Brooklyn: un film che fa bene all’amore

Una ragazza irlandese ventenne che negli anni ’50 emigra negli Stati Uniti, a Brooklyn, in cerca di un futuro. La storia non è originale ma il film che la racconta è un piccolo capolavoro di freschezza, ironia e romanticismo.

Tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore irlandese Colm Tòibìn, riesce subito a coinvolgere  completamente lo spettatore nelle vicende della protagonista Eilis, ragazza semplice e timida, ma determinata a migliorarsi e farsi prendere sul serio. L’attrice che la interpreta, Saoirse Ronan è bravissima (a 10 anni aveva già vinto l’Oscar con Espiazione), cresciuta veramente vicino a Enniscorthy, il paese dove si svolge la parte irlandese della storia, ha raccontato di essere stata felicemente stupita di ritrovare tanti suoi compagni di scuola, che facevano le comparse, nelle scene più corali del film.

Dal paesello a Brooklyn è come atterrare su un altro pianeta, nell’America degli anni’50 in full swing (le ricostruzione degli ambienti, le musiche, i costumi sono perfette), Eilis è sveglia in pochissimo tempi trova un lavoro e anche l’amore. Poi una tragedia famigliare scombussolerà il suo destino e farà stare in ansia gli spettatori.

Sono andata al cinema di sabato pomeriggio, e come sempre la platea era piena di vecchietti , c’era un pubblico maturo. Gente che probabilmente era giovane proprio negli anni’50, ex ragazze che avevano ballato il boogie-woogie e portato le gonne a ruota. Ex giovanotti che quando avevano i capelli si erano messi la brillantina.

Forse per questo quando la pellicola è finita e sono apparsi i titoli di coda, alzandosi, molte coppie si sono prese per mano. Brooklyn potrebbe essere un toccasana per le legami in crisi, una storia d’amore per rinsaldare matrimoni.

Io mi sono commossa, ma essendo per natura allergica a troppa melassa, ho cercato di occultare la lacrimuccia che mi avrebbe tradito.

Carol: il libro e il film

Con grandissime aspettative sono andata a vedere Carol, il film di Todd Hanyes tratto dal romanzo di Patricia Highsmith, pubblicato per la prima volta negli Stati Uniti nel lontano 1952. Purtroppo anche stavolta il film, rispetto al libro si è rivelato una delusione. Nonostante il talento indiscusso di Cate Blanchett (che adoro), la perfetta ricostruzione del periodo, l’estrema raffinatezza dei costumi, degli interni, la perfezione della colonna sonora, il coinvolgimento dello spettatore non decolla.
Anche se questa pellicola è candidata a ben 6 primi Oscar.
Fotogramma dopo fotogramma, ho sperato ardentemente che sullo schermo accadesse qualcosa che mi facesse palpitare, stare con il fiato sospeso, commuovere, ma non è successo nulla.
Calma piatta.
Sembrava di sfogliare una copia (vintage e un po’ trasgressiva) di Vogue.

Una stupenda Cate Blanchett (forse con un po’ troppo rossetto color passione) incontra in un grande magazzino newyorkese una giovane e graziosa commessa, dallo sguardo ampio e stupefatto, (Rooney Mara) e zac! E’ colpo di fulmine!
Peccato che nella pellicola manchi tutta lo spessore psicologico dei personaggi che, fortunatamente, si trova nelle pagine del romanzo della Highsmisth.
La giovane commessa Thérèse non è una ragazza ingenua e confusa ai limiti della vacuità, (con amici hipster, tutti uguali, che non vengono caratterizzati più di tanto) come appare sullo schermo. E la femme fatale Carol, labbra di fuoco e visone extralarge, non è quella predatrice pedofila che fa pensare: “Uh ssignur! Adesso se la mangia in un boccone!”
No, c’è altro. Molto altro, peccato che nel film non si capisca.
Perchè nel film è tutto affrettato: la commessa vende un trenino a Carol, poi le manda a casa i guanti che ha dimenticato sul bancone. Carol per ringraziarla la invita a pranzo e da lì è un autostrada verso la fiamma della passione.
On the road insieme, dormono in motel: sembrano madre e figlia e fa un po’ senso. Poi Carol vorrebbe divorziare, senza perdere l’affidamento della figlia, ma la sua preoccupazione/disperazione si stempera nell’incremento esponenziale dei Martini Dry che si scola, mentre la povera e sedotta Thérèse spalanca sempre di più gli occhi.
Però poi non le va neanche così male: da commessa di giocattoli, diventa photo-editor al New York Times (gli amici hipster sono serviti a qualcosa!)
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Il romanzo fortunatamente è tutta un’altra cosa: intenso, appassionato, profondo e soprattutto provocatorio. La Highsmisth confessò di averlo scritto in seguito a un episodio biografico: anche lei, a inizio carriera, aveva fatto, nel periodo natalizio, la commessa in un grande store newyorkese nel settore giocattoli. E aveva incontrato una bellissima, misteriosa e affascinante signora bionda. Ne era rimasta così colpita da scriverne subito, la sera stessa appena tornata a casa dal lavoro.
Da lì è nato il romanzo, una storia di amore gay, che fece scandalo.
Infatti nel 1950 il primo editore dell’autrice rifiutò il manoscritto. Ma Patricia Highsmith non si perse d’animo, cambiò editore e due anni dopo riuscì a farlo pubblicare, firmandosi però con uno pseudonimo.
Una vigliaccheria giustificata se inquadrata nei tempi del perbenismo anni’50.
Il titolo del romanzo era più neutrale: The Price of Salt, e solo l’anno successivo, quando fu stampato nell’edizione economica, a dispetto dei benpensanti, divenne un best-seller. E l’autrice in un’intervista dichiarò di aver ricevuto per anni le missive dei lettori che la ringraziavano per aver raccontato, con coraggio, la storia di un amore potente e “diverso” dai canoni tradizionali.