Combattiamo il #bodyshaming

Nella società dell’immagine dobbiamo tutti apparire al meglio. Attraverso la vetrina dei social diventa un obbligo mostrarsi belli e omologati all’ideale stabilito dalle ultime tendenze. E i “like” ricevuti diventano l’unità di misura della nostra autostima.

Un meccanismo fragile e pericolosissimo per i più giovani che può produrre insicurezza e disagio. Soprattutto nell’età della crescita quando il corpo muta a tradimento, sconfinando spesso in “modelli” che sono meno patinati e molto più reali. Silhouettes più vere e indomabili che creano imbarazzo.

Ci si vergogna della propria unicità, è difficile accettarsi, con conseguenze tristi che possono portare alla bulimia, anoressia, e anche a discriminazioni per arrivare fino al bullismo. Diventare vittime di un atteggiamento che, in inglese, viene definito body shaming. Si vorrebbe negare la propria fisicità, non essere notati, fino a diventare magari invisibili. Per evitare il giudizio degli altri che può essere impietoso e fare male.

C’è una ragazza che ha vissuto tutto questo all’estremo: Harnaam Kaur, che dall’età di 12 anni ha cominciato ad avere gravi problemi di irsuitismo a causa della sindrome dell’ovaio policistico, sul viso è cominciata a crescerle le barba, gettandola in uno stato di disperazione.

Dopo anni durissimi in cui è stata vittima di bullismo, depressione e propositi suicidi, Harnaam ha trovato la forza di accettarsi dando un grandissimo, davvvero incredibile, esempio di resilienza. E’ diventata un’attivista che aiuta e gli adolescenti e i giovani ad accettarsi, si reca nelle scuole, tiene discorsi e conferenze per raccontare la sua storia. Incita ad avere il coraggio di combattere e liberarsi dagli stereotipi che imprigionano e fanno soffrire.

Ho avuto la fortuna di incontrarla sabato sera in un evento organizzato da Lush (sempre sensibile ai temi ecologici e sociali) dove il discorso si è allargato anche ad altri tipi di discriminazioni, quelle più subdole e ubique, che tutte noi siamo cresciute abituandoci a sopportare. Considerandole un effetto collaterale fastidioso della femminilità, ma ineluttabile, come le mestruazioni.

Si tratta dei complimenti non rischiesti, gli apprezzamenti (a volte pesanti) che vengono lanciati per strada alle ragazze.

Nella serata con Haraan Kaur, è stato molto interessante, ma anche preoccupante, sentire le testimonianze di tante ragazze che (come succedeva nei lontani anni’50), quando escono devono ancora fare i conti con il fastidio di essere valutate e soppesate dagli uomini che incontrano per strada.

Prendere un autobus la sera, passare davanti a un bar, valutare se cambiare marciapiede piuttosto che affrontare un gruppetto di maschi, è per una ragazza ancora un disagio con cui fare i conti. Il clamore del #metoo non ha scalfito la cultura del maschio latino (i peggiori sono gli over forty) che si sente sempre in diritto di fare un “simpatico” apprezzamento sulle caratteristiche fisiche femminili.

Ancora peggio la situazione per le ragazze straniere: nelle fantasie più trite e banali, ad esempio le ragazze di colore vengono sempre considerate delle prede esotiche, da trattare con minor rispetto. E approcciare con volgare entusiasmo.

 

La davano anche al gatto…

Con gli anni la memoria si appanna, sui ricordi scende una patina confusa che annebbia l’intelletto. Questo decadimento intellettuale è ben peggiore di una ragnatela di rughe che deturpa un viso un tempo bellissimo. Purtroppo leggendo l’intervista di di Brigitte Bardot su Paris Match  qui riportata, questa è la prima sensazione.

Dopo l’intervento demenziale, di una settimana fa, di un’altra bellona d’antan, Catherine Deneuve in cui minimizzava il trauma di uno stupro e glorificava l’abitudine maschile di provarci nel bene e nel male, la Bardot ha confermato che invecchiare può essere molto triste.

Ha confermato anche che i francesi pur di mantenere alto l’orgoglio nazionale, la loro allure di nazione libertina e boicottare sempre e comunque ogni influenza USA, arrivino a dichiarare e sostenere qualsiasi cosa.

E’ comprensibile che un’ex sex symbol rimpianga i momenti in cui le dicevano “che bel sederino” (e immagino anche molto molto altro!) ma liquidare il movimento #metoo (in francese #balancetonporc, denucia il tuo porco!) come un’ondata di puritanesimo e ipocrisia è veramente un insulto alla dignità femminile.

Per le ragazze passare davanti al classico cantiere e sentire i fischi e i commenti dei muratori può essere snervante e umiliante, poi quando post menopausa nessuno ti si fila più si rimpiangono gli anni d’oro delle molestie? Almeno verbali?

Può essere.

Ma fra donne di ogni età e anche nazionalità, dovrebbe esistere solidarietà. Anche se una certa età si diventa ciniche e si ricorda che molte alcune prendevano la scorciatoia.

Succede in ogni professione, senza neppure bisogno di essere sollecitate, (“la davano anche al gatto…” come aveva dichiarato con brillante ironia Marina Ripa di Meana, in una delle sue ultime interviste). Questa abitudine si può raccontare e anche sminuire la sorpresa verso un tale e dilagante malcostume, ma non c’è bisogno di diventare ostili e cercare di deridere un movimento importante per combattere le discriminazioni di genere.

E poi che tristezza, questo squallido nonnismo al femminile!

Se negli anni d’oro c’è stato, il complimento sul sederino o qualcos’altro, perchè augurarsi che le giovani generazioni passino la stessa spiacevole e umiliante esperienza?

Sarebbe una legge rivoluzionaria

Crampi addominali, mal di testa, disturbi dell’umore legati agli sbalzi ormonali. Sono i principali sintomi della dismenorrea, termine che indica il ciclo doloroso. A soffrirne in Italia sono dal 60 al 90% delle donne in età fertile. Nel 30% dei casi i sintomi sono così intensi da costringere al riposo assoluto e all’interruzione delle normali attività quotidiane.

Anche se il tema non è molto dibattuto, le cifre non mentono sulla portata del disturbo. A scuola la dismenorrea causa dal 13% al 51% delle assenze, mentre la percentuale di assenteismo sul lavoro si attesta tra il 5% e il 15%.

Da molti anni ormai diversi Paesi asiatici, dal Giappone all’Indonesia, hanno concesso l’assenza giustificata dal lavoro alle lavoratrici che soffrono di ciclo doloroso. Pensate che in Giappone il congedo mestruale, noto con il termine di seirikyuuka, è stato riconosciuto nel lontano 1947. Negli ultimi anni diverse aziende occidentali, dall’americana Nike alla britannica Coexist, hanno adottato politiche simili per tutelare le loro dipendenti.

Anche in Italia finalmente qualcosa inizia a muoversi. Nell’aprile del 2016 quattro deputate del PD hanno presentato una proposta di legge per introdurre il congedo mestruale di 3 giorni al mese, un periodo di riposo riservato alle dipendenti che soffrono di dismenorrea.

Il testo è ora arrivato sul tavolo della Commissione Lavoro della Camera e potrebbe essere approvato in tempi brevi. La proposta di legge prevede un congedo di massimo tre giorni al mese per tutte le dipendenti del settore pubblico e privato che soffrono di ciclo doloroso.

Per usufruire del congedo mestruale le dipendenti dovranno presentare al datore di lavoro un certificato rilasciato da uno specialista. Il documento dovrà certificare che la paziente soffre di dismenorrea e dovrà essere rinnovato ogni anno entro il 31 dicembre. La domanda per il rinnovo del congedo dovrà essere presentata all’azienda entro il 30 gennaio successivo.

Il congedo non verrà conteggiato nei giorni di ferie o malattia. Inoltre le dipendenti non subiranno alcun taglio dello stipendio, né un trattamento contributivo inferiore. Discriminazioni che d’altra parte sarebbero immotivate. Lo spiegano bene i dirigenti della Coexist, azienda britannica che di recente ha concesso il congedo mestruale alle dipendenti. Le donne che possono riposarsi quando i dolori del ciclo si fanno intollerabili sono più efficienti e motivate tutti gli altri giorni. I manager più illuminati lo hanno compreso da tempo: benessere dei dipendenti e produttività vanno a braccetto. A breve, si spera, questa politica si farà largo in tutti gli uffici italiani.

La versione di Barbie


Ho capito perchè fin da bambina ti odiavo, insopportabile top model di plastica: sei il primo modello di donna rispetto al quale cominciamo tutte a sentirci inadeguate. Un bel vaffa è dedicato a te. E sono i vaffa che aiutano a crescere

Questo è scritto sulla quarta di copertina de La versione di Barbie, il nuovo libro di Alessandra Faiella. “I vaffa che aiutano a crescere” non è solo una geniale parodia del best-seller di Asha Phillips ma è un’assoluta verità. Perchè seguire il modello Barbie è rovinoso sempre e comunque.
Il libro della Faiella è un saggio ma anche un memoir. Dove si alternano ricordi di esperienze personali a riflessioni di costume.
Esilarante, ma anche tanto vera, l’analisi del suo primo bacio: la sensazione di un capitone viscido che si muove guizzando sul mio palato!
E la descrizione della catastrofe delle mestruazioni, con ricco excursus storico sul problema, ma anche un approfondimento fantascientifico su come sarebbero considerate fichissime le nostre cose se ad avercele fossero i maschi: C’ho un flusso! Ce l’ho molto più abbondante che tutti i miei amici! Vuoi veder che flusso ho nei pantaloni?
Un libro che fa tanto ridere, ma anche pensare, perchè l’autrice lancia un grido di allarme: siamo messe malissimo. Siamo tornate indietro di trent’anni (conferma purtroppo tutte le mie paure espresse nel post precedente), per le ragazzine uniformarsi con i modelli proposti è un inferno. Un inferno in salita.
Infatti, per tutte le donne è una corsa a ostacoli essere all’altezza delle aspettative che ci propinano i media. Dalla Barbie in poi tutti fanno a gara per proporci una visione falsa, sdolcinata e distorta della realtà al femminile: dai giornalini per teen, alla pubblicità, all’immagine della coppia e del ruolo materno, fino allo spauracchio della menopausa.
Che fare, oltre a dileggiare questi messaggi?
Non essere passive, non pensare che sia normale perchè oramai il modello è accettato ubiquamente.
Parlare, ridere e deridere, leggere questo libro e regalarlo alle amiche. Di qualsiasi età.

Giornata contro la violenza alle donne


La giornata ufficiale contro la violenza alle donne sarà il 25 novembre, domenica prossima. Oramai i giornali ne parlano da giorni e pubblicano i drammatici bollettini delle vittime. Nel nostro Paese sono almeno 7 milioni le donne che sono state oggetto di violenza. Mentre nel 2012, i femminicidi sono stati più di 100: donne e ragazze uccise per mano del marito, del fidanzato o di chi vorrebbe essere tale ed è stato rifiutato. La cultura del sopruso e della legge del più forte continua a sopravvivere, anzi mentre le donne tollerano sempre meno possesso e gelosia, l’equilibrio di genere sballa e certi uomini cercano di ristabilirlo con la forza. In maniera orrenda. Non si può catalogare, per comodità, il maschio violento nel “ghetto” di chi ha poca cultura, di chi soffre disagi economici. Di chi magari sbarella per colpa della crisi.
Purtroppo il germe della violenza è trasversale: può germogliare fra il ceto benestante, fra gli uomini di buone letture, come fra l’altra metà del cielo più truzza. E’ una questione di educazione, di cultura, ma soprattutto di profonda insicurezza: i maschi che ricorrono alla forza per ottenere quello che vorrebbero o per vendicarsi sono dei poveretti. E non vanno compatiti. Ma allontanati subito, senza vergogna e senza connivenza.
Spesso è difficile perchè le vittime degli abusi si sentono sempre anche un po’ colpevoli e provano timore nel denunciare, nell’allontanarsi, sono spesso pronte a offrire un’altra chance.
A me è capitato solo una volta di sperimentare di persona questa violenza.
Un giorno di tanto tempo fa ho preso un pugno sulla bocca da un fidanzato, con cui il rapporto si stava sfilacciando. Durante una discussione, gli ho risposto seccamente (qualcosa tipo “sei proprio un’idiota”, non ricordo bene comunque gli davo dello sfigato) e lui mi ha mollato un pugno, spaccandomi il labbro.
Sono rimasta scioccata, ma da allora non mi ha più visto. Era estate e ho passato il giorno dopo a farmi la ceretta: volevo sentire male per annientare il dolore, soprattutto psicologico, che mi aveva provocato il suo pugno. Poi, a forza di sradicare peli superflui, avevo le gambe liscissime ed ero fortunatamente di nuovo single. E libera da ulteriori ed eventuali angherie.
Purtroppo la violenza non è necessariamente fisica, ci sono anche forme più subdole di sopraffazione come le umiliazioni verbali, come quelle battuttine che spesso alcuni maschi fanno per far sentire le loro compagne piccole e inadeguate, anche quelle nascono dall’insicurezza di chi si permette di farle. Sono comportamenti ancora più endemici perchè vengono sdoganati come scherzi, a cui abituarsi senza offendersi.
Invece bisogna esigere rispetto sempre e comunque e non abbassare mai il livello di guardia.
Per dare il mio contributo alla giornata contro la violenza, sabato prossimo, il primo dicembre, sarò alla Mediateca di S.Lazzaro a discutere di educazione di genere, forse l’unico strumento che esiste per uscire a ristabilire il rispetto fra i sessi.

Peggio di così…

L’ho letto solo ora, anche se è stato pubblicato due giorni fa, perchè ho avuto una settimana un po’ impegnativa. L’ho trovato in rete ed eccolo qui. Un articolo dal titolo emblematico Non è un paese per donne che parla di un saggio Ma le donne no che fa il punto sulla tragica situazione femminile italiana. Racconta cose che si sanno e si vivono tutti giorni, ma fanno comunque una rabbia tremenda. Ieri invece ho letto questo post, dove ci sono un po’ di cifre che ci riguardano, mentre nell’ultimo rapporto Istat sulle famiglie italiane e ho “scoperto” un altro dettaglio: il 26,5% delle italiane ha interrotto il proprio lavoro con il primo figlio e il 32,7% con il secondo. Io faccio parte del primo gruppo…

Stupid Girls

L’altro giorno ho scritto questo post su Donne Pensanti e ieri sera Anita mi ha fatto vedere questo video di Pink che sembra proprio essere la giusta illustrazione al mio pensiero.

Sono stata molto contenta che mia figlia abbia capito e apprezzato il video. Le è piaciuta molto la parte in cui la ragazza demente si dà il lucidalabbra mentre guida e investe con nonchalance i poveri passanti e si è stupita solo per un dettaglio: “Ma dal chirurgo plastico ti segnano proprio con il pennarello?”
Anita è da sempre molto interessata alla cancelleria…