appuntamenti di gioco”. In pratica sono i pomeriggi organizzati a casa degli amichetti, ma già dall’etimologia del nome si intuisce che niente è lasciato al caso, che la vita di questi bambini è asservita all’ansia organizzativa degli adulti, che nel caso della storia raccontata nel libro scelgono gli amichetti in nome della loro personale ambizione, non delle simpatie dei piccoli.
Naturalmente queste manie sono accentuate dall’american way of life.
Ma anche da noi, soprattutto nelle grandi città, la tendenza ha attecchito mica poco. Aveva attecchito anche a casa mia, qualche anno fa! Già avevo cambiato rotta, ma questo libro mi ha fatto giurare che sarà un autunno all’insegna della leggereza….

Carissimo Eurodisney


Ieri mattina mentre ci preparavamo per andare a Eurodisney ho detto a Sant’: “…comunque 200 euro per entrare…caspiterina…facciamolo capire a “quelle due” che è un regalone…”
“Smettila così rovini la giornata!”
“????!!!”
“Sì, andiamo una volta nella vita, non insistere smettila!”
Mi venivano in mente soluzioni meravigliose e allettanti per spendere i miei 51 euro di ingresso in altro modo, ma non ho osato insistere.
Mi veniva in mente la storica frase di Indro Montanelli:
“Tappiamoci il naso e votiamo DC”.
Ecco, per me andare a dare 200 euro a Topolino faceva sentire alla stessa maniera.
Una giornata di sole magnifico, temperatura 20°, ma sulla mia testa continuava a esserci la nuvoletta nera della madre riluttante e arrabbiata che non sapeva quale fosse il giusto limite fra il compromesso consumista e il boicottaggio talebano.
Mi sono rasserenata solo sparando con la pistola laser sulle astronavi di Buzz Lightyear. Perchè oramai ero in ballo e non potevo tenere il muso tutto il giorno.
Come suggerito da Mammamsterdam, mi ero portata uno snack, menomale perchè quando abbiamo cercato di pranzare, tutti i ristoranti erano strapieni con code lunghissime di affamati in attesa. Le bambine hanno comprato il pop-corn ma l’hanno buttato perchè era caramellato. C’era purtroppo solo così. Nonostante fosse lunedì ovunque era affollatissimo. Le code per ogni attrazione peggio che alla ASL e su questo contano Mickey Mouse e i suoi sodali, le famiglie che devono ammazzare il tempo fra un roller coster e l’astronave di Dumbo comprano, comprano e comprano. Gadgets su gagdets a prezzi assurdi: un vestitino da principessa (base) 45 euro, cerchietto con orecchie da Minnie 10. E alla faccia della crisi, incredibilmente, tutti acquistano.
Quando alcuni anni fa a Milano, hanno aperto il Disney Store anch’io mi ero fiondata entusiasta a comprare astucci di Nemo, t-shirt di Cars e mutandine di Trilly e ho scoperto che la qualità è veramente infima, perciò questi prezzi nonostante il brand, sono esagerati. Cosa mi è piaciuto? La zona Fantasyland, dedicata ai bambini più piccoli. L’architettura dei castelli e dei palazzi. Un bambino di colore, di circa 5 anni, che dopo un’ora di fila nel castello catacombale per salire sul barcone della crociera Pirati dei caraibi, ancora cantava felice e incantato.

Abbiamo fatto un abbonamento settimanale alle RER e alla metropolitana con una carta che si chiama Découverte Navigo. La grande soddisfazione che dà questa carta è che si passa strisciando la carta con nonchalance su un piccolo visore, all’entrata del metro, i tornelli si aprono in un secondo. Niente code, niente domande, niente calcoli su quento costerà il biglietto. Sembra quasi di essere parigini. Anita ed io ci siamo particolarmente entusiasmate e ci alleniamo per passare questi tornelli nella maniera più cool possibile: oggi ho sbattuto l’osso sacro contro un tornello bloccato, lei è rimasta incastrata con una gamba. Sappiamo che la strada per diventare veramente abili è ancora lunga e sabato saremo piene di lividi, ma continuiamo ad allenarci.

Dimanche


Il paese dove alloggiamo è delizioso. Tranquillo e veramente a misura di famiglie con i bambini. E a sole 7 fermate di RER dal centro di Parigi. Quando torno posto l’indirizzo perchè è un’ottima soluzione per vedere la città ma non essere sempre in mezzo al caos e anche il rapporto qualità prezzo è buono. La casa ha un giardino dove le ragazze oggi hanno giocato divertendosi con il volano, gentilmente offerto dal proprietario (che ha una figlia di nove anni e sa come butta). Stamattina sono andata al mercato a comprare un po’ di roba per riempire il frigorifero. Mi piace da morire mischiarmi con la gente normale ed evitare i turisti. I commercianti mi hanno detto un paio di proverbi in italiano per fare i simpatici ma mai chiesto di ripetere quello che avevo detto, o peggio cercato di parlarmi in inglese. Quindi sono piuttosto soddisfatta del mio francese.
Ieri in aereo ho avuto invece un momento di panico. Mi sono rivolta ad Anita che fa francese e le ho chiesto: “Essi devono?”
Lei mi ha guardato: “Ho fatto solo i verbi della prima coniugazione!”, sottintendendo, “sono tutti cavoli tuoi!”
Oggi pomeriggio abbiamo deciso di andare all’Ile Saint Louis purtroppo ci siamo infilati proprio in mezzo alla folla dei visitatori più agguerriti. Tempo bello: il lungo Senna e la piazza di Notre Dame erano un incubo, unica pausa relax il parco giochi dietro la cattedrale, dove abbiamo fatto questa foto. Qui l’ambiente era più interessante e misto: famiglie francesi con bebé, vecchie coppie in ciabatte che sembravano ancora innamorate e si sostenevano/trascinavano a vicenda (ho dato di gomito a Sant’…) e anche qualche ubriaco che litigava, ma almeno porconava in francese così ho potuto ascoltare con interesse per arricchire il mio vocabolario di insulti in lingua. Ieri sera abbiamo mangiato tailandese, stasera marocchino, la povera Emma mi ha chiesto, preoccupata:
“Quand’è che mangiamo normale?”
Domani non solo è prevista pasta al sugo, ma anche Eurodisney o se piove giornata a La Villette, dove c’è il meraviglioso museo interattivo. Quindi stasera proverà un cous-cous e niente storie! (pas d’histoires?)

Paris


Fra tre ore partiamo alla volta di Parigi. Staremo una settimana in un appartamentino fuori città che si trova fra la capitale ed Eurodisney. La buona notizia è che c’è la connessione wifi, e quindi posso postare, la cattiva è che stavolta Eurodisney è scritto nel destino. Odio questo genere di luoghi, amo al Disney quanto la Nestlè e le mestruazioni! 

Comunque adesso stendo l’ultima lavatrice, chiudo la valigia, ripasso l’ultimo CD di Carlà, mi travesto da Amelie, faccio due urli alle mie figlie per dire che si sbrighino… e via a Malpensa!

Più o meno 1000 A. C.

Primo giorno di vacanza:
Anita zoppica, una bella giornata di trekking, per smaltire in anticipo le calorie che sognavo di slurparmi a cena, è improponibile. Perciò partiamo tardi in direzione Valcamonica. Cerco di essere ottimista e visualizzare una Anita piè-veloce per l’indomani. Dormiamo in un Bed&Breakfast medievale, cioè ricavato in una residenza perfettamente ristrutturata in questo stile. Così medievale che nella nostra camera anche a mezzogiorno è buio pesto. Le finestre medievali sono piccole, l’edificio è in mezzo a un nodo di vicoli, nel centro medievale, del paese medievale, per cui anche sporgendosi sul davanzale non si vede quasi nulla. Ho anche dimenticato la mia fedele pinzetta da soppraciglia, comprarne una nuova non risolve il problema. Sarà una vacanza pelosa.

Secondo giorno:
Anita zoppica. Però sembra primavera. La proprietaria del B&B ci consiglia una passeggiata facile, nei pressi di un monastero. Arrivando vedo la scritta “Mamma Celeste” e mi domando se sia una blogger. Il mio cammino verso la disintossicazione web è ancora lungo. Vediamo un’insegna allettante: Agriturismo con ristorante, parco giochi, centro benessere, piccolo zoo, piscina, ampio parcheggio. In auto seguiamo le indicazioni giù per una discesa stretta ma asfaltata su uno spazio terrazzato c’è l’ampio parcheggio. Solo quello, anzi ci sono ancora un po’ sbiadite le scritte ammiccanti di tutti i servizi che offriva l’agriturismo che adesso, peccato, non esiste più. E’ solo una cascina abbandonata. Non possiamo fare inversione perchè la strada è troppo stretta, proseguiamo scendendo verso la valle.
La strada diventa sempre più stretta e ripida, i tornanti sono a gomito. La pendenza di circa il 16% (ha detto Sant), la nostra auto è in stile “cummenda”, larga 1 metro e 90, la strada è larga 1 metro e 95. Possiamo incastrarci a ogni svolta. Sogno un’apecar e comincio ad aver paura. Non c’erano indicazioni di quello che sarebbe diventata questa maledetta discesa. Ad ogni svolta la strada si assottiglia, le buche sull’asfalto aumentano e i parapetti diventano sempre più assurdi. Prima ringhiera, poi rete, poi filo spinato, poi una corda. Undici chilometri così, però ci sono un sacco di case, più o meno vecchie. Alcune sono in vendita (non mi stupisce), altre in affitto (ma neanche…). Sono aggrappata con le unghie al sedile, spalmata come un adesivo. Dico a Sant che voglio scendere e proseguire a piedi. Mi dice che non se ne parla nemmeno. Le bambine sono abbastanza tranquille, Emma ogni tanto dice “Mi viene da vomitare” ma nessuno ci fa caso. L’ultimo tratto prima di arrivare alla statale è il più spaventoso: a strapiombo su una diga. Prego e mi pento di tutti i miei peccati. I pneumatici della nostra auto si incastrano fra due case nell’ultimo tratto. Sant perde un po’ del suo buonumore, ma poi riusciamo a liberarci mandando maledizioni all’assessore all’urbanistica di quel comune.

Terzo giorno:
Anita zoppica. Decidiamo di andare a Capo di Ponte a vedere le incisioni rupestri. Sono veramente incredibili. Disegni fatti sulla roccia circa 3000 anni fa, durante l’età del ferro. Rappresentano uomini, animali, alci, cavalli. Sono così nitide da lasciarci senza fiato. Ce n’è anche una che sembra un prototipo di un Mac….

Quarto giorno:
Anita zoppica. Fa freddo e piove. Siamo reduci, un po’ appesantiti, da un banchetto medievale organizzato ieri sera dal B&B medievale. Nel buio pesto della nostra camera abbiamo dormito un sacco e ci siamo riposati. Ma in fondo non vediamo l’ora di tornare ai giorni nostri.

Stasera faccio l’estrazione del Blog Candy con le ragazze.

Letture spericolate


La nostra vacanza non è stata solo la fiera dell’antibiotico, abbiamo gustato anche altri piaceri. Quelli della tavola e… anche quelli della lettura. Mai come questa volte le bambine sembravano aperte nuove esperienze culinarie. Hanno assaggiato con gusto gli antipasti: tzazichi, taramasalata, melitzanosalata ma anche pesce freschissimo e per Emma un colpo di fulmine con le uova fritte. Certo, non sono un piatto tipico della cucina ellenica ma Emma in vacanza leggeva sempre Topolino e cosa mangiavano quelli della banda Bassotti? Certo non i souvlaki ma le uova fritte. (A casa mi sono sempre limitata a dare alle bambine la noiosa versione à la coque perchè non amo le uova). Ma “fried eggs” erano sul nostro menù della colazione: Emma ha voluto provarle per pranzo e poi anche per cena. E’ nata una passione. Topolino e uova fritte, uova fritte e Topolino. Questa la giornata ideale di Emma a Falassarna Beach quando non faceva il bagno, non dormiva e non litigava con sua sorella. Leggeva sempre in maniera compulsiva. Colpa nostra perchè in casa abbiamo sempre lodato Anita per il suo amore per la lettura. Emma voleva farmi vedere che anche lei faceva sul serio. Leggeva a tavola. Leggeva camminando come un prevosto con il breviario. Leggeva temeraria e concentrata sulle avventure di Paperone mentre imboccava la scaletta killer coperta di una insidiosa ghiaia (foto) che ci portava alla spiaggia. Io urlavo, la prendevo per mano e cercavo di non inciampare mentre lei, in trance, continuava a leggere.

Una gita al nosocomìo

Il broncospasmo a Nicotera, il rota-virus a S.Candido, le placche in gola a St.Maxime, la polmonite a Riccione, la diarrea in Corsica, la varicella in Martinica, l’influenza in Guadalupa …cosa mancava? L’otite a Creta.
Questo è il riassunto delle vacanze della nostra famiglia da quando siamo diventati genitori. Di solito le bambine stanno bene, ma quando si parte inevitabilmente qualche inconveniente arriva. Eccome se arriva: pensavo che crescendo la situazione migliorasse invece no. Anita ha undici anni, non si ammalava da tre e non aveva mai avuto un’otite. Maledizione di cui avevo tanto sentito parlare da altre mamme ma che finora avevo bellamente ignorato. Beh, c’è sempre una prima volta…A dir la verità se l’era già beccata una settimana prima di partire e considerato che dovevamo andare al mare e fare un viaggio in aereo, il medico le aveva prescritto una bella settimana di antibiotici. Sabato scorso, io le le ragazze siamo partite per Chania per raggiungere una pensioncina isolata, senza stella ma bella, proprio sopra la mitica spiaggia rosa di Falassarna. Mare stupendo: domenica Anita ed Emma a guizzare tutto il primo giorno tra le onde. Alla sera puntuale ad Anita torna il male all’orecchio, la tachipirina non risolve la situazione. Lunedì andiamo in autobus in farmacia al paese più vicino, il farmacista ci manda all’ospedale, che per una botta di fortuna si chiama “Nosocomìo”, pronunciato con l’accento sull’ultima sillaba. Così riusciamo anche a localizzarlo. Altra coincidenza “fortunata”, l’otite si chiama otite. Ad accoglierci un dottorino che si è laureato a Padova e parla italiano, ma non vuole prendersi responsabilità e ci consiglia di andare all’ospedale di Chania, dove potremo incontrare un otorino. Anita si è messa a piangere io ho cercato di minimizzare e consolarla. Senza falsa modestia devo ammettere che sono stata bravissima: ho detto solo tre parolacce tra i denti anche se ne ho pensate molte, ma molte di più. Ho pagato così solo una multa di 1.50 euro (visto che la tariffa nonostante l’inflazione galoppante, a casa mia rimane, a 50 centesimi a imprecazione).
Una delle difficoltà del mestiere di mamma, che forse aumenta quando i bambini crescono, è quella di dover filtrare sempre e comunque le emozioni negative. Non bisogna mai lasciar trapelare la frustrazione e la rabbia, ma edulcorare la situazione ed essere positive anche quando si vorrebbe sbattere la testa contro il muro. Le mamme servono a questo. Di solito penso a Roberto Benigni ne La vita è bella, quando riusciva a far credere a suo figlio che il campo di concentramento era una pacchia. A confronto raccontare che un’otite al mare non è una sciagura è un obiettivo facile.
Quindi la mattina dopo gita all’ospedale di Chania: raggiungere il padiglione di pediatria è stata un’avventura. Altro che labirinto di Minosse! Tutti gli ospedali sono pieni di corridoi identici, ma se le indicazioni sono solo in greco la situazione si complica di brutto. Comunque alla fine abbiamo incontrato un altro dottorino made in Italy che ha prescritto altri otto giorni di antibiotici e ovviamente niente immersioni per la povera Anita. Meno male che proprio di fronte al nosocomio c’era un’ottima pasticceria dove ci siamo strafogate di baklava per dimenticare.

Vita da Valda

Per noi che viviamo nella Milano dell’ecopass, essere sulle Dolomiti è come vivere dentro a una caramella Valda (esistono ancora?). Freschezza e profumi di conifere quasi da overdose. Oggi, con un sole stupendo, abbiamo fatto una passeggiata costeggiando le pareti del Sassolungo. Qui la natura esiste ancora: abbiamo avuto la fortuna di vedere una stella alpina, un ermellino e una marmotta. C’erano anche tante mucche al pascolo ed Emma, che purtroppo ha un innato magnetismo nel pestare le cacche, anche questa volta non è scampata al suo destino. Forse è stata la prima avvisaglia della fragilità del nostro idillio alpestre: tutto a un tratto il cielo si è oscurato e prima che Anita avesse finito di domandare: “Mamma, dici che pioverà?” Ci siamo ritrovati sotto una gragnuola di chicchi di grandine. Mancava quasi un’ora di strada dal rifugio e dalla nostra auto: non avevamo altra scelta che affrontare la furia degli elementi e darcela a gambe. Con lo zaino sulla testa, cercavo di ripararmi sotto il cappuccio della felpa. Per farmi coraggio pensavo che inzupparsi in montagna è più sano e certamente meno stressante che ficcarsi l’ombrello negli occhi fra mamme nella calca dell’uscita da scuola nei giorni di brutto tempo.

Belli capelli

caspian

Ieri sera siamo andati al cinema a vedere, con grande entusiasmo e aspettative "Il Principe Caspian" il film della Disney tratto dal secondo libro de Le Cronache di Narnia di C.S.Lewis. Una vera delusione perchè nonostante il grandioso dispendio di mezzi  ed effetti speciali la vicenda non coinvolge. Anzi diventa quasi ridicola. I quattro protagonisti, Peter, Edmund, Susan e Lucy sono gli stessi attori cresciutelli  e meno carini che nel primo film. Susan, ad esempio, ha sviluppato labbra a canotto (naturali presumo) che la fanno assomigliare a un’Angiolina Jolie teen-ager. Ma il meno azzeccato è proprio il Principe Caspian, un grazioso attore inespressivo, con un’incredibile e sempre-a-posto messa in piega che lo trasforma in una versione castana dell’odioso e vanitoso Principe Azzurro di Shrek. Si batte a duello, precipita dai torrioni del castello, cavalca a perdifiato ma è sempre pettinatissimo. E tra i cattivissimi chi abbiamo ritrovato? Sergio Castellitto e Pierfrancesco Favino super barbuti e bardati con pesanti armature ma sempre improbabili per i nostri occhi italiani. Credibili come sarebbe la Ferilli tra gli insegnanti di magia a Hogwarts. Questo il cast, la trama anche peggio: battaglie apocalittiche e infinite fra nani mostruosi, centauri, animali da cortile indiavolati  e violenti contro i poveri Castellitto e Favino.

In Francia quasi tutti i ristoranti hanno un insalubre "menu enfant" che prevede per i nostri bambini un’intensa cura di patatine fritte, bocconcini di pollo fritto, bastoncini di pesce o hamburger. Quando Anita ed Emma erano più piccole mi angosciava, ora invece riesco a vedere il lato positivo della proposta bambini : se sei fortunato ci scappa anche un gioco, assolutamente inutile e trash (collana stella marina luminosa, puppazzetto che cammina ma si rompe subito, visiera parasole con becco di pinguino) che li rende assolutamente felici. Anche se hanno superato i dieci anni. Tra i dolci compresi nel prezzo super aprezzato lo spiedino di bon-bon. Un bastoncino infilzato di marsh-mellow, croccantini e caramelle di ogni tipo e colore. Un vero inno alla carie, probabilmente nato dall’avidità dell’associazione dentisti francesi.

Ho appena finito di leggere un romanzo bellissimo di Delphine De Vigan, storia dell’improbabile amicizia tra una tredicenne e una giovane barbona. In francese si intitola "No et moi". No è il nome della ragazza di strada. In italiano è stato tradotto con "Gli effetti secondari dei sogni", mi chiedo perchè… infatti la protagonista non sogna e soffre addirittura di insonnia. E non fa neanche sogni ad occhi aperti…

A proposito del mio francese, lo studio con impegno da anni e ogni volta che vengo qui in vacanza arriva sempre il momento orrendo nel quale qualcuno mi risponde in inglese, umiliandomi tantissimo. Questa volta non è successo . Ero piuttosto soddisfatta ma oggi in spiaggia c’era un ragazzino che voleva discutere con Anita le tecniche dello skimboard, l’arte di scivolare con la tavola sulle onde del bagnasciuga. Anita non capiva cosa le dicesse ma è riuscita a spiegargli di essere italiana. Poi sono arrivata io pensando di fare l’interprete. Gli ho chiesto in francese da quando faceva skim board e lui mi ha risposto: "Non parlo italiano". Purtroppo era troppo piccolo per essere un adolescente che disprezza gli adulti. Si trattava veramente di un problema di grammatica. Ho continuato a sorridergli ma volevo nascondermi sotto l’ombrellone a piangere. Anzi a ripassare i verbi irregolari. 

 

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