Per aiutare oltre il Natale

I cartoni animati sono una grande passione dei più piccoli, che li guardano incantati per ore e ore, ma ci sono anche bambini sfortunati (sordi, ipovedenti, autistici) che non possono fruire di questo passatempo proprio a causa del loro handicap.
Ora per aiutarli è nato questo progetto, che attraverso una grafica speciale ha come obbiettivo quello di rendere accessibile i cartoni animati anche a questi bambini. Per realizzarlo è stata allestita una raccolta di fondi (a partire da pochi euro) che permetterà di rendere questo primo cartone animato ambientato nel MagiRegno e con i personaggi degli Zampa veramente accessibile a tutti i più piccoli.
Questo progetto è finalizzato soprattutto all’inclusione: bambini con abilità diverse potranno “guardare” un cartone con gli altri, potranno “parlare” e condividere le emozioni e le avventure dei loro beniamini.
La formula prevede che gli episodi siano accessibili ai bambini sordi (attraverso la presenza dell’interprete LIS e dei sottotitoli), ai bambini ciechi e ipovedenti (grazie alla presenza di scene con descrizione sonora e ad una grafica adatta), ai bambini autistici (grazie a disegni semplici ma non banali, con poche sfumature e a poche variazioni di tono nei dialoghi e nei sottofondi sonori).

Anch’io quest’anno ho cominciato a fare qualcosa di concreto per aiutare: ho appena iniziato a fare la volontaria alla clinica pediatrica De Marchi, in centro a Milano. Mi sono comprata un bel camice bianco e in sala d’aspetto al Pronto Soccorso cerco di aiutare i genitori e i bambini che aspettano di essere visitati. Leggo storie, gioco con i cubetti, faccio puzzle e disegni. Molti sono stranieri: arrivano al Pronto Soccorso perchè non hanno i soldi per un pediatra privato e quelli dalla ASL non sempre quasi mai sono reperibili al telefono. Dopo i primi errori, ho imparato a non confondere le loro etnie (perchè altrimentimi guardano un po’ male) quindi mi limito a chiedere da dove vengono senza fare supposizioni. Di solito le famiglie sono numerose e per un piccolo paziente arrivano in tanti. Molti bambini non parlano italiano, ma il linguaggio dei giochi è universale e tutti dopo un po’, timidamente, sono contenti di farsi coinvolgere. E i loro sorrisi sono la cosa più bella del mondo.

Il coniglio che voleva addormentarsi

La privazione del sonno è una tortura, lo sapevano a Guantanamo e lo sanno i genitori dei pupi che si svegliano più volte durante la notte. Lo so bene anch’io perchè la mia secondogenita non mi ha fatto chiudere occhio per tre anni. I primi tre anni sono critici per il ritmo sonno/veglia e lei non mi ha fatto lo sconto neppure di un giorno!
Per questo i manuali che insegnano ad addormentare il bebè (senza droghe) sono sempre bestseller. Peccato che qualche volta predichino anche strategie un po’ crudeli come lasciar piangere il piccolo insonne un tot di minuti, sperando che sia una strategia a scalare. Poi magari si addormenta disperato ma un decennio e passa più tardi, arriva la vendetta.
Servita fredda. E’ un adolescente che vi odia. Naturalmente non solo perchè non l’avete coccolato quando piangeva durante la notte, anche per mille altri motivi…che non elenco per non farvi stare male troppo presto.
Allora per non rischiare è meglio cercare di risolvere il problema della mancanza di sonno con un metodo più soft. L’ultima strategia che funziona è in questo libro, scritto da uno psicologo svedese e divenuto un cult fra i genitori disperati, inizialmente grazie al classico passaparola sul web. Poi è stato pubblicato e da poco è disponibile anche in Italia. Già il titolo Il coniglio che voleva addormentarsi, promette bene, è infatti la storia interattiva che mamma coniglia racconta al suo cucciolo che, guarda caso, ha qualche problemino di sonno.
La lettura della favola deve essere fatta con alcuni accorgimenti tecnici (spiegati ai genitori nel libro) per coinvolgere il più possibile il bambino, farlo rilassare al massimo, fino al momento in cui si addormenterà.
E se per caso a metà libro già ronfa, non bisogna lasciarsi andare all’euforia e piantare a metà la storia, meglio contenere la gioia e continuare la lettura con voce suadente fino all’ultima pagina. Tra l’altro il libro è bellissimo, stampato con una carta pregiata e illustrato con disegni magnifici. Però c’è anche la versione ebook, magari per quando si viaggia. E si pianificano delle gran dormite fuori casa.

Cose che non sopporto

Ultimamente sto diventando sempre più insofferente, quindi la lista delle cose che mi danno molto fastidio si sta allungando. E non è il caso che vi annoi con le mie idiosincrasie, racconterò solo di una certa attività in ambito scolastico.

Si tratta della mania di certi genitori, di solito madri, che una volta elette rappresentanti di classe cercano di convincere/manipolare gli altri genitori a fare delle riunioni carbonare per sparlare degli insegnanti perchè i loro figli non vanno tanto bene a scuola.

Molti anni fa, quando la mia primogenita era in seconda elementare, ero ancora parecchio ingenua su queste cose e avevo addirittura passato un’interminabile serata a parlare male di una certa maestra, insieme a un manipolo di altre madri stanche e assonnate, nella fredda e polverosa sala di un oratorio di periferia.

A me quell’insegnante era anche simpatica ma ero nuova del gruppo e quindi non avevo osato mettere in discussione il credo della delegata battagliera, che mi faceva anche un po’ paura, poi temevo che il meeting successivo si sarebbe magari tenuto in una chiesa sconsacrata (scegliere solo luoghi improbabili era un must per la segretezza assoluta degli incontri).

Ma con gli anni e l’esperienza ho capito due cose: che questo tipo di lotte sono per salvare e spalmare su tutti lacune personali dei figli delle madri che combattono. E che alla fine le insegnanti passano ma i figli pirla -di tali madri- rimangono e peggiorano. Poi  ovviamente ci sono insegnanti più o meno bravi, democratici, simpatici, coinvolgenti, ma questo tipo di madre se ne infischia delle caratteristiche professionali,  cerca solo un capro espiatorio per non sentirsi un’educatrice inadeguata.

Ora è passato tanto tempo, e dopo gli anni bui e ormonali delle medie, la cosa bella del liceo è che, di solito, la gang dei genitori sparisce. Diventa un pro forma, appare solo in casi veramente gravi.

Credevo di averla scampata per sempre!

Purtroppo mi illudevo, stamattina in un giro di mail- di quelle “rispondi a tutti” che ti intasano la posta e fanno uscire il fumo dalle orecchie, sono stata invitata a un’altra di queste riunioni semi clandestine. Si vuole ancora riesumare la dietrologia, criticare, in anticipo agli albori dell’anno scolastico, per pararsi le chiappe. Per dare sempre e comunque la colpa agli altri.

Due appuntamenti importanti a Milano

Dedicati a genitori e bambini, totalmente gratuiti.
Il primo è lunedì prossimo, (19 ottobre alle 20,45 all’Auditorium Don Bosco, in via Melchiorre Gioia 48) ci sarà una lezione del pedagogista e scrittore Daniele Novara per la Scuola dei genitori. In particolare il tema della serata sarà come preservare l’autonomia di coppia mentre si crescono ed educano i bambini. Novara è specialista nella gestione dei conflitti, familiari e non, quindi se vi piace litigare è la serata giusta per voi.
Per i bambini invece, alla Rotonda della Besana, sempre lunedì 19, parte la settimana della fattoria in città. Alla mattina ci saranno attività per le scuole e al pomeriggio l’ingresso per le famiglie. I temi sono la produzione dell’olio e la riscoperta dei cibi antichi, ma oltre a parlare di cibo e fare merenda, ci sarà il contatto con gli animali: la mucca da mungere, l’asinella da accarezzare e la cagnetta che sa fare la raccolta differenziata (dovrò dirlo a Lola!). Poi si potrà provare il gioco dell’Oca più grande d’Italia.

Fab Food: una mostra interattiva sul cibo italiano

IMG_6854

Nelle ultime settimane dell’Expo tutti i padiglioni sono presi d’assalto e ci sono lunghe file ovunque, però c’è ancora un’oasi di pace. Uno spazio interessante e intelligente per chi va con i bambini: la mostra Fab Food al Padiglione Italia.
Un’esposizione interattiva, ideata dal Museo della Scienza e della Tecnica di Milano, dove vengono spiegati, attraverso giochi colorati e divertenti, tutti i procedimenti necessari per trasformare la materia prima proveniente dall’agricoltura, in cibo che arriva sulle nostra tavole. Tenendo conto dell’ecologia, della sostenibilità, della logistica e di tutti i dettagli e le strategie che certo non immaginiamo quando gustiamo il nostro piatto preferito. Il tutto all’insegna della buona cucina made in Italy, infatti uno dei giochi più gettonati alla mostra è quello che permette di scegliere una specialità regionale (la parmigiana, gli arancini, la pasta al pesto, i ravioli, le lasagne, ecc), farsi stampare l’adesivo e capire cosa ci sia veramente, che tipo di lavoro di ricerca e sinergia sia necessaria per fare arrivare questo cibo gustoso sulla nostra tavola.
Poi ci sono giochi in cui si diventa agricoltori e si devono fare le mosse giuste per crescere il raccolto. E qui si subito capisce quanto questo sia un lavoro difficile e pieno di ostacoli, è complicato anche solo a farlo per scherzo usando le palline da bocce in una sorta di flipper gigante. Il cuore della mostra è il pay off dell’Expo: “nutrire il pianeta” e qui i visitatori della mostra, con altri giochi interattivi, devono inventare strategie attuabili per sfamare i 9 miliardi di individui che sono previsti sulla terra per il 2050.

(Sarà corretta questa previsione? Non saranno già tutti qui? Perchè a me è sembrato di incontrare proprio 9 miliardi di individui a farsi dei selfie, l’altro giorno, sulla paseggiata del Decumano!)

Fab Food è meta di molte gite scolastiche e c’è anche un concorso nazionale, dedicato agli alunni di prima e seconda media, legato al percorso didattico della mostra. Il bando e tutte le info si trovano qui.

La nostra famiglia da qui in poi

I  matrimoni durano in media quindici anni, l’amore finisce per vari motivi. Il progetto familiare sbiadisce, l’entusiasmo dei primi tempi evapora e alla fine, soffrendo, si decide che la convivenza sia divenuta insopportabile. E ci si separa. Per andare alla ricerca di una nuova serenità, per rifarsi una vita, per trovare un equilibrio più stabile. Ma quando ci sono di mezzo i bambini questo piano di cambiamento, questa ribellione a una routine che va stretta, si complica molto.
Simona Rivolta, psicologa che si occupa dell’evoluzione della famiglia nella società attuale e lavora a Milano presso la Fondazione Minotauro, ha scritto questo manuale  per aiutare i genitori in crisi a vivere meglio il momento della separazione e ad arginare il più possibile il disagio dei bambini.
Da spettatrice privilegiata, grazie alla sua esperienza clinica, ha potuto osservare che i danni inconsapevoli che i genitori sul punto di separarsi fanno sono dovuti essenzialmente a un errore di prospettiva. Madri e padri vedono la separazione da un punto di vista essenzialmente “adulto”, ignorando le vere esigenze dei bambini.
Il primo sbaglio è minimizzare la sensibilità dei più piccoli e illudersi di proteggerli con delle scuse, delle menzogne raccontate a fin di bene. Per cercare di far vedere ai bambini i vantaggi della nuova situazione.
La propaganda più banale è quella che prospetta doppi regali a Natale, ai compleanni, doppie vacanze, doppie camerette, ecc. Una bugia patetica quasi come dire “é buono, sa di pollo” quando si cerca di far mangiare il pesce ai bambini.
I commenti e le osservazioni dell’autrice (separata a sua volta) sono coraggiosi e provocatori rispetto a una mentalità comune che spesso sembra sminuire l’impatto della separazione sulla psicologia dei figli. Ma nelle pagine de La nostra famiglia di qui in poi c’è molta empatia e il titolo stesso ne spiega l’obiettivo: aiutare chi si sta separando a capire che la famiglia va preservata. Continuerà a esistere e per farlo deve evolvere dallo status precedente a quello successivo, dove il padre e la madre non vivono più insieme ma continuano a esercitare il loro ruolo dei genitori al meglio delle loro possibilità.
Non è semplice ma la lettura di questo manuale può essere di grande aiuto.

Giornata delle famiglie al museo: domenica 4 ottobre

“Mamma, c’era un bambino che si chiamava Olmo”
“E un altro Emmo”, risatine.
“Emma è un nome solo femnimile, forse ti sbagli”
“No! No! Giuro si chiamava proprio Emmo!”
Quando le mie figlie erano piccole le portavo sempre nei vari musei e naturalmente le iscrivevo anche ai laboratori correlati dove, a sentir loro, pullulavano gli Olmo e gli Emmo.
Le bambine volevano farmi capire che quelle attività erano cose da gente strana, con nomi strani.
Però sono convinta che Olmo ed Emmo oggi siano diventati due adolescenti curiosi e intelligenti, perchè dalla mia esperienza portare i bambini al museo, metterli a contatto con la musica, l’arte e la storia è comunque un toccasana intellettuale.
Anche se sono piccoli i bambini riescono ad apprendere e immagazzinare emozioni importanti.
Utili sia nella vita che negli studi.
Perciò la notizia che questa prossima domenica, il 4 ottobre, per il secondo anno, sia stata organizzata su tutto il territorio italiano la Giornata delle famiglie al museo, con ingressi gratuiti e/o visite guidate, laboratori didattici ed esperienze interattive è molto importante.
Lo scorso anno sono stati 590 i musei coinvolti e quest’anno le adesioni sono già 650.
Consultando questo sito si possono trovare tutte le informazioni, la lista degli spazi che partecipano all’iniziativa e le attività complementari programmate. L’età consigliata è quella scolare e nelle città più piccole si organizzano anche dei tour nei vari musei del territorio per intrattenere i bambini per tutta la giornata.
Il payoff di questa iniziativa è Nutriamoci di cultura per crescere, una frase preziosa e commovente nel panorama di sciatteria che ci circonda.

Bambini

Sono per strada, sto camminando e sento una vocina dietro di me che dice:
“A me non piace tanto”
Nessuno le risponde e infatti dopo un attimo la piccola voce ripete il concetto: “A me non piace tanto”
“Cosa?”, le risponde una voce femminile spazientita.
A questo punto mi volto, approfittando dello stop forzato per aspettare il verde a un attraversamento pedonale. Dietro di me vedo un gruppo di bambini, di massimo sei anni, in fila con una maestra in cima al gruppo.
La maestra guarda la piccola a cui non piace quella certa cosa misteriosa e anche gli altri venti scolari che deve tenere d’occhio e ripete scocciata:
“Cosa, non ti piace?”
“Dare la mano!”, finalmente svela la bambina.

roma

In un parco, a Roma, ci sediamo su una panchina per riposare e anche per sfruttare il free wi-fi. Di fianco a noi arriva correndo un gruppetto di ragazzini di circa undici-dodici anni. Saltano sulla panchina, ma dopo un attimo decidono di fare altro.
“Andiamo là in fondo a vedere le donne”, propone uno.
“Ma no, cosa andiamo a fare?”
“Prendiamo il pallone invece”
“Ma no, andiamo a vedere le donne”
“Non ne ho voglia!”
“Ma non ti piace la vagina?”
Nessuno di loro ha riso e tutti hanno invece seguito correndo il futuro ginecologo!

Dove finisce un amore…

di solito è all’Ikea. E’ un po’ un luogo comune ma tante volte ho sentito profezie di questo tipo: “Certo stanno bene insieme, ma aspetta che arrivi il momento di andare all’Ikea!”
Sottinteso: sciagura!
Perchè il fornitissimo grande magazzino è sinonimo di routine, di coppia consolidta che passa i fine settimana a scegliere mobiletti per il bagno e contenitori di plastica. E poi nel tunnel degli imballaggi tutta la poesia del sentimento si dissolve e si litiga di brutto.
E non succede solo in Italia, qualche mese fa ho visto un telefilm americano dove una coppia, amante del rischio, passava S.Valentino all’Ikea per capire se fossero veramente fatti l’uno per l’altra. E la maledizione colpiva ancora una volta: alla fine, molto prevedibilmente, si lasciavano.
Comunque, mi sembra discriminatorio colpevolizzare così la multinazionale svedese, gli amori finiscono ovunque, quando si fa shopping.
Non c’è bisogno di andare in periferia fino all’Ikea, si discute e ci si odia anche al supermercato dietro casa. Molte mie amiche sagge dicono:
“Non faccio mai la spesa con mio marito. Mi dà troppo sui nervi”
E tutti abbiamo visto le coppie di pensionati che battibeccando confrontano i promo e si dicono cattiverie. Lei alza gli occhi al cielo, lui brontola e ne dicono ancora. Peggiori.
Ma allora perchè si fa ancora la spesa assieme? Puro masochismo?
Sete di sangue?
E’ probabile. Come nella coppia che ho visto l’altro giorno in cui lui era partito a razzo con il carrello lasciando lei in mezzo alle corsie a tenersi tutti i prodotti in mano e quando si sono rivisti non è stato un bell’incontro. Ma forse erano sposati da tanto tempo…
Poi ho incontrato anche un altra coppietta, carini e giovani, che pascolavano in mezzo alle bottiglie di Fanta e ai succhi di frutta. E discutevano.
Lei: “E basta rompere…”
Lui: “Ho chiesto solo una cosa”
“No, quello non è chiedere, è rompere le …”
E si è allontanta dai bottiglioni delle Pepsi. Lasciandomi immaginare la fine della frase. Aveva una lunga coda di cavallo bionda, i tacchi e un giubbotto in pelle. Era attraente e molto stizzita.
Mentre lui, trentenne castano con il pizzetto, è rimasto impalato e perplesso davanti ai succhi di frutta. In fondo voleva solo chiedere una cosa, peccato che avesse scelto quella sbagliata!

Il mammese su Whatsapp

what
Ieri sera ho letto su Fb questa serie di messaggi fra madri e figli adolescenti su Whatsapp. Ho riso molto e devo ammettere che è tutto molto realistico.
A parte la volgarità (colpa dei romani?), il resto è tutto verosimile.
Perchè anche se i pargoli sono oramai adolescenti per le mamme le preoccupazioni basic rimangono sempre le stesse: avrà mangiato? Prenderà freddo? Per i più avventurosi c’è anche tornerà a casa? E come?
Ma oltre a essere ansiose le madri degli adolescenti, nella quasi totalità dei casi sono anche presbiti. (Colpa dell’età se non si è partorito troppo presto). Quindi molto spesso i messaggi mammeschi sono indecifrabili.
Come nei vecchi telefoni prima del T9.
Di solito la “a” diventa la “s”, la “b” sarebbe la “n” e la “p” viene scambiata con la “o”. Insomma si digita un po’ a caso, a memoria, sperando in Dio.
Succede anche perchè gli adolescenti consultano le madri in urgenza e nei momenti meno opportuni (mentre si… guida, cucina, dorme, spinge il carrello del super, guarda un film ).
Altro aspetto patetico delle madri messaggianti è l’uso degli emoji.
Alle mamme gli emoji piacciono un sacco (anche perchè si vedono abbastanza bene), fanno sentire moderne e poi sono mezzi semplici per irradiare amore. E il cuore di mamma (anche se si passano molte ore a maledire il teen-ager) in fondo è sempre stracolmo di amore. Quindi le madri ci tengono molto a spedire nei messaggi tanti cuori che pulsano. Peccato che “il cuore che pulsa” sia un emoji molto struggente e fico, ma anche complesso.
Quindi bisogna chiedere al figlio, preferibilmente figlia, di mandare un “cuore che pulsa” che così poi lo si copia e rimanda!
Che bello!
cuore
Ultima cosa stupenda (e molto vera) nei messaggi, che ho visto, è la preoccupazione materna di trovare un fidanzato/a perfetto ai figli. C’era infatti il messaggio di questa madre che diceva alla figlia di aver (per caso) incontrato questo ragazzo svedese molto carino e simpatico e gli aveva anche chiesto il numero di telefono. Così la figlia poteva uscirci.
Perchè le mamme si preoccupano e se una incontra (per caso) un ragazzo/a meraviglioso cosa deve fare? Lasciarselo/a scappare?
Farlo magari catturare da un’altra madre?
Perchè in fondo cosa vogliono le mamme?
Solo la felicità dei loro cuccioli 🙂

La prima uscita dopo la nascita del pupo

Un paio di sere fa sono stata in pizzeria. Un posto carino, in zona Porta Romana.
Pizza buona ma locale un pò piccolo e spartano con i tavoli molto vicini.
Eravamo arrivati piuttosto presto, la pizzeria era semivuota. Ma pochi minuti dopo di noi è entrata una coppia, non giovanissima, attorno a trentotto-quaranta con un ingombrante passeggino (quello dei primi mesi). Dentro una piccoletta (era tutta rosa) molto tranquilla. C’è stata una piccola discussione per scegliere il tavolo più adatto per parcheggiare il passeggino e poi è stato scelto quello più in angolo.
Ma la neo-mamma non sembrava troppo convinta.
Per convenzione e gentilezza il proprietario del locale appena entrano i clienti offre un flute di prosecco, quindi anche a questa signora, appena arrrivata, è stato messo in mano il bicchiere di bollicine.
Ma lei invece di brindare ha cercato di scambiarlo subito con un biberon che ha estratto dalla sua capiente borsa, ordinando al proprietario di scaldarglielo.
Lui non poteva perchè nella pizzeria non aveva la cucina, la neo-mamma l’ha presa malissimo e ha continauto a insistere per un po’.
Sembravano sul punto di mandarsi al diavolo ma alla fine forse per intervento del neo-papà che doveva avere una gran fame, così i neo-genitori hanno deciso di restare e si sono finalmente seduti al loro tavolo. Anzi, solo lui si è seduto. Lei sempre in piedi ha tirato fuori dalla borsa l’amuchina e si è disinfettata le mani. Poi ha pescato dal passeggino la figlia e ha impiegato circa 10 minuti a svestirla.
Quando la piccola è stata spogliata abbastanza per sopportare la differenza di temperatura tra il rigido inverno milanese e il calore della pizzeria, l’ha passata al neo-papà.
Perchè era il momento di tirare fuori l’armamentario per la cena della piccola.
La neo-mamma ha poi disposto ordinatamente sulla tovaglia una serie infinita di accessori, cucchiaio, piattino, bavaglini, contenitore pappa, salviettine inumidite, ecc. Con la stessa precisione del ferrista in sala operatoria. Intanto il neo-padre era sempre immobile con la piccola in braccio.
Di ordinare una pizza non se ne parlava neanche.
A questo punto, noi osservatori ci siamo posti varie domande:
perchè non le hanno dato prima la pappa a casa?
Perchè sono venuti in pizzeria? Perchè non hanno cercato una babysitter?
Oltre naturalmente a quella più ovvia: perchè non si rilassa?
A questo punto il colpo di scena, è arrivata la tata!
E allora il povero neo-papà è stato ignorato per tutta la serata mentre la mamma e la tata si spupazzavano la bebè. C’é stato anche un drammatico intermezzo cambio-pannolone che le ha viste occupare il bagno per mezz’ora.
Ho avuto la grande tentazione di fermarmi al loro tavolo mentre mi alzavo per uscire e regalare un consiglio:
“Stai serena che quando diventerà adolescente vorrai buttarla sotto un tram” (di lì passa il 16)
Ma mi sono trattenuta.

I nuovi maschi & l’amore

foto1
Iniziamo il 2015 alla grande (e con molto ritardo!) con un bell’approfondimento sociologico.
Dopo aver letto questo post, soprattutto per commentare il romanticismo degli adolescenti, ho pensato di condividere le mie recenti ricerche, rigorosamente testate sul territorio, nel pianeta primo amore e dintorni.
Partiamo dalla domanda cruciale: le ragazze sono romantiche?
Direi di sì. Anche se sotto una scorza un po’ ruvida.
Qualche prova? Festeggiano il “meseversario” che per chi, come me, è cinicamente sposata da tanti anni sembra un’aberrazione ma, quando si è insieme da poco, è invece una festa. Poi mettono il selfie del bacio su FB, istagram e whatsApp. Mandano messaggi con i cuoricini, ecc. A dire il vero si “cuoricinano” molto anche tra di loro e si scrivono un sacco di cose tenere.
Anche perchè povere ragazze devono fare squadra e tenersi su, perchè con “i nuovi maschi” tutto il lavoro spetta a loro. Infatti a parte pochi, rarissimi, casi di ragazzi intraprendenti, quelli che citando Cristiano Cavina “curano i loro allevamenti di babies”, tutti gli altri sono amorfi.
Il giovane maschio predatore è definitavamente sparito per lasciare il posto al maschio preda. I ragazzi guardano, fissano il loro oggetto del desiderio, ma agiscono poco.
Fanno eccezione i momenti alcolici. Infatti purtroppo, anche da noi, ora funziona come in Inghilterra e negli altri paesi del nord Europa: per amoreggiare, per sentirsi disinibiti, bisogna bere. Bere, bere, bere.
Per questo gli adolescenti si inciuccano così tanto.
Noi latini una volta eravamo almeno calienti mentre ora siamo diventati inibiti come i popoli del nord e in più abbiamo il PIL che fa schifo.
Comunque.
Il principio che governa l’agire dei nuovi maschi è “poco sbattimento” (evitare lo sbatti, è la regola numero uno degli adolescenti) quindi seguono poche regole ma precise. La prima è quella “dei tre giorni”: mai telefonare a una ragazza che ti ha dato il numero prima che siano passati appunto tre giorni, per non apparire sfigati. Poi se si fidanzano messaggiano, ma poco, praticamente solo in risposta.
Perchè tanto icontatti li tengono le ragazze.
Insomma preferiscono la reazione all’azione. Preferiscono lasciarsi fare piuttosto che fare.
Perchè? Colpa delle indipendenza, dell’aggressività e dell’intraprendenza delle ragazze? Colpa delle fanciulle cresciute con “Il mondo di Patty” e poi con le avventure di Violetta (che sembra Sofia Vergara più che una vera teen-ager)?
Sono spaventati? Colpa dell’erotismo tout-court, tv, video, rete, pubblicità, in cui sono stati immersi fin dalla materna?
Alcuni uomini della mia età confessano che da adolescenti si eccitavano guardando i reggiseni sul catalogo di PostalMarket, mentre questi nuovi uomini sono cresciuti a pane e youporn, senza il senso del proibito.
E con le immagini ubique (nelle pubblicità dei profumi, dei jeans, del deodorante, del wcnet) di una lei sexy e pantera avvnghiata a un lui muscoloso e testosteronico, sudato e depilato.
I nuovi maschietti per essere all’altezza vanno in palestra per potenziare il fisico e poi però stanno fermi per paura di sbagliare.
foto2
La settimana scorsa sono andata al Museo del Fumetto e ho visto una mostra su Tex Willer (queste sono alcune delle immagini più romantiche). Il vecchio Tex era un eroe tosto e c’erano un sacco di cinquantenni (i fan di PostalMarket) che guardavano le vecchie copertine con occhi sognanti, carichi di nostalgia, ricordando la loro infanzia e adolescenza. Altri tempi, così lontani.
Le cose sono cambiate molto, non ci sono più le mezze stagioni e neanche i machi di una volta, Ma voi cosa ne pensate?
Chi li ha fatti fuori?

Back to school

2006-09-11 at 08-31-34 (1)
Fra pochi giorni Emma inizierà il liceo classico, la foto sopra è del primo giorno di elementari: il tempo è volato.
Il suo nuovo liceo è la scuola già frequentata dalla sorella, quindi godrà delle dritte di chi è più esperto di lei. Anita invece avrà due professori nuovi e mi ha spiegato che, nel grande fratello della rete, esistono alcuni comodissimi siti per studenti, dove si possono “googlare” i nomi dei docenti per scoprirne pregi e difetti.
Manie e idiosincrasie. Crudeltà e passioni.
Mi sembra fichissimo.
Leggere profili con dettagli utili e succulenti come: “Ama le citazioni”.
“Perde il filo del discorso mentre spiega”.
“Sembra bastardo ma alla fine ti aiuta”
O anche il dettaglio che rende più felici li studenti: “Non interroga mai”
Comunque…per rimanere in tema docenti ecco una storiella, verissima, di qualche tempo fa.

Due classi vanno in gita in un Museo delle Scienze accompagnate da due insegnanti. Come sempre ci sono un po’ di ragazzini vivaci da tenere a bada, da sgridare perchè corrono nei corridoi. Non prestano attenzione, possono rovinare gli oggetti esposti. Infatti a un certo punto, vicino alla riproduzione di uno scheletro, in terra, una delle due prof trova un ossicino bianco.
Lo raccoglie, lo esamina e dà in escandescenze. Acchiappa due degli esagitati che ha appena sgridato e li accusa di aver scontrato lo scheletro e fatto cadere quel piccolo osso che brandisce, severa, mostrandolo alla collega.
Quest’ultima senza osservarlo troppo bene, senza quindi prenderlo in mano, propone di riappoggiarlo, cammuffandolo un po’, di nuovo nello scheletro esposto. Così fanno.
Poi le classi proseguono il loro giro in un’altra sala.
A questo punto mia figlia deve soffiarsi il naso e apre la piccola borsa che ha portato con sè per prendere un kleenex. All’interno trova un altro ossicino identico a quello che ha causato l’ira della prof.
Sono i biscotti di Lola che aveva messo nella borsina qualche giorno prima, per portare fuori il nostro cane. I biscottini servivano a convincere Lola a tornare, a prenderla per la gola, per farsi rimettere il guinzaglio, dopo essere stata libera di correre.
Biscotti a forma di osso. Piccoli, bianchi secchissimi, a forma di osso. Molto realistici.
Poco prima, sempre per prendere i kleenex mia figlia, inavvertitamente, ne aveva fatto cadere uno sul pavimento vicino allo scheletro!

Di nuovo a scuola!

EPSON MFP image
Da circa un mese, sono tornata a scuola.
Sono molto contenta. Per migliorare il francese frequento una mattina alla settimana e una sera al mese per un approfondimento letterario. Ho un’insegnante che mi piace molto e delle compagne di classe simpatiche. Poi la sera prima della lezione posso dire alle mie figlie: “Non posso preparare la cena, devo fare i compiti perchè domani ho la verifica”. E loro capiscono.
Sono così entusiasta di questo ritorno adolescenza fuori tempo che, un paio di settimane fa, dopo aver partecipato alla lezione serale avevo organizzato un appuntamento con Sant’. Mi sarebbe venuto a prendere e saremmo andati fuori a cena. La sera della grandine improvvisa su Milano. Entrata a scuola con un bel tramonto rosa, con i tacchi e la gonna in previsione della seratina a due, sono uscita un’ora e mezzo dopo infreddolita, senza ombrello, sotto la neve.
Forse l’improvviso cambiamento climatico, l’euforia della cena fuori o un principio di alzaheimer…è successo qualcosa che mi ha confuso.
Infatti, uscita dal palazzo dove ha sede la scuola, insieme a un paio di signore fichissime, che avevano partecipato con me all’atelier literaire, ho attraversato la strada e nel buio, mezza coperta di neve, ho scorto un auto uguale a quella di Sant’ parcheggiata proprio lì all’angolo, con le doppie frecce. Un uomo solo a bordo.
Così ho aperto la portiera e sono salita sorridente, sentendomi tanto Inés de la Fressange.
Poi ho guardato mio marito e mi sono resa conto che non era lui.
Un signore sconosciuto, gentilmente, mi aveva fatto salire. Per darmi asilo contro il maltempo? Non mi sono preoccupata di chiedere. Ho detto “mi scusi”. Lui ha riso e sono scappata via.
Non proprio lontano, solo al marciapiede di fronte dove ho telefonato subito a Sant’, che aveva parcheggiato più lontano ed era entrato ad aspettarmi nel portone adiacente al palazzo della scuola.
Quando finalmente è arrivato purtroppo l’altro signore (non era neanche male) era già sgomamto via.
Peccato, non ha potuto vedere che un appuntamento quella sera l’avevo davvero.
A proposito di incontri, per andare a scuola prendo la metropolitana e proprio ieri ho sentito questa interessantissima conversazione su un’appuntamento al buio con un uomo incontrato in rete.

(Giuro sul mio adorato cane che è tutto vero)

Per caso mi sono seduta di fianco a una coppia di amiche, sulla quarantina, in cui una raccontava all’altra di essere uscita con un tizio incontrato appunto attraverso una bacheca di annunci sul web.
La conversazione era già iniziata da un po’…
“Non era brutto, ma era molto dimesso”
“Come dimesso?”
“Un po’ trasandato, sembrava sporco di terra”
“Di terra?”
“Anche un po’ d’erba…poi mi ha detto che faceva tre lavori”
“Bene, uno che si da da fare”, l’amica, probabilmente già accasata, cercava di essere costruttiva.
“Qualcosa nelle costruzioni, poi collaborava con il comune e poi mi ha detto che aveva fatto il volontario alla Croce Rossa e poi…da un anno fa una cosa che gli piaceva molto…veste i morti”
L’amica sbianca: “Il becchino?”
“Non proprio, il becchino volontario… mi ha spiazzato…ho buttato lì che qualcuno deve pur farlo”
“E lui?”
“Ha ripetuto che gli piace molto, tantissimo”
“Ussignur”
“Ho trovato una scusa, un imprevisto, ho detto che non potevo rimanere per l’aperitivo”
“Brava!”
Sono scese alla fermata di Palestro così non ho potuto avere, purtroppo, altre succose info.

1 3 4 5 6 7 8