Proibizionismo?

All’uscita dalla scuola.
“Quando andiamo a casa posso giocare alla Play?”, chiede un bambino, compagno di scuola di Emma, alla sua tata.
“Lo sai che la mamma non vuole”, risponde la tata.
“Ma è in casa?”
“Sì”, dice la tata tristemente.
“Ma poi esce?”, incalza speranzoso il bambino.
“Fra un’ora, penso”
“Allora dopo gioco e lei non lo saprà”, con un guizzo di gioia negli occhi.
“Vabbè”
“E mia sorella, dici che farà la spia?”, ancora qualche preoccupazione da sedare.
“Non lo so”
“Speriamo…ma posso sempre ricattarla, tanto è piccola”: ghigno mini-satanico.

Siamo tutti spiaccicati come sardine davanti al portone della scuola e non ho potuto fare a meno di ascoltare. E ho alcune considerazioni: la tata è moscia e non proprio fidatissima. La mamma in questione è una che ha sempre impedito quasi tutto dalla nascita al bambino in questione: niente zucchero, niente sale, tanti divieti a 360°: dai giochi al cibo.
Posso essere d’accordo sul mangiar sano: anche a me sarebbe piaciuto allevare le mie figlie a pane e tofu, in teoria, ma non ci ho mai nemmeno tentato. Cerco di limitare i danni, fortunatamente a una piace una certa schifezza e all’altra no e così nella media mi sento abbastanza soddisfatta. Soprattutto, ora che sono più grandi cerco di motivare certe scelte.
La Play Station a casa nostra non c’è, ma abbiamo la Wii, il computer, ecc.
Questa scenetta mi ha particolarmente colpito perchè ripropone l’atavico dilemma genitoriale: come bilanciare autorità e autorevolezza. Come riuscire a imporre regole, di cui i bambini hanno bisogno, senza svaccare nel despotismo più bieco e farsi odiare, crescendo figli che appena possono cercano di fregarti (con baby sitter più o meno conniventi)?
I manuali sull’argomento piovono, dal lontano “I no che aiutano a crescere”, al più recente “Adulti senza riserva” che sto finendo di leggere in questi giorni, pesante come un esame universitario ma molto interessante.
E’ focalizzato sugli adolescenti, che non sono altro che il prodotto di tutto ciò che si è fatto vivere ai figli dalla nascita. In questo manuale infatti ci sono molti flash back che riportano i più comuni errori che si fanno con i bambini piccoli.
I nostri figli immagazzinano tutto, ogni errore viene calcolato e registrato, pronto a esserci riproposto con gli interessi. Il leit motiv di questo saggio è, appunto, la condanna ai danni fatti dal permissivismo post sessantottino, ai genitori amici, a quelli che non mettono divieti per paura di deludere e di non essere più amati. Ma per i ragazzi, soprattutto i più grandi, avere carta bianca, può essere anche comodo, ma equivale a non essere amati e sentirsi invisibili. E allora forse anche giocare alla Play non dà più quella gran soddisfazione.
La risposta a questo dilemma non l’ho ancora trovata, sono stata allevata da “non correre perchè sudi” quindi un certo permissivismo mi ha sempre attizzato. Ora che sono io a dover dare le regole, cerco di fare del mio meglio ma non sono neanche così sicura di riuscirci e voi cosa ne pensate?

L’anamnesi dei papà

Oggi Emma doveva fare una visita medica da un ortopedico. Niente di serio, solo un controllo per confermare una leggera assimetria della schiena. Abbiamo scelto come specialista il papà di un suo compagno di scuola, che conosciamo solo di vista.
Avevo parecchio da fare, perciò Sant’ molto gentilmente si è offerto di accompagnarla lui.
Stasera sono tornati a casa e mi hanno detto che va tutto bene. Dobbiamo tornare per un controllo in autunno.
Dopocena, ho chiesto qualche particolare in più sull’incontro con il medico e Sant’ mostrava un certo imbarazzo. Poi dopo un po’ mi ha raccontato come è andata veramente.
“Oggi ho fatto un po’ una figuraccia…”
“Perchè?”
“Il dottore mi ha fatto delle domande a cui non sapevo rispondere”, ha confessato.
“Tipo?”
“Mi ha chiesto quando Emma ha cominciato a camminare…e non lo sapevo…poi mi ha chiesto se era mai stata ricoverata in ospedale…”
“Ha avuto il rota virus”
“Gliel’ho detto ma ha insistito voleva sapere quando…gli ho spiegato che non ricordo mai le date…”
“Ha continuato a tartassarmi, chiedendomi se avesse fatto l’ecografia alle anche…ho detto di sì. Poi però quando mi ha chiesto se avevamo le lastre, mi è venuto il dubbio se a farle non fosse stato per caso Jack (era il nostro golden retriver) …”
“E il medico cosa ha detto?”
“Mi ha chiesto quanti figli ho e quando ho risposto senza esitazioni, si è complimentato. Alla fine gli ho detto che tu sai tutto e se voleva potevo chiamarti…se proprio voleva rovinarmi”
“E lui?”
“Ha detto di non preoccuparmi, che non erano domande importanti. Poi ha chiesto le altre cose direttamente a Emma”

Figlia felice?

Una volta, nella mia vita precedente senza prole, l’idea della pacchia della domenica mattina era quella di poltrire a letto il più possibile.

Oggi invece la prospettiva si è ribaltata: ho capito che se voglio godermela devo svegliarmi all’alba. Di solito va così: apro un occhio attorno alle 7.30, avrei ancora un gran sonno ma so che se non mi alzo sarò fottuta. Perciò con uno sforzo inumano mi trascino verso la cucina visualizzando almeno un’ora di assoluta beatitudine: cappuccio rilassato con lettura dei giornali (di ieri ma non si può andare tanto per il sottile), poi surfatina sui blog e magari un bel post, poi se vogliamo esagerare, fuga veloce prima che si alzino gli altri membri della famiglia verso la palestra. Questo il sogno. Di solito irrealizzato e irrealizzabile.

Questa la realtà di stamattina.
Appena mi sono seduta e ho infilato il mio cucchiaio nella tazza del muesli è arrivata Emma in cucina, dicendo:
“Che bello che sei sola così ti faccio compagnia!”
Sono stata abbastanza veloce nel trasformare un: “Maporcaloca!” in
“Chebellohaidormitobene!?”
E menomale perchè altrimenti mi sarei sentita una tale cacca…infatti la piccola Emma ha detto: “Aspetta ho una sorpresa!”
E’ sparita un attimo ed è tornata con questo regalo per me:
“Ma Emma è bellissimo! Grazie tesoro!”
“Come lo chiamerai?”
Ho fatto finta di pensarci un po’, poi mi sono illuminata:
“Flipper! Mi sembra il nome ideale per un gufetto, vero?”
Emma ha annuito contenta.
Tutti i suoi pupazzi si chiamano Flipper: c’è l’unicorno Flipper, il leone Flipper, l’orsetto  Flipper, il procione Flipper, il pipistrello Flipper,  il coniglio Flipper.
Invece le femmine si chiamano Guggi: la tartaruga Guggi, la giraffa Guggi, la rana Guggi.
Quando Anita gliel’ha fatto notare ghignando, c’è stata una rissa.
Sono molto orgogliosa del mio Flipper, della dinastia Flipper. Penso che Emma, nonostante sia figlia mia, abbia il dna da Mammafelice.

Manine morte

Bambini di prima media che palpeggiano furtivamente le compagne.

Le stesse che erano con loro all’asilo. Maschietti che sembrano solo bambini, non ragazzi, che dicono ridacchiando: “Ma a loro piace!”

Ragazzini che sono passati dai Gormiti alle “curve” in un colpo solo.
Manine morte che così si giustificano: “A quelle racchie piace di più!”
Come dicevano, ottanta e passa anni fa, ai tempi di mio nonno.
Adolescenti che non sono rumeni.
Sono solo ipersessualizzati, da tutto quello ci circonda.
Il discorso sarebbe vasto e molto triste.
Mamme dei maschi dovete fare qualcosa.
Mamme delle femmine dobbiamo fare qualcosa, anche solo spegnere la tv.

La compleannite

“Donna tu partorirai con dolore!”
Fosse solo questo l’anatema della maternità…nessuno ha avuto la gentilezza di aggiungere: “…e vagherai eternamente per gli ipermercati alla ricerca del regalino perfetto, quello che costa poco ma non sembra, per l’ennesimo compleanno del compagno di scuola del tuo bambino!”
Sì perchè lo dice anche l’Istat il 72% dei bambini italiani partecipa a feste di compleanno, sempre, comunque tutto l’anno. Non si scappa. In casa, all’oratorio, in giardino, in ludoteca, al cinema, ai gonfiabili, al museo, al bowling. Amplissima la possibilità di scelta, golosissimo l’indotto. A Milano, la città più cara d’Italia, una festa in un ludoteca “classe A” arriva a costare ben 360 euro. Il baby-festa-business attecchisce da subito: a un anno si è commosse e si invitano i nonni e gli amici intimi, a due inizia il walzer con gli amichetti.
A tre, si socializza alla materna e si entra nel tunnel. Sì perchè tutti i bambini festeggiano, tutti i bambini invitano. E il bon-ton dice che tutti devono invitare tutti. Per i primi anni le mamme più politicamente corrette rispettano la regola e affittano ludoteche, oratori, supplicano nonne con il giardino, si organizzano per riunire due/tre festeggiati sotto lo stesso tetto/prato.
Poi inizia la ribellione. Le maestre della materna dicono che tutti devono invitare tutti? Allora facciamo la festa a casa loro!
Cominciano le discriminazioni: solo maschi per i maschi… solo femmine… solo quelli con i capelli biondi… solo quelli che erano al nido con me…solo quelli che mi stanno simpatici…solo ariete con ascendente capricorno…
Le mamme diventano creative e politicamente scorrette. Gli inviti, così dolci e teneri, si passano clandestinamente sottobanco. Gli appuntamenti si danno sotttovoce.
Perchè è anche una questione di budget: regalino qui e regalino lì, si spende un sacco. La catena di S.Antonio dei compleanni, prevede che anche una minima schifezza di giocattolo, piena di pericolosi ftalati cinesi, non costi meno di 10 euro.
Da qui i suddetti vagabondaggi agli ipermercati di frontiera. Sì perchè tutte le mamme girano gli stessi luoghi e se si compra il Gormito in super offerta, si viene scoperte e svergognate al compleanno, con il più mellifluo dei sorrisi mammeschi, dalla genitrice del festeggiato.
Per risparmiare si fanno le cordate. Si telefona, armandosi di faccia tosta, a una mamma sconosciuta chiedendo con umile noncuranza: “Se non siete già in 20 a comprare quel pigiama di Hello Kitty, posso partecipare anch’io?”
Non è detto che la risposta sia positiva.
Si sta al gioco per paura di uscire dal giro: se B ha invitato vostro figlio al compleanno, dovete invitare B. Se rifiutate di andare al compleanno di A, questo non verrà da voi, e così via. Odiate la mamma di C, ma è il miglior amico di vostro figlio, quindi dovete invitarlo e se avete sfortuna vi toccherà contare fra gli invitati anche il fratellino. Dire basta non è facile, specialmente quando i bambini sono piccoli. Ho sentito indicare come una monatta una madre “ribelle”:
“Quella non li manda mai ai compleanni!”, commento pronunciato con il massimo disprezzo.
Poi un giorno tutto finisce. Avete organizzato una pizzata compleannesca per un gruppo di decenni. Si sono comportati così male che il proprietario dell’esercizio voleva chiamare la polizia. Improvvisamente e irrevocabilmente decidete che del bon ton dei compleanni non ve ne frega più un fico secco.
E tornate una donna libera.

P.S. Era solo un sogno: sabato festeggiamo il compleanno di Anita al bowling.

Fuori stagione

Arriva un giorno, in cui le macchie di colore, quelle di frutta e diosachealtro diventano improponibili e allora il grembiule, che era bianco e oggi è grigio/beige maculato, si butta. Arriva un giorno, in cui nell’armadio non ce ne sono proprio più di grembiuli di Emma. Arriva un giorno, in cui non ci si ricorda più dove è stato dimenticato l’ultimo superstite (in piscina, a casa di un amichetta, a ginnastica?). Allora bisogna comprare un nuovo grembiule per la scuola. Dall’alto lo vuole la Gelmini e, localmente, la maestra. Emma va a scuola con scritto “Anita” sulla schiena, perchè un giorno ero di fretta e invece di scriverlo sull’etichetta l’ho vergato direttamente con il pennarello indelebile sul tessuto (proprio sotto il collettino). Lo so che non va bene per la sua personalità. Per quel disturbino di amore/odio verso la sorella stra-brava, stra-bionda, stra-numerouno. Però a mali estremi, estremi rimedi. Dopotutto è solo per un giorno. Perchè le comprerò nuovi grembiuli. Ma non è così semplice.
Sulla carta la missione appariva lineare. Invece è si rivela un’impresa molto ardua: perchè siamo fuori stagione. Negli ipermercati quando chiedo grembiuli le commesse mi guardano con compatimento, come fossi una marziana demente.
“Ma signora, siamo a febbraio!”
In effetti il reparto abbigliamento bambini è pieno di vestiti da Power Rangers, Winx e Winnie Pooh, di grembiuli manco l’ombra. Disperata, mi rivolgo alle mamme sul marciapiede davanti all’entrata della scuola. Una madre della classe prima, si impietosisce e mi passa un numero preziosissimo. Una sartoria, naturalmente dall’altra parte della città, dove fanno grembiuli su misura, solo in cotone.
La sua bambina ha problemi di allergia e lei se li fa fare lì. In effetti nei tessuti dei grembiuli della grande distribuzione ci deve essere di tutto, fuorchè il cotone. Per questo dopo pochi lavaggi assumono colori inquietanti e cangianti. Telefono all’artigiano dei grembiuli: tempo di attesa un mese, dovrebbero vedere la bambina e vogliono 50 euro a modello!
Con gentilezza li saluto, per sempre.
Non mi resta che cercare in quei negozi, pochissimi rimasti a Milano, dove c’è “Merceria” o “Maglieria” sull’insegna e dentro vendono dal calzino alla maglia della salute, passando per il completino da neonato, di marca infima ma costossimo.
Entro speranzosa in uno di questi.
La commessa, una quarantenne dall’apparenza normale, non mi degna di uno sguardo. Sta parlando al telefono. Con il telefono fisso del negozio:
“Sì lo so che Laura è morta, ma mi è apparsa in sogno e sembrava proprio che mi aspettasse…”
“Mi scusi..cercavo dei grembiuli”
“No, no non mi era mai capitato prima..sai non è che fossimo così amiche, ma mi ha detto delle cose…sulla morte…sull’aldilà…su suo marito”
“Dei grembiuli per la scuola…”
“Guarda, ero sconvolta…ma il sogno era così realistico…”
“….grembiuli?…”
“Quant’è che morta? …nooo, saranno meno di sei mesi..”
La commessa non mi degna di uno sguardo. Che fare?
Minacciarla di una denuncia al comitato consumatori? All’associazione dei medium? Abbandonare così l’ultima chance di un grembiule per Emma?
“…sorrideva, sorrideva…come quando era viva…”
“……”
Esasperata, sto per prendere l’uscita, quando entra una vecchietta dall’aria decisa di nonna-manager. Ha in mano uno scatolone di mutande Chigi.
“Aveva bisogno signora?”
“Avete grembiuli, da bambina? Bianchi, taglia nove anni?”
“Deve esserci qualcosa in magazzino…Adele vai a vedere!”
Con mia grande soddisfazione la telefonista amica dei fantasmi, interrompe, riluttante, la comunicazione e obbedisce. Torna con due esemplari di grembiuli: bordati di rosa, un po’ leziosi. Dovrò “scartavetrarli” e mascolinizzarli prima di proporli a Emma.
Ma non faccio storie, li compro e corro fuori dal negozietto.
Poteva andare anche peggio.

Da Biancaneve a Frida Kahlo

Post dedicato alle mamme delle bambine. Ma anche a quelle dei maschietti. Considerato che in questo momento violento il concetto di prevaricazione e uguaglianza dei sessi sta pericolosamente andando a ramengo. Negli ultimi tempi ho letto almeno tre post di madri preoccupate sullo stesso tema: ma le favole classiche così politicamente scorrette, retrograde e pericolose per i neuroni delle nostre bambine, dobbiamo boiccottarle?
Quanti danni fanno, in una società già densa di Grandi Fratelli, sesta di reggiseno e veline uber alles?
Ok, ci rincorriamo tutte sugli stessi temi, ma questo mi sembra importante, fondamentale nell’educazione delle nostre figlie e quindi non una semplice ripetizione. In questi giorni le ragazze non possono nenache più uscire la sera senza rischiare e quindi riparlare di Barbablù mi sembra quasi doveroso.
Un’alternativa intelligente alle storie di principe e principesse esiste, sono i libri sulle ragazze indipendenti, sulle eroine del passato, in questa collana si trovano biografie di ragazze toste del passato, scritte per le ragazzine, dai 9-10 anni in su. Noi l’abbiamo scoperta comprando il libro sulla vita di Anita Garibaldi, perchè spesso nonne affini, dicevano ad Anita quando si presentava:
“Ah! Come Anita Garibaldi!”.
Lei mi guardava con un’espressione interrogativa e così il libro era servito per scoprire chi fosse veramente questa giovane sudamericana. Sabato invece, siamo andate a vedere Caravaggio e alla libreria della Pinacoteca di Brera, ho visto il libro della stessa collana su Frida Kahlo. Non ho resistito e l’ho comprato per Anita. Anche edulcorata la vita della pittrice messicana è proprio agli antipodi di quella della demente Biancaneve.
Si è sposata quel panzone egoista, infedele e ubriacone di Diego Rivera, l’ha amato e ha sofferto tutta la vita. Ha dipinto quadri angoscianti. Ma è una delle poche pittrici donne al mondo. Ho insistito su questo. Sulla sua forza e determinazione. Ho glissato sui quadri pieni di sangue e di strazio. Ho sperato che stanotte le mie figlie non avessero incubi. Forse il salto da Cinderella a Frida è stato un po’ azzardato e pericoloso, ma il libro lo leggeremo insieme.

Tabelline mattutine

Sto portando Emma a scuola in auto.
Un dubbio continua a ronzarmi in testa. Mia figlia avrà finalmente imparato le tabelline?
Sono un po’ di giorni che non indago. Dopo l’incrocio della morte (quello dove a tutti i genitori del quartiere esce il fumo dalle orecchie. Mamme eleganti e papà manager sfogano i loro istinti peggiori: strombazzano e fanno gestacci) butto lì la solita domanda:
“Tesoro, come va con le tabelline?”
“Bene…”
“6×9?”
“…”
“Emma, 6×9?”
“A me di solito viene 49..”
“3×7?”
“27!”
“”2×8?”
“18!”
Che sia allergica alla matematica come me? O mi prende in giro?
Mi rassegno. Dopotutto ha fantasia, risponde in rima: da grande farà il menestrello non l’ingegnere. Oppure si dedicherà alla finanza creativa. Uno dei mestieri del futuro.

Che vergogna!

Questo breve post per segnalare una cosa orrenda avvenuta sabato scorso al Carrefour di Assago, periferia sud di Milano. La Disney aveva organizzato una giornata in cui i bambini potevano andare a farsi forografare con i protagonsiti del film Cars. I piccoli fan potevano posare sorridenti vicino a Flash McQueen, Saetta, ecc. Una mamma ha portato suo figlio di quattro anni autistico. Il bambino non si è comportato come previsto da copione. I “simpatici fotografi” l’hanno insultato e cacciato via perchè non avevano tempo da perdere. Una hostess del Carrefour ha detto alla mamma in lacrime che… “se il bambino non è normale non deve portarlo in giro”. La mamma in questione, per fortuna, oltre a essere disperata è anche una tosta. Ha reagito. Dal suo blog ha messo la notizia in rete, ieri sera ha già avuto 500 commenti di solidarietà, denuncerà il Carrefour, manderà una lettera anche alla Carfagna (abbiamo lei al governo purtroppo) e cercherà di diffamare chi organizza in questo modo gli eventi per bambini. Mi viene in mente un film in cui Billy Bob Thorton interpretava la parte di un alcolizzato che per sbarcare il lunario, si trasformava in un Babbo Natale fetido nei centri commerciali di una cittadina degli Usa. Era cattivissimo con i bambini, ma almeno quello era un film dissacrante, non la squallida realtà di Milano sud.

Amori clandestini

Stamattina all’alba ho accompagnato Anita al suo “debutto” alla scuola media, previsto per le ore 8.10. Nonstante la partenza in anticipo, alle 7.57 eravamo bloccate nel traffico paralizzato nella Milano della rentrée. In auto la tensione era palpabile: Anita non poteva concepire di arrivare in ritardo il primo giorno nella nuova scuola. Io sono sempre in ritardo ma cercavo di sembrare preoccupata. La voce mielosa di Carla Bruni che usciva dallo stereo ma non aiutava a sciogliere l’atmosfera. Anzi.
“Magari alla prima ora avete francese, così sei già preparata”, ho cercato di scherzare.
Un grugnito come risposta.
Fine della conversazione.
Abbiamo parcheggiato, ovviamente, a 2 km dall’entrata della scuola. Anche molti altri genitori erano in ritardo quindi sembrava che fossimo puntuali. Presentazione della preside, che ha anche detto:
“…poi i genitori possono entrare in classe con gli alunni…”
Anita, che nel frattempo ha trovato i suoi amici, mi bibisglia:
“E’ meglio che non vieni, gli altri genitori non lo fanno”
Invece di risponderle ho rivisto vivido quel lontano gennaio del ’97 quando ho passato un mese immobile nel letto dell’ospedale con la flebo di Vasosuprina per non farla nascere troppo prematura. Il mio cuore di mamma sanguinava.
Sono entrata in classe come tutti gli altri genitori non desiderati.
La nuova prof di italiano è simpatica, ha spiegato alcune cose dell’organizzazione di classe, poi ha liquidato gli adulti. Prima di uscire sono andata verso Anita:
“Dammi un bacio che tanto non ci vede nessuno”
Si è guardata intorno furtiva prima di accettare, un po’ a malincuore.

Troppo piccoli?

A settembre nelle scuole elementari milanesi partirà un progetto di educazione sessuale che coinvolgerà gli alunni delle classi quarte e quinte. Spero che possa veramente attuarsi. E nessuno si scandalizzi e remi contro. Dall’esperienza della classe di Anita ho avuto la conferma che i bambini di quell’età vogliono parlare di sesso ma fanno del sensazionalismo e hanno le idee molto, molto confuse. Sono piccoli ma bombardati da immagini sempre più esplicite e modelli sempre più vacui. Poi vanno alle medie e la situazione si complica…una mamma amica mi ha raccontato che fra le ragazzine del primo anno del liceo c’è un boom della pillola del giorno dopo. La vogliono tutte anche quelle che non ne avrebbero alcun bisogno, perchè non si sa mai. Altre notizie dal fronte adolescenziale rivelano che i primi pomiciamenti di un tempo adesso sono alla Monica Lewinski. Tendenza confermata anche da un’amica e mamma americana. Ci becchiamo sempre le mode d’oltreoceano ma questa volta ribelliamoci e cerchiamo di fare qualcosa: speriamo che questo progetto educativo sia utile e i nostri insegnanti siano anche in grado di sopportare tutte le risatine e gli ammicamenti…

L’incubo dei compiti

La notizia era ieri sul Corriere della Sera, ripresa dal Daily Mail: gli scolari inglesi da una ricerca del’Unicef sono risultati i più infelici, al 21mo posto mentre gli italiani sono piuttosto sereni: stazionano a metà classifica. Secondo l’Associazione degli Insegnanti questa infelicità può essere causata dai compiti a casa che “aumentano la pressione sugli studenti e non migliorano l’istruzione”. E così i membri di questa associazione stanno valutando la possibilità di abolirli. I bambini sono stressati dalla mole di compiti che creano anche discriminazione: quelli con i genitori più istruiti e disponibili riescono a farli bene perchè seguiti da mamma o papà. Mentre gli altri, abbandonati a se stessi, perchè i genitori non hanno tempo nè voglia, non fanno i compiti o li sbagliano. E una volta a scuola fanno figuracce con gli insegnanti e vengono redarguiti. Sul Daily Mail ho scoperto che anche David Beckham, non certo famoso per il suo intelletto, ha avuto problemi a seguire nei compiti di matematica il figlio Brooklyn quando questo aveva solo sei anni e ha dovuto chiedere aiuto alla Spice. Ieri in una riunione di classe (sono purtroppo rappresentante nella classe di Emma) ho approfittato della notizia per chiedere alle maestre un parere sulla decisione dei colleghi inglesi. Apriti cielo: i compiti si fanno e non si riducono. Ma i genitori hanno l’obbligo di seguire e aiutare i pargoli? Solo controllarli, mi è stato risposto gelidamente. Con Anita mi è andata di lusso: ha sempre provveduto autonomamente. E infatti adesso che devo rincorrere Emma con diario alla mano per sapere cosa deve fare, la mia primogenita mi guarda accusatoria e mi dice: “Perchè l’aiuti? Con me hai studiato solo le conifere!”. E’ vero. Infatti ora sulle conifere sono molto preparata e quando andiamo in montagna sfoggio la mia cultura. All’inzio avevo provato ad abbandonare Emma al suo destino, ma al momento del bacio della buonanotte, prima di chiedere gli occhietti e abbandonarsi serena sul guanciale stringendo il suo pupazzo, troppo spesso capitava che lanciasse un grido lancinante: “Ho dimenticato di colorare! Dovevo studiare la poesia”. Si metteva a singhiozzare disperata e allora io facevo le ore piccole a colorare fotocopie in bianco e nero. Dovevo anche farlo in un certo modo, “però non troppo da mamma, altrimenti le maestre se ne accorgono”. Ho anche scritto un sacco di giustificazioni sulle poesie non imparate. Altre volte dimenticava a scuola proprio “quel quaderno”, indispensabile per i compiti. Altre volte, la domenica sera, quando stava per chiudere lo zaino, si buttava a terra lanciando un acutissimo un grido di dolore (come le comari che in meridione erano pagate per piangere ai funerali) e tra le lacrime gridava: “Non ho finito le schede!”. E allora via con una bella sgridata e un’altra vergognosa scusa scritta sul diario. Per questo i genitori odiano i compiti e su sul tema fra le mamme e le maestre è da sempre guerra fredda, anzi glaciale. Sempre ieri alla riunione di classe un’altra maestra ha sentenziato, per liquidarmi: “I compiti indicano il metodo di studio, chi l’impara andrà bene dall’elementari fino alle superiori”. Sottintendendo: altrimenti ciccia, sono cavoli vostri, cari genitori fannulloni!

E’ solo una questione di ossitocina?

Su “D” il supplemento di sabato de “La repubblica” c’era un articolo molto interessante su un libro The Sexual Paradox: Men, Women and Real Gender Gap della psicologa americana Susan Pinker. L’autrice sostiene, provocando molte polemiche, che l’impossibilità delle donne di “avere tutto” (carriera & famiglia felice) è soprattutto una questione di ormoni. Certo le condizioni cuturali e sociali influiscono, ma in fondo le donne non vogliono la carriera clonando il comportamento maschile perchè sono “ripiene” di ossitocina e prolattina. Il primo ormone ha dei picchi durante la gravidanza, l’allattamento, il parto, l’orgasmo e anche quando ci si bea degli abbracci e delle coccole ai propri cuccioli. La prolattina si attiva “a manetta” durante l’allattamento e potenzia la voglia di nutrire e proteggere la prole. Questi ormoni hanno anche un effetto euforizzante e anestetizzante sulle donne e le rendono più inclini all’accudimento. Anzi aiutano ad essere più recettive nei confronti del prossimo, a provare empatia a leggere le emozioni sul viso degli altri. Mentre il testoterone, secreto in maggioranza dagli uomini, può alterare alcune connessioni neuronali legate all’interpretazione degli stati emotivi del prossimo.
(Vi viene in mente qualcuno di sesso maschile che conoscete bene?).
Le storiche femministe americane sono insorte davanti a questa teoria per loro svilente. Io credo nella potenza degli ormoni ma anche all’impossibilità di conciliare tutto se non si hanno, oltre a delle superpalle, molti vantaggi di partenza. Di solito sui quotidiani quando c’è il servizio “super mamma in super carriera” si intervistano Marina Berlusconi e Jonella Ligresti. Chissà perchè.
Un’altra cosa carina che ho letto, ripresa da un articolo del New York Times, riguarda sempre la differenza fra i sessi: ora negli States, in California, ci sono corsi, tenuti da tutor da 100 dollari all’ora, che insegnano ai ragazzini maschi delle medie a tenere in ordine fogli e appunti nel loro zaino della scuola. I ragazzi, essendo maschi, non sono multitasking (non possono fare/pensare più di una cosa alla volta) perciò il tutor li aiuta a catalogare e dividere a seconda delle materie. A organizzare in maniera più logica la loro borsa per la scuola. Da questo a imparare a trovare camicia e calzini nel cassetto del comò il passo può essere breve.

Magico probiotico

Oggi c’è una notizia molto interessante sul Corriere della Sera : riguarda le coliche gassose dei neonati che purtroppo colpiscono ben sette bebé su dieci e di solito continuano per i primi tre mesi. Emma le ha avute e non mi ha scontato neanche un minuto: ha strillato ogni sera fino allo scoccare della mezzanotte del suo novantesimo giorno di vita. Secondo l’articolo del Corriere, uno studio dell’Università di Bari (che sarà pubblicato sul prestigioso The Journal of Pediatrics) ha scoperto che per lenire o, meglio ancora, evitare le coliche basta somministrare al neonato alcune gocce di un fermento lattico probiotico. Così miglioreraranno digestione e motilità intestinale dei bebè che non saranno più costretti a soffrire e a urlare, ogni sera dalle sette in poi, sgambettando in aria. Speriamo che funzioni perchè le maledette coliche mandano in tilt la gioia dei primi mesi per molti genitori che perdono il sonno e il senno. E se la mamma si stressa, per osmosi, il bebè fa altrettanto e le coliche aumentano. Conosco neo-genitori disperati che hanno passato intere serate a guidare senza meta, nella speranza di placare e far addormentare la creatura urlante. Altri che mettevano il piccolo sulla lavatrice durante la centrifuga nella speranza che il movimento dell’elettromestico lo placasse. Una mia amica aveva attaccato un lazo alla carozzina, perchè durante le passeggiate non poteva fermarsi altrimenti la bambina urlava. Ma con la corda, se era previsto uno stop, poteva comunque tirare avanti e indietro e continuare a far rollare la figlia. Io ho bevuto ettolitri di tisana di finocchio senza risultato. Perciò se ora basta un lactobacillo siamo tutti molto più sereni.

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