E la prova costume?

In questo maggio freddo come novembre dove si devono tirar fuori nuovamente maglioni e il piumino per dormire comodi, sembrerebbe essere annullato il tradizionale problema della prova costume. Ma non possiamo illuderci e perchè fra poco arriva giugno e probabilmente il caldo sarà improvviso e inclemente. Quindi saremo obbligati a spogliarci. Bianchicci e anche fuori forma? Come sfangarla?

Per rispondere a questo triste pronostico, riporto un comunicato che illustra alcune percentuali sui comportamenti più comuni rispetto alla remise en forme in vista della famigerata “prova costume” ovvero su come abbiamo il coraggio o l’orgoglio di presentarci al mare e in piscina.

Oltre una persona su due (56%) dichiara infatti di avere un programma e degli obiettivi precisi per fare bella figura: di questi, il 10% mira a risultati raggiungibili solo con molto sforzo, mentre il 46% ha prudentemente fissato traguardi che richiedono un minore impegno.

E’ quanto emerge dall’indagine condotta da Top Doctors (piattaforma di medici online che l’anno scorso aveva fatto una pubblicità capillare a Milano con foto di medici estremamente attraenti, purtroppo molto diversi dagli esemplari che poi si ritrovano nella realtà di ospedali e ambulatori!).

Tornando alla prova costume, oltre metà degli interpellati se ne occupa con più o meno impegno. Gli altri sono giovani, persone di mezza età, salutisti, che godono di ottima salute con uno stile di vita adeguato e che non necessita di preparazione. Sono quelli sempre pronti. Il 17% non si sottopone ad alcun trattamento perchè si considera già in forma. Nel 27% dei casi, invece non sono affatto interessati al problema (i pigri che comunque sono in un discreto stato di salute e non hanno alcuna voglia di faticare ne con attività fisica ne modificando le abitudini alimentari).

Ma quando si inizia a pensare, terrorizzati o meno, alla prova costume e ad agire di conseguenza? Mai troppo presto: il 55% del campione è consapevole di essersi mossa troppo tardi e che, anche quest’anno, i risultati sperati probabilmente non arriveranno. Nel dettaglio, il 32,5% dichiara di essersi ridotta a pensarci solo una volta arrivata la primavera, mentre il 23% ammette candidamente che, ormai, se ne riparla nel 2020. A riprova della tendenza che vede anche in Italia una sempre maggiore attenzione della popolazione verso una alimentazione salutista, accompagnata da una attività sportiva adeguata alla propria fascia di età, un buon 32,5% non si pone il problema della prova costume. Infatti tutto l’anno lavora sulla propria forma fisica. Invece il 12 %, come da cliché, si ricorda del problema e rinnova i buoni propositi dopo le feste natalizie.

Perquanto riguarda l’attività sportiva, il 22% degli intervistati prevede nei due mesi primaverili un ciclo di intenso allenamento, il 29% invece prosegue sistematicamente il programma fitness al quale partecipa attivamente tutto l’anno. Il 39%, pur non avendo un programma preciso, si allena quando capita ma è abbastanza attento all’alimentazione. Solamente il 10% confessa di non fare nessun tipo di allenamento.

Per quanto riguarda, invece, la corretta alimentazione, sorprendentemente il 48% degli intervistati dichiara di non fare particolari modifiche rispetto al resto dell’annoperchè cerca sempre di seguire un regime alimentare bilanciato, mentre il 34% continua incurante a mangiare quello che vuole, recuperando in primavera con diete stringenti ed allenamenti massacranti. Poco meno di due intervistati su 10 modificano quindi le proprie abitudini. Sul totale, meno del 10% segue una dieta impostata da uno specialista medico nutrizionista, oltre il 2% da dietista e il 5% si affida ai (potenzialmente pericolosi) consigli pescati su internet.

Per la prova costume siamo anche disposti a ricorrere ad aiuti come creme e trattamenti estetici? Tendenzialmente no nel 63% degli intervistati. Ad affidarsi alle sole creme anticellulite, rassodanti o dimagranti è circa il 12% del campione, a cui si aggiungono il 10% degli intervistati preferisce, invece, combattere le adiposità e la cellulite con cicli di massaggi e trattamenti manipolativi, e un buon 15% si sottopone a tutte le tipologie di trattamento citate. Integratori alimentari e farmaci non sono molto diffusi: non li sceglie il 68% degli intervistati. Chi lo fa, opta per lo più per integratori naturali drenanti e/o carnitina (17%), seguno pillole dimagranti (10%) prescritte dallo specialista e pasti sostitutivi (5%).

Ma quanto siamo sportivi?

Dalla mia osservazione di fitness-freak, mi sembra che ci siano molte più persone attente al proprio benessere rispetto ad alcuni anni fa. In particolare molto più gente si dedica gioiosamente allo sport anche in forma amatoriale. E’ molto bello osservare, ad esempio nei fine settimana, quanti corrono, fanno camminate veloci o pedalano.

Per quanto riguarda invece l’alimentanzione ci sono due fazioni, entrambe in ascesa: le persone attente a quello che consumano (bio e vegetariani) opposti al popolo (a volte un po’ aggressivo)  delle grigliate e del fast food.

I più giovani appartengono a questo secondo gruppo.

Questa è la mia opinione e questi invece sono due comunicati che ho ricevuto: contengono alcuni interessanti dati ricavati da due indagini ad hoc sul mondo del fitness.

Fitness:

Pare che 20 milioni di italiani si dedichino al fitness, secondo un’indagine di Gympass,il 43% degli intervistati dichiara di non avere un programma preciso di allenamento, ma ammette di fare sport “quando riesce”, il 30% ha un programma flessibile che prevede un impegno di  un paio di volte la settimana, mentre la minoranza (27%) ha dei giorni fissi e irrinunciabili dedicati allo sport.

Ma qual è il momento più critico della giornata, quello in cui davvero si rischia di non rispettare i buoni propositi? Per il 43% è nel pomeriggio che si viene sfiorati dal pensiero di rimandare l’allenamento, mentre per il 22% la fase critica è quella in cui si trovano di fronte al bivio tra la strada della palestra e quella di casa.

Il motivo principale per il quale si salta l’allenamento è la pigrizia (50%). A seguire, impegni divertenti (18%), stanchezza (17%), problemi di salute (15%) e questioni professionali (10%). Ma questa scelta pesa parecchio sulla coscienza degli italiani: l’82% si sente in colpa: il 67 ripromette di rimediare alla mancanza, mentre il 15% sa che comunque non avrebbe potuto fare altrimenti. Per il 18%, avere una buona scusa basta a giustificarsi con se stesso. Per il 35% basterebbe avere un amico con cui condividere le fatiche, per il 30% trovare un allenamento divertente, mentre il 22% ritiene che vedere i primi risultati sarebbe un buon incentivo a non cedere.

Alimentazione:

Questa ricerca (condotta da Herbalife) equipara il nostro modo di vita attuale, rispetto l’approccio salutistico, a quello di 25 anni fa. Dal confronto con la situazione del 1993 sono emerse, inoltre, anche altre differenze molto interessanti. Innanzitutto, è un dato di fatto come 25 anni fa si era meno attenti all’aspetto prettamente salutistico rispetto ad oggi. Se guardiamo ai dati ISTAT di allora, infatti, l’Italiano medio del 1993 era sicuramente più agiato, più colto e informato rispetto a trent’ anni prima, più incline alla cura meticolosa del proprio corpo ma poco attento, ad esempio, all’assunzione di una dieta varia. I ventenni degli anni ’90, ovvero gli ultraquarantenni di oggi, dichiarano invece di aver diminuito l’attività sportiva negli ultimi 25 anni, ma di aver aumentato l’attenzione ad uno stile di vita sano e al cibo salutare.

L’attenzione vera e propria verso il salutismo è, però, prerogativa di 1 italiano su 4, soprattutto donne e persone con un tasso di istruzione più elevato. «Non stupisce – commenta il Prof. Maurizio Fraticelli, specialista in medicina estetica e dietologia – che le donne italiane siano più attente alla sana alimentazione e a un corretto stile di vita rispetto agli uomini, vuoi per motivi estetici che le spinge a mantenersi snelle e in forma, vuoi per una maggiore sensibilità sui temi che riguardano la promozione della salute e del benessere. Non dimentichiamo, inoltre, che le donne hanno anche dei bisogni nutrizionali del tutto particolari e che il loro corpo subisce continui cambiamenti legati ai cicli ormonali che regolano la loro fisiologia. Generalmente, nell’arco della nostra vita, ognuno di noi si pone diversi obiettivi salutistici, ad esempio per migliorare la propria forma fisica o le proprie prestazioni atletiche se si fa dello sport, obiettivi che però non sempre si perseguono con costanza».

Oltre che più attenti alla promozione del proprio benessere e all’alimentazione corretta, la maggioranza degli Italiani si definisce anche in forma ed in salute (l’88%) Tuttavia, solamente 4 su 10 hanno una percezione del proprio benessere a livello ottimale, gli altri per lo più riconoscono che, forse, ci possono essere dei margini di miglioramento. In generale, se gli uomini (45%) dichiarano di sentirsi meglio rispetto alle donne (36%), le differenze più importanti si osservano, tra i più giovani e le persone over 60, per le quali solo il 15% giudica il suo stato di forma come ottimale.

Sempre dall’indagine risulta, inoltre, che poco meno di un terzo degli italiani (il 29%) si percepisce in sovrappeso, mentre i 2/3 si dichiarano, invece, normo-peso. In questo caso non si riscontrano particolari differenze tra uomini e donne, mentre ce ne sono soprattutto Nord e Sud, con il 76% degli abitanti del Nord-Est che si dichiara in peso-forma, contro il 60% del Sud e Isole. In fatto di peso, percezioni differenti ci sono anche tra chi dichiara di prestare attenzione ad uno stile di vita sano e chi invece non lo fa affatto: tra i primi il 73% si sente di rientrare nel proprio range di peso, mentre tra i non salutisti la quota scende al 55% e aumenta quella di coloro che si sentono oversize (38%).

 

Tutta la verità sulla prova costume

Siamo arrivati al momento tanto atteso temuto quello in cui ci si spoglia e si affronta poi lo specchio in costume da bagno. Sapete bene come vi sentite al riguardo, ma se volete sapere la verità, tutta la verità, su come si sentono gli altri (vicini di ombrellone compresi) potete leggere i risultati del sondaggio di Gympass.

Il 62% ritiene che i risultati ottenuti in palestra siano sufficienti per sentirsi in forma.

Il 22% li considera insufficienti ma non pare preoccuparsene, a differenza del 10% che non ci pensa nemmeno a togliersi i vestiti!

Solo un fiero 6% sfoggerà soddisfatto la propria forma fisica.

Rispetto allo scorso anno, il 46% degli intervistati si trova stazionario, quindi sempre fuori forma, mentre il 22% nota i miglioramenti di questi 12 mesi di sforzi in palestra. Il 18% ritiene invece di aver peggiorato il proprio stato fisico, ammettendo di essersi allenato di meno.

Per ovviare a difetti più o meno visibili, il 26% ricorre a trucchi come trattenere la pancia in dentro, assumere posizioni plastiche o indossare costumi in grado di valorizzare i pregi. (vedi instagram!)

Il 40%, duro e puro, non fa nulla e si mostra così com’è.

Il 52% con un un mea culpa ammette che, se quelli sono i risultati, non si è allenato abbastanza. Mentre il 29% invece già si promette di voler fare di più, mentre uno sconsolato 11%, di fronte allo specchio pensa di aver investito male il proprio tempo, e quasi si pente di non averlo trascorso sul divano!

Il 44% dichiara spudoratamente che l’unico sforzo ammesso in vacanza sarà  quello per mettersi la protezione solare. Niente sport ma almeno un po’ di movimento per il 54% che per lo meno non disdegna camminate, partite a beach volley etc..

Resta uno stoico 2%, per il quale l’allenamento non conosce stagioni.

Può capitare che il dolce far niente sotto l’ombrellone ci porti a buttare l’occhio sugli altri. E così il 41% vede nei difetti degli altri una giustificazione, pensando di non essere l’unico fuori forma. Un autocritico 34% guarda gli altri per avere uno stimolo a migliorarsi, mentre il 15% non si guarda nemmeno intorno e ritiene di non aver niente da invidiare a nessuno.

Il 10% di rassegnati preferisce non buttare l’occhio, perché a prescindere, sa che il vicino di sdraio sarà messo meglio.

Mindful running

Correre mi ha cambiato la vita, l’ho già scritto varie volte. Mi aiuta a stare meglio, a distendermi, a focalizzare gli obiettivi. La corsa come liberazione, quasi una rivoluzione.
Quasi una droga. E chimicamente è vero perchè la produzione di endorfine raddoppia e proprio grazie a questi flash di benessere, la corsa dà assuefazione.
Perciò quando ho trovato ‘Mindful running’, mi sono molto incuriosita. Un manuale che analizza la corsa non solo dal punto di vista sportivo ma anche spirituale.

Infatti gli autori di questo libro propongono un metodo che arriva da lontano: la mindfulness, arte dell’attenzione consapevole, una disciplina della meditazione con oltre 2500 anni di storia, che ha origine nella filosofia orientale.

Meditare non è per niente facile, ho provato spesso ma sempre con risultati più o meno frustranti. Quindi ora ho grandi aspettative verso il mindful running,
che incrocia questa disciplina con la corsa, per ottenere una miscela che migliori la nostra esistenza.

“Oggi i ritmi frenetici e la mancanza di veri momenti di riflessione – spiegano gli autori – ci costringono a vivere a una certa distanza dal nostro corpo. Viviamo intrappolati nel pensiero, senza un contatto vero con la parte più fisica di noi. Quando facciamo delle scelte è importante invece che a decidere sia la totalità del nostro essere, così da evitare sorprese e conflitti interiori. E’ importante, in sostanza, che mente e corpo procedano nella stessa direzione”.

Il libro è una guida che, attraverso 56 lezioni per un totale di 8 settimane di training, mostra come utilizzare la corsa per ottenere un miglioramento delle proprie condizioni psicofisiche. Lo stile dei consigli è molto divulgativo e i suggerimenti facili da seguire.

Dopo molti anni di pratica yoga sono diventata un po’ intollerante alle spiegazioni troppo astratte, fondate sui massimi sistemi e proposte come rimedi di psicologia spicciola fai-da-te.

Sono stata contenta di verificare che questo manuale invece è pratico e realistico: offre suggerimenti di facile applicazione che chiunque può efficacemente applicare alle proprie esigenze fitness.

Nella prima parte c’è un check up tecnico sulla postura e sulle varie parti del corpo coinvolte nell’allenamento (schiena, mani, piedi, braccia). Mentre nella seconda si approfondiscono i risvolti più psicologici del running e si insegna la consapevolezza: come concentrarsi nell’attività fisica coinvolgendo, al meglio, anche la nostra mente.

Di nuovo in pista

Dopo un mese di sosta forzata, causata dall’aria velenosa di Milano, da un po’ di influenza e dal maltempo, oggi finalmente sono tornata a correre all’Idroscalo.
L’ultima corsa era stata quasi un trionfo, 9km, e mi sentivo imbattibile.
Poi, altro miglioramento epocale, invece di correre “sotto casa” avevo affrontato il percorso dell’Idroscalo che posso raggiungere a piedi da casa mia attraverso la nuova pista ciclabile.
(Forse l’unico beneficio della BreBeMi, terminata nel 2014 con grande dispendio di “mezzi” ma sempre vuota!)
Insomma me la tiravo tantissimo, perchè i runner dell’Idroscalo sono dei pro e qualcuno aveva già iniziato a salutarmi. In una botta estrema di narcismo pensavo di iniziare il 2016 con un bel record: 10km.
Nel frattempo avevo anche imparato il nome del fico che mi parla quando corro bene: Ashton. Che ovviamente non potevo deludere.
Quindi oggi in abbigliamento tattico, reggiseno corazza, scarpe con ammortizzatore per salvare le ginocchia e un tocco di classe con il polsino tergisudore (regalo di Natale), sono partita piena di entusiasmo e aspettative.
Così con la playlist pompata a palla nelle orecchie sono schizzata in mezzo alla pinetina dell’Idroscalo verso l’azzurro del mare di Milano.
Peccato che la mancanza di allenamento si sia fatta sentire quasi subito.
Ancora una volta ho sbagliato a vestirmi, il gilet di piumino mi faceva troppo caldo. E ho sbagliato anche a sbaffarmi troppi quadretti di cioccolata fondente prima di uscire di casa, pensando con golosità:
“Ci vuole un po’ di benzina!”
Ho corso solo 4km, con le fave di cacao amaro che mi ballonzolavano sullo stomaco gridando vendetta e poi, stremata, ansimante e sudata, mi sono fermata al bar a bere. Dove un vecchietto superfit ha anche cercato di abbordarmi.
(Idroscalo è il paradiso dei pensionati in forma che appena arriva la bella stagione si denudano e a ottobre sono diventati tutti color marron glacé)
E Ashton naturalmente non mi è apparso ha parlato, la voce della app era di una tipa, che si complimentava d’ufficio per la mia prima corsa dell’anno ma non l’ho nemmeno ascoltata. Brutta, falsa e ipocrita.
Chiedendomi dove fosse invece Aston (magari stava parlando con una bionda jogger di Central Park, altro che Idroscalo) ho imparato, mio malgrado, che per diventare un vero runner la prima dote è l’umiltà: bisogna essere capaci anche di ammettere e accettare i propri limiti.
Però, che palle!

Running & Falling

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Ho scoperto che correre è una droga. L’avevo sentito dire da tanti runner, mi sembravano degli invasati, ma invece l’ho sperimentato sulla mia pelle. Parti di cattivo umore, corri, corri, corri e torni angelicato. Così anche ieri mattina non vedevo l’ora di mettermi le scarpette, legarmi al braccio il portacellulare e via per i prati.
Secondo la mia tabella di allenamento dovevo fare 4 km, tatticamente avevo scelto una playlist energetica e mi sentivo quasi una gazzella.
Purtroppo però qualcosa nella mia app per correre non andava come doveva e, a tradimento, invece della musica ogni tanto partiva l’opzione shuffle, scelta a capocchia dell’Ipod, e partiva un audiolibro in francese che ammosciava non poco la mia falcata.
Imprecavo, cambiavo e continuavo.
A metà percorso mi sono sentita particolarmente in forma, l’effetto euforico del runner cominciava, e infatti ho sorpassato un signore che camminava sul mio sentiero, sfrecciandogli accanto dandomi arie da atleta. Peccato che, cinquanta metri dopo, lo stesso signore abbia visto che mi accasciavo sul lato sinistro, cadendo come una pera cotta sull’erba, a lato della stradina. Così all’improvviso come se mi avessero sparato.
Ho inciampato e sono finita lunga distesa per terra.
La cosa bella è che non sono atterrata su una cacca di cane. E in quel momento la musica non era un romanzo di Boris Vian.
Così con i Black Eyed Peas che mi rimbombavano nelle orecchie, dopo un attimo di sgomento, ho cercato di rialzarmi raccogliendo, oltre all’Ipod, la mia dignità. Sentivo gli occhi derisori del signore puntati sulle mie chiappe, ma ho cercato di non pensarci.
Mi sono spazzolata via la terra da tutto il lato sinistro: mano, braccio, anca e polpaccio e sono ripartita come se ninete fosse.
Dopotutto avevo una tabella di marcia da rispettare.
E ce l’ho fatta, spero solo di non incontrare più quel tizio.

Whiplash: qual è il limite?


Ho visto questo film bellissimo, onesto, coraggioso e molto duro. La storia di un ragazzo talentusoso che si danna per diventare primo batterista nel conservatorio più prestigioso di New York e ha come insegnante un coach durissimo, rigoroso, il cui metodo sconfina nella crudeltà.
Lo interpreta è J.K.Simmons, così bravo da aggiudicarsi sia il Golden Globe che il premio Oscar come miglior attore non protagonista.
Il protagonista invece (Miles Teller) è un diciannovenne determinato, ambizioso e pronto al sacrifico pur di eccellere suonando la batteria. Dedica tutte le sue energie all’allenamento, a scapito anche di una sana vita sociale e sentimentale. Quando ha “la fortuna” di essere scelto dal coach più temuto e rispettato della scuola è al settimo cielo, la sua autostima va alle stelle. Ma presto si renderà conto quanto è alto il prezzo da pagare.
Al di là di questa pellicola, che non fa sconti nel raccontare i sogni di un ragazzo che cerca di emergere in un mondo sempre più competitivo, in questo caso l’ambito è quello musicale, ma con poche varianti la stessa dinamica si ripete anche in altri campi, come ad esempio quello dell’agonismo sportivo. Allora mi domando è fino a che punto, un allenatore, un maestro, un coach, può essere severo, implacabile, pur di tirar fuori il meglio dal giovane che “allena”?
Quanto sono fragili i giovani “campioni” in un momento così delicato di crescita? Quanto possono sopportare prima di crollare privi di autostima?
In questo panorama genitoriale piuttosto permissivo, dove spesso in famiglia si fa di tutto pur di preservare i ragazzi da fallimenti e dispiaceri (esempio eclatante è il rapporto fra insegnanti e genitori di ragazzi somari – termine ormai desueto che però rende l’idea) qual è il limite concesso al “maestro”, all’allenatore?
Che rischio c’è di sconfinare nell’accanimento? Qual è l’equilibrio fra il giusto incoraggiamento e la perdita di rispetto?
Gli allenatori sono spesso degli ex allievi/atleti che non sono riusciti a primeggiare. Per questo a volte possono risultare troppo duri?
In Whiplash il rapporto poi fra i ragazzi non è edulcorato come in altri film o telefilm dello stesso argomento, ad esempio Fame, dove poi ci si consolava tutti con un volemose bene, molto ipocrita e poco realistico. In Whiplash si è cattivi come negli Hunger games: tu soccombi e allora meglio per me!
Non ho avuto molte esperienze nel settore agonistico, solo un pochino quando Anita andava a cavallo e ricordo che la solidarietà era poca. Pensavo fosse colpa dell’ambiente dell’equitazione ma poi anche attraverso storie di seconda mano comincio a sospettare che sia un fenomeno generalizzato.
Voi avete idee più chiare sull’argomento? Cosa ne pensate?