Alzeimer Fest

Tre giorni di festa, di musica, cibo, degustazioni, incontri, giri in barca, in bici, giochi per i bambini, il concerto della Banda Osiris e lo spettacolo di Paolo Hendel.

Dall’1 al 3 settembre, a Gavirate (un’ora da Milano in treno o in auto) sul lago di Varese, ci sarà la prima edizione dell’Alzheimer Fest, una specie di Oktober Fest ma meno alcolica, più allegra e vera.

Un raduno per festeggiare una malattia?

Sembra una cosa strana ma non è così: è un evento per combattere lo stigma su questa patologia sempre più diffusa. Qui si parlerà di Alzheimer anche in maniera più leggera, si condivideranno storie ed esperienze. Si cercherà il lato surreale della malattia, ma ci saranno anche approfondimenti, testimonianze, incontri con geriatri e specialisti. E’ una festa per sfidare la solitudine a cui condanna l’Alzheimer.

Quando qualcuno si ammala di nel nostro Paese diventa un problema personale. I famigliari dell’ammalato devono gestire la situazione al meglio delle loro possibilità e magari senza lamentarsi troppo. In solitudine, appunto.

In Italia gli ammalati sono un milione e ben tre milioni di famigliari che si occupano di loro.

Sono tanti, perchè la vita si è allungata e le malattie degenerative molto più frequenti. Un milione di persone che si isola dal mondo e vive in un universo parallelo di stranezze e demenza. Chi si prende cura di loro rischia di fare altrettanto, di perdere la brocca, di isolarsi. Convivere con l’Alzheimer è come abitare su un altro pianeta. Pochi, anche tra gli amici più empatici, riescono veramente a capire la nuova realtà in cui è precipitata la famiglia.

Opera di Maurizio Cattelan realizzata per Alzheimer Fest

Allora bisogna organizzarsi. Si fa rete. Per necessità e voglia di non soccombere a questo diavolo di malattia degenerativa che stravolge la vita alle persone che amiamo, sono nate molte associazioni di volontari e famigliari di ammalati di Alzheimer e una delle più “vivaci” si trova appunto a Gavirate.

Per capire meglio lo spirito della manifestazione guardate Il sogno di Mariuccia, un corto, ironico, delicato e commuovente, dedicato alle persone malate.

Opera creata da Maurizio Cattelan per Alzheimer Fest

Quando andiamo a casa?

Mariti che, dopo quaranta e passa anni di matrimonio, nell’oblio della malattia, chiedono insistentemente alla moglie di “mettersi insieme”, anziani che scappano di casa e si perdono nei boschi, persone che hanno un vocabolario oramai ridotto a due sole parole. E una madre che, in piedi sulla soglia della sua cucina, chiede insistentemente al figlio quando si tornerà a casa.

Dalla domanda, surreale e commovente, è mutuato il titolo di questo libro  che affronta il drammatico tema dell’Alzheimer: dal punto di vista  dei malati, delle loro famiglie, inframmezzando storie di vita a notizie scientifiche e fotografando la situazione italiana e anche quella europea. (ad Amsterdam un centro specializzato è stato denominato Dementia Village!)

Nel nostro Paese sono un milione le persone che soffrono di demenza e l’Alzheimer, la forma più diffusa, colpisce almeno il 60% dei malati, con settantamila nuovi casi all’anno. La vita si allunga sempre di più e le malattie degenerative aumentano, ma la rete di assistenza è molto carente, il mondo della politica e l’opinione pubblica tendono a ignorare le problematiche di questa patologia e i malati restano soprattutto a carico delle famiglie.

Michele Farina, in questo libro, tributo affettuoso e toccante a sua madre (vittima di un Alzheimer precoce) racconta episodi molto personali e sa farlo con impagabile leggerezza. Riesce ad esplorare il doloroso pianeta dell’Alzheimer, attraverso incontri con i malati e le loro famiglie, raccontando i disagi ma anche gli aspetti più imprevisti e teneri della trasformazione che subiscono le persone affette da questo tipo di demenza.

Riporta schegge di vita familiare dove figli devono trasformarsi in padri e madri dei loro genitori ammalati, anziani che sono capaci di relazionarsi con bambolotti meglio che con la propria moglie. Malati che stanno meglio solo se vanno a ballare o seguono una partita di rugby. Il grande merito di questo libro è di liberare dai sensi di colpa, vergogna  e/o di inadeguatezza di chi convive con un malato di Alzheimer. Leggendo queste testimonianze ci si convince che qualsiasi “stranezza” sia lecita per far star meglio un ammalato, perchè è senz’altro frutto di amore.