A caccia di autografi

Anche quest’anno sono stata a Londra, ho fatto molte cose che voglio raccontare nei prossimi post. Ma il vero evento del soggiorno è stato andare a vedere Romeo&Juliet al Garrick Theatre con la regia di Kenneth Branagh e gli stessi protagonsiti che aveva già diretto in Cenerentola, Lily James e Richard Madden .
Molto lungimiranti, avevamo già comprato i biglietti in rete con mesi di anticipo. Così al nostro secondo giorno a Londra, Emma ed io ci siamo presentate a teatro felici e piene di aspettative.
A essere onesti non ero tanto felice, anzi ero piuttosto nervosa perchè quel giorno avevo iniziato la mia disintossicazione dal caffè. Aproffittando del fatto che a Londra caffè e capuccino sono meno buoni e ben più cari che in Italia, avevo deciso di essere un po’ inglese e bere solo te.
Bellissimo proposito un po’ difficile da realizzare.
Il giorno dello spettacolo era il primo del mio programma rehab-fai-da-te, la mattina è andata abbastanza bene, ho fatto una corsetta nel parco e mi sono sentita motivatissima nel programma benessere.
Il pomeriggio è stata più dura e quando siamo andate a teatro cominciavo a sentirmi piuttosto nervosa ma cercavo di non pensarci.
Nell’adattamento teatrale di Romeo&Juliet, il regista Kenneth Branagh aveva scelto un’ambientazione italiana in una Verona (che sembrava la Sicilia degli spot di Dolce&Gabbana) negli anni’50.
Scelta interessante soprattutto per i bellissimi costumi dei protagonisti ma discutibile sotto altri punti di vista. Infatti quello che mi ha reso una belva è stato vedere gli attori sedersi, più volte, al tavolino di un bar a bere caffè.
(cosa fanno gli italiani? Parlano forte, gesticolano e bevono caffè! Il regista avrebbe potuto mettere sul palcoscenico un bel piatto di spaghetti, mi avrebbe fatto soffrire di meno!)
Mentre Juliet si struggeva per Romeo, sono precipitata in una terribile crisi di astinenza, deliravo pensando: “Da quando avevo 14 anni non c’è mai stata una giornata in cui non ho bevuto un caffè, perchè proprio oggi devo smettere?”
Gli attori erano tutti bravissimi, Lily-Juliet deliziosa ma mancava Richard Madden (era caduto e si era fatto male a una gamba) perciò rimpiazzato da Freddie Fox.
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A fine spettacolo, mentre tutti erano in piedi ad applaudire pensavo solo una cosa: “Caffè! Caffè! Caffè! Sto arrivando!”
Invece Emma aveva un programma ben diverso: dovevamo piazzarci davanti alla porta del backstage ad aspettare gli attori per chiedere un autografo. Aveva fatto un ritratto di Lily James, che ammirava dai tempi in cui interpretava Lady Rose in Dontown Abbey , e voleva farselo autografare. E così ci siamo messe in fila in mezzo agli altri fan.
E abbiamo aspettato. Aspettato. Aspettato. Aspettato. E aspettato.
Aspettato ancora. E ancora.
Gli attori se la sono presa molto comoda, anzi (bastardi egoisti) hanno fatto anche un piccolo party per bere un po’ insieme visto che era venerdì sera. Li vedevamo ridere e scherzare sulla terrazza del teatro che poteva scorgersi dal punto dove noi poveri fan sfigati aspettavamo. C’era un sacco di gente, di cui molti psicologicamente instabili.
Erano tutti eccitatissimi.
La ragazza che aveva preparato uno scrapbook da donare a Lily James con una serie di lettere, una per ogni giorno del calendario dello spettacolo. Degli omarini anziani che stravedevano (ancora) per Marisa Berenson , itgirl degli anni’70 che interpretava la madre di Juliet. E naturalmente la folla di italiane che attendeva adorante Richard Madden senza sapere che fosse stato sostituito.
Poi c’ero io che pensavo “Caffè! Caffè! Caffè!”, anche se oramai era notte, ero nervosissima ma cercavo di dissimulare perché non volevo essere una cattiva madre.
Cercavo di autoconsolarmi ricordando che esistono genitori che dovevano soffrire molto più di me, mi sentivo molto vicina alle madri delle belibers e directioners, le fan di Justin Bieber e degli One Direction, e ringraziavo il cielo di non essere una di loro.
Tra la folla in attesa ogni quanto d’ora arrivava un padre romano, chaperon di un paio di fan sfegatate di Madden, a chiedere gentilmente quanto stimavano ci fosse ancora da aspettare.
Il pover’uomo veniva regolarmente sfanculato dalle adolescenti.
“Vado al pub qui di fianco a bere”, ha annunciato, stremato, a un certo punto. Allora l’ho guardato con interesse. Why not?
E se fossi andata a ubriacarmi con lui? Poteva la birra farmi dimenticare il caffè? Molto probabilmente sì. La tentazione era forte, ma lo strenuo papà era proprio brutto…
Così sono rimasta, imprecando segretamente dentro di me contro gli attori.
Fino a quando non è apparsa Marisa Berenson, ancora straordinariamente gnocca a dispetto dell’età.
Poi sono usciti tutti e buon’ultima l’adorabile Lily James, che ha firmato l’autografo e apprezzato molto il disegno di Emma.
Siamo tornate a casa contente ed è un mese che bevo solo 2 caffè al giorno.
(prima del rehab erano 4!)

Buone Vacanze!

Oggi giornata di grande esodo, in città oramai si guida veloce e si trovano un sacco di parcheggi: tutti stanno partendo per le vacanze.
Così anche il blog si prende una pausa, mentre ne approfitterò per scrivere (un progetto che procede troppo pigro) tappata in casa nella penombra delle tapparelle abbassate. Leggerò dei libri lasciati sul comodino in attesa per troppo tempo. E alla sera forse andrò a vedere qualche vecchio film nei cinema all’aperto, sfidando con coraggio le cattivissime zanzare d’agosto. Ci rivediamo a settembre con qualche bella novità.
Felice estate a tutti!

Cose che succedono nel terrazzo

Seguendo gli insegnamenti di Michelle Obama, anch’io ho provato a coltivare un piccolo orto sul balcone. Nelle scorse stagioni avevo fatto crescere e prosperare pinte di basilico, prezzemolo, salvia, rosmarino e menta. Mentre quest’anno ho pensato in grande e quando, a inizio primavera, sono andata al vivaio a comprare le nuove piantine ho visto i vasi di pomodoro rampicante e li ho messi nel carrello.
Una signora vicino a me, mi ha avvisato:

“Stia attenta, li ho comprati l’anno scorso e crescono come il fagiolo magico: avrà un’invasione di pomodorini!”

Le ho sorriso pensando che esagerasse e invece era una veggente…

Un mese fa eravamo ancora al fiorellino giallo, poi sono spuntati timidamente i primi baby magri pomodorini verdi.
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Che commozione!
Nell’ultima settimana, sarà stata l’ondata di calore, c’è stata l’esplosione demografica, le piante hanno preso il potere, sono cresciute a dismisura. Si arrampicano, abbracciano, cercano di strangolare le altre piante e stanno cercando di colonizzare il balcone. Oggi, con gli occhi che brillavano d’orgoglio, ho fatto la prima gustosa insalatina autoctona.

(Se sarà eletto Trump dovrò invece fare come Melania, sbiondarmi, ammazzarmi di botox e magari farmi largo fra i pomodori per costruire un bel muro in terrazza…)

Al mare invece, un giorno, avevo apparecchiato sul balcone e messo una zuppiera con del taboulè, sono rientrata un attimo in casa, per prendere l’acqua, e al ritorno ho trovato un gabbiano planato in mezzo alla tavola che stava mangiando tranquillamente dalla zuppiera.

Gli ho fatto un urlaccio e lui allora mi ha guardato come se fossi una casalinga isterica e poi si è spostato sul davanzale del terrazzo dove ha finito di masticare con calma, guardadomi con aria di sfida.
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Solo quando l’ho minacciato fisicamente lanciandogli contro un telo da spiaggia ha deciso di volare fuori dal balcone. Il taboulé rimasto (tra l’altro appena comprato) l’ho buttato e ho preparato una pasta che sono rimasta a presidiare personalmente.

E dopo questa avventura quando sento il grido stridulo dei gabbiani, creature eleganti, leggiadre e golose, che volano nel cielo azzurro sopra il mare, capisco finalmente cosa urlano:

“tabou-leeee…tabou-leeeeee…tabou-leeee….tabou…leeee”

Two mothers

L’altra sera ero un po’ triste, volevo solo chiudermi nel mio bozzolo e tagliare fuori il mondo. Però avendo una famiglia non è così semplice attuare questo piano.
“Mamma cosa c’è?”
“Perchè sei così?”
“Dai guardiamo un film!”
“Proviamo questo, sembra assurdo…”
Insomma alla fine Anita mi ha convinto e su Netflix abbiamo iniziato a guardare Two Mothers , un film di cui avevo già visto il trailer, tempo prima, e pensato: “Non ce la posso fare”
Invece l’altra sera, in quel momento di disperazione, ero pronta a tutto.
La storia è così: in un angolo paradisiaco della costa australiana due amiche (Robin Wright e Naomi Watts), inseparabili, bionde e molto gnocche (sin da piccole), continuano a essere amiche, inseparabili, bionde e molto gnocche anche da adulte. Hanno anche due figli coetanei molto fichi ma (primo colpo di scena!) uno non è biondo.
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(non mi preoccupo dell’effetto spoiler perchè il plot è inesistente)

Naomi Watts resta vedova, ma chi se ne frega, dopo la scena del funerale, le due mamme e i due gnoccoloni figli fanno spensieratamente il bagno insieme, immemori di ogni dolore.
Anzi Robin Wright (cinquanta portati benissimo), nuota leggiadra fino alla piattaforma in mezzo al mar dove sdraiato come un sirenetto c’è il figlio dell’amica.
Lui la guarda lascivo (nonostante i diciannove anni) e le fa dare un tiro dalla sua sigaretta. Lei aspira, ricambia lo sguardo birichino e poi si gira a prendere il sole.

E qui io e Anita ci siamo giustamente domandate: come ha fatto il biondone a portare le sigarette sulla piattaforma nuotando, ovviamente seminudo? E l’accendino?

La scena prima di dissolversi ha fatto un piano lungo sui due corpi abbandonati sulla piattaforma e non si è vista nessuna insegna di Sali&Tabacchi. Boh!
Poi al tramonto le cenette in famiglia, con vista mare, sono in stile apericena: tanto vino, bei bicchieri e abitini succinti delle madri.
E nel dopocena succede quel che deve succedere: Robin si fa il biondo. E il moro (suo figlio) la prende male e va a nascondersi nel letto di Naomi, che abita in un’altra bella casetta a picco sull’oceano.

A quel punto io e Anita ci aspettavamo un minimo di dramma, senso di colpa, insomma un qualcosina di meno patinato. E invece niente.

Le due amiche dopo qualche primo piano pensoso decidono che va bene così, sono felici e innamorate.
Ci sono solo due piccoli inconvenienti causati da due uomini sui cinquanta. Il primo è il marito di Robin che propone, causa lavoro, di trasferirsi a Sydney. Naturalmente Robin dice che non se ne parla nemmeno.

(io e Anita ci aspettavamo…)

Ma il marito risponde: “Ok, va bene!”
L’altro è un collega di Naomi, che quando non nuota, prende il sole o fornica con il moro, lavora in un centro di yachting. Il tizio, pelato ma simpatico, è innamorato di lei .
Le chiede di uscire un po’ di volte, l’ultima volta è presente anche Robin che gli ride in faccia. Allora lui esclama frustrato: “Ah, ho capito voi due!”

Io e Anita speravamo in qualche svolta drammatica: pensa che sono lesbiche, le spierà, le sputtanerà, succederà qualcosa!

Macché: i quattro bellissimi continuano a nuotare, prendere il sole, bere da bicchieri bellissimi. Uno spot di costumi o anche di aperitivi sarebbe stato molto più coinvolgente!
Passano due anni, in un attimo, durante i quali questi quattro incestuosi sono sempre soli.

Anita si chiedeva, giustamente, se i ragazzi non avessero uno straccio di compagni di scuola, qualche amica della loro età per sostituire le cinquantenni.

Ma in giro non c’era nessuno. Sole, mare e surf.
Solitudine completa con le mamme, finchè il moro non decide che vuol fare il regista. Così, un giorno parte per Sydney e zac!
In un nanosecondo è in teatro a fare casting a una tizia. Ha la sua età ed è mora: anche lo spettatore più ritardato capisce che ci sarà una svolta. Infatti, torna nella casetta sull’oceano con lei a festeggiare il ventunesimo compleanno.
Con un party pienissimo di gente.

Qui ci siamo chieste, ma dove erano prima tutti questi amici?

Naomi naturalmente è triste e beve un sacco.

Io e Anita, sempre speranzose nella svolta dramamtica, prevedevamo che tornando a casa si schiantasse in un tornante con l’auto.

Ma non succede.
Il moro si fidanza, in tre secondi, con la morettina e si sposano.
Al matrimonio Robin, come madre dello sposo, ritrova un certo aplomb e dice al biondo che è finita. Lui pare disperato e fa due cose: prima corteggia una coetanea biondina, che ci sta subito perchè lui è molto fico, e poi invece di andare a letto fa surf estremo fra onde cattivissime.

Io e Anita pensavamo morisse, sempre nell’ottica della svolta drammatica.

Che illuse!
Solo due escoriazioni e la biondina va a trovarlo in ospedale.
Lui guarisce in fretta e diventa molto somigliante a Principe Giglio della mitica Melevisione.
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Nella scena successiva la biondina rivela di essere incinta, decidono di sposarsi e nella scena finale le due nonne (sempre gnocchissime) vanno in spiaggia, con i figli, le nuore e i bambini, anzi le bambine. Nessuno è invecchiato e tutti sono felici!
Anch’io nel mio piccolo, perchè dopo aver visto una tale boiata pazzesca (cit. fantozzi) ho ritrovato il buonumore.
Se due attrici brave, belle e famose come Robin Wright e Naomi Watts hanno accettato (per una barca di soldi immagino) di recitare in una pellicola così, forse erano più tristi di me!

P.S. La storia di Two mothers viene da una racconto di Doris Lessing che adesso mi leggerò, ma credo che la regista ci sia andata giù pesante con l’adattamento cinematografico.

Mutande pazze

Ieri ho avuto una giornata un po’ caotica. Di quelle in cui il tempo scorre più veloce e non si riesce a rincorrerlo. Nel pomeriggio avevo anche una visita medica.
Sono riuscita a trovare il tempo di tornare a casa per cambiarmi in pochi minuti prima di uscire di nuovo e andare dal dottore.
Nella mia camera però ho trovato Emma spaparanzata sul letto, agonizzante per lo stress degli ultimi giorni di scuola, così invece di chiederle di smammare mentre mi vestivo, ho cercato di consolarla, farle coraggio, supportarla, ascoltarla, ecc. ecc.
Insomma tutto quello che una madre dovrebbe fare.
Nel frattempo mi sono anche fatta la doccia e vestita in fretta. Così in fretta che dal cassetto delle mutande, della lingerie ho ho preso un paio a caso senza badarci troppo, mentre continuavo a parlare di greco, di prof, di versioni, blah, blah, con la testa fuori e il corpo mezzo nascosto nella cabina armadio. Giusto così per non fare uno strip completo davanti a mia figlia.
Poi, finalmente vestita, sobriamente (top bianco e blu in lino, jeans bianchi e ballerine nere) dopo un ultimo incorraggimento materno, sono uscita per correre dal medico.
Peccato che una volta in sala d’attesa mi sono accorta che avevo sbagliato mutande. Sentivo un fastidio sulla pancia, come quello che di solito procurano le etichette, mi sono data una grattatina e ho sentito che invece il colpevole era il fiocchetto del diamantino.
Oh, noooo!
Senza guardare, nel buio della cabina armadio, avevo messo le mutande che Anita definisce da pornostar. Quelle rosse in pizzo che avevo comprato per sbaglio due anni fa come portafortuna, quasi normali davanti (a parte il fiocchetto e lo zircone) ma con un’intricata e birichina ragnatela sulle chiappe ad effetto paramount. Volevo scappare ma in quel momento il medico ha chiamato il mio nome. Così sono entrata.
Pregando che non mi facesse togliere i pantaloni.
Che non mi facesse neanche abbassarli.
OMG.
Una visita sportiva da un medico sconosciuto. Almeno fosse stata una donna avrei potuto parlare di intimo, scherzare sulle mutande rosse, sulle milf, sulle madri che hanno sempre fretta.
“Si tolga la camicetta che facciamo l’elettrocardiogramma”
Volevo dirli che era una canottiera ma non era il caso di discutere di moda.
Sono un’idiota, un’idiota sbadata che fa danni. Perchè non avevo già buttato via quelle maledette mutande?
Nonostante lo stress il cuore andava bene.
“E’ un po’ agitata dalla visita”
“Eheh”
“Si vede anche dalla pressione”
“Eh, certo”
Diomiotipregotipregotiprego.
“Ok, si può rivestire”
“Sono molto contenta”
“Di cosa?”
“Di stare bene”
Il dottore mi ha guardato strano, ma non mi importava, il mio dirty secret era salvo. Con una grattatina allo zircone, ho pagato la visita e sono uscita felice.

Marseille su Netflix

E’ arrivato il momento di fare outing: sono drogata di serie televisive.
Non so perchè non ne ho mai parlato finora, ma è una vera addiction e non ne posso più fare a meno. Oramai in giro ce ne sono tantissime, di generi diversi, ho le mie predilezioni e altrettanto idiosincrasie, che ho deciso di condividere.
Oramai di gente che vivrebbe guardando serie tv dalla mattina alla sera ce n’è molta. Anche fra i giovanissimi. Una compagna di scuola di Emma, ad esempio, è un fan di Grey’s Anatomy e va a scuola perfettamente organizzata.
Tatticissima: cellulare con accesso internet illimitato, infilato nell’astuccio a cui collega auricolare connesso all’orecchio, nascosto sotto il lato sinistro della guancia, mimetizzato prima dai lunghi capelli e poi all’interno della manica della felpa. Si appoggia languidamente su un fianco e mentre il prof spiega e/o interroga qualche compagno sembrerebbe solo una ragazzina stanca, invece sta diabolicamente guardando la serie preferita!
Uno dei “difetti” delle serie televisive è che sono quasi tutte made in USA o comunque in lingua inglese (anche quelle dei paesi scandinavi, doppiate) ma invece con grande gioia, una settimana fa ne ho scoperta su Netflix una nuovissima francese .
Me la sono sparata tutta, in lingua originale, in un paio di sere. Bellissima. Realistica: solo con personaggi negativi (più invecchio più divento cinica e cattiva!).
Ambientata a Marsiglia, racconta la campagna elettorale per l’elezione del nuovo sindaco.
Da una parte: Gérard Depardieu, che oramai recita sempre uguale a se stesso, enorme, monumentale. Un dinosuaro disilluso. Dall’altra: il suo delfino, che diventerà suo acerrimo nemico: Benoit Magimel (ex di Juliette Binoche) bravo e credibilissimo.
Tra loro un mare di menzogne, di crimini e colpi bassi, personaggi squallidi e pronti a tutto. Molto sesso e droga, ingredienti che fanno audience.
Insomma una vera campagna elettorale, godibilissima adesso che si avvicinano anche le elezioni milanesi. Veramente un ottimo tempismo.
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Sullo sfondo Marsiglia, bellissima e problematica. Un mare meraviglioso e scorci fantastici.
Una scena mi ha colpito particolarmente (spero di non spoilerare troppo): c’è una signora che fa jogging, è ricca e vive in una bella casa villa su un promontorio sopra Marsiglia.
(Tutti i personaggi fichi di questa serie vivono in una bella casa sul promontorio).
Questa signora prima di uscire a correre fa stretching, guardo e penso:
“Ah brava! Anch’io faccio quegli esercizi lì! Così dopo non si rimane troppo indolenziti”
Ma appena la tizia inizia a correre spuntano due brutti ceffi che la minacciano.
Parlano un po’ e quando sembra che tutto sia chiarito, la signora li saluta per riprendere la corsa. E invece, a sorpresa, i bastardi la scaraventano giù dalla scarpata.
Ecco lì sono rimasta male, ma che sfiga, aveva anche fatto stretching!

Pizzata di classe: qualche decennio dopo

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Vintage: dalla mitica gita a Pompei

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Stessa gita: sono la seconda a sx, ma cosa c’è sulla mia testa?

L’altra mattina ancor prima di bere il caffè mi sono data una botta in testa (avevo lasciato aperto lo sportello di un pensile della cucina e rialzandomi dopo aver dato da bere a Lola ho preso in pieno lo spigolo sulla fronte). Ma una fitta tremenda di dolore, che mi ha fatto guaire, e un bozzo istantaneo che lievitava all’attaccatura dei capelli, non mi hanno fermato. E neppure lo sciopero selvaggio dei tassisti contro Uber ce l’ha fatta, perchè dovevo partire.
E sono partita comunque. L’appuntamento era troppo importante.
Ho preso il treno per Imola, per andare alla cena della riunione di classe.
La mia classe del liceo scientifico. Era già successo nel novembre scorso, ci eravamo runiti per la classica pizzata, felici, pimpanti e un po’ nostalgici, una vita dopo la maturità.
Una serata effervescente, un tuffo di giovinezza più efficace del botox!
Ero stata felice di rivedere tutti, ricordando con allegria i nostri scherzi, la goliardia, le feste e le gite. Eravamo una classe molto affiatata (più maschi che femmine) e molti dei miei compagni sono riusciti a preservare l’amicizia per tutto questi anni.

C’erano Rano, Caffo, Joe, Belva, Mors, Tondo, Beef, Spoglia, Micio, Cardo, Zwerdy: tutti avevano ripreso il loro soprannome di scuola, anche se adesso fanno l’avvocato, il medico, il veterinario, il professore, il geologo, ecc. Anche se adesso sono persone rispettabili, alla cena di classe sono tornati tutti i cazzoni ragazzi della Quinta A.
Con alcuni di loro non sono stata in contatto per anni, ma ho ritrovato subito affetto e complicità. Tutti sinceri, simpatici, disponibili. Forse perchè la vita di provincia preserva dall’ingrigimento un po’ ipocrita dovuto dallo stress di sfangarla in una grande città. Oppure perchè i romagnoli sono una garanzia di buon umore.
O ancora semplicemente perchè con persone con cui si sono condivisi gli anni dell’adolescenza, le confessioni sulle prime esperienze sentimentali, i segreti sulle strategie più pazzesche per sopravvivere ai prof, non è certo possibile indossare la maschera ipocrita/perbenista dell’adulto responsabile.
Neanche dopo decenni.

Ci siamo raccontati un sacco di storie, abbiamo condiviso gli amarcord più assurdi, abbiamo incastrato come un puzzle dettagli che qualcuno ricordava e altri no (eh l’età!).
E da un punto di vista psicologico la cena è stata un grande esperimento: abbiamo verificato alla grande che gli stereotipi di una volta si sono conservati. Preservati meglio che in freezer. Siamo sempre gli stessi, con le rughe, ma sempre noi. Le nostre personalità forse si sono evolute, ma modificate poco.
Nel bene e nel male. E per questo continuamo a divertirci insieme.

Fido, vuoi tu prendere in sposa…

Due amiche si incontrano:

“Ciao, come è andato il fine-settimana?”

“Benissimo, sono andata a un matrimonio di cani”

Fino a pochi anni fa sarebbe stata una conversazione surreale. Oppure di due tizie che avevo esagerato con qualche sostanza, invece adesso ho scoperto che è una cosa normale.

Infatti sabato pomeriggio ero in centro a Milano e sono passata davanti a un elegante pet shop, che aveva allestito nel dehors un bellissimo gazebo bianco tutto decorato di fiori. Una cosa un po’ hollywoodiana da nozze a Malibu però in taglia ridotta, come i mobili all’asilo. Sono rimasta un po’ perplessa, pensavo fosse strano e invece va così.

Visto che gli umani si sposano sempre meno, facciamo impalmare i cani. Però possono permetterselo solo quelli con il pedigree. I cani griffati con un’eventuale discendenza di un certo spessore.

Ho chiesto a Lola cosa ne pensi, se come meticcia e anche straniera (viene da un campo rom),  si senta discriminata.

Ha risposto che non le dispiace: è per le coppie di fatto. Quelle che si annusano nel parco.

 

Pro e contro della fama da blogger

Un po’ di anni fa, quando era uscito Una mamma da URL questo blog aveva molto traffico, ero contenta e vivevo un po’ in una bolla strana di soddisfazione e incredulità. Scrivevo e raccontavo con un approccio molto personale.
Ero ottimista e pensavo che il mondo, e soprattutto il web, fosse pieno di persone meravigliose e disponibili.
Poi un giorno, in questo delizioso stato d’animo, sono andata alla festa di fine anno della seconda media di Anita.
La scuola aveva un giardino, l’aula di mia figlia era a piano terra, così l’allestimento di cibo e beveraggi vari era stato disposto all’aperto davanti alla porta finestra dell’aula. Era un caldo pomeriggio di fine maggio e tutto sembrava andare per il meglio.
I ragazzi, dopo aver fatto il pieno di varie schifezze alimentari piene di coloranti e additivi (quelli che le madri comprano al discount per risparmiare, sperando che li mangino solo i figli degli altri), si erano dileguatiimboscati al largo tra alberi e aiuole, mentre padri e madri si intrattenevano, chiacchierando amabilmente.
C’era ovviamente anche qualche insegnante che prendeva parte alle conversazioni e tutto sembrava procedere per il meglio.
A un certo punto una prof (della nostra classe di una materia minore che non avevo mai incontrato) e una supplente (che conoscevo di nome ma non di persona) si sono avvicinate, mi hanno chiesto se fossi la madre di Anita e mi hanno domandato di seguirle all’interno.
Mia figlia era una delle più brave della classe per cui, nella mia nuvola di benessere da blogger famosa, che pubblica anche un libro, ho subito acconsentito con piacere, immaginando che volessero coinvolgermi in qualche meravigliosa attività genitori-insegnanti.
Invece appena dentro l’aula un po’ buia, nell’intimità del nostro trio, mi hanno aggredito verbalmente. Dicendo che avevano letto il blog e non dovevo permettermi di scrivere certe cose su di loro!
Sono caduta dal classico pero e ho chiesto di cosa stessero parlando.
La più vecchia, più aggressiva, mi ha rinfacciato un post che secondo lei era critico nei suoi confronti. E un altro che riguardava la supplente. Mi hanno intimato di cancellarli.
(Alla faccia della libertà di espressione, fossi stata negli USA avrei potuto invocare il Quinto Emendamento, ma al momento ero troppo basita e spaventata anche solo per fare la battuta!)
Ho provato a obiettare che stavano sognando o meglio male interpretavano, ma la prof si è arrabbiata ancora di più e ho pensato che potesse anche arrivare a menarmi.
Impaurita, allora sono scappata dall’aula e tornata fra gli altri genitori che, ignari e tranquilli, conversavano sorseggiando prosecco e sbocconcellando pizzette.
Ero così scioccata che non ho denunciato l’agguato a nessuno. La situazione mi sembrava troppo assurda per essere raccontata. Mi avevano rovinato la festa e l’umore.
Oramai al mio palato le pizzette sapevano di cacca e invece del prosecco avrei dovuto bere litri di assenzio per stordirmi e calmarmi.
Ho cercato allora di scappare dalla festa il prima possibile.
Non ho raccontato nulla a mia figlia che doveva trascorrere ancora un anno in quella scuola.
Non sono andata a dirlo alla preside che immaginavo avesse problemi più grossi da affrontare.
Ho solo chiesto un parere legale a Silvia che ho visto il giorno dopo a Roma, quando sono andata a presentare Una mamma da URL, mi ha rassicurato. Non avevo nulla da temere.
Però comunque ho impiegato sei anni prima di aver voglia di fare outing e raccontare questa disavventura!

19 in un lampo!

Diciannove anni fa a quest’ora soffrivo e urlavo come una pazza accovacciata per terra credendomi una donna delle caverne che perpetrava la specie.
Per calmarmi mi dicevano: “Buona festa della donna!”
Rispondevo a male parole, con frasi proprio brutte.
Questi anni insieme sono stati intensi e veloci. Pieni di amore e sorprese.
Ero alla mia prima esperienza come madre e tu come figlia: abbiamo improvvisato e cercato di fare del nostro meglio!
Ieri sera hai soffiato 19 candeline anticipate (stasera festeggi fuori casa), ti auguro di divertirti ed essere sempre felice.
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E arriva S.Valentino

Da un sondaggio di cui mi sono arrivati i risultati si rileva che per festeggiare S.Valentino il 37% dei maschi (con un picco nella fascia di età fino ai 35 anni) invita al ristorante la fidanzata, il 31% prepara una cenetta romantica in casa, mentre il 21% si è organizzato per un weekend. Mentre il restante 11% probabilmente se ne frega.
Comunque ieri ero in metropolitana e ho incontrato un tipico esemplare del 21% “ti porto a fare un weekend fuoriporta”. Rientrava anche nella giusta fascia di età, calvo ma sotto i 35. Il vagone della metro era così stipato di gente che inizialmente non mi aveva particolarmente colpito. Poi però gli è suonato il cellulare, aveva l’auricolare e lo teneva in modo da far scorgere benissimo il nome di chi chiamava, era segnato come “Amore mio”.
Quindi ho drizzato le orecchie.
“Adesso vado in stazione e prendo il treno”, in effetti aveva un trolley che cercava di bilanciare in mezzo alla ressa dei passeggeri, quindi diceva la verità.
“Arriverò a casa verso le 20,30 epoi alle nove partiamo”
Probabilmente l’amore suo era contenta, perchè lui ha continauto con i dettagli.
“Dovresti passare da un panettiere a prendere dei panini per il viaggio. Perchè sarà un po’ lungo e non abbiamo tempo per fermarci”
Probabilmente l’amore suo ha sollevato qualche obiezione:
“No, io non ce la faccio da qui. Devi prenderli tu i panini”
Magari i fornai al loro paese erano chiusi al venerdì pomeriggio, perchè l’amore suo insisteva per non comprarli.
E lui si stava innnervosendo:
“E no, non posso fare sempre tutto io. Cosa ti devo dire? Manda tua madre”
Forse anche la suocera era impegnata.
“Scusa no, perchè? I tuoi genitori non fanno mai niente!”
Tirava aria di baruffa e l’amore suo continuava ad argomentare. Lui sembrava scocciato.
Poi ha chiuso la telefonata seccamente e poi ha cominciato a messaggiare con una certa Natascia. Che, da quanto ho potuto sbirciare gli aveva già scritto parecchio.
Magari penso male e Natascia è una suora, però forse l’amore suo avrebbe dovuto accettare di andarli a comprare quei cappero di panini per salvare S.Valentino!
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Hillary continua a non convincermi

Democratic Presidential hopeful, Sen. Hillary Rodham Clinton, D-N.Y., laughs at a remark by moderator Chris Matthews, not shown, while addressing a forum sponsored by the American Federation of State, County and Municipal Employees, Tuesday, June 19, 2007, at the Marriott Wardman Park Hotel in Washington. AFSCME is the largest union for workers in the public service with 1.4 million members nationwide. (AP Photo/J. Scott Applewhite)

(AP Photo/J. Scott Applewhite)

L’avevo già scritto in tempi non sospetti e adesso Hillay Clinton mi convince ancora meno. Sono contenta che le mie perplessità siano condivise dalle americane più giovani e le vecchie femministe, quasi coetanee della Clinton, passino per babbione.
Mi sono sciroppata tutte le serie di The Good Wife e House of Cards, quindi so (più o meno) quanto sia stressante affrontare una campagna presidenziale. E quanto lo sia altrettanto doversi schierare, per convenienza economico/politica, dalla parte di un marito fedifrago, quindi concedo a Hillary qualche attenuante in più da quanto avevo scritto qualche anno fa. Ma continuo a non fidarmi di lei. Il fatto di essere una donna e poter diventare la prima donna presidente degli Stati Uniti non la salva. Perchè mi pare, in un personaggio come lei, rappresenti un’etichetta più che una qualità.

 

Fuorilegge

Quand’ero molto giovane e abitavo a Londra, da sola e sempre in precario equilibrio per sbarcare il lunario, incontravo spesso sottocasa una signora, una barbona, una baglady che mi faceva una gran paura. Non perchè fosse violenta o perniciosa ma perchè mi faceva pensare:
“Oh mio Dio, poveretta come avrà fatto a ridursi così?”
Avevo paura di sbagliare qualcosa e finire come lei. Perchè sapevo che c’è un punto in cui tutto si incrina ed è l’inizio della decadenza, ma a volte non ci si accorge neppure di essere arrivati a quel bivio.
Quindi mi impegnavo un sacco per evitarlo.
Ma ogni volta che la incontravo mi tornava l’angoscia.
Ora però, tanti anni dopo, so che per diventare fuorilegge basta un attimo e appunto non è detto che ci sia consapevolezza.
A me è capitato ieri. Sono andata all’Esselunga e ho scoperto di essere persona non grata. La mia fidaty card, quella che mi permetteva di utilizzare il lettore ottico, il barcode, per far la spesa più velocemente non era più attiva.
Dopo un “simpatico” giro di telefonate con il servizio clienti ne ho scoperto la ragione: sono stata bannata dall’utilizzo di tutti i barcode del Regno (dell’Esselunga) perchè nei recenti casi di rilettura della mia spesa c’erano alcuni prodotti non bippati.
Quindi vengo considerata una disonesta, una che frega, a cui non si può più lasciar fare la spesa bippando allegramente in autonomia. La mia tessera è diventata una Diffidaty!
Sono caduta dal classico pero, anche perchè, sì forse ricordo che l’ultima volta avevo dimenticato di bippare una busta di pinoli. A volte l’idea di una pasta al pesto può diventare sliding door del destino futuro! Ma non ho mai rubato nulla e come testimonia anche questo post ero una entusiasta e integerrima utilizzatrice del barcode già dal lontano 2008!
Quindi oramai sono fuorilegge e la strada verso la carriera di baglady potrebbe anche aspettarmi all’orizzonte, nel frattempo andrò alla Coop!

Simbolismo: la mostra a Milano

Da oggi fino al prossimo 5 giugno sarà possibile visitare questa mostra imperdibile allestita a Palazzo Reale. In 24 sale si possono ammirare circa 150 capolavori fra dipinti, opere grafiche e sculture.
Il percorso espositivo parte da Baudelaire, considerato il vero precursore del Simbolismo, versi de I fiori del male, sono riportati nei vari pannelli che introducono alle opere della mostra, che spaziano dal 1890 al 1914, quando l’orrore della prima guerra mondiale spazzò via brutalmente sogni e idealismi.

XIR18924 Orpheus, 1893 (oil on canvas) by Delville, Jean (1867-1953); 79x99 cm; Private Collection; Belgian, in copyright PLEASE NOTE: This image is protected by the artist's copyright which needs to be cleared by you. If you require assistance in clearing permission we will be pleased to help you.

Orpheus – Delville

Il simbolismo si diffuse in tutta Europa e contagiò non solo l’arte ma anche la musica, la filosofia e la neonata psicologia come testimoniano le opere di Nietzsche, Wagner e Freud, protagonisti occulti della mostra. I temi sono affascinanti e coinvolgenti, basati sul contrasto tra eros e thanatos, amore e morte, purezza e dannazione. La donna è angelo e demonio, meravigliosa ma pericolosissima fonte di perdizione. Tra i quadri leggiadri e onirici si insinuano così opere molto sensuali che testimoniano il lato più oscuro e provocatorio di questo movimento.

Amore dea – Segantini

Ieri sono stata alla conferenza stampa, che era gremita. Soprattutto di persone anziane, sembrava di essere a Villa Arzilla. Piacevole da un certo punto di vista perchè mi sentivo quasi una teenager, ma anche molto frustrante perchè questi vecchi giornalisti (probabilmente in pensione e con una gran voglia di vedere gratis la mostra) si comportavano come i loro coetanei sull’autobus o in fila alla posta. Aggressivi e maleducati.

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Il Silenzio – Kienerk

Terminata la conferenza stampa sono entrati come una fiumana imbizzarita nelle sale della mostra, spingendo senza ritegno, passando davanti a chi cercava di guardare un quadro o leggere un pannello, senza scusarsi. Anzi, facendosi largo a colpi di borse e cartelle stampa.
Poi dopo le prime sale, quando i quadri si sono fatti più erotici, hanno cominciato (probabilmente) a sentirsi più frizzantini e si sono un po’ calmati rimanendo fermi, immobili davanti alle opere, sognando probabilmente dei tempi andati. Una signora particolarmente impellicciata si faceva anche dei selfie (nonostante la mancanza di luce) davanti ai ritratti più sexy delle femme fatale della Belle Epoque. Gli addetti alla sala, che di solito possono redarguire i visitatori che si comportano male, non potevano dire nulla, perchè si trattava di un vernissage privato. E i vecchi birboni lo sapevano e ne approfittavano, alla grande.
Altro che silenzio. Chiacchieravano sempre, al telefono e fra loro. Era tutto un “sapesse signora” in stile un po’ rintronato.
“Ti do la mia email”
“La metterò nel mio indirizzario”
“E quindi tu sei la figlia”
“Ma di chi?”

Amore-Chini

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