Impatto impossibile

Ho dei problemi con l’impatto zero: nonostante le mie buone intenzioni ecologiste, per comprare il prodottino bio giusto, per raggiungere la farmacia che fa preparazioni galeniche e il parrucchiere che usa solo colorazioni senza ammoniaca, macino chilometri su chilometri. In auto. In questi giorni va bene, perchè in città sono rimasta quasi solo io. Ma di solito è un incubo. Ok, potrei prendere i mezzi pubblici. Ma abito fuori Milano (per essere in mezzo al verde ah! ah!) e la mia zona non è molto (quasi per niente) servita. La mia auto, acquistata lo scorso anno, non inquina troppo, infatti è tollerata anche dall’ecopass della Moratti, ma comunque così non va bene. Forse dovremmo trasferirci a Friburgo dove come dice un articolo del Magazine del Corriere della Sera, si va tutti in bici e c’è anche un heliotrop. La casa, progettata dall’architetto tedesco Rolf Disch, che ruota su se stessa per seguire la luce solare e avere quindi sempre energia fotovoltaica. Le bambine impazzirebbero e la considererebbero una giostra perpetua. Varrebbe quasi la pena di affrontare un altro trasloco?

Madri sempreverdi?

“Sperma e ovociti per tutti”. Non è la nuova variante dello slogan dell’uomo politico inventato da Antonio Albanese, ma la promessa seria di Zev Rosenwaks, direttore del Centre for Reproductive Medicine and Infertility di New York. La notizia era in prima pagina del Corriere di ieri: fra trent’anni non ci saranno più problemi di infertilità. L’orologio biologico non cliccherà più, si potrà procreare oltre la menopausa, l’andropausa e al di là di ogni preferenza sessuale. Tutto ciò grazie all’ectogenesi: utero artificiale e staminali. Basta con i parti prematuri e via libera alla diagnosi preimpianto. Sono entusiasta per la risoluzione dei problemi di infertilità. Non mi pronuncio sulle coppie di omosessuali, ma sono molto perplessa su quelle formate da genitori vecchi. Sono nata da una primipara attempata, molto attempata per gli anni’60 e quando me ne sono resa conto non mi è piaciuto per niente. Volevo una mamma diciottenne e, con la sincerità un po’ crudele dei bambini, l’ho anche dichiarato apertamente. Poi anch’io ho avuto le bambine piuttosto tardi e me ne rammarico.
A Insieme abbiamo fatto varie volte inchieste sui tempi della maternità: 20-30-40 anni, qual è l’età giusta? Nessuno fra gli esperti si è mai sbilanciato troppo. A vent’anni fisicamente è il massimo ma poche ne approfittano, attorno ai trenta va bene ma ci si fotte la carriera. A quaranta si è madri consapevoli: più portate a sacrificarsi per la prole, però l’energia comincia a scarseggiare. Ogni età ha i suoi pro e contro. Ma le mamme-nonne, per favore no. Non inventiamoci il lifting anche per la maternità.

Notti d’estate


Anche noi, nel nostro piccolo, abbiamo instaurato l’orario estivo. Durante i mesi bui dell’inverno il nostro fuso orario coincideva con quello del pollaio: cena presto per poter urlare “A letto!” al massimo alle 21.45. Ora abbiamo svaccato, siamo un po’ più romani: la cena è pronta alle 21 e poi con nonchalance ci si trascina fino alle 23. Peccato però che alla mattina la sveglia continua a suonare come se fossimo in novembre: io lavoro e le bambine si devono alzare per andare al camp estivo. Quindi ieri sera dopo aver raggiunto, come al solito, l’ora limite cercavo di accelerare la routine della buonanotte, per garantire un numero decente di ore di sonno. Ed evitare che alla mattina le mie figlie siano due zombie poco collaborativi. Dopo aver acceso la rana luminosa che emana luce verde (odiata da Anita ma amata da Emma per superare la paura del buio), recitato la formula di commiato notturno, portato i bicchieri d’acqua ed essere tornata indietro un paio di volte per risolvere gli ultimi improrogabili quesiti notturni, mi sono scocciata e ho giocato la carta delle mamme delle vecchie generazioni:
“Basta, altrimenti arriva papà”.
“E cosa fa?”
“Delle cose tremende”, ho minacciato tenendomi sul vago.
Sono uscita dalla cameretta per avvertire mio marito del suo ruolo di fustigatore.
Ma forse è stato preso troppo sul serio infatti, papà è entrato in cameretta dicendo:
“Se non chiudete gli occhi subito vi sbudello i pupazzi!”. Anita, che dorme ancora con otto pupazzi, ma oramai è quasi una cinica adolescente si è messa a ridere, mentre Emma è scoppiata in un pianto incontrollabile, nascondendo Sky, la sua rana di pezza, sotto il cuscino. Abbiamo perso un’altra mezz’ora per calmarla.
Più tardi nella notte ho sentito dei rumori. Il temporale? Sembravano in casa. Ho aspettato ancora un po’, li ho risentiti. allora mi sono alzata e ho visto la luce accessa in cucina. Ero un po’ spaventata ma sono andata a vedere. Anita vagava vicino al frigo. Lo sguardo un po’ perso, particolarmente rimbambita. Le ho chiesto se andava tutto bene e l’ho riaccompagnata a letto. Sonnambulismo infantile? Non dovrebbe essere grave ma dovrò cercare qualche informazione in più. Già altre volte si è alzata a sedere sul letto. Ma è la prima volta che girovaga per casa. Da anni parla nel sonno, esattamente da otto. Da quando non è più figlia unica. La sua frase più usata/urlata: “Emma piantala!”

Ho appena messo un polpo a bollire in pentola. E’ la cena di stasera. Lavandolo l’ho guardato e ho pensato a tutti quegli articoli scientifici che ho letto, per raccontarli alle bambine, sull’intelligenza del polpo. E’ un mollusco molto evoluto: gli piace giocare con il Lego. Prima di accendere il fornello ho riflettuto, sentendomi in colpa: “Poveretto, dopotutto ho la casa piena di Lego…” ma poi mi sono ripresa, ricordando di avere anche le patate e il prezzemolo in frigo…
devo dormire di più!

Trash per famiglie

Un’amica mi ha regalato tutta la serie degli episodi de I Cesaroni. In casa non guardiamo mai la TV (a parte i miei tg che vedo in clandestinità, perchè le notizie sono sempre troppo orrende per essere condivisa con le bambine) ma ho accettato questi DVD perchè tutti i compagni di scuola di Anita sembravano essere fan della serie. Ero incuriosita. Così qualche sera fa, Anita ed io ci siamo sparate il primo episodio, che al di là della trama scontata, della pessima recitazione (Elena Sofia Ricci è addirittura meno brava di Eva Longoria in Desperate Housewives!) e delle parolacce è stato abbastanza divertente. Abbiamo apprezzato soprattutto le parti legate alla goliardia della vita scolastica. Quindi ieri sera, piuttosto ben disposte, ci siamo spaparanzate, Emma inclusa, sul divano per gli episodi 2 e 3. Momento clou della trama del terzo episodio era spiare nudità dal buco nel muro della doccia. Nel più puro e banale stile italiano della cinematografia di Lino Banfi d’antan, quando faceva film dai titoli come “La supplente si fa tutta la classe” e affini. Ho capito che buttava male quando c’è stato un crescendo di doppi sensi sulle dimensioni dei genitali dei giovani Cesaroni…poi nel gran finale il primogenito l’ha tirato fuori (ovviamente per zittire le malelingue) e Anita ha commentato: “ma che schifo!”. Ho pensato devo dire qualcosa, devo assolutamente dire qualcosa: non possiamo subire passivamente questo stupido trash, spacciato per intrattenimento per famiglie. E così me la sono presa con gli sceneggiatori, volgari, senza fantasia e con uno humor pecoreccio. Non so se le bambine hanno capito oppure no… Bella schifezza il telefilm cult della stagione. Mille volte meglio la volgarità surreale dei Simpsons, ma anche le noiose battaglie del Principe Caspian, almeno lui nei momenti di grande pathos non si cala le mutande.

Brutte notizie


Quante cacche di topo avrò mangiato? Ieri notte giacevo insonne cercando di contare, meglio di fare una media, di tutti i toast che ho ingurgitato (la mia scelta più gettonata al bar per pranzo) negli ultimi anni. Toast con sottiletta, ergo cacca di topo. E’ quello che ho scoperto ieri grazie alla notizia sulla truffa dei formaggi marci riciclati come stracchino, sottilette, parmigiano grattato, ecc. Ripensandoci a volte questi toast erano un po’ indigesti, adesso so perchè. Lo stracchino invece non mi piace quindi i vermi li ho sfangati. Una bella fortuna.

Per lavoro ho parlato ho parlato con il dottor Paolo Sarti, un pediatra fiorentino che ha pubblicato un libro dal titolo fulminante “Neonati maleducati” dove fa il punto sulla situazione educativa attuale. Sull’inerzia di certi genitori che si lasciano, fin da subito, irretire dai modelli culturali dominanti e crescono maschi aggressivi e bambine leziose. All’Istituto degli Innocenti di Firenze, recentemente c’è stato un convegno per fare il punto della situazione sull’uguaglianza/ disparità tra maschietti e femminucce. Il responso è stato deprimente. Gli obbiettivi futuri sono sempre gli stessi: velina e calciatore. Allora forse ci meritiamo il reportage di nozze di Briatore, le sue scioccanti pantofole e ancora qualche toast.

Rughe e castelli di sabbia

In un bistrot, un tipo attempato, che aveva visibilmente esagerato con gli aperitivi al Pastis, mi ha chiamato “mademoiselle” riempiendomi di gioia.
Mi serviva proprio perchè avevo appena sfogliato una rivista patinata, credo olandese, intitolata “Milo”con sottotitolo “midlife rocks”, qualcosa come “la mezza età è rock”. Una pubblicazione dedicata agli ultraquarantenni. Non ho capito nulla dei testi, ma tutti gli intervistati avevano l’età nelle didascalie, il più giovane aveva 45 anni. C’erano foto di Madonna ed Elizabeh Hurley non ritoccate e piene di zampe di gallina. Titoli come “Now or never” e reportage di vita matrimoniale. L’ho capito dalle foto: all’inizio erano giovani e ora dopo vent’anni insieme sono due simpatici babbioni. Senz’altro tutto molto realistico e forse sarebbe azzeccato in Italia visto che siamo un paese di vecchi con le culle vuote, però mi ha fatto un po’ impressione.
L’ultimo giorno in spiaggia una bambina francese (figlia di una coppia Barbie e Ken impegnatissimi a controllare il loro look ogni 5 minuti) ha tampinato Emma per un’oretta. L’ha seguita ovunque, al bar ma anche in mezzo ai cavalloni mentre faceva il bagno, con visibile voglia di attaccare bottone e giocare insieme. Io so come si soffre quando si è figli unici. Si va al mare dove non c’è uno straccio di bambino amico con cui giocare. Ci si vergogna da morire a chiedere “Vuoi diventare mio amico?” perchè alcuni rispondono “No” senza esitazione e si perde precocemente la fiducia nel prossimo. Così ho deciso di abbordare la piccola tampinatrice. Si chiamava Jade e mi capiva (!?). L’ho convinta senza fatica a costruire castelli di sabbia con Emma. Hanno lavorato silenziosamente, fianco a fianco, in una perfetta armonia e alle fine sono diventate migliori amiche. Non potendo parlare, Emma non poteva prevaricare e così tutto è filato liscio.

Belli capelli

caspian

Ieri sera siamo andati al cinema a vedere, con grande entusiasmo e aspettative "Il Principe Caspian" il film della Disney tratto dal secondo libro de Le Cronache di Narnia di C.S.Lewis. Una vera delusione perchè nonostante il grandioso dispendio di mezzi  ed effetti speciali la vicenda non coinvolge. Anzi diventa quasi ridicola. I quattro protagonisti, Peter, Edmund, Susan e Lucy sono gli stessi attori cresciutelli  e meno carini che nel primo film. Susan, ad esempio, ha sviluppato labbra a canotto (naturali presumo) che la fanno assomigliare a un’Angiolina Jolie teen-ager. Ma il meno azzeccato è proprio il Principe Caspian, un grazioso attore inespressivo, con un’incredibile e sempre-a-posto messa in piega che lo trasforma in una versione castana dell’odioso e vanitoso Principe Azzurro di Shrek. Si batte a duello, precipita dai torrioni del castello, cavalca a perdifiato ma è sempre pettinatissimo. E tra i cattivissimi chi abbiamo ritrovato? Sergio Castellitto e Pierfrancesco Favino super barbuti e bardati con pesanti armature ma sempre improbabili per i nostri occhi italiani. Credibili come sarebbe la Ferilli tra gli insegnanti di magia a Hogwarts. Questo il cast, la trama anche peggio: battaglie apocalittiche e infinite fra nani mostruosi, centauri, animali da cortile indiavolati  e violenti contro i poveri Castellitto e Favino.

In Francia quasi tutti i ristoranti hanno un insalubre "menu enfant" che prevede per i nostri bambini un’intensa cura di patatine fritte, bocconcini di pollo fritto, bastoncini di pesce o hamburger. Quando Anita ed Emma erano più piccole mi angosciava, ora invece riesco a vedere il lato positivo della proposta bambini : se sei fortunato ci scappa anche un gioco, assolutamente inutile e trash (collana stella marina luminosa, puppazzetto che cammina ma si rompe subito, visiera parasole con becco di pinguino) che li rende assolutamente felici. Anche se hanno superato i dieci anni. Tra i dolci compresi nel prezzo super aprezzato lo spiedino di bon-bon. Un bastoncino infilzato di marsh-mellow, croccantini e caramelle di ogni tipo e colore. Un vero inno alla carie, probabilmente nato dall’avidità dell’associazione dentisti francesi.

Ho appena finito di leggere un romanzo bellissimo di Delphine De Vigan, storia dell’improbabile amicizia tra una tredicenne e una giovane barbona. In francese si intitola "No et moi". No è il nome della ragazza di strada. In italiano è stato tradotto con "Gli effetti secondari dei sogni", mi chiedo perchè… infatti la protagonista non sogna e soffre addirittura di insonnia. E non fa neanche sogni ad occhi aperti…

A proposito del mio francese, lo studio con impegno da anni e ogni volta che vengo qui in vacanza arriva sempre il momento orrendo nel quale qualcuno mi risponde in inglese, umiliandomi tantissimo. Questa volta non è successo . Ero piuttosto soddisfatta ma oggi in spiaggia c’era un ragazzino che voleva discutere con Anita le tecniche dello skimboard, l’arte di scivolare con la tavola sulle onde del bagnasciuga. Anita non capiva cosa le dicesse ma è riuscita a spiegargli di essere italiana. Poi sono arrivata io pensando di fare l’interprete. Gli ho chiesto in francese da quando faceva skim board e lui mi ha risposto: "Non parlo italiano". Purtroppo era troppo piccolo per essere un adolescente che disprezza gli adulti. Si trattava veramente di un problema di grammatica. Ho continuato a sorridergli ma volevo nascondermi sotto l’ombrellone a piangere. Anzi a ripassare i verbi irregolari. 

 

Ici la Côte

medusa

Una settimana fa, con un tempo da lupi, siamo partiti in vacanza. Abbiamo affittato un appartamento a Saint-Cyr-sur-Mer, in Provenza, bassa Costa Azzurra.

La prima sera le bambine hanno trovato sulla terrazza una cinciallegra appena nata, forse caduta dal nido a causa del temporale. L’hanno subito adottata, anzi presa in affido, sperando in un pronto ritorno della madre. Siamo andati a cena e al ritorno della baby cinciallegra sembrava non esserci più traccia. Ben visibile invece un gattone grigio che la mia secondogenita guardava con sospetto. "Mamma pensi che l’abbia mangiata?" mi ha chiesto  Emma. "No, non preoccuparti sarà tornata la mamma a prenderla", ho risposto come avrebbbero fatto tutte le madri del mondo, perchè mica si può dire a una di otto anni che la sfiga inizia prestissimo anche per passeri e affini. Per essere più realistica e convincente ho anche aggiunto: "Non preoccuparti. Se l’avesse mangiata ci sarebbe qualche resto…" "Sì mamma, infatti c’è una zampetta" ha ribattutto Emma e vedendomi senza parole ha gentilmente aggiunto: "E’ un gatto assassino ma anch’io se trovassi un piatto di lasagne su un gradino le mangerei subito".

Cosa si fa quando al mare quando piove? Si va in gita. Ho comprato Balado, una guida ricca e invitante piena di itinerari utili sulla nostra zona e abbiamo scelto come meta Trets, un paesino medievale che prometteva una passeggiata con tanto di cunicolo e passaggio segreto. Le bambine hanno abboccato e si sono sciroppate un’ora e mezza di viaggio senza fare troppe storie. Al ristorante il proprietario non voleva credere che fossimo in paese come turisti e non per lavoro (?). Il perchè l’abbiamo capito quando abbiamo affrontato "l’itinerario medievale pieno di souvenir" promesso dalla guida. Una sola senza precedenti. Due vicoli e un sottopasso. Quasi da piangere. O aspettare sottocasa l’autore di Balado.

Finalmente in spiaggia. Lo dice anche il supplemento domenicale di Figaro: quest’anno sur la côte emergenza meduse. Ma noi siamo riuscite anche piantarci una spina nel piede passeggiando sulla spiaggia. Per par condicio Emma ha incontrato di striscio una medusa mentre faceva il bagno, mentre Anita si è beccata la spina (forse di riccio). Per il resto è tutto meraviglioso: baguette buonissime, pubblicità alla tv molto divertenti e intelligenti, impareggiabili giornalini per bambini, mercatini provenzali e chilometriche passeggiate sui sentieri del litorale per smaltire le crepes al cioccolato di cui non possiamo fare a meno.

 

Technorati Tag: ,

Femminismo assassino


Un gamberetto oggi, un minestrone domani, lenticchie, focaccia, yogurth, sushi e muesli a random. Da vent’anni non toccavo carne e per “scrupolo” (capelli sfibrati, unghie molli, occhiaie da Nosferatu, catelessi alle 9 di sera) ho fatto gli esami del sangue. Emoglobina a 9, come uno zombie. Così ho cominciato a prendere il ferro come integratore e, nonostante il ribrezzo, ho dovuto incominciare a mangiare la bistecchina. Inutile tergivisare con petto di pollo e bresaola, per i miei globuli rossi dovevo sacrificarmi con la carne rossa. Una bella sconfitta per una che per lavoro ha anche intervistato (con grande entusiasmo) il pediatra alternativo che consigliava lo svezzamento vegetariano con l’alga kobu. Il problema è che per seguire una corretta dieta vegetariana bisogna essere molto coscienziosi e non lasciare niente al caso. Cioè calcolare bene le combinazioni degli alimenti e non smordicchiare qua e là come ho fatto troppo spesso negli ultimi tempi. Quindi ho dovuto arrendermi. Ma non alla mucca pazza, che dicono si sia estinta, ma non si sa mai. La bistecchina quindi vado a comprarla in cascina dove è tutto bio. Ieri sono andata con le bambine e dopo la spesa le mie figlie mi hanno chiesto di fare un giretto nelle stalle e nel pollaio per vedere gli animali. Grande errore. Tra polli, anatre e galline tutto ok: loro starnazzavano ed Emma cercava di instaurare una conversazione. Le caprette erano simpatiche e si ingozzavano di erba. Il tragico è arrivato quando siamo arrivate alla stalla dei torelli: bellissimi e condananti a morte. Mi sono allontanta con la scusa del lezzo di letame perchè mi sentivo terribilmente in colpa. Ho cominciato un’ipotetica conversazione mentale con loro pensando: “Non vorrei mangiarvi ma devo… con i gamberetti non mi sento in colpa perchè sono forse figli di un dio minore?”. Un vero delirio di pentimento. Poi le mie figlie hanno dato una sbirciatina nel porcile: per i maialini era già ora della nanna. Dormivano felici, rosa e ignari: tutti ammassati come i punkabestia. La medesima idea ci è passata contemporaneamente per la testa. Emma, grande consumatrice di salame, ha chiesto triste: “Li allevano solo per poi ucciderli vero?”. Anita con prontezza le ha risposto: “Uccidono solo i maschi perchè le femmine servono per riprodursi”. Allora Emma sollevata: “Bene. Succede come per i fuchi?”. Anita: “Sì, negli animali i maschi non servono a nulla”. “Fra un po’ sarà così anche nel genere umano…” mi sono lasciata scappare io. Poi mi sono morsa la lingua prima di formulare altre ipotesi di bio-genetica. Devo smetterla di parlare male dei maschi alle bambine: hanno tutto la vita davanti per capire come va il mondo.

Per chi suona la campanella

Anita domani finisce le elementari: alla sera ci sarà la cena di commiato con le sue maestre e mi è stato chiesto di aiutare a inventare un testo per il biglietto di saluto alle insegnanti. Il finale della composizione mi ha fottuto. Ho scritto: “…per affrontare al meglio una nuova fase della nostra vita” e ho cominciato a singhiozzare in maniera incontrollata. Ho capito che non sono ancora pronta per digerire l’idea che il mio ex-feto (che oggi è alta quasi quanto me e porta il 38 di scarpe), presto entrerà in un mondo di bullismo, baby-gang e altre nefandezze adolescenziali. Devo fermare la campanella!

Veline fotovoltaiche

Ieri sera c’è stato il saggio di ginnastica acrobatica di Emma e Anita. Non si sono spaccate l’osso del collo e questo è stato un buon risultato. Per vederle però abbiamo dovuto assistere a un bel tre ore si spettacolo: il nostro saggio era diviso in due parti, sadicamente erano una a inizio e una a fine serata. A parte il karate e le bambine piccole che facevano danza classica, il resto delle coreografie erano una brutta copia di quelle che trasmette la TV commerciale: piene di ammicamenti di ballerine/veline wanna-be. Questo schema applicato a ragazzine di dieci anni era veramente triste e desolante.
Ma il mondo va così, tanto un’azienda giapponese di lingerie ha appena lanciato sul mercato il prototipo di un reggiseno rivoluzionario, il balconcino fotovoltaico. Oltre a svolgere il suo ruolo più tradizionale, questo articolo di corsetteria ha applicato sul torace un panello solare che permette di caricare cellulare e iPod. Ci sono anche sacche di plastica che possono essere riempite di acqua da bere con la cannuccia, per evitare di usare le bottigliette di plastica che inquinano. Il reggiseno è infatti “verde”, prodotto in cotone ecologico. Per ora non è ancora sul mercato perchè ci sono purtroppo dei particolari tecnici da perfezionare: il balconcino non può essere indossato sotto ai vestiti perchè perde il suo potere fotovoltaico e soprattutto non deve essere lavato, perchè i cavi del carica batteria sono integrati nel tessuto. Ma è meglio avere la biancheria pulita o il cellulare carico?

The day after

Credevo di non farcela. L’atmosfera da The day after a casa mia è continuata anche dopo una settimana. Non vorrei apparire troppo presuntuosa paragonando il mio appartamento dopo il trasloco a un paesaggio devastato dai missili, ma giuro che non sto esagerando troppo. Caos e polvere ovunque e dopo poco anche il gioco del memory viene a noia: ho visto lo scatolone delle pentole là, ma ora non c’è più, dove sarà quello delle posate? In queste situazioni immobiliari le relazioni umane, anche le più amorevoli, si logorano come non mai. Il momento più tragico è alla mattina, il classico pre-scuola. Quando tutto dovrebbe rollare come una consolidata routine e invece…ciccia. Una domanda all’apparenza innocua come: “Dove hai messo lo zucchero?” può dare origine a un divorzio. La dolcezza dell’istinto materno si estingue per lasciar spazio a un’indole “squisitamente” franzoniana (sì, sono sempre stata colpevolista). Ovviamente maggio è il mese sbagliato per rinchiudere la propria vita in 130 scatoloni. Perchè, come ho già detto, ci sono i saggi, le recite e tutti gli altri simpatici momenti di aggregazione scolastici e non, dove tutti i partecipanti devono mettersi la maglietta rossa, i pantaloni da ginnastica bianchi o la t-shirt verde scuro. Ok, devo ammettere che anche gli altri anni per un ironico gioco del destino non ho mai posseduto la maglietta arancione senza scritte, o quella gialla a maniche lunghe nel momento giusto. Mi sono sempre chiesta se alle maestre appaiono in sogno Dolce & Gabbana per suggerire il look della recita. Ma questa settimana è stato peggio: sapevo di avere una maglietta rossa in uno dei 40 scatoloni etichettati “vestiti” ma in quale?

Illuminazione

Oggi sono diventata post-yuppy e neo-hippy. E’ successo tra uno scatolone e l’altro. Nella pausa caffè ho trovato quest’articolo su La Repubblica che mi ha illuminato. Negli USA è sorto il “movimento della semplicità”: sempre più famiglie si liberano di tutti i loro oggetti inutili per vivere con il minimo indipensabile. Una filosofia meravigliosa per una che deve fare il trasloco. I seguaci di quest’idea vengono definiti appunto neo-hippy/post-yuppy, ho sempre odiato gli hippy e e anche gli yuppy ma pur di uscire viva da questi scatoloni sposerei qualsiasi dottrina. C’è anche un libro della sociologa Mary E.Grisby, si intitola Buying Time and Getting By: the Voluntary Semplicity Movement ed è considerato la bibbia di questa nuova tendenza. Ok, gli americani non possono resistere più di mezz’ora senza avere una nuova filosofia da seguire e forse sono annebbiata dal delirio del trasloco, ma cercare di accumulare e possedere sempre meno mi sembra comunque importante. Quando sono stata recentemente a Londra, una mia vecchia amica americana mi ha invitato nella sua nuova casa: in cucina aveva piazzato orgogliosa quattro forni. Non ha un ristorante e neanche dieci figli. Allora domani le regalerò il libro della Grisby.

Arpa, rose e trasloco


Tanto, tanto tempo fa maggio era chiamato il mese delle rose… ora siamo diventati più realistici e maggio è conosciuto come “l’ammazza-mamme”. In questo mese infatti le madri se non hanno un fisico bestiale e i nervi saldi possono soccombere. E non a causa dei troppi cioccolatini (ingurgitati per la festa della mamma), ma perchè talmente tante sono le cose da fare che anche le più organizzate, a fine mese, agonizzano. La scuola finisce e pure tutti i corsi dove si sono parcheggiati i pargoli e le madri sono invitate a saggi, cene e aperitivi di addio, shopping per regali alle maestre e alle rappresentanti di classe, incontri per capire come funzionano i centri estivi, comunioni, cresime e le più socievoli anche a comunioni e battesimi. A tutti questi simpatici eventi mondani ovviamente non si può nè bere nè mangiare perchè a giugno c’è la prova costume. Quindi quasi nessuna madre è però talmente masochista da pianificare anche un bel trasloco in questo mese letale. Beh, io l’ho fatto. Da una settimana inscatolo, impacchetto e impreco. Martedì arrivano i trasportatori. L’ultimo trasloco l’ho fatto quattro anni fa, ma in un umore molto più nostalgico: ho tenuto un sacco di fuffa inutile. Adesso sono implacabile e mi libero di quasi tutto. Soprattutto le cose degli altri, tanto non mi vedono e potrò sempre negare o usare la vecchia scusa “sarà in garage”. Ieri ho alzato la testa dagli scatoloni e ho goduto di un’ora d’aria. Ne ho approfittato per portare Anita e una sua amichetta a un pomeriggio musicale dedicato all’arpa. Questo strumento sta tornando molto di moda fra le ragazzine. Una mia amica fa parte di un’organizzazione di genitori che cerca di diffondere questa passione e ci ha invitato al saggio. Nel presentare le giovani artiste la mia amica cercava anche di convincere i genitori presenti che l’arpa non è poi uno strumento così scomodo e strano: in casa si può trattare come l’asse da stiro e nascondere di fianco a un armadio. Tutti si sono divertiti ma non la maestra d’arpa che è insorta, inorridita, dicendo che l’arpa in casa deve avere un posto d’onore ed essere guardata, o meglio, ammirata. Le piccole musiciste comunque, al di là dell’infelice gemellaggio arpa-asse da stiro, hanno dato il meglio di sè e io sono tornata ai miei scatoloni di buon umore: ho ammucchiato tante cose inutili, ma l’arpa finora l’ho sfangata.

It’s a skate world


Rampa da skate al Parco Lambro. “Sei regular o goofy?”, ha chiesto un bambino a Emma, squadrandola dall’alto al basso. Lei fortunatamente non si è messa a piangere, ma ha guardato speranzosa la sorella maggiore, in cerca di spiegazioni. “E’ regular” (non è mancina) ha risposto Anita. Allora il ragazzino che, a bordo rampa, che stava spiegando a Emma come provare a fare “ollie” si è chiarito ogni dubbio. Ieri pomeriggio una mia amica ed io siamo approdate in questo paradiso degli skaters, con i figli bardati come guerrieri mediovali con mille protezioni: caschi, ginocchiere, para-gomiti e anche para-mani per Emma. Sulla rampa gli altri skaters, casual nell’abbigliamento e molto navigati, ne facevano di tutti i colori: salti, volteggi, acrobazie e inevitabili scontri. Frontali ma anche laterali. Il ragazzino che ha rivolto la parola a Emma era piuttosto loquace e spiegava orgoglioso: “Quello si è spaccato i denti, l’altro è svenuto, io mi sono quasi slogato una spalla, quella ragazza là in fondo ha ripreso oggi perchè l’ultima volta si era rotta due dita”. Un vero bollettino di guerra. Quasi da decidere di regredire e tornare sulle molle a paperella del parco giochi davanti casa. Troppo tardi: le bambine erano “scese” nella rampa. Mentre i figli della mia amica si lanciavano da coraggiosi irresponsabili, le mie sembravano immobilizzate da un paralizzante incantesimo. Poi Anita, in cima a una discesa, ha timidamente chiesto: “Posso andare io adesso?”. Con sufficienza un maschietto che indossava una specie di pannolone di ferro (para chiappe) le ha risposto: “Certo vai, Barbie!”. Il mondo dello skate non brilla per femminismo. Anita ed Emma erano le uniche due ragazzine in una bolgia di maschi. L’altra donna era la reduce delle due dita rotte. Bravissima. “E’ una giornalista” mi è stato detto. Quindi ho provato doppio orgoglio: corporativo e materno! Fortunatamente non ci sono stati morti e feriti: il ragazzino che ci parlava era forse l’unico adolescente al mondo senza paturnie, i suoi amici (i più fighi della rampa che vanno lì tutti i fine settimana) hanno inspiegabilmente parlato con noi mamme, vecchie babbione. Hanno addirittura svelato tutti i retroscena dello skate world del Parco Lambro. Insomma, al di là della prima impressione un po’ cruenta, abbiamo sperimentato un’atmosfera veramente piacevole. Incredibilmente Emma non ha nemmeno avuto bisogno di andare in bagno. E dulcis in fundo, a un certo punto sono arrivati anche alcuni skater con un rurale impianto stereo per mettere della musica punk a manetta (che mi ha commosso: deja-vu degli anni di gioventù).

1 71 72 73 74 75 77