Quando andiamo a casa?

Mariti che, dopo quaranta e passa anni di matrimonio, nell’oblio della malattia, chiedono insistentemente alla moglie di “mettersi insieme”, anziani che scappano di casa e si perdono nei boschi, persone che hanno un vocabolario oramai ridotto a due sole parole. E una madre che, in piedi sulla soglia della sua cucina, chiede insistentemente al figlio quando si tornerà a casa.

Dalla domanda, surreale e commovente, è mutuato il titolo di questo libro  che affronta il drammatico tema dell’Alzheimer: dal punto di vista  dei malati, delle loro famiglie, inframmezzando storie di vita a notizie scientifiche e fotografando la situazione italiana e anche quella europea. (ad Amsterdam un centro specializzato è stato denominato Dementia Village!)

Nel nostro Paese sono un milione le persone che soffrono di demenza e l’Alzheimer, la forma più diffusa, colpisce almeno il 60% dei malati, con settantamila nuovi casi all’anno. La vita si allunga sempre di più e le malattie degenerative aumentano, ma la rete di assistenza è molto carente, il mondo della politica e l’opinione pubblica tendono a ignorare le problematiche di questa patologia e i malati restano soprattutto a carico delle famiglie.

Michele Farina, in questo libro, tributo affettuoso e toccante a sua madre (vittima di un Alzheimer precoce) racconta episodi molto personali e sa farlo con impagabile leggerezza. Riesce ad esplorare il doloroso pianeta dell’Alzheimer, attraverso incontri con i malati e le loro famiglie, raccontando i disagi ma anche gli aspetti più imprevisti e teneri della trasformazione che subiscono le persone affette da questo tipo di demenza.

Riporta schegge di vita familiare dove figli devono trasformarsi in padri e madri dei loro genitori ammalati, anziani che sono capaci di relazionarsi con bambolotti meglio che con la propria moglie. Malati che stanno meglio solo se vanno a ballare o seguono una partita di rugby. Il grande merito di questo libro è di liberare dai sensi di colpa, vergogna  e/o di inadeguatezza di chi convive con un malato di Alzheimer. Leggendo queste testimonianze ci si convince che qualsiasi “stranezza” sia lecita per far star meglio un ammalato, perchè è senz’altro frutto di amore.