Alternanza scuola lavoro: molte perplessità!

Quando l’anno scorso, più o meno di questi tempi, mia figlia è tornata casa con la notizia dell’obbligo dell’alternanza scuola lavoro ha avuto una mezza crisi isterica.

“Non voglio passare una settimana a fare delle fotocopie!”

“Non possono obbligarmi a perdere così il mio tempo!”

“E poi ci sarà una relazione da portare alla maturità!”

Io e la sorella maggiore abbiamo pensato fosse voglia di drammatizzare i racconti di una sua amica, di un anno più grande che, in effetti, aveva passato una settimana in servizio di biblioteca a fare fotocopie su fotocopie. Quando non guardava il cellulare.

Abbiamo cercato di rassicurarla e motivarla, ma purtroppo, la mia giovane Cassandra aveva ragione.

A un anno di distanza il bilancio della scuola lavoro è abbastanza negativo. Non per lei, che ha scelto di adempiere al suo impegno il prima possibile durante l’anno scolastico, per non ridursi nel momento più delicato verso i mesi estivi. Ma per molti altri è stata un’esperienza non sempre “piacevole”.

Infatti nel procedere dei mesi la gestione dell’alternanza è divenuta sempre più caotica, a noi genitori avevano detto che era proibito organizzare impegni ad personam e lasciare tutto nelle mani della scuola. Alla fine però per risolvere la situazione nei termini previsti il fai-da-te è stato autorizzato.

Come sostiene anche quest’articolo, l’attuazione è stata molto problematica, sia per la difficoltà di organizzare tutto in tempi brevi (soprattutto per i licei) sia per la poca collaborazione tra le persone incaricate.

L’altro giorno gli studenti in manifestazione hanno protestato duramente contro l’alternanza e molto probabilmente a ragione.

In teoria l’idea dell’alternanza, sbandierata dal Governo come una genialata, sarebbe valida ma l’attuazione, troppo frettolosa, è stata piuttosto disastrosa. Nelle varie testimonianze che ho raccolto i casi positivi sono state le classiche botte di fortuna, oppure stage finanziati dalle famiglie, che vicino ai tempi di scadenza, sono stati anche invitati a servirsi dei propri contatti per sfangarla.

Inoltre molto spesso non si è stati in grado di assecondare gli interessi dei ragazzi che sono stati parcheggiati un po’ dove capitava giusto per tappare un buco per colmare un’esigenza. C’è anche chi dà la colpa ai ragazzi, pigri nativi digitali, che vogliono evitare fatica e impegno, ma credo che questo sia solo un alibi.

L’idea dell’alternanza poteva essere una buona possibilità per metterli a contatto con il mondo del lavoro e far sperimentare un nuovo tipo di impegno, ma in pratica l’obiettivo è stato raggiunto in una percentuale minima.

Considerati i miseri risultati, cambierà qualcosa?

Figli della libertà

I voti, i compiti, le valutazioni, le regole, i giudizi e anche le sanzioni.
Sono strumenti giusti per educare i bambini?
Per insegnare ai nostri figli è giusto usare questi metodi?
Ce lo siamo senz’altro domandati tutti e, molto probabilmente, anche chiesti se certe manifestazioni di aggressività dei bambini non siano legate proprio a questo stile educativo.

Una coppia di genitori, Lucio e Anna, già autori di questo documentario, sono andati oltre e hanno sperimentato un’alternativa: l’home schooling. Dopo la prima elementare hanno tolto la loro bambina da scuola e hanno provato a istruirla da casa. A insegnarle tutte le cose che avrebbe imparato in classe ma con un metodo più morbido, meno coercitivo, più sensibile ai suoi bisogni. E di questo loro esperimento, libertario, hanno fatto un documentario.

E’ una scelta coraggiosa o scellerata?

Lucio e Anna e lo sono domandati subito e il loro film è proprio il tentativo di rispondere a questo dilemma. Le persone più vicine a loro li hanno criticati. Secondo la nonna, non mandare a scuola la piccola Gaia, è un’idea balorda, un grande erorre educativo. E della stessa opinione è anche un loro amico anarchico, che sostiene che la rivoluzione deve essere fatta all’interno del sistema, non chiudendosi fuori!

Ma per capire meglio, i due genitori alternativi sono andati a raccontare la loro storia e a chiedere pareri anche a pedagogisti e docenti universitari di psicologia dell’età evolutiva. Poi ne hanno discusso, quasi fino al litigio, con altri genitori che avevano scelto lo stesso metodo educativo: home schooling e una “scuolina”  (qualche ora alla settimana) con otto bambini di età diversa gestiti da due giovani educatori.

Infine sono arrivati in Inghilterra, nel Suffolk nella famosa scuola di Summerhill, dove l’educazione libertaria va avanti da decenni.
L’idea di home schooling è un’eccentrica utopia o uno strumento efficace per rendere più forti i ragazzi?

I figli della libertà fa riflettere molto, soprattutto sul confine fra idealismo e problemi reali nell’educazione dei ragazzi. La coabitazione forzata fra i bambini a scuola può essere molto problematica. I concetti di rispetto, cura e attenzione verso gli alunni non sono  mai   sempre una priorità per gli insegnanti costretti sfangare spesso, loro malgrado, realtà complicate.
Ma quanto è più importante che un bambino impari a convivere con gli altri? E soprattutot quanto si può rimandare lo choc di immergersi nella vita scolastica vera?
Secondo i genitori del del documentario fino alle medie.
Sono un po’ scettica su questa data anche perchè quella è l’età in cui i ragazzi sono più insicuri, e per pacificarsi devono essere il più possibile uguali ai coetanei.

Arrivando da un’esperienza così diversa sarà per loro più facile o più arduo amalgamarsi con i coetanei? Saranno disadattati o più forti degli altri?

Booksound: giovani lettori ascoltano

In Italia si legge poco, anzi sempre di meno.
Non riporto statistiche per non deprimerci!
Quindi è essenziale agire per non soccombere, per cambiare la situazione.
E la mossa più strategica per rivoluzionare queste brutte, vergognose, abitudini da non lettori è puntare sul futuro.
Sulle giovani generazioni, allevare lettori e lettrici fin da piccoli. Insegnare loro a entrare nel mondo meraviglioso dei libri, ad aprezzarli, a farsi incantare, ad ascoltare e condividere le emozioni e la gioia che una storia può regalare.
Per questo è nato Booksound, un’inziativa dedicata agli studenti dagli 8 ai 18 anni, che punta sulla voce per far scoprire ai giovani il piacere della lettura e della condivisione. Se prendere un libro e immergersi fra le sue pagine a un adolescente può sembrare una pericolosa mossa di isolamento, da sfigati senza amici, allora Booksound è nata per contraddire questo timore. Per provare che leggere è proprio il contrario. Per conquistare giovani non lettori e trasformarli in appassionati di libri puntando invece sulla condivisione, sul coinvolgimento. Infatti con Booksound leggere diventa un’attività da fare con i coetanei. Perché si legge insieme a voce alta. E’ un’idea gratuita proposta alle scuole per liberare la voce dei ragazzi e trasformarla in una risorsa straordinaria.
Nel 2016 più di duemila ragazzi in tutt’Italia, grazie ai volontari LaAV
(rete di lettori ad alta voce) images
si sono divertiti con i libri Marcos y Marcos, sperimentando prima la forza della loro voce durante i laboratori in classe (Booksound lab). E dopo, scatenandosi in tanti piccoli spettacoli di lettura e happening al di fuori della scuola: negli auditorium, in libreria, per le strade e in diversi festival: i Booksound live. Ragazzi che leggevano e ragazzi che ascoltavano.
Hanno anche partecipato al premio BookSound Story, realizzando dei bellissimi video sul tema “leggere ad alta voce” e il risultato si è visto al raduno nazionale lo scorso 23 maggio ad Arezzo (il BookSound Fest), in compagnia di tanti ospiti, autori e personaggi amati dai ragazzi, tra cui il rapper Shade.
Il risultato è stato importantissimo: sono nati dei nuovi lettori, giovani e appassionati.
Così anche nel 2016/2017 BookSound risuonerà nelle scuole e anche in altri eventi. Lunga vita alla lettura!
Se volete partecipare e condividere, le iscrizioni sono aperte e gratuite fino ad esaurimento disponibilità.

Mese di verifiche: copiare 2.0 e oltre

Meno di un mese e mezzo alla fine della scuola: tempo di verifiche a raffica e di simulazioni per l’esame di maturità. Ma, come tradizione, gli studenti si organizzano per non soccombere alla mole di impegno che li aspetta. La sfangano in modo tradizionale o tecnologico, a seconda dei mezzi e della fantasia. Copiare è un’arte: bisogna avere tattica e sangue freddo. I principianti nervosi sono quelli che si fanno beccare.
La strategia che mi ha entusiasmato di più, ho scovato la foto su FB, è questo innovativo terzo braccio posticcio, fondamentale per sostituire l’arto destro dello studente, che viene quindi comodamente usato per cercare ciò che serve. Per surfare in rete con lo smartphone, sotto il banco, senza destare i sospetti dell’insegnante.
Una protesi tattica forse scomoda da indossare ma geniale.
Gli smartphone ovviamente hanno un ruolo cruciale nell’apprendimento dei nativi digitali.
Sono la loro appendice, i migliori amici, nel bene e nel male.
Il giorno della verifica si arriva a scuola con due esemplari di telefono: quello preistorico da dare in pegno all’insegnante che, per precauzione ritira i cellulari, e quello vero -ultimo modello molto performante- da tenere per copiare e cercare ciò che serve.
Anche per i nostri alunni 2.0 sopravvivono i classici bigliettini che sono anche sinonimo di studio (per scriverli con la cura di un amanuense bisogna sintetizzare e prendere appunti). Vengono nascosti un po’ dovunque, dall’astuccio fino all’interno dell’etichetta della bottiglietta dell’acqua che viene personalizzata con quello che serve per la verifica.
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Ai miei tempi baravo alla vecchia maniera: appunti scritti nel vocabolario e testa girata il più possibile verso il compito della mia amica più brava della classe (la ringrazio ancora per il compito di matematica alla maturità!).
Ora che tutti i millenials sono tatuati, e considerato che vanno tanto di moda le scritte, mi aspetto che gli studenti chiedano al tatoo artist qualcosa di utile: dai paradigmi, alla tavola degli elementi.
Adesso che fa quasicaldo le ragazze possono mettere le gonne senza calze e avere a disposizione spazio sulle gambe dove si possono scrivere un sacco di date, formule e quant’altro. Ma pure all’interno dei polsi, sugli avambracci. E anche una grattatina ai polpacci potrebbe avere il suo scopo.
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Queste bellissime scarpe possono essere molto utili anche al test per medicina e poi vedrei bene anche una borsa simil Luis Vuitton con stampate nozioni più utili che il monogramma dello stilista.

Pro e contro della fama da blogger

Un po’ di anni fa, quando era uscito Una mamma da URL questo blog aveva molto traffico, ero contenta e vivevo un po’ in una bolla strana di soddisfazione e incredulità. Scrivevo e raccontavo con un approccio molto personale.
Ero ottimista e pensavo che il mondo, e soprattutto il web, fosse pieno di persone meravigliose e disponibili.
Poi un giorno, in questo delizioso stato d’animo, sono andata alla festa di fine anno della seconda media di Anita.
La scuola aveva un giardino, l’aula di mia figlia era a piano terra, così l’allestimento di cibo e beveraggi vari era stato disposto all’aperto davanti alla porta finestra dell’aula. Era un caldo pomeriggio di fine maggio e tutto sembrava andare per il meglio.
I ragazzi, dopo aver fatto il pieno di varie schifezze alimentari piene di coloranti e additivi (quelli che le madri comprano al discount per risparmiare, sperando che li mangino solo i figli degli altri), si erano dileguatiimboscati al largo tra alberi e aiuole, mentre padri e madri si intrattenevano, chiacchierando amabilmente.
C’era ovviamente anche qualche insegnante che prendeva parte alle conversazioni e tutto sembrava procedere per il meglio.
A un certo punto una prof (della nostra classe di una materia minore che non avevo mai incontrato) e una supplente (che conoscevo di nome ma non di persona) si sono avvicinate, mi hanno chiesto se fossi la madre di Anita e mi hanno domandato di seguirle all’interno.
Mia figlia era una delle più brave della classe per cui, nella mia nuvola di benessere da blogger famosa, che pubblica anche un libro, ho subito acconsentito con piacere, immaginando che volessero coinvolgermi in qualche meravigliosa attività genitori-insegnanti.
Invece appena dentro l’aula un po’ buia, nell’intimità del nostro trio, mi hanno aggredito verbalmente. Dicendo che avevano letto il blog e non dovevo permettermi di scrivere certe cose su di loro!
Sono caduta dal classico pero e ho chiesto di cosa stessero parlando.
La più vecchia, più aggressiva, mi ha rinfacciato un post che secondo lei era critico nei suoi confronti. E un altro che riguardava la supplente. Mi hanno intimato di cancellarli.
(Alla faccia della libertà di espressione, fossi stata negli USA avrei potuto invocare il Quinto Emendamento, ma al momento ero troppo basita e spaventata anche solo per fare la battuta!)
Ho provato a obiettare che stavano sognando o meglio male interpretavano, ma la prof si è arrabbiata ancora di più e ho pensato che potesse anche arrivare a menarmi.
Impaurita, allora sono scappata dall’aula e tornata fra gli altri genitori che, ignari e tranquilli, conversavano sorseggiando prosecco e sbocconcellando pizzette.
Ero così scioccata che non ho denunciato l’agguato a nessuno. La situazione mi sembrava troppo assurda per essere raccontata. Mi avevano rovinato la festa e l’umore.
Oramai al mio palato le pizzette sapevano di cacca e invece del prosecco avrei dovuto bere litri di assenzio per stordirmi e calmarmi.
Ho cercato allora di scappare dalla festa il prima possibile.
Non ho raccontato nulla a mia figlia che doveva trascorrere ancora un anno in quella scuola.
Non sono andata a dirlo alla preside che immaginavo avesse problemi più grossi da affrontare.
Ho solo chiesto un parere legale a Silvia che ho visto il giorno dopo a Roma, quando sono andata a presentare Una mamma da URL, mi ha rassicurato. Non avevo nulla da temere.
Però comunque ho impiegato sei anni prima di aver voglia di fare outing e raccontare questa disavventura!

Cose che non sopporto

Ultimamente sto diventando sempre più insofferente, quindi la lista delle cose che mi danno molto fastidio si sta allungando. E non è il caso che vi annoi con le mie idiosincrasie, racconterò solo di una certa attività in ambito scolastico.

Si tratta della mania di certi genitori, di solito madri, che una volta elette rappresentanti di classe cercano di convincere/manipolare gli altri genitori a fare delle riunioni carbonare per sparlare degli insegnanti perchè i loro figli non vanno tanto bene a scuola.

Molti anni fa, quando la mia primogenita era in seconda elementare, ero ancora parecchio ingenua su queste cose e avevo addirittura passato un’interminabile serata a parlare male di una certa maestra, insieme a un manipolo di altre madri stanche e assonnate, nella fredda e polverosa sala di un oratorio di periferia.

A me quell’insegnante era anche simpatica ma ero nuova del gruppo e quindi non avevo osato mettere in discussione il credo della delegata battagliera, che mi faceva anche un po’ paura, poi temevo che il meeting successivo si sarebbe magari tenuto in una chiesa sconsacrata (scegliere solo luoghi improbabili era un must per la segretezza assoluta degli incontri).

Ma con gli anni e l’esperienza ho capito due cose: che questo tipo di lotte sono per salvare e spalmare su tutti lacune personali dei figli delle madri che combattono. E che alla fine le insegnanti passano ma i figli pirla -di tali madri- rimangono e peggiorano. Poi  ovviamente ci sono insegnanti più o meno bravi, democratici, simpatici, coinvolgenti, ma questo tipo di madre se ne infischia delle caratteristiche professionali,  cerca solo un capro espiatorio per non sentirsi un’educatrice inadeguata.

Ora è passato tanto tempo, e dopo gli anni bui e ormonali delle medie, la cosa bella del liceo è che, di solito, la gang dei genitori sparisce. Diventa un pro forma, appare solo in casi veramente gravi.

Credevo di averla scampata per sempre!

Purtroppo mi illudevo, stamattina in un giro di mail- di quelle “rispondi a tutti” che ti intasano la posta e fanno uscire il fumo dalle orecchie, sono stata invitata a un’altra di queste riunioni semi clandestine. Si vuole ancora riesumare la dietrologia, criticare, in anticipo agli albori dell’anno scolastico, per pararsi le chiappe. Per dare sempre e comunque la colpa agli altri.

Fab Food: una mostra interattiva sul cibo italiano

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Nelle ultime settimane dell’Expo tutti i padiglioni sono presi d’assalto e ci sono lunghe file ovunque, però c’è ancora un’oasi di pace. Uno spazio interessante e intelligente per chi va con i bambini: la mostra Fab Food al Padiglione Italia.
Un’esposizione interattiva, ideata dal Museo della Scienza e della Tecnica di Milano, dove vengono spiegati, attraverso giochi colorati e divertenti, tutti i procedimenti necessari per trasformare la materia prima proveniente dall’agricoltura, in cibo che arriva sulle nostra tavole. Tenendo conto dell’ecologia, della sostenibilità, della logistica e di tutti i dettagli e le strategie che certo non immaginiamo quando gustiamo il nostro piatto preferito. Il tutto all’insegna della buona cucina made in Italy, infatti uno dei giochi più gettonati alla mostra è quello che permette di scegliere una specialità regionale (la parmigiana, gli arancini, la pasta al pesto, i ravioli, le lasagne, ecc), farsi stampare l’adesivo e capire cosa ci sia veramente, che tipo di lavoro di ricerca e sinergia sia necessaria per fare arrivare questo cibo gustoso sulla nostra tavola.
Poi ci sono giochi in cui si diventa agricoltori e si devono fare le mosse giuste per crescere il raccolto. E qui si subito capisce quanto questo sia un lavoro difficile e pieno di ostacoli, è complicato anche solo a farlo per scherzo usando le palline da bocce in una sorta di flipper gigante. Il cuore della mostra è il pay off dell’Expo: “nutrire il pianeta” e qui i visitatori della mostra, con altri giochi interattivi, devono inventare strategie attuabili per sfamare i 9 miliardi di individui che sono previsti sulla terra per il 2050.

(Sarà corretta questa previsione? Non saranno già tutti qui? Perchè a me è sembrato di incontrare proprio 9 miliardi di individui a farsi dei selfie, l’altro giorno, sulla paseggiata del Decumano!)

Fab Food è meta di molte gite scolastiche e c’è anche un concorso nazionale, dedicato agli alunni di prima e seconda media, legato al percorso didattico della mostra. Il bando e tutte le info si trovano qui.

The way we were

Ieri finalmente sono riuscita a iscrivere Anita al liceo.
Erano necessari molti documenti e anche il certificato delle vaccinazioni. Per trovare quest’ultimo sono andata a spulciare in mezzo al file Anita, una cartella che risale alla notte dei tempi dove ho accumulato tutto ciò che la riguarda dalla nascita in poi.
Sono infatti saltati fuori memorabilia come la cartella di dimissione dall’ospedale quando è nata, appunti sulle poppate, il certificato di battesimo, la foto di classe del primo anno dell’asilo e su un foglietto scritto a biro la cosa che mi ha stupito di più: Tachipirina ogni quattro/sei ore
C’è stato un periodo nella mia vita in cui non sapevo il dosaggio del paracetamolo?
Incredibile!!!!!

Oggi partiamo per due settimane di meritata vacanza al mare. Se posso posto notizie, bye-bye!

Genitori vs insegnanti?

“Qual è la cosa che fa più piacere agli insegnanti?”, chiedo l’altro giorno alle mie figlie.
“Poter sospendere gli alunni che danno fastidio!”
“Nooo! Vedere che dopo aver passato alcuni anni con un ragazzo questo è cresciuto, è maturato. Essere riusciti a insegnare veramente qualcosa, nella loro materia ma anche come persone”
“?????”
“Come fanno i genitori”
“??????”
“Certo bisogna essere appassionati del proprio lavoro per riuscire in questo intento. Motivati. Essere insomma dei bravi insegnanti”
“?????”
“Delle figure carismatiche come il professore de L’attimo fuggente, come in An Education

I bravi insegnanti, quelli mitizzati, quelli rispettati. Roba del passato. Quando il giudizio di maestri e professori era indiscutibile. E i genitori se c’era qualcosa che non andava sgridavano i figli.
Oggi è il contrario, gli insegnanti sono, molto spesso, delegittimati.
L’idea di questo post mi è venuta leggendo questo articolo su Il Corriere, nelle pagine milanesi.
C’erano anche due pareri autorevoli a contorno (che purtroppo non riesco a linkare), uno di Silvia Veggetti Finzi che incitava la mamme a tenersi fuori dalla scuola e uno contrario di Federica Mormando che si schierava invece dalla parte dei genitori. Leggendo mi sono trovata d’accordo con le argomentazioni di entrambe.
Non so da che parte schierarmi, nella fattispecie non conosco il problema che ha fatto scoppiare la guerra fra madri e insegnanti di uno dei più importanti licei classici milanesi.
Ma nella mia esperienza, con due figlie che finiscono una le elementari e l’altra le medie, di insegnanti ne ho conosciuti parecchi e devo dire di essere stata fortunata.
(A parte una tragica esperienza alla materna di Emma che mi fa ancora fremere le vene dei polsi).
Le mie figlie sono brave a scuola quindi se qualche volta ho avuto dubbi su un voto non mi è mai parso il caso di protestare. Però so che la comunicazione fra genitori e insegnanti è spesso al fulmicotone.
I genitori difendono i propri figli con le unghie e i docenti a volte vorrebbero scannare madri e padri.
Non penso che la colpa di questa degenerazione sia da attribuirsi solo alla crisi della scuola pubblica (insegnanti malpagati, malmotivati, deleggittimati) a cui comunque la riforma Gelmini ha dato una bella mazzata.
Penso che il problema sia purtroppo più vasto e riguardi il degrado del momento attuale nella nostra società, dove regna l’incorenza, l’ingiustizia, la furbizia, la maleducazione.
I ragazzi vengono descritti spesso come un incubo ma il loro comportamento è frutto di ciò che li circonda, degli esempi di cui vengono nutriti. Dalll’altra parte, per legge statistica non è che gli insegnanti, solo per il fatto di essere docenti, siano illuminati (come li si considerava una volta). Per la legge dei grandi numeri (questa l’ho copiata da Sant’) ci sono fior di cretini anche tra loro, come in tutte le professioni. La sfortuna è quando se ne becca uno o più. Ma lo stesso vale per le famiglie dei compagni di scuola, cioè la controparte: i genitori.
Allora che fare? Non ho una ricetta ma penso che se tutti riuscissimo a essere più onesti, meno egoisti, più umili forse ci guadagnerebbero tutti e in particolare i nostri figli. Poi se buttassimo dalla finestra il televisore e leggessimo più libri sarebbe ancora meglio!

Maledetti quadratini

Emma negli ultimi giorni era un po’ preoccupata e stressata perchè a scuola aveva il test di matematica e logica del Kangarou, una prova nazionale che si fa a scuola a partire appunto dalla IV elementare. Ha chiesto ad Anita, che l’aveva affrontato ai suoi tempi, se davano anche un voto.
Niente voto, solo stress. E molta ansia da prestazione.
Ieri mattina finalmente l’ha affrontato, quando sono andata a prenderla a scuola le ho chiesto come era andata.
“Era abbastanza facile…quattro risposte le ho sparate a caso…ma la cosa più difficile erano i quadratini in alto, quelli da riempire con il nostro nome. Erano veramente incomprensibili”
“Quadratini????”
“Sì, il test lo corregge il computer, ci hanno detto, e allora dovevamo scrivere bene il nostro nome e la classe nei quadratini…in alto nel foglio di valutazione. Molti miei compagni hanno sbagliato e hanno chiesto 4-5 fogli perchè dovevano riscrivere. E la maestra si è arrabbiata”
“Hai ragione. Sono maledetti quei quadratini, anch’io a volte sbaglio quando faccio i bollettini postali, non azzecco mai la riga giusta”
Poveri bambini, già a stressarsi con la burocrazia dei formulari.

Che delusione!

Ho letto quest’articolo e mi sono angosciata. Poi ho scoperto che l’unico programma intelligente della tv dedicato ai bambini sarà cancellato.
Le mie figlie l’hanno sempre guardato, Anita ora è troppo grande ma Emma nei giorni “corti” quando torna da scuola presto è felice da vedere “la mele” come lo chiamiamo familiarmente in casa. Non so come spiegarle che da ottobre prossimo non esisterà più, perchè nel nostro Paese far crescere i bambini intelligenti non è una priorità. Anzi meglio scemi con la tv commerciale a manetta. Nelle due ore pomeridiane del “contenitore” di Raitre ci sono stati, negli anni, dei cartoni animati intelligenti che lasciavano un “semino” spiegando ai bambini l’importanza dell’ecologia, i fenomeni scientifici e qualche nozione storica. Perchè tagliare tutto questo? Non si potrebe sacrificare qualche altro programma? Non basta ammazzare la geografia?

La classe

Seconda media.

La prof spiega il concetto di censura.
“Blah…blah…blah… e poi ad esempio nelle edicole i giornali per adulti, quelli con immagini pornografiche non vengono messi in primo piano, ma un po’ nascosti…”
Un ragazzo alza la mano: “Ma si trovano prof…io li trovo sempre”

Un allievo viene sospeso perchè picchia i compagni, appena può, senza un motivo, li mena sempre e comunque. A ginnastica e nell’intervallo. Il consiglio di classe ha deciso di sospenderlo per tre giorni.
Un’allieva ha scattato una foto in classe. Anche per lei il consiglio decide tre giorni di sospensione.
Con i precedenti di immagini messe su Youtube e Facebook, a scuola quando si parla di foto rubate tira una bruttissima aria. I prof sono particolarmente paranoici.
Anita, commenta: “E’ giusto sospendere qualcuno che picchia, serve per fargli capire che è una cosa sbagliata, altrimenti da grande sarà un violento. Ma una che fa foto non può essere messa allo stesso livello. Perchè da grande cosa rischia? Al massimo di diventare un paparazzo!”

Buon appetito?

Sto guidando verso casa, ho appena preso Emma da scuola.

“Cosa hai mangiato oggi in mensa?”

“Polpette di cacca!”

“!!???”

“Erano marroni e sembravano proprio…”, mia figlia ridacchia.

Questo è uno dei menù peggiori degli ultimi tempi, ma non esagero. I racconti sono sempre più o meno così trash. Il catering è gentilmente (si fa per dire, paghiamo 5 euro a pranzo) dalla Sodexo.

Ieri sera per addolcirci la buona notte, abbiamo sviscerato il problema in un incontro a tre: c’era anche Anita, anche lei vittima della Sodexo.

“Il brutto è che le maestre ci obbligano a mangiare”, si lamenta Emma.

“Come vi obbligano?”

“Sì, passano a guardare e dicono che dobbiamo assaggiare tutto”

“Anche le polpette?”

“Certo ma oramai sono diventata furba, per esempio il tortino di pesce…”, continua Emma. “Faccio un buco in mezzo al riso e ci infilo il tortino”

“Noi invece alle elementari mettevamo gli spinaci nei fazzoletti di carta, facevamo delle palle gigantesche. Se per sbaglio le toccavi esplodevano!” racconta Anita.

“Oppure i fagiolini, li spezzetto e li butto sotto il tavolo. I piselli invece li faccio schizzare lontano con la forchetta! E’ divertente!”, rivela ancora Emma.

Emma oramai è grande, di età e dimensioni, quindi non ho più l’angoscia della sua inappetenza. Però mi chiedo perchè i bambini devono essere obbligati a mangiare della roba schifosa.

Perchè le maestre, pur riconoscendo la qualità infima del cibo proposto, si sentono in dovere comunque di incoraggiare ad assaggiare. Non potrebbero semplicemente ammettere che il menù è ignobile?

Nella scuola elementare di Emma fino a due anni fa, c’era la cucina interna: la qualità del cibo non era quattro forchette Michelin ma buona e genuina. In questo caso insistere con i bambini perchè mangiassero poteva avere un senso. Poi, invece di rifare la cucina che non era a norma, si è preferito dare il catering in mano appunto alla Sodexo.

Ci sono i genitori delegati alla commissione mensa ma contano come il due di coppe quando la briscola è bastoni!

Anita, oggi alle medie, non è più sotto pressione, potrebbe anche digiunare. Dipende dai prof alcuni ci provano a incitare al cibo, altri se ne fregano.

Però oltre alla vergogna del servizio e al costo, mi sembra che forzare il cibo insegni i trucchi dell’anoressia. Giocare con la forchetta per far sparire i bocconi,  disintegrarli mimetizzandoli o nasconderli. Un’abilità di cui potremmo anche fare a meno. Certo non inculca il concetto di una sana educazione alimentare.

Ieri sera poi ho letto questo post, dove si vede la situazione dalla parte degli insegnanti: frittate Sponge Bob e pesce Fintus. Mi ha molto divertito, la schifezza come immaginavo ha il dono dell’ubiquità. Ma poi mi è tornato il solito dubbio, perchè siamo obbligati a finanziare questi appalti, questi catering velenosi, non si potrebbe tornare al panino alla mortadella, alla schiscetta,  al lunch box o addirittura al bento box per i più fichi e un po’ jap?

L’incubo dei compiti

La notizia era ieri sul Corriere della Sera, ripresa dal Daily Mail: gli scolari inglesi da una ricerca del’Unicef sono risultati i più infelici, al 21mo posto mentre gli italiani sono piuttosto sereni: stazionano a metà classifica. Secondo l’Associazione degli Insegnanti questa infelicità può essere causata dai compiti a casa che “aumentano la pressione sugli studenti e non migliorano l’istruzione”. E così i membri di questa associazione stanno valutando la possibilità di abolirli. I bambini sono stressati dalla mole di compiti che creano anche discriminazione: quelli con i genitori più istruiti e disponibili riescono a farli bene perchè seguiti da mamma o papà. Mentre gli altri, abbandonati a se stessi, perchè i genitori non hanno tempo nè voglia, non fanno i compiti o li sbagliano. E una volta a scuola fanno figuracce con gli insegnanti e vengono redarguiti. Sul Daily Mail ho scoperto che anche David Beckham, non certo famoso per il suo intelletto, ha avuto problemi a seguire nei compiti di matematica il figlio Brooklyn quando questo aveva solo sei anni e ha dovuto chiedere aiuto alla Spice. Ieri in una riunione di classe (sono purtroppo rappresentante nella classe di Emma) ho approfittato della notizia per chiedere alle maestre un parere sulla decisione dei colleghi inglesi. Apriti cielo: i compiti si fanno e non si riducono. Ma i genitori hanno l’obbligo di seguire e aiutare i pargoli? Solo controllarli, mi è stato risposto gelidamente. Con Anita mi è andata di lusso: ha sempre provveduto autonomamente. E infatti adesso che devo rincorrere Emma con diario alla mano per sapere cosa deve fare, la mia primogenita mi guarda accusatoria e mi dice: “Perchè l’aiuti? Con me hai studiato solo le conifere!”. E’ vero. Infatti ora sulle conifere sono molto preparata e quando andiamo in montagna sfoggio la mia cultura. All’inzio avevo provato ad abbandonare Emma al suo destino, ma al momento del bacio della buonanotte, prima di chiedere gli occhietti e abbandonarsi serena sul guanciale stringendo il suo pupazzo, troppo spesso capitava che lanciasse un grido lancinante: “Ho dimenticato di colorare! Dovevo studiare la poesia”. Si metteva a singhiozzare disperata e allora io facevo le ore piccole a colorare fotocopie in bianco e nero. Dovevo anche farlo in un certo modo, “però non troppo da mamma, altrimenti le maestre se ne accorgono”. Ho anche scritto un sacco di giustificazioni sulle poesie non imparate. Altre volte dimenticava a scuola proprio “quel quaderno”, indispensabile per i compiti. Altre volte, la domenica sera, quando stava per chiudere lo zaino, si buttava a terra lanciando un acutissimo un grido di dolore (come le comari che in meridione erano pagate per piangere ai funerali) e tra le lacrime gridava: “Non ho finito le schede!”. E allora via con una bella sgridata e un’altra vergognosa scusa scritta sul diario. Per questo i genitori odiano i compiti e su sul tema fra le mamme e le maestre è da sempre guerra fredda, anzi glaciale. Sempre ieri alla riunione di classe un’altra maestra ha sentenziato, per liquidarmi: “I compiti indicano il metodo di studio, chi l’impara andrà bene dall’elementari fino alle superiori”. Sottintendendo: altrimenti ciccia, sono cavoli vostri, cari genitori fannulloni!