Moda & peluche

L’articolo che mi ha colpito era ieri su La Repubblica ma purtroppo non è sul web e non posso linkarlo. Si tratta di un reportage su la 70ma edizione di Pitti Bimbo. Copio qui le due frasi che mi hanno procurato angoscia.
“…si adeguano le neonate con il leopardato sotto il vestitino rosa (Cavalli). Va forte la maglia: Ermanno Scervino, che alle bimbe regala gli stivali cuissard delle mamme, la usa perfino per i cappotti.”
Naturalmente non voglio criticare la collega che l’ha scritto, anch’io mi occupavo di moda tanti anni fa e so quanto sia difficile descrivere tendenze e redigere il reportage delle sfilate. Ce l’ho con gli stilisti e non solo con questi due. Oramai da anni ci propongono bambine lolite o maliziose Alici nel Paese delle meraviglie, con tacchi, spacchi e calze a rete. Una moda dedicata a madri dementi e abbienti. Ma la neonata leopardata e lo stivalone a mezza coscia, così comodo per andare a scuola, non riesco a digerirlo. Già nel nostro bel Paese le cose vanno abbastanza male, dobbiamo proprio infierire leopardando gli innocenti?

Oggi pomeriggio sono andata con Emma in un negozio di giocattoli in centro, le avevo promesso un’altra dose di Lego e lei, poverina, era in crisi di astinenza…Alla cassa ho aspettato il mio turno dietro a un elegantissimo signore sui 60 o forse anche qualcuno in più. Molto chic dai bei capelli bianchi, al costoso cappotto cammello fino al mocassino marrone con nappine. Questo facoltoso cliente si faceva incartare 2 peluche di quelli giganti e lussuosi, forse due Trudi oppure anche qualcosa di meglio: una focona e un orsone. Di quelli che sono così ingombranti che forse c’è bisogno di una cameretta extra. Di quelli che, se per caso il bambino milanese che li riceve in regalo ha il broncospasmo, l’asma o una qualche allergia, raccolgono così tanta polvere sui loro corponi di pelo da essere letali.
La commessa ha detto: “Sono 340 euro”
E il signore chic ha pagato senza fare una piega.

Buon appetito?

Sto guidando verso casa, ho appena preso Emma da scuola.

“Cosa hai mangiato oggi in mensa?”

“Polpette di cacca!”

“!!???”

“Erano marroni e sembravano proprio…”, mia figlia ridacchia.

Questo è uno dei menù peggiori degli ultimi tempi, ma non esagero. I racconti sono sempre più o meno così trash. Il catering è gentilmente (si fa per dire, paghiamo 5 euro a pranzo) dalla Sodexo.

Ieri sera per addolcirci la buona notte, abbiamo sviscerato il problema in un incontro a tre: c’era anche Anita, anche lei vittima della Sodexo.

“Il brutto è che le maestre ci obbligano a mangiare”, si lamenta Emma.

“Come vi obbligano?”

“Sì, passano a guardare e dicono che dobbiamo assaggiare tutto”

“Anche le polpette?”

“Certo ma oramai sono diventata furba, per esempio il tortino di pesce…”, continua Emma. “Faccio un buco in mezzo al riso e ci infilo il tortino”

“Noi invece alle elementari mettevamo gli spinaci nei fazzoletti di carta, facevamo delle palle gigantesche. Se per sbaglio le toccavi esplodevano!” racconta Anita.

“Oppure i fagiolini, li spezzetto e li butto sotto il tavolo. I piselli invece li faccio schizzare lontano con la forchetta! E’ divertente!”, rivela ancora Emma.

Emma oramai è grande, di età e dimensioni, quindi non ho più l’angoscia della sua inappetenza. Però mi chiedo perchè i bambini devono essere obbligati a mangiare della roba schifosa.

Perchè le maestre, pur riconoscendo la qualità infima del cibo proposto, si sentono in dovere comunque di incoraggiare ad assaggiare. Non potrebbero semplicemente ammettere che il menù è ignobile?

Nella scuola elementare di Emma fino a due anni fa, c’era la cucina interna: la qualità del cibo non era quattro forchette Michelin ma buona e genuina. In questo caso insistere con i bambini perchè mangiassero poteva avere un senso. Poi, invece di rifare la cucina che non era a norma, si è preferito dare il catering in mano appunto alla Sodexo.

Ci sono i genitori delegati alla commissione mensa ma contano come il due di coppe quando la briscola è bastoni!

Anita, oggi alle medie, non è più sotto pressione, potrebbe anche digiunare. Dipende dai prof alcuni ci provano a incitare al cibo, altri se ne fregano.

Però oltre alla vergogna del servizio e al costo, mi sembra che forzare il cibo insegni i trucchi dell’anoressia. Giocare con la forchetta per far sparire i bocconi,  disintegrarli mimetizzandoli o nasconderli. Un’abilità di cui potremmo anche fare a meno. Certo non inculca il concetto di una sana educazione alimentare.

Ieri sera poi ho letto questo post, dove si vede la situazione dalla parte degli insegnanti: frittate Sponge Bob e pesce Fintus. Mi ha molto divertito, la schifezza come immaginavo ha il dono dell’ubiquità. Ma poi mi è tornato il solito dubbio, perchè siamo obbligati a finanziare questi appalti, questi catering velenosi, non si potrebbe tornare al panino alla mortadella, alla schiscetta,  al lunch box o addirittura al bento box per i più fichi e un po’ jap?

La censura poi ti cura…

E’ un momento delicato. Un momento di transizione.
Nella musica (niente paura non lo riscrivo) e nei film. Dopo anni e anni di cartoni animati, fantasy e musical, finalmente con Anita si può passare alle commedie. Credevo fosse facile, avevo anche un certo entusiasmo. Invece dopo un paio di flop imbarazzanti, ho capito che prima di guardare insieme un film (che ho visto anni fa, con occhi diversi e mi aveva divertito) adesso devo guardarlo preventivamente. Devo fare come la censura in Rai negli anni ’60.
Abbiamo iniziato a guardare insieme Love actually, che è divertentissimo, ma quasi subito, al di là del turpiloquio, c’è una scena in cui due controfigure vestite mimano una cosa che non scrivo perchè altrimenti google …in piedi contro un muro. Così abbiamo spento. Ne Il favoloso mondo di Amelie, la protagonista si chiede e visualizza quanti nello stesso momento a Parigi…facciano quella cosa di prima anche non contro il muro e se si divertano . Ho spento anche quello…Allora ho deciso di vedere i film prima nel computer. Ma quando? Quando le ragazze sono a scuola naturalmente. Perchè altrimenti si incuriosiscono e piazzano dietro alle mie spalle mentre sono davanti al video.
Però quando sono a scuola io lavoro. Allora devo farlo alla mattina mentre mi lavo i denti, mentre faccio magari la cyclette…(no, stiro solo alla sera e loro ci sono). L’altra mattina ho visto a spizzichi e bocconi Tre metri sopra il cielo e andava anche bene, per un po’. Però poi tutto questo bigiare la scuola per andare a baciarci e poi avranno anche approfondito nell’ultimo pezzo del film, mi sembrava essere diseducativo e dare troppi spunti interessanti.
Quindi ho apposto il timbro: RIGETTATO.
Stamattina ho visto un altro spezzone di un film sconosciuto pescato da Blockbuster nella zona delle offerte, si intitola Nick and Norah e all’inizio prometteva bene. Musica, band, ragazzine, ecc. Poi c’è stata una battutaccia su cose che succedono spesso anche in politica e ho dovuto rigettare anche quello.
Neanche nella Cina di Mao erano così rigidi!
La mia non è pruderie ma imbarazzo verso la volgarità a tutti costi, il doppio e triplo senso.
Per fortuna non guardiamo la tv e i film di cassetta stile ferragosto/natale a Miami, ma sembra che non ci sia scampo comunque. Dovrò tornare a Bianca e Bernie?

Proibizionismo?

All’uscita dalla scuola.
“Quando andiamo a casa posso giocare alla Play?”, chiede un bambino, compagno di scuola di Emma, alla sua tata.
“Lo sai che la mamma non vuole”, risponde la tata.
“Ma è in casa?”
“Sì”, dice la tata tristemente.
“Ma poi esce?”, incalza speranzoso il bambino.
“Fra un’ora, penso”
“Allora dopo gioco e lei non lo saprà”, con un guizzo di gioia negli occhi.
“Vabbè”
“E mia sorella, dici che farà la spia?”, ancora qualche preoccupazione da sedare.
“Non lo so”
“Speriamo…ma posso sempre ricattarla, tanto è piccola”: ghigno mini-satanico.

Siamo tutti spiaccicati come sardine davanti al portone della scuola e non ho potuto fare a meno di ascoltare. E ho alcune considerazioni: la tata è moscia e non proprio fidatissima. La mamma in questione è una che ha sempre impedito quasi tutto dalla nascita al bambino in questione: niente zucchero, niente sale, tanti divieti a 360°: dai giochi al cibo.
Posso essere d’accordo sul mangiar sano: anche a me sarebbe piaciuto allevare le mie figlie a pane e tofu, in teoria, ma non ci ho mai nemmeno tentato. Cerco di limitare i danni, fortunatamente a una piace una certa schifezza e all’altra no e così nella media mi sento abbastanza soddisfatta. Soprattutto, ora che sono più grandi cerco di motivare certe scelte.
La Play Station a casa nostra non c’è, ma abbiamo la Wii, il computer, ecc.
Questa scenetta mi ha particolarmente colpito perchè ripropone l’atavico dilemma genitoriale: come bilanciare autorità e autorevolezza. Come riuscire a imporre regole, di cui i bambini hanno bisogno, senza svaccare nel despotismo più bieco e farsi odiare, crescendo figli che appena possono cercano di fregarti (con baby sitter più o meno conniventi)?
I manuali sull’argomento piovono, dal lontano “I no che aiutano a crescere”, al più recente “Adulti senza riserva” che sto finendo di leggere in questi giorni, pesante come un esame universitario ma molto interessante.
E’ focalizzato sugli adolescenti, che non sono altro che il prodotto di tutto ciò che si è fatto vivere ai figli dalla nascita. In questo manuale infatti ci sono molti flash back che riportano i più comuni errori che si fanno con i bambini piccoli.
I nostri figli immagazzinano tutto, ogni errore viene calcolato e registrato, pronto a esserci riproposto con gli interessi. Il leit motiv di questo saggio è, appunto, la condanna ai danni fatti dal permissivismo post sessantottino, ai genitori amici, a quelli che non mettono divieti per paura di deludere e di non essere più amati. Ma per i ragazzi, soprattutto i più grandi, avere carta bianca, può essere anche comodo, ma equivale a non essere amati e sentirsi invisibili. E allora forse anche giocare alla Play non dà più quella gran soddisfazione.
La risposta a questo dilemma non l’ho ancora trovata, sono stata allevata da “non correre perchè sudi” quindi un certo permissivismo mi ha sempre attizzato. Ora che sono io a dover dare le regole, cerco di fare del mio meglio ma non sono neanche così sicura di riuscirci e voi cosa ne pensate?

L’anamnesi dei papà

Oggi Emma doveva fare una visita medica da un ortopedico. Niente di serio, solo un controllo per confermare una leggera assimetria della schiena. Abbiamo scelto come specialista il papà di un suo compagno di scuola, che conosciamo solo di vista.
Avevo parecchio da fare, perciò Sant’ molto gentilmente si è offerto di accompagnarla lui.
Stasera sono tornati a casa e mi hanno detto che va tutto bene. Dobbiamo tornare per un controllo in autunno.
Dopocena, ho chiesto qualche particolare in più sull’incontro con il medico e Sant’ mostrava un certo imbarazzo. Poi dopo un po’ mi ha raccontato come è andata veramente.
“Oggi ho fatto un po’ una figuraccia…”
“Perchè?”
“Il dottore mi ha fatto delle domande a cui non sapevo rispondere”, ha confessato.
“Tipo?”
“Mi ha chiesto quando Emma ha cominciato a camminare…e non lo sapevo…poi mi ha chiesto se era mai stata ricoverata in ospedale…”
“Ha avuto il rota virus”
“Gliel’ho detto ma ha insistito voleva sapere quando…gli ho spiegato che non ricordo mai le date…”
“Ha continuato a tartassarmi, chiedendomi se avesse fatto l’ecografia alle anche…ho detto di sì. Poi però quando mi ha chiesto se avevamo le lastre, mi è venuto il dubbio se a farle non fosse stato per caso Jack (era il nostro golden retriver) …”
“E il medico cosa ha detto?”
“Mi ha chiesto quanti figli ho e quando ho risposto senza esitazioni, si è complimentato. Alla fine gli ho detto che tu sai tutto e se voleva potevo chiamarti…se proprio voleva rovinarmi”
“E lui?”
“Ha detto di non preoccuparmi, che non erano domande importanti. Poi ha chiesto le altre cose direttamente a Emma”

Figlia felice?

Una volta, nella mia vita precedente senza prole, l’idea della pacchia della domenica mattina era quella di poltrire a letto il più possibile.

Oggi invece la prospettiva si è ribaltata: ho capito che se voglio godermela devo svegliarmi all’alba. Di solito va così: apro un occhio attorno alle 7.30, avrei ancora un gran sonno ma so che se non mi alzo sarò fottuta. Perciò con uno sforzo inumano mi trascino verso la cucina visualizzando almeno un’ora di assoluta beatitudine: cappuccio rilassato con lettura dei giornali (di ieri ma non si può andare tanto per il sottile), poi surfatina sui blog e magari un bel post, poi se vogliamo esagerare, fuga veloce prima che si alzino gli altri membri della famiglia verso la palestra. Questo il sogno. Di solito irrealizzato e irrealizzabile.

Questa la realtà di stamattina.
Appena mi sono seduta e ho infilato il mio cucchiaio nella tazza del muesli è arrivata Emma in cucina, dicendo:
“Che bello che sei sola così ti faccio compagnia!”
Sono stata abbastanza veloce nel trasformare un: “Maporcaloca!” in
“Chebellohaidormitobene!?”
E menomale perchè altrimenti mi sarei sentita una tale cacca…infatti la piccola Emma ha detto: “Aspetta ho una sorpresa!”
E’ sparita un attimo ed è tornata con questo regalo per me:
“Ma Emma è bellissimo! Grazie tesoro!”
“Come lo chiamerai?”
Ho fatto finta di pensarci un po’, poi mi sono illuminata:
“Flipper! Mi sembra il nome ideale per un gufetto, vero?”
Emma ha annuito contenta.
Tutti i suoi pupazzi si chiamano Flipper: c’è l’unicorno Flipper, il leone Flipper, l’orsetto  Flipper, il procione Flipper, il pipistrello Flipper,  il coniglio Flipper.
Invece le femmine si chiamano Guggi: la tartaruga Guggi, la giraffa Guggi, la rana Guggi.
Quando Anita gliel’ha fatto notare ghignando, c’è stata una rissa.
Sono molto orgogliosa del mio Flipper, della dinastia Flipper. Penso che Emma, nonostante sia figlia mia, abbia il dna da Mammafelice.

Manine morte

Bambini di prima media che palpeggiano furtivamente le compagne.

Le stesse che erano con loro all’asilo. Maschietti che sembrano solo bambini, non ragazzi, che dicono ridacchiando: “Ma a loro piace!”

Ragazzini che sono passati dai Gormiti alle “curve” in un colpo solo.
Manine morte che così si giustificano: “A quelle racchie piace di più!”
Come dicevano, ottanta e passa anni fa, ai tempi di mio nonno.
Adolescenti che non sono rumeni.
Sono solo ipersessualizzati, da tutto quello ci circonda.
Il discorso sarebbe vasto e molto triste.
Mamme dei maschi dovete fare qualcosa.
Mamme delle femmine dobbiamo fare qualcosa, anche solo spegnere la tv.

La compleannite

“Donna tu partorirai con dolore!”
Fosse solo questo l’anatema della maternità…nessuno ha avuto la gentilezza di aggiungere: “…e vagherai eternamente per gli ipermercati alla ricerca del regalino perfetto, quello che costa poco ma non sembra, per l’ennesimo compleanno del compagno di scuola del tuo bambino!”
Sì perchè lo dice anche l’Istat il 72% dei bambini italiani partecipa a feste di compleanno, sempre, comunque tutto l’anno. Non si scappa. In casa, all’oratorio, in giardino, in ludoteca, al cinema, ai gonfiabili, al museo, al bowling. Amplissima la possibilità di scelta, golosissimo l’indotto. A Milano, la città più cara d’Italia, una festa in un ludoteca “classe A” arriva a costare ben 360 euro. Il baby-festa-business attecchisce da subito: a un anno si è commosse e si invitano i nonni e gli amici intimi, a due inizia il walzer con gli amichetti.
A tre, si socializza alla materna e si entra nel tunnel. Sì perchè tutti i bambini festeggiano, tutti i bambini invitano. E il bon-ton dice che tutti devono invitare tutti. Per i primi anni le mamme più politicamente corrette rispettano la regola e affittano ludoteche, oratori, supplicano nonne con il giardino, si organizzano per riunire due/tre festeggiati sotto lo stesso tetto/prato.
Poi inizia la ribellione. Le maestre della materna dicono che tutti devono invitare tutti? Allora facciamo la festa a casa loro!
Cominciano le discriminazioni: solo maschi per i maschi… solo femmine… solo quelli con i capelli biondi… solo quelli che erano al nido con me…solo quelli che mi stanno simpatici…solo ariete con ascendente capricorno…
Le mamme diventano creative e politicamente scorrette. Gli inviti, così dolci e teneri, si passano clandestinamente sottobanco. Gli appuntamenti si danno sotttovoce.
Perchè è anche una questione di budget: regalino qui e regalino lì, si spende un sacco. La catena di S.Antonio dei compleanni, prevede che anche una minima schifezza di giocattolo, piena di pericolosi ftalati cinesi, non costi meno di 10 euro.
Da qui i suddetti vagabondaggi agli ipermercati di frontiera. Sì perchè tutte le mamme girano gli stessi luoghi e se si compra il Gormito in super offerta, si viene scoperte e svergognate al compleanno, con il più mellifluo dei sorrisi mammeschi, dalla genitrice del festeggiato.
Per risparmiare si fanno le cordate. Si telefona, armandosi di faccia tosta, a una mamma sconosciuta chiedendo con umile noncuranza: “Se non siete già in 20 a comprare quel pigiama di Hello Kitty, posso partecipare anch’io?”
Non è detto che la risposta sia positiva.
Si sta al gioco per paura di uscire dal giro: se B ha invitato vostro figlio al compleanno, dovete invitare B. Se rifiutate di andare al compleanno di A, questo non verrà da voi, e così via. Odiate la mamma di C, ma è il miglior amico di vostro figlio, quindi dovete invitarlo e se avete sfortuna vi toccherà contare fra gli invitati anche il fratellino. Dire basta non è facile, specialmente quando i bambini sono piccoli. Ho sentito indicare come una monatta una madre “ribelle”:
“Quella non li manda mai ai compleanni!”, commento pronunciato con il massimo disprezzo.
Poi un giorno tutto finisce. Avete organizzato una pizzata compleannesca per un gruppo di decenni. Si sono comportati così male che il proprietario dell’esercizio voleva chiamare la polizia. Improvvisamente e irrevocabilmente decidete che del bon ton dei compleanni non ve ne frega più un fico secco.
E tornate una donna libera.

P.S. Era solo un sogno: sabato festeggiamo il compleanno di Anita al bowling.

Fuori stagione

Arriva un giorno, in cui le macchie di colore, quelle di frutta e diosachealtro diventano improponibili e allora il grembiule, che era bianco e oggi è grigio/beige maculato, si butta. Arriva un giorno, in cui nell’armadio non ce ne sono proprio più di grembiuli di Emma. Arriva un giorno, in cui non ci si ricorda più dove è stato dimenticato l’ultimo superstite (in piscina, a casa di un amichetta, a ginnastica?). Allora bisogna comprare un nuovo grembiule per la scuola. Dall’alto lo vuole la Gelmini e, localmente, la maestra. Emma va a scuola con scritto “Anita” sulla schiena, perchè un giorno ero di fretta e invece di scriverlo sull’etichetta l’ho vergato direttamente con il pennarello indelebile sul tessuto (proprio sotto il collettino). Lo so che non va bene per la sua personalità. Per quel disturbino di amore/odio verso la sorella stra-brava, stra-bionda, stra-numerouno. Però a mali estremi, estremi rimedi. Dopotutto è solo per un giorno. Perchè le comprerò nuovi grembiuli. Ma non è così semplice.
Sulla carta la missione appariva lineare. Invece è si rivela un’impresa molto ardua: perchè siamo fuori stagione. Negli ipermercati quando chiedo grembiuli le commesse mi guardano con compatimento, come fossi una marziana demente.
“Ma signora, siamo a febbraio!”
In effetti il reparto abbigliamento bambini è pieno di vestiti da Power Rangers, Winx e Winnie Pooh, di grembiuli manco l’ombra. Disperata, mi rivolgo alle mamme sul marciapiede davanti all’entrata della scuola. Una madre della classe prima, si impietosisce e mi passa un numero preziosissimo. Una sartoria, naturalmente dall’altra parte della città, dove fanno grembiuli su misura, solo in cotone.
La sua bambina ha problemi di allergia e lei se li fa fare lì. In effetti nei tessuti dei grembiuli della grande distribuzione ci deve essere di tutto, fuorchè il cotone. Per questo dopo pochi lavaggi assumono colori inquietanti e cangianti. Telefono all’artigiano dei grembiuli: tempo di attesa un mese, dovrebbero vedere la bambina e vogliono 50 euro a modello!
Con gentilezza li saluto, per sempre.
Non mi resta che cercare in quei negozi, pochissimi rimasti a Milano, dove c’è “Merceria” o “Maglieria” sull’insegna e dentro vendono dal calzino alla maglia della salute, passando per il completino da neonato, di marca infima ma costossimo.
Entro speranzosa in uno di questi.
La commessa, una quarantenne dall’apparenza normale, non mi degna di uno sguardo. Sta parlando al telefono. Con il telefono fisso del negozio:
“Sì lo so che Laura è morta, ma mi è apparsa in sogno e sembrava proprio che mi aspettasse…”
“Mi scusi..cercavo dei grembiuli”
“No, no non mi era mai capitato prima..sai non è che fossimo così amiche, ma mi ha detto delle cose…sulla morte…sull’aldilà…su suo marito”
“Dei grembiuli per la scuola…”
“Guarda, ero sconvolta…ma il sogno era così realistico…”
“….grembiuli?…”
“Quant’è che morta? …nooo, saranno meno di sei mesi..”
La commessa non mi degna di uno sguardo. Che fare?
Minacciarla di una denuncia al comitato consumatori? All’associazione dei medium? Abbandonare così l’ultima chance di un grembiule per Emma?
“…sorrideva, sorrideva…come quando era viva…”
“……”
Esasperata, sto per prendere l’uscita, quando entra una vecchietta dall’aria decisa di nonna-manager. Ha in mano uno scatolone di mutande Chigi.
“Aveva bisogno signora?”
“Avete grembiuli, da bambina? Bianchi, taglia nove anni?”
“Deve esserci qualcosa in magazzino…Adele vai a vedere!”
Con mia grande soddisfazione la telefonista amica dei fantasmi, interrompe, riluttante, la comunicazione e obbedisce. Torna con due esemplari di grembiuli: bordati di rosa, un po’ leziosi. Dovrò “scartavetrarli” e mascolinizzarli prima di proporli a Emma.
Ma non faccio storie, li compro e corro fuori dal negozietto.
Poteva andare anche peggio.

Da Biancaneve a Frida Kahlo

Post dedicato alle mamme delle bambine. Ma anche a quelle dei maschietti. Considerato che in questo momento violento il concetto di prevaricazione e uguaglianza dei sessi sta pericolosamente andando a ramengo. Negli ultimi tempi ho letto almeno tre post di madri preoccupate sullo stesso tema: ma le favole classiche così politicamente scorrette, retrograde e pericolose per i neuroni delle nostre bambine, dobbiamo boiccottarle?
Quanti danni fanno, in una società già densa di Grandi Fratelli, sesta di reggiseno e veline uber alles?
Ok, ci rincorriamo tutte sugli stessi temi, ma questo mi sembra importante, fondamentale nell’educazione delle nostre figlie e quindi non una semplice ripetizione. In questi giorni le ragazze non possono nenache più uscire la sera senza rischiare e quindi riparlare di Barbablù mi sembra quasi doveroso.
Un’alternativa intelligente alle storie di principe e principesse esiste, sono i libri sulle ragazze indipendenti, sulle eroine del passato, in questa collana si trovano biografie di ragazze toste del passato, scritte per le ragazzine, dai 9-10 anni in su. Noi l’abbiamo scoperta comprando il libro sulla vita di Anita Garibaldi, perchè spesso nonne affini, dicevano ad Anita quando si presentava:
“Ah! Come Anita Garibaldi!”.
Lei mi guardava con un’espressione interrogativa e così il libro era servito per scoprire chi fosse veramente questa giovane sudamericana. Sabato invece, siamo andate a vedere Caravaggio e alla libreria della Pinacoteca di Brera, ho visto il libro della stessa collana su Frida Kahlo. Non ho resistito e l’ho comprato per Anita. Anche edulcorata la vita della pittrice messicana è proprio agli antipodi di quella della demente Biancaneve.
Si è sposata quel panzone egoista, infedele e ubriacone di Diego Rivera, l’ha amato e ha sofferto tutta la vita. Ha dipinto quadri angoscianti. Ma è una delle poche pittrici donne al mondo. Ho insistito su questo. Sulla sua forza e determinazione. Ho glissato sui quadri pieni di sangue e di strazio. Ho sperato che stanotte le mie figlie non avessero incubi. Forse il salto da Cinderella a Frida è stato un po’ azzardato e pericoloso, ma il libro lo leggeremo insieme.

Tabelline mattutine

Sto portando Emma a scuola in auto.
Un dubbio continua a ronzarmi in testa. Mia figlia avrà finalmente imparato le tabelline?
Sono un po’ di giorni che non indago. Dopo l’incrocio della morte (quello dove a tutti i genitori del quartiere esce il fumo dalle orecchie. Mamme eleganti e papà manager sfogano i loro istinti peggiori: strombazzano e fanno gestacci) butto lì la solita domanda:
“Tesoro, come va con le tabelline?”
“Bene…”
“6×9?”
“…”
“Emma, 6×9?”
“A me di solito viene 49..”
“3×7?”
“27!”
“”2×8?”
“18!”
Che sia allergica alla matematica come me? O mi prende in giro?
Mi rassegno. Dopotutto ha fantasia, risponde in rima: da grande farà il menestrello non l’ingegnere. Oppure si dedicherà alla finanza creativa. Uno dei mestieri del futuro.

Che vergogna!

Questo breve post per segnalare una cosa orrenda avvenuta sabato scorso al Carrefour di Assago, periferia sud di Milano. La Disney aveva organizzato una giornata in cui i bambini potevano andare a farsi forografare con i protagonsiti del film Cars. I piccoli fan potevano posare sorridenti vicino a Flash McQueen, Saetta, ecc. Una mamma ha portato suo figlio di quattro anni autistico. Il bambino non si è comportato come previsto da copione. I “simpatici fotografi” l’hanno insultato e cacciato via perchè non avevano tempo da perdere. Una hostess del Carrefour ha detto alla mamma in lacrime che… “se il bambino non è normale non deve portarlo in giro”. La mamma in questione, per fortuna, oltre a essere disperata è anche una tosta. Ha reagito. Dal suo blog ha messo la notizia in rete, ieri sera ha già avuto 500 commenti di solidarietà, denuncerà il Carrefour, manderà una lettera anche alla Carfagna (abbiamo lei al governo purtroppo) e cercherà di diffamare chi organizza in questo modo gli eventi per bambini. Mi viene in mente un film in cui Billy Bob Thorton interpretava la parte di un alcolizzato che per sbarcare il lunario, si trasformava in un Babbo Natale fetido nei centri commerciali di una cittadina degli Usa. Era cattivissimo con i bambini, ma almeno quello era un film dissacrante, non la squallida realtà di Milano sud.

Amori clandestini

Stamattina all’alba ho accompagnato Anita al suo “debutto” alla scuola media, previsto per le ore 8.10. Nonstante la partenza in anticipo, alle 7.57 eravamo bloccate nel traffico paralizzato nella Milano della rentrée. In auto la tensione era palpabile: Anita non poteva concepire di arrivare in ritardo il primo giorno nella nuova scuola. Io sono sempre in ritardo ma cercavo di sembrare preoccupata. La voce mielosa di Carla Bruni che usciva dallo stereo ma non aiutava a sciogliere l’atmosfera. Anzi.
“Magari alla prima ora avete francese, così sei già preparata”, ho cercato di scherzare.
Un grugnito come risposta.
Fine della conversazione.
Abbiamo parcheggiato, ovviamente, a 2 km dall’entrata della scuola. Anche molti altri genitori erano in ritardo quindi sembrava che fossimo puntuali. Presentazione della preside, che ha anche detto:
“…poi i genitori possono entrare in classe con gli alunni…”
Anita, che nel frattempo ha trovato i suoi amici, mi bibisglia:
“E’ meglio che non vieni, gli altri genitori non lo fanno”
Invece di risponderle ho rivisto vivido quel lontano gennaio del ’97 quando ho passato un mese immobile nel letto dell’ospedale con la flebo di Vasosuprina per non farla nascere troppo prematura. Il mio cuore di mamma sanguinava.
Sono entrata in classe come tutti gli altri genitori non desiderati.
La nuova prof di italiano è simpatica, ha spiegato alcune cose dell’organizzazione di classe, poi ha liquidato gli adulti. Prima di uscire sono andata verso Anita:
“Dammi un bacio che tanto non ci vede nessuno”
Si è guardata intorno furtiva prima di accettare, un po’ a malincuore.

Troppo piccoli?

A settembre nelle scuole elementari milanesi partirà un progetto di educazione sessuale che coinvolgerà gli alunni delle classi quarte e quinte. Spero che possa veramente attuarsi. E nessuno si scandalizzi e remi contro. Dall’esperienza della classe di Anita ho avuto la conferma che i bambini di quell’età vogliono parlare di sesso ma fanno del sensazionalismo e hanno le idee molto, molto confuse. Sono piccoli ma bombardati da immagini sempre più esplicite e modelli sempre più vacui. Poi vanno alle medie e la situazione si complica…una mamma amica mi ha raccontato che fra le ragazzine del primo anno del liceo c’è un boom della pillola del giorno dopo. La vogliono tutte anche quelle che non ne avrebbero alcun bisogno, perchè non si sa mai. Altre notizie dal fronte adolescenziale rivelano che i primi pomiciamenti di un tempo adesso sono alla Monica Lewinski. Tendenza confermata anche da un’amica e mamma americana. Ci becchiamo sempre le mode d’oltreoceano ma questa volta ribelliamoci e cerchiamo di fare qualcosa: speriamo che questo progetto educativo sia utile e i nostri insegnanti siano anche in grado di sopportare tutte le risatine e gli ammicamenti…

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