Disordine e buone letture


L’urlo lacera la giocosa atmosfera della cameretta: “Cos’è questo schifo? Mettete subito a postooooo!”. Mi esce impetuoso e liberatorio dal petto mentre, per puro caso, ho dato un’occhiata dentro al primo cassetto della “scrivania” della camera delle mie figlie, dove Emma stava rimestando furtiva. Ecco il contenuto del cassetto: barchetta di carta strappata, residui secchi di didò (oramai in necrosi), vari fogli appallottolati, pennarelli spuntati in colori assortiti, benda da pirata, carta di cicche, kleenex usati, big-babol nuda, scubidoo intorcinato attorno a una biro, treccina di scubidoo abortita, residui assortiti di matita temperata, punte multicolori di pastelli, libro dei compiti delle vacanze, mezzo binocolo in plastica, brandelli di corda, confezione vuota e slabbrata da sei uova in cartone, centinaia di pezzi di Lego piccoli, colla glitterata aperta e secca e un paio di vecchie mutande di Polly Pocket. Sembra quasi che vogliamo competere con il problema dell’immondizia napoletana. Faccio lo sguardo truce per convincerle a mettere in ordine, ma so che fino a quando Emma sarà afflitta dalla smania delle invenzioni la situazione non potrà migliorare. La mia secondogenita infatti appena ha un attimo di tempo assembla cartoni, annoda corde, incolla tappi, infilza bastoncini. Ai pasti arriva sempre a tavola con in mano qualche arnese appena fabbricato, spesso lo dimentica sulla tovaglia e allora il destino dell’oggetto è segnato. Certo, mi sento in colpa a far sparire le sue creazioni, ma prima di arrivare alla soluzione finale sono previsti vari stadi. Nella fase uno l’invenzione viena segregata, poi se Emma per una settinana o due non la richiede, si passa all’opzione “sacchetto-in-garage” e solo in un ultimo terzo tempo si punta direttamente verso il cassonetto. Emma è sempre stata attratta dal fai-da-te ma da quando, un paio di anni fa, abbiamo iniziato a leggere i libri di Lemony Snicket sulle avventure degli orfani Baudelaire, Emma si è identificata nella sua eroina letteraria Violet Baudelaire, la sorella maggiore che riesce sempre a togliere d’impiccio i fratelli grazie alle sue invenzioni. Peccato che Emma non sia una gran lettrice e i libri ami ascoltarli quasi esclusivamente letti da me. Anita invece legge un sacco e ultimamente la sua passione è Jerry Spinelli prolifico autore americano che scrive storie bellissime, divertenti e realistiche adatte ai pre-adolescenti. Racconta di bullismo, delle frustrazioni di non sentirsi parte di un gruppo, di trovare insopportabili i genitori e di non essere sempre degli strafighi nello sport preferito. Lo stile di questo scrittore è diretto e coinvolgente: riesce a incantare sia maschi che femmine.

Guerra e…arresti domiciliari

Un anno fa per lavoro ho letto e commentato un libro molto interessante di una giornalista americana, si intitola “Mommy wars” e parla della guerra sotterranea e subdola che si instaura fra le mamme che lavorano e quelle che invece hanno sacrificato la carriera per i figli. Nel libro ci sono interessanti testimonianze. Parlano madri che hanno deciso di continuare il cammino professionale e sono contente, altre che invece hanno mollato tutto e si sentono realizzate. O ancora chi ci ha ripensato: ha lasciato il lavoro e poi l’ha ripreso e chi si è organizzata per lavorare da casa. Le combinazioni sono tante, le mamme creative ma… la guerra continua. Disprezzo, invidia e insicurezza caratterizzano questo conflitto, più o meno intensamente a seconda dellla fase di vita di mamme e bambini. Adesso negli Usa i libri su questo argomento i manuali si sono moltiplicati, creando, come al solito, una profittevole serie. Si auspica sorellanza, solidarietà e comprensione fra le due categorie, ma spesso non accade. Frecciatine e colpi bassi si sprecano comunque. Non voglio addentrarmi nel commentare quale possa essere la scelta migliore, dedicarsi alla carriera o alla famiglia, ma sottolineare che c’è un momento in cui le mamme casalinghe sembrano essere veramente penalizzate: quando i bambini sono ammalati. Ok, non è facile e divertente neanche per chi lavora, ma se i pargoli non sono più tanto piccoli, diciamo in età scolare, e il malanno è una semplice influenza, le mamme lavoratrici si organizzano piuttosto serenamente. Le più smart hanno comunque una persona in panchina per stare con il piccolo malato e tamponando un po’ qui e un po’ là, riescono a cavarsela. Le casalinghe invece, contrariamente a quello che si potrebbe pensare, sono fottute: il loro mondo si capovolge perchè il piccolo malato incombe. Soprattutto quando è in via di guarigione (ma deve stare ancora in casa) inperversa urbi et orbi. La situazione peggiore la vivono le mamme che lavorano da casa: non riescono mai a concludere nulla perchè i bambini non le mollano un attimo. Allora le scelte sono due: imbottire il pupo di televisione/dvd e play-station /video-games o trasformarsi in simpatiche e frizzanti animatrici non-stop. Di solito dopo un’ora anche l’animatrice/madre più motivata dà forfait e ha quella spiacevole sensazione di esssere agli arresti domiciliari. Sì, proprio come Sandra Lonardo Mastella, che però almeno ha i figli già cresciutelli.

Italians do it better


E’ sempre un po’ squallido parafrasare Madonna, ma questa volta il titolo è perfetto per il tema affrontato. La scorsa settimana scadevano le iscrizioni alle scuole medie e fortunatamente Anita è stata accettata nella scuola che preferivamo. C’era un po’ suspance perchè in quell’istituto arrivano molte richieste e non sempre tutti gli alunni possono essere accontentati. Ma quest’anno a noi è andata bene: siamo dentro. Una mia amica inglese, che conosco da una vita, cioè da quando abitavo a Londra, mi racconta invece che la sua bambina, stessa età di Anita deve anche lei cambiare scuola, ma in Inghilterra la situazione è molto più complessa. A undici anni si entra nella scuola che fa da medie e liceo, dura sette anni e dopo si va al college. E’ ovviamente una scelta importante e responsabile ma dai racconti della mia amica anche piuttosto angosciante. Premetto di non condividere le basi del sistema scolastico inglese: scuole pubbliche e ghettizzanti per i meno abbienti, dove si parla con un accento common o cockney che poi rimane come marchio per tutta la vita e dove le classi sono miste. Scuole private più o meno d’elite e costose dove si parla in modo posh, cioè come la regina o gli attori della Royal Shakespeare Accademy, dove gli istituti sono divisi per sesso. Scuole rigorosamente per maschi o solo per ragazzine. Vivere gli anni dell’adolescenza senza il contatto diretto con i coetanei dell’altro sesso è senz’altro deleterio e antiquato. Per essere ammessi negli istituti da strafighi/e però non basta pagare bisogna anche fare esami di ammissione. Scritti e orali, a undici anni tutto il mese di gennaio è dedicato a queste prove del fuoco. Maia, la figlia della mia amica, ha passato lo scritto della seconda scuola scelta e adesso deve fare l’orale della terza, della prima non ha ancora avuto i risultati ma intanto sta affrontando bene i test della quarta scuola nella sua lista di preferenze. Roba da inorridire. Perchè in fondo l’unica cosa che mi piace delle secondary schools sono le uniformi. Però anche qui non si scherza: anche le mollette per capelli, gli elastici e le strisce sono ammesse solo ed esclusivamente se sono in tinta con i colori ufficiali della scuola. Insomma almeno “alle medie” gli italiani sembra siano meglio.

Piccoli campioni crescono


Quando si aspetta un bambino tanti sono i timori e i dubbi. Ci sono quelli seri ma anche le paure più superficiali: ci si domanda se si ingrasserà come balene, se le tette, dopo l’allattamento, diventeranno due buste da tè e se le smagliature avranno il sopravvento. Poi ci sono le amiche-Cassandra che prevedono un parto di trentacinque ore, le coliche del bebè e tre anni di notti in bianco. Insomma si diventa mamme con una visione abbastanza disincantata e cinica. C’è una previsione/maledizione però che nessuno fa: fra otto-dieci anni dovrai svegliarti alle sette anche nel fine settimana e passerai le tue domeniche ad accompagnare il pargolo, sportivamente dotato, alla gara di nuoto, di equitazione o alla partita di calcio e/o basket. Proprio nell’età in cui si pensava di averla oramai sfangata con le corvée superimpegnative e potersi godere qualche anno sereno prima della rivoluzione dell’adolescenza, le mamme devono trasformarsi in accompagnatrici compulsive. Assonnate e annoiate guidano senza sosta verso le località meno amene del pianeta per portare i loro figli a tutte le gare. Poco importa se poi i piccoli campioni arrivano ventottesimi o stanno in panchina senza segnare, l’importane è partecipare. Come mi ha spiegato in un’intervista la psicologa Elena Rosci, autrice del saggio “Mamme acrobate ” una volta le madri avevano l’obiettivo di crescere figli sani ed educati mentre ora vogliono qualcosa in più per sentirsi la coscienza a posto: è fondamentale anche sviluppare i talenti dei loro piccoli. Questa è la ragione (oltre a cercare di occupare il tempo dei bambini) per cui si iscrivono i figli a mille corsi. E quando finalmente vengono scelti per fare agonistica o mostrano comunque una certa capacità, nessuna si sente pronta a rivendicare il proprio tempo libero a scapito del piccolo sportivo. Così si passano i sabati pomeriggio a guardare i “pulcini” che tentano di fare goal, in mezzo a genitori che fanno un tifo sfegatato e volgare peggio che alla curva nord. E le domeniche a respirare cloro rinchiuse in squallide piscine dell’hinterland. Oppure, come capita a me, si guida per un ora per arrivare in Brianza dove c’è quel certo maneggio meraviglioso, dove la puzza della cacca di cavallo è sempre la stessa e il fango pure, ma l’istruttrice é bravissima e Anita è felice. Tutto questo perché all’orizzonte ci aspetta la terribile profezia del libro “Ho 12 anni faccio la cubista mi chiamo principessa” della giornalista Marida Lombardo Pijola dove le bambine sono terribili ma i maschietti non brillano certo per il loro candore. Allora ci si sacrifica per crescere i bambini con un hobby sportivo e sano. Poi sanno che ora anche i grandi sportivi si dopano, ma quello arriva più tardi… e intanto le mamme si sono impegnate per fare del loro meglio.

Il Viagra non va più


Una volta mi arrivavano decine e decine di allettanti offerte superscontate per comprare Viagra, poi cercavano di convincermi ad allungarmi il pene o ad accettare vacanze regalate in Costa Rica. Era una moda dell’anno scorso: adesso invece dovrei acquistare quello speciale apparecchio che toglie per sempre i peli dal viso, frequentare i giovani gay locali o andare gratis a spassarmela con una spogliarellista a Las Vegas. Gli spam sono numerosi e piuttosto fantasiosi. Ogni giorno ne cancello a valanghe. Poi ci sono le catene di S.Antonio, che a volte, arrivano anche da amiche insospettabili. Scopri che albero sei, diffondi il mantra tibetano e, ovviamente, i tuoi desideri si realizzano in cinque minuti. Anche questi messaggi cestinati senza ripensamenti. Le e-mail peggiori però sono le bufale: leggende metropolitano che circolano per anni con poche variazioni. C’è un sito che le cataloga quasi tutte, o almeno le più perniciose, ed è anche piuttosto divertente. Peccato però che questi appelli siano sempre drammatici e spesso facciano anche leva sulla vulnerabilità dei bambini e sul cuore di mamma. Ci sono quelle che chiedono sangue per una piccola che si salverebbe solo con una certa trasfusione. Un’altra ragazzina ammalata terminale spedisce un appello per far comprendere il vero valore di ogni prezioso istante di vita. Questi sedicenti appelli servono a istaurare sensi di colpa e farti sentire una cacca: soprattutto se hai appena sgridato tuo figlio, urlato a tuo marito e litigato con un operatore di call-center. Ma il loro vero scopo è intasare la posta elettronica. E avvalorare indirizzi e-mail da spacciare a vari database.

Servizio vaccinazioni: ahi! ahi! ahi!

Ho ricevuto una lettera dal consultorio di zona che fissava per Anita (ovviamente in pieno orario scolastico e lavorativo) il richiamo del vaccino trivalente, morbillo-parotite-rosolia previsto attorno ai 10-11 anni. In calce alla lettera c’era anche un numero a cui rivolgersi nel caso in cui non fosse stato possibile presentarsi alla data fissata. E così ho cominciato a telefonare, ovviamente suonava sempre a vuoto, per tutte le tre ore dell’orario previsto per le chiamate. Così per cinque giorni, ho provato e riprovato. Anche attraverso l’operatore Asl, ma senza risultato. Poi miracolosamente il sesto giorno mi ha risposto una signora frettolosa e sgarbata che, parafrasando Bart Simpson mi ha più o meno suggerito di “Ciucciarmi il calzino”. Vale a dire: gli appuntamenti non si spostano in orari più comodi, chisssenefrega se mia figlia ha fatto solo la vaccinazione antimorbillo a diciotto mesi, perchè a quindici aveva già avuto la rosolia, il richiamo lo si fa trivalente comunque perchè in commercio il vaccino singolo non esiste più e in fondo non ha mai fatto male a nessuno. Trattata, insomma, da mamma cerebrolesa e rompiscatole. Non convinta dalle parole di questa carismatica infermiera, dalla mattina successiva ho iniziato a telefonare alla pediatra, ottimo medico, che però come molte colleghe ha la reperibilità in quella sola ora mattutina in cui la linea è sempre bollente. Forse questa regola è stata pensata perchè dopo aver tentato e ritentato invano per tanto tempo, una volta beccata la pediatra le mamme sono così felici che metà della preoccupazione riguardo alla malattia del pargolo svanisce. Quindi sono meno ansiose e più facili da gestire per i pediatri. Infatti anch’io quando finalmente ho sentito la voce della dottoressa, ho avuto un moto di gioia e anche scoperto che il vaccino per il solo morbillo esiste. Si può trovare alla Farmacia Chiassese che è, ovviamente, a Chiasso e ha tutte le medicine più fighe del mondo. E così sappiamo che gita fare questo fine settimana.

Marge, mon amour

Li ho scoperti con un bel quindici anni di ritardo ma è stato un colpo di fulmine. A ottobre ho visto al cinema il film de I Simpson e sono rimasta folgorata. A Natale ci siamo fatti regalare i cofanetti Dvd delle varie stagioni televisive e la bella notizia è che ci sono un sacco di episodi da guardare. Anni e anni di Simpons che mi aspettano! Poi ci sono quelli che trasmettono su Italia 1. Insomma una vera pacchia. Ogni sera, prima della nanna, io e le bambine ci spaparanziamo sul divano per la nostra dose quotidiana di Simpson. E così ho imparato ad apprezzare Marge, mamma ideale e realistica, che cerca di barcamenarsi nella sua strampalata famiglia. Per mostrare il mio apprezzamento vorrei comprarmi e indossare delle magliette con la sua immagine. Oppure se impazzisco provo capelli “a covone” come lei. L’altra sera c’era un episodio della terza serie, intitolato “Homer da solo”, in cui Homer veniva lasciato solo a badare alla casa e ai bambini perchè Marge era un po’ troppo stressata dai suoi cari che non la rispettano e sfruttano. Così Homer le proponeva qualche giorno in beauty-farm, chiamata Rancho Relaxo. Ma lei, dopo essersi vestita da hawaiana, concessa un po’ di massaggi e cocktails, alla fine si annoiava e rimpiangeva il suo inferno domestico. Un vero capolavoro di psicologia “mammesca” che mi ha fatto amare ancor più Marge. Benchè sia solo un cartone animato è molto più vera di tante altre madri famose che ci propinano i media, prima fra tutte la noiosissima Angelina Jolie.

Magico probiotico

Oggi c’è una notizia molto interessante sul Corriere della Sera : riguarda le coliche gassose dei neonati che purtroppo colpiscono ben sette bebé su dieci e di solito continuano per i primi tre mesi. Emma le ha avute e non mi ha scontato neanche un minuto: ha strillato ogni sera fino allo scoccare della mezzanotte del suo novantesimo giorno di vita. Secondo l’articolo del Corriere, uno studio dell’Università di Bari (che sarà pubblicato sul prestigioso The Journal of Pediatrics) ha scoperto che per lenire o, meglio ancora, evitare le coliche basta somministrare al neonato alcune gocce di un fermento lattico probiotico. Così miglioreraranno digestione e motilità intestinale dei bebè che non saranno più costretti a soffrire e a urlare, ogni sera dalle sette in poi, sgambettando in aria. Speriamo che funzioni perchè le maledette coliche mandano in tilt la gioia dei primi mesi per molti genitori che perdono il sonno e il senno. E se la mamma si stressa, per osmosi, il bebè fa altrettanto e le coliche aumentano. Conosco neo-genitori disperati che hanno passato intere serate a guidare senza meta, nella speranza di placare e far addormentare la creatura urlante. Altri che mettevano il piccolo sulla lavatrice durante la centrifuga nella speranza che il movimento dell’elettromestico lo placasse. Una mia amica aveva attaccato un lazo alla carozzina, perchè durante le passeggiate non poteva fermarsi altrimenti la bambina urlava. Ma con la corda, se era previsto uno stop, poteva comunque tirare avanti e indietro e continuare a far rollare la figlia. Io ho bevuto ettolitri di tisana di finocchio senza risultato. Perciò se ora basta un lactobacillo siamo tutti molto più sereni.

A volte ritornano

La nostra vita senza Sky non era più la stessa. Appena tornata a Milano ho telefonato, ovviamente di nascosto e con le dita incrociate, al negozio dove “era nato” un anno e mezzo fa il rannocchietto e fortunatamente avevano ancora un esemplare del nostro anfibio. Ieri pomeriggio, mentre Emma faceva la solita marea di compiti interminabili che le tocca regolarmente, sono andata in missione. Ho portato Anita al Pac a un laboratorio fotografico legato alla mostra del momento, le opere di Ugo Mulas. Mentre la primogenita “creava” immagini digitali, sono andata furtivamente al negozio dei ranocchi ad acquistare un nuovo Sky. Poi sulla via del ritorno a casa, abbiamo architettato la toccante rentrée del pupazzo. Ok, abbiamo copiato l’idea dalle storie del leprotto Felix, ma adattandole alla nostra realtà. Anita ha scritto una lettera indirizzata a Emma, fingendosi Sky e raccontandole di essere stato rapito dalla donna delle pulizie e poi essere riuscito a scappare fortunosamente dalla lavanderia dell’hotel… Successivamente in un crescendo di suspance aver raggiunto, nascosto nella tasca laterale di una valigia piena di mutande sporche l’aereoporto…. da lì ancora un po’ di avventure mirabolanti… finchè finalmente ha ritrovato il nostro bagaglio e si è intrufolato felicemente dentro, direzione Milano-Linate. Il caso ha voluto che le nostre valigie che erano state veramente perse nel viaggio di ritorno dovessero arrivare proprio ieri sera: così con grande tempismo abbiamo recapitato la finta lettera a Emma, simulando l’arrivo del postino in un momento improprio. E un’ora dopo, quando il corriere ci ha portato le valigie, siamo riusciti a infilare il ranocchio nella tasca laterale e farlo trovare a Emma, emozionata e commossa. Ma il vero colpo di genio della truffa è stato casuale: nella stessa tasca della valigia, partendo, avevo messo un tubo di detersivo per lavare a mano il bucato in viaggio. Questo si era aperto e aveva insaponato tutto l’interno della tasca. Nascondendo dentro Sky in fretta, non ce ne siamo accorti, ma quando mia figlia l’ha riabbracciatoil pupazzo era tutto insaponato. Così Emma non ha potuto far a meno di esclamare: “Poverino! Puzza di sapone, si vede che è stato tenuto nascosto in lavanderia!”

E’ sparito Sky

Purtroppo il nostro soggiorno si è concluso con una brutta sorpresa. Il piccolo Sky, ranocchio di pelouche verde di circa 15 centimetri, compagno di nanna di Emma è misteriosamente scomparso. Proprio l’ultima sera della vacanza. Una coincidenza?
L’ipotesi più verosimile è che sia rimasto in mezzo alle lenzuola e trasportato inavvertitamente alla lavanderia dell’albergo. Circolano anche voci che abbia preferito fare come il leprotto Felix
e prendersi una vacanza in autonomia.

blue-iguana

Nella natura della Guadalupa gli incontri con gli animali non sono mancati: al Parco Nazionale, una vera giungla tropicale, ci sono pappagalli, colibrì e anche procioni. Poi, per caso, abbiamo visto un iguana verde nel giardino dell’albergo. Quelli blu invece preferiscono stare appollaiati sugli alberi. Nell’hotel di fianco, dove andiamo a mangiare un panino per pranzo, c’era una signora che urlava perchè le era appena caduto sul lettino dove stava abbronzandosi proprio un bell’esemplare blu. Pensava fosse un gatto…

In spiaggia abbiamo ammirato il nuoto, il volo e la pesca dei pellicani in riva al mare. E anche letto sul quotidiano locale (France-Antilles) di una simpatica gara di piccioni viaggiatori. Sono partiti in 145 da Bouilonne e sono arrivati solo in 45. Il primo classificato si chiama Aurélien, nome ora molto alla moda, perchè si chiama così anche il figlio di Carla Bruni.

Oggi abbiamo assaggiato la polpa di canna da zucchero. Ci è stata gentilmente offerta, sotto forma di bastoncino, dal taxista che ci ha condotto all’aeroporto. Basta masticarla con vigore tra i molari per estrarne un succo dolcissimo. Chupa-chup dei Caraibi?

Comunque lasciamo l’isola con un po’ di timore, perchè secondo un altro articolo del France-Antilles nel 2008 sono attesi in Guadalupa ben sette uragani. Spero pecchino di eccessivo allarmismo.

Abbiamo mangiato Christophine

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Come sempre in caso di viaggio ci sono vari problemi con il cibo, soprattutto con Emma che è ancora piccola e per natura poco incline alle novità culinarie. Insomma il classico tipo da pasta al sugo ad aeternum. Quindi qui in vacanza ha mangiato molto ma molto pane. Poi, miracolo, ha assaggiato le accras, deliziose frittelle di pesce che qui vengono servite come antipasto. Poi, a tradimento, abbiamo anche gustato cristophine, contorno dal nome umano che non è altro che il frutto di una liana rampicante. E’ bianca, assomiglia a una pera nella forma e a una patata nel sapore e arriva sul piatto gratinata e accompagna di solito il pollo. Ma tutta la sua energia Emma la prende dalle banane locali che sono ricche di potassio, calcio, fosforo e quant’altro come spiega orgogliosamente il sito.

Stamattina nel nostro albergo c’è stata una festa di matrimonio, foto sopra, la sposa era elengantissima in un abito color dei fiori del giardino. Alle sei del pomeriggio gli invitati erano tutti stravolti, dal caldo e dal rum, gli unici ancora vivaci erano i paggetti e le damigelle che continuavano a buttarsi con entusiasmo sotto il tavolo del ping-pong.

Ieri in Guadalupa, territorio francese d’oltremare,  c’è stata la visita ufficiale del Primo Ministro, Francois Fillon. Dalla lettura del quotidiano locale, France-Antilles, ho appreso  che le Premier Ministre ha promesso di aiutare la Guadalupa a risolvere i suoi problemi (molte zone sono state colpite dall’uragano Dean, il turismo può migliorare e aiutare a incrementare il livello di bnessere della popolazione). Ma la cosa più stupefacente è la natura del primo grosso investimento turistico. Quasi cinque milioni di euro sono stati stanziati per il rinnovamento e il miglioramento del locale Club Med.  Ci sono pochissimi alberghi, zero centri turistici e moltissime abitazioni fatiscenti, ma  è sembrato importante enfatizzare l’importanza del Club Med. Sembra quasi di tornare ai tempi pre-rivoluzione francese, quando Marie Antoinette esortava il popolo a mangiare brioche se non avevano il pane!

Un’altra chicca della visita del Ministro è stata la manifestazione dei farmacisti: nella desolazione della mappa dello shopping, le farmacie in puro stile francese spiccano come il Taj Mahal; bellissime, omeopatiche, lussuose e piene di cosmetici. Peccatoi che il prezzo dei medicinali abbia subito un lieve ribasso e allora tutti i farmacisti in piazza a protestare nella speranza di incontrare Fillon. Fortunatamente sono stati dispersi dai flic locali prima del suo arrivo.

Paradiso proibito


Siamo arrivati in Guadalupa a Gosier. Ho fatto appena in tempo a guardare questa spiaggia meravigliosa e poi sono collassata a letto con 39 e mezzo di febbre. Dopo due giorni di delirio, mal di gola e tosse, ho preso l’antibiotico e ora sto bene. Peccato che per una settimana niente bagno e poco sole. Allora siamo andati a fare un po’ di giri nell’isola. Ho scoperto che quasi tutte le famiglie hanno parcheggiata in giardino la mucca domestica, che pascola felice e fornisce il latte. Siamo anche andati all’Acquario, piccolo ma molto ben organizzato. Ci sono squali, pesci palla, stelle marine e una simpatica testuggine. Sotto alle varie vasche si trovano degli sgabelli colorati che servono ai bambini più piccoli per riuscire ad alzarsi a un’altezza sufficiente ad ammirare i pesci. In Italia nessuno ci ha mai pensato.

Elettroshock ai più violenti

Oggi ho letto una notizia scioccante sul Corriere della Sera: negli Usa si sta discutendo se sospendere la terapia avversativa, scosse da elettroshock negli arti ai bambini più molesti, violenti e indisciplinati. Bambini non semplicemente rompiscatole ma malati di autismo o con disturbi mentali. Questi ragazzini hanno elettrodi che attraverso uno zainetto sono applicati agli arti e al torace. Quando stanno per mollare un calcio a qualcuno o sono sul punto di compiere qualsiasi malefatta agli educatori basta azionare il telecomendo e parte la scarica elettrica. A New York stanno discutendo se continuare questa atroce terapia che comunque resterà in vigore fino al 2009. La cosa più impressionante è che i genitori dei piccoli pazienti sono quelli più a favore di questo metodo. In un Paese dove, un paio di anni fa, hanno messo le manette a una bambina di quattro anni perchè era troppo vivace all’asilo forse non c’è da stupirsi che educhino facendo zapping.

Domani mattina dovremmo partire, speriamo bene. Ho avuto un incubo ricorrente tutta la notte: mi era dimenticata di andare a prendere Emma a scuola e lei era sparita nel nulla. Mentre le altre mamme ce l’avevano con me perchè la sua assenza rovinava irrimediabilmente la recita natalizia di classe.

Meglio la tata o il tato?


Tra un bucato di lenzuola vomitate (dono natalizio dell’influenza di Emma) e l’ennesima spremuta di arance iper-vitamniche, ho visto il film “Il diario di una tata” con Scarlett Johansson. Storia più o meno vera tratta dall’esperienza di due ex-baby-sitter che hanno lavorato per ricche famiglie newyorkesi. Il film è divertente e realistico: per trovare mamme come la protagonista non c’è bisogna di andare fino all’Upper East Side di Manhattan, basta fare un giro attorno a casa mia. E mi sono anche ritrovata, purtroppo, nelle abitudini culinarie di quella pessima madre, anch’io ho un debole per le bistecche di soia e affini. Comunque punto focale del film è, ovviamente, la figura della tata che in questo caso è intelligente e strafiga come Scarlett Johansson e infatti turba e arrapa il marito fedifrago della cattiva mamma. Perchè tutte sanno che la tata tra le tante doti richieste ha quella di essere bruttarella, altrimenti potrebbe mettere a rischio l’armonia coniugale. Gli esempi celebri si sprecano: Jude Law ha fornicato con la baby-sitter, Robin Williams se l’è sposata e anche, tanto tanto tempo fa, il papà di Madonna appena rimasto vedovo ha impalmato la tata.
A casa mia di tate belle ne sono “quasi” arrivate due. La prima secoli fa, quando Anita era appena nata e del mondo delle baby-sitter non sapevo ancora nulla. Tramite un’amica mi era piovuta in casa una splendida ventenne norvegese. Una specie di Gisele Budchen delle tate che mi aveva un po’ allarmato per la sua bellezza, ma ero così stravolta dall’allattamento e dai rigurgiti che avevo perso il senso della realtà. Il destino però decise di salvare il mio matrimonio, infatti ancora prima di iniziare la bellissima e dolcissima norvegese mi telefonò per dirmi che nel frattempo aveva trovato un altro lavoro più prestigioso e quindi non veniva più da noi. La seconda tata-fata l’ho incontrata alcuni mesi fa. Anche lei ventenne, alta, sinuosa e arrapante. Ero un po’ alla frutta e così ho deciso che andava benissimo: era automunita e simpatica alle bambine. Così un giorno l’ho portata con me all’uscita della scuola per presentarla alle maestre. Oltre alle insegnanti l’hanno vista le altre madri e alcune mi hanno telefonato per chiedermi se fossi impazzita. Non dovevo assolutamente mettermi in casa una sirena del genere. Massimo rischio. Poi però anche questa ragazza mi ha dato praticamente forfait: deve frequentare l’università a tempo pieno e non ha mai tempo di venire da noi a rovinare il mio matrimonio. Così sono senza baby-sitter ma ancora felicemente sposata.
Adesso però va tanto il tato, il male-nanny come lo chiamano in inglese, dagli Usa sta prendendo piede anche da noi. Conosco una mamma che ne ha uno e si dice tanto contenta, anche perchè si sta separando.

La sfiga di Natale


Abbiamo visto “La bussola d’oro” il film tratto dall’omonimo romanzo best-seller dello scrittore inglese Philip Pullman. Avevo letto una recensione dove si sosteneva che, nonostante il cast stellare, con Nicole Kidman e Daniel Craig, il personaggio migliore della storia fosse l’orso. Dovevo far tesoro di questa opinione. La storia è un noioso puzzle fantasy di elementi copiati da “Il signore degli anelli”, “Le cronache di Narnia”, “Henry Potter”, “Eragon” e “La storia infinita” con una suspance pari a zero. I dialoghi sono infarciti da ridicoli nomi astrusi, mutuati da un latino maccheronico. Anche l’orso ha un nome e un cognome improbabili. Alla fine la cosa migliore di questo film sono i gadget, ad esempio le bussole di plastica che si trovano nelle confezioni di cereali.
Il 24 dicembre dovevamo partire per una vacanza qui, peccato che il giorno prima a Emma è arrivata la febbre e l’influenza. Dopo un pow-wow familiare e molti porconi, abbiamo cambiato il volo e partiremo il 28. Non me la sono sentita di imbottire mia figlia di medicine e farle affrontare tredici ore di viaggio.

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