Giro in bici- seconda parte

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Dopo il primo giorno di diffidenza ortunatamente la simbiosi con la bici è stata totale. Come fra il cavaliere e il suo fido destriero. Altrimenti non saremmo mai riuscite a rimanere insieme per sei lunghi giorni, a scorazzare sulle rive del Danubio, prendere traghetti per attraversarlo, scegliendo i lati migliori delle piste ciclabili, affrontare i lunghi ponti delle dighe. Col bello e il cattivo tempo.
Purtroppo è stato quasi sempre coperto, come si nota anche dalle foto, il cielo sopra di noi era nuvoloso. Ma visto l’andazzo metereologico generale, siamo stati anche abbastanza fortunati perchè non abbiamo mai beccato un vero acquazzone. Solo qualche pioggerellina e un po’ di vento. Così per temprare lo spirito. E poi consolarci, mangiando più strudel.
A proposito di cattivo tempo, una cosa un po’ triste sono stati i girasoli. Per la prima volta in vita mia ho incontrato campi di girasoli depressi. Infatti probabilmente dopo aver tentato invano di girarsi verso il sole, inesistente, i fiori guardavano mestamente in basso. Per terra, con tristezza. Avevano perso la speranza.
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Ma se i girasoli erano malmostosi, gli uccelli invece erano in festa. Le rive del Danubio sono il paradiso del Bird watching, era pieno di casupole in legno per osservare meglio e nel cielo abbiamo visto volare anche le cicogne.
Ma per chi è curioso di provare una vacanza dal genere e ha ancora qualche dubbio, ecco una piccola serie di FAQ:
-E’ vero che pedalo troppo mi verrà male alle chiappe?
Purtroppo sì, per ovviare all’inconveniente ho comprato dei pantaloni da ciclista da Decathlon, erano imbottiti con una specie di pannolone per incontinenti ma non serviva a nulla. Solo a sentirsi più impacciati. Il secondo giorno l’ho tolto ed è stato quasi un sollievo. Forse esistono dei pantaloncini molto più costosi e comodi. Mi dispiace non averli comprati.
-E’ vero che non ci sono salite?
Quasi del tutto vero. I primi giorni si pedala nei boschi, lungo il fiume in pianura ma nel nostro itinerario, il quarto giorno, quando oramai ci sentivamo dei gran fichi del ciclismo, il programma prevedeva il passaggio attraverso la valle dei vini che prevedeva soste in deliziosi villaggi medievali. E come ben sappiamo nessuno ha mai costruito un delizioso villaggio medievale in pianura. Se non sono stati distrutti dai vari conquistatori, usurpatori, orde di barbari o vicini incarogniti è perchè potevano proteggersi su un altura e quindi, maledetti, sono in salita. Quella peggiore era del 14%, meno male che avevo imaprato a usare il cambio.
-E se è sempre brutto tempo, che faccio?
Oltre a imprecare, nelle varie guide e nei consigli di itinerario è previsto sempre un piano B. Tipo farsi la tappa in treno, anzichè in bici, in traghetto, ecc. Noi un giorno abbiamo preso un taxi furgone per scendere a valle da un albergo che si trovava in collina e devo dire che c’è stata la tentazione di farci portare direttamente alla tappa successiva comodi comodi. Avevamo già pensato di nasconderci in pasticceria fino all’ora del meeting con gli altri.

Da Passau a Vienna in bici- prima puntata

 

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Quest’anno le vacanze sono state itineranti, abbiamo sfidato la sorte, il maltempo e anche la ciccia scegliendo di fare in bicicletta un percorso di circa 335 km, dalla città tedesca di Passau a Vienna. Pedalando dai 40 ai 60 km al giorno in pianura, seguendo le piste ciclabili in riva al Danubio (che purtroppo non è per niente blu, ma piuttosto di un colore verdastro un po’ deludente). Questa impresa epica l’abbiamo realizzata affidandoci a Girolibero che ci ha fornito l’itinerario, le bici a noleggio e ogni giorno si occupava di trasportare i nostri bagagli nell’hotel della destinazione successiva. Abbiamo attraversato vari villaggi, paesi e città come Linz e Krems.
Siamo arrivati a Passau in auto (6-7 ore di viaggio senza litigare un record), abbiamo dormito in albergo e capito che questo tipo di vacanza la potevano proprio fare tutti, infatti tra i compagni di avventura c’erano persone di ogni tipo. Coppie giovani, coppie anziane, coppie con bambini piccoli da mettere sul seggiolino e sul carrettino, coppie con cane da mettere sempre sul carrettino (meno nuovo di quello usato per i pargoli, comitive di ragazzi, famiglie con adolescenti, famiglie arcobaleno, giovani meno giovani, magri e meno magri. Fumatori e non.
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La mattina del primo giorno c’è stato il primo delicatissimo passaggio: la scelta della bici, la compagna fedele dei sei giorni di avventura on the road. Mentre per il resto della famiglia questo passaggio è stato facile, io ho avuto subito dei problemi. Mi avevano affibbiato una bici troppo alta. Ho fatto il primo giretto di prova attorno al capannone delle bici e ho quasi deciso che non sarei mai partita. La bici mi faceva paura!!!!
Alla fine dopo vari tentativi sono riuscita farmi dare una bici con il telaio più piccola e ho fatto abbassare completamente la sella. Sembravo una nana su una BMX, quando pedalavo avevo le ginocchia in bocca ma ero contenta: da ferma potevo mettere giù i piedi. Ho fatto un altro giretto di prova dietro al solito capannone e sono stata notata da due anziane signore cicliste tedesche. Guardandomi hanno scosso amaramente la testa,  poi mi hanno fermato dicendo con convinzione cose che non ho capito, condite da tanti “Nein! Nein!”
Ho risposto in inglese dicendo che la volevo bassa perchè altrimenti avevo paura.
Le signore hanno cercato di dissuadermi, continuando a scuotere la testa e a spiegarmi con altri “Nein” che pedalare così non andava bene. Non potevo.
Allora ho sorriso, ho ringraziato con un bel “Danke” e sono ripartita con la mia bici ridicolmente bassa.
Ma dopo 15 km, sulla prima pista ciclabile per uscire da Passau ho realizzato che le vecchie carampane avevano ragione. Avevo già un male alle gambe tremendo. Così ho alzato la sella e imparato a pedalare come una persona normale, tanto era tutta pianura.
E con la nuova bici si stava già instaurando un certo feeling!

Vacanze romane

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La settimana scorsa siamo andate a Roma.
Pochi giorni prima della partenza stavo organizzando insieme ad Anita l’itinerario delle nostre visite.
“Allora dove siamo noi?”
“In Via Giulio”
“Ma mamma!”
“??!?!?”
“Sarà Giulio Cesare!”, certo, era schifata perchè fa il liceo classico.
Turbata, mi informo meglio e scopro che invece è proprio solo Giulio.
Arriviamo a destinazione e come d’accordo appena uscita dalla metro, telefono alla padrona di casa per avvisare che siamo arrivate.
“Via Giulio 25”, mi precisano.
Così trasciniamo i trolley fino al 25 e invece del portone troviamo “Mamma pizza”.
Emana un profumino buonissimo, spacciano pizze al trancio che sono una favola.
Emma è contenta, dice che per lei va bene. Possiamo entrare lì, ingozzarci e poi vediamo.
Anita invece scalpita.
“Avrai capito male! Richiama!”
“Scusi il civico?”
“Venticinque”
Riproviamo, ma c’è sempre la pizzeria.
“Richiama!”
Non mi rispondono.
Allora andiamo al 23, al 20 e poi anche al 17.
Niente. Emma ha fame. Insiste per farsi un trancio. Anita invece perchè continui a telefonare.
Dopo un quarto d’ora scorgiamo una vecchietta che si agita in mezzo alla strada.
E’ il nostro contatto.
Giulio venticinque era solo il nome della strada.

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Dopo questo inghippo iniziale è andato tutto bene, abbiamo camminato un sacco. Visitato musei meravigliosi, visto la mostra di Frida Kahlo, ci siamo nutrite di pizza, supplì e soprattutto dei gelati fantastici di Fata Morgana.

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L’unico neo della vacanza è stato l’attacco di panico che ho avuto quando mi è venuto in mente di prendere un risciò a Villa Borghese. Vedendo una serie di famiglie felici che scorrazzavano avanti e indietro su e giù per le colline, ho pensato che fosse divertente fare altrettanto.
Quando è stato il momento di scegliere se prendere quello con la pedalata facilitata (con il motorino), da dura e pura del fitness ho deciso che avrei pedalato. Solo pedalato!
Infatti alla prima salita mi sono quasi messa a piangere.
Poi sono scesa a spingere.
Risalita ho litigato con il volante, che era finto. E disobbediente. Non girava come volevo.
Ho piantato un gran capriccio. Detto che avevo paura e mi sono fatta lasciare in un panchina.
Ho rinnegato gli anni di esperienza come pilota di risciò a Rimini e Riccione.
Che vergogna!
Le mie figlie hanno cercato di non ridere, sono partite felici. E tornate a riprendermi un’ora dopo.
Mentre ero seduta ad aspettare, smanettavo nervosamente su Instagram e rimpiangevo i momenti in cui i capricci li facevano loro.

pincio

gianicolo

Comunicazione efficace


Sono tappata in casa con la febbre, il mal di gola e la tosse.
Sant’ mi ha guardato e commentato: “Come sei abbronzata di solito quelli che tossiscono come te sono bianchi!”
Gli ho lanciato un’occhiataccia e tra una tachipirina e l’altra ho ripensato alla mia vacanza (sono sicura di aver acchiappato un virus in aereo, luoghi malsani pieni di aria riciclata!) e al mio massimo momento di gloria comunicativa.
Di solito quando vado in vacanza cerco di parlare, se possibile, la lingua del luogo.
In Francia faccio le mie belle figuracce e in Inghilterra me la cavo abbastanza bene, ma in Grecia ero consapevole del mio handicap linguistico e, a parte l’aiuto di Anita che ha fatto un anno di greco antico al ginnasio e quindi mi aiutava a decifrare l’alfabeto e qualche parola, dovevo parlare in inglese.
In greco so solamente: kalispera-buongiorno, kalimera-buonasera, kalinichta-buonanotte, efharisto-grazie, parakalo-prego e tessera (che non so se si scrive così ma vuol dire quattro). Quindi ero un po’ frustrata nella comunicazione. Poi un giorno in spiaggia mi si sono sbloccati due neuroni arruginiti da tempo, mentre prendevo il sole mi è venuto in mente, così all’aimprovviso come si dice “Belli capelli”.
Ma certo! Orea Malia! Il famoso parrucchiere di Bologna che faceva tagli punk negli anni’80. E tutti si chiedevano: ma che caspita di nome è mai?
Entusiasta, ho condiviso la nuova parola con i miei cari che mi hanno guardato con compassione. Stolti.
Due giorni dopo, la moglie del figlio del proprietario del nostro albergo è andata dal parrucchiere. Taglio e colore.
La mia occasione. L’ho incrociata sulle scale e sorridendo con nonchalance ho buttato lì un grechissimo: “Orea malia!”
Secondo me nenache suo marito aveva notato nulla e così lei (a cui avevo sempre detto solo un timido kalinicta) stupitissima mi ha fatto un sorrisone. Mentre la mia famiglia è rimasta di stucco, invidiosa della mia fichissima interazione con i locali.

Fish therapy

Da quasi una settimana siamo al mare a Creta: caldo, sole, vento e grandi nuotate.

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L’altro giorno abbiamo fatto un giro a Xania, la città più vicina a noi, e tra le viuzze dietro al porto ho scoperto una strana Spa, specializzata in fish therapy. Infatti all’interno del salone c’erano tre vasche grandi come acquari domestici, dentro ai quali nuotavano tantissimi pesciolini argentati. Chi voleva farsi il pedicure immergeva le gambe fino a ginocchio e diventava cibo per pesci. Infatti i pescetti facevano merenda spiluccando la pelle secca (le cellule morte) dei piedi a mollo. Dieci euro per quindici minuti di bagnetto.
Due turiste adolescenti avevano già abboccato e stavano facendosi piluccare. Anita voleva provare, la proprietaria voleva tirarci dentro, ma ero scettica e così è riuscita ad appiopparmi solo la brochure. L’ho letta con attenzione e questo è il link del sito dove spiega tutto: questi pesciolini sono parenti delle carpe, vivono solo in acque molto calde, come queste intorno Creta, in Turchia e in Siria e amano sbocconcellare gli umani. Gentilmente non come i pirana ma comunque un po’ di impressione me la facevano.
Ma ieri c’è stato il colpo di scena, abbiamo sperimentato una nuova baietta (vedi foto), una meraviglia, acqua azzurra, trasparente e caldissima e chi ci trovo a sguazzare dentro?
I mitici pescetti che si ingozzano di cellule morte. Migliaia e migliaia di loro che naturalmente azzannano gratis. (E allora Anita ha detto che le fanno paura). A dire il vero non amano solo i calcagni, adorano anche mordere i polpacci. Sono piuttosto delicati, procurano solo un lieve pizzicorino.
Tornerò a casa con una pelle stupenda!

God save the King

A York i miei amici mi hanno trascinato all’evento del mese, il boot-car sale, il mercatino di brocantage che si tiene la prima domenica del mese, nella zona dell’ippodromo. Bellissimo perchè senza turisti, solo per indigeni e antiquari a caccia di affari. E nel mio piccolo anch’io qualche affaruccio l’ho fatto: mi sono comprata due tazze reali, quelle belle kitsch e celebrative degli eventi che coinvolgono la Royal Family.

Anita mi aveva già regalato questa qui sopra, celebrativa del Diamond Jubilee, comprata in un negozio di souvenir, ma quando al mercatino ho scoperto due esemplari vintage non ho saputo resistere: la prima è commemorativa dei 60 anni di Elisabetta, e dietro c’è anche il testo di God save the Queen.

Quando credevo di essere più che soddisfatta e stavo per lasciare il mercato ho visto l’altra, quella ancora più vintage, commemorativa di Re Giorgio V, il nonno di Queen Elizabeth: non potevo lasciarmela scapapre anche se non era in perfette condizioni. Ho tirato un po’ sul prezzo e l’ho portata via.

Adesso andrà a far compagnia a quella di Lady Diana che svolge egregiamente il suo servizio sulla mensola del bagno.

Papere, fantasmi e cioccolato


Eccomi qui… finalmente ho trovato il tempo di scrivere un po’ di cose che si possono fare e vedere a York.
Cominciamo come fosse un temino delle medie: è una cittadina che ha origini romane e un cuore medievale, attraversata dal fiume Ouse, il lungofiume è molto animato, zeppo di locali dove si può bere e mangiare, pieno di turisti chiassosi, ma soprattutto di papere.
Simpatiche papere che passano la giornata sul riverside e la sera, all’ora dell’happy hour, attraversano la strada (proprio nel passaggio pedonale) e vanno a spiluccare sulla collina della Torre di Clifford, ultimo residuo di un castello normanno che oramai non esiste più. Poi dopocena, rientrano sempre in fila indiana a dormire sul fiume. Infatti quando anch’io, dopo cena, sono tornata a casa le ho riviste che, soddisfatte e satolle, andavano a nanna.


York è una città ideale per i golosi, infatti oltre ai deliziosi chioschetti del gelato e della limonata, è un trionfo di cioccolata ovunque, qui è nata la Rowntree, qui ha visto la luce il KitKat e da allora la vita del luogo non è stata più la stessa. Per approfondire il discorso è utile visitare Chocolate Story, mix fra museo e fabbrica del cioccolato.
Poi c’è un locale dove fanno i milkshake e frullati più pazzi del mondo: si possono ordinare a qualsiasi gusto, anche ad esempio al gusto di Mars, basta chiedere e loro infilano qualsiasi cosa dentro il mixer.
Tra le attività turistiche più gettonate c’è il Ghost Tour, dove personaggi finto truculenti, raccontano storie più o meno da paura, trattando i turisti come fossero deficienti.
Piace molto…io ho preferito darmi allo shopping, trascinata da Anita ho scoperto Jack Wills, la risposta british ad Abercrombie&Fitch.
La cosa che ho aprezzato di più è stata la location, il negozio era in una tipica casa inglese e la cosa più divertente erano le salette dove cambiarsi: vere e proprie camere da letto!


Per chi non se la sente di infilarsi furtivamente a dormire in Lucy’s room (così si chiamava il mio camerino) a York è comunque pieno di Bed&Breakfast, ne ho trovato uno molto carino, a pochi passi dal centro. Unica avvertenza, meglio andarci piano con i bagagli, perchè tutte queste vecchie case inglesi sono su più piani, invece dell’ascensore hanno le scale con la moquette pelosa e scivolosissima: rotolare giù abbarbicati al trolley è un attimo.

Le guerriere della notte di York

Ieri sono tornata dopo aver trascorso qualche giorno a York, a trovare una mia carissima amica. In questo periodo in cui Londra è nel caos pre-olimpico, un soggiorno a York (la seconda città più turistica dell’Inghilterra come mi ha rivelato con orgoglio il marito della mia amica, che è appunto un nativo della zona) pensavo fosse idilliaco. In effetti è così. Più o meno.
Faceva anche caldissimo: siamo arrivate proprio nei giorni in cui è finita la gelida e bagnata estate inglese e le temperature sono salite a livelli quasi mediterranei. Gironzolare per le vie, i parchi, il lungo fiume, le stradine (shambles) medievali del centro è meraviglioso. Nel prossimo post, metterò un po’ di dritte, su dove andare e cosa fare.
Ma ora voglio parlare delle ragazze del luogo, infatti dopo essermi divorata due stagioni di Downton Abbey, la meravigliosa serie storica ambientata proprio nello yorkshire, all’inizio del secolo scorso, pensavo alle bellezze di quella zona immaginandomele un po’ come le pronipoti di Lady Mary, Edith e Sybil le protagoniste della soap.

Beh, le cose non stanno esattamente così.
Sabato sera, siamo state a mangiare da Betty’s un delizioso locale storico nel centro di York. E’ una pasticceria dove si può bere il classico te all’inglese, quello con tutti i crismi che unisce il dolce e il salato, ma anche mangiare qualcosa di più “moderno” come un sandwich ai gamberetti o un’insalata di pollo. All’interno del locale, il tempo sembra essersi fermato: le cameriere sono la perfetta reincarnazione dell’eleganza degli anni ’20. I cellulari devono essere silenziati per non rovinare l’ascolto della musica del pianista. Insomma ero lì che, dopo il sandwich, mi gustavo il crumble più buono del mondo, quando dalla vetrata del locale ho cominciato a vederle. Le pronipoti delle lady di Downton Abbey? Forse no, qualcosa stonava. Gruppi di ragazze e giovani donne che planavano sulla città vestite, o meglio svestite da zoccole, truccatissime, con tacchi e scarpe stratosferiche.

(Su un quotidiano inglese ho letto che le donne d’oltremanica sono quelle che portano i tacchi più alti nel mondo, si macinano un tacco 15 come se niente fosse. Poi in tv c’erano un paio di trasmissioni sui problemi di salute che questi tacchi procurano. Insomma le scarpe grattacielo sono la nuova preoccupazione in UK)
E infatti le ragazze che il sabato sera calano su York per divertirsi, to have a good time, senz’altro confermano la statistica. Le loro scarpe avevano zeppe e plateau che neanche i Kiss osavano nei momenti di maggior spensieratezza. Queste girls allegrissime barcollavano, sghignazzando nei loro abitini minimi, portati su corpaccioni da granatieri. Sì perchè queste fanciulle erano grandi, rumorose e moleste. Facevano anche un po’ paura.
Anita le guardava con gli occhi sbarrati e ha commentato:
“Per questo dicono che le donne italiane sono belle!”
I primi gruppi pensavo andassero a una festa in costume, alcune infatti erano anche travestite, da poliziotte, da infermiere, (burlesque?), da scolarette con la divisa, da diavolesse, da suore, ecc. Poi invece ho capito che molte partecipavano a feste di addio al nubilato, i “classici” hen parties, che a York sono un must. Altre invece erano semplicemente fuori insieme a sbevazzare. Non le ho fotografate e non metto link a siti dove ci sono alcuni esempi di queste signorine, per rispettare la loro privacy. Ma se googlate hen party a York, capirete che c’è veramente un indotto che vive su queste serate.
Ho chiesto alla mia amica, che è inglese e vive a York da dieci anni, ragione di questi raduni. Mi ha spiegato che è una tradizione, le ragazze (delle valli, come si direbbe a Bergamo), dei dintorni, vivono così la loro voglia di svagarsi. Vestendosi in modo assurdo e bevendo fino a non poterne più.
Da qui è nata una discussione: è il nuovo femminismo?
Da una parte rispetto e ammiro anche la voglia di libertà e trasgressione di queste donne, queste guerriere della notte che si prendono la città, che hanno il coraggio di scandalizzare (forse solo me, in strada nessuno faceva facce strane) ma nell’atteggiarsi così sono comunque conformiste perchè si adeguano a un modello che non è molto lusinghiero per la figura femminile.
(E poi chissà che calli…)

La rubamariti?

Qualche giorno di vacanza al mare e un lunghissimo viaggio in auto per arrivarci. E’ un posto senza connessione quindi questo post è stato covato da giorni nella speranza che la rete tenga…
Comunque, mentre viaggiavamo per raggiungere la meta, e Sant’ gentilmente ci accompagnava, ci siamo fermati in un autogrill per rifocillarci. (Con noi c’era anche Lola, quindi le soste sono state frequenti). In una di queste mentre noi mangiavamo, bevevamo, compravamo stupidate e andavamo in bagno, Sant’ era rimasto fuori a sgranchirsi un po’.
Quando l’ho raggiunto mi ha detto:
“Quella bionda ha cercato di abbordarmi e mi ha chiesto un passaggio per andare a P”
“???”
Da tempo per rinvigorire il nostro rapporto, Sant’ mi racconta di donne che lo guardano, lo concupiscono, lo interpellano con le scuse piú originali. Insomma fanno di tutto per rubarmelo. Molte volte se l’inventa o esagera per cui anche questa volta l’ho guardato perplessa.
“Quella la”
In effetti una bionda c’era, l’avevo notata anch’io. Una bionda sui “trentotto-quaranta”, piuttosto carina, con un top bianco, un po’ in carne, con una borsa bianca e una sacca da viaggio. L’avevo notata anch’io perchè era seduta su un muretto proprio all’uscita dell’autogrill, e si stava mangiando tranquillamente, senza sensi di colpa, quello che sembrava un pezzo di torta al cioccolato.
Quindi ho chiesto spiegazioni.
“E tu cosa hai risposto?”
“Che non andavo a P”
“E lei?”
“Delusa. Poi ho visto che l’ha chiesto a tutti gli altri uomini soli. Ma anche gli altri hanno rifiutato…”
Strano, era una bella donna. Non sembrava depressa dall’insuccesso, al momento continuava tranquillamente a sbaffarsi la torta. (E sì era un po’ forte di fianchi).
P era a circa un’oretta di distanza ed era sabato sera a ora di cena, quasi tutti gli omarini in giro avevano presubilmente qualche impegno…
La storia dell’abbordaggio intanto era stata condivisa con le ragazze, quindi abbiamo continuato
a tenerla d’occhio, mentre Lola espletava i suoi bisogni, ed espresso alcune teorie:
– era una zoccola (ma non era vestita in maniera volgare anzi era piuttosto elegante e quindi anche l’ipotesi autostoppista sembrava fuori luogo. Non ti metti i tacchi per viaggiare in autostop)
– era stata abbandonata dal fidanzato/marito al grill (questo giustificava i bagagli) ma avrebbe dovuto essere un po’ preoccupata invece sembrava serena. Forse aveva un marito/fidanzato stracciaballe…
-era una truffatrice (nel frattempo un giovane un po’ truzzo si era avvicinato per parlare ma poi l’aveva lasciata lí senza darle un passaggio). Forse un complice aitante che l’avrebbe aiutata a spennare l’eventuale pollo?
-era una dipendente del grill che era rimasta a piedi per un imprevisto. Ma in questo caso mi sarei aspettata che armeggiasse con il cellulare per chiedere aiuto a qualche amico/a.
Insomma chi era?
Qual era il suo scopo?
Voleva veramente mandare all’aria il mio matrimonio?
E soprattutto quante calorie aveva la torta?
Avrei voluto rimanere lì a spiarla e venire a capo dell’enigma ma i miei cari non me l’hanno permesso. Perciò ora voglio condividere con voi questo mistero, vi prego ditemi qual è la vostra ipotesi….

Americanate

Questo negozio vendeva solo cupcakes, il paradiso per Anita!

Vi racconto ancora due cosette su S.Francisco e poi la smetto…

L’homeless più simpatico e creativo
Era a Fisherman Wharf, la zona più turistica della città, quella sul lungomare. Nella zona di passaggio pedonale questo corpulento barbone di colore faceva cucùsettete ai passanti nascondendosi dietro due grandi e rigogliosi arbusti. Era piazzato nel vialetto proprio dove ci sarebbe stato un alberello (avete presente le file di piante sui marciapiedi?) quindi i turisti passavano e lui: zac!
Appariva all’improvviso aprendo il siparietto degli arbusti e urlava:
“I got you! Hey man, you’ve to pay me now!”
I dollari fioccavano e tutti ridevano. Anche Sant’ è stato vittima del cucùsettete e divertito ha sborsato l’obolo, dopo di noi un iper palestrato machissimo tutto muscoli e canotta, con bella tettona al fianco, ha fatto anche lui un salto sorpreso dall’alberello che si apriva improvvisamente.
Uno così, ho pensato, magari gli dà un cazzotto e invece ha riso a squarciagola e gli ha mollato un verdone.
Addirittura in un bar di fianco a lui c’erano seduti gli avventori che con il naso appiciccato alla vetrina si scompisciavano a seguivano lo spettacolo.

Manifestazioni sindacali fuoriorario
Alle sette della mattina del 1 gennaio sono stata svegliata da voci che con il megafono urlavano sotto le finestre dell’ albergo. Eravamo all’ottavo piano ma si sentiva benissimo. Un contralto a due voci.
Una parte gridava: “Who’s going to win?”
E l’altra rispondeva: “We’re going to win!”
E poi da capo. E ancora e ancora.
Orchestrato bene in perfetto ritmo.
All’inizio non capivo cosa dicessero, era così sincopato che mi ricordava il rosario, tipo quando il prete dice qualcosa e l’altra risponde “Ora pronobis!”
Poi mi sono svegliata meglio e ho realizzato che non eravamo in un paese cattolico e nemmeno in maggio e quindi era improbabile che sentissi una novena urlata con il megafono sotto le finestre.
Poi hanno cambiato slogan, la prima parte faceva una domanda e la seconda rispondeva “Night and day!”
Sono andati avanti un’ora esatta fino alle 8.
Immagino gli smoccolamenti di tutti quelli che la notte prima avevano fatto bagordi e avrebbero voluto riposare. Noi ancora sotto jet-leg, la sera di Capodanno dopo un brindisi alle 10,30 eravamo crollati nel sonno più profondo e quindi quella mattina oramai eravamo tutti svegli.
Così Sant’ mi ha spiegato chi erano i manifestanti. Lo sapeva perchè li aveva visti anche il giorno prima, erano una decina di dipendenti dell’albergo di fronte a cui non era stato rinnovato il contratto e quindi marciavano con i cartelli e protestavano per dare il massimo danno ai clienti dell’hotel. Magari la Camusso potrebbe prendere ispirazione…

Il segreto di Victoria

Siamo tornati, l’altra sera nell’ultimo pezzetto di volo, quello da Londra a Milano c’era un vento tremendo che faceva ballare di brutto l’aereo. Ero stanchissima tanto quanto bastava per non farmi tremare di paura. Infatti quasi dormivo anche se stavamo per atterrare a Malpensa. Ero seduta in un posto a tre, a sinistra avevo un ragazzo sconosciuto e a destra, Emma.
A un certo punto nel dormiveglia ho sentito un balzo fortissimo, un salto in basso genere montagne russe e senza pensarci con un riflesso incondizionato di terrore ho afferrato fortissimo la mano e il braccio del ragazzo che avevo a sinistra.
Lui nello stesso momento ha fatto la stessa cosa con me.
Poi nel rimbalzo ci siamo guardati, siamo arrossiti e imbarazzati ci siamo detti: “Sorry!”
Ed è finita lì, ci sono stati altri salti, altri momenti di panico ma abbiamo tenuto le mani a posto.
Poi abbiamo avitato accuratamente di guardarci e salutarci.
Emma invece rideva e ha detto: “Sembra di essere sulle montagne russe!” infatti alla fine ha vomitato.
E così da enigmatica viaggiatrice e abbracciatrice dei cieli (sarebbe un ottimo inzio per un romanzo rosa!) sono tornata subito una mamma che scende dall’aereo con il sacchetto del vomito in mano.

A S.Francisco le possibilità di shopping sono infinite, si può comprare di tutto tranne i libri. Peccato. Le librerie sono sparite: Amazon le ha ammazzate tutte. Dopo che la catena di Borders è fallita ed è stata comprata di Barner&Nobles nessuno dei negozi di quest’altro franchising sono in centro città.
Così siamo passati dalla storica City Lights, quella di Lawrence Ferlinghetti, il poeta della beat-generation. Stipata di libri fino all’inverosimile fa respirare quel bell’odore di carta che mi inebria. Peccato che sia un po’ autoreferenziale e, ad esempio, abbia in bella vista tutte le opere di Charles Bukowsky che mi avevano divertito ai tempi, ma non sono proprio dei classici imperdibili. Unici autori italiani venduti Paolo Giordano e Umberto Eco.
L’altra libreria soddisfacente che abbiamo trovato è nel quartiere di Ashbury-Haight, dove negli anni ’60 sono “nati” gli hippy. Oramai è rimasta solo una strada dove molte boutique tentano di tener vivo lo stile flower-power per compiacere i turisti.

Ma se in città la situazione libraria è triste, non si può dire la stessa cosa per le mutande. E questo fa pensare. Se non si riesce più a sfogliare un libro e magari a bere un caffè valutando l’acquisto, come succcedeva da Borders, adesso non mancano invece le occasioni di scegliere ponderando bene tra culotte e brasiliana.
Gli acquisti di lingerie infatti sono possibili in ogni dove. E voi sapete quanto reputi antropologicamente interessante intrufolarmi in questi luoghi. Quindi sono entrata da Victoria’s Secret e mi sono stupita. Perchè credevo fosse una boutique esclusiva, vetrina di una collezione ultra-sexy e chic, pubblicizzata da modelle allevate poi per diventare fidanzate di Leonardo di Caprio.
E invece ero rimasta indietro anni luce: ora nei negozi di Victoria’s Secret i prezzi sono modici, e dopo Natale c’era il saldo del superdsaldo saldissimo, e quindi erano presi d’assalto da centinaio di donne di ogni specie, taglia ed età assatanate di tanga, g-string ma soprattutto push-ups. Infatti mentre facevo la fila per fare mio uno splendido pigiama (e qualche mutanda, lo ammetto) Anita ha messo le mani nel cestone dei reggiseni multicor ed è rimasta basita. I modelli che vanno a ruba sono super imbottiti, ma così imbottiti che noi ce li sognamo, tipo che hanno 70% di imbottitura e 30% di vera tetta.
Ecco il vero segreto di Vittoria.
E poi il tocco finale, la genialata del marketing. Quando si arriva alla cassa e la commessa inizia a battere lo scontrino, sul display appare il saluto alla cliente: “Hello bomshell!” (Ciao Panterona!), pensi “Che carino mi ha riconosciuta!” e ti fa sentire così sexy, ma così sexy che acquisti subito qualcos’altro di trasparente, glitterato e inutile!

California holiday (seconda parte)

Le Cable Cars sono fabbricate in Italia dalla stessa azienda che fa i tram milanesi, a S.Francisco ci sono anche questi, con tanto di stemma di Milano e scritte in italiano.

…la cena di Natale l’abbiamo fatta in albergo perchè cascavamo dal sonno e non avevamo l’energia per cercare un altro locale aperto. Il ristorante aveva pochi tavoli e siamo riusciti ad avere l’ultimo libero. Disponibile perchè era proprio davanti alla zona dove una cantante accompagnata dal pianista offriva musica live per la serata.
Gli americani adorano le esibizioni dal vivo, noi un po’ meno e soprattutto la povera Anita era molto spaventata perchè aveva la cantante (una sorta di Adele attempata in versione ancora più extralarge) a una ventina di centimetri dalle sue spalle.
L’artista in questione che indossava un abito in pizzo beige che la faceva assomigliare a una grossa salsicciona, ondeggiava su stratosferici tacchi a spillo e incombeva pericolosamente sul nostro tavolo. Ma alla minaccia fisica abbinava anche quella psicologica: era anche particolarmente molesta perchè invece di intrattenere con una sua scaletta di canzoni, dopo un paio di pezzi ha cominciato a chiedere ispirazione in giro.
“Che canzone volete?”
Tutti stavano zitti come a scuola, quando c’è il rischio di essere interrogati.
Tutti tenevano gli occhi sul piatto. Ma lei non demordeva.
“Come on guys, what’s your favorite song?”
“My funny Valentine”, ha risposto esasperato il lui di una coppia che avrebbe voluto cenare in pace con la sua fidanzata.
Allora la cantante felice ci ha dato dentro di brutto e noi non potevamo neanche fare conversazione perchè il volume della voce della salsicciona non lo permetteva. Ci ingozzavamo invece con velocità perchè prima finivamo prima ci liberavamo di lei.
Poi ha cominciato a notare chi applaudiva e chi no.
Una coppia del Nevada l’ha fatto, una signora che andava in bagno passandole davanti pure.
Gli altri avventori erano un po’ più freddi.
E lei fremeva e continuava a chiedere canzoni.
Eravamo arrivati al dolce, lei urlava “La vie en rose” e ci sentivamo come quando mancano pochi minuti alla campanella, quasi salvi.
E invece, proprio all’ultimo profiterol ci ha beccato.
“And you guys …”
Abbiamo risposto “Volare” alla faccia dei clichê.

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Abbiamo attravversato il Golden Gate Bridge in bici per arrivare fino a Sausalito, per arrivarci nell’ultimo tratto c’era una discesa cosí ripida che sono morta di paura.

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Prego notare le simpatiche corna da renna della macchina!

La prova costume


Siamo tornati ieri sera dalle vacanze. Due settimane finite troppo in fretta. Quando finalmente abbiamo cominciato a rilassarci era ora di ripartire.
Comunque ci sono stati dei momenti molto divertenti, come quello del video qui sopra, che ho fatto al luna-park di Bandol.
Altri più traumatizzanti come l’incontro ravvicinato con una commessa in un negozio di costumi a Aix en Provence dove siamo andati un giorno in gita.
“Mamma guarda! C’è il costume che piace a te!”
Anita mi mostra in una vetrina un bikini che avevo già addocchiato altrove: molto carino grigio a pois viola, con reggiseno a striscia. Bello, ma temo non adatto alle mie misure. Poi non ho bisogno di un costume nuovo…ma qui il negozio è monomarca e quindi potrebbero avere anche la mia taglia in quel modello.
Con un’irresponsabile spensieratezza vacanziera entro nella boutique e approccio la commessa per chiedere ragguagli. Le chiedo una terza e lei annuisce, spingendomi verso un microscopico cubicolo alla fine del locale.
Dopo un attimo torna con due modelli: uno a bandou, come le avevo chiesto e un altro stile push-up balconcino. Poi mi fissa le tette e urla che devo provarli ma deve darmi una taglia in più.
Entrambi i modelli mi stanno malissimo, al tatto sono anche fatti di un tessuto supersintetico spiacevole e hanno una di quelle chiusure a farfallina “in plastichina da due lire” che non si incastrano neanche dopo cinquemila tentativi e contorsioni.
Benedico mentalmente Calzedonia, Golden lady, Tezenis e anche Yamamay mentre mi accingo a rivestirmi per andarmene. Ma non faccio in tempo, arriva la commessa con gli stessi modelli nella quarta.
Il mio “No, merci” non le fa nessuno effetto. Prepotente quasi come Dominique Strauss Khan mi obbliga a provarli. Se avessi potuto parlarle in italiano mi sarei ribellata senza problemi ma in francese sono succube la sua furia di venditrice. “La cinq, la cinq!”
“Balconet la cinq!”, comanda a una commessa junior.
Per tutta la vita ho sognato di avere le tette piccole, ma la cinq à balconet non me l’ha mai detto nessuno, neanche nei momenti di massima espansione, durante l’allattamento. Vorrei almeno dire “niente imbottitura” ma non sono capace. E allora raccolgo tutta la mia dignità per ribellarmi:
“Pas de balconet!”
Ma è peggio.
“Alors le triangle”
“Il triangolo no!”
Ma è già partita alla ricerca di un triangolone molle triste viola modello balia.
Torna in un attimo, mi forza a metterlo. Il mio dècolletè si appiattisce sotto il triangolone come un enorme piadina.
Nel cubicolo ci sono 50°
(Se fossi stata un’adolescente avrei iniziato a drogarmi pesantemente appena uscita da quel maledetto negozio)
A questo punto, vista la mia lunga latitanza dal nucleo familiare, arriva Anita preoccupata:
“Mamma, tutto bene?”
“No, questa non mi molla più. Voglio scappare!”
“Allora vieni! Ci pensiamo noi!”, mi strizza l’occhio.
Capisco che è l’ora di rischiare.
“En vert?”, con questa abile richiesta distraggo la mia aguzzina chiedendole un diverso triangolone.
Nel frattempo Emma, sulla soglia del negozio, inizia a gridare come un anziano bebè:
“Mamma! Mamma! Mamma!”
Mezza sbottonata corro fuori e raggiungo l’uscita del negozio fingendo preoccupazione.
Sant’ mi copre la fuga facendo gli occhiacci alla commessa (per la cronaca più vecchia e tettona di me).
Alleluja!
Sono finalmente libera e capisco tutto d’un tratto perchè in Francia quasi tutte le donne stanno in spiaggia in topless. Prima devono essere passate da quel negozio!

…e le cose belle

Dopo essermi vergognosamente lamentata nel post precedente ecco i souvenir più piacevoli della vacanza.

La visita al Parco Botanico di Pamplemousses, dove ci sono alberi e fiori incredibili:


l’albero del bamboo

Questo è un banano. Infatti nel menù dell’hotel i panbanana abbondavano, buoni ma devo dire che quello di Natalia è molto meglio!
by Emma
by Anita

Poi le nuotate in mezzo all’acqua cristallina e calda.
Proprio davanti alla spiaggia dell’hotel, Anita ed io abbiamo fatto uno snorkeling de’ noantri, solo con la maschera e le scarpette di gomma perchè c’era un sacco di corallo che tagliava, e abbiamo visto dei pesci coloratissimi tra cui l’esperta Anita ha riconosciuto il velenosissimo pesce farfalla (meglio non toccarlo) e tra la vegetazione l’altrettanto micidiale cetriolo di mare.
Quindi se volete far fuori qualcuno basta andare lì: proporgli una nuotatina, spingerlo inavvertitamente sul pesce farfalla e se non soccombe, infilargli in gola un po’ del cetriolo. Tra l’altro il cetriolo, secondo i medici legali, è una delle poche erbe velenose che nell’autopsia non lascia traccia di veleno.
Per arrivare a questa spiaggia ci vogliono undici ore e mezzo di volo, e non passano mai, ma pensateci: togliersi dalle balle qualcuno sarebbe per sempre!

Un’altra cosa divertente del viaggio è stata la scoperta dei canali delle televisioni indiane: stupende!
Tutte le sere in camera me ne sciroppavo un paio di orette: film di Bollywood, pubblicità, talk show, gare di ballo. Mi gustavo tutto. Non capivo niente a parte qualche sottotitolo nei film, ma il trucco, l’atteggiamento e l’impostazione dei conduttori sono impagabili e divertentissimi.
Gli indiani probabilmente provano le stesse emozioni guardando i nostri palinsesti.
E sì certo, anche nel mezzo dell’Oceano Indiano nei notiziari c’erano le immagini di Ruby!

Viaggiatori o pacchi postali?

Abbiamo prenotato in fretta, colto un’occasione last minute e siamo stati forse troppo ottimisti. Sottovalutato un particolare importante: noi odiamo i viaggi organizzati. Ci fanno sentire cerebrolesi. A me piace molto viaggiare, l’ho faccio da tantissimi anni e i pacchi li ho sempre presi quando mi sono lasciata abindolare da i tour operator.
E’ una questione di gusti: c’è chi preferisce lasciarsi portare da una guida e chi, come me, invece predilige scegliere e conquistare ogni meta da sè.
Questa volta siamo tornati a Mauritius, dove io e Sant’ eravamo andati 17 anni fa, allora organizzandoci da soli. E’ un’isola meravigliosa, con un mare cristallino e una vegetazione fantastica. La scorsa settimana c’erano 27° e si stava benissimo. Peccato che nell’albergone a trattamento all inclusive dove eravamo noi, i turisti siano trattati come pacchi postali.
I camerieri, un numero impressionante di servitori si aggira per gli hotel, sono servilissimi ma in un modo, per me, imbarazzante.
A tavola hanno diverse mansioni, un po’ surreali per noi occidentali: c’è quello che ti accompagna al tavolo, quello che ti porta da bere, quello che prende l’ordine e quello che ti porta il pane. Guai a intersecare le loro specialità.
A pranzo, uno dei primi giorni, Anita aveva bisogno di una forchetta, mi sono alzata per cercarla. Non l’ho trovata e l’ho chiesta ingenuamente a un cuoco che ho incrociato vicino al buffet. Questo ha confabulato con un altro tizio, che mi ha portato da un altro, che mi ha dirottato ancora su un’altra cameriera che alla fine mi ha chiesto ancora una volta cosa volevo, il numero di camera e dov’ero seduta, poi mi ha detto che dovevo tornare al tavolo e la forchetta arrivava subito.
Dal giorno dopo, esasperata, se mancava una posata la rubavo al tavolo a fianco.
Questo servilismo coloniale mi angosciava. Ero sicura che questi ragazzi, questi servitori odiassero noi turisti. Ai loro occhi bianchi, ciccioni, rumorosi e spesso, diciamolo, anche troppo pelosi. E ne avevano ben ragione perchè molti ospiti si comportavano con molta maleducazione. Ostentando quella straffotenza dell’idiota che si trova a fare il ricco in un paese del Terzo Mondo di cui non capisce e non vuol capire cultura e tradizioni.
Certo, è meno dolorso fare il bagno in piscina osservati da un cameriere che ti disprezza, che la coda nella nebbia sulla tangenziale est di Milano…e nel prossimo post mi dilungherò sui particolari più piacevoli.

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