Coppa D

Il termometro dice 35.8 quindi teoricamente dovrei essere morta. La gola mi fa sempre male.
Però riesco a scrivere ed è già qualcosa.
Forse mi sto vampirizzando.

Viaggiare è bello perchè si vedono tante cose. L’altro giorno alla stazione di Bologna ero stanchissima (covavo) e così aspettando il mio treno sono andata a bere un caffè in un bar dove ci si poteva anche arrampicare su uno sgabello e riposarsi appoggiate al trolley. La mia stessa idea l’aveva avuta anche una giovane donna viaggiatrice che sembrava stanca come me e sedeva a un trolley di distanza.
Il bar era abbastanza pieno di viaggiatori/ viaggiatrici stanchi e sudati, alcuni stranieri con lo zaino altri più in stile businessmen quando, improvvisamente come uno squarcio dal cielo, irrompe lei: Miss tette.
Il livello di testosterone nel locale ha avuto una pericolosa impennata. Già faceva caldo ma la temperatura ha guadagnato almeno un paio di gradi fahrenheit.
Miss tette avrà avuto una sesta. O forse solo una quinta ben strizzata.
Strizzata in un top nero a canotta, quelli con le coppe a triangolo come nei costumi da bagno. Nero, anche lei era di colore. Dai piccoli triangoli uscivano due mastodontici monticelli, così grandi che da lontano potevano anche sembrare due natiche fuoriposto. Poi aveva la bocca lucida rosso ciliegia, e un pantalone seconda pelle a pinocchietto e sandali con tacco 14 a stiletto allacciati alla caviglia.
A me la scomodità della mise ha subito provocato, per osmosi, un picco di stanchezza, pensare di girare in stazione con quei trampoli e tutti quei pettorali era troppo.
Probabilmente anche la mia vicina di sgabello, una donna molto carina, ha avuto la stessa sensazione. Infatti ci siamo scambiate un’occhiata complice.
Miss tette aveva un carattere allegro ed estroverso. E non sapeva dove fosse il suo binario.
Ma il capotreno e un altro ferroviere che per caso erano lì a bere il caffè facevano a gara, con tanti sorrisi, per spiegarglielo bene. Io e la mia vicina non abbiamo potuto far a meno di ghignare.
Lei mi ha detto: “Si osservano dinamiche interessanti”
“Molto interessanti”, ho risposto un po’ vipera.
Miss tette poi è uscita sorridente con trolley e tacchi.
L’ho ritrovata al binario poco dopo. Aveva fatto amicizia con un altro signore, un Montezemolo misto Briatore. Poi è salita sul mio stesso treno e mi chiedo se con l’aria condizionata magari non abbia preso freddo anche lei!

Come sopravvivere alle vacanze 3

Faccio il numero di François e sono fortunata. Alla F&F voitures mi risponde un altro autista (evvai!) che è d’accordo a venirci a prendere per riportarci al bungalow. E’ un signore di mezz’età particolarmente introverso che va benissimo. Ci riporta in cima al monte con zero chiacchiere e al costo di “soli” 20 euro.
Non voglio tornare a prendere contanti pagando un pizzo di 45 euro o peggio dovermi fidanzare con François, perciò una volta tornata alla casetta faccio un budget strettissimo per i 13 giorni di vacanza che mi rimangono. La cena e la colazione sono già pagate, perciò non mi rimane che risparmiare su pranzi e merende.
Non sono mai stata così stracciona dai tempi dell’università.
“Mamma mi compri un ghiacciolo?”
“Ma sei pazza?”
“Un giornalino?”
“Manco morta!”
“Il panino dividilo con tua sorella”
Insomma una vera barbonata, il contrario di quello che di solito si fa in vacanza.
Alla mattina facevamo colazione in questa specie di stanza grotta, a due tornanti di sentiero tra i rovi dal nostro bungalow, freddissima. C’era il buffet e una ragazza slava perennemente di cattivo umore che non parlava ma grugniva. Pochissimo socievole. Allora noi come altri sciagurati ospiti dell’hotel ci spostavamo con i vassoi pericolosamente in bilico sulla terrazza. Vista mozzafiato e vento forza 16. Dovevamo puntellare tutto perchè altrimenti volavano chopopos. Qui però dopo un paio di giorni la situazione era diventata interessante. Fra gli sfortunati ospiti era cominciata a serpeggiare una certa rabbia.
Tra un saluto di circostanza e una bustina di zucchero prestata eravamo entrati in confidenza. Erano tutti arrabbiatissimi per la discrepanza tra quello che si aspettavano dalla prenotazione e quello che avevano trovato. Il pay off del catalogo era “ideale per famiglie” e invece c’era la mamma del bebè che gattonava che aveva scoperto di aver nel suo bungalow la terrazza a picco sul dirupo, perchè un pezzo della ringhiera era rotta e mancava. La mamma con il passeggino che per raggiungere la sua casetta doveva arrampicarsi sul sentiero sassoso e ostile. Il papà che aveva trovato l’infante in camera da letto con le manine protese verso la presa elettrica dell’impianto non a norma. Poi al coro di lamentele si univano anche quelli che protestavano perchè erano rimasti solo yougurth all’ananas e le marmelline scarseggiavano. Insomma eravamo un bel gruppo che porconava contro le proposte vacanze Columbus e pronosticava addirittura una class action.
Il ristorante sulla spiaggia oramai avevamo imparato a raggiungerlo e grazie alla torcia anche a tornare a casa. Scarpinavamo tantissimo e infatti l’unica cosa positiva di questa vacanza è stata che non sono ingrassata neanche un chilo, una linea perfetta a forza di fare trekking e digiuno.
Alla sera a letto leggevo alle mie bambine i libri di Lemony Snicket, Una serie di sfortunati eventi, dove la storia si basa sulle incredibili disgrazie degli orfani Baudelaire. Condividere le loro ineguagliabili sfortune ci faceva stare meglio e addormentare serene.
Il giorno più brutto però è stato quando per una nefasta coincidenza astrale le mie figlie sono state vittima di un virus gastrointestinale ed era anche brutto tempo. Per cui la gita al ristorante era difficilmente affrontabile e abbiamo cenato a crackers. Poi finalmente è arrivato l’ultimo giorno.
Meraviglioso: avevo tirato talmente la cinghia per paura di sforare il budget che al pomeriggio ci siamo concessse una lussuosa merenda a base di magnum (che in Francia costano un botto) e poi più tardi volendo strafare e celebrare la fine dell’incubo mi sono anche fatta un Pastis.
Peccato però che al ristorante quella sera nel ratatouille ho trovato un elastico. Giallino.

Sopravvivere alle vacanze 2

Ci siamo perse perchè a una biforcazione del boschetto (maledetto) abbiamo preso una svolta sbagliata. Naturalmente non so quale perchè è buio pesto. Cerco comunque di non lasciar trapelare il panico perchè non voglio spaventare le bambine. Poi più che paura provo una gran rabbia. Vedo delle luci e sento delle voci, in fondo a questo sentiero c’è una casa. Un gruppo di persone sta cenando sul balcone. Mi avvicino e in francese spiego che ci siamo perse, più o meno dove dobbiamo andare e come si chiama l’albergo.
Vous prenez à droit, vous descendez …puis à gauche…
Ringrazio gentile ma scettica infatti dopo un po’ di droit e gauche non so più dove siamo di nuovo. Però siamo approdate in una strada sempre sterrata ma più larga, non è più la scorciatoia del boschetto. E’ una strada dove passano le auto dei fortunati che ne possiedono una per andare al ristorante sulla spiaggia. Passa una jeep e, oramai alla canna del gas senza più vergogna, la fermo. Famigliola francese. Papà, mamam et petit fille.
Rispiego la situazione. Lui mi dice che accompagna a casa loro poi torna a prenderci e ci porterà all’hotel. Non dobbiamo muoverci, torna subito. La moglie non è gelosa e io spero tanto che lui non sia Jack lo squartatore. (Ripensandoci adesso non lo rifarei ma in quella situazione ero proprio disperata)
Infatti pochi minuti dopo torna. Saliamo. Dice di sapere dove andare e procede spedito sulla salita. Dopo pochi metri intravedo in strada due signore italiane che avevo incontrato al bar dell’hotel. Alleluja!
Chiedo di farci scendere dicendo che avrei proseguito con loro.
Merci beaucoup monsieur” e lo salutiamo.
Botta di fortuna e andiamo a casa accodandoci alle italiane che abitavano in un bungolow meno inerpicato del nostro ma nello stesso hotel. Racconto concitata la nostra avventura, mi guardano strano e da quel giorno quelle signore mi hanno sempre evitato.
La mattina dopo mi sveglio pensando solo una cosa: “bancomat”. Devo trovarne uno perchè sono completamente al verde. Chiedo alla reception dove sia le distributeur d’argent.
La risposta è sconvolgente: “Portovecchio”
La bellissima, ridente e caratteristica cittadina della costa orientale della Corsica che si trova a 10-15 minuti d’auto.
Mi faccio chiamare un taxi, spendo 25 euro e conosco Francois il tassista. Bassetto, grigetto e loquacissimo.
All’inizio sono contenta perchè posso allenarmi in francese ma dopo un po’ comincia a inquietarmi.
Francois non è un tassista qualsiasi ma il proprietario di un servizio auto con conducente, mi spiega che a Portovecchio e in tutta la Corsica i taxi tradizionali scarseggiano, perchè tutti i turisti vengono con la propria auto e quindi non è un business redditizio. DIce che sono stata fortunata ad aver trovato lui libero quella mattina. Per impressionarmi racconta che uno dei suoi clienti è Jean Paul Belmondo e poi con sussiego mi dà il suo biglietto da visita perchè non si sa mai. Dice anche che gli piacerebbe vedere Milano… Le mie figlie stanno per vomitare sui sedili posteriori della sua bella auto a causa delle curve e dei tornanti, ma per un pelo non accade. Siamo arrivate: Francois ci lascia in periferia davanti a una filiale di BNP Paribas. Vorrebbe tanto aspettarci ma sfortunatamente ha un vip da prelevare a Bastia.
Vorrei prendere più contante possibile con la mia Visa, e fare anche un bancomat perchè non voglio spendere 25 euro di taxi un’altra volta per fare un prelievo. Con la Visa invece purtroppo non mi danno nulla. Provo di nuovo a un bancomat e mi bloccano la carta (ma lo scoprirò solo dopo al ritorno a casa). Poi andiamo a un supermercato e compriamo una torcia. Cerco disperatamente un taxi tradizionale ma non ce ne sono in giro, ci fermiamo in un bar a mangiare un pan bagnat poi fa talmente caldo che dopo un tot di “mamma ho caldo”, “mamma ho sete”, “mamma ho male ai piedi”, “mamma lei mi ha spinto” decido che purtroppo per tornare al bungolow sulla montagna non mi rimane altra scelta che telefonare a Francois. (continua …)
P.S. Lo so che Francois avrebbe la cediglia nella “c” ma non so come farla!

Sopravvivere alle vacanze

Anche le mamme più ottimiste e globetrotter lo sanno: andare in vacanza con i bambini piccoli è sempre una scommessa. Quindi è utilissimo il manuale di Carlotta Jesi, giornalista e creatrice del sito Radiomamma che ha scritto un realistico manuale di sopravvivenza per chi decide comunque di osare oltre l’appartamento al mare dei nonni. Bando alle illusioni: il libro non tenta di convincerci che partire con creature recalcitranti, piagnucolose e soprattutto non autosufficienti sia facile. Però può essere divertente e anche avventuroso, nel senso migliore del termine. Carlotta offre una guida pratica, con liste esaustive di cosa portare con sè e soprattutto cosa non dimenticare a casa. Poi ci sono le dritte comportamentali che sono la vera chicca del libro. Infatti le tragedie non accadano spesso perchè si è sbagliato a scegliere la meta ma perchè le mamme (e i papà) non si sono comportati in maniera strategica. Se i genitori sono i primi a soccombere alle situazioni a rischio è tassativo che i pargoli reagiscano al peggio.
Il libro fornisce anche alcuni esempi eclatanti su come comportarsi usando i vari mezzi di trasporto: dal pullman al traghetto e su come apparire mamme dai nervi saldi (anche se non è vero) ai gestori del bed&breakfast che vi permettono di usare la loro cucina. Poi ci sono itinerari di viaggio che sono proprio a misura di bambino e soprattutto di genitori intelligenti.

Peccato che questo manuale sia uscito solo ora e non quando le mie figlie erano piccole. Della mia propensione alla sciagura in vacanza avete già avuto l’ultimo aggiornamento proprio la scorsa settimana quando dovevamo andare a Legoland. Sui problemi di salute che invece sono sempre inesorabilmente sorti proprio e solo quando ero lontana da casa, potete farvene un’idea abbastanza precisa qui.
Quindi non mi rimane che raccontarvi l’ultima micidiale botta di jella vacanziera nella quale credo proprio di aver toccato il fondo.

Estate di quattro anni fa.
Sant’ per ragioni di lavoro ogni anno attorno a ferragosto deve passare una settimana negli Stati Uniti per lavoro. Ogni agosto mi sono inventata qualcosa per non rimanere sola a Milano con le bambine. Quest’anno la meta è la Corsica. Amici mi hanno detto che Santa Giulia è una zona bellissima con mare stupendo e incontaminato. Non me la sento di andare in auto quindi scelgo una soluzione comoda per mamma e bambine: albergo e viaggio in aereo. Primo grande errore: nessuno va in Corsica in aereo, sull’isola bisogna necessariamente avere l’auto. Ma all’agenzia non me lo dicono. Prenoto serenamente una proposta dal catalogo vacanze Columbus. Quando arriviamo a destinazione, scopro che l’hotel non è un hotel. E’ un insieme di casette arrampicate sulla collina, più o meno a strapiombo sul mare. C’è una reception, un chioschetto che sembra un trani per chi vive a Milano, che è aperto solo un paio d’ore al giorno e naturalmente quando arrivo è chiuso. Così le chiavi della mia casetta le devo chiedere alla ragazza del bar. Per arrivare al nostro alloggio c’è una salita ripidissima e lunghissima, abitiamo proprio all’estremità nord dell‘ hotel ideale per famiglie. Trascino il valigione sull’asfalto rovente rischiando il coccolone. Poi volto giù in un sentierino pericoloso e sono arrivata. Finalmente. Porcaccia della miseria.
Per rifarmi dello stress del viaggio, dopo aver disfatto i bagagli ridiscendo, 10 min di cammino, al bar per farmi una birretta.
La bevo e poi dico la storica frase: “Me la addebiti sulla camera”
La barista mi guarda e risponde seccamente: “Qui accettiamo solo contante e anzi deve darmi un’acconto di duecento euro di caparra per la camera”
Così scopro che oltre a non sembrare un hotel questo luogo non ha neppure il trattamento da hotel. Sono un insieme di casette, che in quest’anno i gestori hanno deciso astutamente di vendere come hotel attraverso il catalogo. Ma visto che sono in teoria le soluzioni abitative sono autosufficienti e hanno un cucinino con fornelli, frigo e lavatrice, vogliono la caparra temendo che qualcuno vandalizzi.
Sgancio i 200 euro e rimango al verde. Poi chiedo dove sia il ristorante per cui ho già pagato, nella prenotazione il servizio di cena. Il ristorante è sul mare. Vale a dire a 20 min di discesa in un boschetto di deliziosa macchia mediterranea.
Vorrei uccidere qualcuno. In primis quelli dell’agenzia viaggi. Peccato che sia sabato pomeriggio e non possa neanche raggiungerli telefonicamente. Da lunedì poi sono in vacanza. Faccio buon viso a cattiva sorte e dico alle bambine:
“Forza su facciamo una bella passeggiata e andiamo a scoprire il ristorante!”
Dopo un’interminabile scarpinata, scivolando su sandali non adatti al trekking, finalmente ci sediamo a tavola. Dopocena andiamo a dare un’occhiata alla spiaggia.
E’ vero quello che mi avevano detto: il mare è meraviglioso, il tramonto mozzafiato.
Anita ed Emma a piedi nudi cominciano a giocare. Comincia l’imbrunire, il sole va giù rapidamente ma non mi va di dire alle mie figlie di sbrigarsi. Hanno viaggiato tutto il giorno e sono state veramente brave, dopotutto hanno solo 6 e 9 anni. Mi intenerisco e le lascio giocare un po’. Oramai è buio quando riprendiamo la salita nel boschetto in direzione del nostro maledetto bungalow-casetta che si chiama l’Orchidée.
Dopo dieci minuti non si vede più una mazza. Non ho una pila: pensavo di andare in hotel non al campo scout. Non ho punti di riferimento, tutto sembra uguale, presto realizzo che ci siamo perse e per non farci prendere dal panico rispolvero la storia di Pollicino… (continua domani con altre nuove inedite disgrazie)

Si parte!


Per celebrare degnamente i dieci anni di Emma, ce l’abbiamo messa tutta: ho copiato l’idea da Natalia e ho fatto downshifting per addattarla alle mie capacità culinarie. Anita ha abbracciato l’idea, cospirando con me nella sorpresa e ricoprendo la Lego-torta di glassa.
Il risultato finale ha rialzato la mia autostima come cuoca, dopo i recenti flop di cui ben sapete.
Emma era felicissima, lei è ossessionata dai mattoncini Lego. Quando rimaniamo sole in una situazione un po’ intima, come nel lettone, le brillano gli occhi mentre mi chiede: “Mamma, di cosa parliamo? Di Lego?”
Quando ha visto la torta era troppo felice.
E domani per festeggiare io e lei ce ne andiamo a Legoland, a Billund in Danimarca.
Un weekend lungo nel mondo di Lego, sarò off-line, mi disintossicherò dalla rete e mi immergerò nei mattoncini.

New York (ultima puntata)

P1000676Musei

Quello che ci ha dato più soddisfazione è stato The American Museum of Natural History diventato famoso con il film “Una notte al museo”. Siamo state infatti felicissime di posare con la statua di Scemo-Scemo, come la chiamavano nel film. Questo museo occupa uno spazio grandissimo, disposto su due edifici, pieno di cose interessanti. Famoso per le stupende ambientazioni dei suoi diorami (in confronto quelli dell’omonimo museo milanese fanno piangere), che  sono stati utilizzati, o meglio liberamente interpretati, anche nel film “Diario di una tata” . Dove si vedeva la protagonista, giovane studiosa di antropologia che osservava i diorami sulla popolazione attuale dell’Upper East Side di Manhattan che mostravano l’evoluzione della specie: tutti i bambini, di mamme ricche e nullafacenti erano affidati appunto a tate straniere. Purtroppo però questa era solo una ricostruzione cinematografica e questi diorami non esistono e neppure quelli di Sacajawea, la giovane squaw, guida indiana che aiutava il Presidente Roosvelt…però siamo riuscite a vedere un interessante padiglione interamente dedicato alla vita, la cultura e l’artigianato dei nativi americani, che erano veramente molto avanti…prima che gli yankee li sterminassero tutti. Mi sono infatti chiesta se guardando queste cose i nostri abbiano un vago senso di colpa, forse sì e per questo ora sono così noiosamente politicamente corretti.

Un’altra mostra molto intrigante era quella, temporanea, dedicata alle rane. Non potevamo lasciarcela sfuggire infatti Emma adora le rane, soprattutto sotto forma di pupazzo ma è interessata anche a quelle vere. La cosa più curiosa che abbiamo scoperto è che l’animale in assoluto più velenoso del mondo è una piccola rana gialla che vive in sud America. Chi la tocca muore, ecco la foto casomai faceste un giro in Amazzonia, state all’occhio.

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L’altro museo che siamo riusciti a visitare è stato il Moma: era pienissimo di gente tanto che purtroppo non era più possibile vedere la mostra speciale dedicata a Tim Burton. Però abbiamo girato un po’, ammirato Monet, una mostra fotografica e una meravigliosa dedicata al Bauhaus e alla loro incredibile modernità. Unica delusione la caffeteria: sembra una mensa che vorrebbe essere una salumeria, infatti per dare un tocco esotico/europeo hanno appeso prosciutti e salami dietro al bancone!

Aereo e sicurezza

Siamo stati veramente molto fortunati a partire nei giorni prima del fallito attentato di Amsterdam e a tornare prima del pasticcio di Newark, infatti una delle mie grandi idiosincrasie andando negli Usa era proprio la rottura di scatole della security. Ho avuto una brutta esperienza nel 2003 quando siamo passati dall’immigration di Miami, dove di solito sono cattivissimi perchè punto cruciale di chi tenta di entrare negli Stati Uniti da Cuba e dal Sud America, dopo l’11 settembre erano ancora peggio. Ci urlavano: “In fila!” ringhiando, neanche fossimo a Guantanamo.

Poi avevo anche per errore scambiato la valigia (una samsonite rossa, ahimè ce se sono milioni) con quella di un altro e per poco non mi mettevano in cella perchè il vero proprietario trasportava del cibo mentre io negavo di averlo! Quindi bugiarda sul cibo potevo essere disonesta su qualsiasi altra cosa secondo gli agenti. Poi ho rischiato il divorzio perchè Sant’ si era “leggermente” innervosito con me, anche perchè per questo abbiamo perso la coincidenza. Quindi questa volta è andata proprio bene, ci hanno solo preso le impronte digitali e analizzato le scarpe (“made in Italy” quindi abbiamo fatto anche bella figura!).

Abbiamo viaggiato con l’American Airlines che, qualche anno fa, per tagliare i costi, ha cominciato ad assumere hostess “di seconda scelta” cioè da 50 anni in su. Queste signore, guistamente sono un po’ malmostose perchè con l’età succede e di default ne hanno la palle piene  di sorridere ed essere cortesi. Nel viaggio di andata è andata bene, mentre in quello di ritorno la nostra hostess era un po’ maldestra e scorbutica. Anita che sedeva lato corridoio ha ricevuto sulle gambe sia l’acqua che il succo d’arancia, poi al momento della colazione sono volati i croissant. L’hostess nonna li lanciava come fossero freesbee, io dormivo e quindi ignara, al risveglio, ne ho mangiato uno che era già caduto tra i sedili due volte. Le mie figlie, che sedavano di fianco a me e conoscevano la biografia del croissant perchè erano già sveglie, hanno tentato di fermarmi ma l’avevo già addentato.

New York (seconda puntata)

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Shopping

Le svendite sono iniziate il 26 dicembre alle 5 del mattino. No, non siamo andati. Con il dollaro basso, l’euro la faceva da padrone e in giro per New York c’erano moltissimi connazionali. La stragrande maggioranza era sulla Quinta Strada in fila davanti ad Abercrombie & Fitch (perchè non tutti sono fortunati come noi milanesi ad avercelo anche a casa).

Anita era piuttosto interessata allo shopping mentre la povera Emma (bravissima per tutto il viaggio) veniva sballottata da un megastore all’altro senza protestare troppo. L’unica cosa che la interessava era andare da F.A.O Schwarz che è il negozio di giocattoli più famoso a New York. Ed è stata una delusione, infatti è molto meglio Hamleys  a Londra (più bello e grande  il palazzo e più originali i giochi).

Il reparto più interessante da F.A.O Schwarz era quello dei dolci, dove c’era la barretta di cioccolata di Willy Wonka, quella de La fabbrica di cioccolato di Roald Dahl.  Poi a me è piaciuto anche l’angolo del calzino spaiato (avranno copiato l’idea a Panz?) dove vendevano coloratissime “paia” di calzini a tre e ciabatte simili ma non uguali. Ho comprato un paio di ciabatte (perchè le avevo dimenticate a casa) e mentre acquistavo è passata una signora che ha commentato sarcastica e saggia:

“Calzini spaiati? Me li spaio da sola, non ho certo bisogno di comprarli!”

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Il darkside dello shopping era la ressa che mi innervosiva e faceva venire i sensi di colpa etici. Tipo: che schifo tutto questo consumismo/vergognamoci! Per purificarmi dovevo almeno darmi una patina di cultura ed entrare in una libreria. Il lato bello delle svendite newyorkesi è che anche i libri sono scontati al 40-50%.

In un impeto di pattriotismo ho portato tutti alla libreria Rizzoli che è un luogo meraviglioso pieno di volumi e vuoto di turisti. Abbiamo guardato, sfogliato, annusato l’odore meraviglioso dei libri. Il negozio è su più piani: io ed Emma siamo salite al secondo dove c’erano molti volumi fotografici, libri d’arte e di fotografia. Insieme ci siamo messe a guardarne uno di Michelle Obama: bellissime immagini, dalla campagna elettorale ai giorni nostri. Finito con Michelle, estasiata da tanta cultura/eleganza/attualità/politica, sono passata alla scaffale successivo, appena dietro l’angolo per scovare altre chicche. Invece mi sono trovata faccia a faccia con questo enorme “accessorio genitale maschile”, in primissimo piano, larger than life, che troneggiava sulla copertina di un libro di foto in bianco e nero, probabilmente di Robert Mapplethorpe o di un suo epigono. So che a New York l’ambiente gay è spumeggiante e assolutamente creativo, ma aspetto ancora qualche anno per illustrarne le meraviglie alle mie figlie.

“Ragazze andiamo!”, ho gridato come se il locale stesse prendendo fuoco.

“Mamma aspetta, ci sono i libri sui graffiti!”, ha cercato di fermarmi Anita.

“No, no! Scendiamo di sotto, che è più bello!”, ho insistito parandomi davanti al volume Xrated.

E così abbiamo chiuso anche con la cultura.

Il negozio più meraviglioso che abbiamo visto invece è stato un bugigattolo pieno di timbri, di tutte le specie e le dimensioni immaginabili che si trova sempre nel Village,  in Caia’s zone.

New York

Prologo

Lo scorso 21 dicembre ero un po’ in ritardo per andare a prendere Emma a scuola alle 16,30 così avevo telefonato alla bidella per dirle se potevano tenere mia figlia 10 minuti in più dentro ai locali scolastici, considerato che aveva cominciato a nevicare copiosamente. La saggia bidella mi aveva risposto che magari era meglio se facevo andare a casa Emma con un’altra mamma…aveva ragione… infatti 4 ore dopo ero ancora in auto, in una Milano paralizzata dalla neve.

Il giorno dopo avevamo l’aereo alle 10,30 da Malpensa per New York e temevamo di non poter partire perchè la città, grazie alla lungimiranza dei vertici cittadini, era tutta bloccata. Invece miracolosamente l’impavido Sant’ ha guidato la nostra Mini nella siberia del varesotto e siamo arrivati all’aereoporto dove, altrettanto miracolosamente, è decollato anche il nostro aereo…leggermente stressati ma felici abbiamo affidato la nostra vita nelle mani del pilota.

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Il clima

Polare, un freddo disumano. Le temperature espresse in gradi Farenheit mi illudevano perchè sembravano un po’ più alte, andavano dai 28°F ai 35°F.  Ma in verità erano sempre attorno allo zero. Sarà che a me piace il caldo ma l’aria gelida che mi soffiava costantemente in faccia ha un po’ tarpato lo spirito esplorativo. Ero già stata due volte a New York, nella mia vita precedente, in primavera e in estate, e devo dire che era tutta un’altra cosa. Manhattan va girata a piedi e questa volta è stata un po’ dura farlo con nonchalance. Abbiamo sempre affrontato la furia degli elementi bardatissimi: sciarpa, berretto, guanti…peggio che sulle Dolomiti. Sant’ ha fatto l’alpino e quindi era un tantino più rilassato. Abbiamo saltato alcune mete che avevamo in programma ma siamo stati intrepidamente a Central Park, dove abbiamo visto i pattinatori, molti turisti russi completamente a loro agio con il clima, parecchi scoiattoli e ci siamo fatti questa foto. E’ bastato un minuto seduta sul muretto e mi si sono gelate le chiappe!

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I taxisti

Sono tutti molto nervosi, quasi borderline. Il traffico della Grande Mela è molto caotico e stressante e i taxisti ne fanno le spese, suonano il clacxon a manetta e si infilano ovunque. (La neve però viene spazzata via in un nano secondo). Dopo aver salvato la pelle nel viaggio di andata abbiamo rischiato di brutto nel taxi che ci ha portato dall’aereoporto all’hotel. Il nostro driver era particolarmente irritato dal traffico congestionato della superstrada/tangenziale/sopraelevata/megaponte che portava a Manhattan. Insofferente a ogni regola del codice della strada,  comunicava il suo stress prima tamburellando con le dita sul volante, poi partiva con uno slalom tra le auto zizgando a tutta velocità a destra e a sinistra pur di sorpassare. A volte inchiodava imprecando. Emma fortunatamente, stravolta dal viaggio e dal fuso orario dormiva, mentre io e il resto della famiglia pregavamo silenziosamente pentendoci dei nostri peccati ogni volta che ricominiciava a tamburellare.  Prima di frenare davanti all’hotel all’ultimo semaforo ha urlato dal finestrino:
“Move baaack!!!”,  facendo il pelo a una povera turista giapponese che stava educatamente aspettando il verde a un semaforo pedonale.
Però una volta vaccinati a loro umori, i taxisti newyorkesi si possono anche  apprezzare soprattutto perchè sono molto numerosi e meno cari dei nostri.

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Il cibo

Era uno dei miei timori, invece è stata una piacevole sorpresa. Soprattutto per due motivi: nel nostro albergo c’era un ottimo ristorante italiano perciò alla sera quando tornavamo stravolti e infreddoliti, invece di tentare un’altra escursione per trovare un posticino dove mangiare, cedevamo alla pigrizia e alla comodità e mangiavamo in hotel. Le mie figlie erano contentissima di farsi un buon piatto di gnocchi o di ravioli, da vere italians. Per il pranzo invece abbiamo scoperto Hale & Hearty, una catena di fast food dove le zuppe sono il piatto forte ed erano veramente buonissime. Il colpo di fulmine è avvenuto il primo giorno, mentre eravamo in cima a Top of the Rock, come suggerito dall’ex newyorkese Wwm. Il Top of the Rock è la sommità del Rockfeller Centre da cui si può vedere tutta Manhattan (la prima foto è stata scattata lì). Tra un click e l’altro un odorino di sugo al pomodoro ci inebriava. Sempre da veri italians, che sentono quel certo languorino all’ora di pranzo,  abbiamo cominciato a dirci:

“Uhmm…che buono, ma da dove viene?”

Seguendo il naso, quando siamo scesi dalla sommità del edificio, abbiamo scoperto che proprio sotto c’era la meravigliosa cucina dello zuppodromo e il relativo negozio. Unico neo il fatto che i posti da sedere sono pochissimi, perchè questo cibo è essenzialmente take away. Quindi per sederci dovevamo fare la posta ai pochi tavolini disponibili.
Poi abbiamo provato hamburger e milkshake da Johnny Rockets una catena di diner in puro stile anni ’50. Con tanto di musica di Elvis e jukebox sul tavolo. L’abbiamo sperimentato in un mall del New Jersey a grande richiesta di Anita ed Emma.

Poi grazie ai favolosi consigli di Caia, che l’anno scorso abitava a New York, ci siamo fatti dell’ottimo sushi in un ristorantino del Village.

(continua…)

La Scozia: mini-guida

Una mia amica mamma blogger mi ha chiesto di fare una mini-guida per un eventuale vacanza in Scozia con la prole. Sono lusingata di tanta fiducia, ma non credo di essere all’altezza, però posso fare alcuni commenti e osservazioni, spero utili.
Premessa, siamo partiti un po’ di corsa all’ultimo momento e quindi non avevamo fatto l’itinerario.
E’ un errore da evitare. Se volete qualcosa di più ponderato, forse è meglio leggere il resoconto di Graziella. Noi infatti abbiamo dormito in alberghi come l’Holiday Inn, Novotel e Ibis, che sono l’ultima spiaggia in fatto di prenotazioni. Mentre riservando con più anticipo e acume si possono trovare Bed&Breakfast più caratteristici e forse anche meno cari. Consiglio comunque a chi non trova di meglio, il Novotel di Edimburgo, dove i bambini hanno la colazione gratis e c’è anche la piscina per far “sgroppare” e stancare i più piccoli quando fuori piove.
Solo a Fort Augustus, alla base del Loch Ness, abbiamo dormito in un posto veramente delizioso, dove c’era anche free wi-fi, avrei voluto rimanere lì per sempre, ma abbiamo trovato libera solo una notte.
Era pieno di turisti italiani e a cena ho anche sentito un simpatico signore romano che sussurava complice alla moglie:
“Ce famo er pescione?”
Proposta subito accolta dalla gentile consorte anche perchè in Scozia il pesce è favoloso: salmone a pacchi, come la piadina in Romagna. Avevo paura che il cibo in Scozia fosse solo haggis, patatine fritte e fast food, invece sono rimasta piacevolmente sorpresa sia dalla varietà della scelta che dall’ottima qualità. In tutti i ristoranti ci sono i menù per bambini: oltre agli hamburger, fish and chips, mini insalate di pollo/salmone, mini zuppe del giorno e (incredibile!) ottimi gelati. Il paradiso gastronomico della famiglia italiana in trasferta è Pizza Express dove, nel menù dei piccoli servono mini margherite, piatti di pasta al sugo, mini pinzimoni e il miticissimo -gratis- bambinoccino, un minicappuccio senza caffè, con cacao e schiuma di latte. In questo franchising vendono (meraviglia delle meraviglie) anche degli omogenizzati come pappa per l’infante che esce a cena.
Diversamente dal nostro simpatico Paese, che continua a deluderci su più fronti, in Scozia ci sono un po’ di facilities per le mamme: bagni con fasciatoi ovunque, omogenizzati di frutta e verdura gratis negli autogrill (come ho già scritto), seggioloni e matite per disegnare in quasi tutti i ristoranti.
A Edimburgo abbiamo fatto due cose meravigliose che sono adatte anche ai bambini più piccoli delle mie figlie: una è la Camera Obscura, in una torre vicino al Castello dove si può ammirare un incredibile gioco di illusione ottica e poi fermarsi a guardare le varie sale del museo sempre su giochi di prospettiva e illusioni. Un’altra tappa imperdibile è Dynamic Earth, un grande padiglione dove si affronta un itinerario sulla storia della Terra: dal Big Bang ai nostri giorni. E’ un percorso interattivo molto ecologico e coinvolgente, che i bambini possono seguire nella loro lingua d’origine grazie a un’audio-guida con un’ottima traduzione. Per i fan della Rowling si può andare in pellegrinaggio all’Elephant House, dove (dice la leggenda) nacque Harry Potter dalla penna dell’infreddolita e allora squattrinata scrittrice che stava al bar per non pagare il riscaldamento di casa.
Di Loch Ness vi ho già parlato e anche del vento gelido di Inverness e della pioggia di Glasgow, dove considerato il maltempo, si può visitare lo Science Center, un grande museo della scienza interattivo.
Ultima considerazione: la suina. Nessun influenzato febbricitante in giro. Solo un paio di notizie allarmanti sui tabloid a proposito del Tamiflu, l’antivirale che viene somministrato ai malati. Dà allucinazioni ai bambini e può provocare, pare, pesanti effetti collaterali sul sistema neurologico, per cui meglio andarci cauti.

Perizoma natalizio

Siamo tornati ieri, dopo un’altra sosta a Edimburgo. Il nostro albergo era proprio in pieno centro e la nostra stanza aveva grandi finestre che davano su una piazzetta che era anche un palcoscenico per gli artisti di strada del Fringe Festival.
Anita ed Emma, mentre io impacchettavo e spacchettavo (noioso leit motiv della vacanza itinerante), stavano a guardare le performace di mimi, giocolieri e funamboli.
L’altro pomeriggio c’era un tranquillo signore sui quarantacinque, capello brizzolato e allure da impiegato di banca, che intratteneva il pubblico con gag un po’ in stile Mr.Bean.
Stavo sistemando tranquillamente i miei prodottini in bagno, quando ho sentito esclamazioni di sorpresa delle ragazze.
Poi, dopo poco un urlo:
“Mamma, mamma, vieni a vedere!”
“Ma che schifo!”
E giù grandi risate.
“Emma guarda!”
Incuriosita, mi sono avvicinata alla finestra e ho visto che l’artista aveva fatto lo strip. Per sua fortuna nel cielo c’era uno sprazzo di sole e spogliarsi poteva anche essere piacevole. Peccato che lui avesse esagerato.
Ora indossava solo un perizoma, abbellito da una luccicante palla argentea sul davanti.
“Deve essere un addobbo natalizio”, ha precisato Anita
Il nostro eroe aveva come arte quella di fare il clown, prendendo in giro i passanti e per essere più divertente aveva tentato la carta del California Dream Man de’noantri.
“Prima aveva una vestaglia poi se l’è tolta”, mi ha raccontato Emma.
“Questo è un festival molto alternativo”, ho spiegato. “Chiunque ha una chance per intrattenere il pubblico”
“E’ bello”, ha sentenziato Emma, che spesso ama fare il clown casalingo. “Però non doveva smutandarsi con la palla di Natale”
Ho annuito sorridendo ma mi sono anche domandata perchè fra i 18.900 artisti (così tanti secondo il programma ufficiale del Festival) proprio sotto la nostra finestra doveva capitare l’esibizionista?

Guidando verso Loch Ness

“Cos’è quel grifone che si annusa l’ascella?”, chiede Emma.
Abbiamo appena lasciato Glasgow e stiamo guidando verso nord sulla nostra auto a noleggio, una Vauxhall con un logo che potrebbe servire anche come pubblicità per un deodorante. L’hotel di Glasgow era orrido e si chiama Holiday Inn Express, se mai vi capitasse, cercate di evitarlo.
Viaggiare con delle figlie femmine significa conoscere tutti i bagni della regione, oggi a Tyndrum, nelle Highlands, Emma ed io abbiamo visitato il miglior bagno del 2009 (non scherzo) era in un piccolo supermarket sulla strada statale e sfoggiava orgoglioso sulla parete la targa con il premio ricevuto da un’associazione di cui non ricordo il nome, ma di cui avrei le credenziali per essere membro considerata la mia grande esperienza in visite in zona WC. In effetti questa toilet non era male: azzurrina, pulita, con fasciatoio e lavandino spazioso.
Il viaggio di oggi è stato molto lungo perchè bisogna andare a 40 miglia all’ora e non c’è autostrada. Però il panorama era molto bello: le famose colline scozzesi coperte di erica, era la prima volta che la vedevo dal vero. E’ una pianta che ogni tanto ho comprato perchè sembra già secca anche quando è viva, così non mi sentivo in colpa quando spirava del tutto a casa mia.
A fine pomeriggio siamo arrivati a Fort Augustus, un paesino delizioso alla base del lago di Loch Ness, in questi giorni popolato sembra quasi esclusivamente da turisti italiani. Domani prendiamo un battello e andiamo a cercare Nessie.

Tea for 4

Qualche giorno fa siamo scesi al sud, guidando da Edimburgo a York. Per una pausa ci siamo fermati in una tea-room nel piccolo villaggio di Simonburn. Abbiamo trovato questo indirizzo su internet e sembrava un posto interessante. Quando siamo arrivati, abbiamo avuto un attimo di esitazione, perchè era veramente very English: pieno di vecchiette (era una gita della locale casa di riposo) che si slurpavano spensieratamente fette gigantesche di torte alla panna, alla faccia del colesterolo a mille, sorseggiando te. Invece poi ci siamo adeguati all’ambiente e mangiati degli ottimi sandwich al tonno e anche le ragazze hanno provato il te con il latte.
Atmosfera stupendamente inglese con tanto di pubblicità di una fiera che si terrà l’ultima domenica del mese: il Bellingham Show, una tradizione che si ripete dal 1842. Questo show è come quello del film Babe: si premia la pecora più bella, il miglior pane fatto in casa, gli scones meglio riusciti, la marmellata più golosa, poi c’è la corsa dei Yorkshire terrier, quella dei pony e tante altre competizioni che eletrizzano i fattori della zona.
E’ un peccato doverselo perdere.
A York siamo stati benissimo dai nostri amici e adesso siamo tornati in Scozia a Glasgow (tempo piuttosto infame). Due le cose incredibili da raccontare: ieri nel locale “autogrill” dell’autostrada gli omogenizzati alla frutta e verdura erano gratis per tutte le mamme. Non era un’offerta speciale ma un’usanza consolidata. Oggi invece nei bagni del grande magazzino Buchanan Galleries, in centro città, c’è una piastra per capelli. Con una sterlina si possono avere 2 minuti di stiramento. Una ragazza giapponese ci dava dentro di brutto e aveva già i capelli liscissimi grazie al suo dna orientale. Io, con una testa afro (dovuta alla simpatica pioggia scozzese) la guardavo ammirata e basita.

Mondo Orso

Edimburgo è una città bellissima, e in questi due giorni il tempo è anche caldo. Gli unici con le giacche sono i numerosissimi turisti italiani. Anche “la suina” sembra assente. Thanks God.
Abbiamo fatto già un po’ di giri e ieri siamo stati in un negozio favoloso.


In Build-a-bear si entra e si può costruire il proprio orso. Si sceglie fra varie “pelli d’orso vuote”, ma ci sono anche pupazzi di scimmie, cani, un cavallo e per chi vuole complicarsi la vita anche un unicorno. Poi si sceglie la voce, si riempie con quella roba fluffosa che sta dentro i pupazzi, si mette anche un cuore, poi gli si dà un nome e si comprano i vestiti. Ci sono vestiti e accessori di tutti i tipi, per orsi maschi e orse femmine. Per orsi skaters e orse frivole fan di Hello Kitty.

Scelto il guardaroba si passa alla registrazione: dentro al pupazzo viene inserito un microchip che servirà a renderlo riconoscibile, si registra l’orso su internet e così in caso di smarrimento, l’orso può sempre tornare a casa. Ma la cosa più importante è il voto che si fa: l’orso sarà sempre il pupazzo del cuore il numero uno, il preferito.
Proprio questo non ha permesso alle mie figlie di costruirsene uno, perchè entrambe sono già impegnate: Anita ha, da dodici anni, il coniglio Ia.
(Le ho detto non vorrai mica sostituirlo con un pupazzo più giovane, come fanno certi mariti con le loro mogli…e lei ha capito).
Emma invece ha un rapporto esclusivo e monogamico con l’adorato ranocchio Sky: Proprio per lui ha comprato, e speriamo che la taglia sia quella giusta, un paio di pantaloni e una t-shirt da skaters.
Sant’ ieri sera ha detto che vuole tornare al negozio e farsi lui un orso del cuore. Gli vuole comprare anche il giubbotto da motociclista.
“Da piccolo non ho mai avuto il pupazzo preferito”
“Ma dormirà con noi?”, ho chiesto allarmata.
“Potrebbe…Farsi l’amante fa sentire in colpa, mentre comprarsi l’orsetto, no…”
Ho capito che ha bisogno di più attenzioni…

In città si incontrano un sacco di personaggi strani, perchè la prossima settimana inizia il Festival di Edimburgo, dove ci saranno un sacco di spettacoli di danza, teatro, mimo, più o meno alternativi.

Canne al vento

Ho visto sul Corriere la cronaca sullo spaventoso incidente di Viareggio e mi è venuto da piangere. Spero che le mie amiche virtuali che abitano nella zona, Salmastrosa, Annalisa, Pimpa3 e Vebroske, stiano bene e così pure i loro parenti e amici.

Il mio entusiasmo per la spiaggia libera sta scemando.
Negli ultimi tre-quattro giorni, puntualmente, si piazzavano dietro a noi un gruppo di allegri ragazzotti, accessoriati con catene d’oro, I-phone e borse firmate che si rollavano canne a cottimo. Poi, ovviamente, giù a ridere e sghignazzare. Il primo giorno ho zittito la babbiona che è in me e ho fatto finta di nulla. Il secondo giorno ho sperato che non venissero. Invece puntuali come una cambiale sono tornati: stesso angolo di spiaggia dietro a noi. Stessa nuvola di fumo, tante risate. Terzo giorno replay. Allora “mi è scesa la catena”: ho preso le figlie e ho detto alle creature:
“Basta andiamo via che questi continuano a farsi le canne!”
Anita ed Emma mi hanno guardate stupite, interessate e intrigate dal mio sapere:
“Mamma ma come fai a dirlo?”
“L’ho visto”
“Sei come Homer (Simpson) che lo sa perchè l’ha visto nei filmetti?”, mi ha chiesto Emma.
“Hai indovinato”
Perciò oggi siamo andati allo stabilimento di fianco, per evitare narcotiche contaminazioni.
Alla solita ora del pomeriggio li ho visti arrivare. Allegri come sempre.
“Mamma guarda ci sono i tuoi amici, ci seguono…”
“????!!!!”
Fortunatamente invece andavano solo a comprare da bere al bar.

Sto leggendo un romanzo di Joyce Carol Oates, “Sorella, mio unico amore”, ispirato alla vicenda di JonBenet Ramsey, la bambina-reginetta di bellezza che, a sei anni, fu trovata uccisa nella propria casa a Boulder in Colorado, la notte di Natale del’ 96.
Il colpevole non è mai stato identificato e nel libro Joyce Carol Oates usa come voce narrante il fratellino maggiore della piccola vittima. La scrittrice ha cambiato nomi, location e trasformato la piccola in una mini campionessa di pattinaggio sul ghiaccio e così racconta la sua breve e tragica vita. Un aspetto che mi ha molto colpito, purtroppo super realistico, è la follia dei genitori che investono sui talenti dei figli, iscrivendoli a mille corsi, per sviluppare il loro quoziente intellettivo (non si sa mai: potrebbero essere dei geni) e per appagare le loro aspettative.
Bambini con l’agenda piena di impegni come mega manager, bambini che per giocare tra loro hanno “playdates”, letteralmente “appuntamenti di gioco”. In pratica sono i pomeriggi organizzati a casa degli amichetti, ma già dall’etimologia del nome si intuisce che niente è lasciato al caso, che la vita di questi bambini è asservita all’ansia organizzativa degli adulti, che nel caso della storia raccontata nel libro scelgono gli amichetti in nome della loro personale ambizione, non delle simpatie dei piccoli.
Naturalmente queste manie sono accentuate dall’american way of life.
Ma anche da noi, soprattutto nelle grandi città, la tendenza ha attecchito mica poco. Aveva attecchito anche a casa mia, qualche anno fa! Già avevo cambiato rotta, ma questo libro mi ha fatto giurare che sarà un autunno all’insegna della leggereza….

Carissimo Eurodisney


Ieri mattina mentre ci preparavamo per andare a Eurodisney ho detto a Sant’: “…comunque 200 euro per entrare…caspiterina…facciamolo capire a “quelle due” che è un regalone…”
“Smettila così rovini la giornata!”
“????!!!”
“Sì, andiamo una volta nella vita, non insistere smettila!”
Mi venivano in mente soluzioni meravigliose e allettanti per spendere i miei 51 euro di ingresso in altro modo, ma non ho osato insistere.
Mi veniva in mente la storica frase di Indro Montanelli:
“Tappiamoci il naso e votiamo DC”.
Ecco, per me andare a dare 200 euro a Topolino faceva sentire alla stessa maniera.
Una giornata di sole magnifico, temperatura 20°, ma sulla mia testa continuava a esserci la nuvoletta nera della madre riluttante e arrabbiata che non sapeva quale fosse il giusto limite fra il compromesso consumista e il boicottaggio talebano.
Mi sono rasserenata solo sparando con la pistola laser sulle astronavi di Buzz Lightyear. Perchè oramai ero in ballo e non potevo tenere il muso tutto il giorno.
Come suggerito da Mammamsterdam, mi ero portata uno snack, menomale perchè quando abbiamo cercato di pranzare, tutti i ristoranti erano strapieni con code lunghissime di affamati in attesa. Le bambine hanno comprato il pop-corn ma l’hanno buttato perchè era caramellato. C’era purtroppo solo così. Nonostante fosse lunedì ovunque era affollatissimo. Le code per ogni attrazione peggio che alla ASL e su questo contano Mickey Mouse e i suoi sodali, le famiglie che devono ammazzare il tempo fra un roller coster e l’astronave di Dumbo comprano, comprano e comprano. Gadgets su gagdets a prezzi assurdi: un vestitino da principessa (base) 45 euro, cerchietto con orecchie da Minnie 10. E alla faccia della crisi, incredibilmente, tutti acquistano.
Quando alcuni anni fa a Milano, hanno aperto il Disney Store anch’io mi ero fiondata entusiasta a comprare astucci di Nemo, t-shirt di Cars e mutandine di Trilly e ho scoperto che la qualità è veramente infima, perciò questi prezzi nonostante il brand, sono esagerati. Cosa mi è piaciuto? La zona Fantasyland, dedicata ai bambini più piccoli. L’architettura dei castelli e dei palazzi. Un bambino di colore, di circa 5 anni, che dopo un’ora di fila nel castello catacombale per salire sul barcone della crociera Pirati dei caraibi, ancora cantava felice e incantato.

Abbiamo fatto un abbonamento settimanale alle RER e alla metropolitana con una carta che si chiama Découverte Navigo. La grande soddisfazione che dà questa carta è che si passa strisciando la carta con nonchalance su un piccolo visore, all’entrata del metro, i tornelli si aprono in un secondo. Niente code, niente domande, niente calcoli su quento costerà il biglietto. Sembra quasi di essere parigini. Anita ed io ci siamo particolarmente entusiasmate e ci alleniamo per passare questi tornelli nella maniera più cool possibile: oggi ho sbattuto l’osso sacro contro un tornello bloccato, lei è rimasta incastrata con una gamba. Sappiamo che la strada per diventare veramente abili è ancora lunga e sabato saremo piene di lividi, ma continuiamo ad allenarci.

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