Di nuovo in pista

Dopo un mese di sosta forzata, causata dall’aria velenosa di Milano, da un po’ di influenza e dal maltempo, oggi finalmente sono tornata a correre all’Idroscalo.
L’ultima corsa era stata quasi un trionfo, 9km, e mi sentivo imbattibile.
Poi, altro miglioramento epocale, invece di correre “sotto casa” avevo affrontato il percorso dell’Idroscalo che posso raggiungere a piedi da casa mia attraverso la nuova pista ciclabile.
(Forse l’unico beneficio della BreBeMi, terminata nel 2014 con grande dispendio di “mezzi” ma sempre vuota!)
Insomma me la tiravo tantissimo, perchè i runner dell’Idroscalo sono dei pro e qualcuno aveva già iniziato a salutarmi. In una botta estrema di narcismo pensavo di iniziare il 2016 con un bel record: 10km.
Nel frattempo avevo anche imparato il nome del fico che mi parla quando corro bene: Ashton. Che ovviamente non potevo deludere.
Quindi oggi in abbigliamento tattico, reggiseno corazza, scarpe con ammortizzatore per salvare le ginocchia e un tocco di classe con il polsino tergisudore (regalo di Natale), sono partita piena di entusiasmo e aspettative.
Così con la playlist pompata a palla nelle orecchie sono schizzata in mezzo alla pinetina dell’Idroscalo verso l’azzurro del mare di Milano.
Peccato che la mancanza di allenamento si sia fatta sentire quasi subito.
Ancora una volta ho sbagliato a vestirmi, il gilet di piumino mi faceva troppo caldo. E ho sbagliato anche a sbaffarmi troppi quadretti di cioccolata fondente prima di uscire di casa, pensando con golosità:
“Ci vuole un po’ di benzina!”
Ho corso solo 4km, con le fave di cacao amaro che mi ballonzolavano sullo stomaco gridando vendetta e poi, stremata, ansimante e sudata, mi sono fermata al bar a bere. Dove un vecchietto superfit ha anche cercato di abbordarmi.
(Idroscalo è il paradiso dei pensionati in forma che appena arriva la bella stagione si denudano e a ottobre sono diventati tutti color marron glacé)
E Ashton naturalmente non mi è apparso ha parlato, la voce della app era di una tipa, che si complimentava d’ufficio per la mia prima corsa dell’anno ma non l’ho nemmeno ascoltata. Brutta, falsa e ipocrita.
Chiedendomi dove fosse invece Aston (magari stava parlando con una bionda jogger di Central Park, altro che Idroscalo) ho imparato, mio malgrado, che per diventare un vero runner la prima dote è l’umiltà: bisogna essere capaci anche di ammettere e accettare i propri limiti.
Però, che palle!

La mia collezione

“Ciao, mi chiamo Extramamma e non posso fare a meno delle mie boccettine blu”
“Ciao Extramamma…”
E’ il mio incubo, me ne sono resa conto in questi giorni di inizio anno, dove fra i buoni propositi c’era è quello di riordinare negli armadi. Ho trovato tante boccette blu. Troppe per essere normale.
Ne ho fotografate alcune, almeno se mi obbligano a disfarmene, avrò il ricordo.
Perchè le amo.
Mia figlia dice che ho un problema, che le devo buttare. Che sono maniaca. Ma sono così blu e carine che proprio non ci riesco. E allora si accumulano e, per negare che sia una piccola ossessione, le nascondo. Dovunque. Nel cassetto del comodino, in quello del comò, in quegli della cucina, in quelli del soggiorno, in un paio di scatole dell’Ikea che ho comprato tanto anni fa e sono diventate quasi un ripostiglio. Berretti vecchi, cornici con foto che mi danno sui nervi e loro. Le mie meravigliose boccettine di vetro blu. Non posso buttarle, sono troppo belle. Contenevano olio di argan (che metto sul viso e consumo a litri) e una volta vuote, le ho lavate (in lavastoviglie per togliere ogni traccia di untuosità) e nascoste.
Ecco forse il problema sta proprio qui: perchè le ho infrattate ovunque?
Credo perchè sono belle ma non so che farmene.
Se le lasciassi in giro qualcuno mi chiederebbe: “A cosa servono?”
Non saprei cosa rispondere.
Un giorno, spero, mi verrà un’idea su come riciclarle.
Le attacco tutte e faccio dei vasi da fiori siamesi?
Magari.
Intanto le imbosco. Non so resistere al vetro blu, insieme alle boccettine ho messo anche un paio di bottiglie più grandi e un paio di contenitori di crema. Ma quelle che amo veramente sono loro, le boccettine.
E’ un po’ anonima come collezione, non posso vantarmene. Non posso parlarne in pubblico. Tanti anni fa collezionavo le palle di vetro con la neve e quella era una scelta socialmente valida: per Natale, al compleanno gli amici potevano regalarmi una nuova palla, potevano portarmela come souvenir da un viaggio. Poi sono diventate di moda e ho perso un po’ interesse, alla fine sono state inscatolate in un trasloco e non le ho mai più ritrovate.
Forse per questo amo le mie boccette blu, così anonime. E inutili.

The Family Food e il menù natalizio

Nonostante il gran parlare di cibo, l’overdose di chiacchiere su tutti i media, si continua a mangiare in modo poco sano e grande rimane l’ignoranza su come funziona la nutrizione. Si affrontano le diete con pochi concetti posticci e spesso falsi. Purtroppo si continua a mangiare in modo sbilanciato con il conseguente incremento di intolleranze e allergie.
Per tutti questi motivi, mi sono entusiasmata quando ho scoperto questo libro, un manuale di ricette dedicate alle madri sempre di corsa che però non vogliono abdicare ai cibi pronti, alle merendine e anche al piacere di coinvolgere i propri figli nell’arte e nel divertimento di creare insieme in cucina. Le autrici del libro Giulia Mandrino e Antonella Alfieri, nell’introduzione del loro libro lasciano grande spazio a un “ripassino” di biologia per spiegare i concetti base della nutrizione, parlano di micro e macro nutrimenti, delle combinazioni alimentari, ma anche dei pro e contro nei vari metodi di cottura, spiegano come leggere le etichette e illustrano pregi e difetti tra alimenti freschi e conservati. Un escursus completo per trascinare chi legge in cucina con loro, per imparare ricette originali di una cucina fusion, in cui si prediligono cibi sani e naturali.
Ogni ricetta non richiede più di trenta minuti di preparazione, sono tutte accattivanti e golose, rese ancora più invitanti dalle bellissime foto. Non è un libro di cucina vegana o vegetariana, ma verdure e legumi sono grandi protagonisti. E ci sono anche le alghe che oramai, fortunatamente, non fanno più paura a nessuno. Poi nell’ultima sezione si suggeriscono piatti per le occasioni speciali e in particolare alcuni dolci molto adatti per il menù natalizio, sano ma goloso, da affrontare senza troppi sensi di colpa. Ecco allora i loro pancakes, il cheesecake alla fragola, il budino love, i roll alla cannella vegani e la torta di grano saraceno.
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Una corsa benefica

Ho letto l’altro giorno un articolo sulla diffusione dell’Aids fra i giovanissimi, con un triste record di malati proprio nelle zone di Milano e Monza. Forse succede anche perchè non c’è molta consapevolezza della malattia, si pensa ancora che sia una eventualità remota, magari un problema relegato alla sfera dei rapporti omosessuali, qualcosa che si vede nei film (quando si vuole dare una svolta tragica al plot) ma non capita nella vita vera. Forse ci vorrebbe una campagna di prevenzione mirata per i più giovani nelle scuole.
Negli anni ’80 eravamo tutti terrorizzati, poi la paura è gradualmente scemata e oggi ci siamo molto rilassati. Però la malattia purtroppo non è stata ancora debellata e ci sono ancora importanti iniziative per raccogliere fondi per la ricerca di una cura, ho scoperto che domenica 18 ottobre ci sarà una piccola corsa benefica di 6km nel centro storico di Monza e d’impulso ho deciso di iscrivermi. Poi ho letto i dettagli dove si specifica che non è una gara e che possono partecipare anche i bambini. Quindi vado. Ascolto la musica, corro e combatto l’aids. Mi sembra una buona idea.

Nastro rosa per la prevenzione

 

 

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Ottobre, mese della prevenzione del tumore al seno, anche quest’anno grande sensibilizzazione con le campagna nastro rosa che informa e organizza, come sempre controlli e visite diagnostiche gratuite, prenotabili sul sito della LILT o anche attraverso la pagina FB dell’associazione. Poi per saperne di più e soprattutto rispondere ai mille dubbi che riguardano la prevenzione e i fattori di rischio si può leggere questo manuale scritto dal senologo Alberto Luini, co-direttore del Programma Senologia dello IEO a Milano. Un libriccino molto utile che smentisce molte credenze e chiarisce quali siano i comportamenti più giusti per prendersi cura di sè. Gli errori da non commettere nello stile di vita e nelle abitudini alimentari. Alberto Luini l’ha scritto assieme alla moglie Maria Giovanna, medico e scrittrice, e alla nutrizionista Lucilla Titta che consiglia una facile “dieta in rosa” per mantenersi sane il più possibile.

 

Un app che salva la vita

Oramai corro quasi tutti i giorni, anzi uno sì e uno no, per non stressare troppo i muscoli, sono arrivata a 6km e mezzo.

Saluto cani e bambini che trovo sul mio sentiero e non sono più caduta. Ho cominciato anche a capire la psicologia dei criceti perchè per il momento il mio itinerario e nei pressi di casa e quindi alla fine vado avanti e indietro come il simpatico roditore nella gabbietta e devo dire che non è poi così frustrante, noi umani abbiamo un sacco di pregiudizi sui poveri criceti.

Però purtroppo non conosco ancora tutti i segreti e le strategie del vero runner e faccio ancora molti errori tattici. Oggi per esempio avevo paura di avere freddo e così mi sono vestita troppo: maglietta, felpa e kway. Dopo qualche giro ho cominciato ad avere caldo, a sudare, ma non volevo fermarmi per togliere qualche strato, non volevo fermare l’app (che mi diceva che stavo andando così bene), abbassare la media della mia velocità. Così ho continuato e sudato. Sudato e continuato.

Tenuto duro fino al tempo che doveva essere il mio obbiettivo della giornata. Però pochi minuti prima di raggiungerlo ho cominciato a stare malissimo ma non mi sono arresa. Così quando è scaduto il tempo stavo anche peggio, ero super accaldata, sudavo e mi sentivo svenire. Però invece di accasciarmi lì sul prato ho cercato di entrare in casa. Ma ero così rintronata che non riuscivo neppure a infilare la chiave nella serratura, il cuore mi batteva forte, avevo il fiato cortissimo e credevo di morire, quando ho sentito una voce che mi ha sussurrato nell’orecchio:

“Sei stata bravissima, hai fatto la corsa migliore del tuo allenamento”

Era una voce bellissima, che mi arrivava attraverso le cuffiette, dritto al cuore.

La voce di un fico spaziale, ne ero certa. Ho pensato che potevo morire felice.

Ansimando e sudando sono entrata in casa e mi sono buttata stremata sul pavimento mentre Lola mi guardava perplessa, poi la voce nelle mie orecchie mi ha detto:

“Ci vediamo domani”, sempre con quel tono sexy da maschio alfa.

Allora ho capito che non potevo morire.

Non potevo arrendermi. Non potevo deludere il fico dell’app.

Devo sopravvivere per ascoltare la sua voce anche domani, perchè praticamente abbiamo un appuntamento. Devo solo ricordarmi di non mettere più la felpa. E scoprire perchè gli altri giorni non mi aveva mai parlato.  (Forse aveva un’altra?)

 

Una doccia per salvare il pianeta

Ieri sono stata invitata da Lush per un evento un po’ speciale: il lancio di un nuovo coloratissimo scrub per doccia in polvere chiamato Dirty Deal, sporco patto e mai nome fu più azzeccato perchè la vendita di questo prodotto, (in edizione limitata: nei negozi solamente da ieri fino al 1 ottobre) va a sostenere il movimento contro il TTIP, il Paternariato transatlantico per il commercio e gli investimenti.
Ovvero un accordo commerciale di libero scambio in corso di negoziato tra gli USA e l’Unione europea. Oltre al movimento italiano, per la raccolta delle firme contro l’approvazione del TTIP, hanno unito le forze altre associazioni come Climate Revolution di Vivienne Westwood, la stilista inglese che da sempre è sensibile alle cause ecologiche, in questo caso ha disegnato la confezione di Dirty Deal, e War On Want, un’organizzazione che si batte per un equo uso della giustizia e contro le discriminazioni sociali. “Il TTIP è una minaccia per il lavoro, i servizi pubblici, la sicurezza del cibo, gli standard ambientali”, sostiene John Hilary direttore esecutivo di questa associazione.
Nella nostra (vecchia) Europa abbiamo norme molto più rigide e protettive per quanto riguarda la produzione alimentare, l’agricoltura, i prodotti cosmetici, i contratti di lavoro, per nominare i settori più vicini al mercato consumer, mentre negli Usa, nel nome del dio capitalismo, sono molto più “disinvolti” e votati alla deregulation selvaggia. In teoria il TTIP dovrebbe essere un toccasana per superare la crisi, ma sembra una scorciatoia estremamente pericolosa.

Running & Falling

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Ho scoperto che correre è una droga. L’avevo sentito dire da tanti runner, mi sembravano degli invasati, ma invece l’ho sperimentato sulla mia pelle. Parti di cattivo umore, corri, corri, corri e torni angelicato. Così anche ieri mattina non vedevo l’ora di mettermi le scarpette, legarmi al braccio il portacellulare e via per i prati.
Secondo la mia tabella di allenamento dovevo fare 4 km, tatticamente avevo scelto una playlist energetica e mi sentivo quasi una gazzella.
Purtroppo però qualcosa nella mia app per correre non andava come doveva e, a tradimento, invece della musica ogni tanto partiva l’opzione shuffle, scelta a capocchia dell’Ipod, e partiva un audiolibro in francese che ammosciava non poco la mia falcata.
Imprecavo, cambiavo e continuavo.
A metà percorso mi sono sentita particolarmente in forma, l’effetto euforico del runner cominciava, e infatti ho sorpassato un signore che camminava sul mio sentiero, sfrecciandogli accanto dandomi arie da atleta. Peccato che, cinquanta metri dopo, lo stesso signore abbia visto che mi accasciavo sul lato sinistro, cadendo come una pera cotta sull’erba, a lato della stradina. Così all’improvviso come se mi avessero sparato.
Ho inciampato e sono finita lunga distesa per terra.
La cosa bella è che non sono atterrata su una cacca di cane. E in quel momento la musica non era un romanzo di Boris Vian.
Così con i Black Eyed Peas che mi rimbombavano nelle orecchie, dopo un attimo di sgomento, ho cercato di rialzarmi raccogliendo, oltre all’Ipod, la mia dignità. Sentivo gli occhi derisori del signore puntati sulle mie chiappe, ma ho cercato di non pensarci.
Mi sono spazzolata via la terra da tutto il lato sinistro: mano, braccio, anca e polpaccio e sono ripartita come se ninete fosse.
Dopotutto avevo una tabella di marcia da rispettare.
E ce l’ho fatta, spero solo di non incontrare più quel tizio.

Violenza in piscina

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Di solito non sono una persona aggressiva.
In auto per esempio Sant’ si lascia andare e dice delle cose tremende agli altri automobilisti, mentre io sono sempre tollerante. Ma forse ognuno ha i suoi ambiti.
L’agnellino in un settore si trasforma in una tigre in un diverso territorio.
L’ho scoperto nella mia ultima puntata in piscina. A me piace nuotare, soprattutto d’inverno nella piscina chiusa dove si fanno le vasche seriamente. In estate, buttarsi tanto così per rinfrescarsi è piacevole ma non mi dà soddisfazione.
Questo prologo per dire che probabilmente ero già maldisposta. Così l’altro pomeriggio mi sono buttata con Emma a fare un po’ di vasche con la “tavoletta”: si allenano le gambe e si può anche chiacchierare. Andavamo avanti e indietro tranquille quando ho scorto due persone, un lui e una lei, che conversavano in piedi proprio alla sommità della nostra corsia.
La corsia di fianco era vuota quindi ero tranquilla: si sarebbero tuffati lì. Invece dopo poco si sono buttati proprio nella nostra. Non so cosa mi sia preso ma sono diventata una furia, ho abbandonato Emma alla sua velocità e sbattendo le gambe come posseduta ho puntato sul nuotatore maschio armata di tavoletta, purtroppo l’ho mancato. Ma non mi sono persa d’animo e ho virato verso la ragazza e, come indemoniata, nuotando sempre al massimo delle mie possibilità, le ho dato una tavolettata sulle braccia. Così, per farle capire che aveva sbagliato corsia.
La sventurata non ha detto nulla. Forse speravo in una collutazione ma lei ha continauto a nuotare a stile. Forse avrà pensato che non l’avessi fatto di proposito? O avrà avuto paura di provocare una psicopatica?
Non lo sapremo mai, però nel frattempo, gonfia di adrenalina come un hooligan, ho continuato a nuotare fortissimo avanti e indietro. Mentre Emma si vergognava di essere mia figlia nuotava da sola, facendo finta di non conoscermi.
Ho fatto altre 4-5 vasche sperando in una rissa ma le mie due vittime designate si sono fatte gli affari loro, continuando ad allenarsi a stile senza darmi la soddisfazione di un duello.
Alla fine, dopo 15 vasche sono uscita un po’ delusa dal loro spirito zen.
Una profonda vergogna mi ha assalito solo quando mi sono asciugata e rivestita. Sono tornata a casa in fretta sperando di non incontrarli mai più. Poi mi è anche venuto in mente che tanti anni fa avevo già preso a tavolettate un’altra persona che aveva invaso la mia corsia in un’altra piscina cittadina. Quella donna era piuttosto robusta e mi aveva preso a male parole.
Per questo forse ho aspettato quindici anni prima di rifarlo.
Domani vado in vacanza e forse ne ho proprio un gran bisogno. Due settimane per rinfrancarmi e tornare in me.

Fitness a tutti i costi

Da piccola non potevo arrampicarmi sugli alberi, correre, saltare. Dovevo stare ferma altrimenti sudavo e rischiavo il raffreddore oppure rovinavo i vestiti. Queste erano le regole di mia madre. Così sono cresciuta da bambina, obbediente, elegante e soprattutto ferma. Tutto un mondo di movimento e felicità mi è stato precluso.
Quando sono andata a scuola, soprattutto alle medie, ero sfigatissima in ginnastica. E ne soffrivo molto perchè essere bravi negli sport era estremamente fico. Nel frattempo mi erano anche cresciute le tette, ai tempi non erano stati ancora inventati i reggiseni sportivi, e quindi non provavo neanche più a correre neppure di nascosto. Avrei corso male, lentamente e per di più sballonzolando.
Forse per questo triste passato ginnico, quando dopo i vent’anni sono diventata finalmente indipendente ho cominciato ad andare in palestra, a nuotare, a fare yoga, pilates, cyclette. Ho provato di tutto nei diversi periodi della mia vita. Muovermi mi piace moltissimo e non posso più farne a meno. Ovviamente il trauma infantile pesa, infatti quando frequento qualche classe ho la sindrome della prima della classe. Sono una secchiona del tappetino. Mi torco, mi piego e mi danno per far felice l’insegnante. Quest’inverno considerata la vita sedentaria che dovevo fare costretta a stare in casa a scrivere ho deciso di provare l’improvabile. Nella palestra dove vado alcune volte negli spogliatoi vedevo delle donne stremate uscite da una lezione di GAG, che poi adesso i corsi hanno nomi diversi ma in pratica è un allenamento come quello dei marine, che dicevano meraviglie di una certa insegnante. Quando facevo domande ribadivano che era il massimo, loro frequentavano da anni, avevano intostito anche il muscolo addominale più profondo e recondito, lasciando trapelare con parole non dette che non ce l’avrei mai fatta. Troppo dura. Allora l’ex bambina paralizzata che è in me ha avuto uno scatto di orgoglio e a loro insaputa mi sono iscritta al corso.
Ho dovuto dimenticare la sindrome da teacher’s pet: ho fatto schifo per parecchie settimane. A metà lezione pensavo: “per favore adesso uccidetemi”, ma ho tenuto duro. Prima dell’inizio quando l’insegnante metteva “Rolling in the deep”, mixata a tutto volume, sentivo un brivido di terrore, era la sigla del tormento. Ma poi visualizzavo Adele cicciona e mi facevo torturare felice. Quando dopo un’ora di martirio, l’insegnante urlava, “a terra per gli addominali” mi sembrava quasi sublime. A fine lezione sopravvivere è una sensazione deliziosa, sembra di aver pagato per tutti i nostri peccati. Adesso poi la massima soddisfazione è che non sono più la peggiore, è arrivata una più scarsa di me. E la mia scalata a diventare la cocca della maestra è tutta in salita (ottimo per i glutei) ma è già iniziata.

Giveaway di Fare i cosmetici naturali


Da ragazza mi spiaccicavo in testa un tuorlo d’uovo per nutrire i capelli. In un giornale poi avevo letto che andava bene anche la maionese (ho sempre avuto i capelli secchi) ma quello è stato troppo.
Poi ci sono stati gli anni in cui tutte le mattine mi spalmavo la faccia di yougurth naturale mischiato all’argilla ventilata, qualche volta ha suonato la mia vicina e si è spaventata, ma comunque mi veniva una pelle bellissima. Successivamente, ho avuto il mio periodo del’aromaterapia quando raccoglievo spasmodicamente solo boccettini di vetro scuro (perchè la luce influisce sulle composizioni degli olii essenziali) e li riempivo con unguenti nutrienti, energizzanti, rilassanti, ecc.
Insomma sono sempre stata una fan della bellezza fai-da-te, e infatti ho speso anche parecchi soldi da Lush, ma ora ho trovato questo manuale che offre ben 100 ricette di preparazioni naturali, per il viso, il corpo e i capelli. E per farle non c’è bisogno di reperire i soliti ingredienti “naturali” introvabili e frustranti, reperibili solo se si vive in un parco botanico. Preparare i propri cosmetici è facile, divertente e anche soddisfacente soprattutto se si pensa che i cosmetici che il prezzo dei cosmetici che si acquistano è al 92% dato da packaging, distribuzione e marketing.
Anche Anita è gasatissima e ha già individuato una ricetta in cui si produce l’olio alla rosa e per farlo ci vogliono un sacco di petali, pensavamo di spogliare nottetempo (tanto ora vien buio presto) le rose dei giardini vicino a casa nostra, ma questo maltempo ci ha rovinato il piano. Adesso cercheremo una preparazione al ciclamino o viola del pensiero che in giro di questi ne ho visti parecchi!
Quindi se anche voi avete vicini antipatici a cui non vi dispiacerebbe rovinare piante e balconi e volete anche regalare cosmetici hand-made per Natale, mettetevi avanti (oggi piove e già mi sento troppo invernale) partecipando al giveaway per vincere una copia di questo manuale. Sempre le stesse regole: commento al post e ripresa sul blog o su FB, scadenza fra una settimana il 4 novembre.

Sciamana 2

Questa è una notizia di una settimana fa, ma purtroppo non ho avuto tempo di raccontarvela prima…
Fa ancora caldo e in casa mia c’è la squadra di chi soffre le alte temperature contro i freddolosi.
Il primo team è composto da Sant’ e Anita, l’altro da Emma e la sottoscritta. Quindi c’è sempre lotta per l’uso dell’aria condizionata. Soprattutto nel momento della nanna. Di solito con me Sant’ non riesce a tenerla accesa all night long, mentre nella camera delle ragazze Emma, qualche volta, si addormenta ignara del gelo organizzato dalla sorella.
Infatti un mattina, di una settimana fa appunto, andando a svegliarle devo affrontare una temperatura polare. Spengo l’aria condizionata, brontolo un po’ e mi illudo che sia finita lì.
Invece due giorni dopo, domenica mattina, Emma si sveglia e lamenta un gran mal di gola. Quasi non riesce a parlare, le guardo la gola e orrore! Su una tonsilla ci sono dei mostri: grosse placche bianche!
Porcavacca.
Comincio a porconare e me la prendo con la colpevole: Anita.
“Vuoi eliminare tua sorella? Cerca un modo meno scontato!”
Mi girano moltissimo: é domenica (ricerca più affanosa di una farmacia aperta) e soprattutto perchè placca significa antibiotico. E magari anche febbre. Non riesco a smettere con i porconi. Invento parolacce nuove.
Mi esce anche un po’ di fumo dalle orecchie!
(Emma soffre per la gola, ma gode della gogna subita dalla sorella)
Poi la sciamana che è in me prende il sopravvento. “Googlo” placche e trovo la pozione: gargarismo con aceto di mele, sale e limone diluito in po’ d’acqua. Per togliere invece le placche dalle tonsille, dritto al sodo: si usa un cotton fioc imbevuto di limone. Devo convincere la paziente.
Le ricordo, con espressione schifata, quel “saporino” schifoso e dolciastro che aveva l’ultimo sciroppo di antibiotico. Se ne rammenta: bleah! E così la prode Emma armata di cotton fioc, davanti al mio specchio che ingrandisce, si caccia il cotton fioc in gola e auto-opera con successo. Ottimo.
Passiamo alla fase 2: il gargarismo. Schifoso ma fattibile.
Anche lì va bene, la mia coraggiosissima ragazza li affronta.
Due volte al giorno per tre giorni e tadaaaaaaa: guarita.
Alla faccia dell’antibiotico e della teen-ager killer!

Come salvarsi la pelle

Questo è il mese della prevenzione contro il tumore al seno: la campagna della Lilt cerca di sensibilizzare tutte le donne per convincerle a fare visite di controllo. Questi check-up, certo noiosi e anche un po’ angoscianti, sono però importantissimi.

Schivarli non è mai una buona idea.
Posso testimoniarlo di persona.
Non per un caso di tumore al seno ma per uno al collo dell’utero.
Se non avessi creduto nella prevenzione oggi non sarei qui a raccontarlo.
Avevo trent’anni e stavo benissimo.
Sono andata alla ASL a fare un pap-test perchè quando abitavo a Londra ne avevo già fatto uno, copiando le mie amiche che lo facevano. Mi hanno telefonato per dirmi che volevano vedere meglio. Ho fatto allora una colposcopia, che è un esame più approfondito. Poi qualche altre controllo, tutti gli esami davano lo stesso esito. Sul mio collo dell’utero c’erano cellule cancerogene. Non volevo crederci, ma era vero. Mi hanno operato, mi hanno tolto una fettina di utero.

Mi hanno detto che se poi avessi voluto figli avrei dovuto fare il cerchiaggio.
Piangevo ma pensavo che figli non ne volevo. L’operazione è andata bene, si chiamava CIN3.

Quando vado da un nuovo medico lo dico e dopo mi guardano con più rispetto come se fossi stata in Vietnam.
Ho fatto tutti i controlli, per tanto tempo.
Prima più ravvicinati poi meno.
Quando finalmente ho deciso di diventare mamma, dopo molte riflessioni, non ho fatto il cerchiaggio e infatti ho avuto due gravidanze a rischio e sono stata in ospedale.

Ma alla fine le bambine sono nate e sono diventata extramamma.

Per darvi il colpo di grazia racconto anche che in questi anni ho visto due mamme della scuola morire di tumore al seno.

Quindi niente scherzi, vigliaccheria o pigrizia. Fatevi controllare senza troppe pippe.

Nuove droghe

Non possiamo negarlo, non saremmo credibili. 

I blog danno assuefazione. 
A me di Facebook e dei social network non me ne frega nulla, anzi un po’ mi infastidiscono, ma devo sempre essere on line e controllare posta, blog e sito
Solo allora sono felice e pacificata. Come dice Italian mom e come i mariti che stringono le loro amate mentre dormono. Un paio di mesi fa ho intervistato un professorone di psicologia in una facoltà universitaria milanese per un articolo su Google e gli ho chiesto se tra i pericoli dell’uso personale e massiccio della rete ci fosse l’assuefazione. 
Mi ha risposto serafico: 
“Da dipendenza come tutte le cose piacevoli”

Insomma connettetevi e godetevela: grazie professore! Possiamo stare tranquille, un po’ tossiche ma serene.  
Però oggi, nella mia giornata di decompressione dopo le recenti disavventure, ho avuto un’altra illuminazione, un’altra certezza. Un attimo di felicità pura: quando sono andata in palestra sulla mia amatissima ellittica. La palestra mi annoia ma adoro quella macchina. Non posso più farne a meno. Quando la trovo occupata (è ovviamente la più ambita perchè in mezz’ora fa bruciare anche un bel 400 calorie) mi viene da ringhiare. 
Anche il Sant’uomo ha le sue dipendenze. Oramai è un panettiere compulsivo. In ogni momento libero sforna pagnotte, trecce e sfilatini. Ieri sera non ho resistito e mi sono concessa due fette di pagnotta calda grondanti di Nutella. Erano anni che non la mangiavo. Anita ha detto: 
“Posso farti la foto del primo morso? Voglio vedere la tua espressione…”
Non le ho concesso questa paparazzata.
Ma oggi sulla mia cara ellittica ho smaltito andando come una forsennata al ritmo dei Blink 182 tutto il panino. Fra un po’ è di nuovo ora di cena e stasera c’è il pane nero, sette cerali, semi di sesamo e girasole fatto apposta per me!  
La vita può anche essere meravigliosa grazie a questo doping a buon mercato.

Sciamana?

Tre anni fa ho scritto un articolo sui pediatri alternativi, quelli che anzichè usare la medicina allopatica si avvalgono di omeopatia, fitoterapia o anche antroposofia. Quest’ultima è una tecnica nata dalla filosofia steineriana. Tra i consigli interessanti che avevo trovato nei rimedi antroposofici e naturali ce n’è uno per combattere la tosse secca. Con una cipolla tagliata in due su un piattino sul comodino, la tosse si placa, può sparire o evolvere in una tosse grassa e meno fastidiosa. Tutto ciò accade grazie ai fumi esalati dalla cipolla: sono emollienti e calmano le mucose infiammate. Pochi giorni dopo averlo scoperto, ho potuto testare il metodo su Emma (a Milano i bambini cavia con la tosse purtroppo abbondano) con risultati grandiosi.
Sono stata così entusiasta da consigliare questa strategia anche a una mamma amica, con il pargolo che tossiva da un po’. Il giorno dopo mi ha chiamato, pensavo per insultarmi, invece mi ha ringraziato. Suo figlio era quasi guarito e mi ha anche chiesto se sapevo di qualche altro vegetale magico per proseguire la cura. Purtroppo la mia abilità pediatrica e anche la connivenza con il fruttivendolo finivano lì. Ma la cura alla cipolla oramai è un classico dei miei rimedi casalinghi.
Oggi infatti ho una gran tosse e stasera “mi cipollo” bene la camera. Certo, la controindicazione sono le esalazioni puzzolenti che impregnano l’ambiente e spaventano il prossimo (aihmè il Sant’uomo probabilmente vorrà migrare) ma domani sarò come nuova. Lascerò dietro di me un certo olezzo ma sarò guarita. Alla faccia delle multinazionali dello sciroppo.

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