La ragazza del treno, il film: buuuuuuuuuuuuuuu

 
Ho convinto tutta la famiglia ad andare a vederlo e forse per questo la delusione è stata maggiore.
Perchè quando inviti qualcuno a vedere una sòla poi ti senti in colpa. O in debito.
La scelta può ritorcersi contro: “…e poi sono venuto/a con te a vedere quel film di m…”
Infatti.
La ragazza del treno best seller uber alles (beata l’autrice!) è diventato, naturalmente, in tempo record un film.
Che voleva essere un thriller, ma già alla terza scena si capiva dove andasse a parare. E poi per renderlo più commerciale e appetibile è stato infarcito di sesso. E sangue.
La storia è quella di una pendolare che si è rifugiata nell’alcol per lenire un sacco di problemi e mentre è in treno guarda fuori dal finestrino e vede la vita degli altri, all’apaprenza più godibile della propria, ma naturalmente le cose non sono come sembrano e ci scappa un omicidio.
La protagonista, Rachel, un’allucinata Emily Blunt, è più isterica e violenta della sua alter ego letteraria.
Ha sempre l’occhio liquido e quando parla dice un sacco di porcate. Si fatica a fare il tifo per lei.
Poi perchè trasferire la vicenda nei pressi di New York invece di lasciarla nei sobborghi di Londra?
Solo perchè gli attori erano americani? Perchè le villette erano più belle?
E ancora i dettagli improbabili del romanzo, tipo Rachel, sempre sbronza, dal finestrino del treno scorge incredibilmente dettagli che neanche un’aquila con il cannocchiale potrebbe notare… nella lettura si perdonano perchè ci si fa coinvolgere dalla storia, mentre nel film risultano addirittura ridicoli.
Con il finestrino sporco e appannato, il treno pieno di gente, la testa annebbiata dall’alcol Rachel vede che la futura vittima, Megan, bacia un tizio.
Lui è girato di schiena ma Rachel nota che ha la barba. Una vista ai raggi X, complimenti!

Festival del Piccolo grande cinema

Da domani sera fino al 13 novembre torna a Milano il festival del Piccolo Grande Cinema, oramai giunto alla nona edizione.

Ci saranno 14 imperdibili anteprime internazionali di film per bambini e ragazzi tra cui Captain Fantastic di Matt Ross, che ha vinto il Premio del Pubblico alla Festa del Cinema di Roma; Sing Street di John Carney presentato al Sundance Film Festival e La mia vita da zucchina di Claude Barras presentato a Cannes e candidato agli Oscar.

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Capitan Fantastic

Poi inaugurazione esclusiva del percorso olfattivo “Al cinema col naso – i film come non li avete mai sentiti”, per potenziare la visione di sequenze di film con la multisensorialità in versione high tech; la ormai celebre Notte al MIC per 20 impavidi bambini che dormiranno in sala cinema.
Per gli adolescenti: la sezione Neverland, composta da film per adulti che riflettono sugli anni difficili della trasformazione in giovani adulti. E ancora le proiezioni per i 100 anni di Luigi Comencini, fondatore della Cineteca di Milano, e per i 100 anni del grande scrittore per ragazzi, il geniale e unico Roald Dahl.

Da non perdere un laboratorio di critica cinematografica e uno di doppiaggio e anche l’Open Day delle Scuole e dei Corsi di Cinema per dare la possibilità alle famiglie di scoprire le professioni del cinema per i propri ragazzi. Tutti i dettagli e il programma completo si possono scaricare qui.

Tra gli ospiti previsti al Festival ci sarà il regista Ivan Cotroneo, che saluterà il pubblico di Spazio Oberdan mercoledì 9 novembre alle h 21 presentando il film della Sezione Neverland Un bacio e il suo omonimo libro e terrà anche una masterclass per le scuole.

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Rock Dog

Ci sarà anche  il cantautore Giò Sada, vincitore nel 2015 della nona edizione del talent show X FACTOR, che ha interpretato la versione italiana delle canzoni originali del film d’animazione Rock Dog, in programmazione sabato 12 novembre alle h 18.

E per gli insegnanti l’incontro con il regista Bruno Bozzetto (mercoledì 9 novembre h 16, Auditorium Giorgio Gaber – Palazzo Pirelli), per presentare il progetto Schermi di classe – La scuola al cinema.

Che delusione Bridget Jones!

Bridget Jones è quasi come una parente.

L’omonimo romanzo l’avevo letto nel lontano 1997, l’autrice Helen Fielding è stata la pioniera (geniale) della chick-lit, il primo film una vera chicca, il secondo non l’ho visto (ma ne ho sentito parlare malissimo) e questo sono andata a vederlo piena di affetto e aspettative. Trascinandomi dietro le figlie, che avevano già schifato il primo, ma pensavo fosse un problema generazionale: forse quando l’avevano visto erano troppo giovani.

E invece…le uniche scene divertenti della pellicola sono quelle del trailer. Per il resto è molto pecoreccio e anche un po’ imbarazzante.

Imbarazzante perchè la vecchia Bridget è come un’amica e come tale vederla in un brutto film fa stare un po’ male.

Per riprendersi da questa spiacevole sensazione basta pensare che Renée Zellweger avrà beccato una paccata di soldi per fare questo film e così anche Colin Firth (un attore che stimo moltissimo) ma qui sembra un veliardo ingessato.
Chi fa la figura migliore è Hugh Grant (ai bei tempi andati antagonista di Colin Firth nel cuore di Bridget) perché nella finzione di questa vicenda è morto e al funerale si vede la sua foto da giovane.

Nell’aldilà: forever young!

La trama è improbabile: Bridget rimane incinta di Mr.Darcy (Colin Firth) e/o Jack (Patrick Dempsey), che nella brutta traduzione del film viene definito un “bilionario”. In inglese billioner vuol dire milardario, ma in italiano la parola non esiste.

Intendevano forse un collezionista di bilie?

Con il “bilionario” Bridget fa sesso solo una volta, ubriachissima a un festival musicale, dopo non si rivedono più, non conoscono neppure i rispettivi nomi ma… quando lui, due mesi dopo, scopre che potrebbe essere il padre del bambino decide che vuole dividere la sua vita con lei.

Ma quando mai?!?!?! Su che pianeta!?!?!

Così per tutto il film nessuno fa il test del DNA per stabilire la vera paternità e solo la ginecologa (Emma Thompson) esprime un po’ di sano sarcasmo sulla faccenda. Poi seguono tutta una serie di luoghi comuni sulla gravidanza e sul parto e un bel carosello di battute con volgarità da cinepanettone.

(Probabilmente tradotte in italiano sono  anche peggio che nella versione originale).

Insomma un’altra prova che i sequel e i prequel dovrebbero essere vietati per legge. Bridget Jones era un bella storia da cui era stato tratto un film carino e sarrebbe stato molto meglio, con eleganza, piantarla lì.

E’ sempre tutta colpa dei genitori

Gli ultimi due film che ho visto me l’hanno confermato ancora una volta.
Purtroppo non si scappa: gli errori che fanno mamma e papà ricadono dui figli. Alla grande. E in tutte le declinazioni possibili.

Rassegnamoci almeno un po’.

Certo, i signori Fang, protagonisti dell’omonimo film, tratto dal best- seller sulla loro storia, sono molto peggio dei genitori medi. Perché sono veramente squilibratissimi: costringevano sin da piccoli i figli a seguirli nelle loro performance creative, assurde e surreali. A recitare calandosi nei ruoli più improbabili. Solo per onorare l’obiettivo più alto: essere un’opera d’arte vivente. Crescere con genitori così è un bel fardello e infatti i Fang-figli, che in famiglia venivano frettolosamente etichettati “Bambina A” e Bambino B”, da adulti hanno comportamenti molto disfunzionali.
In questo film Nicole Kidman (la Bambina A cresciuta) interpreta finalmente un ruolo in cui non appare algida e perfetta, è fragile e nevrotica tanto da suscitare simpatia e tenerezza. E’ un’attrice frustrata e insicura, costretta a spogliarsi per poter lavorare. Jason Bateman (ex Bambino B e nella realtà anche regista della pellicola) è il fratello minore, ex autore di best-seller in pieno blocco creativo.

Il film non riesce a eguagliare il ritmo e la delizia del romanzo da cui è tratto, ma è comunque molto piacevole: coinvolge e suscita interessanti riflessioni.

Un altro figlio, con grandi questioni irrisolte nei riguardi dei genitori, è Tommaso, il protagonista del nuovo film di Kim Rossi Stuart, che ne è regista e interprete. Il bel Tommaso ha parecchi problemi di autostima e questo si riflette totalmente nelle sue relazioni disgraziate con le donne. Poi quando, nella pellicola, viene delineato il personaggio della madre se ne comprende la causa.
(E’ più vecchia di me, ma un po’ mi sono immedesimata. Se non faccio attenzione potrei diventare come lei!).
Questo film è molto onesto, intelligente, coraggioso, divertente, realistico e soprattutto fuori dal coro. Kim Rossi Stuart ricorda un po’ un Nanni Moretti giovane, ovviamente più bello, ugualmente arguto ma molto meno pretenzioso.

Il condominio dei cuori infranti

Un film sorprendente, poetico, ironico e molto intelligente. Al quale, come purtroppo spesso succede con i film stranieri, è stato appioppato uno stupidissimo titolo Il condominio dei cuori infranti che ha ben poco a che fare con la storia della pellicola.
Forse si pensava di accalappiare spettatrici in cerca di romance?
Il titolo francese Asphalte ha un suo perché ed è molto più indicato. Infatti questa storia è ambientata in una casa popolare in una tristissima, non ben identificata periferia, in mezzo a casermoni tutti uguali in un mare di asfalto.
Ma in questa squallida banlieu comunque di amore ce n’è molto.
Non si tratta di un sentimento da commedia romantica, che regala il batticuore, ma piuttosto di un’emozione con una sfumatura più ampia e universale. E’ l’amore per il prossimo, nel bene e nel male, l’affetto e la solidarietà per chi ci sta attorno e magari appare anche un po’ ostico, strano e soprattutto indecifrabile.
In questo film non ci sono protagonisti vincenti, maschi alfa e seduttrici, ma persone comuni, come nella vita vera, un po’ bruttine e anche perdenti.
Tutto si svolge nel condominio dove il destino fa atterrare, causa avaria, la navicella spaziale di un astronauta americano che ha perso la rotta e viene inaspettatamente ospitato da un’anziana casalinga algerina.
Poi tra gli inquilini del brutto condominio fatiscente ci sono anche un aspirante fotografo, un’attrice in crisi e un adolescente annoiato e abbandonato a sè stesso. Mentre come improbabili guardiani, sui gradini d’ingresso dell’edificio ci sono due ragazzi un po’ troppo stonati, dall’abuso di sostanze, che non si stupiscono più di nulla.
Per tutti la vita è dura e monotona ma il talento del regista (il francese Samuel Benchetril) è stato quello di trasformare le azioni un po’ surreali di questi eroi sfigati in un piccolo capolavoro: coinvolgente e divertente. Il condominio dei cuori infranti è infatti uno di quei film low budget che grazie al passaparola sta avendo molto successo e lascia sul viso degli spettatori a fine proiezione, un grandissimo sorriso.

Julieta: una telenovela

Ho visto tutti i film di Pedro Almodovar e l’ho sempre apprezzato. Perciò ieri quando sono andata a vedere la sua opera più recente Julieta ero piena di gioiose aspettative.
Il film racconta la storia di una donna, Julieta appunto, che da dodici anni ha perso ogni contatto con la figlia sparita inspiegabilmente.

All’inizio della pellicola troviamo una Julieta cinquantenne, finto-bionda bella e raffinata, che sta per lasciare Madrid per trasferirsi in Portogallo con il suo compagno. Però il caso vuole che si imbatta per strada nell’ ex-migliore amica della figlia (ora redattrice degli speciali di Vogue?!?!?) che le racconta di aver incontrato, qualche tempo prima, la dispersa (ancora una volta per caso) in Svizzera, .

Questo incontro fortuito sconvolge a tal punto Julieta da farle cambiare programma: molla il fidanzato, rinnega il Portogallo e trasloca.

Dove? In un altro quartiere di Madrid: nella casa dove aveva vissuto tanto tempo prima con la figlia. Perchè non vuole rinnegare il passato, ma trovare la forza di capirlo. Così comincia a scrivere una specie di diario rivolto alla figlia in cui promette di raccontarle tutta la verità.

E qui ero ancora contenta, perchè pensavo: bene adesso vediamo cosa è successo veramente!

Viaggio indietro nel tempo. Anni 80: una Julieta giovane e gnocca (sempre finto-bionda in stile Madonna in Papa don’t preach) è una prof di greco e
images.duckduckgo.comincontra un pescatore in treno. E’ un viaggio notturno e dal finestrino si vede stranamente anche un cervo che corre spaventato (qui dovevo cominciare a sospettare che qualcosa non quagliasse!).

Il pescatore è molto fico e anche stranamente abbiente (per essere un giovane pescatore tatuato). Infatti ha una bella villetta con giardino/vista mare in una località amena della costa e anche una colf. Inoltre è così sexy da divenire, ovviamente, il padre della ragazza scomparsa.

La colf invece è Rossy De Palma. E Almodovar si autocita alla grande: sguazza negli anni’80, nei tempi d’oro del suo esordio, e regala le uniche due battute divertenti del film. La De Palma è imbruttita di bestia (per esigenze di copione) ma rimane sempre divertente.

La storia e il dramma della nostra Julieta invece virano sempre di più verso il piattume prevedibile da telenovela. Si aspettano sorprese che non arrivano, amori che non decollano, colpi di scena che non esistono, drammi che non si consumano.

Ci sono invece dettagli risibili, come la scena in cui la futura redattrice degli speciali di Vogue, a dodici anni seduta sul divano già legge Vogue!
(Ce n’era veramente bisogno?)

Quando sono apparsi i titoli di coda lasciandomi incredula per la mancanza di costrutto del film, una signora altrettanto confusa mi ha chiesto gentilmente:
“Scusi, sono io che non ho capito o non è successo niente?”
“No, guardi non è colpa sua è proprio così: ha raccontato il nulla!”, le ho risposto solidale e altrettanto delusa.

E la cosa sorprendente è che anche qui, come canovaccio della storia, c’erano tre grandi racconti: Fatalità, Fra poco e Silenzio di una scrittrice da Nobel, Alice Munro.

The Dressmaker

Questo film è una sorpresa: diversissimo e molto meglio da quello che potrebbe sembrare dal trailer. Molto meno comico e più profondo. Con ricostruzioni, fotografia e costumi fantastici.
La storia è quella di Tilly, una giovane donna interpretata da Kate Winslet (in forma smagliante) che, dopo aver lavorato come couturiere a Londra e Parigi, torna inaspettatamente nel piccolo paese del sud dell’Australia dove è nata.
Torna per trovare la vecchia madre, la pazza del paese, e anche per un regolamento di conti. Peccato che a Dungatar, questo è il nome di quel buco di posto brullo e isolatissimo, abitino personaggi molto squallidi. Brutti, invidiosi e cattivi. L’unico che si salva è Teddy, un’anima bella con le sembianze succulente di Liam Hemsworth (infatti in sala il 90% degli spettatori erano ragazze e ragazzine in deliquio).
Ovviamente fra Tilly e Teddy scocca, dopo il minimo sindacale delle schermaglie, la classica scintilla. E la scena in cui la sala faceva la ola era quella in cui Tilly, stilista, deve cucire un abito da cerimonia per Teddy e per prendergli le misure lo fa spogliare.
Teddy rimane in mutande e le spettatrici sono ripagate del prezzo del biglietto, poi succedono altre cose e la trama prende (fortunatamente) una piega inaspettata.
La scena che mi è piaciuta di più è quella in cui a Tilly chiedono chi sia la stilista che l’ha ispirata di più. Lei risponde sicura: “Vionnet!”
Tanti annni fa, quando a Londra avevo intervistato Vivienne Westwood anch’io le avevo fatto la stessa domanda e lei mi aveva risposto sicura: “Vionnet!”
Non avevo la più pallida idea di chi fosse ma, per non fare una figura di cacca, avevo risposto sicura: “Ah, certo!”
A quei tempi non c’era Google e neanche wikipedia però ero risucita poi a capire che fosse questa mitica stilista, maestra del drappeggio e dei vestiti scultura.
Così, l’altra sera al cinema dopo tanto tempo, ho avuto la mia soddisfazione.

Brooklyn: un film che fa bene all’amore

Una ragazza irlandese ventenne che negli anni ’50 emigra negli Stati Uniti, a Brooklyn, in cerca di un futuro. La storia non è originale ma il film che la racconta è un piccolo capolavoro di freschezza, ironia e romanticismo.

Tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore irlandese Colm Tòibìn, riesce subito a coinvolgere  completamente lo spettatore nelle vicende della protagonista Eilis, ragazza semplice e timida, ma determinata a migliorarsi e farsi prendere sul serio. L’attrice che la interpreta, Saoirse Ronan è bravissima (a 10 anni aveva già vinto l’Oscar con Espiazione), cresciuta veramente vicino a Enniscorthy, il paese dove si svolge la parte irlandese della storia, ha raccontato di essere stata felicemente stupita di ritrovare tanti suoi compagni di scuola, che facevano le comparse, nelle scene più corali del film.

Dal paesello a Brooklyn è come atterrare su un altro pianeta, nell’America degli anni’50 in full swing (le ricostruzione degli ambienti, le musiche, i costumi sono perfette), Eilis è sveglia in pochissimo tempi trova un lavoro e anche l’amore. Poi una tragedia famigliare scombussolerà il suo destino e farà stare in ansia gli spettatori.

Sono andata al cinema di sabato pomeriggio, e come sempre la platea era piena di vecchietti , c’era un pubblico maturo. Gente che probabilmente era giovane proprio negli anni’50, ex ragazze che avevano ballato il boogie-woogie e portato le gonne a ruota. Ex giovanotti che quando avevano i capelli si erano messi la brillantina.

Forse per questo quando la pellicola è finita e sono apparsi i titoli di coda, alzandosi, molte coppie si sono prese per mano. Brooklyn potrebbe essere un toccasana per le legami in crisi, una storia d’amore per rinsaldare matrimoni.

Io mi sono commossa, ma essendo per natura allergica a troppa melassa, ho cercato di occultare la lacrimuccia che mi avrebbe tradito.

Lo chiamavano Jeeg Robot: una bella sorpresa

Un tuffo nel Tevere che fa diventare radiottivi e regala anche superpoteri.
(Fosse vero ci si butterebbero in tanti per svoltare).
A farlo è il protagonista di questo incredibile film, uno splatter all’italiana ambientato nella dura realtà della periferia romana.
Qui Enzo (Claudio Santamaria), un piccolo criminale scontroso e sfigato, cerca di sfangarla tutti i giorni mangiando yogurth e guardando film porno. Poi un giorno deve, appunto, buttarsi nel Tevere per sfuggire a chi vuol fargli la pelle, e la sua vita cambia.
Arrivano i superpoteri.
E la sua vicina di casa, una trentenne sciroccata che è rimasta bambina, non si stupisce e gli spiega che si è trasformato nell’eroe di un manga: Jeeg Robot.
Ma essere Jeeg a Tor Bella Monaca non è affatto facile.
Tra scene di violenza esagerate alla Pulp Fiction e dettagli geniali (come il killer che si pulisce sempre le mani con l’amuchina, è frustrato e acido perchè vorrebbe essere un cantante melodico e ha l’ossessione per audience su Youtube), questo film cita tutte le situazioni tipiche dei film dei supereroi con un’ironia tutta italiana: acuta, provocatoria e coinvolgente. E’ un piccolo inaspettato capolavoro del regista Gabriele Mainetti, alla sua prima esperienza in un lungometraggio, che sta facendo il botto, grazie al passaparola.

 

The Danish Girl

Tutti i pronostici dicono che stasera l’Oscar come miglior interprete maschile lo vincerà Leonardo DiCaprio, ma dopo aver visto The Danish Girl, spero proprio che lo diano a Eddie Redmayne (sarà difficile perchè l’ha già avuto lo scorso anno) che nell’interpretazione di Einar Wegener (transgender nei lontani anni’20), è veramente straordinario. Il film è la trasposizione della sua biografia ed essenzialmente racconta una storia d’amore.
Delicata, toccante, tragica.
La vicenda vera di due artisti danesi, Gerda e Einar Wegener, sposati giovanissimi, che cercano di sfangarla vendendo le loro opere. Un giorno, per un’emergenza, per definire un dettaglio di un suo quadro, Gerda chiede al marito di posare vestito da donna e da lì inizia un gioco provocatorio e pericoloso che si rivelerà senza ritorno.
Einar, con grande confusione e sofferenza, capisce di voler essere una donna.
Sentirsi prigionieri in un corpo diverso da quello della propria sensibilità e sessualità è tuttora un dramma e negli anni ’20 era ancora più tragico.
Nessuno cercava di capire, si veniva semplicemente considerati pazzi.
Il pregio di questo film è saper offrire una trama così complessa in toni poetici e struggenti. La storia del film si snoda fra Copenhagen e Parigi: la ricostruzione degli ambienti è accuratissima.
I costumi, la colonna sonora e la fotografia, meravigliosi.
Alicia Vikander nella parte di Gerda, la moglie disperata che continua ad amare e sostenere il marito fino in fondo, è bravissima. Infatti è anche lei candidata all’Oscar, come miglior attrice non protagonista.
StaseraStanotte, mentre dormo per colpa delle nove ore di differenza oraria con Los Angeles, terrò le dita incrociate 🙂

La grande scommessa

Quello che ho sempre sospettato è vero: le banche anche solo per aprire un conto corrente obbligano a sottoscrivere un contratto così lungo e complicato che per sfinimento, misto a un senso di inadeguatezza, si firma senza cavillare troppo.
Questo vale per qualsiasi prodotto finanziario, presentato con clausole rese sempre più complesse proprio per aiutare chi lo propone a pararsi le chiappe.
Forse non l’ho spiegato con concetti raffinati di alta economia, ma alla fine è quello che succede e il film, avvalora alla grande questo concetto e racconta che alla base della letale crisi finanziaria del 2008, c’è stata proprio una grande truffa.
Potenziata soprattutto dalla ignoranza del cittadino comune davanti ai prodotti finanziari.
E dagli incomprensibili testi che ne accompagnavano la compravendita.
La storia si basa su questo romanzo e parte dal 2005, tre anni prima del crollo dell’economia, quando un eccentrico e visionario investitore californiano comincia ad annusare fuffa nell’allora floridissimo mercato immobiliare statunitense.
Andando controcorrente scommette ingenti quantità di denaro, contro il mercato dei mutui. La sua manovra non passa inosservata ad altri falchi della finanzia che seguono il suo esempio, sempre giocando sull’ingenuità di chi, la maggioranza delle persone, di economia capisce poco o nulla.
La grandezza di questo film sta nella bravura degli attori, Christian Bale, Steve Carrell, Ryan Gosling e anche Brad Pitt (imbruttito parecchio e quasi irriconoscibile) ma anche nel ritmo serrato e coinvolgente della pellicola, che riesce a raccontare una storia amara e tragica con una tecnica modernissima e veloce, a metà fra il documentario e il video clip.
Geniali sono gli espedienti usati, per spiegare nel modo più semplice possibile, cosa fosserosono i derivati tossici. Quei prodotti finanziari immessi sul mercato in quantità ingente che, con un effetto domino, hanno fatto crollare l’economia mondiale.
In una scena esilarante si sente il parere di un grande chef che li equipara alla zuppa di pesce che si prepara al ristorante: diabolicamente fatta con gli avanzi del pesce non cucinato, quello oramai fuori tempo massimo che andrebbe buttato in pattumiera.
Così i prodotti finanziari non venduti, venivano mischiati, sommati e proposti con un’altra etichetta. In un’altra lezione di economia per incapaci è Selena Gomez a spiegare perchè tutti compranohanno comprato obbligazioni che non valgono niente, semplicemente per emulare di qualcun altro.
Un amico, un parente, un personaggio famoso.
Con il vecchio e pericoloso principio: se lo fa lui, lo faccio anch’io.
La storia è vera, purtroppo sappiamo bene come è andata a finire.
Milioni di persone senza casa, lavoro e l’effetto valanga (di sfiga) che è arrivato ovunque.
Mentre i grandi esperti della finanza sono rimasti, più o meno, seduti comodi sui loro milioni. Questo film ha cinque candidature all’Oscar. Le merita tutte, ma usciti dal cinema viene un gran voglia di mettere i soldi nel materasso.

Joy e il mocio che ti cambia la vita

Nel panorama delle televendite noi abbiamo avuto Wanna Marchi, negli USA Joy Mangano.  Sulla sua storia tutta la femminile che, da casalinga disperata si è trasformata in donna manager milionaria, ci hanno anche fatto un film che forse farà vincere alla protagonista un altro Oscar. E potrebbe anche meritarlo, perchè Jennifer Lawrence in Joy è davvero brava. In questa pellicola la squadra è la stessa del Lato Positivo, il film che le aveva già regalato il premio più prestigioso per un’attrice, quello di miglior protagonista, due anni fa.

Il regista è sempre David O. Russell, poi ci sono ancora Robert De Niro e Bradley Cooper, a far da contorno alla vicenda di Joy, ragazza bella, bionda, intelligente e  geniale che però è appesantita da una famiglia disagiata. Un vero nido di parenti serpenti. Padre egoista e fedifrago, sorella falsa e invidiosa, ex-marito nullafacente, madre drogata di telenovelas.

Tutti pronti a sfruttarla.

L’unica decente, che crede in lei, è la nonna. La sola che la incoraggia a seguire la mania di inventare,  cominciata da piccola con un collare per cani multiaccessoriato e poi proseguita con il miracle mop, un tipo di mocio speciale che cambia la vita a chi deve fare le pulizie tutti i giorni.

L’idea è buona ma metterla in pratica e soprattutto venderla si rivela molto arduo. In quest’ultimo campo la mano santa sono le televendite, dove Joy riesce a sbancare. Ma è un comunque cammino tutto in salita: la protagonista deve continuare  ad affrontare un sacco di ostacoli, tecnici e psicologici.

La storia è bella perchè vera. E’ la biografia dell’italo-americana Joy Mangano, che ha anche contribuito al budget per la produzione della pellicola, e Jennifer Lawrence è molto convincente nel farla rivivere. Commuove, diverte e coinvolge al punto giusto. Alla fine, si esce dal cinema con in testa un bell’esempio positivo ma anche la voglia irrefrenabile di comprare un nuovo mocio.

Assolo

Un film da andare a vedere con le amiche per ridere e anche ritrovarsi un po’ nelle disavventure di Flavia, una donna molto carina (Laura Morante è regista-talentuosa e protagonista-deliziosa di questa commedia) ma così insicura da non essere artefice del proprio destino. Anzi riesce proprio a trasformarsi in carnefice di se stessa. Tutto sembra andare male, perchè lei è troppo passiva e non ha il coraggio di ribellarsi a chi le sta intorno (i suoi “cari”) e riesce a manipolarla a secondo il proprio interesse. Due volte separata, figli ormai grandi, amiche un po’ sanguisughe e un lavoro frustrante. L’unico elemento gioioso della sua vita è il rapporto con la cagnetta dei vicini (che tra l’altro è uguale a Lola, ma con il manto più fulvo).
Insomma una situazione di sfiga claustrofobica da cui Flavia tenta di uscire affidandosi a sedute di psicoterapia, che regalano la parte più esilarante di questo film.
Si ride molto e si fa il tifo per Flavia. Sperando che si faccia finalmente valere, vendichi i torti subiti e smetta di essere così buona per evadere dalla palude di egoismo altrui in cui è intrappolata.
Le sue avventure sono un po’ surreali, ma questo film fa anche riflettere sulla condizione femminile, sugli stereotipi di donna, moglie, madre, lavoratrice. E sui doveri legati a questi ruoli. Si esce dalla sala un po’ più consapevoli: se non vogliamo finire come Flavia, meglio continuare a mettere dei bei paletti per difendere i nostri diritti. E avere ben chiaro che essere troppo disponibili è (quasi) sempre una fregatura. Sarò cinica, ma a pensare male (come diceva quello famoso e un po’ morto) ci si azzecca sempre!

Mon Roi: passione assoluta

L’amore travolgente, quello a cui non puoi resistere.
Delirio e passione, estasi e tormento.
L’amour fou dei francesi, descritto benissimo in Mon Roi il film della regista Maiwenn Le Besco che racconta la tormentata e totalizzante relazione fra Tony, un avvocato/a quarantenne (un po’ sciatta) che di notte va a inguaiarsi in discoteca e incontra Georgio, ristoratore ultra trendy e fascinoso sciupafemmine. Due personggi diversissimi che però si attraggono come calamite.
Tony è interpretata da Emanuelle Bercot che per questo ruolo si è aggiudicata il premio come miglior attrice nello scorso Festival di Cannes, mentre il pericolosissimo Georgio è Vincent Cassel, bastardo fino al midollo ma ammaliantissimo in ogni fotogramma.
La loro love story al fulmicotone viene narrata a flashback: il film comincia con Tony in riabilitazione, in una clinica sull’Atlantico, dove è stata ricoverata dopo una brutta caduta sugli sci in cui si è praticamente distrutta un ginocchio. Infortunio che è una metafora della sua vita, annientata appunto dall’amore per Georgio. Così souvenir dopo souvenir, a ritroso si racconta come si sono incontrati, piaciuti, amati e sposati.
I flashback sono coinvolgenti, soprattutto per il pubblico femminile che annusa subito la fregatura: Georgio-Cassel è estremamante fico ma bugiardo, subdolo e manipolatore. Una mina vagante, un fedifrago egoista e realistico che non cessa mai di far danni. Ma Tony non vuole accorgersene (strano perchè facendo l’avvocato a Parigi non dovrebbe essere così completamente cerebrolesa). Con le fette di prosciutto sugli occhi, pende dalle sue labbra e continua a soffrire e farsi prendere in giro.
Finchè lui le chiede un figlio e poi la convince a chiamarlo Simbad, come il Re Leone!
Ma la nascita del cucciolo non calmerà le acque, non arriveranno Timon e Pumba a rendere più allegra la situazione. Il tormento emotivo e sentimentale sarà ancora più ingarbugliato.
Insomma Mon Roi offre una descrizione realistica delle storie d’amore tossiche ma è spossante per il pubblico che, dopo quasi due ore di film, accoglie il finale aperto (e anche un po’ deludente) con un certo sollievo.

Dobbiamo parlare

Nella vita di coppia quando si è giovani si privilegiano le emozioni. Poi, con gli anni queste passano in secondo piano e perdono importanza.
Arrivano a essere solo un accessorio. Mentre la cosa più importante diventa il denaro. Questo, più o meno, è il messaggio di Dobbiamo parlare, commedia molto divertente e purtroppo realistica, che tenta anche di dare una risposta all’onnipresente problematica di coppia: meglio fingere e tacere le verità più scomode o scodellare tutto, anche le realtà meno meno piacevoli? Questo film girato tutto in interni, in una bella mansarda affacciata su tetti di Roma, con uno stile molto teatrale, racconta la serata movimentata di due coppie.
I “più giovani” interpretati da Isabella Ragonese e Sergio Rubini (anche il regista del film) e i “meno giovani”: Maria Pia Calzone e Fabrizio Bentivoglio.
Le due coppie sono amiche: dividono sempre cene, vacanze ed eventi mondani, anche se sembrano agli antipodi. Intellettuali radical chic Ragonese e Rubini: lui è scrittore e lei la sua assistente un po’ frustrata. Mentre Bentivoglio e Calzone sono due medici: lui grande chirurgo, lei dermatologa, maga del ritocchino, e ovviamente con un’ideologia molto più a destra dei giovani amici.
La serata prende l’avvio da un’emergenza: la scoperta delle corna che Bentivoglio mette alla moglie. E da questo incidente parte tutta una serie di gag e schermaglie irresistibili. Si scoprono segreti inconfessabile e patetiche bugie. I dialoghi sono fulminanti e nemmeno troppo volgari (dettaglio fantastico per un film italiano). Questa raffinatezza è dovuta certo al talento degli scenggiatori fra cui c’è anche lo scrittore Diego De Silvia. E per rimanere nel parterre letterario fa un cameo, nella parte dell’editore di Sergio Rubini, Paolo Repetti, “vero” editor di Einaudi Stile Libero.
Dobbiamo parlare è intelligente e veramente piacevole, peccato che abbia un distribuzione un po’ “stitica”: a Milano è presente solo in una sala.

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