Curriculum: Cenerentola

Ravanavo nei ricordi ma non avevo più nulla in mente, ahimè!
Nessun altro annedoto lavorativo da raccontarvi, per farvi intenerire, poi finalmente è avvenuto il miracolo. Infatti oggi pulendo la porta di vetro della doccia, lottando con gli aloni (Annalisa scusa non ho carta di giornale in casa perchè oramai leggo solo on-line, ma vedrò di procurarmene) tra due neuroni ingrippati si è manifestato un deja-vu:
una piccola extramamma sedicenne in versione Cenerentola che faceva la sua settimana di apprendista da una parrucchiera bastarda…
già a quella tenera età ero ben consapevole di avere dei capelli di cacca e sperimentavo vari trucchi per domarli e plasmarli a mio piacimento, perciò ero particolarmente interessata all’arte del parrucco.
Inoltre la mia natura frivola e superficiale mi attirava inesorabilmente verso luoghi come profumerie, estetiste e parrucchieri.
Così nell’estate della seconda liceo quando avevo visto un bel cartello Cercasi apprendista in un negozio vicino a casa mia, ero subito entrata a proporre con entusiasmo la mia candidatura.
Avrei dovuto essere cauta e prestare più attenzione all’altro biglietto che era attaccato vicino a Cercasi…
infatti un altro avviso recitava: Ci scusiamo boiler rotto
questo avrebbe dovuto farmi capire che era un posto jellato dove volevano lavare i capelli anche con l’acqua fredda.
Ma ero giovane e inesperta per cui quando la proprietaria, senza chiedermi neppure se avevo esperienza, aveva risposto: “Allora cominci domani mattina alle 8,30” ero al settimo cielo.
Sognavo di fare shampi, phonare, stirare e magari un giorno le meches.
Invece dovevo solo spazzare per terra e pulire i ripiani. In una settimana, nonostante le mie richieste, la mia capa non mi ha neanche fatto avvicinare al lavatesta. Mi prometteva che avrei fatto shampi in un prossimo e nebuloso futuro. Per diventare shampista dovevo solo pulire.
Era un negozio molto piccolo. L’unica a lavorare era la proprietaria, una donna estremamente noiosa. La clientela era piuttosto scarsa: di solito riceveva per appuntamento una signora alla volta. Mentre sgobbavo a pulire il pavimento, la parrucchiera chiacchierava, ripetendo sempre le solite storie: il primo giorno, il secondo giorno, il terzo, il quarto, il quinto. Una palla bestiale: sempre le medesime ciance noiosissime, infarcite di luoghi comuni che recitava come un automa.
Ascoltarla era un supplizio quasi più grande che scopare via i capelli.
Ma il fondo l’ho toccato il sesto giorno, quando oltre ad avere gli stupidi convenevoli della parrucchiera stampati nella mente, avevo ricevuto l’ordine di pulire la vetrina.
Una vetrina piuttosto grande. Mestamente armata di spugna e prodottino mi sono messa alll’opera. Non avevo mai pulito un vetro a casa mia ma contavo comunque di riuscirci.
A metà lavoro, all’improvviso dopo aver ricevuto una telefonata, la parrucchiera mi ha detto di interrompere per andare a prendere sua figlia dalla nonna.
Ho obbeddito e quando sono tornata e ho ripreso a pulire la vetrina, il prodottino (ohibò la chimica di una volta!) aveva non solo fatto aloni ma vere e proprie croste!
Sfregavo, sfregavo, spruzzavo, porconavo mentalmente ma non se ne andavano.
Dopo circa due ore di tentativi, la parrucchiera ha sgamato il mio impasse e ha cominciato a insultarmi dicendo che ero lenta e incapace.
Allora improvvisamente, dopo una settimana di vessazioni, ho avuto un sacrosanto moto di ribellione: le ho buttato il grazioso grembiulino con cui mi aveva abbigliato sul pavimento, detto che non volevo più vederla e lasciandola interdetta, con un bigodino in mano e una cliente spettinata, me ne sono andata.
E così la mia carriera da hair stylist è stata stroncata sul nascere.