Bentornata Frida

Ho visitato la mostra dedicata a Frida Kahlo al MUDEC, è stata inaugurata ieri e sarà aperta al pubblico fino al prossimo 3 giugno. Oltre ai quadri più famosi si può conoscere meglio la vita della pittrice messicana, ormai diventata un’icona pop, attraverso il materiale d’archivio proveniente dal Museo Dolores Olmedo di Città del Messico e anche da documenti inediti svelati nel 2007 dall’archivio ritrovato di Casa Azul (la sua dimora  a Città del Messico).
Frida Kahlo è stata la prima artista donna a fare del proprio corpo un manifesto, ad esporre la propria femminilità in maniera diretta, esplicita e, a volte, violenta, rivoluzionando irrevocabilmente il ruolo femminile nella storia dell’arte.

In molte delle sue opere si focalizza sulla condizione della donna e sul corpo, che diventa indizio, segno e gesto attraverso il quale confrontarsi con tematiche attinenti ai miti della tradizione preispanica.

Frida Kahlo la conosco e apprezzo da anni, ho comprato biografie, visto il film di Salma Hayek. Ammirato le sue opere esposte a Milano, alla Permanente quattordici anni fa e tre anni fa un’altra mostra bellissima a Roma, ma questa mostra del MUDEC è diversa perchè attraverso foto e documenti sembra proprio di condividere le emozioni della sua vita, tra provocazioni e sofferenza.

Sono esposte per la prima volta foto di Frida bambina, istantenee assieme alla sua famiglia e ovviamente con Diego Rivera, la sua grande sfortunata passione.

 

La Kahlo piace cosi tanto, soprattutto alle donne, perchè ha avuto una vita difficile, piena di sofferenze in cui è facile identificarsi.

Ma è stata anche un grandissimo esempio di resilienza, un modello ispiratore per trovare la forza di non arrendersi mai. Di trovare la speranza e l’energia di reinventarsi e ripartire senza soccombere alla sorte avversa.

Forse per questo nell’ultimo decennio ci sono state molto bambine chiamate Frida, con l’augurio che il nome sia di buon auspicio.

 

E poi l’esuberanza del suo abbigliamento, eccentrico e coloratissimo, ispirato ai costumi tradizionali delle donne messicane è diventato un messaggio di forza. Frida con il corpo martoriato dall’incidente che l’ha menomata giovanissima, con il tutore e le stampelle, stremata dai troppi aborti, non si è mai autocommiserata. Anzi, si agghindava sempre a festa, carica di gioielli e fiocchi come una regina.

Il mercatino green di Milano

Io sono bio 🙂

Quindi domani e/o dopodomani non posso perdere l’occasione di andare a curiosare al  Green Christmas, presso il suggestivo sito di archeologia industriale della Fonderia Napoleonica Eugenia, nel cuore del vecchio quartiere Isola (diventato il più di moda della città a due passi dalla piazzetta Gae Aulenti ma con un’aria parigina molto boho-chic).

Una location perfetta per un evento interamente sostenibile col richiamo alla bellezza e ai gesti antichi della sua storia centenaria di fusioni artistiche, nella Fonderia infatti sono state plasmate campane come quella di San Marco a Venezia o i portoni del Duomo.

A passeggio tra gli stand nella fabbrica settecentesca si trovano proposte eco-fashion adatte a tutte le tasche: abiti e accessori selezionati col criterio della sostenibilità e per gli standard di qualità, con riutilizzo di materiali di recupero o valorizzazione di tecniche artigianali.

Fibre organiche, tinture vegetali, creazioni che esplorano l’anima green della moda per una scelta più consapevole e più rispettosa nei confronti della natura.

E ancora linee cosmetiche bio, composte da selezionati ingredienti naturali: così capelli, viso e corpo sono più belli e anche la natura ringrazia.

Due sono le novità che Green Christmas propone quest’anno: la prima è dedicata all’Africa. I visitatori potranno sostenere attivamente un’iniziativa sociale legata al Senegal: all’ingresso del mercatino sarà possibile comprare al prezzo simbolico di 1 euro un biglietto della lotteria “afro-green” che devolverà il suo intero ricavato all’Associazione “Hair Kitchen 4 Women”, un progetto nato per aiutare le donne senegalesi facendole lavorare la terra coltivando erbe e spezie. Prodotti utilizzati nella cosmesi naturale e nella tintura delle stoffe che le stesse donne poi realizzeranno.

La seconda novità è che una “cellula tematica” del mercatino green sarà allestita in una seconda location di archeologia industriale del quartiere Isola, una vecchia officina in via della Pergola 15, a pochi minuti di cammino dalla Fonderia Napoleonica.

Si tratta di uno spazio industriale già adibito ad accademia di capoeira di Angola che si trasformerà nell’esposizione etnica di Green Christmas: artigiani stranieri e italiani appassionati di luoghi esotici allestiranno i propri stand esponendo turbanti, ceste colorate, stoffe variopinte batik, oggetti intagliati nel legno o nell’argilla, gioielli fatti a mano.

 

Gli sdraiati

Sono andata a vedere il film di Francesca Archibugi, tratto dal bestseller di Michele Serra. E per una volta il film è meglio del libro.

La sceneggiatura di Francesco Piccolo infatti è molto più ricca, coinvolgente della storia narrata nel romanzo. Dove le critiche rivolte dal padre al figlio adolescente, apatico e sdraiato H24 sul divano, si trasformavano in noiose elucubrazioni mentali del genitore che rimaneva una figura brontolona e poco coinvolgente. Nella pellicola invece, il padre, interpretato bene da Claudio Bisio, ha fortunatamente uno spessore psicologico.

Magari discutibile, perchè spesso squallido e opportunista, ma vivo e realistico. Nella narrazione del rapporto con il figlio, che lo considera un rompipalle esaurito, ci sono degli elementi divertenti e la ribellione adolescenziale è un po’ stereotipata ma condivisibile. I dialoghi sono fulminanti e credibili.

Il ragazzo protagonista vive in branco, con i suoi compagni frequenta un liceo classico milanese (il casting è stato fatto anche nella scuola di mia figlia e un suo compagno fa parte del gruppetto dei protagonisti). Milano è filmata molto bene, solo le scene in cui gli adolescenti pascolano con nonchalance in bici sono molto cinematografiche ma inverosimili. Con il traffico della città nessuno, se vuole sopravvivere, può pedalare in modo così rilassato.

Lo spezzone migliore della pellicola riguarda il ricevimento dei genitori a scuola: dove padri e madri sono pronti, sempre e comunque, a difendere i figli. A sventolare certificati medici di discalculia, pure di non accettare le critiche degli insegnanti. Se un figlio copia e non studia, pur di non ammetterlo, si organizza una petizione per far trasferire il prof.

Esilarante ma purtroppo tanto realistico. Più i genitori sono intellettuali, più difendono il fancazzismo dei figli a spada tratta!

Poi ci sono i weekend in Liguria, pied-à-terre dei milanesi radical chic, come la famiglia protagonista. Bellissime le riprese nella natura: fra mare ed entroterra. Peccato per la fidanzatina costantemente “presa male”, con un malumore che risulta piuttosto irritante, non solo a papà-Claudio Bisio, ma alla fine anche agli spettatori.

MovemenRun: gli imprevisti

Ieri mattina, giornata bellissima, fredda ma piena di sole e di luce, ero carichissima per la mia prima corsa solidale ai Giardini Montanelli.
Mi ero allenata tutta la settimana e sapevo di potercela fare: 5km!
Non c’era neanche da preoccuparsi troppo, oramai quando vado all’Idroscalo a correre faccio dai 6,5 agli 8 km quindi….
Insomma ero positiva e poi arivata al meeting point ho trovato l’atmosfera allegra e piena di energia: un sacco di gente pronta a mettersi in gioco.
In nome della solidarietà, della prevenzione e della ricerca contro i tumori, avevano aderito in tantissimi.
Mamme, papà, nonni, vecchi, giovani, grassi, magri, alti, bassi.

Umani e non. Tutti insieme anche cani con la maglietta da runners e bambini in passeggino. E per offrire ancora più coreografia erano arrivati anche i cosplayer vestiti come i personaggi del prossimo Star Wars. Insomma eravano a Porta Venezia, ma sembrava di stare a Central Park.

Poi c’erano gli sponsor che aiutavano i runner a rifocillarsi e offrivano da bere.
E io ho bevuto, forse un po’ troppo.


Quando ci siamo radunati per la partenza mi sono messa nel gruppo dei palloncini bianchi, quelli che correvano con una velocità media. Poi c’era il gruppo dei blu che erano i più abili e i verdi che invece avevano scelto di affrontare i loro 5km camminando. Quindi la mia era una scelta più che dignitosa.

Siamo partiti e per i primo chilometro è andato tutto bene, correvo felice e spensierata nel gruppetto più avanzato del nostro team-palloncino-bianco. Poi al secondo giro ho cominciato a capire che avevo sconsideratamente bevuto troppa acqua, per idratarmi prima di partire, e mannaggia, dovevo andare in bagno. Ho cercato di scacciare questo pensiero scomodo e molesto e ho continuato a correre.

Però la preoccupazione aveva rallentato il ritmo: non ero più nel gruppetto in testa, ma relegata in mezzo a quelli più lenti. E certo mi scappava. Non potevo negarlo, zampettavo nei sentieri tra le aiuole, nel bagliore delle foglie dorate, in una cornice bellissima, ma le endorfine della corsa tardavano a entrare in circolo e regalarmi un senso di benessere.

Sognavo una toilette. Intanto ero finita fra gli ultimi del palloncino-bianco. E nella mente avevo cominciato a visualizzare la toponomastica dei bar attorno ai giardini di Porta Venezia. Modestamente, per ragioni fisiologiche, ho una vasta e dettagliata conoscenza dei bar del centro e soprattutto dell’accesso e delle condizioni dei loro servizi igenici.

Quindi, vista la necessità ormai impellente che mi impediva di correre alla velocità giusta, avevo deciso di scegliere per la mia fuga un bar in via Turati.

La strategia era semplice: oramai ero l’ultima del team-palloncino-bianco, appena il gruppo sarebbe passato davanti all’ingresso del parco su via Manin, sarei sgattaiolata fuori e poi Manin, Moscova, angolo Turati, giravo a sinistra e trovavo il bar.

Nella tasca dei miei bellissimi pantaloni tecnici, oltre alla chiave di casa e a quella dell’auto avevo messo, previdentemente, anche un bel 10 euro e quindi mi sarei concessa un  cappuccino e un’elegante sosta alla toilette. Poi sarei tornata indietro in tempo per la fine della gara. Un piano perfetto!

Ringalluzzita dalla mia idea ho continuato a correre, sperando di arrivare all’ingresso di via Manin senza farmela addosso. E invece ad altezza dell’ingresso di Porta Venezia- Buenos Aires cosa vedo?

Un pullman blu con scritto TOILETS, probabilmente mandato dal cielo.

Troppo bello per essere vero, ho approffittato subito. E poi sono uscita gagliardissima e ho ricominciato a correre, la mia app diceva che avevo fatto 4km quindi ero anche contenta della performance.

Correvo da sola ma magari qualcuno che mi vedeva poteva anche pensare che fossi la prima e non l’ultima del gruppo.

Potevano pensarlo finchè non sono stata raggiunta dal PACER, il ragazzo che si occupava di dare la velocità e tenere assieme i gruppi. Mi ha addocchiato che pascolavo solitaria vicino al laghetto delle anitre e come un cane pastore mi ha fatto cenno, a gesti, di seguirlo per rientrare nel branco dei runner.

Ho obbeddito senza fare storie e dopo poche svolte fra le giostrine dei bambini, il Planetario e il Museo di Storia Naturale, mi ha rimesso in coda al team-palloncino-bianco che fortunatamente era già all’arrivo.

Li ho raggiunti e ho commentato: “Proprio una bella corsa!”

Piccolo Grande Cinema alla decima edizione!

Piccolo Grande Cinema, Festival Internazionale della Nuove Generazioni, è giunto alla decima edizione. Il Festival si svolgerà dal 3 al 12 novembre 2017 presso le sale di Milano Cinema Spazio Oberdan e MIC – Museo Interattivo del Cinema, e Area Metropolis 2.0 a Paderno Dugnano.

Ventuno anteprime di film tra cui The Nut Job, la nuova esilarante avventura dell’incorreggibile scoiattolo Spocchia e i suoi amici, che sarà presentata con un’anteprima solidale per Medicinema Italia Onlus.

The nut job

Poi ci sarà il convegno internazionale The Film Corner, incentrato sulle più innovative tecniche di alfabetizzazione cinematografica tenuto dai maggiori esperti europei di film education.
E ancora per gli adulti una rassegna e un seminario dedicati al maestro del cinema Ken Loach.

Tra i film per ragazzi più interessanti:
La signora dello zoo di Varsavia
In anteprima nazionale l’adattamento cinematografico dell’omonimo best-seller di Diane Ackerman. Diretto da Niki Caro e interpretato dalla due volte candidata all’Oscar Jessica Chastain, il film racconta la storia di Antonina Żabińska, moglie, madre e lavoratrice che per molti, durante la Seconda Guerra Mondiale, divenne un barlume di speranza nella Varsavia occupata dai nazisti.

La signora dello zoo di Varsavia

Ci sarà anche la Notte al Museo del Cinema per 20 impavidi bambini che dormiranno nel museo scoprendo i suoi magici segreti. Mentre nella serata inaugurale del Festival i piccoli spettatori potranno entrare sfilando sul red carpet seguendo il dress code: “Da grande farò…”
Si potrà poi seguire il seminario itinerante “La materia dei sogni”, per scoprire tutto quel che c’è da sapere sulla creazione di un film.

Il Festival si apre venerdì 3 novembre con l’anteprima di Petit Spirou (Le avventure di Spirou) di Nicolas Bary, versione live action dell’omonimo popolarissimo fumetto franco-belga, pubblicato anche in Italia da Nona Arte.

Little Spirou

Just Charlie

Un film imperdibile è Just Charlie, diretto da Rebekah Fortune, vincitore del Premio del pubblico a Edimburgo, segna il debutto di Harry Gilby che offre un’interpretazione indimenticabile. Il film segue il quattordicenne Charlie, impegnato alla scoperta della propria identità – soprattutto di genere – attraverso un racconto di formazione divertente e incoraggiante. Da non perdere anche Little Spirou (le avventure di Spirou), ispirato alla serie Le Petit Spirou di Tome e Janry (17 volumi dal 1987), il film di Nicolas Bary è la versione live action dell’omonimo popolarissimo fumetto franco-belga, pubblicato anche in Italia. Il film racconta la gioventù del piccolo Spirou, un ragazzino molto irriverente che, insieme ai suoi amici, vivrà un’incredibile avventura alla ricerca del proprio talento.
Poi c’è La grande volpe cattiva e altre favole, film d’animazione del fumettista francese Benjamin Renner, regista di Ernest & Celestine, candidato agli Oscar 2016 come miglior film d’animazione.
Qui tutte le informazioni e il programma completo dell’evento.

Ho incontrato Astrosamantha

Ieri c’è stata una conferenza stampa al Museo della Scienza e della Tecnica con Samantha Cristoforetti che ha donato la sua tuta spaziale. In mezzo a una ressa di fotografi e cineoperatori, la giornalista del Sole 24ore ha avuto la meglio, e si è accapparata tutti i quindici minuti a disposizione per le domande. La reazione degli altri colleghi, me compresa, è stata molto dura.

Tanto che dopo siamo stati invitati anche all’incontro con il pubblico dove, a fine incontro, abbiamo potuto fare le nostre domande.

Samantha Cristoforetti è una donna affascinante e molto carismatica. Di grande ispirazione per le ragazze, sopratutto quelle che non amano la matematica e dovrebbero ricredersi. E’ stata spiritosa rispondendo alle domande dei numerosi ragazzini che riempivano la sala. Volevano sapere tutto sulla sua avventura spaziale. Così ha raccontato che, quando orbitava nello spazio, non le dispiaceva mangiare cibi disidratati e liofilizzati. Il suo piatto preferito erano i broccoli.

E anche che l’allenamento per partire in missione (ha trascorso 199 giorni nello spazio) è stato quasi più duro della missione stessa. Ha ammesso che dormiva bene nel sacco a pelo che galleggiava e fluttuava, per la mancanza di gravità (per essere sempre in forma riposava almeno 7 ore per notte). Poi ha parlato della macchina che permetteva di allenarsi come in palestra per non perdere muscolatura. E infine al bambino che le chiedeva come facesse ad andare al gabinetto ha spiegato tutto bene, seriamente, nei dettagli.

Andremo prima sulla Luna o su Marte? Il dibattito è aperto: negli ambienti dell’ESA e della NASA si discute parecchio sulla prossima meta.

Nel prossimo decennio, Samantha preferirebbe arrivare bene prima sulla Luna e proseguire per Marte successivamente. Nelle prossime missioni è previsto per gli astronauti un specie di alloggiamento “in stile camper” (come ha spiegato per semplicare a noi profani) per spostarsi comodamente a studiare le diverse porzioni della superficie lunare. A sentire Astrosamantha, sulla Luna in camper, sembrerebbe una situazione molto comoda!

Quello che i genitori dicono

A volte ascolto cose…

in giro per la città sento conversazioni che mi scandalizzano stupiscono così tanto che vorrei intervenire, ma so che invecchiando si perdono i freni inibitori e quindi per non apparire come una brontolona rimbambita sto zitta e rimugino. A volte cerco di non ridere, altre mi scappano espressioni strane, ma giuro che mi sto allenando per rimanere impassibile.

Dal coiffeur:

Signora carina sui quarantacinque, mamma e sposata, con gran voglia di chiacchierare con il parrucchiere che la phona:

“Sì, perchè mi hanno spiegato che i figli dispari assomigliano al papà e quelli pari alla mamma”

“In che senso?”

Guarda il parrucchiere con un po’ di condiscendenza (forse non capisce perchè è single e magari anche un po’ gay?):

“E’ facile il figlio n°1, n°3, n°5, ha un carattere più simile a quello del padre, mentre il n°2, n°4, n°6 hanno preso dalla madre!”

In un’Italia con una natalità di 1,31 bambini a famiglia è un grande ragionamento e infatti il ragazzo commenta:

“Ci vogliono un sacco di figli! Ma ci sono?”

All’aperitivo:

Locale alla moda rumoroso e colmo di gente, al tavolo di fianco a noi due giovani coppie, una con bebè di circa 9 mesi.

Il papà per intrattenere la figlia le fa ciucciare un po’ il collo di una birra Menabrea, è amara e la piccola comincia a strillare.

La mamma ride e prende in braccio la figlia. Poi le offre un minuscolo pomodoro pachino, forse la bebè si soffocherà.

E invece siamo fortunati e non succede.

Il papà orgoglioso spiega all’altra coppia, senza figli, come funziona la vita di famiglia.

“La mettiamo a letto alla sera verso le 11”

“????”

“Sì, perchè torniamo a casa tardi dal lavoro e vogliamo godercela un po'”

“Ma al pomeriggio dorme?”

“Mah”, ci pensa un po’, sembra una domanda difficile…

“Forse, un’oretta…”, sorride e le passa con nonchalance un altro bel pachino.

 

Mostra Love

L’amore celebrato in forma pop è irresistibile: da oggi al Museo della Permanente arriva una mostra imperdibile.
Istallazioni, filmati, quadri, sculture interpretate dai più famosi artisti dell’arte contemporanea. Dalla famosa scultura “Love” di Robert Indiana alla Marylin di Andy Warhol, alla scritta al neon di Tracey Emin, artista cupa ma per una volta romantica.
Ieri sono stata alla presentazione e mi sono lasciata incantare e soprendere dagli allestimenti originali e ironici.

Peccato non sia più vasta. Le opere mostrate sono bellissime ma poche.

Questa mostra è già stata presentata a Roma dove ha avuto un’affluenza record nei giovanissimi, circa il 75% dei visitatori tra i 15 e i 25 anni.

Robert Indiana

Infatti oltre al tema, universale e accattivante anche per l’adolescente più ribelle, l’amore è il sentimento che fa girare il mondo, è una mostra molto “cinematografica”. Piena di riferimenti iconici che i ragazzi apprezzano, quasi una versione colta e internazionale dei classici lucchetti. Poi è molto interattiva: è permesso scattare foto, quindi è il paradiso dei selfie artistici e inoltre c’è un muro dove si può scrivere, sbilanciandosi, ciò che si pensa dell’amore.

Andy Wharol

Ieri come sempre, nelle occasioni delle preview, il pubblico era piuttosto anziano, da Villa Arzilla (a me piace andare perchè mi sento, a confronto, quasi una teen-ager!). Quando siamo arrivati davanti al muro dove si poteva appunto esprimere la nostra opinione sull’amore, un paio di signore sono passate oltre, scuotendo la testa (più si invecchia più si diventa cinici). Un’altra non si è potuta fermare a scrivere perché doveva recuperare il marito che, un po’ rimbambito, stava per sbattere contro un’istallazione. Mentre una signora diligente, magari un’ex prof, ha preso il gessetto e deciso di dire la sua.
C’erano anche frasi da completare, per agevolare e ispirare i più timidi e introversi.
L’affermazione che ha scelto la signora da completare era: L’amore è eterno…lei sghignazzando e ridendo con la sua amica ha aggiunto e sottolineato: finché dura!

Poi si è allontanata ribelle e felice.

Tracey Emin

Marc Quinn

Questa interazione viene sfruttata non solo per far sfogare le frustrazioni sentimentali degli attempati visitatori ma anche per scopi più alti.

Scopi didattici, infatti sono previste varie attività di accompagnamento e supporto per scuole e famiglie. C’è la visita interatttiva dedicata alla scuola dell’infanzia e alle elementari, poi quella molto intressante per migliorare l’inglese, attraverso un approccio narrativo in lingua alle opere. E ancora il percorso esplicativo, dedicato agli studenti della scuola secondaria, che approfondisce soprattutto le tecniche artistiche utilizzate nelle varie creazioni.

Manolo Blahnik: the art of shoes

Scarpe come sculture, col tacco a stiletto dall’impalcatura incredibile, oppure pantofoline realizzate artigianalmente con i materiali più preziosi. Poi le calzature delle dive viste sul red carpet ai piedi di tutte, feticcio delle protagoniste di Sex & the city e ultimamente ai piedi dell’ultima musa: Rhianna.
Ieri quando sono tornata a casa dall’anteprima della mostra e ho raccontato a Emma (che porta solo Adidas e doc Martins) dove ero stata, incredibilmente ha esclamato:
“Ah, le Manolos!”
Insomma le creazioni di Manolo Blahnik le conoscono proprio tutti e da oggi al 9 aprile sono esposte a Palazzo Morando.

Blahnik ha una collezione di circa 30.000 esemplari di scarpe e in questa mostra ne sono esposti 212 modelli suddivisi in varie sezioni, selezionate a seconda dell’ispirazione dello stilista. Quelle dedicate ai personaggi del passato e alle dive del cinema d’altri tempi, poi la sezione che mette in evidenza i materiali, sempre pregiati e lavorati artigianalmente in Italia.
E ancora quelle storiche, affiancate da veri esemplari d’epoca, quelli che hanno ispsirato Blanhik nella creazione delle scarpe di Marie Antoinette, nell’omonimo film di Sofia Coppola.

(Che piedi piccoli avevano una volta le persone! L’evoluzione ci ingigantisce)

Poi ci sono le calzature dedicate alla natura, le mie preferite: sandali rampicanti con ciliege, ciabattine con fragole, décolleté con applicazioni floreali.
Infine le calzature geografiche, influenzate dalle scarpe delle varie parti del mondo, le meno glamour e più noiose. Ma odio l’etnico quindi è un’opinione molto soggettiva.

La conferenza stampa di presentazione era gremita, di signore e signorine molto agguerrite. Quando è finita ed è stato data via libera al pascolo attraverso la mostra, poteva essere un incubo. Ma io, e un altro paio di signore babbione (senza metterci d’accordo) abbiamo avuto la brillante idea di sgattaiolare dentro dalla fine del percorso.

(E’ un po’ la mia sindrome, entrare dalle porte-finestra e dall’uscita, ci deve essere un significato psicologico recondito).

Una delle assistenti del museo ci ha redarguito ma la coppia delle babbione, con sussiego, le ha fatto capire che in quel modo la circolazione fra le sale sarebbe stata più fluida. Così ci ha lasciato andare.
Vero colpo di fortuna, perché è stato molto piacevole e tranquillo andare controcorrente e poter ammirare tutto con calma. Anche i meravigliosi schizzi dello stilista.

Tantissimi anni fa a Londra, quando ero una giovanissima giornalista di moda, avevo intervistato Manolo Blanhik che era già famoso, ma non così cinematograficamente mondialmente famoso, stava facendo i primi passi nello sfavillante mondo dello showbiz, era stato particolarmente antipatico.
Ma pazienza, come tanti grandi artisti, sono meravigliosi nelle loro opere e un po’ meno nella routine quotidiana.

P.S. Ah, dimenticavo! Ieri Blahnik era presente all’inaugurazione e ha detto che torna il tacco basso 🙂

 

Alla Scala i bambini entrano gratis…o quasi

Non è mai troppo presto per godere di un’esperienza unica come una visita al Teatro alla Scala: anche i più piccoli possono apprezzare il fascino della musica e l’atmosfera magica del nostro meraviglioso tempio della cultura considerato invece troppo spesso inaccessibile.

Anche in questa stagione riparte un’importantissima (e superconveniente) iniziativa dove i minori di 18 anni possono entrare con un biglietto al prezzo simbolico di € 1 per assistere a due opere e/o cinque concerti espressamente pensati per il pubblico più giovane.

Sull’onda dell’entusiasmo della Prima de “Il ratto dal serraglio per i bambini” di Wolfgang Amadeus Mozart, che ha inaugurato la Stagione 2016/17 dei “Grandi Spettacoli per Piccoli”, il Teatro alla Scala offre ai piccoli spettatori e ai loro accompagnatori un’altra giornata di visite guidate gratuite con un piccolo momento musicale a cura degli allievi dell’Accademia Teatro alla Scala al termine.

Domenica 16 ottobre dalle 14.30 alle 17.10 sono previsti 12 turni di visite guidate che permetteranno di conoscere l’affascinante struttura e storia del Teatro più famoso al mondo: si partirà dall’ingresso nella sala del Piermarini per proseguire nella buca d’orchestra e sul palcoscenico passando poi in rassegna i palchi storici, incluso il palco centrale. La visita durerà circa 50 minuti e sarà coronata da un breve concerto con gli artisti dell’Accademia.

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La prenotazione è obbligatoria e possibile dal 10 ottobre fino a esaurimento posti (tel. 02 43 35 35 51)

P.S. Ogni bambino deve essere obbligatoriamente accompagnato da un maggiorenne.Ciascun adulto può accompagnare fino a tre bambini.

Come diventare un po’ più nordici

Un appuntamento imperdibile per chi è a Milano (o nei dintorni)
BeNordic: tre giorni, venerdì, sabato e domenica prossimi. Si parlerà di eco-sostenibilità (nel nord Europa sono avanti anni luce rispetto a noi), di design, di moda, di viaggi e ci saranno interessanti workshop per bambini. E anche mini corsi di lingua: svedese, finlandese, norvegese e anche inglese, perchè i popoli del nord lo parlano benissimo. Il tutto gratuito, per scegliere dove partecipare basta consultare il ricchissimo programma e prenotarsi qui.
Tra le iniziative più interessanti:
Seminario sulla moda ecosostenibile alle 15 di venerdì 18, organizzato dal Danish Fashion Institute.
Seminario contro lo spreco alimentare alle 15 di sabato 19: animato da Selina Juul, fondatrice di Stop Wasting Food movimento che sensibilizza i consumatori a iniziative individuali volte a ridurre gli sprechi nella quotidianità, dalla spesa, alla conservazione e consumo degli avanzi fino alla distribuzione delle eccedenze alimentari.
Per evitarlo in Danimarca le iniziative sono numerose, meno di un mese fa a Copenhagen è stato aperto il primo supermercato-discount alimentare WeFood dove vengono venduti prodotti scaduti ma ancora commestibili oppure fallati, al 30% e 50% di sconto.
Gioca Yoga domenica 20 alle 10,30: per iniziare i bambini a questa disciplina con un mini workshop ci si iscrive qui.
Racconti di viaggio: ogni giorno uno diverso come da programma, per scoprire la Groenlandia, il sud della Finlandia in bicicletta, l’aurora Boreale, la bellezza dei Fiordi e anche il classico villaggio di Babbo Natale a Rovaiemi.
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Street food per cani

Non è uno scoop, l’ho visto stamattina su Repubblica e ho “dovuto”, voluto riprendere questa notizia meravigliosa: a Milano dove, negli ultimi mesi, lo streetfood sta spopolando si aggira l’apecar di Dogsweetdog che vende leccornie per cani. Biscottini di struzzo, cupcakes, muffin, tutti realizzati con ingredienti rigorosamente dogfriendly, poi prodotti essiccati (i preferiti di Lola), golosi da un punto di vista canino e aiutano anche a migliorare la masticazione. E nuovissimi i dogcorn: popcorn a misura di cane. Mentre per chi soffre di intolleranze ci sono anche pasticcini di agnello e riso. I prezzi partono da 1 euro per arrivare a 3-4, a seconda delle confezioni.
Elena Masson, proprietaria del furgoncino e creatrice della geniale iniziativa, ha lanciato Dogsweetdog lo scorso anno, stazionando nei parchi frequentati da cani e padroni, poi ha partecipato ai vari street food festival della città e adesso comincia anche ad andrare in tour: prossimo weekend a Torino, alla Street Food Parade, ad aprile a Firenze e a Pietrasanta in agosto. Stasera invece, per chi vuole saperne di più, alle 18 sarà intervistata a Carterpillar su Rai2.
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Faccio After

Sono diventati famosi cantando e ironizzando sulle abitudini (purtroppo verissime) dei liceali milanesi. Hanno iniziato con video autoprodotti nel parco vicino a scuola e adesso fanno serate ovunque e hanno un contratto con una casa discografica. Hanno scelto di chiamarsi Il Pagante, riferendosi allo sfigato che non ha il pass e perciò non riesce a entrare e bere gratis nei locali il sabato sera. L’ironia dei loro testi è fulminante, sono l’evoluzione dei bambini cresciuti con le merendine, infatti cantano:

“Nel Mulino che vorrei entro in pass e bevo Grey

 

Le canzoni più famose sono sullo slang degli adolescenti: balzare, sbocciare, evitare lo sbatti e fare after, cioè tornare a casa molto tardi la mattina dopo aver sbocciato tutta la sera.

Sull’after, l’inizio di questo video è molto divertente con la telefonata della madre che si chiede dove caspita sia finito il figlio. Lui risponde scocciato, ma nella rubrica la mamma è segnata con un cuoricino, quindi un po’ vizioso ma tenero!

I modelli giovanili ritratti da Il Pagante non sono per niente edificanti, non rappresentano certo i figli che i genitori sognano (se non hanno incubi).

Ma so’ ragazzi…

Dopotutto chi non ha mai fatto after?

Ai miei tempi, a Riccione dopo la discoteca andavamo in spiaggia ad aspettare la mattina e una volta, con un po’ di amici, ci siamo anche mangiati tutto il cabaret di bomboloni che incautamente il fornaio aveva lasciato fuori dalla porta del bar dello stabilimento balneare, prima che aprisse. Ricordo ancora quanto fossero buoni.

E non c’erano i cellulari e nessuno poteva telefonare per dirti di tornare a casa 😉

(Ah, che bei tempi! Che nostalgia, nel secolo scorso ero proprio una bad girl!)

Tassista dentro

L’altra mattina sono salita in auto, parcheggiato più o meno sottocasa, stavo per accendere il motore e mettere la retro, quando ho sentito qualcuno bussare al vetro del mio finestrino.
Ho guardato chi fosse e ho visto un’anziana signora sconosciuta, così impellicciata e imbaccucata da chiamar quasi la Peta.
Le ho lanciato uno sguardo interrogativo e lei mi ha fatto cenno di abbassare il vetro perchè voleva parlarmi.
Il mio primo impulso è stato negativo. Non certo da buona samaritana.
Ho pensato: “Che palle! Adesso questa cosa vuole?”
Ultimamente nella mia zona ci sono un sacco di polemiche sui parcheggi e quindi ho subito temuto che quella tizia volesse protestare per qualcosa che avevo involontariamente fatto.
Invece la signora mi ha spiazzato, con un bel sorriso mi ha detto:
“Può portarmi al centro commerciale?”
(Nel quartiere residenziale dove abito il centro commerciale è la zona dove ci sono il supermercato, la banca, la famacia, i bar, ecc. e dista a piedi circa 5 minuti dalla zona abitazioni)
Faceva un gran freddo e probabilmente la signora non voleva camminare, neanche per una manciata di minuti. Allora l’ho fatta salire, lei è stata amichevole e mi ha trattata come una tassista. Una a cui dire dove andare ma con cui non è tassativo fare anche conversazione.
“Magari mi può portare davanti all’edicola”
“Certo, nessun problema”
Il problema però stava per sorgere quando mi sono fermata e ha aperto la portiera senza badare a un’auto che stava arrivando. Al pelo.
Miracolosamente non c’è stata collisione.
Per bontà divina non sono rimasta senza portiera sinistra.
La signora impelliciata è scesa incolume, con una breve frase di ringraziamento.

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Rimasta sola, ho rimesso in moto e sono ripartita alla volta del mio supermercato preferito. Ero ancora stupefatta dall’incontro quando ho ricordato un altro episodio simile, successo tantissimo tempo fa, devono essere passati quasi quindici anni.
Abitavo già nel mio quartiere, in un’altra strada. Avevo anche un’auto diversa.
Un giorno pioveva forte, ero uscita e avevo l’auto parcheggiata sotto casa. Quella volta non avevo neanche fatto a tempo a mettere in moto che si era aperta la porta dalla parte del passaggero ed era entrata, come una furia, una ragazza cinese abbastanza bagnata che mi aveva detto:
“Mi polti alla felmata della 73!”
(la 73 è il mitico autobus che arriva al mio quartiere)
La ragazza era molto carina e anche elegante, così senza fiatare l’avevo portata alla fermata. Anche quella volta ero rimasta basita, poi negli anni avevo quasi rimosso l’evento.
Ora invece che è successo di nuovo, ho capito che era un altro segno del destino.
Dal cielo mi stanno dicendo: basta perdere tempo con la scrittura, devi fare la tassista!

Così Gambadilegno non fu più single…

Il Museo del fumetto a Milano è un posto bellissimo, tra l’altro è anche vicino a casa mia e da quando ha aperto, circa cinque anni fa, non perdo occasione di farci un salto. Il Museo, coloratissimo e allegro, è il posto ideale per passare un pomeriggio divertente e combattere il grigiore dell’inverno milanese.
In questi giorni, da sabato scorso fino al 13 marzo, è possibile ammirare l’arte di Romano Scarpa (1927-2005), il più grande disegnatore Disney italiano. Conoscere e approfondire la straordinaria produzione di questo artista poliedrico che ha saputo lasciare un segno indelebile nella produzione Disney italiana e internazionale.
Questa mostra permette di conoscere il lavoro di Scarpa, non solo grazie alle oltre 150 tavole originali tratte dalle sue storie più amate, ma anche preziosi “dietro le quinte” per la prima volta presentati al pubblico, come i dettagliatissimi story board a matita, in cui l’artista verificava che tutto fosse al posto giusto prima di passare al disegno vero e proprio. Sono esposte pagine tratte dalle sceneggiature originali, illustrazioni e copertine, ancora impresse nella mente di tantissimi lettori anche a decenni di distanza. Inoltre vengono indagate, approfondite e svelate le ispirazioni più diverse che hanno stimolato la fantasia di Scarpa, grande appassionato di cinema, seppe infatti trasporre nel mondo Disney le atmosfere del grande schermo, guardando alla produzione di ammiratissimi registi come Frank Capra e Alfred Hitchcock.
E ai visitatori che vogliono leggere per intero le storie di cui vengono esposte le tavole viene messa a disposizione una piccola fumettoteca con albi completi da consultare.

Museo del Fumetto - facciata

Scarpa cominciò la sua luminosa carriera come lettore accanito di Topolino e, come hanno fatto in tanti, si mise in contatto con la redazione, mandando un suo disegno. Un disegno di Venezia, la città dove era nato e viveva. Il suo talento fu subito riconosciuto, il disegno pubblicato e lui cominciò a lavorare per il giornalino. Una collaborazione che durò più di quarant’anni, dagli anni’50 alla fine del secolo. Fu lui a inventare tantissime trovate inedite. Disegnò Topolino, creò molte delle sue mirabolanti avventure ma si dedicò moltissimo anche a Paperino & co. Sostenitore in tempi non sospetti della par condicio, fu lui a decidere che Gambadilegno dovesse avere una fidanzata (anche se non era un campione di fascino, gli altri personaggi l’avevano, perchè lui no?). Fu ancora Scarpa a disegnare la vasta serie delle “Paperolimpiadi”, a cavallo fra gli anni ’80 e ’90. Le sue storie sono ancora risptampate e lette dalle nuove leve e visitando la mostra succede, come sempre al Museo del Fumetto, che si appassionino quasi più i genitori che i bambini.

Topolino n. 2000 - Tutti i personaggi di Scarpa - - pagina pubblicata e originale a confronto

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