Faccio After

Sono diventati famosi cantando e ironizzando sulle abitudini (purtroppo verissime) dei liceali milanesi. Hanno iniziato con video autoprodotti nel parco vicino a scuola e adesso fanno serate ovunque e hanno un contratto con una casa discografica. Hanno scelto di chiamarsi Il Pagante, riferendosi allo sfigato che non ha il pass e perciò non riesce a entrare e bere gratis nei locali il sabato sera. L’ironia dei loro testi è fulminante, sono l’evoluzione dei bambini cresciuti con le merendine, infatti cantano:

“Nel Mulino che vorrei entro in pass e bevo Grey

 

Le canzoni più famose sono sullo slang degli adolescenti: balzare, sbocciare, evitare lo sbatti e fare after, cioè tornare a casa molto tardi la mattina dopo aver sbocciato tutta la sera.

Sull’after, l’inizio di questo video è molto divertente con la telefonata della madre che si chiede dove caspita sia finito il figlio. Lui risponde scocciato, ma nella rubrica la mamma è segnata con un cuoricino, quindi un po’ vizioso ma tenero!

I modelli giovanili ritratti da Il Pagante non sono per niente edificanti, non rappresentano certo i figli che i genitori sognano (se non hanno incubi).

Ma so’ ragazzi…

Dopotutto chi non ha mai fatto after?

Ai miei tempi, a Riccione dopo la discoteca andavamo in spiaggia ad aspettare la mattina e una volta, con un po’ di amici, ci siamo anche mangiati tutto il cabaret di bomboloni che incautamente il fornaio aveva lasciato fuori dalla porta del bar dello stabilimento balneare, prima che aprisse. Ricordo ancora quanto fossero buoni.

E non c’erano i cellulari e nessuno poteva telefonare per dirti di tornare a casa 😉

(Ah, che bei tempi! Che nostalgia, nel secolo scorso ero proprio una bad girl!)

Scuola genitori: un nuovo appuntamento

Le punizioni corporali non servono a nulla, anzi sono deleterie. Lo so per esperienza, da ex bambina picchiata. Ne sono profondamente convinta e non mi stancherò mai di ripeterlo.
Per questo vi segnalo un nuovo appuntamento della Scuola Genitori, di Daniele Novara, intitolato Punire non serve a nulla, in cui si spiega perchè la mortificazione, non è mai un mezzo educativo.
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L’appuntamento presso l’Auditorium Don Bosco, in via Melchiorre Gioia, a Milano e l’ingresso è gratuito.

Come antipasto vi lascio con alcune considerazioni di Daniele Novara sull’argomento:

C’è una convinzione dei genitori italiani che, è davvero dura a morire: parlo dell’idea che i bambini possano imparare qualcosa quando sono picchiati o umiliati.
Certo, ormai nessun genitore ammette più pubblicamente di essere a favore delle punizioni corporali, anzi. Eppure quando aumenta la confidenza c’è sempre qualcuno, nella maggiore o minore approvazione dei presenti, che se ne esce con: “Però quando ci vuole ci vuole: una bella sberla non gliela toglie nessuno e vedrai che dopo ci pensa due volte prima di rifarlo!”
Il problema è che ormai le ricerche scientifiche che smentiscono questa convinzione sono troppe e troppo dettagliate per poter nascondersi ancora dietro l’idea che, anche solo in qualche caso, la punizione fisica possa davvero funzionare. È piuttosto chiaro: quando i bambini sono picchiati o umiliati imparano sicuramente qualcosa, purtroppo però non quello che i genitori vorrebbero insegnare.
Prima di tutto, le punizioni fisiche, o comunque le punizioni degradanti, indeboliscono e minano il legame tra genitori e figli. Se un rapporto di fiducia reciproca è alla base di uno sviluppo sano, quando i genitori puniscono fisicamente o emotivamente i bambini, essi impareranno che i genitori non sempre li proteggono: questo produce difficoltà emotive, e spesso anche comportamentali.

Poi: le punizioni umilianti, fisiche o meno, compromettono lo sviluppo emotivo dei bambini. Quando un adulto, un genitore o qualcuno che esercita un ruolo educativo su un bambino, utilizza le punizioni, produce spesso l’effetto di minare l’autostima dei bambini. I bambini hanno bisogno di sentirsi accettati, accolti.
Inoltre, le punizioni fisiche possono generare sentimenti di rancore e ostilità nei confronti dei genitori che i bambini non riescono a esprimere direttamente generando sentimenti di rabbia e risentimento repressi. E si è verificato che questo genere di punizioni diventa un modello di risoluzione aggressiva delle situazioni conflittuali che il bambino cercherà poi di riprodurre nei propri rapporti di forza. I bambini che subiscono punizioni fisiche tendono a diventare più violenti, a essere coinvolti in episodi di bullismo e anche ad aggredire i futuri partner, mentre i bambini che subiscono punizioni umilianti hanno maggiore probabilità di mentire, rubare e ricorrere alla violenza.

Le feste in famiglia sono dure per tutti: Madonna docet

La tradizione vuole che le feste natalizie siano passate in famiglia con grande gioia e condivisione. Peccato che spesso i ricongiungimenti famigliari si rivelino un po’ pesanti.
La mia dottoressa ha detto che in questo periodo il consumo degli psicofarmaci balza alle stelle. Ma fortunatamente è un fenomeno molto democratico: colpisce i poveri mortali e anche i vip. Capita anche ai più famosi e invidiati.
Prendiamo Madonna che proprio in questi giorni ha dovuto ricorrere al giudice perchè il rapporto con il figlio quindicenne Rocco si è guastato. L’adolescente non voleva passare il Natale con lei, la critica come educatrice ed è arrivato anche all’affronto più grande per una madre 2.0: l’ha bloccata su instagram!
Ma Madonna per quanto anapologetic bitch è sempre una mamma e cosa ha fatto oggi?
Ha postato oggi una foto, tenera-tenera, sul suo profilo instagram: lei qualche anno fa, felice e poco truccata, con tutti i suoi pargoli.
A questo punto cosa farà Rocco, si ricrederà?
Bannerà su instagram la matrigna (seconda moglie del padre) e ri-accoglierà Madonna?
Dopotutto i social sono comodi per cambiare idea su una persona: basta un click!
Rocco pensaci.

Mustang: la discriminazione femminile in primo piano

Cinque sorelle adolescenti segregate in casa, dalla nonna e dallo zio, per evitare assolutamente tutti i contatti con i ragazzi. Per non rischiare di perdere l’onore. E un escalation di soprusi che hanno come fondamento la discriminazione femminile: succede in un villaggio costiero della Turchia ai giorni nostri. Anche se dai comportamenti e dalle leggi ancestrali del capofamiglia sembra di essere ancora nel Medioevo. Questo racconta Mustang il primo film di Deniz Gamze Erguven, talentuoso regista turco esordiente. La colpa delle ragazze (orfane) è stata quella di festeggiare la fine della scuola andando a divertirsi sulla spiaggia insieme ad alcuni compagni maschi. E giocando, tra le onde, hanno dato scandalo.
Allora per punizione le cinque sorelle vengono rinchiuse in casa, private di tutto ciò che potrebbe essere troppo femminile e peccaminoso, addestrate a cucinare e cucire per diventare delle brave mogli mussulmane.
Il tema ricorda molto Il giardino delle vergini suicide di Sofia Coppola. Anche qui c’erano cinque adolescenti imprigionate in casa dai genitori, però nella cornice degli Stati Uniti, i folli erano solo i genitori iper bachettoni. In Mustang invece c’è anche l’islamizzazione della società e il contorno della vicenda è più intimo, commovente, ma nello stesso tempo riesce a essere vivace. Le ragazze infatti anche se recluse conservano, a tratti, il loro irriverente spirito adolescenziale. Giocano, cercano di divertirsi e studiano come ribellarsi. Ma i matrimoni combinati, per salvare il buon nome della famiglia (di aguzzini), vengono organizzati in fretta e sarà solo la più giovane a riuscire a pianificare una vera fuga. L’obiettivo sarà raggiungere Instabul, per ritrovare una professoressa della scuola che si è trasferita a insegnare là.
E’ un film bellissimo, toccante e coinvolgente, che riesce a denunciare una barbarie che, purtroppo ai nostri tempi, esiste ancora. Da vedere, magari anche nelle scuole perchè riesce a insegnare, più di mille discorsi, l’importanza della libertà e del rispetto.

Città di carta: blockbuster mancato

Questo film è la trasposizione cinematografica dell’omonimo bestseller dell’astutissimo John Green che mescola abilmente gli ingredienti giusti per abbindolare gli adolescenti (insicurezza, ribellione, idealismo, bullismo, sfiga, amore, un pizzico di sesso e trasgressione).
La protagonista si chiama Margo (così un nome un po’ eccentrico senza la “t” finale e già questo dovrebbe insospettire sulla consistenza storia) ed è una ragazza ribelle, ovviamente bella, ma soprattutto misteriosa.
Di lei è innamorato perdutamente il suo dirimpettatio, coetaneo e compagno di scuola, bruttino, timido e nerd.
Margo, giustamente, lo ignora per tutti gli anni del liceo. Poi una notte entra dalla finestra della sua camera da letto e gli chiede, in maniera perentoria, in prestito la macchina.
Qui comincia l’avventura, il povero nerd si immagina un futuro al fulmicotone con Margo e invece il giorno dopo lei sparisce nel nulla.
Per ritrovarla il nerd comincia a cercare indizi (stranamente di carta anche se è un nativo digitale) e il film qui mi ha ricordato molto quello di Scoby-Doo , infatti coinvolge due amici e due amiche, li carica in macchina per una ventina di ore e la ricerca di Margo è verosimile e appassionante come quella degli investigatori del cagnolone.
Non dico altro sulla trama per non spoilerare, però ho fatto una piccola inchiesta fra gli adolescenti che hanno visto il film e purtroppo non sono stati troppo soddisfatti dal finale. Forse per questo non è stato un blockbuster come quello tratto dalla precedente opera di Green, Colpa delle stelle, anche se per la parte della bella Margo hanno scelto Cara Dellevigne la super top model londinese, amatissima dalle ragazze di tutto il mondo.
Un modello da emulare (sic!) anche se la bio di Cara è impossibile da ripetere, noi al massimo abbiamo Aurora Ramazzotti che fa scalpore come “figlia di”, mentre la bionda Delevigne ha come padrino un pezzo grosso della Conde Nast, come migliore amica d’infanzia la figlia della titolare di Storm Models, che l’ha scritturata da giovanissima, come madre una socialite un po’ tossica ma molto ben introdotta negli ambienti royal. E come zia Joan Collins (se mai servisse). Ora Cara sta diventando attrice, ha molti film in uscita, attendiamo fiduciosi.

 

Gli anni bui delle medie

Ieri pomeriggio ho visto donne affannate che trasportavano teglie.
Papà con cassette di bibite.
Nonne con cestini di panini.
Tutti di corsa.
A scuola, mentre finivo di ascoltare il saggio della mia classe già la scena stava cambiando e cominciavano ad allestire per la festa. Pizzate, buffet, apericena (?) o dopocena.
Qualsiasi cosa va bene per celebrare la fine dell’anno scolastico (anche se è freddo come alla recita di Natale).
Siamo alle medie, la terra di mezzo.
Il momento meno brillante del curriculum scolastico dei nostri figli.
Alla materna erano buffi e teneri.
Alle elementari simpatici e bricconi.
Passa un attimo e sono alle medie: già ribelli.
E la seconda media è l’anno peggiore.
Mentre in prima sono un po’ spaesati, l’anno successivo i ragazzi esplodono e diventano ibridi alieni.
Tutte le diversità devono convivere.
Meravigliosi teenagers vestiti tutti con le stesse marche che affrontano il mondo armati di iPod.
Ci sono i bassetti, gli spilungoni, i bulli, le vamp e le bambinette.
Brufoli, apparecchio, trucco improponibile, capelli piastrati, vocine e vocioni, peli superflui, sopracciglia depilate ad ala di rondine, push-up ma anche ascelle puzzolenti, overdose di gel e parolacce.
Ma soprattutto guerra all’ultimo sangue fra le Belibers, fan di Justin e le 1D, le acerrime nemiche, fan degli One Directions.
E di conseguenza anche i genitori diventano strani: non si racappezzano più.
E sparano al bersaglio più facile: il professore.
Ma non bisogna disperare, le scuole superiori sono dietro l’angolo e al liceo è bellissimo: nessuno pronuncia la parola pizzata e scrive TVTTB.

P.S. Mi hanno appena fatto notare che nella lista delle tipologie ho dimenticato i rapper: è verissimo, in seconda media è pieno di rapper! Oggi mia figlia ha rappato accompagnandomi (di mala voglia) a fare la spesa al super.

Quando iniziano a volare

Svolta epocale: oggi la mia primogenita è andata, per la prima volta, in centro a Milano da sola con l’autobus.
Evento della stessa importanza dello svezzamento, spannolinamento, ingresso alla materna, ecc.
Lunedì comincerà il liceo che raggiungerà appunto in autobus, insieme abbiamo già provato alcune volte il tragitto, ma oggi ha voluto farlo con una futura compagna di classe.
Questa sua amica è fisicamente molto simile a mia figlia: entrambe sono alte 1,75, hanno capelli biondi lunghi, un notevole stacco coscia, una passione per i pantaloncini corti e una delle due, putroppo, ha anche le tette.
Perciò, capirete, che erano giorni che cercavo di posporre la loro gita.
Fortunatamente ci sono manifestazioni di piazza, sciopero dei mezzi e il progetto è stato spostato avanti nel tempo. Ma le ragazze incalzavano.
Ne ho parlato con Sant’: “Prima o poi dovrà andare”
Ne ho parlato con Anita: “Stai attenta a questo, a quello, il telefono, il portafoglio…mettiti i pantaloni lunghi…non parlare agli sconosciuti…non comprare elefantini di ebano”
“Ma dai mamma, stai tranquilla, il mio amico F, va sempre”
“Echissenefrega! F è un maschio brufoloso!”, non avrei mai creduto di arrivare a dire cose del genere ma l’ho fatto.
Nella mia testa visualizzavo due turiste svedesi negli anni’70, concupite da bagnini di Riccione.
Che agitazione.
“Mamma, poi mangiamo il sushi alla Rinascente”
“Perchè allora non andate da Just Cavalli Cafè? O da Nobu? Siete impazzite?! Ti finanzio solo un panino, al massimo un panzerotto!”
Stamattina è partita.
“Mamdami un sms appena atterri…cioè… arrivi”

Sweet fourteen vs. vecchia rimba


Anita, l’altro ieri, ha compiuto quattordici anni.
La prova che oramai sia grande l’ho avuta dal fatto che nella rubrica del mio cellulare non ho più i numeri delle mamme delle sue amiche, ma direttamente quelli delle ragazzine.
Abbiamo celebrato, Emma è stata carina e generosa con la sorella maggiore,
ma si sa, i compleanni degli altri rendono sempre un po’ invidiosi. Così per stemperare la frustrazione della non festeggiata ho pensato di fare un regalino extra a Emma.
Per caso, ravanando tra i miei gioielli ho trovato un anellino che avevo comprato un sacco di anni fa. Un serpentello con l’occhio di rubino, uguale a uno che avevo da piccola. La mia secondogenita ama molto gli egizi e questo accessorio da Cleopatra mi sembrava perfetto.
“Emma guarda ti piace? Lo vuoi?”
“Che bello, mamma, davvero me lo regali?”
“Certo!”
Ci baciamo per suggellare l’importante momento di bonding madre-figlia. Emma è felicissima, le racconto che portavo quel tipo di anello anch’io da piccola e tutto sembra meraviglioso.
Poi torna Anita. Emma le mostra orgogliosa il gioiello.
“Quello è il mio nuovo anello”
“Non è possibile. E’ mio”
“No, è mio. Me l’ha regalato oggi la mamma”
“Ti sbagli. Questo anello l’aveva già regalato a me un po’ di tempo fa”
Vorrei sparire. Non ricordo assolutamente di averlo già regalato ad Anita, ma potrebbe anche essere.
“Mamma, l’avevi già dato a me un po’ di tempo fa!”, insiste la mia primogenita.
Provo una debole difesa: “Ma sei sicura?”
Capisco improvvisamente l’amnesia del bigamo.
Sono come Sarkozy che aveva regalato a Carlà e all’ex moglie lo stesso anello.
Sono come Mr.B che compra i gioielli in serie e regala lo stesso modello a tutte le amichette.
Che vergogna.
Un’ultima patetica via d’uscita in extremis:
“Ma perchè l’anello era ancora fra le mie cose? Allora non ti piaceva?”
“Emma può averlo in usufrutto!”, taglia corto magnanima Anita dall’alto della saggezza dei suoi nuovi quattordici anni. E serenamente si rimette le cuffiette dell’i-pod.

Conversations

Alcune mamme blogger riportano le conversazioni dei loro piccolini, mentre io ho pensato di illustrare quelle con un adolescente.

Arrivo nella camera di Anita, vedo il disordine e caccio un urlo.

Lei mi prende per i fianchi, mi gira verso la porta, accenna a un trenino e mi esorta: “Conga!”

Ieri sera a tavola illustro il menù per sapere cosa vuole mangiare:

“Allora ci sono: il tortino di verdura, le crocchette di patate, il polpo e le carotine”

Non vedo segni di risposta, allora insisto: “Dì qualcosa”

Lei mi risponde: “Fico!”

P.S. Se volete sapere se riciclo l’umido (in questo caso dove sono finiti i resti del tortino) potete leggere questa intervista su Babygreen

Notti brave

Conversazione di ieri con Anita.
“Mamma devo dirti una cosa horror, ma non ti arrabbiare”
“Sono tutta orecchie…”
“La mia cartella ha passato la notte fuori”
“E ha bevuto”
“No, no, è vero”
“E’ tornata alle 5, incinta?”
“No mamma, non scherzare…ha passato la notte fuori…di fianco alla macchina nel parcheggio”
“???”
“Quando prima sono andata a prendere le cartelle dal baule della tua auto, ma la mia non la trovavo. Mi sono preoccupata, poi l’ho vista. Era fuori, me l’ero dimenticata lì”
“Chi vuoi che rubi una cartella, qualcuno che vuol fare i compiti?”, interviene Emma.
“Ma dentro avevo il telefonino”, confessa piano Anita. Poi aggiunge con ottimismo:
“Meno male che non viviamo nel Bronx, vero mamma?”

S.O.S adolescenza

Domenica mattina. Come altre volte mi sveglio nella casa silenziosa. Tutti dormono. Vado in cucina quatta quatta e mi preparo la colazione; pregusto una libidinosa e solitaria lettura dei giornali (in arretrato). Sto per sedermi con il quotidiano già aperto davanti alla tazza del cappuccino spolverato alla cannella, quando in cucina arriva Emma.
“Ciao, mi sono svegliata così ti faccio compagnia”
Mi alzo, reprimo un porcavacca di ingratitudine, e preparo la colazione anche a lei.
Mi risiedo, Emma mi guarda e dice:
“Vuoi sapere come si dividono gli adolescenti?”
“???”
“Prima ci sono i tredicenni che non sono grandi ma nemmeno piccoli e cominciano a dare fastidio”
La guardo interrogativa e lei continua:
“Poi ci sono quelli tra i quattordici e i diciotto anni che sono sempre arrabbiati e musoni”
Mi chiedo se mia figlia sia posseduta dallo spirito di Pietropolli Charmet, lo psicologo più famoso esperto in problematiche sui teen-agers. Poi mi viene in mente che sulla mia scrivania avevo lasciato un ritaglio su un libro che voglio comprare che parla dell’evoluzione del cervello degli adolescenti.
“Hai letto queste cose sul ritaglio?”
“No, lì non si capiva niente…queste cose le so io…poi dopo a diciotto anni diventi adulto e forse normale”
Continuo a guardarla senza dire niente. Allora lei continua:
“Ma una volta non era così…”
Allora capisco, vuole compiacermi. Pensa che sia una babbiona, tipo nonno Simpson, che anela i bei tempi andati?
“Grazie Emma dell’analisi, ma è sempre stato così…io ero anche peggio”
Sembra un pochino delusa, ma neanche troppo. Affonda il cucchiaio nei Chocopops e inizia a mangiare.
In questo periodo Emma vive un momento di particolare successo in famiglia, dopo lunghi anni in cui è stata considerata (giustamente) la rompiballe, ora è diventata una piccola saggia, ragionevole e disponibile.
La nuova situazione di prestigio le piace e cavalca l’onda. Se può mietere consensi ci dà dentro. E soprattutto se può provare che anche i libri, o i ritagli, sostengono nero-su-bianco che chi dà veramente fastidio, tra noi, è sua sorella maggiore perchè è un’adolescente, (ufficialmente da una settimana, da quando ha compiuto tredici anni) è contenta.
Insomma anche lei fa la sua piccola campagna elettorale.

Così crescono…

Ieri siamo andate a fare la visita medica sportiva agonistica per Anita, richiesta dal “suo” maneggio. E’ stato necessario più di un mese di prenotazione, perciò anche se ancora non è andata a scuola dopo l’influenza, essendo sfebbrata ho pensato che stesse abbastanza bene per la visita. L’avevamo già fatta un paio di anni fa, ma allora non avevo notato un parterre così interessante nella sala d’aspetto.
Ieri infatti tutti i ragazzini che dovevano farsi visitare erano pre-adolescenti: boys and girls.
Quindi l’atmosfera era tutt’altro che allegra e rilassata.
Non c’è niente che un pre-adolescente odi di più che una visita medica.
Musi lunghi, capelli piastrati, sguardi nel vuoto, pantaloni a vita bassissima con boxer in paramount, brufoli e soprattutto scarpe da ginnastica firmate con stringhe di due colori diverse. E chiuse come va di moda, con le stringhe all’interno che lasciano il piede libero e un po’ ballerino all’interno.
Una mamma si vantava a voce altissima di quanto sua figlia fosse brava a gestire la sua carriera agonistica di ginnasta, ma anche sciatrice provetta. Gare di qua, gare di là. Anche all’estero.
Un’altra mamma seduta al suo fianco, le ha chiesto timidamente:
“E i compiti?”
“Mia figlia arrriva a casa allle ore X, alle X e 10 mangia, poi alle X e 30 inizia i compiti e dopo un’ora agli allenamenti! Così tutti i giorni! E’ bravissima!”
“Ah pero’ che organizzazione!”, ha commentata l’altra un po’ perplessa. Suo figlio invece oltre a essere un po’ grassottello, quindi forse non era neanche un asso nell’eventuale sport agonistico scelto, non aveva un cavolo di voglia di fare i compiti:
“Da noi invece è una lotta tutti i giorni ….”
Ma la mamma strafica non ha avuto pietà, nè consigli. Ha fatto solo un sorrisino di compatimento.
La sala d’aspetto era gremita. Avevo messo le nostre giacche su una sedia, ma poi una signora di fianco a me ha preso in braccio la sua bambina: una marcantonia alta almeno un metro e settantacinque che le stava a malapena sulle ginocchia e sembrava schiacciarla.
Allora ho preso in braccio le nostre giacche e le ho offerto la sedia.
Mi hanno guardato stupite:
“No, no grazie. Preferisce stare qui, in braccio. Così almeno ci facciamo le coccole!”
Sorridevano tutte e due di un beato amore madre-figlia.

Esserci ma non esserci…

La riga uno, di pagina uno, di un qualsiasi manuale di sopravvivenza per genitori di figli adolescenti o pre-adolescenti dice: “Dovete essere vicino ai vostri figli senza imporvi…”
Essere presenti ma invisibili.
Ieri ho messo in pratica per la prima volta questo fondamentale concetto. Era, per Anita, l’ultimo giorno di prima media, usciva alle 14 e dopo ci aspettava un tour de force di commissioni che sarebbero poi terminate con l’accompagnamento a una festa a casa di una compagna di scuola.
Perciò la sera prima le ho detto: “Domani niente scuolabus per tornare a casa, vengo a prenderti così mangiamo un panino e poi andiamo dal dentista che è lì vicino e blah…blah…”
Mi ha guardato e detto un po’ preoccupata: “Ma domani devo salutare i miei amici….non offenderti mamma…”
“Ok, non mi vedrà nessuno. Ti aspetto nel bar in fondo all’angolo. Quando hai salutato tutti, vieni lì”
“Ma sei offesa?”
“No, no, figurati”, il mio naso si allungava come quello di Pinocchio.
Così ieri io ed Emma camuffate come Barnaby Talpa ci siamo messe in un tavolo d’angolo del bar e abbiamo spiato da dietro le tende:
“Emma se vedi qualcuno che si sta baciando ti do cinque euro”
So che alcuni dodicenni della scuola già si imboscano e si baciano furtivamente e speravo in uno scoop.
“Mamma ma che schifo!”, mi ha risposto Emma.
Poi attizzata dall’idea del facile guadagno: “Davvero, cinque euro?”
Purtroppo non abbiamo sorpreso nessuno in flagrante.
Però dopo un po’ è arrivata Anita.
“Tutto bene tesoro?”, dolce e falsa come una buona mamma di preadolescente.

Manine morte

Bambini di prima media che palpeggiano furtivamente le compagne.

Le stesse che erano con loro all’asilo. Maschietti che sembrano solo bambini, non ragazzi, che dicono ridacchiando: “Ma a loro piace!”

Ragazzini che sono passati dai Gormiti alle “curve” in un colpo solo.
Manine morte che così si giustificano: “A quelle racchie piace di più!”
Come dicevano, ottanta e passa anni fa, ai tempi di mio nonno.
Adolescenti che non sono rumeni.
Sono solo ipersessualizzati, da tutto quello ci circonda.
Il discorso sarebbe vasto e molto triste.
Mamme dei maschi dovete fare qualcosa.
Mamme delle femmine dobbiamo fare qualcosa, anche solo spegnere la tv.

Intuito


L’ispirazione arriva da un commento di Tanaka al post precedente:
da cosa si intuisce che tua figlia è diventata grande?
-Quando si prepara i dolci del compleanno da sola.
-Quando come regali chiede un paio di scarpe e una T-shirt.
-Quando telefoni alle altre madri delle invitate alla festa e queste si stupiscono dicendo:
“Ma mia figlia non aveva già confermato ad Anita?”
-Quando due invitate hanno le tette.
-Quando altre due arrivano con una piccola borsa.
-Quando le regalano il suo primo profumo.

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