La paranza dei bambini: il film

Quando era uscito il libro di Roberto Saviano avevo scritto una recensione non troppo positiva. Pochi giorni fa sono andata a vedere il film tratto dal romanzo e forse per la prima volta ho trovato che la riduzione cinematografica è meglio del libro che l’ha ispirata.

Il ritratto della microcriminalità in mano ai minorenni che spadroneggiano per i vari rioni di Napoli, contendendosi le piazze dello spaccio e della riscossione del pizzo, nel romanzo è scioccante. Ma dopo i primi capitoli l’elenco di abberazioni e nefandezze di questi teenager diventa un po’ monotono, quasi una lista della spesa criminale.

Mentre nella pellicola il regista, Claudio Giovannesi ha reso la vicenda molto più coinvolgente. I giovani protagonisti, tutti ragazzi presi dalla strada, sono bravissimi forse proprio grazie alla loro spontaneità.

Il regista è riuscito a fare il ritratto di questi ragazzi che, per combattere il disagio che li circonda, scelgono la scorciatoia del crimine, sentendosi onnipotenti. La loro vita è raccontata in maniera cruda e realistica. A volte, loro malgrado, anche ironica. Senza giudizio o pietismi.

Per questi giovani boss il massimo è entrare in un negozio Nike (o quello di un brand simile) e spendere centinaia e centinaia di euro in abbigliamento firmato. Indossare le scarpe giuste, entrare in discoteca dove potersi permettere tavolo e champagne. Hanno quindici anni e anche le armi, ma sono inesperti e, da bravi nativi digitali, per imparare a usarle guardano un tutorial.

E’ un film che dovrebbero vedere i giovanissimi, proiettato magari anche nelle scuole. Per capire quanto siano vacui, sbagliati e anche pericolosi i modelli a loro imposti dal consumismo.

La serie migliore sugli adolescenti

Finalmente una serie per adolescenti non intepretata da attori dai venticinque anni in su, non studiata solo per affrontare argomenti pruriginosi e fare audience. E soprattutto non ambientata in quelle inquietanti scuole private. Insomma una serie Tv non americana. Ne avevo già parlato ma è così vera e valida che mi sembra il caso di approfondire. Una serie dove non ci sono scandali e colpi di scena studiati a tavolino, ma la vita vera dei ragazzi, raccontata con delicatezza e ironia.

Il piccolo gioiello è SKAM, produzione norvegese del 2015, che ha avuto un tale successo da essere replicata in vari altri stati: Spagna, Olanda, USA, Francia e da noi. Ha debuttato in Italia esattamente un anno fa, nel marzo del 2018 e adesso siamo alla terza stagione. Il segreto del successo sta nelle storie che, nel bene e nel male, coinvolgono i protagonisti della vicenda. Sono liceali che attraversano tutti i passaggi emotivi della loro età: dalle esperienze sentimentali, a quelle sessuali, i rapporti con gli amici e i genitori. Lo schema della trama è lo stesso per tutte le versioni che vengono poi adattate a seconda dei costumi e tradizioni del paese dove si svolge la vicenda. Ad esempio, da noi c’è il viaggio della maturità, mentre in Norvegia i diplomati affittano un furgone per fare la gita di fine liceo.

In Italia, siamo in un liceo romano e ogni stagione ha un protagonista diverso. Nella prima è Eva che affronta la sua prima storia d’amore importante. Nella seconda, Martino che deve fare i conti con la propria omosessualità (e qui veramente sono riusciti a sviluppare benissimo il tema) . La terza stagione, che si sta svolgendo in queste settimane, parla di Eleonora e la sua infatuazione poco politically correct per il ragazzo più popolare e maschilista della scuola.

La visione delle prime due stagioni è stata gratuita su youtube, mentre questa terza serie (considerato il successo) viene proposta a pagamento su Tim Vision. Ma per accontentare i numerossimi ed entusiasti fan ci sono anche i social, infatti i personaggi hanno account instagram e whatsapp che sono così realistici da coinvolgere e divertire come se si spiasse l’account dei propri figli!

Sulla mia pelle

Sulla vicenda di Stefano Cucchi ero sommariamente informata, sapevo della lotta, senza sosta, della sorella Ilaria per ristabilire la verità sulla morte del fratello. Negli anni ho letto sulle pagine dei giornali i lenti progressi dell’inchiesta per far luce su una vicenda torbida e drammatica.

Adesso finalmente con il processo stanno venendo a galla dettagli alluncinanti di coperture e bugie. L’altra sera su Netflix ho trovato il coraggio di guardare Sulla mia pelle, il film che ripercorre l’ultima tragica settimana di vita di Cucchi.

Una pellicola forte ed equilibrata, che fa un ritratto sconvolgente, senza sconti, del suo protagonista. Stefano Cucchi era un ex tossico, bugiardo, ribelle e anche un po’ insolente.

Per questo ne esce un personaggio vero, non solo la vittima della brutalità di chi l’ha arrestato. Poi c’è sua famiglia, delineata benissimo, genitori borghesi, affettuosi, costantemente preoccupati per quel figlio difficile. L’hanno aiutato anche sbagliando, come facciamo tutti, probabilmente per troppo amore. E anche la sorella che viene sempre coinvolta, suo malgrado, che si avvelena la vita, per la balordaggine costante del fratello.

Il regista Alessio Cremonini, ha saputo delineare con efficacia una famiglia normale, a cui viene sconvolta la vita e tolto ogni rispetto. Mi ha colpito moltissimo, come queste persone vengono trattate quando, durante l’arresto, chiedono notizie. Domandano di vedere il loro figlio arrestato. Vengono allontanati con scuse varie, in nome delle regole, di una burocrazia ottusa e inutile. E quando Stefano muore diventano quasi un fastidio.

Questo film è drammatico ma molto educativo: andrebbe proiettato nelle scuole. Vale più di mille discorsi contro l’uso delle droghe. E’ più efficace di tanti anatemi e proibizioni. Riesce, senza falsi moralismi, a far ragionare i ragazzi e far comprendere quanto possa essere pericoloso essere fermati con un po’ di sostanze in tasca. E quanto in nome dello sballo, a volte, sia facile bruciarsi la vita.

Mentre sulle responsabilità di chi dovrebbe garantire l’ordine pubblico e abusa invece del proprio potere, il film non prende posizione, rimane documentaristico. La verità, si spera, arriverà alla fine del processo in corso.

 

The end of the f…ing world

Già dal titolo si intuisce che The end of the fu…ing world non è la classica serie televisiva (in onda su Netflix) dedicata agli adolescenti, che magari tocca temi scottanti e pruriginosi ma con quell’approccio paternalistico-scandalistico che giova tanto all’audience.

Fortunatamente invece non ha niente a che vedere con Tredici è molto più vera, intensa e intelligente. Peccato però che la traduzione italiana renda a volte i dialoghi esageratamente volgari e senz’altro meno immediati e accattivanti.

La storia di Alyssa e James, due adolescenti che si incontrano a scuola e diventano compagni di una sgangherata avventura è un piccolo capolavoro nel descrivere la psicologia e il disagio adolescenziale. Senza scadere nello stucchevole perbenismo all’americana, sostituito invece da un cinismo tutto british. E condito con una bella dose di scene pulp e violenza volutamente esagerata, forse perchè la storia nasce da un fumetto autoprodotto, diventato cult, alcuni anni fa, fra i ragazzi attraverso il passaparola.

Doveva essere un film invece è diventata una serie di otto episodi da venti minuti, quindi può essere vista anche tutta insieme, di seguito, per immergersi completamente nel mondo un po’ folle dei protagonisti.

Le avventure di questi due diciassettenni difficili vittime di famiglie sgangherate, sono narrate con uno stile iperbolico accompagnato da tanta ironia da cogliere nella definizione dei diversi personaggi.

La trama si svolge come un road movie, con una fotografia molto bella e un’ottima colonna sonora. Mentre i contenuti al netto della finzione cinematografica sono quelli più intimi e veri degli adolescenti. Essere accettati, fare le prime esperienze sessuali, sentirsi amati.

La seconda stagione è ancora in forse, ma spero che, considerate le ottime recensioni (non sono l’unica entusiasta), diventi presto realtà.