Il sentiero del diavolo

La donna accusata di stregoneria veniva gettata nel fiume o in uno stagno. Se galleggiava era una strega, se andava a fondo era innocente…

…la peste devastò l’Europa, perchè nell’isteria collettiva contro la stregoneria vennero uccisi tutti i gatti. Si pensava che le streghe potessero trasformarsi in gatti in base alla loro volontà. Senza i gatti che li decimassero, i topi si moltiplicarono e la Peste Nera si propagò di casa in casa…

Così scrive Eugenia Rico, ne Il sentiero del diavolo, un romanzo denso e appassionante che racconta di un viaggio dell’autrice nelle terre della sua infanzia, nelle Asturie. Uno dei luoghi dove nel XVII secolo infuriò la caccia alle streghe. E attraverso questo itinerario ripercorre la follia storica dell’Inquisizione che condannò al rogo migliaia di innocenti. Non solo donne, ma anche uomini e soprattutto bambini.

Streghe erano ovviamente tutte quelle ragazze e donne che non si conformavano alla mentalità corrente, quellle che erano diverse. 

Troppo libere, strane o ribelli. Quelle che come Ana dei Lupi, la cui vita viene raccontata nel romanzo, erano nate sfortunate, vittime di stupri e abusi. E magari cercavano, come potevano, di emanciparsi dalla loro sorte. Ana dei Lupi aveva scelto l’eremitaggio fra le montagne, era diventata amica dei lupi e aveva imparato l’arte di quella che, oggi, sarebbe la fitoterapia. Scoprendo, ad esempio, le proprietà dell’acido salicidico contenute nella corteccia del salice (le stesse che tanti secoli faranno nascere l’Aspirina!)

Il libro racconta come, invocando il diavolo, l’Inquisizione fece scempio di tanti innocenti, torturati finchè non confessavano atti incredibili.

Le streghe mangiavano i bambini e ne estraevano le viscere per preparare pozioni. Potevano causare la morte di un uomo con un semplice sguardo. Con il semplice gesto di togliersi le calze provocavano tempeste nel mar Cantabrico chefacevano naufragare le barche. 

Questi resoconti dell’Inquisizione, per la loro illogicità, hanno insospettito Alonso de Salazar, personaggio storico realmente esistito, inquisitore mandato a investigare sul fenomeno. Quest’uomo illuminato, grazie ai suoi dubbi, lottò con tenacia contro i pregiudizi. E riuscì a fermare la caccia alle streghe.

E’ un eroe oggi dimenticato e, come scrive Eugenia Rico, in Spagna non c’è neanche una piazza o una strada a lui intitolata.

Servirebbe invece perchè la paura del diverso non è mai tanto atttuale come nei giorni nostri.

Tutto questo ti darò

In un matrimonio si crede di conoscere tutto del proprio coniuge ma non sempre è così. E’ quello che accade a Manuel, dopo quindici anni di unione, quando suo marito Alvaro muore improvvisamente in un incidente d’auto, è scioccato nello scoprirne la doppia vita.

Questo è l’incipi da cui parte la trama di Tutto questo ti darò, l’emozionante e corposo thriller (576 pagine) della scrittrice spagnola Dolores Redondo. Autrice bestseller in patria e tradotta in 22 paesi, con questo romanzo si è aggiudicata il Premio Bancarella 2018.

Una storia coinvolgente e appassionante che parte subito audace e provocatoria. Manuel è un famoso scrittore, Alvaro un pubblicitario: il matrimonio fra due uomini è ben tollerato nella cosmopolita Madrid, dove vivevano, ma visto come un peccato, un’eresia, nella mentalità della Galizia dove, dopo le primissime pagine, trasloca la vicenda.

Manuel infatti si sposta in questa zona rurale e selvaggia della Spagna, prima per partecipare alle esequie di Alvaro e poi rimane per scoprire la verità sulla sua scomparsa.

Infatti quella che sembrava una tragica fatalità si intuisce sia in realtà qualcosa di ben diverso. Un evento molto più complesso e tragico, dietro a cui si nasconde una complicata e cupa storia di famiglia. Un nucleo famigliare di nobile casato dove l’apparenza è più importante della verità. Segreti, invidie e rancori sono sedimentati da troppo tempo.

Alvaro ne era diventato l’erede e conduceva una doppia vita proprio per nascondere questa realtà a Manuel. Nel dipanarsi della storia quest’ultimo riuscirà a scoprire tasselli di verità grazie all’aiuto di un ruvido poliziotto in pensione e quello di un giovane parroco, amico di infanzia della vittima.

Capitolo dopo capitolo, la trama si snoda poi con risvolti imprevisti. L’autrice è bravissima ad avvolgere il lettore in una spirale di sospetti, grazie a un ritmo serrato e preciso. Soprattutto nelle descrizioni nella realtà della Ribeira Sacra, una parte della Galizia ancora ancorata a usi e tradizioni del passato.

La scrittura diventa molto evocativa, quasi cinematografica, in uno scenario in cui descrive il lato più oscuro della vecchia aristocrazia del luogo, insensibile e arroccata ai propri privilegi. Ma riesce anche a ritrarre la poesia di una terra dalla bellezza ruvida e incontaminata. Per arrivare lentamente al colpo di scena finale.

Julieta: una telenovela

Ho visto tutti i film di Pedro Almodovar e l’ho sempre apprezzato. Perciò ieri quando sono andata a vedere la sua opera più recente Julieta ero piena di gioiose aspettative.
Il film racconta la storia di una donna, Julieta appunto, che da dodici anni ha perso ogni contatto con la figlia sparita inspiegabilmente.

All’inizio della pellicola troviamo una Julieta cinquantenne, finto-bionda bella e raffinata, che sta per lasciare Madrid per trasferirsi in Portogallo con il suo compagno. Però il caso vuole che si imbatta per strada nell’ ex-migliore amica della figlia (ora redattrice degli speciali di Vogue?!?!?) che le racconta di aver incontrato, qualche tempo prima, la dispersa (ancora una volta per caso) in Svizzera, .

Questo incontro fortuito sconvolge a tal punto Julieta da farle cambiare programma: molla il fidanzato, rinnega il Portogallo e trasloca.

Dove? In un altro quartiere di Madrid: nella casa dove aveva vissuto tanto tempo prima con la figlia. Perchè non vuole rinnegare il passato, ma trovare la forza di capirlo. Così comincia a scrivere una specie di diario rivolto alla figlia in cui promette di raccontarle tutta la verità.

E qui ero ancora contenta, perchè pensavo: bene adesso vediamo cosa è successo veramente!

Viaggio indietro nel tempo. Anni 80: una Julieta giovane e gnocca (sempre finto-bionda in stile Madonna in Papa don’t preach) è una prof di greco e
images.duckduckgo.comincontra un pescatore in treno. E’ un viaggio notturno e dal finestrino si vede stranamente anche un cervo che corre spaventato (qui dovevo cominciare a sospettare che qualcosa non quagliasse!).

Il pescatore è molto fico e anche stranamente abbiente (per essere un giovane pescatore tatuato). Infatti ha una bella villetta con giardino/vista mare in una località amena della costa e anche una colf. Inoltre è così sexy da divenire, ovviamente, il padre della ragazza scomparsa.

La colf invece è Rossy De Palma. E Almodovar si autocita alla grande: sguazza negli anni’80, nei tempi d’oro del suo esordio, e regala le uniche due battute divertenti del film. La De Palma è imbruttita di bestia (per esigenze di copione) ma rimane sempre divertente.

La storia e il dramma della nostra Julieta invece virano sempre di più verso il piattume prevedibile da telenovela. Si aspettano sorprese che non arrivano, amori che non decollano, colpi di scena che non esistono, drammi che non si consumano.

Ci sono invece dettagli risibili, come la scena in cui la futura redattrice degli speciali di Vogue, a dodici anni seduta sul divano già legge Vogue!
(Ce n’era veramente bisogno?)

Quando sono apparsi i titoli di coda lasciandomi incredula per la mancanza di costrutto del film, una signora altrettanto confusa mi ha chiesto gentilmente:
“Scusi, sono io che non ho capito o non è successo niente?”
“No, guardi non è colpa sua è proprio così: ha raccontato il nulla!”, le ho risposto solidale e altrettanto delusa.

E la cosa sorprendente è che anche qui, come canovaccio della storia, c’erano tre grandi racconti: Fatalità, Fra poco e Silenzio di una scrittrice da Nobel, Alice Munro.