Accouchement

Ho appena scritto un’intervista in francese a un esperto di apprendimento linguistico del Quebeq. E’ stato facile come un parto. Giel’ho mandata via e-mail, speriamo non mi risponda insultandomi. Mi sono anche scusata perchè nella mia tastiera non ci sono tutti gli accenti. Capirà che il mio apprendimento linguistico non è ancora finito. Ho ancora molta strada da fare. Ma mi sono impegnata. Adoro il francese e sono anni che lo studio. Vado in vacanza in tutti i paesi francofoni, leggo i libri in lingua originale, ma mi manca l’amica francese con cui conversare…L’inglese lo so benissimo perchè abitavo a Londra, ma il francese no e mi fa una gran rabbia. Mentre “francesizzavo” pensavo alle traduttrici e le interpreti le stimavo, ammiravo, lodavo mentalmente.
Quando a Insieme hanno detto: “Chi intervista l’esperto linguista canadese?”
“Ioooooo!”, ho alzato la mano come una vera secchiona.
Però poi ho dovuto tirare fuori il vocabolario e la grammaire…Non è come intervistare un’attrice, che ti inventi qualsiasi cosa. Sandrine Bonnaire, al telefono, mi aveva anche detto che aveva la figlia con l’influenza… Devo ammetterlo, nonstante non sia religiosa, il mio sogno è sempre stata la Pentecoste: una bella fiammella sulla testa e impari tutte le lingue!
Comunque sempre per lodare le traduttrici, attraverso Paola, una di loro, ho saputo che il piccolo russo Nikolaj, “il bambino senza il pisello”-come lo chiama Mammamsterdam- dopo l’operazione in Germania, sta bene. E forse troverà anche una famiglia addottiva pronta ad accoglierlo e dargli tutto l’amore che merita.

Shakespeare e funghi

Oggi pomeriggio per i compiti di scienze mi sono sciroppata il rifacimento di un bel testo sui funghi con Emma. Ho imparato tante cose, per esempio uno scoop: i funghi non sono vegetali (perchè non fanno la fotosintesi echecavolo!).
Lavorare sui testi con Emma è durissima: chiede aiuto ma poi si impunta e discute su ogni parola, virgola e preposizione. E’ orgogliosa e testarda. Io mi trasformo, per reazione, nella maestrina dalla penna rossa e blu. Alla mattina invece ho impersonato l’insegnante di inglese. Alle 11 con Anita siamo andate al Piccolo Teatro a vedere un opera di Shakeaspeare (giusta reazione a Beverly Hills Chihuahua) pensata per i ragazzini delle medie. “Romeo and Juliet are dead” uno spettacolo meraviglioso in inglese/shakesperiano e in italiano inventato da una compagnia scozzese un po’ alternativa che riprende i classici e li reimpasta in chiave molto attuale. Sul palco tre ragazzi bravissimi: Romeo, Giulietta e Mercuzio, narratore e gran mattatore della vicenda.
Il pubblico tutto di ragazzini con genitori volenterosi al seguito. La prima scena una pizza micidiale con Romeo e Giulietta morti/moribondi vestiti in costume che declamano in inglese del’500. Anita mi guarda perplessa, invece poi arriva Mercuzio in felpa e jeans che spiega tutto in italiano, è bravissimo divertente e coinvolgente. Anche Giulietta e Romeo si risvegliano, si vestono come i teenager di oggi e ripercorrono all’incontrario la loro sfigatisssima storia d’amore. Per capire dove hanno sbagliato. Romeo a essere sinceri, più che un eroe romantico sembra un hooligan e ha un accento scozzese quasi imbarazzante. Giulietta invece è bionda ed eterea e molto più credibile. Mercuzio una specie di Raul Bova, però capace a recitare.
Hanno tenuto la scena per 70 minuti facendo ridere e piangere grandi e piccoli.
Giulietta pare avesse solo 14 anni all’epoca della vicenda. Nel ‘500 le adolescenti non si filmavano con il cellulare, non chattavano e non facevano le cubiste, ma già combinavano grandiosi pasticci.

Accanimento terapeutico?

Dodici anni fa oggi sono finita in ospedale incinta di Anita, rischiando di farla nascere troppo presto. Ne ho parlato già nel primo post e non vorrei ripetermi. Non vorrei però neppure che questa data portasse jella (tiè, tiè). Infatti oggi devo accompagnare la piccola Anita, alta 1,63 del peso di 44 chiletti, a fare un piccolo intervento.
Deve togliere la “perla”, o “il seme”, insomma quella roba lì, del dente del giudizio. Il molarone è ancora lì all’interno della gengiva ma il dentista dice che dobbiamo toglierli (entrambi gli ottavi inferiori-nel loro gergo tecnico) perchè poi non ci sarebbe posto nella perfezione dell’arcata inferiore della bocca anitesca.
Questa perfezione stiamo tentando di raggiungerla da circa sette anni. Non sto scherzando o esagerando.
Quando Anita era un frugoletto di quattro anni, le è stato diagnosticato il morso inverso e da allora è stato tutto un susseguirsi di bite, apparecchio mobile, apparecchio fisso (che è doloroso), controlli mensili dall’ortodontista, sedute dalla logopedista. E adesso questi due piccoli interventi. Tutta questa iattatura pare sia congenita perchè la povera Anitina il cuccio l’ha ciucciato solo per tre mesi e poi è partita con il pollicione ma a due anni e mezzo ha smesso. Nel frattempo la mia ingorda ortodontista ha addocchaito anche Emma che invece ha il morso crociato (ci vuole un po’ di fantasia, no?) e anche lei però solo da due anni ha l’apparecchio, mobile da mettere solo la sera. L’anno scorso siamo state introdotte elle amorevoli cure della gnatologa (posturologa delle arcate dentarie) che ha trovato un nuovo bellissimo apaprecchio anche per Emma. Anche con lei sono stata dalla logopedista, ovviamente sempre negli orari più scomodi perchè queste professioniste hanno un’agenda strapiena, ma ho mollato il colpo dopo alcuni mesi perchè veramente non ce la facevo più.
Il mio dentista ama le macchine veloci, nel suo studio c’è un bel poster della sua Porsche, il Sant’uomo dice che gliela abbiamo comprata noi!

Falsa partenza

Oggi doveva ripartire tutto. Scuola e lavoro.
Era tutto pronto: testo “Lo spirito di Natale” scritto, lucido del Partenone disegnato, tabelline ripassate, Jingle Bell in francese memorizzato. Zaini ri-riempiti. Poi al tg delle 19 hanno detto:
“Domani le scuole FORSE saranno chiuse”.
Ed è scoppiato il finimondo. Danze tribali di Anita ed Emma in cucina per propiziarsi il dio della neve, scongiurarlo di essere generoso e far venir giù più roba possibile e impedire quindi l’accesso a scuola.
Ma anche telefonate concitate: su due fronti. Dalle medie per Anita che oggi doveva addirittura andare in gita al Museo Africano (più agibile forse quello Esquimese) nei pressi di Bergamo. E dalla mia collega delegata per la classe di Emma che era già stata contattata da madri ansiose che volevano sapere.
Così fra una patata nel forno e la tragica scoperta che non avevo gli ingredienti per marinare il pesce, ho chiamato la vicepreside, ho guardato sul sito della scuola, ho aspettato di essere illuminata.
La suspence è durata fino alle 22 quando finalmente è arrivata la sentenza.
“Scuole aperte: personale docente vai-a-sapere!”
La catena di S.Antonio degli sms alla classe doveva comunque avere un tono più assertivo altrimenti avrebbe scatenato reazioni incontrollate e incontrollabili. Ho spiegato, ho spedito e alle 22.30 ho spento il cellulare. Ma ho dormito male sognando presidi e pupazzi di neve.
Stamattina siamo sommersi dalla neve, la città è bloccata. Le preghiere delle mie figlie sono state esaudite.

Il mio sogno


E’ ora di fare outing. Già altre blogheresse hanno scritto di parti di sè che vorrebbero avere diverse. Adesso tocca a me. La cosa che più odio, quella che baratterei volentieri con qualche altro handicap sono i capelli ricci. Mi sono accorta prestissimo che mamma natura mi aveva fatto un tiro mancino. Finita l’era idilliaca del ricciolo da cherubino, attorno ai sette anni, ho intuito che sarebbe stata dura.

Ma l’apice della sofferenza è avvenuto naturalmente durante l’adolescenza.
A quei tempi mia madre aveva in casa una borraccia con l’acqua benedetta di Lourdes e ho provato a rubargliela per farmi uno shampoo e sperare nel miracolo. Non me l’ha data. E così il mio problema non si è risolto. I momenti peggiori sono sempre stati quelli delle vacanze al mare: l’umidità e la salsedine sono un incubo. Bisogna averli lunghi per legarli altrimenti è una condanna senza appello al look afro. Tutte quelle che hanno i capelli come i miei mi capiscono. Noi ricce ci annusiamo e ci riconosciamo. Anche stirate.
Se fossi stata liscia la mia vita sarebbe stata diversa. Avrei speso molti meno soldi in prodottini inutili, sarei uscita più spensierata nelle giornate piovose. Certo posso sempre andare dal parrucchiere, ma che pena essere sempre consigliata di fare questo e quello, guardata con un po’ di sufficienza. Per anni li ho boicottati e mi sono affidata al fai-da-te. Poi in tre o quattro momenti della mia vita, quando sono stata veramente esasperata, ho tagliato via tutto. Ma dopo pochi mesi i capelli mi mancavano. E li ho fatti ricrescere.
Neanche aspirare al look Afef è una risposta: ci vogliono troppi anni di abnegazione. I miei capelli vivono di vita propria: li lavo e non so mai come staranno. Potrebbero essere schifosi oppure anche no.

Ora però voglio essere ottimista: Babbo Natale mi ha appena portato una nuova piastra turbo, si scalda in trenta secondi. Non vedo l’ora di provarla e domare i miei nemici.

Il quinto elemento


In famiglia saremmo in quattro, ma adesso devo ammettere che si è aggiunto, piuttosto prepotentemente, un quinto elemento di cui non posso più negare l’esistenza e soprattutto l’invadente personalità.
Come forse ho già espresso in alcuni altri post siamo una famiglia dal modus vivendi altamente tecnologizzato, grazie all’influenza del Sant’uomo, e quindi anche il caffè non lo facciamo con metodi naturali ma con Primea (“touch plus cappuccino” è il cognome), una macchina del caffè high tech che vive nella nostra cucina. Primea fa bene il suo dovere, peccato che ultimamente si è talmente “allargata” da interagire con noi. Parla e soprattutto impartisce ordini. Che devono essere eseguiti all’istante altrimenti sono guai.
Qualche esempio? Alla mattina quando arrivo in cucina alle 6.50 e con gli occhi ancora chiusi schiaccio il tasto “Il mio caffè” se a Primea girano male, mi comunica dal dispaly:
“Riempire il serbatoio dell’acqua”
Lo riempio subito e provo a ripremere il tasto.
“Svuotare raccogli fondi”
Svuoto e speranzosa ri-schiaccio il tasto caffè.
“Manca caffè”.
Penso “Maledetta bastarda, potevi dirmelo prima”, mentre riempio di chicchi la testa di Primea.
“Vuotare serbatoio di raccolta posto sotto il corpo erogatore”, si vendica lei.
Sono le 7, accendo il TG 3 e finalmente riesco a farmi il cappuccio.
Arriva il Sant’uomo, sognando il suo espresso che Primea gli nega dicendo:
“Procedere al lavaggio del serbatoio del latte”
Anche se lui non vuole il cappuccio deve lavare il maledetto serbatoio perchè Primea è prepotente e psicologicamente un po’ rigida. Quindi la mattina tra noi è una corsa per fregare l’altro, per fare il caffè/cappuccio per primo, così l’altro si beccherà le paturnie di Primea, mentre il coniuge veloce si fa la colazione in pace, occhi nella tazza, facendo finta di nulla.
Una macchina del caffè rovina famiglie, infatti se riusciamo entrambi a farci il caffè senza che lei ordini qualcosa, mentre lo beviamo e magari, come stamattina, facciamo conversazione tranquilli perchè Anita ed Emma sono ancora a letto, Primea reclama attenzione e comincia a bippare nervosa.
La ignoriamo e i beep si fanno più frenetici. Esige il lavaggio del serbatoio del latte. Qui e ora. Altrimenti si vendica e passato un tot di tempo il lavaggio necessario sarà “quello dei circuiti del latte”. Un maledetto rituale che fa venire i brividi solo a pensarlo. Infatti il Sant’uomo stamattina ha perso la pazienza e le ha gridato con violenza: “Vicino a casa ci sono due discariche: se non la smetti finisci là!”
E i beep sono misteriosamente cessati.
Devo essere imparziale però: il cappucccio di Primea è ottimo e alla sera verso le dieci da sola lei si addormenta senza fare storie, si setta nel mood “risparmio di energia”, fino alle 6.30. Mi permetto però un piccolo suggerimento al marketing della Saeco, pubblicizzatela come un pet, un elemento di compagnia. E’ troppo rompiscatole per essere solo una pronipote della moka.

Storie di bambole

Non so se Obama riuscirà a estirpare certi demenziali vizi americani. O se invece, magari, sia connivente e le sue simpatiche figlie frequentino i saloni American Girl. Vale a dire i centri estetici per bambole.
In questi spazi le bambine possono spendere dai 5 ai 20 dollari per fare taglio e piega alla propria bambola, farle il buco ai lobi per gli orecchini, un manicure o un massaggio al viso (di plastica!). I saloni sono a Chicago, Los Angeles e New York e stanno avendo uno strepitoso successo. Le piccole clienti fanno la fila per strada con bambola e mamma consenziente al seguito. Si, perchè, sorry, non si riceve per appuntamento.
Da piccola ho giocato molto con le bambole e uno dei miei passatempi preferiti era proprio quello di pettinarle ma soprattutto tagliare i capelli e cercare di cambiare acconciatura. Da grande sognavo di fare la parrucchiera, ma alla fine del gioco ero sempre frustrata perchè lo styling non era mai quello che volevo. Tagliavo sempre la frangia ma quelle avevno i capelli attaccati in un certo modo e quindi ciccia! Tornava sempre la riga in mezzo o da una parte. Che rabbia! Ma ero una bambina volitiva e allora facevo il riporto e incollavo. Andavo giù pesante con il vinavyl. L’effetto era schifoso ma vincevo io. Dipingevo le unghie anche a Cicciobello e il piercing a volte diventava anche un po’ sadico. Ma almeno lavoravo di fantasia, mi divertivo e certo non spendevo e facevo la fila per far divertire qualcun’altro con le mie bambole.
Anita ed Emma invece non hanno mai giocato molto con le bambole, hanno sempre preferito i pupazzi. A Emma però da piccola è stata regalata un bambola un po’ strana che parlava e rideva. La mia secondogenita l’ha strapazzata per un paio di giorni e poi se n’è dimenticata. La bambola è finita nel dimenticatoio, o meglio in fondo alla cesta di giocattoli. Ma dopo qualche giorno ha cominciato a parlare e ridere da sola. A quei tempi mi dovevo svegliare e andare nella camera delle bambine nel cuore della notte, perchè Emma aveva sonni agitati e mi chiamava. E la bambola rideva. Forse mi derideva. Magari nel buio scontravo al cesta dei giocattoli e lei veniva scossa e si azionava. Le sue pile erano oramai scariche e quindi non si intendeva il suo mantra :”Fammi le coccole”, ma solo la risataccia sinistra. Aveva i capelli lunghi ma non ho osato sottometterla tagliandole la frangia, le ho tolto solo le pile. L’ho riposta nella cesta, ma gli occhioni blu di plastica continuavano a fissarmi e sfidarmi. Allora ho dovuto portarla nel cassonetto della Caritas.

Faccia da stegosauro

Avevo già notato l’effetto qualche giorno fa, guardandomi allo specchio. Sotto gli occhi avevo un strano effetto biancastro e stropicciato.
“Saranno le rughe”, ho pensato pessimista. Invece non c’è limite al peggio. Ieri mattina mi sono sfregata gli occhi e ho sentito un’insolita ruvidità. Ho guardato meglio e in effetti le mie palpebre stavano mutando: erano arrossate e quasi squamose. Dovevo finire di scrivere una cosa e ho rimandato ancora una volta di affrontare il problema. Poi quando mi sono truccata gli occhi ho visto questi minuscoli pezzetti bianchi proprio sotto l’attaccatura inferiore delle ciglia. Resti di cotone idrofilo? Ho cercato di staccarli ma mi sono accorta che era la mia pelle. AAAAAAAhhhh!
Un classico da film dell’orrore: lembi di pelle che si sfaldano.
La faccia da stegosauro. La mia.
Mentre andavo in redazione, allarmatissima, ho chiamato la dermatologa. Mi ha detto:
“Si strucchi subito e metta questa crema xyz per le intolleranze. Aspetti qualche giorno senza usare alcun prodotto e poi vediamo…”
Non mi sono struccata mentre guidavo. Sono arrivata in redazione e una mia collega ha commentato che ho portato le mie figlie a troppi laboratori al Museo di Storia Naturale, per quello mi sentivo bella come uno stego.
Qual è la causa? Devo aver messo un contorno occhi del paleozoico che ho trovato in fondo al beauty ed era scaduto. O è stato il prodottino da un milione di dollari di una notissima marca di cosmetici? Finora sono sempre stata intollerante alle persone, mai alle cose, cosa è successo?
Stasera andrò al cinema e dovrò indossare il burqa.

Il topo dei denti

Cavolocavolocavolo! Acciderbolina ‘sta b….brinconcella della Fata Dentina ci ha tirato il pacco!
Poffanbacchio che sfortuna!
(Sono stata un giorno in rehab e non dico più parolacce).
Ho fatto la peggior cosa che una madre può fare: ieri sera mi sono dimenticata completamente di trasformarmi nel topo dei denti. Vabbè essere multitasking, ma ieri sera proprio non ce l’ho fatta. In questi giorni solo da sola e tenere tutto sotto controllo è dura. Proprio ieri a cena a Emma è caduto il primo canino. Grande entusiasmo suo e relativo abbandono speranzoso del dentino sotto il cuscino. Si è addormentata con l’oleogramma del dollaro nelle pupille.
Il Sant’Uomo is away ed era sera era il turno di Anita nel lettone.
Ieri nella sua scuola media c’era un banchetto dei libri e lei aveva acquistato un romanzo di Jacqueline Wilson, prima di andare a letto l’ho sfogliato e mi sono accorta che era un po’ troppo “pesante” per lei: la mamma della protagonista si ammalava di tumore, faceva la chemio, il papà era violento, ecc. Le ho consigliato di provare stamattina a cambiarlo. Ci siamo addormentate parlando di libri. Avevo la testa piena di pensieri e problemi preadolescenziali. Il topino dei denti era lontano. Anche perchè al primo dente del primo figlio l’adrenalina è alla stelle, poi col cadere dei denti e il passare degli anni l’eccitazione per l’avvenimento scema. Al secondo figlio già diventa un po’ routine…fino all’oblio totale di ieri sera. Stamattina sveglia all’alba per me e Anita, colazione e “confezionamento” per uscire in tempo record e poi dopo aver depositato la primogenita sulla scuolabus, sono andata dolce-dolce a svegliare Emma.
lei apre gli occhi, si stiracchia, allunga la manina sotto il cuscino e ca…caspiterina, fa una brutta smorfia.
“Non è venuto il topino!”
“Ah! Non posso crederci! Ma sei sicura?” e il naso mi si è allungato fino a raggiungere la porta della cucina.
“Eh sì! Non c’è niente!”
“Magari si sarà dimenticato…”
“Ma non doveva…era un canino”
“Infatti un canino è un dente molto interessante…forse non è venuto perchè ha trovato brutto tempo…”
“????”
“E’ capitato una volta anche ad Anita…”
“Davvero? E poi cosa è successo?”
“Le ha portato 3 euro invece di 2 per scusarsi…”
“Infatti, i topi dei miei compagni portano 5-10 euro…il nostro solo 2…”
Nonostante il senso di colpa queste speculazioni mi danno sui nervi e quindi vado in cucina.
“Non sarà venuto perchè c’è la crisi economica?”, continua Emma davanti alle conchigliette al cioccolato.
Sono quasi certa che mi sta prendendo in giro. Il terzo grado sulla vita dei topini dei denti continua fino al momento di uscire. Comincio a innervosirmi come davanti alla polizia. Ho paura di contraddirmi, ma cerco di mantenere i nervi saldi.
“Ma cosa fanno i topini con i denti?”
“Costruiscono delle case e dei palazzi”
“Ma i denti li fondono?”
“Credo di no”
“Ma c’è un topo solo in tutta la città?”
“No, i topi lavorano a zone”
“Quanti ce ne saranno nella nostra zona?”
“Penso tre”
“Ma sei sicura?”
Sto per confessare, non reggo più questo interrogatorio serrato. Poi arriva un via d’uscita insperata. Emma cercando di raggiungere un bicchier d’acqua, rovescia le sue conchigliette. Un bel lago cioccolatoso sul tavolo. Tutte le altre mattine avrei imprecato, ma oggi no. Sono contenta. Non si indaga più sulla latitanza del maledetto topo.

Una mamma rom

L’altro giorno ho letto un post dove si parlava di rom e del disagio che si prova nel vederli usare i loro bambini come esche per suscitare pena e incrementare la chance di avere qualche soldo in elemosina.
Mi sono ricordata di un incontro fatto molti anni fa, nove per l’esattezza, in tempi non sospetti. Allora l’esasperazione contro gli zingari mi pare che fosse meno forte.

Ero ricoverata all’ospedale Macedonio Melloni di Milano, perchè tra Anita ed Emma ho avuto un aborto spontaneo. La camera era a sei letti e uno di questi era occupato da una ragazza rom. Era bella e giovane: capelli lunghi, occhi neri, orecchini. Aderiva perfettamente all’immagine della zingara che si potrebbe vedere in una fiction. Era aprile e lei era arrivata vestita solamente con una lunga tunichetta marrone chiusa con un corda in vita.
Io ero disperata ma anche annoiata. Le altre ricoverate, anche loro nella mia stessa condizione e in attesa di un raschiamento, cercavano di fare buon viso a cattiva sorte e la loro conversazione era mesta e piena di luoghi comuni. Così per curiosità antropologica e per distrarmi ho deciso di tentare un aproccio con la rom.
Lei si è subito dimostrata disponibile e così ho potuto infierire con le domande sulla sua vita.
Mi ha raccontato che era madre di una bambina di 18 mesi, Pamela (in onore di Pamela Anderson, che piaceva tanto al marito) che aspettava il secondo e aveva avuto delle perdite, perciò era finita in ospedale. Ma le avevano fatto un’ecografia e tutto sembrava andare per il meglio.
Sperava tanto che fosse un maschio e l’avrebbe chiamato Kevin (come Costner che piaceva tanto a lei).
Adesso si chiamerebbero probabilmente Zac e Britney. Ma non bisogna essere necessarimente rom per sceglierre dei nomi del cavolo.
Mi aveva anche spiegato che la tunichetta marrone, che su di lei era veramente arrapante, era in realtà un voto a S.Antonio, doveva vestirsi come lui in un remake del saio per due mesi, per ringraziarlo del fatto che suo marito aveva avuto un incidente ma si era miracolosamente salvato. Anzi quando l’infermiera, rivolgendosi a lei come se fosse deficiente, le aveva proposto una camicia da notte si era piuttosto seccata perchè aveva paura che il voto perdesse di valore.
Io avevo cercato di rassicurarla parlando di un caso di forza maggiore. Mi aveva guardato perplessa ma poi si era convnta.
Un altro cruccio che aveva era il lobo dell’orecchio destro, completamente strappato. Per colpa dei pesanti pendenti che le aveva regalato la suocera per il matrimonio.
Poi si era corretta spiegandomi che non era stato un vero matriminio. Aveva incontrato il “marito” a una festa di rom nelle Marche, dove viveva lei, poi erano fuggiti insieme a Milano ed erano andati a vivere con i genitori di lui.
Parlava con entusiamo della figlia Pamela, le piaceva fare la mamma, l’unica volta che aveva avuto un problema era stato quando la bambina si era ammalata. Lei doveva darle le medicine, ma essendo analfabeta non aveva poturo leggere le istruzioni e così aveva sbagliato le dosi e la piccola era finita al Pronto Soccorso.
Parlando della sua vita, nominava un sacco di cugini e parenti, tutti con tantissimi problemi di salute. Donne in gravidanza con la toxoplasmosi, bambini nati con malformazioni, gente menomata da incidenti in macchina. Questi racconti per me erano quasi terapeutici. Non è bello ammetterlo, ma il mio aborto sembrava quasi una passeggiata.

Un pomeriggio sono arrivate delle cugine a trovarla: nonostante l’amicizia il mio primo automatico impulso è stato quello di chiudere a chiave l’armadietto con i miei effetti personali. Poi mi sono “ripresa” e non l’ho fatto.
Le parenti della mia nuova amica mi hanno lanciato uno sguardo diffidente e poi mi hanno bellamente ignorato.
L’ultima mattina prima di essere dimessa, l’ho convinta a venire con me al bar dell’ospedale a bere un capuccino. Io avevo perso il mio bambino/a lei invece sarebbe tornata a casa con il pancione che poteva crescere, l’ho salutata e baciata augurandole buona fortuna. E spero l’abbia avuta.

Reportage

Ieri sera i genitori arrivavano alla spicciolata e mi lasciavano i pargoli dicendo:
“Ma sei sicura?”
“Ma che brava!”
“Ma che coraggio!”
“A che ora lo ritiro?”
E se ne andavano spensierati.


Io sorridente offrivo ai piccoli ospiti “Acqua morta con vermi ghiacciati”, “Succo di ratto” e “Sangue di pipistrello”.

Il menù mostruoso è stato apprezzato da tutti: nessuno ha potuto resistere ai sandwich malefici o alle zucchette infestate, la torta teschio poi è stato un trionfo.
I problemi sono arrivati quando abbiamo deciso di uscire a fare “dolcetto o scherzetto”: i piccoli indemoniati…… oooops, invitati erano divisi in due gruppi: gli undicenni e quelli di otto anni. Tra loro si odiavano.
Pioveva ed era buio pesto: atmosfera perfetta per una bella bronchite.
Appena fuori sono sgattaiolati urlando i piccoli di qua, i grandi di là. Io con l’ombrello ferma sul ciglio della strada ho rischiato anche una multa per adescamento secondo la recente riforma Carfagna.
Ma non era questo il problema: dopo poco la simmetria di squadra si è guastata. Le case da visitare erano tutte villette basse e quindi il piano era: un gruppo ai numeri dispari e gli altri ai pari. La sottoscritta sul marciapiede. Dopo pochi assalti l’eccitazione era alle stelle.
C’era chi urlava al citofono per farsi aprire: “Sono un terroristaaaaa!” “Sono Saddam Hussein!”
Chi attraversava la strada al buio correndo e urlando, chi cercava di rubare il bottino agli altri, chi brandiva un’ascia della morte in plastica e attaccava briga con un altro gruppo di bambini travestiti e ancora chi si impanava di farina come una “sogliola à la meuniere”.

A me è venuto in mente il libro di Corinne Maier “40 Buone ragioni per non avere figli” e ho pensato di scrivere all’autrice per suggerirle la 41ma.

Ma prima ho affrontato il gruppo dei facinorosi grandi e con aria minacciosa, più cattiva della Gelmini, ho usato quella che oggi si chiama “comunicazione efficace”:
“Se non la smettete di comportarvi così, lo dico alle vostre madri che vi fanno un mazzo tanto!”
Siamo tornati a casa e abbiamo guardato un DVD sgranocchiando i dolciumi. I piccoli, ringalluzziti perchè non erano stati sgridati, hanno rubato gran parte del malloppo dei grandi.

Allouin


Sono una donna che ama il rischio: domani sera organizzo una cena mostruosa a casa mia con una decina di bambini invitati.
L’ultima esperienza risale a circa un anno e mezzo fa, quando ho fatto una festicciola di compleanno per Anita: tutte femmine, pizza e DVD. Pensavo di avere la situazione sotto controllo. Invece c’era una bambina a cui non piaceva il film e come una scheggia impazzita urlava e correva in ogni dove, nel simpatico gioco “proviamo a prenderci”, contagiando anche le altre piccole ospiti.
Per non strangolarle ho dovuto chiudermi in cucina e farmi diversi goccetti, in modo da presentarmi poi alle piccole invitate con stampato in viso quel sorriso liquido e alcolico da brava mamma americana.
Ma domani sera non sarà così, sono ottimista. I ragazzi arriveranno travestiti da mostruosità varie, mangeranno dita di strega, cimitero di panini, biscotti ragno, torta teschio e berranno sangue di pipistrello con vermi ghiacciati. La cuoca è Anita.
Il Sant’uomo non lo sa ancora ma deve intagliare la zucca. per trasfrormarla in Jack O’Lantern.
Poi tutti fuori a fare dolcetto o scherzetto. Nel mio quartiere ci si conosce tutti e quindi dovrebbe essere a prova di rischio. Io comunque seguirò a debita distanza come un piedipiatti clandestino.
Vorrei travestirmi da Sarah Palin ma è troppo tardi per comprare il costume su internet, Gelmini è troppo banale e allora ho deciso per Vladimir Luxuria, con il quale se non mi stiro i capelli ho già, purtroppo, una certa somiglianza naturale.

Uomo barbuto sempre piaciuto



Grazie al Sant’uomo ho conosciuto Richard Stallman, guru dell’information tecnology, ex docente del MIT, fondatore della Free Software Foundation, inventore di parte del sistema operativo Unix, di Gnu e altre cose che ignoro, ma danno il brivido agli informatici.
RMS, come è conosciuto nel giro, è un uomo combattivo, provocatorio e polemico.
Questo mi piace molto, difende la proprietà intellettuale ed è contro, ad esempio, al fatto che il materiale dei blog sia tutto “globalizzato” su Google o su gli altri server.
In un giorno di black-out può disperdersi tutto il materiale nel cyber spazio e addio a pensieri e riflessioni. (In molti casi forse potrebbe essere un bene…)
Comunque per difenderci che fare? Installare un server domestico dove custodire tutto? Per Mr.Stallman, è facile, come per molte mamme blogger fare una crostata, ma per quasi tutti gli altri un tantino impossibile.
Nel sito di RMS, attivista dei diritti umani e paldino delle libertà civili, c’è una bella lista di cose e persone da boicottare, perchè non rispettano i diritti degli altri. Nel mio piccolo sono d’accordo soprattutto sul boicottaggio ai libri di Henry Potter. Joanna K. Rowling è come sempre gelosissima e malmostosa sulla sua opera e sul suo copyright. Nel 2005 aveva scoperto che in Canada in alcuni grandi magazzini “Il Principe Mezzosangue” era stato distribuito in anticipo sui tempi del mega lancio mondiale, per cielo, per terra e per mare del romanzo, e quindi con la sua fortissima squadra legale, aveva fatto in modo che la Corte Suprema della British Columbia emanasse un decreto per cui il romanzo si potesse comprare ma non leggere. Assurdo e pazzesco. E Richard Stallman giustamente si è indiavolato e l’ha messa al bando per sempre.
Ultimamente JKR invece si è arrabbiata con gli indiani perchè a Bollywood è uscito un film intitolato Hari Puttar e anche lì ha scatenato i mastini legali e ha fatto causa. Proprio lei che per scrivere le sue storie ha copiato a piene mani da tutti gli scrittori inglesi che l’hanno preceduta, primo fra tutti Tolkien.

Fortunatamente a casa nostra oramai del maghetto ce ne freghiamo.
C’è solo un particolare che continua a intrigare le ragazze, sopratttutto Emma.
Al primo film ho fatto l’errore di dire: “Una mia amica di Londra era la fidanzata di Hagrid”
Questo ha suscitato più scandalo e paura di qualsiasi Voldermort, dissennatore o basilisco.
“Non è vero! Come ha fatto?” ha chiesto Anita stravolta dallo stupore.
“Come fai a saperlo? Sei sicura?”, ha incalzato Emma.
La mia amica Liz (sì, sì, è più vecchia di me) mi aveva raccontato che quando era giovanissima era uscita con Robbie Coltrane, allora aspirante attore. Erano tempi non sospetti, Hagrid non era ancora nato e neppure Henry Potter. Quando ho visto il nome nei credit del primo film ho svelato il flirt alle bambine. Forse per tirarmela un po’, ingenuamente ignara del tormentone che avrei causato.
“Ma Hagrid-Hagrid? Proprio Hagrid?, insiste Emma. “Ma non le faceva paura?”
“Era già così? Quanto tempo è durato il fidanzamento?” si informa Anita.
“Ma lo baciava?”
“Ahhhh! che schifo!”
“Ma non c’era un altro da scegliere?”
“Ma era più magro?”
“Ma aveva la barba?”
“E i capelli? Com’erano i capelli?”
“Sono usciti solo una sera, va bene?”
“No, mamma adesso deve dirci la verità…devi raccontarci tutto…”
Questo va avanti dal primo film di Henry Potter… di libri ne abbiamo comprati solo due ma a metà del primo ci siamo stufate, perchè si parlava troppo poco di Hagrid.

Ulrike e i pinguini


Ieri ho letto con preoccupazione la storia dei pinguini di Magellano che sarebbero dovuti approdare sulle coste delll’Argentina per nidificare e riprodursi invece, a causa dell’inquinamento che provoca il cambiamento climatico, sono finiti vicino a Rio de Janeiro. Poveri pinguini! Rischiano l’estinzione, se cannano così le loro destinazioni.
Nel mio piccolo ieri ho avuto più o meno la stessa esperienza e ho rischiato anch’io l’estinzione…
Alla mattina mi sono alzata tutta piena di energia, solo una gran tosse, ma niente più sintomi influenzali. Così fra frizzi e lazzi ho svegliato le bambine:
“Sorpresa, sorpresona! Oggi vi porto al Trinity Skate park!”
“Anche se è lontanissimo da casa, lo troveremo!”
Entusiasmo alle stelle:
“Grazie mamma sei troppo buona!”
“Eh lo so, sono supermom. Ma anche voi siete così buone che lo meritate!”
In una melassa di complimenti e carinerie vicendevoli dopo pranzo siamo partite.
Il Trinity Skate park è il paradiso degli skaters a Milano, un luogo mitico per skaters wanna-be come le mie bambine. Questa meta magica ha un solo neo: è lontanissima da casa nostra. Ma ieri mi sentivo piena di voglia di esplorare anche i meandri più reconditi dell’hinterland milanese. Mi ero stampata la mappetta che c’è sul sito del Trinity e via!
Non ho il navigatore gps. Odio i navigatori per una questione molto personale.
Tanti anni fa (diciamo sette) mio marito, che invece adora tutto quello che inizia con “tecno” e finisce per “logia”, aveva una BMW con uno dei primi navigatori con un’insopportabile voce femminile dal forte accento “tetesco” che ho subito detestato e soppranomminato Ulrike.
Odiavo Ulrike perchè per dare le sue stupide indicazioni interrompeva continuamente le mie conversazioni in auto. Mio marito come tutti i maschi è piuttosto “monotasking” quindi se guida è poco propenso alle chiacchiere e se doveva ascoltare qualcuno in macchina preferiva Ulrike a me!
Dopo Ulrike, negli anni, ci sono stati altri navigatori, altre donne, altre voci, altri tom-tom ma il mio astio si è conservato intatto. “Dura e pura” ho sempre evitato di mettere il navigatore nella mia auto. Al massimo mi stampo una google-map.
Sono rigida come quelli che dicono: “non ho il telefonino” o “non uso il computer”.
Ma ieri quella vacca di Ulrike ha avuto la sua rivincita.
Per arrivare al Trinity ci voleva circa un’ora da casa mia. Dopo due, ero ancora lì che svoltavo per circonvallazioni, infilavo sensi unici a capocchia, perdevo il buonumore. Le mappette che mi ero stampate dicevano “se arrivi di lì vai di là …ampio parcheggio”.
Guidare nella zona del Trinity per me era come essere a Torino, Bari, Brasilia, Mexico City. Quasiasi cavolo di città con una bella periferia industriale labirintica. Non avevo la più pallida idea di dove fossimo. In quella parte della città non ci sono mai stata.
A un certo punto, allo stremo delle forze, dell’ottimismo e della pazienza, mi sono trovata quasi in tangenziale e per evitare di entrarvi ho fatto una manovra azzardata, da estinzione delle specie. Allora ho gettato e spugna e ho fatto mea culpa con le bambine.
“La mamma è un’idiota, voi meritereste ben altro…scusatemi! Non riesco a trovare questo cavolo di Trinity!”
Avrebbero potuto infierire, ricattarmi, deridermi. Ma non l’hanno fatto. Sono state clementi.
Anita ha detto: “Mamma calmati, respira!”
Emma: “Possiamo anche tornare a casa, non preoccuparti!”
Allora commossa da tanta comprensione le ho portate allo skate shop (indirizzo noto) e ho regalato loro due minirampe da fingerskate (gli skate da usare con le dita) da costruire. Ho stilato anche un bonus universale: “gita ovunque/qualsiasi giorno/qualsiasi ora anche fuori città ma solo in zona est-nord-est di Milano”.

Orsetti maledetti


Ieri ero molto emozionata dall’idea di sperimentare la spesa al super con il lettore ottico fai-da-te. La settimana scorsa avevo incrociato un’amica all’Esselunga davanti al frigo del latte con in mano questa strana macchinetta. Prendeva la bottiglia di latte, faceva clic con aria da esperta e poi la riponeva soddisfatta in una delle due borse aperte e agganciate al carrello. Strategicamente una sacca per la roba da frigo e l’altra per tutto il resto. La mia amica si muoveva leggiadra e sicura fra le corsie. Davanti alla mia muta ammirazione mi ha spiegato che a fine spesa si passa davanti alla cassiera, si consegna l’aggeggio, si paga e via!
Spesa in tempo record. Non bisogna neppure tirar fuori tutti gli acquisti e risistemarli poi nei sacchetti. Il telepass del super. Niente coda, anche perchè ci sono tra casse abilitate ai clienti con il lettore ottico. Niente perdite di tempo. Io donna del web 2.0, non potevo non copiarla.
Quindi ieri registro la mia tessera Fidaty per questo strabiliante servizio, prendo un lettore ottico, borse tattiche e parto carica di ottimismo.
Comincio con l’uva sfusa: clicco sul codice a barre ma il mio lettore sembra morto. Schiaccio tutti i pulsanti per sentire un clic, niente. Cerco di non scoraggiarmi e faccio comunque il pieno di frutta: il mio lettore continua a non obbedire. Inizio a sentire un po’ di ansia.
Davanti al frigo del latte fortunatamente si fanno sempre incontri fulminanti. Questa volta c’è un signore con il badge Esselunga e la camicia. A quelli con il badge Esselunga e il grembiule avevo già chiesto aiuto ma era stato inutile. Questo signore invece, con fare autorevole, mi spiega che il lettore ottico va tenuto a una certa distanza dal codice a barre, che non si pigiano tutti i tasti a caso, ecc. Finalmente riesco e sono indipendente, Clic qui e clic là, ho quasi finito la spesa quando mi ricordo la missione più importante della mia spesa. Gli orsetti!
Sono delegata di classe e la maestra di matematica ha chiesto di avere 30 orsetti di gomma a bambino per 35 alunni. Deve usarli per fare le divisioni. La rappresentante dell’altra classe mi aveva comunicato che all’Esselunga c’erano le buste con gli orsetti, lei ne aveva prese 37 io dovevo acquistarne 38. Peccato, non vedo nessun orsetto tra gli scaffali.
Chiedo e mi dicono di guardare fra le buste di caramelle vicino alle casse. Arraffo 7 pacchetti di orsetti, ricoperti di zucchero pensando con un po’ di preoccupazione ai denti di mia figlia, vado alla cassa e domando dove posso trovare altri orsetti. E’ la cassa vip per i clienti con il lettore ottico, non c’è nessuno. La cassiera mi indica il covo degli orsetti, aggiungendo gentilmente che posso lasciare lì il carrello.
Forse pensa che io debba prendere ancora una sola busta di orsetti. In fondo alla corsia 4, agguanto i pacchetti di orsetti e cerco di tornare velocemente alla cassa.
Abbracciare 30 sacchettini scivolosi non è facile. Anzi è quasi impossibile. Mi cadono tutti per terra, li prendo e mi riscivolano. Non riesco a tenerli. Sono inginocchiata per terra in mezzo alla corsia, vittima dell’ammutinamento degli orsetti. Scivolano dal mio abbraccio e ricadono per terra. Passa una signora e ride.
Per giustificarmi le urlo: “Sono delegata di classe…”
Lei va via pensando che sia pazza. Decido di infilare una decina di sacchetti di orsetti nella mia borsa, anche se rischio di essere accusata di taccheggio. Passa una cassiera e mi guarda sospettosa. “Li devo comprare per la maestra di matematica…”, mi giustifico.
Ma lei non ride neppure. Finalmente riesco ad alzarmi con tutti i pacchetti tra le braccia e la borsa aperta dove spuntano gli altri.
Arrivo alla cassa dove c’è il mio carrello bloccato davanti a 5 clienti vip muniti di lettore ottico. Sono inviperiti perchè stanno perdendo tempo. Un signore cattivo con gli occhiali dice:
“Era ora…”
Rovescio gli orsetti che ho fra le braccia sul piano della cassa e tiro fuori il più velocemente possibile gli altri sacchettini dalla borsa.
“Scusatemi sono delegata di classe… gli orsetti per le divisioni… li ha chiesti la maestra…devono essere 38…mi può dire se ci sono tutti?”
La cassiera si riprende il lettore ottico e risponde gelida: “Guardi nello scontrino”

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