E’ durissima

Oggi sulla prima pagina di La Repubblica la notizia che Nicola Brewer, la reponsabile della Commissione Pari Opportunità in Inghilterra, ha definito il congedo per maternità come un discriminante-handicap-blocca-carriera, suscitando molte polemiche. E’ come pensare che l’ 8 marzo, la festa della donna sia una beffa, perchè tutto il resto dell’anno le donne sono ben poco festeggiate. E’ anche come scoprire l’acqua calda. Non sono i congedi di maternità a uccidere la carriera di una donna, è il fatto stesso di decidere di diventare madre. Qui il discorso sarebbe lungo ma… sorvoliamo. In Inghilterra stanno meglio di noi, nel senso che alle mamme segano comunque le gambe ma prima concedono molto più facilmente il part-time e il mercato del lavoro è più flessibile. La nostra legge sull’aspettattiva di maternità è più favorevole alle mamme che in UK, dove di solito in gravidanza si tende a lavorare fino a cinque minuti prima di entrare in sala travaglio e si torna al proprio posto al massimo dopo tre mesi dalla nascita del pupo. Ma in Italia siamo undici punti sotto la media europea rispetto al tasso di occupazione femminile.
E il congedo paternità? Nel nostro Paese ne esiste un modello “vantaggiosissimo”, ma quasi nessun papà se ne avvale, perchè di solito le retribuzioni maschili sono più alte e quindi in famiglia è meglio che sacrifichi la carriera la mamma. E anche a causa della cultura imperante che considera la maternità un fatto privato (sono tutti cavoli tuoi come te la sbrigherai) da declinare al femminile. Per migliorare e scardinare questa mentalità non occorre eliminare/accorciare il congedo di maternità, ma potenziare gli aiuti a chi mette su famiglia e cercare di discriminare meno le donne. E’ un tasto dolentissimo in questo momento di oscurantismo femminista in cui alle bambine viene proposto fin dalla materna il modello velina, con diramazioni Winx, Barbie e Bratz. Ultimamente è scoppiata la guerra fra quest’ultime due e il primo round l’ha vinto quella perfettina della Barbie che è riuscita, tramite gli agguerriti legali della Mattel, a stabilire che la famiglia Bratz è nata da una violazione dei diritti sul copyright. Infatti l’inventore di Jasmine, Chole, Jade e Sasha, le sorellastre coatte dell’algida Barbie, lavorava nell’industria di Barbie fino al momento in cui ha consegnato i bozzetti delle nuove bambole a una ditta concorrente, la Mga Entertaiment. Ora le Bratz sono state tolte da mercato per ordine del giudice, speriamo in un altro round della lite legale che tolga dalla nostra vita anche la Barbie. Poi che le Winxs e le Witch si annientino a vicenda, che ci sia un mega black-out e si oscuri la tv e le sue veline per sempre …Dopo, forse, le nostre bambine potranno crescere pensando che da grandi potranno valere qualcosa anche vestite ed esercitare i loro diritti senza discriminazioni. E magari diventare mamme serenamente, anche senza aver necessariamente sposato un principe azzurro che le tolga dai guai e dal precariato.