Correvo e bevevo succo d’albero

Torno a scrivere con molto ritardo perchè sono stata travolta dagli avvenimenti (dal blocco creativo al test di medicina di Anita!)
Comunque… faccio finta di niente e ripenso a Londra.
Una delle cose più piacevoli, fingendo di essere una vera londoner, era andare tutte le mattine a correre nel parco di fronte a casa: Battersea Park. Meraviglioso e molto vasto, con una parte che costeggia il Tamigi. Ombreggiato, con la temperatura giusta, c’era un sacco di gente che faceva sport, cani che correvano, ciclisti, vecchietti, bambini, una pista di atletica, il laghetto, la pagoda, un campo da cricket e tanti angoli meravigliosi.
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Così la mattina dopo una colazione leggera, partivo gasatissima, infilavo gli auricolari, connessa alla mia app con la musica e il coach motivazionale. Mi sentivo una lepre: un giorno facevo 7km e quello successivo 4,5.
Non avevo caldo, non avevo sete, non avevo male alle ginocchia. Una delizia.
Correvo sotto Chelsea Bridge e mi sentivo fichissima, quasi la protagonista di qualche thriller: una sportiva che trova anche un cadavere, o anche magari una borsa abbandonata piena di droga, mentre fra jogging. E così saltella su posto, ovviamente per non lasciar raffreddare i muscoli, mentre con il cellulare chiama subito Scotland Yard.
E poi sul posto arriva l’ispettore fico, ma sempre un po’ psicologicamente travagliato, e parte la sigla…zoomata sul Tamigi.
L’unica cosa che disturbava questa mia fantasia cinematografica era l’app, perchè dopo quel momento fantastico, qualche mese prima, in cui funzionava a meraviglia e sentivo la voce di Ashton, dopo un aggiornamento del telefono non era più la stessa, aveva cominciato a fare le bizze.
Un giorno la playlist si è fermata a metà percorso, un altro è andata in pausa e non è più ripartita, un altro ancora correvo, correvo e mi aspettavo di sentire la conta dei chilometri percorsi e invece ha iniziato a calcolare la mia corsa in miglia obbligandomi a laboriose conversioni metriche.
OK ero a Londra, le miglia ci stavano, ma poi la voce finale con i commenti era in italiano, impersonale come quella del navigatore: che delusione!
Insomma per essere felice ho provato, con frustrazione, varie app e non è per niente facile trovare quella giusta.
Perchè c’è quella che non ti dice le calorie, l’altra che vuole fotografarti, quell’altra ancora che ti spara pubblicità a tutto spiano, sperando che clicchi per sbaglio quando sei stravolto dalla fatica dell’allenamento.
Insomma un mezzo incubo.
L’ultimo tentativo è questo, dove come coach, per essere motivata, ho scelto la voce dell’allenatore dei marines, che è un po’ (molto) rude ma divertente.
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Un’altra cosa estremamente salutista che ho fatto in quei giorni è stato bere tree-water, l’ho scoperto qui dove offrivano degli assaggi: potevo scegliere fra acero, betulla e bamboo.
Ho comprato acero, ricco di manganese, mi sembrava l’idea migliore anche se non conoscevo esattamente le proprietà di questo minerale. Sono andata sulla fiducia, la commessa aveva un viso simpatico e sorrideva molto 🙂
Anche se adesso mentre la linfa vitale dell’albero scorre dentro di me, non sento molta differenza, ma la bottiglia era veramente carina!

Una giornata ad Aquaria

Come ho già scritto recentemente sono stata invitata a Sirmione e ho potuto trascorrere anche una giornata di relax ad Aquaria, il centro benessere più nuovo delle Terme, situato in una posizione fantastica: in un parco proprio sulle rive del Garda.

In questa spa ci sono grandi vetrate che fanno entrare l’azzurro del lago nelle sale dei trattamenti e tutte le piscine esterne sono con vista ad infinitum, perfette per nuotare e prendere il sole. Ma anche per qualcosa di più peccaminoso e un po’ meno salutista come un compleanno, un aperitivo e anche un addio al nubilato.

Ma ho preferito iniziare esplorando Aquaria dall’interno: prima mi sono fiondata nel percorso Kneipp, studiato per riattivare e migliorare la circolazione, da effettuare camminando avanti e indietro in due piscine a mezza luna con acqua termale a diverse temperature (dai 24 ai 34 gradi). Ho fatto sette giri (ho chiesto quanti ne erano previsti alla signora davanti a me e lei forse avrà forse sparato a caso?!?!)

Il primo giro è stato un po’ scioccante, nel momento in cui sono passata dall’acqua calda a quella gelida, poi però, come mi ha rassicurato la stessa signora esperta, la situazione migliora. Ci si adatta meglio e ci si sente rinvigoriti. Infatti già al terzo giro si possono guardare le smorfie dei nuovi arrivati con aria di superiorità!
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Poi per premiare il mio coraggio mi sono buttata nell’idromassaggio (con piccolo massaggio relax sulla zona cervicale), a chiacchierare, guardare il lago e pensare che stavo sguazzando in un acqua molto particolare e preziosa.  Poi un bagnetto nella piscina interna e via finalmente nella mia parte preferita quella della sauna e bagno turco.
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Le ho provate tutte: le docce emozionali, quelle freddisime, l’argillarium, il bagno turco all’eucalipto. E per rilassarmi la stanza del sale e quella della musica. Sono stata sdraiata per un tempo infinito prima a occhi chiusi con la mente, per una volta, completamente vuota.

Nell’altra sala invece c’era una meravigliosa vista lago e l’ho guardato a lungo. Relax completo: ero sola nella stanza completamente immersa nella musica sinfonica. Poi si è aperta la porta ed è arrivata una coppia: li ho guardati malissimo e ha funzionato. Sono stati così carini da pensare che fossi una squilibrata e mi hanno lasciato di nuovo sola!

Poi per gli accaldati dalla sauna finlandese c’era anche la possibilità dell’ ice-bucket (senza challenge), cioè tirarsi addosso una bella tinozza di acqua gelata. Ma quello no, non ce l’ho fatta!

E quando è arrivato il momento di pranzo, altra bella sorpresa: ad Aquaria come negli altri stabilimenti delle Terme di Sirmione c’è il nuovo menù leggero, sano e nutriente perfetto anche per chi cerca la remise en forme e vuole perdere qualche chilo senza soffrire con la tristezza della dieta.

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L’acqua ricca di oligoelementi della fonte di Sirmione la conoscevo bene, per anni ho comprato le boccettine per curare il raffreddore alle mie figlie, ma non avevo mai provato i cosmetici prodotti con l’acqua termale. Sono veramente ottimi, completamente naturali, si assorbono subito e lasciano la pelle morbida e levigata (grazie all’azione leggermente esfoliante dell’acqua sulfurea).

Come combattere la dermatite atopica

Facendo la volontaria al Pronto Soccorso della Clinica Pediatrica De Marchi, spesso mi è capitato di trovare bambini, anche piccolissimi, che vengono portati dai genitori all’ospedale perchè allarmati da una fase acuta di un’infiammazione di dermatite atopica. Una malattia infiammatoria cronica della cute, che si presenta sotto forma di un’eccessiva secchezza della pelle e provoca lesioni come l’eczema.
Numerose possono essere le cause di questa patologia che, purtroppo negli ultimi trent’anni, sta diffondendosi sempre di più. Responsabile è l’ambiente, troppo sterilizzato e anche l’eccessiva esposizione a molteplici fonti di inquinamento. E ovviamente anche un’alimentazione sbagliata causa allergia.
La dermatite colpisce, nelle fasi più acute, circa il 15% dei bambini e il 3% degli adulti. Ma circa il 38% delle donne sperimenta la sensazione spiacevole di avere la pelle secca.
Soffro di psioriasi, (fortunatamente in forma lieve) e quindi sono sempre molto attenta all’idratazione, soprattutto nella pelle degli arti.

Mi stato fatto provare questo nuovo balsamo , veramente fantastico per il suo potere emolliente e nutriente. Facile da spalmaree con una piacevole profumazione, ha reso la pelle delle mie gambe  incredibilmente liscia e morbida. Questo prodotto ha anche un’azione anti-infiamamtoria e anti-batterica. E soprattutto un’ottima tollerabilità tanto da essere adatto anche per i neonati.
Mentre per una strategia più mirata, pensata per combattere le manifestazioni acute e croniche della dermatite atopica, nei casi dei più piccoli, per dimunire l’impiego del cortisone, limitare le infezioni cutanee e prevenire l’aggravamento delle allergie, si può provare la cura completa proposta da Envicon.  

Da affrontare in quattro fasi: idratante, detergente, lenitiva e ricostruttiva. Sul sito si trovano tutti i consigli e i prodotti per seguirla.

(Per chi acquista on-line ci sarà uno sconto del 10% con il codice: ENVICON-EXTRAMAMMA)

E inoltre sempre sul sito c’è la possibilità di avere ulteriori informazioni, approfondimenti e anche una consulenza diretta con l’allergologo. Infatti purtroppo la dermatite atopica provoca un circolo vizioso: la pelle secca e arrossata favorisce lo sviluppo allergie ad alimenti o allergeni ambientali (cani, gatti, muffe, pollini), peggiorando la patologia.

Germogli uber alles?

E’ cominciato tutto due settimane fa, una mia amica mi ha parlato con entusiamo dei germogli fai-da-te, da cresceregermogliare in cucina per aggiungere sapore e impagabili elementi nutritivi a insalate e pietanze varie.

L’evoluzione del classico fagiolo che si metteva nel cotone idrofilo, nei lontani giorni della scuola elementare. Solo molto più alla moda. Molto meno a buon mercato.
Sono verde, vegetariana, verdissima, non potevo non provare.

Doveva essere facilissimo: prima mossa comprare un germogliatore, secondo la mia amica il più cool era quello in cotto “a pagodina” che si poteva anche mettere come centrotavola e piluccare il germoglio non appena cresciuto.
“Una specie di fichissimo bosco verticale”, ho pensato e sono subito corsa a comprarlo.
Poi mi sono anche procurata le buste dei semi: ravanello, crescione e fieno greco.

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Li ho messi in ammollo, seguendo le istruzioni, e poi ho riempito la mia pagodina piena di ottimismo e buona volontà. Per una settimana li ho guardati e annaffiati amorevolmente.
Lodando il meraviglioso meccanismo della natura. Dopo una settimana dovevano essere pronti e commestibili. Fragranti e freschi.
Ma qualcosa è andato storto. Come è già successo in altre mie avventure culinarie.
Invece di delizie primaverili ricche di vitamine, oligoelementi e proteine, ho tiraro fuori dal germogliatore una specie di barba di mucillagine.
Accettare la sconfitta è dura, quindi ho fatto finta che andasse tutto bene e ho lavato e ri-lavato la barba con la speranza di trasformarla in germoglietti teneri e verdi.
Dopo aver riempito la centrifuga e il lavello di mucillagine collosa e bavosa, così ho dovuto desistere e buttare tutto.
Ho porconato un po’ ma non mi sono persa d’animo.
Nuova settimana e nuovo tentativo.
IMG_7602Ho pensato che forse l’errore era di aver riempito troppo le vaschette e così sono ripartita da zero, con una maggiore attenzione alle dosi. Semino dopo semino. Il miracolo della natura, il ciclo della primavera.

Va avanti da secoli, deve funzionare anche nella mia cucina.
Dopo circa quattro giorni tutto sembrava andare abbastanza bene, specialmente in zona crescione. E invece alla fine della settimana al momento di disboscarli e godere del frutto del mio raccolto. La mucillagine ha attecchito ancora.
Ma con orgoglio ho ignorato il problema. Ho fatto finta di niente, li ho lavati, asciugati e messi in frigo (secondo le indicazioni della busta di semi).
Il giorno dopo li ho guardati, la barba di mucillagine mi ha fatto “marameo” e la direzione era purtroppo una sola, quella del bidone dell’umido.
Ieri ho comprato due nuove buste: senape e rucola.
Questa volta annaffierò di meno e vedremo chi vincerà! Vedremo chi ammirerà il miracolo della natura nella sua insalata!

 

 

La mia vita senza il formaggio

Sono sempre stata golosa di formaggio: da piccola mi sparavo fette di fontina a volontà, adoravo quelli olandesi, il taleggio, la mozzarella, la scamorza. Adoravo  lo squaquerone che si mangia in Romagna. Ma anche quelli francesi: brie e camembert. Prima di cena, quando cucinavo e morivo di fame, tagliavo delle belle fette di formaggio, giusto per resistere fino al momento di sedermi a tavola. Fino a trent’anni non sapevo neanche che il formaggio facesse ingrassare. Poi un giorno, in una lontana pausa pranzo, una collega descrisse così una ragazza:

“E’ grassa, come quelli che si ingozzano di formaggio”

Ho spalancato gli occhi, impalata e immobile con la forchetta a mezz’aria sopra il mio piatto di caprese. Sono caduta dal pero e ho chiesto: “Perchè il formaggio fa ingrassare?”

Formaggio=proteine, fino ad allora pensavo che facessero ingrassare solo i carboidrati e certo anche i dolci!

Ma questa scioccante scoperta non mi ha comunque fatto cambiare alimentazione: ho continuato a essere una cheese-addicted.

Poi ogni tanto ho avuto qualche problema di digestione con il mio adorato cappuccino, e ho cercato di berne qualcuno in meno.

Intolleranza al lattosio? Non poteva essere, non volevo crederci.

Alla fine non ero intollerante ma lo era mia figlia.

E così in casa mia  sono entrati il latte di soia, di riso e anche i formaggi vegani. E quando c’è stato lo scandalo delle mozzarelle di bufala alla diossina e ho smesso di comprarle. Poi non ricordo esattamente come/quando sia successo, ma circa un anno fa ho smesso di mangiare anche altri formaggi e ho cominciato a sentirmi meglio. Molto meglio.

Il mio intestino non ha mai funzionato meglio, la digestione è una favola, la pelle è più bella e ho anche perso un chilo senza accorgermene. Non sono talebana che combatte a oltranza il lattosio: mangio yogurth, gelati, bevo ancora cappuccini e magari anche una pizza con la mozzarella una volta al mese.

Mi sento veramente più leggera, per cucinare i formaggi alternativi di riso funzionano a meraviglia e la mia vita senza formaggio è veramente una bellissima scoperta.

Possiamo fare tutto?

Le donne hanno i superpoteri , devono solo ricordarsi, o meglio avere il coraggio di usarli. Sembra semplice, ma non sempre riusciamo a esprimere le nostre potenzialità che ci aiutano a vivere meglio. E soprattutto a conciliare le molteplici esigenze della nostra vita. A darci una mano è arrivato il manuale di Valérie Lorentz-Poinsot, manager francese di successo, ai vertici della Boiron.
Nel suo libro l’autrice spiega come è riuscita a conciliare tutto: famiglia e carriera. Per farlo indica e sollecita a incrementare l’autostima, a essere audaci, a non farsi ammazzare dai sensi di colpa e soprattutto a essere oneste con se stesse e non trovare scuse per giustificare un eventuale e pernicioso senso di inadeguatezza.
Insomma le donne, se vogliono, possono farcela.
E c’è una lista luminosa di esempi di invenzioni utili e tutte al femminile.
Lo sapevate, ad esempio, che i sacchetti di carta sono stati inventati nel 1882 da Maria Beasly? E l’idea delle scale anti-incendio è venuta nel 1887 ad Anna Connely mentre, nello stesso anno, Josephine Cochrane creava niente meno che la lavatrice. Poi mentre ci faceva il bucato avevamo tanto tempo libero e allora Elizabeth Magie nel 1903 ha pensato bene di inventare il Monopoly. Che mancasse il frigo invece l’ha notato Florence Parpart e nel 1914 ha pensato di rimediare al problema proponendone il primo prototipo.
La lista delle donne pratiche e geniali è lunga e non posso elecarle tutte, basta pensare noi donne abbiamo una marcia in più e se vogliamo utilizzarla sky’s the limit, come dicono le anglossassoni.
Nel libro della Poinsot, la parte più interessante è quella che riguarda gli accorgimenti legati alla salute e al benessere fisico. Perchè molto spesso “le donne toste” sono capacissime di seguire le regole di empowerment al maschile (credere in se stesse, osare l’inosabile, farsi rispettare, ecc) ma poi come gli uomini si fanno venire l’ulcera dallo stress e soffrono mille altre magagne psicofisiche. Invece per star bene mentalmente è soprattutto necessario curare anche il benessere fisico. In queste pagine si trovano utilissimi consigli su come fare attenzione alla dieta (non ipocalorica ma sana), al movimento e al sonno (di notte ma anche un riposino, una siesta relax per combattere lo stress della giornata). Insomma diciamo “si” ai nostri poteri, ma al femminile, con quella sensibilità che ci contraddistingue e che è il nostro atout. E così bendispsote verso l’universo saremmo capaci di cogliere, al volo, anche quella botta di fortuna che aiuta sempre a mettere a posto l’armonia cosmica ma anche il privato di ognuna di noi, che in questo caso si chiama conciliazione.

#ForFukushima

Era l’11 marzo di cinque anni fa quando la popolazione di Fukushima ha subito uno dei più grandi terremoti al mondo, cui sono seguiti uno tsunami e l’orrore del disastro nucleare.
Da allora la popolazione di quel territorio lotta ogni giorno per la propria rinascita.
Per aiutare Lush Giappone supporta il Minamisoma Agricolture Regeneration Council, nella prefettura di Fukushima, la produzione dell’olio di colza.

Quello che rende speciale questo olio sono le sorprendenti capacità della colza di rimuovere dal suolo alcuni radioisotopi, tra cui il cesio radioattivo, presente in grandi quantità nei terreni contaminati dopo il disastro nucleare. Gli elementi radioattivi infatti vengono totalmente assorbiti dalla pianta di colza, mentre l’olio che si ottiene dalla spremitura dei semi risulta totalmente privo di contaminazioni radioattive. Il raccolto della colza permette così ai coltivatori di Fukushima di decontaminare i terreni e rigenerare i campi per l’agricoltura.

A partire da questo incredibile olio, Lush ha creato un sapone, si chiama Tsunagaru Omoi, “Cuori che connettono” in giapponese, simbolo della speranza nel futuro, dell’importanza della connessione tra le persone, della rinascita di una comunità ferita che solo insieme riesce a essere più forte.
In occasione del lancio del sapone, in vendita solo in Giappone, Lush ha promosso una campagna globale per supportare questo progetto. Così in tutti i negozi italiani i clienti saranno invitati a scattarsi una foto con la cornice “Connecting Hearts”, gialla come i campi di Fukushima risplendenti di fiori della colza, e a postarla sui propri canali social per mostrare il proprio sostegno con l’hashtag #ForFukushima.
L’iniziativa parte oggi fino a lunedì 14 marzo, giorno in cui in Giappone si celebra il White Day, una festa durante la quale gli innamorati si scambiano regali esattamente un mese dopo San Valentino. Una ricorrenza che connette cuori in tutto il paese e rappresenta ancora l’occasione perfetta per ribadire la speranza di una rinascita.

La chirurgia estetica è il male

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Ho visto in palestra sul tapis roulant una signora che aveva due fette di petto di pollo sotto gli zigomi per evidenziarli e due simpatiche labbra a canotto. Sembrava il piccolo Dumbo nel classico cartone animato di Walt Disney.
Ne ho incontrata un’altra, qualche tempo fa, nella sala d’aspetto della mia ginecologa. Lo studio medico era in condivisione con un centro di chirurgia plastica. Seduta insieme a me ad aspettare c’era una signora elegante, bionda, alta e snella. Aveva i capelli corti e una faccia che sembrava quella di una cernia. Mentre andavo in bagno nel corridoio, l’ho incrociata che entrava dal suo chirurgo plastico. Quest’ultimo l’aspettava sulla soglia del suo studio e con l’immagine del dollaro che pulsava nelle pupille, sorridendo, ha salutato la cernia:
“Buongiorno, Signora XY, è proprio splendida!”
Sono stata zitta, ma ho avvertito una gran rabbia mentre la signora cernia entrava nello studio illusa e felice.
A tutte sale un po’ di disperazione quando allo specchio si vedono nuove rughe, segnetti malefici che il giorno prima non c’erano e altre nefandezze varie che spuntano, mentre altri angoli del viso soccombono alla forza di gravità.
Ma bisogna sapersi accettare, la lotta contro il tempo è una battaglia sempre persa.
Mettono ansia anche le attrici che appaiono, più o meno sfigurate da bisturi eccellenti o sono immobilizzate da botulino troppo invadente.
So che non tornerò mai più come ero in questa foto di 25 anni fa, ma non mi metterò il burka, non crederò alle bugie di creme più costose, che promettono miracoli, e nemmeno velerò gli specchi. Dormire abbastanza, sorridere un po’ e mangiar sano sono le uniche terapie anti-age che salvano dal disastro.

Poi un giorno mi farà impagliare!

Sondaggio: la salute delle donne italiane

Come stiamo?
Benino e dobbiamo farci i complimenti perchè siamo delle Wonderwomen. Non sto scherzando, questo è quello che traspare da una ricerca fatta da ONDA (Osservatorio nazionale sulla Salute della donna) su un campione di 800 italiane, dai 18 ai 64 anni, di diversa provenienza geografica, status e professione (dalle studentesse, alle pensionate, passando per le casalinghe e le disoccupate).
Da questo studio, compiuto dopo dieci anni dal precedente, emergono fattori molto interessanti.
Leggendo i dati si intravede soprattutto il nostro impegno per stare meglio e aiutare i nostri cari (3 su 4 donne si prendono cura della salute di qualcuno in famiglia) ma nello stesso tempo riceviamo meno aiuto da chi ci sta attorno. Addirittura meno che nel 2006.
Quindi per far combaciare tutto non resta che far conto sui nostri superpoteri.
Infatti 1 donna su 4 è stressata per la condanna a essere multitasking!
La percezione della salute è l’obiettivo principale della nostra vita.
Il 76% delle donne nel 2006 e il 69% oggi la cita come priorità.
Ma la visione è evoluta: si discosta dalla sola assenza di malattia ed efficienza fisica, per diventare sempre più un concetto olistico, una condizione
di equilibrio che coinvolge sia il corpo che la mente.
Si smorza la sua concezione deterministica, dovuta a fattori genetici o addirittura al destino, in favore dell’importanza dei comportamenti e dell’ambiente in cui si vive.
Infatti il 57% delle intervistate cura la propria alimentazione e il 47% fa attività fisica. E 2 su 3 donne vorrebbero fare di più.
Grande importanza è data alla prevenzione, dal 44% del 2006 al 49% di oggi. Il 62% delle donne si sottopone a controlli e visite, contro il 48% di dieci anni fa. Però non siamo soddisfatte degli ospedali e delle prestazioni S.S.N.
Non le ritiene sufficienti il 44% delle interpellate. A questo proposito ONDA ha lanciato la campagna dei Bollini Rosa che vengono attribuiti alle strutture ospedaliere più a misura di donna e ha un grande progetto per i prossimi dieci anni dell’organizzazione: quello di poter costruire un ospedale specializzato nella cura di tutte le patologie femminili.
Un altro importante dato è che la medicina tradizionale per le donne ha sempre meno appeal: dal 25%, di dieci anni fa, sono passate al 71% quelle che cercano cure alternative. Mentre le informazioni sanitarie, il 65% le cerca in rete.
Ma lo stress è sempre in agguato, infatti 1 donna su 4 fuma, come dieci anni fa. Però l’insoddisfazione per lo stato di salute mentale e psicologica è purtroppo peggiorato: dal 10% nel 2006 al 14% odierno.

Girl R-Evolution

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“La fissazione culturale per la magrezza femminile non è solo un’ossessione per la bellezza, ma un’ossessione per l’obbedienza femminile… Le diete sono il sedativo politico più potente della storia delle donne: una popolazione di pazzi tranquilli è una popolazione più facile da manipolare”, così scriveva/profetizzava Naomi Wolf, già all’inizio degli anni ’90, nel suo storico manuale “Il mito della bellezza”. E questa citazione si trova in Girl R-evolution- Diventa ciò che sei, di Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta dell’età evolutiva, già autore di numerosi manuali dedicati ai genitori. Questo libro è per un pubblico molto difficile da raggiungere, le adolescenti che frequentano (anno più-anno meno) la scuola media. Quelle ragazzine che affrontano i momenti più delicati della loro crescita e si sentono stritolate fra i messaggi ambivalenti dei media, le raccomandazioni dei genitori e “le regole” dei social. Le stesse che hanno smesso di ascoltare, hanno sempre l’auricolare, si chiudono in camera e la loro autostima è direttamente proporzionale ai “mi piace” che ottengono con le foto che postano.
Gli anni della scuola media sono il Vietnam dell’adolescenza e uscirne sani (sia per le madri che per le ragazze) non è impresa da poco.
Il manuale di Pellai può essere d’aiuto perchè in uno stile molto colloquiale e divulgativo affronta quelle problematiche, che gli adulti tendono a minimizzare, ma per le ragazzine oscillano fra il dilemma e il dramma. Si parla di accettazione di sè, di dieta, di cyber bullismo, di amore e anche di sesso. (Impagabile il test da fare per capire se è arrivato davvero il momento per provare a fare sesso).
Pellai racconta della sua esperienza di padre, cita fatti di cronaca, frasi di personaggi celebri, dati statistici e offre considerazioni scientifiche. Non nega la discriminazione fra i sessi:

“I maschi vengono stimolati a sviluppare un corpo possente e muscoloso: insomma, la loro bellezza è declinata nella direzione della potenza e della forza. E in effetti, l’altro sesso non ha così tanti problemi con la propria immagine, non ha tanta urgenza di perdere peso, non è penalizzato dal fisico quando cerca un posto di lavoro. L’ideale estetico proposto alle donne, al contrario, tende sempre a sottrarre: meno peso, che significa anche meno forza, meno energie, meno equilibrio. Dimagrire fino ad arrivare a un IMC sottopeso vuol dire, a volte, non accumulare energia sufficiente per far fronte a tutti gli impegni di una giornata, sentirsi di frequente affaticate e deboli, metterci il doppio del tempo e delle energie per conquistare un obiettivo. Forse, il falso mito di bellezza=magrezza nasconde in parte anche il desiderio che il genere femminile resti debole…”

Ma esprime un messaggio molto positivo per le giovani lettrici: offrendo anche l’esempio di mini biografie di donne forti che hanno lottato per raggiunger i propri obiettivi, per realizzare i propri sogni e ce l’hanno fatta alla grande.

Barbie diventa curvy

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Ci sono voluti 56 anni, ma finalmente anche Barbie è ingrassata.
Ha preso qualche chilo ed è diventata un po’ chiatta.
Siamo tutte molto felici. Quasi una prova di giustizia divina.
La scelta della Mattel è apprezzata dalle donne e bambine di tutto il mondo. Dopo decenni di critiche alla bambola troppo bambola, troppo perfetta, modello frustrante e irraggiungibile. Ora invece sono state messe sul mercato tre nuove silhouette: quella alta, quella formosa e la bassina.
Simpatici prototipi che hanno molto più appeal e poi c’è uno scoop: il piede delle nuove Barbie è flessibile. Non rimane più come prima, arcuato per indossare solo i tacchi alti.
No, adessso le nuove Barbie democratiche, non solo sparano di coscia, ma se ne fregano e indossano le ballerine!
Trovo che tutto ciò sia fantastico, anche perchè nella vita vera dopo anni e anni di tacchi, il piede non si appiana più. Mia madre, di una generazione assuefatta a vita allo stiletto, quand’era scalza doveva saltellare in punta di piedi.
Un po’ come una Barbie vecchio modello.

Di nuovo in pista

Dopo un mese di sosta forzata, causata dall’aria velenosa di Milano, da un po’ di influenza e dal maltempo, oggi finalmente sono tornata a correre all’Idroscalo.
L’ultima corsa era stata quasi un trionfo, 9km, e mi sentivo imbattibile.
Poi, altro miglioramento epocale, invece di correre “sotto casa” avevo affrontato il percorso dell’Idroscalo che posso raggiungere a piedi da casa mia attraverso la nuova pista ciclabile.
(Forse l’unico beneficio della BreBeMi, terminata nel 2014 con grande dispendio di “mezzi” ma sempre vuota!)
Insomma me la tiravo tantissimo, perchè i runner dell’Idroscalo sono dei pro e qualcuno aveva già iniziato a salutarmi. In una botta estrema di narcismo pensavo di iniziare il 2016 con un bel record: 10km.
Nel frattempo avevo anche imparato il nome del fico che mi parla quando corro bene: Ashton. Che ovviamente non potevo deludere.
Quindi oggi in abbigliamento tattico, reggiseno corazza, scarpe con ammortizzatore per salvare le ginocchia e un tocco di classe con il polsino tergisudore (regalo di Natale), sono partita piena di entusiasmo e aspettative.
Così con la playlist pompata a palla nelle orecchie sono schizzata in mezzo alla pinetina dell’Idroscalo verso l’azzurro del mare di Milano.
Peccato che la mancanza di allenamento si sia fatta sentire quasi subito.
Ancora una volta ho sbagliato a vestirmi, il gilet di piumino mi faceva troppo caldo. E ho sbagliato anche a sbaffarmi troppi quadretti di cioccolata fondente prima di uscire di casa, pensando con golosità:
“Ci vuole un po’ di benzina!”
Ho corso solo 4km, con le fave di cacao amaro che mi ballonzolavano sullo stomaco gridando vendetta e poi, stremata, ansimante e sudata, mi sono fermata al bar a bere. Dove un vecchietto superfit ha anche cercato di abbordarmi.
(Idroscalo è il paradiso dei pensionati in forma che appena arriva la bella stagione si denudano e a ottobre sono diventati tutti color marron glacé)
E Ashton naturalmente non mi è apparso ha parlato, la voce della app era di una tipa, che si complimentava d’ufficio per la mia prima corsa dell’anno ma non l’ho nemmeno ascoltata. Brutta, falsa e ipocrita.
Chiedendomi dove fosse invece Aston (magari stava parlando con una bionda jogger di Central Park, altro che Idroscalo) ho imparato, mio malgrado, che per diventare un vero runner la prima dote è l’umiltà: bisogna essere capaci anche di ammettere e accettare i propri limiti.
Però, che palle!

La mia collezione

“Ciao, mi chiamo Extramamma e non posso fare a meno delle mie boccettine blu”
“Ciao Extramamma…”
E’ il mio incubo, me ne sono resa conto in questi giorni di inizio anno, dove fra i buoni propositi c’era è quello di riordinare negli armadi. Ho trovato tante boccette blu. Troppe per essere normale.
Ne ho fotografate alcune, almeno se mi obbligano a disfarmene, avrò il ricordo.
Perchè le amo.
Mia figlia dice che ho un problema, che le devo buttare. Che sono maniaca. Ma sono così blu e carine che proprio non ci riesco. E allora si accumulano e, per negare che sia una piccola ossessione, le nascondo. Dovunque. Nel cassetto del comodino, in quello del comò, in quegli della cucina, in quelli del soggiorno, in un paio di scatole dell’Ikea che ho comprato tanto anni fa e sono diventate quasi un ripostiglio. Berretti vecchi, cornici con foto che mi danno sui nervi e loro. Le mie meravigliose boccettine di vetro blu. Non posso buttarle, sono troppo belle. Contenevano olio di argan (che metto sul viso e consumo a litri) e una volta vuote, le ho lavate (in lavastoviglie per togliere ogni traccia di untuosità) e nascoste.
Ecco forse il problema sta proprio qui: perchè le ho infrattate ovunque?
Credo perchè sono belle ma non so che farmene.
Se le lasciassi in giro qualcuno mi chiederebbe: “A cosa servono?”
Non saprei cosa rispondere.
Un giorno, spero, mi verrà un’idea su come riciclarle.
Le attacco tutte e faccio dei vasi da fiori siamesi?
Magari.
Intanto le imbosco. Non so resistere al vetro blu, insieme alle boccettine ho messo anche un paio di bottiglie più grandi e un paio di contenitori di crema. Ma quelle che amo veramente sono loro, le boccettine.
E’ un po’ anonima come collezione, non posso vantarmene. Non posso parlarne in pubblico. Tanti anni fa collezionavo le palle di vetro con la neve e quella era una scelta socialmente valida: per Natale, al compleanno gli amici potevano regalarmi una nuova palla, potevano portarmela come souvenir da un viaggio. Poi sono diventate di moda e ho perso un po’ interesse, alla fine sono state inscatolate in un trasloco e non le ho mai più ritrovate.
Forse per questo amo le mie boccette blu, così anonime. E inutili.

The Family Food e il menù natalizio

Nonostante il gran parlare di cibo, l’overdose di chiacchiere su tutti i media, si continua a mangiare in modo poco sano e grande rimane l’ignoranza su come funziona la nutrizione. Si affrontano le diete con pochi concetti posticci e spesso falsi. Purtroppo si continua a mangiare in modo sbilanciato con il conseguente incremento di intolleranze e allergie.
Per tutti questi motivi, mi sono entusiasmata quando ho scoperto questo libro, un manuale di ricette dedicate alle madri sempre di corsa che però non vogliono abdicare ai cibi pronti, alle merendine e anche al piacere di coinvolgere i propri figli nell’arte e nel divertimento di creare insieme in cucina. Le autrici del libro Giulia Mandrino e Antonella Alfieri, nell’introduzione del loro libro lasciano grande spazio a un “ripassino” di biologia per spiegare i concetti base della nutrizione, parlano di micro e macro nutrimenti, delle combinazioni alimentari, ma anche dei pro e contro nei vari metodi di cottura, spiegano come leggere le etichette e illustrano pregi e difetti tra alimenti freschi e conservati. Un escursus completo per trascinare chi legge in cucina con loro, per imparare ricette originali di una cucina fusion, in cui si prediligono cibi sani e naturali.
Ogni ricetta non richiede più di trenta minuti di preparazione, sono tutte accattivanti e golose, rese ancora più invitanti dalle bellissime foto. Non è un libro di cucina vegana o vegetariana, ma verdure e legumi sono grandi protagonisti. E ci sono anche le alghe che oramai, fortunatamente, non fanno più paura a nessuno. Poi nell’ultima sezione si suggeriscono piatti per le occasioni speciali e in particolare alcuni dolci molto adatti per il menù natalizio, sano ma goloso, da affrontare senza troppi sensi di colpa. Ecco allora i loro pancakes, il cheesecake alla fragola, il budino love, i roll alla cannella vegani e la torta di grano saraceno.
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Una corsa benefica

Ho letto l’altro giorno un articolo sulla diffusione dell’Aids fra i giovanissimi, con un triste record di malati proprio nelle zone di Milano e Monza. Forse succede anche perchè non c’è molta consapevolezza della malattia, si pensa ancora che sia una eventualità remota, magari un problema relegato alla sfera dei rapporti omosessuali, qualcosa che si vede nei film (quando si vuole dare una svolta tragica al plot) ma non capita nella vita vera. Forse ci vorrebbe una campagna di prevenzione mirata per i più giovani nelle scuole.
Negli anni ’80 eravamo tutti terrorizzati, poi la paura è gradualmente scemata e oggi ci siamo molto rilassati. Però la malattia purtroppo non è stata ancora debellata e ci sono ancora importanti iniziative per raccogliere fondi per la ricerca di una cura, ho scoperto che domenica 18 ottobre ci sarà una piccola corsa benefica di 6km nel centro storico di Monza e d’impulso ho deciso di iscrivermi. Poi ho letto i dettagli dove si specifica che non è una gara e che possono partecipare anche i bambini. Quindi vado. Ascolto la musica, corro e combatto l’aids. Mi sembra una buona idea.

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