The Dressmaker

Questo film è una sorpresa: diversissimo e molto meglio da quello che potrebbe sembrare dal trailer. Molto meno comico e più profondo. Con ricostruzioni, fotografia e costumi fantastici.
La storia è quella di Tilly, una giovane donna interpretata da Kate Winslet (in forma smagliante) che, dopo aver lavorato come couturiere a Londra e Parigi, torna inaspettatamente nel piccolo paese del sud dell’Australia dove è nata.
Torna per trovare la vecchia madre, la pazza del paese, e anche per un regolamento di conti. Peccato che a Dungatar, questo è il nome di quel buco di posto brullo e isolatissimo, abitino personaggi molto squallidi. Brutti, invidiosi e cattivi. L’unico che si salva è Teddy, un’anima bella con le sembianze succulente di Liam Hemsworth (infatti in sala il 90% degli spettatori erano ragazze e ragazzine in deliquio).
Ovviamente fra Tilly e Teddy scocca, dopo il minimo sindacale delle schermaglie, la classica scintilla. E la scena in cui la sala faceva la ola era quella in cui Tilly, stilista, deve cucire un abito da cerimonia per Teddy e per prendergli le misure lo fa spogliare.
Teddy rimane in mutande e le spettatrici sono ripagate del prezzo del biglietto, poi succedono altre cose e la trama prende (fortunatamente) una piega inaspettata.
La scena che mi è piaciuta di più è quella in cui a Tilly chiedono chi sia la stilista che l’ha ispirata di più. Lei risponde sicura: “Vionnet!”
Tanti annni fa, quando a Londra avevo intervistato Vivienne Westwood anch’io le avevo fatto la stessa domanda e lei mi aveva risposto sicura: “Vionnet!”
Non avevo la più pallida idea di chi fosse ma, per non fare una figura di cacca, avevo risposto sicura: “Ah, certo!”
A quei tempi non c’era Google e neanche wikipedia però ero risucita poi a capire che fosse questa mitica stilista, maestra del drappeggio e dei vestiti scultura.
Così, l’altra sera al cinema dopo tanto tempo, ho avuto la mia soddisfazione.

Brooklyn: un film che fa bene all’amore

Una ragazza irlandese ventenne che negli anni ’50 emigra negli Stati Uniti, a Brooklyn, in cerca di un futuro. La storia non è originale ma il film che la racconta è un piccolo capolavoro di freschezza, ironia e romanticismo.

Tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore irlandese Colm Tòibìn, riesce subito a coinvolgere  completamente lo spettatore nelle vicende della protagonista Eilis, ragazza semplice e timida, ma determinata a migliorarsi e farsi prendere sul serio. L’attrice che la interpreta, Saoirse Ronan è bravissima (a 10 anni aveva già vinto l’Oscar con Espiazione), cresciuta veramente vicino a Enniscorthy, il paese dove si svolge la parte irlandese della storia, ha raccontato di essere stata felicemente stupita di ritrovare tanti suoi compagni di scuola, che facevano le comparse, nelle scene più corali del film.

Dal paesello a Brooklyn è come atterrare su un altro pianeta, nell’America degli anni’50 in full swing (le ricostruzione degli ambienti, le musiche, i costumi sono perfette), Eilis è sveglia in pochissimo tempi trova un lavoro e anche l’amore. Poi una tragedia famigliare scombussolerà il suo destino e farà stare in ansia gli spettatori.

Sono andata al cinema di sabato pomeriggio, e come sempre la platea era piena di vecchietti , c’era un pubblico maturo. Gente che probabilmente era giovane proprio negli anni’50, ex ragazze che avevano ballato il boogie-woogie e portato le gonne a ruota. Ex giovanotti che quando avevano i capelli si erano messi la brillantina.

Forse per questo quando la pellicola è finita e sono apparsi i titoli di coda, alzandosi, molte coppie si sono prese per mano. Brooklyn potrebbe essere un toccasana per le legami in crisi, una storia d’amore per rinsaldare matrimoni.

Io mi sono commossa, ma essendo per natura allergica a troppa melassa, ho cercato di occultare la lacrimuccia che mi avrebbe tradito.

Lo chiamavano Jeeg Robot: una bella sorpresa

Un tuffo nel Tevere che fa diventare radiottivi e regala anche superpoteri.
(Fosse vero ci si butterebbero in tanti per svoltare).
A farlo è il protagonista di questo incredibile film, uno splatter all’italiana ambientato nella dura realtà della periferia romana.
Qui Enzo (Claudio Santamaria), un piccolo criminale scontroso e sfigato, cerca di sfangarla tutti i giorni mangiando yogurth e guardando film porno. Poi un giorno deve, appunto, buttarsi nel Tevere per sfuggire a chi vuol fargli la pelle, e la sua vita cambia.
Arrivano i superpoteri.
E la sua vicina di casa, una trentenne sciroccata che è rimasta bambina, non si stupisce e gli spiega che si è trasformato nell’eroe di un manga: Jeeg Robot.
Ma essere Jeeg a Tor Bella Monaca non è affatto facile.
Tra scene di violenza esagerate alla Pulp Fiction e dettagli geniali (come il killer che si pulisce sempre le mani con l’amuchina, è frustrato e acido perchè vorrebbe essere un cantante melodico e ha l’ossessione per audience su Youtube), questo film cita tutte le situazioni tipiche dei film dei supereroi con un’ironia tutta italiana: acuta, provocatoria e coinvolgente. E’ un piccolo inaspettato capolavoro del regista Gabriele Mainetti, alla sua prima esperienza in un lungometraggio, che sta facendo il botto, grazie al passaparola.

 

The Danish Girl

Tutti i pronostici dicono che stasera l’Oscar come miglior interprete maschile lo vincerà Leonardo DiCaprio, ma dopo aver visto The Danish Girl, spero proprio che lo diano a Eddie Redmayne (sarà difficile perchè l’ha già avuto lo scorso anno) che nell’interpretazione di Einar Wegener (transgender nei lontani anni’20), è veramente straordinario. Il film è la trasposizione della sua biografia ed essenzialmente racconta una storia d’amore.
Delicata, toccante, tragica.
La vicenda vera di due artisti danesi, Gerda e Einar Wegener, sposati giovanissimi, che cercano di sfangarla vendendo le loro opere. Un giorno, per un’emergenza, per definire un dettaglio di un suo quadro, Gerda chiede al marito di posare vestito da donna e da lì inizia un gioco provocatorio e pericoloso che si rivelerà senza ritorno.
Einar, con grande confusione e sofferenza, capisce di voler essere una donna.
Sentirsi prigionieri in un corpo diverso da quello della propria sensibilità e sessualità è tuttora un dramma e negli anni ’20 era ancora più tragico.
Nessuno cercava di capire, si veniva semplicemente considerati pazzi.
Il pregio di questo film è saper offrire una trama così complessa in toni poetici e struggenti. La storia del film si snoda fra Copenhagen e Parigi: la ricostruzione degli ambienti è accuratissima.
I costumi, la colonna sonora e la fotografia, meravigliosi.
Alicia Vikander nella parte di Gerda, la moglie disperata che continua ad amare e sostenere il marito fino in fondo, è bravissima. Infatti è anche lei candidata all’Oscar, come miglior attrice non protagonista.
StaseraStanotte, mentre dormo per colpa delle nove ore di differenza oraria con Los Angeles, terrò le dita incrociate 🙂

La grande scommessa

Quello che ho sempre sospettato è vero: le banche anche solo per aprire un conto corrente obbligano a sottoscrivere un contratto così lungo e complicato che per sfinimento, misto a un senso di inadeguatezza, si firma senza cavillare troppo.
Questo vale per qualsiasi prodotto finanziario, presentato con clausole rese sempre più complesse proprio per aiutare chi lo propone a pararsi le chiappe.
Forse non l’ho spiegato con concetti raffinati di alta economia, ma alla fine è quello che succede e il film, avvalora alla grande questo concetto e racconta che alla base della letale crisi finanziaria del 2008, c’è stata proprio una grande truffa.
Potenziata soprattutto dalla ignoranza del cittadino comune davanti ai prodotti finanziari.
E dagli incomprensibili testi che ne accompagnavano la compravendita.
La storia si basa su questo romanzo e parte dal 2005, tre anni prima del crollo dell’economia, quando un eccentrico e visionario investitore californiano comincia ad annusare fuffa nell’allora floridissimo mercato immobiliare statunitense.
Andando controcorrente scommette ingenti quantità di denaro, contro il mercato dei mutui. La sua manovra non passa inosservata ad altri falchi della finanzia che seguono il suo esempio, sempre giocando sull’ingenuità di chi, la maggioranza delle persone, di economia capisce poco o nulla.
La grandezza di questo film sta nella bravura degli attori, Christian Bale, Steve Carrell, Ryan Gosling e anche Brad Pitt (imbruttito parecchio e quasi irriconoscibile) ma anche nel ritmo serrato e coinvolgente della pellicola, che riesce a raccontare una storia amara e tragica con una tecnica modernissima e veloce, a metà fra il documentario e il video clip.
Geniali sono gli espedienti usati, per spiegare nel modo più semplice possibile, cosa fosserosono i derivati tossici. Quei prodotti finanziari immessi sul mercato in quantità ingente che, con un effetto domino, hanno fatto crollare l’economia mondiale.
In una scena esilarante si sente il parere di un grande chef che li equipara alla zuppa di pesce che si prepara al ristorante: diabolicamente fatta con gli avanzi del pesce non cucinato, quello oramai fuori tempo massimo che andrebbe buttato in pattumiera.
Così i prodotti finanziari non venduti, venivano mischiati, sommati e proposti con un’altra etichetta. In un’altra lezione di economia per incapaci è Selena Gomez a spiegare perchè tutti compranohanno comprato obbligazioni che non valgono niente, semplicemente per emulare di qualcun altro.
Un amico, un parente, un personaggio famoso.
Con il vecchio e pericoloso principio: se lo fa lui, lo faccio anch’io.
La storia è vera, purtroppo sappiamo bene come è andata a finire.
Milioni di persone senza casa, lavoro e l’effetto valanga (di sfiga) che è arrivato ovunque.
Mentre i grandi esperti della finanza sono rimasti, più o meno, seduti comodi sui loro milioni. Questo film ha cinque candidature all’Oscar. Le merita tutte, ma usciti dal cinema viene un gran voglia di mettere i soldi nel materasso.

Joy e il mocio che ti cambia la vita

Nel panorama delle televendite noi abbiamo avuto Wanna Marchi, negli USA Joy Mangano.  Sulla sua storia tutta la femminile che, da casalinga disperata si è trasformata in donna manager milionaria, ci hanno anche fatto un film che forse farà vincere alla protagonista un altro Oscar. E potrebbe anche meritarlo, perchè Jennifer Lawrence in Joy è davvero brava. In questa pellicola la squadra è la stessa del Lato Positivo, il film che le aveva già regalato il premio più prestigioso per un’attrice, quello di miglior protagonista, due anni fa.

Il regista è sempre David O. Russell, poi ci sono ancora Robert De Niro e Bradley Cooper, a far da contorno alla vicenda di Joy, ragazza bella, bionda, intelligente e  geniale che però è appesantita da una famiglia disagiata. Un vero nido di parenti serpenti. Padre egoista e fedifrago, sorella falsa e invidiosa, ex-marito nullafacente, madre drogata di telenovelas.

Tutti pronti a sfruttarla.

L’unica decente, che crede in lei, è la nonna. La sola che la incoraggia a seguire la mania di inventare,  cominciata da piccola con un collare per cani multiaccessoriato e poi proseguita con il miracle mop, un tipo di mocio speciale che cambia la vita a chi deve fare le pulizie tutti i giorni.

L’idea è buona ma metterla in pratica e soprattutto venderla si rivela molto arduo. In quest’ultimo campo la mano santa sono le televendite, dove Joy riesce a sbancare. Ma è un comunque cammino tutto in salita: la protagonista deve continuare  ad affrontare un sacco di ostacoli, tecnici e psicologici.

La storia è bella perchè vera. E’ la biografia dell’italo-americana Joy Mangano, che ha anche contribuito al budget per la produzione della pellicola, e Jennifer Lawrence è molto convincente nel farla rivivere. Commuove, diverte e coinvolge al punto giusto. Alla fine, si esce dal cinema con in testa un bell’esempio positivo ma anche la voglia irrefrenabile di comprare un nuovo mocio.

Assolo

Un film da andare a vedere con le amiche per ridere e anche ritrovarsi un po’ nelle disavventure di Flavia, una donna molto carina (Laura Morante è regista-talentuosa e protagonista-deliziosa di questa commedia) ma così insicura da non essere artefice del proprio destino. Anzi riesce proprio a trasformarsi in carnefice di se stessa. Tutto sembra andare male, perchè lei è troppo passiva e non ha il coraggio di ribellarsi a chi le sta intorno (i suoi “cari”) e riesce a manipolarla a secondo il proprio interesse. Due volte separata, figli ormai grandi, amiche un po’ sanguisughe e un lavoro frustrante. L’unico elemento gioioso della sua vita è il rapporto con la cagnetta dei vicini (che tra l’altro è uguale a Lola, ma con il manto più fulvo).
Insomma una situazione di sfiga claustrofobica da cui Flavia tenta di uscire affidandosi a sedute di psicoterapia, che regalano la parte più esilarante di questo film.
Si ride molto e si fa il tifo per Flavia. Sperando che si faccia finalmente valere, vendichi i torti subiti e smetta di essere così buona per evadere dalla palude di egoismo altrui in cui è intrappolata.
Le sue avventure sono un po’ surreali, ma questo film fa anche riflettere sulla condizione femminile, sugli stereotipi di donna, moglie, madre, lavoratrice. E sui doveri legati a questi ruoli. Si esce dalla sala un po’ più consapevoli: se non vogliamo finire come Flavia, meglio continuare a mettere dei bei paletti per difendere i nostri diritti. E avere ben chiaro che essere troppo disponibili è (quasi) sempre una fregatura. Sarò cinica, ma a pensare male (come diceva quello famoso e un po’ morto) ci si azzecca sempre!

Mon Roi: passione assoluta

L’amore travolgente, quello a cui non puoi resistere.
Delirio e passione, estasi e tormento.
L’amour fou dei francesi, descritto benissimo in Mon Roi il film della regista Maiwenn Le Besco che racconta la tormentata e totalizzante relazione fra Tony, un avvocato/a quarantenne (un po’ sciatta) che di notte va a inguaiarsi in discoteca e incontra Georgio, ristoratore ultra trendy e fascinoso sciupafemmine. Due personggi diversissimi che però si attraggono come calamite.
Tony è interpretata da Emanuelle Bercot che per questo ruolo si è aggiudicata il premio come miglior attrice nello scorso Festival di Cannes, mentre il pericolosissimo Georgio è Vincent Cassel, bastardo fino al midollo ma ammaliantissimo in ogni fotogramma.
La loro love story al fulmicotone viene narrata a flashback: il film comincia con Tony in riabilitazione, in una clinica sull’Atlantico, dove è stata ricoverata dopo una brutta caduta sugli sci in cui si è praticamente distrutta un ginocchio. Infortunio che è una metafora della sua vita, annientata appunto dall’amore per Georgio. Così souvenir dopo souvenir, a ritroso si racconta come si sono incontrati, piaciuti, amati e sposati.
I flashback sono coinvolgenti, soprattutto per il pubblico femminile che annusa subito la fregatura: Georgio-Cassel è estremamante fico ma bugiardo, subdolo e manipolatore. Una mina vagante, un fedifrago egoista e realistico che non cessa mai di far danni. Ma Tony non vuole accorgersene (strano perchè facendo l’avvocato a Parigi non dovrebbe essere così completamente cerebrolesa). Con le fette di prosciutto sugli occhi, pende dalle sue labbra e continua a soffrire e farsi prendere in giro.
Finchè lui le chiede un figlio e poi la convince a chiamarlo Simbad, come il Re Leone!
Ma la nascita del cucciolo non calmerà le acque, non arriveranno Timon e Pumba a rendere più allegra la situazione. Il tormento emotivo e sentimentale sarà ancora più ingarbugliato.
Insomma Mon Roi offre una descrizione realistica delle storie d’amore tossiche ma è spossante per il pubblico che, dopo quasi due ore di film, accoglie il finale aperto (e anche un po’ deludente) con un certo sollievo.

Dobbiamo parlare

Nella vita di coppia quando si è giovani si privilegiano le emozioni. Poi, con gli anni queste passano in secondo piano e perdono importanza.
Arrivano a essere solo un accessorio. Mentre la cosa più importante diventa il denaro. Questo, più o meno, è il messaggio di Dobbiamo parlare, commedia molto divertente e purtroppo realistica, che tenta anche di dare una risposta all’onnipresente problematica di coppia: meglio fingere e tacere le verità più scomode o scodellare tutto, anche le realtà meno meno piacevoli? Questo film girato tutto in interni, in una bella mansarda affacciata su tetti di Roma, con uno stile molto teatrale, racconta la serata movimentata di due coppie.
I “più giovani” interpretati da Isabella Ragonese e Sergio Rubini (anche il regista del film) e i “meno giovani”: Maria Pia Calzone e Fabrizio Bentivoglio.
Le due coppie sono amiche: dividono sempre cene, vacanze ed eventi mondani, anche se sembrano agli antipodi. Intellettuali radical chic Ragonese e Rubini: lui è scrittore e lei la sua assistente un po’ frustrata. Mentre Bentivoglio e Calzone sono due medici: lui grande chirurgo, lei dermatologa, maga del ritocchino, e ovviamente con un’ideologia molto più a destra dei giovani amici.
La serata prende l’avvio da un’emergenza: la scoperta delle corna che Bentivoglio mette alla moglie. E da questo incidente parte tutta una serie di gag e schermaglie irresistibili. Si scoprono segreti inconfessabile e patetiche bugie. I dialoghi sono fulminanti e nemmeno troppo volgari (dettaglio fantastico per un film italiano). Questa raffinatezza è dovuta certo al talento degli scenggiatori fra cui c’è anche lo scrittore Diego De Silvia. E per rimanere nel parterre letterario fa un cameo, nella parte dell’editore di Sergio Rubini, Paolo Repetti, “vero” editor di Einaudi Stile Libero.
Dobbiamo parlare è intelligente e veramente piacevole, peccato che abbia un distribuzione un po’ “stitica”: a Milano è presente solo in una sala.

Rams – Storia di due fratelli e otto pecore

Una valle isolata e freddissima, due fratelli ormai anziani che non si parlano da quarant’anni anche se vivono a cento metri l’uno dall’altro e fanno lo stesso mestiere: gli allevatori di pecore e montoni. C’è tanta neve e una natura selvaggia e inospitale.
Se fosse un film americano ci sarebbero stati invece mille flashback di quando i due protagonisti erano belli, giovani, aitanti e magari avevano cominciato a odiarsi per colpa di una donna (ovviamente molto gnocca), ma è un film islandese per cui i fratelli sono solo vecchi, grassi, incazzosi e anche un po’ alcolizzati per quasi tutto il tempo. E di donne ammaliatrici neanche l’ombra.
Però il film è bellissimo e coraggioso. Presentato a Cannes, nella scorsa primavera, si è aggiudicato il premio della categoria Un Certain Regard ma non credo che avrà molto successo al botteghino perchè c’è poca azione e molta poesia. I due fratelli si chiamano Gummi e Kiddley, (indossano sempre quei bellissimi maglioni che noi chiamiamo “norvegesi” ma saranno mica islandesi?) e allevano orgogliosamente i montoni migliori della valle. Tutto va abbastanza bene finchè non si scopre che fra gli animali si è diffusa una malattia letale e per debellarla i greggi devono essere abbattuti. Da qui si innescano reazioni di ribellione, tragiche e divertenti allo stesso tempo. Il regista Grimur Hakonarson è bravissimo a misurare phatos e ironia, a coinvolgere lo spettatore che alla fine esce dalla sala pensando che magari, in estate, una puntatina in Islanda si potrebbe anche fare, sarà una terra fredda, ma sembra abitata da gente simpatica.

Festival Piccolo Grande Cinema a Milano

Dal 13 al 22 novembre presso Spazio Oberdan e al MIC (Museo Interattivo del Cinema) l’ottava edizione di Piccolo Grande Cinema, il festival delle nuove generazioni a cura di Fondazione Cineteca Italiana e MIC. In programma tantissime anteprime con il meglio del cinema di animazione in uscita e da riscoprire, laboratori di fotografia e di poesia con il video-cellulare, una nuova sezione di film per adulti, alcuni veramente introvabili e imperdibili, che riflettono sull’adolescenza (Neverland). Poi l’omaggio cinematografico a Matteo Garrone, visite guidate al Nuovo Archivio dei Film della Cineteca fruibile con applicazioni di Realtà Aumentata, l’esclusiva “Notte al Museo”, in cui i ragazzi possono passare la serata al MIC e scoprire tutti i trucchi dell’arte cinematografica. Ancora l’incontro con Matteo Garrone e il make up artist talentuosissimo del suo ultimo bellissimo film: Racconto dei Racconti. E un tuffo nel passato, per far conoscere ai più giovani un genio: Buster Keaton, a 120 anni dalla sua nascita, con una celebrazione a base di musica dal vivo e strumenti giocattolo. Il tutto in tre programmazioni distinte, pensate per le scuole e per le famiglie.

Il Piccolo principe

Il Piccolo principe

Poi ci sarà l’anteprima della riduzione cinematografica de Il piccolo Principe e quella di Iqbal.Bambini senza paura , meraviglioso film di animazione tratto dal romanzo di Francesco D’Adamo e molte altre imperdibili attività, qui il programma completo con info, prezzi e orari.

Mustang: la discriminazione femminile in primo piano

Cinque sorelle adolescenti segregate in casa, dalla nonna e dallo zio, per evitare assolutamente tutti i contatti con i ragazzi. Per non rischiare di perdere l’onore. E un escalation di soprusi che hanno come fondamento la discriminazione femminile: succede in un villaggio costiero della Turchia ai giorni nostri. Anche se dai comportamenti e dalle leggi ancestrali del capofamiglia sembra di essere ancora nel Medioevo. Questo racconta Mustang il primo film di Deniz Gamze Erguven, talentuoso regista turco esordiente. La colpa delle ragazze (orfane) è stata quella di festeggiare la fine della scuola andando a divertirsi sulla spiaggia insieme ad alcuni compagni maschi. E giocando, tra le onde, hanno dato scandalo.
Allora per punizione le cinque sorelle vengono rinchiuse in casa, private di tutto ciò che potrebbe essere troppo femminile e peccaminoso, addestrate a cucinare e cucire per diventare delle brave mogli mussulmane.
Il tema ricorda molto Il giardino delle vergini suicide di Sofia Coppola. Anche qui c’erano cinque adolescenti imprigionate in casa dai genitori, però nella cornice degli Stati Uniti, i folli erano solo i genitori iper bachettoni. In Mustang invece c’è anche l’islamizzazione della società e il contorno della vicenda è più intimo, commovente, ma nello stesso tempo riesce a essere vivace. Le ragazze infatti anche se recluse conservano, a tratti, il loro irriverente spirito adolescenziale. Giocano, cercano di divertirsi e studiano come ribellarsi. Ma i matrimoni combinati, per salvare il buon nome della famiglia (di aguzzini), vengono organizzati in fretta e sarà solo la più giovane a riuscire a pianificare una vera fuga. L’obiettivo sarà raggiungere Instabul, per ritrovare una professoressa della scuola che si è trasferita a insegnare là.
E’ un film bellissimo, toccante e coinvolgente, che riesce a denunciare una barbarie che, purtroppo ai nostri tempi, esiste ancora. Da vedere, magari anche nelle scuole perchè riesce a insegnare, più di mille discorsi, l’importanza della libertà e del rispetto.

Everest: un film che non coinvolge

Sono andata a vedere Everest piena di aspettative, pronta a commuovermi per una storia vera, quella degli sfortunati scalatori che nel lontano’96 morirono per arrivare in cima al tetto del mondo. Invece purtroppo la parte migliore del film è il trailer, spettacolare e pieno di pathos, molto più dell’intera pellicola. Infatti il regista, l’islandese Baltasar Kormàkur, nonostante una fotografia mervigliosa e un cast importante, con Jake Gyllenhaal, Emily Watson, Keira Knightlley, Robin Wright, ecc, non è riuscito a riportare sullo schermo la complessità e la profondità del romanzo di Aria Sottile dello scrittore e alpinista americano John Krakauer che partecipò come scalatore e cronista alla tragica spedizione, vivendo in prima persona la drammaticità degli eventi.
La storia è quella di un gruppo di alpinisti americani che attraverso un’organizzazione chiamata Adventures Consultants sbarcano in Nepal con l’obiettivo di arrivare in cima alla vetta più alta del mondo. Una gita molto cara (60.000 dollari di allora) e pericolosa perchè arrivare a 8000 metri per il corpo umano è un’esercizio contronatura. L’ossigeno è sempre più rarefatto e per sopravvivere ci vuole un lungo processo di adattamento. Ma il campo base alle falde dell’Everest, dal film, sembra un parco gioco per ricchi, dove gli scalatori passano sopra alle regole base della prudenza, scalpitando per arrivare per primi alla meta.
Infatti tantissime sono le squadre, di nazioni diverse, che vogliono farcela e quindi il giorno designato, perchè più favorevole metereologicamente, c’è la fila per salire. Quasi ci si fa lo sgambetto, ci si rubano le corde e le bombole d’ossigeno.
Purtroppo nel film, diversamente dal libro, non si dà assolutamente spazio al ruolo degli sherpa, che sono gli unici a rispettare la montagna e a conoscere veramente le sue trappole. Sullo schermo vengono descritti solo come meri portantini.
Era indubbiamente difficile riuscire a dare spessore a molti dettagli psicologici che avrebbero forse occupato lo spazio che doveva comunque essere dedicato alle scene d’azione. Però il risultato è stato quello di non riuscire a coinvolgere lo spettatore, certo nell’istante più drammatico è dispiaciuto per i poveri alpinisti. Anche se fino a quel momento sembravano solo dei (ricchi) narcisi egoisti che per piantare la loro bandierina sul picco hanno messo a repentaglio la vita infischiandosene delle natura e delle sue leggi.

Città di carta: blockbuster mancato

Questo film è la trasposizione cinematografica dell’omonimo bestseller dell’astutissimo John Green che mescola abilmente gli ingredienti giusti per abbindolare gli adolescenti (insicurezza, ribellione, idealismo, bullismo, sfiga, amore, un pizzico di sesso e trasgressione).
La protagonista si chiama Margo (così un nome un po’ eccentrico senza la “t” finale e già questo dovrebbe insospettire sulla consistenza storia) ed è una ragazza ribelle, ovviamente bella, ma soprattutto misteriosa.
Di lei è innamorato perdutamente il suo dirimpettatio, coetaneo e compagno di scuola, bruttino, timido e nerd.
Margo, giustamente, lo ignora per tutti gli anni del liceo. Poi una notte entra dalla finestra della sua camera da letto e gli chiede, in maniera perentoria, in prestito la macchina.
Qui comincia l’avventura, il povero nerd si immagina un futuro al fulmicotone con Margo e invece il giorno dopo lei sparisce nel nulla.
Per ritrovarla il nerd comincia a cercare indizi (stranamente di carta anche se è un nativo digitale) e il film qui mi ha ricordato molto quello di Scoby-Doo , infatti coinvolge due amici e due amiche, li carica in macchina per una ventina di ore e la ricerca di Margo è verosimile e appassionante come quella degli investigatori del cagnolone.
Non dico altro sulla trama per non spoilerare, però ho fatto una piccola inchiesta fra gli adolescenti che hanno visto il film e purtroppo non sono stati troppo soddisfatti dal finale. Forse per questo non è stato un blockbuster come quello tratto dalla precedente opera di Green, Colpa delle stelle, anche se per la parte della bella Margo hanno scelto Cara Dellevigne la super top model londinese, amatissima dalle ragazze di tutto il mondo.
Un modello da emulare (sic!) anche se la bio di Cara è impossibile da ripetere, noi al massimo abbiamo Aurora Ramazzotti che fa scalpore come “figlia di”, mentre la bionda Delevigne ha come padrino un pezzo grosso della Conde Nast, come migliore amica d’infanzia la figlia della titolare di Storm Models, che l’ha scritturata da giovanissima, come madre una socialite un po’ tossica ma molto ben introdotta negli ambienti royal. E come zia Joan Collins (se mai servisse). Ora Cara sta diventando attrice, ha molti film in uscita, attendiamo fiduciosi.

 

Marguerite – il film

C’era una volta, un secolo fa, una ricca signora americana, si chiamava Florence Foster Jenkins, aveva molti soldi e solo una grande passione: cantare. Pensava di avere una voce da soprano, si allenava di continuo, con costanza e abnegazione e si esibiva in circoli privati con un pubblico di amici e conoscenti che non osava dirle la verità. Perchè sarebbe stata molto difficile da digerire, l’avrebbe distrutta. Nessuno se la sentiva di umiliarla rivelandole quanto fosse stonata. E così la “povera” ma ricchissima Florence quando scoprì questa orrenda verità morì di crepacuore poco dopo essersi esibita sul palco del prestigioso Carnegie Hall di New York ed essere stata fischiata.

Dopo essere caduta nell’oblio per tantissimi anni la storia di Florence Foster Jenkins quest’anno torna prepotentemente alla ribalta con ben due film: uno, americano, diretto da Stephen Frears in cui la stonata cantante è interpretata da Meryl Streep (non ancora in distribuzione) e l’altro Marguerite che ho visto l’altro giorno con grande piacere. Il regista francese Xavier Giannoli, ha raccontato la storia della cantante più stonata del mondo prendendosi molte libertà: le ha cambiato il nome, la cittadinanza e anche un po’ il curriculum, ma è riuscito a descriverla in maniera poetica e coinvolgente.

Marguerite aveva “il problema” di essere molto ricca e avere così molti adulatori che le stavano intorno solo per interesse e anche un marito così ipocrita e bugiardo che non la contraddiceva solo perchè anche lui era a libro paga.

Perciò Marguerite fra una finzione e l’altra poteva continuare ad esibirsi in eventi di beneficenza dove alla fine scoppiavano gli applausi perchè era lei che sponsorizzava.

Il film con ironia e cinico realismo racconta le avventure di questa donna, ingenua e sognatrice, che viene presa in giro da gente senza scrupoli che continua ad assecondarla per scucirle più soldi possibile. L’ambientazione è negli anni’20 e le scene ricordano un po’ Downton Abbey, o meglio il lato oscuro di Downton Abbey, dove tutti sono molto più viziosi e bugiardi. Anche perchè la vicenda si svolge in un palazzo alle soglie di Parigi,  dove l’atmosfera era molto più peccaminosa, torbida e all’avanguardia che nella pacifica campagna dello Yorkshire.

C’erano ad esempio quei pazzi squinternati dei surrealisti che fumavano l’oppio ed erano pronti a qualsiasi cosa pur di sfangarla. E poi da sempre si sa che il mondo degli artisti è un po’ marcio, ambiguo e competitivo. A quei tempi si organizzavano gang prezzolate che andavano nei teatri a fare buuuuuuuhhhh e a tirare i pomodori marci oppure ad applaudire e a chiedere il bis.

Era solo una questione di budget.

La povera Marguerite è morta per l’arte, quando ha scoperto di fare schifo il suo cuore non ha retto, ma purtroppo cent’anni dopo gli intrighi degli ambienti artistici non si sono evoluti molto: invece di mandare gente pagata a fare claque o deridere nei teatri, adesso ci sono i troll e le recensioni in rete.

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