Zumba and I

Cerco sempre di affrontare (prima o poi) le cose, anche quelle più minuscole, che mi fanno paura. Di trovare il coraggio di uscire dalla confort zone. La sfida più recente è stata affrontare una classe di zumba. Da anni ne sentivo parlare ma non mi ero mai documentata, sapevo che era divertente e niente di più. Qualche tempo fa, i corsi di zumba sono arrivati anche nella mia palestra. Allora un paio di volte ho spiato, con curiosità, attraverso il vetro dello studio dove si svolgevano.

E lì è iniziato il panico: ho visto la “maestra”, una agilissima Kardascia che sculettava con grazia e foga e le allieve tutte ballerine un po’ improbabili che la scimmiottavano con zelo. La prima volta sono scappata lasciandomi alle spalle le note del ritmo caliente. Ma la curiosità è rimasta, così sono tornata a incollare il naso al vetro anche una settimana dopo. Le ballerine erano aumentate, felici, stagionate e fuori tempo. Sono fuggita di nuovo ma ho deciso che dovevo osare. Ho fatto un patto conme stessa. Basta codardia. Sarei tornata.

Così è stato. Qualche giorno dopo era prevista un’altra lezione e mi sono iscritta. Vincendo l’imbarazzo, l’inettitudine alla danza e alla coordinazione. Entrata nello studio, ho cominciato a ridere quasi subito, non c’era altro modo per sopravvivere al twerking selvaggio, al tarantolato scuotimento di décollété, ai saltelli allegramente ammiccanti.

Le coreografie sono, più o meno, come quelle del video qui sotto, forse più complicate. La “maestra” indiavolata e bravissima, le ballerine sculettavano serene. Tutte molto coinvolte e piene di buona volontà. Alcune erano così stregate dal ruolo che continuavano, molto professionalmente, ad agitare le chiappe anche quando c’era un piccolo stop tecnico alla consolle fra un brano e l’altro.

Purtroppo sono legnosa e quasi sempre fuori tempo, ma mi sono divertita. Ho fatto del mio meglio per lasciarmi andare. Per copiare i movimenti allusivi della “maestra” senza pensare, senza vergogna, senza farmi domande. Posizionata in fondo alla classe, evitavo però di controllare le mie mosse nello specchio. Tutte, anche le più inette e sovrappeso, sembravano delle regine sexy rispetto a me.

Quesiti come: “ma dove finisce la zumba e comincia la musica raggaeton?” cercavo di scacciarli dalla mente. E anche altri più sociologici sulle condizioni del Sud America e la crisi del Venezuela (ma ballano ancora?).

Nell’ultima (e terza) lezione che ho frequentato c’era una signora anziana: è entrata in sala sorridendo. Un’ ottimista. Poi, come me, era sempre fuori tempo. Quando tutte piroettavano da una parte, io e lei incrociavamo lo sguardo perchè eravamo le più negate, uniche sempre rivolte verso il lato opposto. Quello sbagliato. Ci sarebbe stato da piangere, ma ci siamo sorrise. Inevitabilmente complici, perchè il bello della lezione, ho finalmente capito, non è bruciare un tot di calorie ma la libertà di fregarsene. Di sentirsi più libere e giocose a prescindere dal talento nel ballo, dall’ammontare di glutei dimenati al ritmo giusto. Perchè, chissà, magari, poi si scopre che il twerking è un riflesso primordiale…. basta ripescarlo dal fondo del nostro DNA.