Mindful running

Correre mi ha cambiato la vita, l’ho già scritto varie volte. Mi aiuta a stare meglio, a distendermi, a focalizzare gli obiettivi. La corsa come liberazione, quasi una rivoluzione.
Quasi una droga. E chimicamente è vero perchè la produzione di endorfine raddoppia e proprio grazie a questi flash di benessere, la corsa dà assuefazione.
Perciò quando ho trovato ‘Mindful running’, mi sono molto incuriosita. Un manuale che analizza la corsa non solo dal punto di vista sportivo ma anche spirituale.

Infatti gli autori di questo libro propongono un metodo che arriva da lontano: la mindfulness, arte dell’attenzione consapevole, una disciplina della meditazione con oltre 2500 anni di storia, che ha origine nella filosofia orientale.

Meditare non è per niente facile, ho provato spesso ma sempre con risultati più o meno frustranti. Quindi ora ho grandi aspettative verso il mindful running,
che incrocia questa disciplina con la corsa, per ottenere una miscela che migliori la nostra esistenza.

“Oggi i ritmi frenetici e la mancanza di veri momenti di riflessione – spiegano gli autori – ci costringono a vivere a una certa distanza dal nostro corpo. Viviamo intrappolati nel pensiero, senza un contatto vero con la parte più fisica di noi. Quando facciamo delle scelte è importante invece che a decidere sia la totalità del nostro essere, così da evitare sorprese e conflitti interiori. E’ importante, in sostanza, che mente e corpo procedano nella stessa direzione”.

Il libro è una guida che, attraverso 56 lezioni per un totale di 8 settimane di training, mostra come utilizzare la corsa per ottenere un miglioramento delle proprie condizioni psicofisiche. Lo stile dei consigli è molto divulgativo e i suggerimenti facili da seguire.

Dopo molti anni di pratica yoga sono diventata un po’ intollerante alle spiegazioni troppo astratte, fondate sui massimi sistemi e proposte come rimedi di psicologia spicciola fai-da-te.

Sono stata contenta di verificare che questo manuale invece è pratico e realistico: offre suggerimenti di facile applicazione che chiunque può efficacemente applicare alle proprie esigenze fitness.

Nella prima parte c’è un check up tecnico sulla postura e sulle varie parti del corpo coinvolte nell’allenamento (schiena, mani, piedi, braccia). Mentre nella seconda si approfondiscono i risvolti più psicologici del running e si insegna la consapevolezza: come concentrarsi nell’attività fisica coinvolgendo, al meglio, anche la nostra mente.

Di nuovo in pista

Dopo un mese di sosta forzata, causata dall’aria velenosa di Milano, da un po’ di influenza e dal maltempo, oggi finalmente sono tornata a correre all’Idroscalo.
L’ultima corsa era stata quasi un trionfo, 9km, e mi sentivo imbattibile.
Poi, altro miglioramento epocale, invece di correre “sotto casa” avevo affrontato il percorso dell’Idroscalo che posso raggiungere a piedi da casa mia attraverso la nuova pista ciclabile.
(Forse l’unico beneficio della BreBeMi, terminata nel 2014 con grande dispendio di “mezzi” ma sempre vuota!)
Insomma me la tiravo tantissimo, perchè i runner dell’Idroscalo sono dei pro e qualcuno aveva già iniziato a salutarmi. In una botta estrema di narcismo pensavo di iniziare il 2016 con un bel record: 10km.
Nel frattempo avevo anche imparato il nome del fico che mi parla quando corro bene: Ashton. Che ovviamente non potevo deludere.
Quindi oggi in abbigliamento tattico, reggiseno corazza, scarpe con ammortizzatore per salvare le ginocchia e un tocco di classe con il polsino tergisudore (regalo di Natale), sono partita piena di entusiasmo e aspettative.
Così con la playlist pompata a palla nelle orecchie sono schizzata in mezzo alla pinetina dell’Idroscalo verso l’azzurro del mare di Milano.
Peccato che la mancanza di allenamento si sia fatta sentire quasi subito.
Ancora una volta ho sbagliato a vestirmi, il gilet di piumino mi faceva troppo caldo. E ho sbagliato anche a sbaffarmi troppi quadretti di cioccolata fondente prima di uscire di casa, pensando con golosità:
“Ci vuole un po’ di benzina!”
Ho corso solo 4km, con le fave di cacao amaro che mi ballonzolavano sullo stomaco gridando vendetta e poi, stremata, ansimante e sudata, mi sono fermata al bar a bere. Dove un vecchietto superfit ha anche cercato di abbordarmi.
(Idroscalo è il paradiso dei pensionati in forma che appena arriva la bella stagione si denudano e a ottobre sono diventati tutti color marron glacé)
E Ashton naturalmente non mi è apparso ha parlato, la voce della app era di una tipa, che si complimentava d’ufficio per la mia prima corsa dell’anno ma non l’ho nemmeno ascoltata. Brutta, falsa e ipocrita.
Chiedendomi dove fosse invece Aston (magari stava parlando con una bionda jogger di Central Park, altro che Idroscalo) ho imparato, mio malgrado, che per diventare un vero runner la prima dote è l’umiltà: bisogna essere capaci anche di ammettere e accettare i propri limiti.
Però, che palle!

Running & Falling

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Ho scoperto che correre è una droga. L’avevo sentito dire da tanti runner, mi sembravano degli invasati, ma invece l’ho sperimentato sulla mia pelle. Parti di cattivo umore, corri, corri, corri e torni angelicato. Così anche ieri mattina non vedevo l’ora di mettermi le scarpette, legarmi al braccio il portacellulare e via per i prati.
Secondo la mia tabella di allenamento dovevo fare 4 km, tatticamente avevo scelto una playlist energetica e mi sentivo quasi una gazzella.
Purtroppo però qualcosa nella mia app per correre non andava come doveva e, a tradimento, invece della musica ogni tanto partiva l’opzione shuffle, scelta a capocchia dell’Ipod, e partiva un audiolibro in francese che ammosciava non poco la mia falcata.
Imprecavo, cambiavo e continuavo.
A metà percorso mi sono sentita particolarmente in forma, l’effetto euforico del runner cominciava, e infatti ho sorpassato un signore che camminava sul mio sentiero, sfrecciandogli accanto dandomi arie da atleta. Peccato che, cinquanta metri dopo, lo stesso signore abbia visto che mi accasciavo sul lato sinistro, cadendo come una pera cotta sull’erba, a lato della stradina. Così all’improvviso come se mi avessero sparato.
Ho inciampato e sono finita lunga distesa per terra.
La cosa bella è che non sono atterrata su una cacca di cane. E in quel momento la musica non era un romanzo di Boris Vian.
Così con i Black Eyed Peas che mi rimbombavano nelle orecchie, dopo un attimo di sgomento, ho cercato di rialzarmi raccogliendo, oltre all’Ipod, la mia dignità. Sentivo gli occhi derisori del signore puntati sulle mie chiappe, ma ho cercato di non pensarci.
Mi sono spazzolata via la terra da tutto il lato sinistro: mano, braccio, anca e polpaccio e sono ripartita come se ninete fosse.
Dopotutto avevo una tabella di marcia da rispettare.
E ce l’ho fatta, spero solo di non incontrare più quel tizio.

Whiplash: qual è il limite?


Ho visto questo film bellissimo, onesto, coraggioso e molto duro. La storia di un ragazzo talentusoso che si danna per diventare primo batterista nel conservatorio più prestigioso di New York e ha come insegnante un coach durissimo, rigoroso, il cui metodo sconfina nella crudeltà.
Lo interpreta è J.K.Simmons, così bravo da aggiudicarsi sia il Golden Globe che il premio Oscar come miglior attore non protagonista.
Il protagonista invece (Miles Teller) è un diciannovenne determinato, ambizioso e pronto al sacrifico pur di eccellere suonando la batteria. Dedica tutte le sue energie all’allenamento, a scapito anche di una sana vita sociale e sentimentale. Quando ha “la fortuna” di essere scelto dal coach più temuto e rispettato della scuola è al settimo cielo, la sua autostima va alle stelle. Ma presto si renderà conto quanto è alto il prezzo da pagare.
Al di là di questa pellicola, che non fa sconti nel raccontare i sogni di un ragazzo che cerca di emergere in un mondo sempre più competitivo, in questo caso l’ambito è quello musicale, ma con poche varianti la stessa dinamica si ripete anche in altri campi, come ad esempio quello dell’agonismo sportivo. Allora mi domando è fino a che punto, un allenatore, un maestro, un coach, può essere severo, implacabile, pur di tirar fuori il meglio dal giovane che “allena”?
Quanto sono fragili i giovani “campioni” in un momento così delicato di crescita? Quanto possono sopportare prima di crollare privi di autostima?
In questo panorama genitoriale piuttosto permissivo, dove spesso in famiglia si fa di tutto pur di preservare i ragazzi da fallimenti e dispiaceri (esempio eclatante è il rapporto fra insegnanti e genitori di ragazzi somari – termine ormai desueto che però rende l’idea) qual è il limite concesso al “maestro”, all’allenatore?
Che rischio c’è di sconfinare nell’accanimento? Qual è l’equilibrio fra il giusto incoraggiamento e la perdita di rispetto?
Gli allenatori sono spesso degli ex allievi/atleti che non sono riusciti a primeggiare. Per questo a volte possono risultare troppo duri?
In Whiplash il rapporto poi fra i ragazzi non è edulcorato come in altri film o telefilm dello stesso argomento, ad esempio Fame, dove poi ci si consolava tutti con un volemose bene, molto ipocrita e poco realistico. In Whiplash si è cattivi come negli Hunger games: tu soccombi e allora meglio per me!
Non ho avuto molte esperienze nel settore agonistico, solo un pochino quando Anita andava a cavallo e ricordo che la solidarietà era poca. Pensavo fosse colpa dell’ambiente dell’equitazione ma poi anche attraverso storie di seconda mano comincio a sospettare che sia un fenomeno generalizzato.
Voi avete idee più chiare sull’argomento? Cosa ne pensate?