Mamma, ho l’ansia

L’ansia è (purtroppo) di moda e sembra anche abbastanza contagiosa. Prima era prerogativa degli adulti, mentre ora si sta diffondendo anche fra gli adolescenti. Per questo motivo Stefania Andreoli, psicologa e psicoterapeuta, ha deciso di scrivere un manuale per aiutare i genitori a gestire la propria e quella dei figli.

Cominciando a leggere il libro ho subito voluto sondare il terreno con le mie ragazze e ho chiesto se i loro compagni di scuola parlassero di ansia. Me l’hanno confermato: tutti ansiosissmi i sedicenni e anche i dicianovenni.

Forse il termine ultimamente è un po’ abusato, come conferma la dottoressa Andreoli, anche i malesseri psicologici seguono un trend. Qualche anno fa in testa alla classifica c’erano i DCA, disturbi comportamento alimentare, adesso invece si parla di più di ansia e di panico.

E le statistiche lo cofermano: secondo uno studio del 2014 compiuto dall’Unità Operativa Stella Maris di Pisa, il 30% dei maschi accusa sintomi ansiogeni e il 54% delle ragazze.

L’ansia non deve essere demonizzata a priori, perchè nasce con una valenza positiva: è quel meccanismo di difesa che dall’alba dei tempi ci ha permesso di evolvere, di avvertire la paura del pericolo, di azionare i nostri meccanismi di sopravvivenza con la modalità attacco-fuga. I segnali che ci invia il nostro corpo in un attacco di ansia sono importanti e positivi: respiro più veloce (per ossigenare il sangue) e cuore che batte più velocemente (per portare più sangue ai muscoli) e quindi sfuggire al pericolo.

Questo processo, perfetto per gli uomini primitivi che dovevano darsela a gambe davanti alle fiere che volevano papparseli, si ritrova tutt’oggi anche nei casi in cui l’ansia (e il panico) siano dovuti magari più prosaicamente alla previsione di un’interrogazione di fisica. In questo caso anche se l’adolescente vorrebbe fuggire come facevano gli antenati preistorici (fuori dalla classe, lontanissimo dai prof) deve imparare a gestire l’ansia in maniera più consona all’epoca in cui viviamo.

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L’autrice di questo libro, ci spiega che per sconfiggere l’ansia il primo passo è  essere in grado di conviverci. Non pensare che provarla sia sbagliato, non vergognarsi e soprattutto non negarla. Quindi è bene fronteggiarla e riconoscerla, perchè:

L’ansia è l’espressione di ciò che dentro di noi sentiamo come vitale, importante, addirittura necessario, o urgente. 

A conferma di ciò, nel suo libro Stefania Andreoli porta una serie di esempi clinici, raccontati con stile molto fluido e coinvolgente. E svela alcune verità: le madri dei figli ansiosi si colpevolizzano mentre i padri tendono a minimizzare e a scegliere sempre la via del pragmatismo.

Le ragioni dell’ansia adolescenziale sono quelle classiche, ovviamente modulate sui nuovi comportamenti. Ma il grande malinteso del nostro tempo, quello forse più dannoso di tutti, è che nella nostra società non è più ammissibile “stare male”: tutti devono essere belli, contenti e realizzati (come testimoniano tutte le foto postate compulsivamente sui social).

Il diritto alla serenità è diventato un dovere, quindi se non si è felici… che ansia!

La prima uscita dopo la nascita del pupo

Un paio di sere fa sono stata in pizzeria. Un posto carino, in zona Porta Romana.
Pizza buona ma locale un pò piccolo e spartano con i tavoli molto vicini.
Eravamo arrivati piuttosto presto, la pizzeria era semivuota. Ma pochi minuti dopo di noi è entrata una coppia, non giovanissima, attorno a trentotto-quaranta con un ingombrante passeggino (quello dei primi mesi). Dentro una piccoletta (era tutta rosa) molto tranquilla. C’è stata una piccola discussione per scegliere il tavolo più adatto per parcheggiare il passeggino e poi è stato scelto quello più in angolo.
Ma la neo-mamma non sembrava troppo convinta.
Per convenzione e gentilezza il proprietario del locale appena entrano i clienti offre un flute di prosecco, quindi anche a questa signora, appena arrrivata, è stato messo in mano il bicchiere di bollicine.
Ma lei invece di brindare ha cercato di scambiarlo subito con un biberon che ha estratto dalla sua capiente borsa, ordinando al proprietario di scaldarglielo.
Lui non poteva perchè nella pizzeria non aveva la cucina, la neo-mamma l’ha presa malissimo e ha continauto a insistere per un po’.
Sembravano sul punto di mandarsi al diavolo ma alla fine forse per intervento del neo-papà che doveva avere una gran fame, così i neo-genitori hanno deciso di restare e si sono finalmente seduti al loro tavolo. Anzi, solo lui si è seduto. Lei sempre in piedi ha tirato fuori dalla borsa l’amuchina e si è disinfettata le mani. Poi ha pescato dal passeggino la figlia e ha impiegato circa 10 minuti a svestirla.
Quando la piccola è stata spogliata abbastanza per sopportare la differenza di temperatura tra il rigido inverno milanese e il calore della pizzeria, l’ha passata al neo-papà.
Perchè era il momento di tirare fuori l’armamentario per la cena della piccola.
La neo-mamma ha poi disposto ordinatamente sulla tovaglia una serie infinita di accessori, cucchiaio, piattino, bavaglini, contenitore pappa, salviettine inumidite, ecc. Con la stessa precisione del ferrista in sala operatoria. Intanto il neo-padre era sempre immobile con la piccola in braccio.
Di ordinare una pizza non se ne parlava neanche.
A questo punto, noi osservatori ci siamo posti varie domande:
perchè non le hanno dato prima la pappa a casa?
Perchè sono venuti in pizzeria? Perchè non hanno cercato una babysitter?
Oltre naturalmente a quella più ovvia: perchè non si rilassa?
A questo punto il colpo di scena, è arrivata la tata!
E allora il povero neo-papà è stato ignorato per tutta la serata mentre la mamma e la tata si spupazzavano la bebè. C’é stato anche un drammatico intermezzo cambio-pannolone che le ha viste occupare il bagno per mezz’ora.
Ho avuto la grande tentazione di fermarmi al loro tavolo mentre mi alzavo per uscire e regalare un consiglio:
“Stai serena che quando diventerà adolescente vorrai buttarla sotto un tram” (di lì passa il 16)
Ma mi sono trattenuta.