Anna di Niccolò Ammaniti

Mi piace molto come scrive Niccolò Ammaniti, ho avuto anche occasione di dirglielo e ho letto tutti i suoi romanzi. Insomma una fan entusiasta e diligente.
Quindi mi sono procurata il suo ultimo romanzo piena di curiosità e aspettative.
La storia è quella di una ragazzina, l’Anna del titolo, che in seguito a un contagiossimo virus che ha ucciso tutti gli adulti in Europa, rimane da sola con il fratellino minore e lotta per la soppravvivenza in una Sicilia arida e desolata. La malattia mortale, denominata “la rossa” stermina senza scampo tutti. E arriva anche ai ragazzini appena raggiungono la soglia della pubertà.
Quindi in questo universo distopico la povera Anna, per sfangarla, deve rubare cibo e medicine, difendersi dalle bande degli altri bambini aggressivi e assatanati, dagli animali selvatici, dai cani impazziti e fare anche da mamma al fratellino che è anche molto capriccioso. Insomma una sfiga pazzesca, descritta in tutti i dettagli più cruenti: sangue, cadaveri, scheletri e parti del corpo (elencate minuziosamente nei vari segmenti), con un overdose di escrementi, scarafaggi, topi, vermi e quant’altro possa fare ribrezzo.
Ammaniti ha sempre avuto una fantasiosa, e ai tempi ironica, vena pulp molto sviluppata, ma in questa storia esagera. E diventa respingente. Quando ad esempio la strenua Anna deve combattere con un cane gigantesco e addestrato all’aggressività, i dettagli della lotta sono decisamente disturbanti. Poi il cane diventerà amico della ragazzina e lei come lo ribattezzerà? Coccolone!
La scelta, così banale, di questo nome è veramente il punto più basso del romanzo.
A fare da contraltare ci sono, per fortuna, le descrizioni dei personaggi adulti da vivi (prima che la sciagura della pandemia li colpisse) e questi sono descritti nello stile più algido, acuto e divertente tipico del talento di Ammaniti.
Ma purtroppo non bastano a salvare il libro.
Peccato.

Hania: la forza di un’eroina guerriera

 

Dopo l’incredibile successo de L’ultimo Elfo, Silvana De Mari, autrice bestseller, amatissima dai fan del fantasy, tradotta in ben venti Paesi, torna con una nuova triologia, magica, e avventurosa. Si intitola Hania, ed è anticipata da un breve prequel Il regno delle tigri bianche,  che introduce le situazioni e i personaggi del primo romanzo: Il Cavaliere della Luce,
in cui si narra la storia di Haxen, principessa del regno delle Sette Cime, che ha la disgrazia di essere prescelta dall’Oscuro Signore, per dare alla luce la sua creatura. Haxen è disperata ma rifiuta di eseguire l’ordine ragionevole e doloroso di ucciderla. Come le ha insegnato suo padre lei è un Cavaliere e un non può uccidere un bambino, o il mondo perderà la sua anima. La principessa decide così di portare la creatura a vivere nel deserto, di nasconderla, dove non potrà nuocere a nessuno.
Tutta la storia è vista da due punti di vista, quello della principessa Haxen e quello della bambina Hania, intelligentissima, scorbutica, cattivissima ma irrimediabilmente muta. Hania già nel grembo di Haxen sa tutto e vede tutto. Ha capacità percettive fuori dal comune e diventerà un guerriero terrificante.

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La novità di questa trama, ricca di colpi di scena, che avvince nell’eterna lotta fra il bene e il male, è la forza di Hania, e anche di sua madre, donne che hanno il coraggio di ribellarsi alle leggi più ataviche. La loro è una forza indomabile e femminile che diventa un ottimo messaggio per le giovani lettrici del romanzo.

Silvana De Mari è stata astutissima e lungimirante a inserire questo elmento fra le pagine della sua storia. Chi parla di femminismo adesso viene zittito con la storia della quote rosa. Allora meglio delle parole sono gli esempi. E quello di questa principessa guerriera diventa una metafora che spero riesca a dare la carica a tutte le ragazzine che si appassioneranno alla sua storia.

 

La ferocia: un romanzo potente

Quando nel luglio scorso questo romanzo ha vinto il premio Strega ci sono state  moltissime polemiche. Oltre alle solite legate alla lottizzazione della gara, anche quelle che riguardavano la qualità del libro e in particolare lo stile di scrittura di Nicola Lagioia.

Un sacco di critiche riguardavano l’ampollosità del suo stile, il compiacimento nelle metafore, le reiterazioni che appesantivano il ritmo narrativo del libro.

Quando ho cominciato il romanzo ho pensato di condividere queste opinioni, leggendo, ad esempio, questa frase: Ma una parte di quella parte lo avrebbe invece portato a inginocchiarsi ai loro piedi…   sono rimasta perplessa, ma poi la storia mi ha catturato e ho continuato a leggere abituandomi al modo  di scrivere di Lagioia. Alla sua puntigliosità, spesso eccessiva, nel descrivere i dettagli che però poi diventa funzionale alla narrazione. Le impone spessore e drammaticità.

L’unico aspetto che è oggettivamente pesante riguarda le continue escursioni temporali che, per dare una panoramica più completa e profonda deglia vvenimenti, rimandano chi legge avanti e indietro nel tempo un po’ troppo spesso.

La storia inizia come un giallo con una ragazza nuda e ferita che cammina, come una zombie, in piena notte, in una strada statale alla periferia di Bari. Morirà in circostanze misteriose e il romanzo, a ritroso, narra la storia della sua vita e quella della sua famiglia. La famiglia Salvemini, quella di un uomo potentissimo, un costruttore con le mani in pasta in molti affari, in combutta con tutti i notabili cittadini. Una famiglia dall’apparenza borghese che nasconde dietro l’agiatezza e l’ipocrisia molti segreti e, appunto, molta ferocia. E’ una storia cruda di malaffare all’italiana, con un intreccio che coinvolge e fa riflettere. La parte più interessante del romanzo sono i ritratti psicologici dei protagonisti. Purtroppo realistici e molto più angoscianti delle loro azioni criminose. Lettura ideale per gli animi cinici.

 

 

Città di carta: blockbuster mancato

Questo film è la trasposizione cinematografica dell’omonimo bestseller dell’astutissimo John Green che mescola abilmente gli ingredienti giusti per abbindolare gli adolescenti (insicurezza, ribellione, idealismo, bullismo, sfiga, amore, un pizzico di sesso e trasgressione).
La protagonista si chiama Margo (così un nome un po’ eccentrico senza la “t” finale e già questo dovrebbe insospettire sulla consistenza storia) ed è una ragazza ribelle, ovviamente bella, ma soprattutto misteriosa.
Di lei è innamorato perdutamente il suo dirimpettatio, coetaneo e compagno di scuola, bruttino, timido e nerd.
Margo, giustamente, lo ignora per tutti gli anni del liceo. Poi una notte entra dalla finestra della sua camera da letto e gli chiede, in maniera perentoria, in prestito la macchina.
Qui comincia l’avventura, il povero nerd si immagina un futuro al fulmicotone con Margo e invece il giorno dopo lei sparisce nel nulla.
Per ritrovarla il nerd comincia a cercare indizi (stranamente di carta anche se è un nativo digitale) e il film qui mi ha ricordato molto quello di Scoby-Doo , infatti coinvolge due amici e due amiche, li carica in macchina per una ventina di ore e la ricerca di Margo è verosimile e appassionante come quella degli investigatori del cagnolone.
Non dico altro sulla trama per non spoilerare, però ho fatto una piccola inchiesta fra gli adolescenti che hanno visto il film e purtroppo non sono stati troppo soddisfatti dal finale. Forse per questo non è stato un blockbuster come quello tratto dalla precedente opera di Green, Colpa delle stelle, anche se per la parte della bella Margo hanno scelto Cara Dellevigne la super top model londinese, amatissima dalle ragazze di tutto il mondo.
Un modello da emulare (sic!) anche se la bio di Cara è impossibile da ripetere, noi al massimo abbiamo Aurora Ramazzotti che fa scalpore come “figlia di”, mentre la bionda Delevigne ha come padrino un pezzo grosso della Conde Nast, come migliore amica d’infanzia la figlia della titolare di Storm Models, che l’ha scritturata da giovanissima, come madre una socialite un po’ tossica ma molto ben introdotta negli ambienti royal. E come zia Joan Collins (se mai servisse). Ora Cara sta diventando attrice, ha molti film in uscita, attendiamo fiduciosi.

 

La ragazza del treno

Spiare nelle vite degli altri, osservare senza essere visti, fare congetture e fantasticare sulla loro sorte è lo sport preferito di Rachel, la protagonista de La ragazza del treno il giallo della giornalista inglese Paula Hawkins, bestseller mondiale, che quest’estate ha scalato la classifica anche da noi.
Il romanzo è scritto come un diario (astuto espediente narrativo che facilita molto l’esposizione della trama e coinvolge maggiormante chi legge). Nelle pagine si alternano le confessioni di Rachel, che osserva la vita degli altri dal finestrino del treno che dalla periferia londinese la conduce al centro della città e quelle di altre due donne.
Anna, la rivale che ha rubato il marito a Rachel e Megan, una bella ragazza che (vista dal treno) sembra avere una vita perfetta. Quella vita che Rachel ha perso, per cui prova nostalgia e invidia. E cerca di rivivere spiando morbosamente e irrazionalmente Megan.
La parte migliore del libro, quella che dà ritmo e avvince, è proprio la descrizione della realtà di Rachel che è un’alcolista e lotta contro il suo vizio.
Tutto per lei sembra andare a rotoli, da quando è stata lasciata dal marito e per sopravvivere cerca un’identificazione posticcia nella vita di Megan. Ma quando questa misteriosamente sparisce e poi viene ritrovata cadavere, la trama dovrebbe diventare più coinvolgente e incalzante. Rachel non sa racapezzarsi mentre chi legge, a settanta pagine dalla fine, putroppo ha già un’idea chiara di come siano andate le cose. Un vero peccato per un giallo dall’inizio così intrigante.
Nell’insieme comunque è una lettura piacevole, nelle pagine migliori, nelle descrizioni molto inglesi mi ha ricordato la mia amatissima Ruth Rendell. Poi ho anche pensato che La ragazza del treno è un romanzo molto inglese, una storia simile in una versione nostrana non avrebbe senso.
Gli inglesi amano molto i treni che chiamano sempre con il loro orario “the 8.05 train” perchè sono puntuali, da noi un giallo ambientato, per esempio, nella cornice di Trenord, quello che qui i pendolari prendono per arrivare a Milano, sarebbe inconcepibile. Più realistico un pulp dove passeggeri indiavolati per gli scioperi e i ritardi si imbestialiscono, sclerano e menano.
Non come Rachel che sta male, beve in silenzio macerandosi dentro, osserva dal finestrino ma certo non se la prende con il controllore.

L’intestino felice: un libro che cambia la vita

“Leggerlo mi ha cambiato la vita”, si dice di un libro particolarmente coinvolgente, che ci ha fatto riflettere perchè è arrivato nel momento giusto della nostra esistenza. Magari lo stesso tomo entusiasma alcuni, facendo intuire prospettive e strade nuove da percorrere, ma non è così efficace su altri lettori. Ma questo non può succedere con il best-seller di Giulia Enders , perchè se qualcuno decide di addentrarsi nell’universo misterioso e affascinante del nostro intestino, a fine lettura, letteralmente, non sarà più come prima.
Vanterà una nuova consapevolezza.
Perchè questo piccolo saggio, in testa alle classsifiche mondiali di vendita dallo scorso anno, oltre a sdoganare l’ultimo tabù, ovvero l’arte di fare la cacca, svela verità scientifiche sul funzionamento del nostro apparato digestivo, in uno stile così accattivante che nessun lettore rimarrà insensibile. Perchè il benessere, in fondo, sta a cuore anche ai più trasgressivi, perciò avere un’intestino felice, e vivere meglio, interessa proprio a tutti.
Nel suo libro Giulia Enders, venticinquenne tedesca, studentessa in Microbiologia e Igiene ospedaliera all’università di Francoforte, racconta in maniera divulgativa e ironica cosa succede all’interno del nostro corpo, quando ci nutriamo, e le divertenti illustrazioni di sua sorella, Jill Enders, rendono il messaggio ancora più esplicito.
Senz’altro la notizia più interessante è potere considerare l’intestino il nostro “secondo cervello”, infatti le terminazioni nervose nell’organo più esteso del nostro corpo sono molto complesse.

Dispone di un vero bastimento di molecole segnale, materiali isolanti e sistemi di interconnessione nervosa, scrive la Enders.

Gli studi scientifici approfonditi su questo argomento sono relativamente recenti e stanno confermando una teoria che noi umani “sappiamo” da sempre. Infatti sentiamo “di pancia” se una cosa sia giusta o meno. Quando siamo spaventati abbiamo “strizza”, mentre ci innamoriamo abbiamo “le farfalle nella pancia”.
Questi sono vecchi modi di dire italiani, nel libro ce n’è uno abbastanza grossolano in tedesco: “non arrivare al vaso da notte”.
(Ho pensato alla Merkel e riso molto)
Ma dal 2013 le verifiche scientifiche si stanno approfondendo (sui topi) e sembra proprio che i segnali dell’intestino raggiungano le diverse zone del cervello soprattutto nellle aree di elaborazione dei sentimenti di etica, paura, motivazione e memoria.
Quindi, non c’è dubbio, conviene far funzionare il nostro “secondo cervello” al meglio. Giulia Enders spiega come combattere intolleranze e allergie, come possiamo difenderci dai microbi e batteri, come espletare al meglio le nostre funzioni fisiologiche e anche come capire dove stiamo sbagliando. Racconta tutto ciò in modo così simpatico e chiaro che andare in bagno diventa molto più interessante. Peccato solo che noi occidentali tendiamo a “farla” nella posizione sbagliata.