Il grande libro delle erbe medicinali per le donne

Una guida completa al benessere femminile che esplora a 360° le problematiche più comuni che possono affliggere le donne. Analizza ben 35 tipi di fastidi che sono, purtroppo, molto comuni. Disturbi che prima di rivolgersi alla medicina allopatica possono essere magari prevenuti, curati e ridimensionati con la fitoterapia.

Le casistiche sono così tante, perchè le autrici (Cyndi Gilbert, naturopata canadese e Roberta Maresci, giornalista e scrittrice, appassionata di erbe officinali) hanno voluto coprire l’intero arco della vita femminile dall’adolescenza alla menopausa. Soffermandosi molto anche sui problemi ginecologici legati al ciclo, alla fertilità, gravidanza e puerperio.

Insomma un trattato completo ed esaustivo da consultare e studiare. Impaginato in maniera strategica aiuta con facilità a trovare consigli e rimedi per ogni problema. Sono presentate le 66 erbe medicinali più efficaci e si spiega come utilizzarle e abbinarle senza sbagliare le dosi. Vengono analizzati i sintomi di ogni patologia, elencati i rimedi, riportate le casistiche di studio e raccontati dettagli storici, tradizioni e aneddoti, (anche culinari) riguardo a ogni pianta. E per chi volesse approfondire c’è anche una bibliografia per ogni cura proposta.

La soia è una panacea in menopausa, l’iperico migliora l’umore, il fieno greco aiuta a produrre più latte. La fitoterapia è una scienza antichissima e nel libro ci sono moltissimi consigli e curiosità inaspettate. Inoltre ricette di infusi e tisane e anche indicazioni su come preparare il golden milk, bevanda ayurvedica oggi molto alla moda, parente esostica del capuccino (da fare con un latte vegetale). L’ingrediente principale è la curcuma (che regala il colore dorato/golden), erba indiana che si attiva con l’aggiunta del pepe e possiede forti proprietà antinfiammatorie. Ottimo drink per essere trendy ma anche curare l’artitrite reumatoide.

Arrivano in Italia le Baby Pelones

Sono bambole senza capelli e con foulard, omaggio ai bambini affetti da tumori. In Italia, Juegaterapia attiva così una collaborazione con l’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano (INT) e in particolare con la Pediatria Oncologica.

Le Baby Pelones sono un’idea di Juegaterapia, che ha lanciato l’iniziativa nel 2014 per catalizzare l’attenzione sul cancro infantile attraverso bambole che mostrano uno dei segni più visibili di questa malattia: la caduta dei capelli. In questi quattro anni tutte le aspettative di vendita sono state superate e sono diventate un simbolo della lotta contro la malattia, permettendo a migliaia di persone di contribuire a questa causa.

La Fondazione Juegaterapia ha già donato le Baby Pelones ai bambini ricoverati in Oncologia Pediatrica negli ospedali di Spagna, Brasile, Colombia, Portogallo, Argentina, Messico e Miami.

Nel corso del 2017 è diventata la bambola più popolare in Spagna con oltre un milione di vendite e ora la Fondazione si prepara a commercializzarla in altri Paesi. Juegaterapia desidera che tutti i bambini malati di cancro ricoverati negli ospedali possano avere una Baby Pelón per aiutarli a rendersi conto attraverso il gioco che, anche senza capelli, rimangono preziosi e speciali . Oltre che in Spagna, le bambole sono già disponibili in Portogallo, Messico e ora in Italia.

In Italia è possibile acquistare i modelli con foulard disegnati da Laura Pausini, Shakira, Ricky Martin e Teresa, una piccola combattente. Questo il link per acquistarle su Amazon.

Con i fondi raccolti, Juegaterapia ha realizzato in Spagna vari progetti come “El Jardín de Mi Hospi” (giardini sui tetti degli ospedali) o “Stazioni lunari” (stanze di isolamento arredate con temi dedicati allo spazio). Inoltre, grazie alle vendite dei Baby Pelones, è stato aperto un nuovo percorso – Juegaterapia Investigación – per finanziare studi sul cancro infantile.

In Italia, il progetto che verrà finanziato presso la Pediatria Oncologica INT sarà finalizzato allo studio molecolare dei tumori rari dell’infanzia.

La vita dolce

Nella nostra realtà in cui tutto è banalizzato, il Carpe Diem di Orazio è diventato un logo da stampare su una maglietta e i segreti per conquistare un nuovo benessere sono quasi sempre frutto di qualche genialata marketing, scoprire un manuale con La vita dolce di Angela Lombardo è una bella e utilissima sorpresa. Un libro originale che coinvolge, incuriosisce a aiuta anche a migliorare le nostre abitudini di vita.

L’autrice infatti conduce il lettore attraverso gli scritti e la filosofia di Epicuro (spesso purtroppo semplificato dai media come il padre di un superficiale edonismo), e la poesia di Orazio e Lucrezio. Interpretando le loro opere si possono cogliere consigli importanti su come cambiare prospettiva, riflettere sui nostri errori, diventare più spontanei e vivere meglio.

La voce fresca e viva dei maestri antichi arriva in una nuova traduzione che ci restituisce tutto lo spirito dei loro testi. A dispetto di chi oramai considera lo studio del greco e del latino come un’inutile perdita di tempo e inneggia alle tecnologie, l’arte e la filosofia ci dimostrano che anche a distanza di millenni il cuore degli esseri umani batte sempre per gli stessi dolori.

Spessso c’è una certa paura o inibizione nell’affrontare i testi dei grandi classici, il pregio di questo manuale è proprio la capacità di approfondimento dell’autrice che riesce a spiegare i grandi principi universali che hanno ispirato questi autori armonizzando il loro pensiero con la nostra realtà (anche quella più pop!).

Perciò leggendo La vita dolce è facile convincersi che la felicità non è una cosa complicata, ma una scelta quotidiana che nasce anche dalla capacità di non accontentarsi e di coltivare la propria unicità.

E la prova costume?

In questo maggio freddo come novembre dove si devono tirar fuori nuovamente maglioni e il piumino per dormire comodi, sembrerebbe essere annullato il tradizionale problema della prova costume. Ma non possiamo illuderci e perchè fra poco arriva giugno e probabilmente il caldo sarà improvviso e inclemente. Quindi saremo obbligati a spogliarci. Bianchicci e anche fuori forma? Come sfangarla?

Per rispondere a questo triste pronostico, riporto un comunicato che illustra alcune percentuali sui comportamenti più comuni rispetto alla remise en forme in vista della famigerata “prova costume” ovvero su come abbiamo il coraggio o l’orgoglio di presentarci al mare e in piscina.

Oltre una persona su due (56%) dichiara infatti di avere un programma e degli obiettivi precisi per fare bella figura: di questi, il 10% mira a risultati raggiungibili solo con molto sforzo, mentre il 46% ha prudentemente fissato traguardi che richiedono un minore impegno.

E’ quanto emerge dall’indagine condotta da Top Doctors (piattaforma di medici online che l’anno scorso aveva fatto una pubblicità capillare a Milano con foto di medici estremamente attraenti, purtroppo molto diversi dagli esemplari che poi si ritrovano nella realtà di ospedali e ambulatori!).

Tornando alla prova costume, oltre metà degli interpellati se ne occupa con più o meno impegno. Gli altri sono giovani, persone di mezza età, salutisti, che godono di ottima salute con uno stile di vita adeguato e che non necessita di preparazione. Sono quelli sempre pronti. Il 17% non si sottopone ad alcun trattamento perchè si considera già in forma. Nel 27% dei casi, invece non sono affatto interessati al problema (i pigri che comunque sono in un discreto stato di salute e non hanno alcuna voglia di faticare ne con attività fisica ne modificando le abitudini alimentari).

Ma quando si inizia a pensare, terrorizzati o meno, alla prova costume e ad agire di conseguenza? Mai troppo presto: il 55% del campione è consapevole di essersi mossa troppo tardi e che, anche quest’anno, i risultati sperati probabilmente non arriveranno. Nel dettaglio, il 32,5% dichiara di essersi ridotta a pensarci solo una volta arrivata la primavera, mentre il 23% ammette candidamente che, ormai, se ne riparla nel 2020. A riprova della tendenza che vede anche in Italia una sempre maggiore attenzione della popolazione verso una alimentazione salutista, accompagnata da una attività sportiva adeguata alla propria fascia di età, un buon 32,5% non si pone il problema della prova costume. Infatti tutto l’anno lavora sulla propria forma fisica. Invece il 12 %, come da cliché, si ricorda del problema e rinnova i buoni propositi dopo le feste natalizie.

Perquanto riguarda l’attività sportiva, il 22% degli intervistati prevede nei due mesi primaverili un ciclo di intenso allenamento, il 29% invece prosegue sistematicamente il programma fitness al quale partecipa attivamente tutto l’anno. Il 39%, pur non avendo un programma preciso, si allena quando capita ma è abbastanza attento all’alimentazione. Solamente il 10% confessa di non fare nessun tipo di allenamento.

Per quanto riguarda, invece, la corretta alimentazione, sorprendentemente il 48% degli intervistati dichiara di non fare particolari modifiche rispetto al resto dell’annoperchè cerca sempre di seguire un regime alimentare bilanciato, mentre il 34% continua incurante a mangiare quello che vuole, recuperando in primavera con diete stringenti ed allenamenti massacranti. Poco meno di due intervistati su 10 modificano quindi le proprie abitudini. Sul totale, meno del 10% segue una dieta impostata da uno specialista medico nutrizionista, oltre il 2% da dietista e il 5% si affida ai (potenzialmente pericolosi) consigli pescati su internet.

Per la prova costume siamo anche disposti a ricorrere ad aiuti come creme e trattamenti estetici? Tendenzialmente no nel 63% degli intervistati. Ad affidarsi alle sole creme anticellulite, rassodanti o dimagranti è circa il 12% del campione, a cui si aggiungono il 10% degli intervistati preferisce, invece, combattere le adiposità e la cellulite con cicli di massaggi e trattamenti manipolativi, e un buon 15% si sottopone a tutte le tipologie di trattamento citate. Integratori alimentari e farmaci non sono molto diffusi: non li sceglie il 68% degli intervistati. Chi lo fa, opta per lo più per integratori naturali drenanti e/o carnitina (17%), seguno pillole dimagranti (10%) prescritte dallo specialista e pasti sostitutivi (5%).

Zumba and I

Cerco sempre di affrontare (prima o poi) le cose, anche quelle più minuscole, che mi fanno paura. Di trovare il coraggio di uscire dalla confort zone. La sfida più recente è stata affrontare una classe di zumba. Da anni ne sentivo parlare ma non mi ero mai documentata, sapevo che era divertente e niente di più. Qualche tempo fa, i corsi di zumba sono arrivati anche nella mia palestra. Allora un paio di volte ho spiato, con curiosità, attraverso il vetro dello studio dove si svolgevano.

E lì è iniziato il panico: ho visto la “maestra”, una agilissima Kardascia che sculettava con grazia e foga e le allieve tutte ballerine un po’ improbabili che la scimmiottavano con zelo. La prima volta sono scappata lasciandomi alle spalle le note del ritmo caliente. Ma la curiosità è rimasta, così sono tornata a incollare il naso al vetro anche una settimana dopo. Le ballerine erano aumentate, felici, stagionate e fuori tempo. Sono fuggita di nuovo ma ho deciso che dovevo osare. Ho fatto un patto conme stessa. Basta codardia. Sarei tornata.

Così è stato. Qualche giorno dopo era prevista un’altra lezione e mi sono iscritta. Vincendo l’imbarazzo, l’inettitudine alla danza e alla coordinazione. Entrata nello studio, ho cominciato a ridere quasi subito, non c’era altro modo per sopravvivere al twerking selvaggio, al tarantolato scuotimento di décollété, ai saltelli allegramente ammiccanti.

Le coreografie sono, più o meno, come quelle del video qui sotto, forse più complicate. La “maestra” indiavolata e bravissima, le ballerine sculettavano serene. Tutte molto coinvolte e piene di buona volontà. Alcune erano così stregate dal ruolo che continuavano, molto professionalmente, ad agitare le chiappe anche quando c’era un piccolo stop tecnico alla consolle fra un brano e l’altro.

Purtroppo sono legnosa e quasi sempre fuori tempo, ma mi sono divertita. Ho fatto del mio meglio per lasciarmi andare. Per copiare i movimenti allusivi della “maestra” senza pensare, senza vergogna, senza farmi domande. Posizionata in fondo alla classe, evitavo però di controllare le mie mosse nello specchio. Tutte, anche le più inette e sovrappeso, sembravano delle regine sexy rispetto a me.

Quesiti come: “ma dove finisce la zumba e comincia la musica raggaeton?” cercavo di scacciarli dalla mente. E anche altri più sociologici sulle condizioni del Sud America e la crisi del Venezuela (ma ballano ancora?).

Nell’ultima (e terza) lezione che ho frequentato c’era una signora anziana: è entrata in sala sorridendo. Un’ ottimista. Poi, come me, era sempre fuori tempo. Quando tutte piroettavano da una parte, io e lei incrociavamo lo sguardo perchè eravamo le più negate, uniche sempre rivolte verso il lato opposto. Quello sbagliato. Ci sarebbe stato da piangere, ma ci siamo sorrise. Inevitabilmente complici, perchè il bello della lezione, ho finalmente capito, non è bruciare un tot di calorie ma la libertà di fregarsene. Di sentirsi più libere e giocose a prescindere dal talento nel ballo, dall’ammontare di glutei dimenati al ritmo giusto. Perchè, chissà, magari, poi si scopre che il twerking è un riflesso primordiale…. basta ripescarlo dal fondo del nostro DNA.

Sul rossetto non si scherza

Non posso vivere senza rossetto, sono così assuefatta che se lo dimentico a casa avverto subito le labbra che si screpolano. Forse è solo un timore psicologico, ma scovare il lipstick perfetto nel colore, nell’idratazione e nella consistenza è molto difficile. Ultimamente poi ho notato un preoccupante abbassamento nella qualità, spesso anche i rossetti delle marche più famose hanno problemi di tenuta. Sia nel rimanere sulla labbra che nel restare intatti. Ed evitare quello spiacevole effetto “Torre di Pisa”, infatti anche rossetti griffati ultimamente hanno cominciato a rompersi e piegarsi. Non faccio nomi ma giuro di non esagerare. Credo dipenda dal risparmio sugli ingredienti utilizzati oltre che dalla manifattura.

Allora per un po’ ho optato per i gloss, ma spesso sono poco idratanti. I peggiori, quelli più a buon mercato sono addirittura collosi. Ho provato anche le matite (matitoni) ma in genere sono troppo secche. Una disperazione insomma. Ma non demordo nella mia ricerca del rossetto perfetto. E poi vogliamo parlare di quando la nuance preferita non viene più prodotta e nel display di fianco al triste spazio vuoto ci sono invece miriadi di colori improponibili?

In questo panorama un po’ desolante ho accolto con gioia la notizia dell’arrivo dei nuovi rossetti di Lush (sono di parte perchè adoro tutti i prodotti di questo brand) però i nuovi rossetti mi sembrano molto promettenti, sia nelle tonalità che nel formato. Una prima particolarità è che sono “nudi”, cioè privi di packaging, totalmente cruelty free e vegani.

Invece di utilizzare la cera d’api (le povere api sono a rischio estinzione!) Lush utilizza cera candelilla, cera di rosa damascena e cera di girasole. Ingredienti freschi e benefici per la pelle, ricchi di pigmenti intensi per un colore che dura a lungo, i nuovi rossetti sono l’ideale per nutrire e idratare le labbra grazie all’olio di semi di broccoli, dalle proprietà illuminanti, idratanti e ringiovanenti sulla pelle. E poi questi rossetti possono essere inseriti come refill in contenitori di lipstick finiti, vuoti e puliti. Potranno così essere riutilizzati e non gettati: un aiuto concreto nella riduzione dell’inquinamento da plastica. Un gesto in perfetta sintonia con la mission ecologica che contraddistingue Lush.

VegAgenda 2019

Per iniziare il nuovo anno con buoni propositi (mangiare meglio, perdere peso, fare più attività fisica, trovare un nuovo equilibrio…) c’è un piccolo alleato molto utile: la VegAgenda.

Divenuta oramai una tradizione, l’edizione del 2019 arriva arricchita e ancor più accattivante. Piena di consigli anche per chi non sia già “un adepto” e con curiosità voglia entrare a piccoli passi nel mondo “verde” di vegani e vegetariani.Decidere di non mangiare più prodotti animali è una scelta etica e la nuova VegAgenda dedica le prime pagine a raccontare di Empty Cages, un’associazione americana che ha come scopo quello di sensibilizzare l’opione pubblica verso il rispetto degli animali considerati non “bestie” ma essere senzienti, dotati di intelligenza e sensibilità.

Questo concetto è stato stabilito anche dal recente trattato di Lisbona ma troppo spesso noi umani tendiamo a non ricordarcene. Esiste un premio Empty Cages, gabbie vuote, titolo ottimista di grande significato e speranza, attribuito alle personalità che con i loro studi riescono a diffondere il rispetto verso gli animali.

Quest’anno il premio è stato vinto da Mark Bekoff, docente all’Università di Boulder in Colorado, e negli anni precedenti da altrettanto importanti personalità nel mondo accademico anglossassone.

Dopo la prefazione sui diritti degli animali la VegAgenda, coloratissima e con una grafica molto accattivante, con una pagina per giorno, fornisce suggerimenti e informazioni. Come affrontare il nuovo anno in maniera più semplice, allegra e soprattutto ecologica

Ci sono ricette originali e golose, indicazioni su come cimentarsi al meglio nello smaltimento dei rifiuti e anche semplici e divertenti tecniche di pet therapy che regalano benessere, a noi e ai nostri amici pelosi.

Ventuno giorni per rinascere

Ho acquistato questo libro alcuni mesi fa, e l’ho gustato lentamente per non perdermi nulla, anche perchè ha un sottotitolo molto impegnativo: il percorso che ringiovanisce corpo e mente. Si avvicina quasi alla realizzazione del sogno di tutta l’umanità: scoprire l’elisir di lunga vita. Gli autori di questo manuale (un medico, un esperto di meditazione e un allenatore sportivo) sono seri, non promettono miracoli ma indirizzano su un percorso arduo e stimolante. Insomma la giovinezza si conquista senza scorciatoie.

Non bisogna fare i furbi ma imparare a vivere meglio.

Per farlo si affrontano soprattutto le abitudini e il modo di pensare. Questo è il messaggio rivoluzionario del libro, quello che distingue il manuale dagli altri volumi che parlano di diete e trucchi per migliorare postura, atteggiamento e silhoutte.

La chiave sta proprio nel nostro atteggiamento, che non deve solo essere positivo e coerente ma riuscire a fare un passo in più e vedere il mondo in un ottica diversa. A combattere lo stress, lottando contro la negatività, a diventare più zen.

Bisogna trovare un nuovo equilibrio, per farlo l’alimentazione è molto importante. Berrino consiglia di cose abbastanza ovvie, come evitare i cibi industriali raffinati, gli zuccheri, le carni rosse, l’eccesso di alcol e di caffeina.

E cercare di rispettare nelle scelte alimentari il ciclo delle stagioni, e anche prediligere cibi a chilometro zero, più semplici e genuini. Importantissimo poi, nel nostro mondo occidentale ossessionato dalle ricette e dalla moda del food, mangiare di meno.

Alimentarci troppo non solo fa accumulare peso, e incappare in diverse patologie, ma  anche dormire peggio e quindi vivere in modo più stressato. Sottolinea anche quanto siano importanti gli orari dei pasti, un buon trucco per non accumulare chili superflui è cenare molto presto e preferire un pasto più abbondante a pranzo.

Questi sono consigli risaputi ma per riuscire a metterli in pratica l’atteggiamento giusto è quello di non rimuginare sulle cose che non piacciono, che sembra impossibile sopportare. Fornisce alcuni consigli su come imparare a volersi bene, prendersi cura di sè e soprattutto perdonare. Trattenere l’astio diventa un elemento tossico che ci avvelena più di quanto immaginiamo.

Ventuno giorni per rinascere, va letto lentamente per essere assimilato, i consigli sono tantissimi e vanno digeriti lentamente. Dalla dieta alla meditazione passando per il digiuno e alcuni principi ayurvedici, è un testo che fa riflettere e fornisce senz’altro lo stimolo per cercare di vivere più in armonia con noi stessi.

Tutta la verità sulla vitamina B

Condire le nostre diete con integratori va molto di moda e dietro c’è un grande business. Sull’etichetta di molti cibi industriali si publicizzano fantastici arricchimenti vitaminici. 

Ma quanto servono davvero? Uno dei complessi più importanti è proprio quello del gruppo B. E’ fondamentale, ma quando è veramente necessario integrare l’apporto facendo ricorso a supplementi?

Per fare chiarezza riporto un comunicato che mi è appena arrivato dal XXII Congresso Nazionale della Federazione Italiana Medici Pediatri (FIMP) tenutosi a Riva del Garda.

Corretta alimentazione e adeguati stili di vita sono aspetti fondamentali per garantire al bambino il sano sviluppo verso l’età adulta. Il pediatra riveste quindi l’importante ruolo di indirizzare bambini (e mamme) verso un’alimentazione equilibrata che assicuri l’apporto di tutti i macro e micro-nutrienti necessari alla crescita e di suggerire, quando ciò non avviene attraverso un’alimentazione corretta e bilanciata, eventuali integrazioni.

È su questa base che nascono i “B Top Five”, cinque condizioni nelle quali è particolarmente raccomandata l’integrazione a base di vitamine del gruppo B per mettere al riparo il bambino da possibili squilibri nella crescita. La raccomandazione vale nei casi di diete sbilanciate, di problemi intestinali, di intensa attività sportiva, di infezioni respiratorie ricorrenti e di sovrappeso e/o obesità.

“Le vitamine del gruppo B svolgono numerose funzioni essenziali per l’essere umano e sono fondamentali per lo sviluppo di tutti gli organi e gli apparati, in particolare del sistema nervoso – dichiara Mattia Doria, Segretario Nazionale alle Attività Scientifiche ed Etiche FIMP – L’organismo non è in grado di sintetizzare le vitamine del complesso B in modo autonomo in quantità sufficiente; ecco perché il loro apporto attraverso un’adeguata alimentazione deve essere adeguato; qualora non lo fosse sarebbe opportuno ricorrere alla supplementazione. I bambini, rispetto agli adulti, sono a maggior rischio di deficit di diversi tipi di micronutrienti, comprese le vitamine del complesso B: da un lato hanno minori riserve e, dall’altro, le carenze comportano più gravi conseguenze a livello fisico e cognitivo. L’esempio più eclatante e significativo è lo stile alimentare vegetariano/vegano non pianificato e adeguatamente supplementato.”

Le mamme italiane, però, sembrano essere poco informate sulle vitamine del gruppo B e sul ruolo dell’integrazione. È quanto emerge da un’indagine condotta da GFK Eurisko su un campione di oltre 350 mamme italiane: ben 8 su 10 non sanno a cosa servono, solo 2 su 10 sanno che si trovano nel pesce, nella carne e nel latte; 4 su 10 pensano siano nella frutta fresca e secca. E solo 1 mamma su 10 sa che forniscono energie e forza e aiutano a livello fisico riducendo l’affaticamento. Solo il 10% sa che migliorano le prestazioni del sistema immunitarie; la stessa percentuale ritiene necessario un apporto in casi di sovrappeso o obesità del proprio bambino. Infine, 2 mamme su 10 hanno usato un’integrazione di vitamine del gruppo B in casi di malattia o di terapia antibiotica.

Combattiamo il #bodyshaming

Nella società dell’immagine dobbiamo tutti apparire al meglio. Attraverso la vetrina dei social diventa un obbligo mostrarsi belli e omologati all’ideale stabilito dalle ultime tendenze. E i “like” ricevuti diventano l’unità di misura della nostra autostima.

Un meccanismo fragile e pericolosissimo per i più giovani che può produrre insicurezza e disagio. Soprattutto nell’età della crescita quando il corpo muta a tradimento, sconfinando spesso in “modelli” che sono meno patinati e molto più reali. Silhouettes più vere e indomabili che creano imbarazzo.

Ci si vergogna della propria unicità, è difficile accettarsi, con conseguenze tristi che possono portare alla bulimia, anoressia, e anche a discriminazioni per arrivare fino al bullismo. Diventare vittime di un atteggiamento che, in inglese, viene definito body shaming. Si vorrebbe negare la propria fisicità, non essere notati, fino a diventare magari invisibili. Per evitare il giudizio degli altri che può essere impietoso e fare male.

C’è una ragazza che ha vissuto tutto questo all’estremo: Harnaam Kaur, che dall’età di 12 anni ha cominciato ad avere gravi problemi di irsuitismo a causa della sindrome dell’ovaio policistico, sul viso è cominciata a crescerle le barba, gettandola in uno stato di disperazione.

Dopo anni durissimi in cui è stata vittima di bullismo, depressione e propositi suicidi, Harnaam ha trovato la forza di accettarsi dando un grandissimo, davvvero incredibile, esempio di resilienza. E’ diventata un’attivista che aiuta e gli adolescenti e i giovani ad accettarsi, si reca nelle scuole, tiene discorsi e conferenze per raccontare la sua storia. Incita ad avere il coraggio di combattere e liberarsi dagli stereotipi che imprigionano e fanno soffrire.

Ho avuto la fortuna di incontrarla sabato sera in un evento organizzato da Lush (sempre sensibile ai temi ecologici e sociali) dove il discorso si è allargato anche ad altri tipi di discriminazioni, quelle più subdole e ubique, che tutte noi siamo cresciute abituandoci a sopportare. Considerandole un effetto collaterale fastidioso della femminilità, ma ineluttabile, come le mestruazioni.

Si tratta dei complimenti non rischiesti, gli apprezzamenti (a volte pesanti) che vengono lanciati per strada alle ragazze.

Nella serata con Haraan Kaur, è stato molto interessante, ma anche preoccupante, sentire le testimonianze di tante ragazze che (come succedeva nei lontani anni’50), quando escono devono ancora fare i conti con il fastidio di essere valutate e soppesate dagli uomini che incontrano per strada.

Prendere un autobus la sera, passare davanti a un bar, valutare se cambiare marciapiede piuttosto che affrontare un gruppetto di maschi, è per una ragazza ancora un disagio con cui fare i conti. Il clamore del #metoo non ha scalfito la cultura del maschio latino (i peggiori sono gli over forty) che si sente sempre in diritto di fare un “simpatico” apprezzamento sulle caratteristiche fisiche femminili.

Ancora peggio la situazione per le ragazze straniere: nelle fantasie più trite e banali, ad esempio le ragazze di colore vengono sempre considerate delle prede esotiche, da trattare con minor rispetto. E approcciare con volgare entusiasmo.

 

New York una città di corsa

La passione per la corsa. L’allenamento che diventa indispensabile. Uno sfogo, fonte di benessere e sinonimo di libertà. Chiara Marchelli, autrice che vive a New York, in questo libro svela i suoi percorsi preferiti, portando chi legge nel cuore della città, facendo scoprire itinerari insoliti.

Pensando a New York  e alla corsa forse si immagina solo la grande e famosa maratona. Oppure visioni un po’ cinematografiche di chi fa jogging a Central Park.

Questo libro è utile perchè va oltre gli stereotipi, mischia le nozioni territoriali con annedoti storici su tradizioni e abitudini dei vari quartieri. Da Brooklyn ad Harlem regala dettagli preziosi su come affrontare e capire la metropoli.

Poi approfondisce molti aspetti della storia della Grande Mela, racconta retroscena e pettegolezzi su locali famosi e anche dettagli inaspettati su personaggi famosi, cantanti, attori e scrittori, tutti newyorkesi doc.

Può essere una guida turistica ma anche un memoir con sensazioni e idiosincrasie di una runner che ama correre senza la musica e adora farlo anche sotto la pioggia. Percorre lunghi tragitti, non disdegna le strade trafficate ma regala al lettore sentieri segreti negli angoli più pittoreschi dei parchi cittadini. Si definisce una runner vecchio stile, per questo non ama le competizioni, non ha mai partecipato alla Maratona. Corre per ritrovare se stessa.

Infatti l’autrice confessa che l’allenamento è anche un’ottima terapia per risolvere e smaltire lo stress. Come una meditazione. L’impegno e la fatica fisica mettono alla prova non solo il corpo ma anche la mente e quindi “si corre su” un problema, una delusione, una faccenda da risolvere. E su questo tema sono completamente d’accordo con lei. Proprio per questo motivo chi inizia a correre poi non riesce più a farne a meno. Si corre e si macinano i problemi, si medita ampliando la falcata finchè la mente non si libera. Finchè le endorfine regalano l’agognata dose di benessere.

Chiara Marchelli analizza anche il rapporto fra la corsa e la scrittura, da Murakami in giù moltissimi autori corrono e giurano di trovare ispirazione per le proprie pagine. Sfidano se stessi e si sfiancano per riuscire a risolvere un dubbio letterario, sbloccare l’immaginazione.

(Funziona? Non lo so. Ma certo è più salutare che cercare conforto nel cibo o nell’alcol. E poi fa fico raccontarlo 🙂 )

Come smettere di fumare (e salvarsi la vita)

Il recente caso di Marchionne ha portato alla luce, ancora una volta, la dannosità accertata della dipendenza dal fumo. Smettere non è facile. Lo so perchè l’ho sperimentato.

Però posso orgogliosamente dire che sono tren’anni che non fumo più (sì, avevo cominciato in culla!). Per anni poi ho anche sognato che fumavo ancora e stranamente erano sogni in bianco e nero, forse erano i miei polmoni ancora affumicati che dettavano la tonalità della pellicola dei miei sogni.

Da tanti anni ho smesso sia con i sogni che con la nicotina e ne sono estremamente felice. Credo di essere riuscita a farcela perchè non ho mai sminuito il problema della dipendenza, negato l’evidenza dei danni del fumo.

Infatti molto spesso i fumatori non vogliono ammettere la loro debolezza e perciò minimizzano. Spesso l’assuefazione non è solo fisica ma soprattutto psicologica, perciò per riuscire a smettere è importante un approccio trasversale e soprattutto personalizzato.

Poi nei confronti dei danni causati dal fumo ho notato anche una certa omertà, tutti lo sanno masi fa fatica ad esternare. Per codardia, per interessi economici o forse anche solo per pigrizia ed egoismo.

Comunque l’altro giorno ho scoperto una realtà interessantissima, purtroppo ancora poco conosciuta. Dal lontano 2002 infatti esiste il Centro Antifumo, un’organizzazione capillare estesa in 350 sedi in tutto il nostro Paese, che appoggiandosi agli ospedali e alle ASL offre un servizio importate e utile a tutti i fumatori per dire finalmente addio alle sigarette.

Per rivolgersi a queste strutture basta un’impegnativa del proprio medico, a cui ci si può rivolgere anche senza una vera patologia, ma solo con il desiderio di smettere di fumare e poi pagando solo il costo del ticket (€ 18) si prenota una visita in cui, attraverso un questionario, viene valutato il livello della propria “passione per il fumo” e si decide insieme al medico che tipo di strategia attuare. Per riuscire a risparmiare soldi e salute dicendo finalmente addio alla nicotina. Ci sarà counselling e/o terapia farmacologica.

I pazienti saranno incoraggiati e seguiti per un anno e mai lasciati soli, con assistenza anche telefonica.

I Centri Antifumo offrono anche un’altra importante assistenza, quella alle vittime del fumo passivo. Infatti sono previste consulenze legali per conoscere i diritti di chi deve subire il fumo di altri. Inoltre per convincere soggetti particolarmente a rischio, come ad esempio le donne in gravidanza,  sono preparate “lettere di diffida” che illustrano tutti i danni che il fumo produce a loro stesse e al feto.

Per rafforzare la propria forza di volontà è anche essere molto utile leggere questo libro  scritto da Roberto Boffi, primario del Reparto di Pneumologia all’Istituto dei Tumori di Milano. Un manuale scritto assieme alla giornalista Donatella Barus, pubblicato alcuni anni fa, ma sempre attuale perché aiuta a trovare la giusta motivazione per lasciare le sigarette e migrare verso abitudini più sane. Inoltre fornisce spunti per riuscire finalmente nel proprio importante obiettivo.

L’arte di correre

Ho scoperto questo libro con più di 10 anni di ritardo, però a mia discolpa posso dire che ai tempi non correvo (e non mi sognavo lontanamente di provarci) e quindi non avrei potuto apprezzarlo pienamente.

Oggi invece che senza la corsa non potrei più vivere (il running dà assuefazione oramai nessuno più lo mette in discussione) leggere dell’impegno e della passione di Murakami per la corsa mi ha coinvolto e arricchito molto.

Corro da tre anni, Murakami da più di trenta. In confronto a lui sono meno di una nullità, una caccola nel pianeta dei runner.

Ma sono riuscita a trarre ispirazione da questo libro che non è un manuale per imparare ad allenarsi meglio ma un insieme di riflessioni autobiografiche sulle tecniche o meglio sulla passione per la corsa.

Murakami ha partecipato a innumerevoli maratone, tra cui Boston e New York. E anche una super gara di 100 chilometri in Giappone. Una prova massacrante che l’ha fatto allontanare per un po’ dall’allenamento. Perchè la corsa è così: non è solo movimento, smuove anche i nostri più reconditi meccanismi interiori.

E in questo libro l’autore confessa la sua ossessione. Non teme di apparire come un control freak (sarà la natura giapponese?) che sente l’esigenza di mettersi costantemente alla prova, per essere felice deve provare a superare i propri limiti. Se non riesce sta male, ma non attribuisce la colpa ad altri, con coraggio indaga dentro di sè. E lo fa anche con una buona dose di ironia, ingrediente che non guasta mai!

Crede fermamente nella disciplina, e su questo tema fa molti paralleli fra corsa e letteratura. Afferma che anche l’autore più talentuoso può rischiare di perdere il suo dono se non si applica con impegno.

Murakami, vicino al premio Nobel, è l’antitesi dell’artista creativo e tormentato.

Ma è anche un pazzo, un pazzo innamorato della corsa.

Ha provato da solo a ripercorrere il primo storico percorso in cui è stato coniato il termine maratona. E’ volato in Grecia e, nel caldo torrido dell’estate, ha affrontato una strada super trafficata con i camionisti che lo guardavano strano, da Atene all’antica città di Maratona.

Mi sono fatta coinvolgere dalla descrizione del suo rigore. Ho ammirato la serietà dell’allenamento costante, anche se un po’ mi ha spaventato.  Ma ho apprezzato la sincerità nel descrivere frustrazione e umiltà con cui ha sempre cercato di fronteggiare gli obiettivi. E ha usato anche la corsa come momento di meditazione e un’occasione per guardare dentro di sé con sincerità.

Voglio pensare ai fiumi. Voglio pensare alle nuvole. Ma in realtà non penso a niente. Semplicemente continuo a correre in un silenzio di cui avevo nostalgia, in un comodo spazio vuoto che mi sono creato da solo. E dicano quel che vogliono, ma è una cosa fantastica! 

Ma quanto siamo sportivi?

Dalla mia osservazione di fitness-freak, mi sembra che ci siano molte più persone attente al proprio benessere rispetto ad alcuni anni fa. In particolare molto più gente si dedica gioiosamente allo sport anche in forma amatoriale. E’ molto bello osservare, ad esempio nei fine settimana, quanti corrono, fanno camminate veloci o pedalano.

Per quanto riguarda invece l’alimentanzione ci sono due fazioni, entrambe in ascesa: le persone attente a quello che consumano (bio e vegetariani) opposti al popolo (a volte un po’ aggressivo)  delle grigliate e del fast food.

I più giovani appartengono a questo secondo gruppo.

Questa è la mia opinione e questi invece sono due comunicati che ho ricevuto: contengono alcuni interessanti dati ricavati da due indagini ad hoc sul mondo del fitness.

Fitness:

Pare che 20 milioni di italiani si dedichino al fitness, secondo un’indagine di Gympass,il 43% degli intervistati dichiara di non avere un programma preciso di allenamento, ma ammette di fare sport “quando riesce”, il 30% ha un programma flessibile che prevede un impegno di  un paio di volte la settimana, mentre la minoranza (27%) ha dei giorni fissi e irrinunciabili dedicati allo sport.

Ma qual è il momento più critico della giornata, quello in cui davvero si rischia di non rispettare i buoni propositi? Per il 43% è nel pomeriggio che si viene sfiorati dal pensiero di rimandare l’allenamento, mentre per il 22% la fase critica è quella in cui si trovano di fronte al bivio tra la strada della palestra e quella di casa.

Il motivo principale per il quale si salta l’allenamento è la pigrizia (50%). A seguire, impegni divertenti (18%), stanchezza (17%), problemi di salute (15%) e questioni professionali (10%). Ma questa scelta pesa parecchio sulla coscienza degli italiani: l’82% si sente in colpa: il 67 ripromette di rimediare alla mancanza, mentre il 15% sa che comunque non avrebbe potuto fare altrimenti. Per il 18%, avere una buona scusa basta a giustificarsi con se stesso. Per il 35% basterebbe avere un amico con cui condividere le fatiche, per il 30% trovare un allenamento divertente, mentre il 22% ritiene che vedere i primi risultati sarebbe un buon incentivo a non cedere.

Alimentazione:

Questa ricerca (condotta da Herbalife) equipara il nostro modo di vita attuale, rispetto l’approccio salutistico, a quello di 25 anni fa. Dal confronto con la situazione del 1993 sono emerse, inoltre, anche altre differenze molto interessanti. Innanzitutto, è un dato di fatto come 25 anni fa si era meno attenti all’aspetto prettamente salutistico rispetto ad oggi. Se guardiamo ai dati ISTAT di allora, infatti, l’Italiano medio del 1993 era sicuramente più agiato, più colto e informato rispetto a trent’ anni prima, più incline alla cura meticolosa del proprio corpo ma poco attento, ad esempio, all’assunzione di una dieta varia. I ventenni degli anni ’90, ovvero gli ultraquarantenni di oggi, dichiarano invece di aver diminuito l’attività sportiva negli ultimi 25 anni, ma di aver aumentato l’attenzione ad uno stile di vita sano e al cibo salutare.

L’attenzione vera e propria verso il salutismo è, però, prerogativa di 1 italiano su 4, soprattutto donne e persone con un tasso di istruzione più elevato. «Non stupisce – commenta il Prof. Maurizio Fraticelli, specialista in medicina estetica e dietologia – che le donne italiane siano più attente alla sana alimentazione e a un corretto stile di vita rispetto agli uomini, vuoi per motivi estetici che le spinge a mantenersi snelle e in forma, vuoi per una maggiore sensibilità sui temi che riguardano la promozione della salute e del benessere. Non dimentichiamo, inoltre, che le donne hanno anche dei bisogni nutrizionali del tutto particolari e che il loro corpo subisce continui cambiamenti legati ai cicli ormonali che regolano la loro fisiologia. Generalmente, nell’arco della nostra vita, ognuno di noi si pone diversi obiettivi salutistici, ad esempio per migliorare la propria forma fisica o le proprie prestazioni atletiche se si fa dello sport, obiettivi che però non sempre si perseguono con costanza».

Oltre che più attenti alla promozione del proprio benessere e all’alimentazione corretta, la maggioranza degli Italiani si definisce anche in forma ed in salute (l’88%) Tuttavia, solamente 4 su 10 hanno una percezione del proprio benessere a livello ottimale, gli altri per lo più riconoscono che, forse, ci possono essere dei margini di miglioramento. In generale, se gli uomini (45%) dichiarano di sentirsi meglio rispetto alle donne (36%), le differenze più importanti si osservano, tra i più giovani e le persone over 60, per le quali solo il 15% giudica il suo stato di forma come ottimale.

Sempre dall’indagine risulta, inoltre, che poco meno di un terzo degli italiani (il 29%) si percepisce in sovrappeso, mentre i 2/3 si dichiarano, invece, normo-peso. In questo caso non si riscontrano particolari differenze tra uomini e donne, mentre ce ne sono soprattutto Nord e Sud, con il 76% degli abitanti del Nord-Est che si dichiara in peso-forma, contro il 60% del Sud e Isole. In fatto di peso, percezioni differenti ci sono anche tra chi dichiara di prestare attenzione ad uno stile di vita sano e chi invece non lo fa affatto: tra i primi il 73% si sente di rientrare nel proprio range di peso, mentre tra i non salutisti la quota scende al 55% e aumenta quella di coloro che si sentono oversize (38%).

 

Mai più senza

Capita raramente ma a volte ci sono dei prodotti, dei cosmetici, che cambiano la vita. Oramai sono diventata cinica e non pensavo di poter incappare in qualche cosa di così utile e invece…

A Natale Anita, conoscendo la mia passione per Lush,  mi ha regalato Scrubee un sapone-scrub, che oltre ad essere divertente da vedere è piacevole e soprattutto utilissima. Infatti oltre all’effetto scrub lascia la pelle morbidissima e idratata. Senza bisogno di usare una crema per il corpo. Quindi si accorciano di molto i tempi della routine mattutina, oltre alla piacevolezza del profumo che mette anche di ottimo umore.

Unico difetto: è così bello usarla che finisce in fretta!

Adesso l’idea geniale di Scrubee è stata mutuata anche per i regali di S.Valentino, infatti tra i nuovi prodotti c’è Cherrysh, un balsamo scrub a forma di cuore, con sopra due piccole ciliegie (i noccioli di ciliegia macinati hanno effetto esfoliante).

E’ certo che ricevere un regalo così aumenta l’amore!

Ma si può provare ad amarsi di più anche con le nuove bombe e spumanti da bagno, con nomi molto promettenti come Love boat, Sex Bomb, Rose Bombshell, e una crema da doccia solida Tender is the night, a forma di boccetta, veramente carina e divertente perchè sembra un giocattolo.

Quest’anno poi la collezione è quasi interamente priva di packaging: la scelta verso una direzione sempre più naked ha l’obiettivo di impegnarsi a ridurre gli sprechi, soprattutto in termini di utilizzo della plastica. Tutti gli sforzi si concentrano così su innovazione e ricerca degli ingredienti, per creare prodotti rivoluzionari che possano far bene al corpo rispettando l’ambiente.

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