Il cartello dei libri scolastici


Ieri siamo andate al Libraccio, il negozio storico milanese per la compravendita di testi scolastici usati.
Così mi sono nate alcune riflessioni sul business dei libri scolastici.
Pensieri piuttosto bui: la prima sensazione è che esista un “cartello” per tener alto il prezzo dei testi. Ogni tomo ha un prezzo che oscilla dai 19 ai 30 euro e in una classe “base”, come ad esempio la prima media, sono necessari almeno 10 testi.
E i conti sono presto fatti. Spesso una materia viene sviscerata con almeno due-tre testi e poi c’è sempre l’immancabile CD.
Voglio proprio partire dall’utilità dei CD, sono così attuali che addirittura i nuovi Mac non vengono neppure prodotti con l’entrata per il CD. Oramai tutti utilizzano le chiavette USB.
(I CD sono però deliziosi da appendere, debitamente glitterati, all’albero di Natale!)
Ma dire che il libro ha in dotazione il CD fa alzare il prezzo.
Il CD poi ricopre un ruolo fondamentale nel momento in cui si vuole vendere il libro, spesso è intonso ma, all’analisi dell’addetto al negozio che lo deve acquistare, spesso manca il CD. E allora il libro non si può vendere.
A casa mia ci sono CD dei libri di scuola che vivono ormai da anni dimenticati nei vari cassetti.
Arrivano lì perchè in un pomeriggio noioso di compiti invernali, invece di studiare il nostro cucciolo sfoglia il libro, strappa il CD dalla sua bustina trasparente lo guarda, gli fa uno scarabbocchio sopra e dice:
“CD del cavolo, non serve a niente” e lo lascia vagare per la scrivania.
Poi arriverà qualcuno che lo metterà via, chissà dove non si saprà mai.

Ieri c’era una signora in fila davanti a me che comprava un libro usato. Il commesso le ha portato quello che cercava, dicendole:
“Ecco il CD quello che è qui nella sua lista”
(tutti i genitori stremati dal caldo si sventolavano con la lista dei libri)
La signora, che non era stupida, ha subito risposto:
“No, il CD non mi serve, mi dia quello senza, così spendo meno”
Allora il commesso che la sapeva più lunga di lei, ha sorriso sornione:
“No, signora vede: Come Disegnare, CD è il titolo del testo”
(Ah, la genialità perversa degli editori!) Così la poveretta ha dovuto accettare, scusandosi quasi.
Quando si acquistano i libri usati si possono naturalmente sfogliare, per verificarne lo stato di conservazione, prima di accettarli. I genitori quando comprano i libri usati sono sempre nervosi. Sarà perchè per i loro figli invece vorrebbero il meglio e non se lo possono più permettere, o perchè la trafila di acquisto è sempre lunga e si perde un sacco di tempo, per questa o quell’altra ragione l’atmosfera in questi momenti è sempre spiacevole.
Ieri al Libraccio c’era un’altra signora piuttosto tesa verso il figlio.
Quando le hanno portata una versione usata de “L’Inferno” con parecchie note a margine e anche una scritta “Amo Alessio” a biro e tanti cuoricini, suo figlio ha protestato (diranno che sono gay!) ma lei non era certo omofobica, come una iena gli ha detto che doveva solo pensare a studiare di più e che quella “Divina Commedia” andava benissimo.

Durante l’anno scolastico poi succede anche che i testi scelti, comprati e pagati a peso d’oro, siano completamente inutili. Perchè non erano proprio stati scelti dal prof che li deve usare, magari erano preferiti dal collega che ha cambiato scuola, e al nuovo prof fanno …cagare. Cioè non lo soddisfano.
Oppure il prof è stato “costretto” a sceglierlo, ma poverino non era veramente convinto.
Così vai di fotocopie, di altri libercoli da comprare in più. Qui c’è anche la beffa, perchè comprare un testo scolastico fuori tempo, è anche difficile. L’anno scorso ho impiegato un mese e mezzo per trovare un’extra testo di antologia.

Insomma se l’editoria è in crisi, ci sono sempre i testi scolastici a rimpolpare le casse. Infatti ogni anno i manuali cambiano, sono aggiornati (???) costano di più e vanno sostituiti.
E gli ebook? Troppo innovativi, troppo leggeri e soprattutto troppo convenienti. Solo in qualche istituto tecnico e scuola privata hanno deciso che invece di spaccarsi la schiena i ragazzi possono usare il tablet.
Insomma il cartello degli editori scolastici mi ricorda molto quello dei produttori di latte artificiale anzi forse c’è un patto scellerato fra loro: fare un figlio è caro, dalla culla all’università!

Gli anni bui delle medie

Ieri pomeriggio ho visto donne affannate che trasportavano teglie.
Papà con cassette di bibite.
Nonne con cestini di panini.
Tutti di corsa.
A scuola, mentre finivo di ascoltare il saggio della mia classe già la scena stava cambiando e cominciavano ad allestire per la festa. Pizzate, buffet, apericena (?) o dopocena.
Qualsiasi cosa va bene per celebrare la fine dell’anno scolastico (anche se è freddo come alla recita di Natale).
Siamo alle medie, la terra di mezzo.
Il momento meno brillante del curriculum scolastico dei nostri figli.
Alla materna erano buffi e teneri.
Alle elementari simpatici e bricconi.
Passa un attimo e sono alle medie: già ribelli.
E la seconda media è l’anno peggiore.
Mentre in prima sono un po’ spaesati, l’anno successivo i ragazzi esplodono e diventano ibridi alieni.
Tutte le diversità devono convivere.
Meravigliosi teenagers vestiti tutti con le stesse marche che affrontano il mondo armati di iPod.
Ci sono i bassetti, gli spilungoni, i bulli, le vamp e le bambinette.
Brufoli, apparecchio, trucco improponibile, capelli piastrati, vocine e vocioni, peli superflui, sopracciglia depilate ad ala di rondine, push-up ma anche ascelle puzzolenti, overdose di gel e parolacce.
Ma soprattutto guerra all’ultimo sangue fra le Belibers, fan di Justin e le 1D, le acerrime nemiche, fan degli One Directions.
E di conseguenza anche i genitori diventano strani: non si racappezzano più.
E sparano al bersaglio più facile: il professore.
Ma non bisogna disperare, le scuole superiori sono dietro l’angolo e al liceo è bellissimo: nessuno pronuncia la parola pizzata e scrive TVTTB.

P.S. Mi hanno appena fatto notare che nella lista delle tipologie ho dimenticato i rapper: è verissimo, in seconda media è pieno di rapper! Oggi mia figlia ha rappato accompagnandomi (di mala voglia) a fare la spesa al super.

Genitori vs. insegnanti

(Oggi dovrei fare il giovedì del libro ma sono indietro con la lettura e quindi sarà il venerdì del libro!)

Ieri sono stata a due riunioni di classe: una della quinta ginnasio (dove tutti i genitori erano quieti) e una della seconda media dove invece volavano i coltelli. Non espongo i motivi della discussione ma vorrei sottolineare un atteggiamento dei genitori, non quelli che ho incontrato ieri, ma trasversale (comune a tanti genitori che ho incrociato nella mia più che decennale esperienza scolastica di madre): quando ci sono problemi di disciplina, invariabilmente, le famiglie dei ragazzi turbolenti respingono ogni responsabilità e rimandano la palla agli insegnanti. I genitori difendono sempre i figli, a prescindere, accusano gli insegnanti, di essere rigidi, inadeguati, incapaci di comprendere e via così.
Questo è un atteggiamento a me incomprensibile.
Riesco a capire che sentendo accusare il proprio figlio di mancanza di rispetto, disciplina, voglia di impegnarsi in ambito scolastico il genitore possa sentirsi giudicato nelle proprie capacità educative e quindi per reazione neghi l’evidenza. E per difendersi sia pronto ad accusare e rispedire le critiche al mittente come un boomerang. Ma nessuno vuole distruggere, tantomeno giudicare il lavoro di questi genitori, non credo proprio che sia così. Forse basterebbe ammettere un momento di defaillance (nella vita di tutti ce ne sono numerosi), confusione, stanchezza e ammettere che l’errore, magari anche solo per un breve periodo, potrebbe eventualmente, stare a casa loro.
Invece no. Non accade mai.
Succede sempre solo il contrario di quello che accadeva “ai miei tempi”, quando gli insegnanti avevano sempre ragione e i genitori, se il colloquio faceva risaltare qualche pecca dell’alunno, tornavano a casa e senza proferir parola mollavano un paio di ceffoni, prima ancora di raccontare cosa avevano saputo a scuola. Sbagliatissimo. Ma allora gli insegnanti erano semi-dei, non si metteva in discussione quello che affermavano e gli studenti dovevano rigare dritto di default. Adesso si esagera nel senso contrario e penso che questi genitori che non vogliono vedere i difetti dei propri ragazzi in fondo facciano soprattutto male a sè stessi. Perchè gli insegnanti criticati e considerati inadeguati poi passano e spariscono dalla loro vita.
Mentre i figli “pirla” sono per sempre. Peggio dei diamanti. E possono fare danni a oltranza.
(Nell’escursus dalle elementari al liceo ho già visto parecchi esempi eclatanti).
Quindi non converebbe un po’ di onestà e ammettere qualche piccolissimo neo nei propri ragazzi?

L’irritante Sarah Jessica

Ieri sera sono stata alla prima di Ma come fa a fare tutto? , il film tratto dall’omonimo best-seller dell’inglese Allison Pearson. Avevo letto il libro tanti anni fa quando era uscito, la storia, molto divertente, è stata il canovaccio su cui si sono basati poi tutti gli esempi di mommy-blogging. Quindi sono andata al cinema piena di aspettative. Ma purtroppo film con la Parker protagonista è tutta un’altra faccenda.
Troppo hollywoodiano e soprattutto con la protagonista sbagliata, Sarah Jessica Parker: pessima attrice, miracolata da Sex and the City, oltre ad apparire sempre uguale a sè stessa è decisamente improbabile nella figura di madre incasinata. Magrissima, impeccabile anche quando si danna perchè ha una finta macchia di latte e cereali sul blazer. Qui si trasforma in un personaggio macchietta: ammicca e si strugge nel conciliare carriera e maternità in modo esagerato e ultra irritante. Nella pellicola ci sono varie battute divertenti, quasi tutti i personaggi comprimari sono azzeccati (anche il vecchio Pierce Brosnam se la cava) ma alla fine il plot è stucchevole, piatto, con uno scontato lieto fine. Insomma il romanzo della Pearson, ironico, ricco e profondo, è stata malamente svuotato per incontrare le esigenze di botteghino. L’unica buona notizia che ho ricavato da questa pellicola è lo sdoganamento delle calorie superflue: Sarah, la cessa non più di primo pelo, è così secca e ultra-grinzosa, con spaventevoli mani ossute da ottantenne, che ora corro a mangiarmi due bomboloni perchè, anche se sono sempre attenta alla tirannia della bilancia, non voglio rischiare di trasformarmi in una mamma emaciata e incartapecorita come come lei.

La Fata Dentina ruba

Stamattina sono stata dal dentista. Sono una delle poche persone al mondo a cui non dispiace andare dal dentista. Perchè a parte un’igienista nazista che mi faceva le pulizie dei denti in gioventù, non ho mai sofferto troppo.
Solo una volta ho avuto una brutta esperienza che non è stata propriamente sotto i ferri del dentista ma la conseguenza di una cura…

E’ successo un po’ di anni fa, quando le mie figlie erano piccole. Andavo dal dentista per mettere a posto un premolare che doveva essere “ricoperto” perchè era vivo ma ne mancava una buona parte. Ero a metà cura e avevo un provvisorio (così lo chiamava il dentista), proprio in quel periodo una mia amica londinese ci aveva invitato al mare per un fine settimana. Potevamo essere ospiti con lei e la sua famiglia in una bellissima casa a picco sul mare, alle Cinque Terre tra Vernazza e Manarola, proprio sul famoso sentiero dell’amore.
Questa casa era nel tipico stile ligure, rossa con le persiane verdi, molto grande ma costruita, un centinaio di anni fa, senza alcuna logica di comodità. C’erano vari piani con le stanze incastrate tra loro ma non collegate dall’interno. Il bagno, ad esempio, era una grandissima stanza a pianterreno ma per arrivarci bisognava uscire di casa.
La casa era circondata di ulivi e abbarbicata sulla collina.
Si raggiungeva solo dal sentiero non c’era modo di arrivare in auto quindi con spesa e bagagli era un bell’esercizio (per dirla in modo carino).
Comunque la vista era mozzafiato e il prezzo al metro quadro da salasso.
La proprietaria era un’inglese ricchissima amica della mia amica.
Le due si erano conosciute perchè la mia amica era stata la fidanzata del fratello che però, dopo un tot di anni di amore appassionato, quando la mia amica voleva accasarsi e figliare si era tirato indietro. Così la mia amica si era dovuta trovare un altro candidato, purtroppo per lei meno ricco.
Però l’amicizia con la cognata mancata era rimasta e così anche la casa in usufrutto per qualche weekend.
Sant’ e io eravamo già stati gentilmente invitati da fidanzati ed era stato molto romantico anche se scomodo.
Quell’anno invece avevamo due bambine piccole noi e tre la mia amica.
Quindi nonostante la bellezza dei tramonti eravamo tutti un po’ più stressati.
La ricca proprietaria-cognata mancata- non parlava italiano e secondo me questo l’aveva molto penalizzata nei rapporti con i muratori che avevano fatto la ristrutturazione della casa, che era stata eseguita “a capocchia”.
Nel grande e luminoso bagno era tutto in marmo ma poi in altri angoli della casa ci si era fermati alla colata di cemento armato. La camera che mi avevano assegnato aveva poi un’altra peculiarità, in un lato pavimento in cotto e muro in cemento non si incontravano, c’era un specie di lungo buco di terra, insomma una fessurona inspiegabile.
Una nicchia anche un po’ inquietante.
Quando la mia amica mi aveva assegnato quella camera però non avevo protestato perchè mi sembrava troppo maleducato. Speravo solo che durante la notte da lì non uscisse niente o nessuno.
Peccato che proprio sul muro sopra il buco ci fosse uno specchio e così la mattina dopo, stupidamente, invece di usare il filo interdentale nel bagnone di marmo l’ho utilizzato lì e zac! il mio provvisorio è schizzato proprio nel buco.
Annientata da tanta sfiga ho anche cercato di vederlo tra la terra, per riportarlo al dentista. Ma è sparito subito nei meandri della collina. E probabilmente riciclato dalla Fata Dentina.
Mi sentivo come nonna Abelarda che perde i denti: mi vergognavo e così non l’ho neanche raccontato alla mia amica.
Poi al ritorno a Milano sono andata subito dal dentista che me ne a dette di tutti i colori: vivere 3/4 giorni senza il provvisorio era stato, a detta sua, un delitto, come lasciare scoperto un organo interno!
Così mi sono cosparsa il capo di cenere e ho promesso che non sarebbe capitato mai, mai, proprio mai più.
Ho pagato profumatamente un altro provvisorio e dopo poco finito la cura.

Morale della storia:
da tempo non vado più da quel dentista e da tre anni non ho più quell’amica. E sono contenta dei miei denti.

Buon appetito?

Sto guidando verso casa, ho appena preso Emma da scuola.

“Cosa hai mangiato oggi in mensa?”

“Polpette di cacca!”

“!!???”

“Erano marroni e sembravano proprio…”, mia figlia ridacchia.

Questo è uno dei menù peggiori degli ultimi tempi, ma non esagero. I racconti sono sempre più o meno così trash. Il catering è gentilmente (si fa per dire, paghiamo 5 euro a pranzo) dalla Sodexo.

Ieri sera per addolcirci la buona notte, abbiamo sviscerato il problema in un incontro a tre: c’era anche Anita, anche lei vittima della Sodexo.

“Il brutto è che le maestre ci obbligano a mangiare”, si lamenta Emma.

“Come vi obbligano?”

“Sì, passano a guardare e dicono che dobbiamo assaggiare tutto”

“Anche le polpette?”

“Certo ma oramai sono diventata furba, per esempio il tortino di pesce…”, continua Emma. “Faccio un buco in mezzo al riso e ci infilo il tortino”

“Noi invece alle elementari mettevamo gli spinaci nei fazzoletti di carta, facevamo delle palle gigantesche. Se per sbaglio le toccavi esplodevano!” racconta Anita.

“Oppure i fagiolini, li spezzetto e li butto sotto il tavolo. I piselli invece li faccio schizzare lontano con la forchetta! E’ divertente!”, rivela ancora Emma.

Emma oramai è grande, di età e dimensioni, quindi non ho più l’angoscia della sua inappetenza. Però mi chiedo perchè i bambini devono essere obbligati a mangiare della roba schifosa.

Perchè le maestre, pur riconoscendo la qualità infima del cibo proposto, si sentono in dovere comunque di incoraggiare ad assaggiare. Non potrebbero semplicemente ammettere che il menù è ignobile?

Nella scuola elementare di Emma fino a due anni fa, c’era la cucina interna: la qualità del cibo non era quattro forchette Michelin ma buona e genuina. In questo caso insistere con i bambini perchè mangiassero poteva avere un senso. Poi, invece di rifare la cucina che non era a norma, si è preferito dare il catering in mano appunto alla Sodexo.

Ci sono i genitori delegati alla commissione mensa ma contano come il due di coppe quando la briscola è bastoni!

Anita, oggi alle medie, non è più sotto pressione, potrebbe anche digiunare. Dipende dai prof alcuni ci provano a incitare al cibo, altri se ne fregano.

Però oltre alla vergogna del servizio e al costo, mi sembra che forzare il cibo insegni i trucchi dell’anoressia. Giocare con la forchetta per far sparire i bocconi,  disintegrarli mimetizzandoli o nasconderli. Un’abilità di cui potremmo anche fare a meno. Certo non inculca il concetto di una sana educazione alimentare.

Ieri sera poi ho letto questo post, dove si vede la situazione dalla parte degli insegnanti: frittate Sponge Bob e pesce Fintus. Mi ha molto divertito, la schifezza come immaginavo ha il dono dell’ubiquità. Ma poi mi è tornato il solito dubbio, perchè siamo obbligati a finanziare questi appalti, questi catering velenosi, non si potrebbe tornare al panino alla mortadella, alla schiscetta,  al lunch box o addirittura al bento box per i più fichi e un po’ jap?

La censura poi ti cura…

E’ un momento delicato. Un momento di transizione.
Nella musica (niente paura non lo riscrivo) e nei film. Dopo anni e anni di cartoni animati, fantasy e musical, finalmente con Anita si può passare alle commedie. Credevo fosse facile, avevo anche un certo entusiasmo. Invece dopo un paio di flop imbarazzanti, ho capito che prima di guardare insieme un film (che ho visto anni fa, con occhi diversi e mi aveva divertito) adesso devo guardarlo preventivamente. Devo fare come la censura in Rai negli anni ’60.
Abbiamo iniziato a guardare insieme Love actually, che è divertentissimo, ma quasi subito, al di là del turpiloquio, c’è una scena in cui due controfigure vestite mimano una cosa che non scrivo perchè altrimenti google …in piedi contro un muro. Così abbiamo spento. Ne Il favoloso mondo di Amelie, la protagonista si chiede e visualizza quanti nello stesso momento a Parigi…facciano quella cosa di prima anche non contro il muro e se si divertano . Ho spento anche quello…Allora ho deciso di vedere i film prima nel computer. Ma quando? Quando le ragazze sono a scuola naturalmente. Perchè altrimenti si incuriosiscono e piazzano dietro alle mie spalle mentre sono davanti al video.
Però quando sono a scuola io lavoro. Allora devo farlo alla mattina mentre mi lavo i denti, mentre faccio magari la cyclette…(no, stiro solo alla sera e loro ci sono). L’altra mattina ho visto a spizzichi e bocconi Tre metri sopra il cielo e andava anche bene, per un po’. Però poi tutto questo bigiare la scuola per andare a baciarci e poi avranno anche approfondito nell’ultimo pezzo del film, mi sembrava essere diseducativo e dare troppi spunti interessanti.
Quindi ho apposto il timbro: RIGETTATO.
Stamattina ho visto un altro spezzone di un film sconosciuto pescato da Blockbuster nella zona delle offerte, si intitola Nick and Norah e all’inizio prometteva bene. Musica, band, ragazzine, ecc. Poi c’è stata una battutaccia su cose che succedono spesso anche in politica e ho dovuto rigettare anche quello.
Neanche nella Cina di Mao erano così rigidi!
La mia non è pruderie ma imbarazzo verso la volgarità a tutti costi, il doppio e triplo senso.
Per fortuna non guardiamo la tv e i film di cassetta stile ferragosto/natale a Miami, ma sembra che non ci sia scampo comunque. Dovrò tornare a Bianca e Bernie?

Proibizionismo?

All’uscita dalla scuola.
“Quando andiamo a casa posso giocare alla Play?”, chiede un bambino, compagno di scuola di Emma, alla sua tata.
“Lo sai che la mamma non vuole”, risponde la tata.
“Ma è in casa?”
“Sì”, dice la tata tristemente.
“Ma poi esce?”, incalza speranzoso il bambino.
“Fra un’ora, penso”
“Allora dopo gioco e lei non lo saprà”, con un guizzo di gioia negli occhi.
“Vabbè”
“E mia sorella, dici che farà la spia?”, ancora qualche preoccupazione da sedare.
“Non lo so”
“Speriamo…ma posso sempre ricattarla, tanto è piccola”: ghigno mini-satanico.

Siamo tutti spiaccicati come sardine davanti al portone della scuola e non ho potuto fare a meno di ascoltare. E ho alcune considerazioni: la tata è moscia e non proprio fidatissima. La mamma in questione è una che ha sempre impedito quasi tutto dalla nascita al bambino in questione: niente zucchero, niente sale, tanti divieti a 360°: dai giochi al cibo.
Posso essere d’accordo sul mangiar sano: anche a me sarebbe piaciuto allevare le mie figlie a pane e tofu, in teoria, ma non ci ho mai nemmeno tentato. Cerco di limitare i danni, fortunatamente a una piace una certa schifezza e all’altra no e così nella media mi sento abbastanza soddisfatta. Soprattutto, ora che sono più grandi cerco di motivare certe scelte.
La Play Station a casa nostra non c’è, ma abbiamo la Wii, il computer, ecc.
Questa scenetta mi ha particolarmente colpito perchè ripropone l’atavico dilemma genitoriale: come bilanciare autorità e autorevolezza. Come riuscire a imporre regole, di cui i bambini hanno bisogno, senza svaccare nel despotismo più bieco e farsi odiare, crescendo figli che appena possono cercano di fregarti (con baby sitter più o meno conniventi)?
I manuali sull’argomento piovono, dal lontano “I no che aiutano a crescere”, al più recente “Adulti senza riserva” che sto finendo di leggere in questi giorni, pesante come un esame universitario ma molto interessante.
E’ focalizzato sugli adolescenti, che non sono altro che il prodotto di tutto ciò che si è fatto vivere ai figli dalla nascita. In questo manuale infatti ci sono molti flash back che riportano i più comuni errori che si fanno con i bambini piccoli.
I nostri figli immagazzinano tutto, ogni errore viene calcolato e registrato, pronto a esserci riproposto con gli interessi. Il leit motiv di questo saggio è, appunto, la condanna ai danni fatti dal permissivismo post sessantottino, ai genitori amici, a quelli che non mettono divieti per paura di deludere e di non essere più amati. Ma per i ragazzi, soprattutto i più grandi, avere carta bianca, può essere anche comodo, ma equivale a non essere amati e sentirsi invisibili. E allora forse anche giocare alla Play non dà più quella gran soddisfazione.
La risposta a questo dilemma non l’ho ancora trovata, sono stata allevata da “non correre perchè sudi” quindi un certo permissivismo mi ha sempre attizzato. Ora che sono io a dover dare le regole, cerco di fare del mio meglio ma non sono neanche così sicura di riuscirci e voi cosa ne pensate?

L’anamnesi dei papà

Oggi Emma doveva fare una visita medica da un ortopedico. Niente di serio, solo un controllo per confermare una leggera assimetria della schiena. Abbiamo scelto come specialista il papà di un suo compagno di scuola, che conosciamo solo di vista.
Avevo parecchio da fare, perciò Sant’ molto gentilmente si è offerto di accompagnarla lui.
Stasera sono tornati a casa e mi hanno detto che va tutto bene. Dobbiamo tornare per un controllo in autunno.
Dopocena, ho chiesto qualche particolare in più sull’incontro con il medico e Sant’ mostrava un certo imbarazzo. Poi dopo un po’ mi ha raccontato come è andata veramente.
“Oggi ho fatto un po’ una figuraccia…”
“Perchè?”
“Il dottore mi ha fatto delle domande a cui non sapevo rispondere”, ha confessato.
“Tipo?”
“Mi ha chiesto quando Emma ha cominciato a camminare…e non lo sapevo…poi mi ha chiesto se era mai stata ricoverata in ospedale…”
“Ha avuto il rota virus”
“Gliel’ho detto ma ha insistito voleva sapere quando…gli ho spiegato che non ricordo mai le date…”
“Ha continuato a tartassarmi, chiedendomi se avesse fatto l’ecografia alle anche…ho detto di sì. Poi però quando mi ha chiesto se avevamo le lastre, mi è venuto il dubbio se a farle non fosse stato per caso Jack (era il nostro golden retriver) …”
“E il medico cosa ha detto?”
“Mi ha chiesto quanti figli ho e quando ho risposto senza esitazioni, si è complimentato. Alla fine gli ho detto che tu sai tutto e se voleva potevo chiamarti…se proprio voleva rovinarmi”
“E lui?”
“Ha detto di non preoccuparmi, che non erano domande importanti. Poi ha chiesto le altre cose direttamente a Emma”

Figlia felice?

Una volta, nella mia vita precedente senza prole, l’idea della pacchia della domenica mattina era quella di poltrire a letto il più possibile.

Oggi invece la prospettiva si è ribaltata: ho capito che se voglio godermela devo svegliarmi all’alba. Di solito va così: apro un occhio attorno alle 7.30, avrei ancora un gran sonno ma so che se non mi alzo sarò fottuta. Perciò con uno sforzo inumano mi trascino verso la cucina visualizzando almeno un’ora di assoluta beatitudine: cappuccio rilassato con lettura dei giornali (di ieri ma non si può andare tanto per il sottile), poi surfatina sui blog e magari un bel post, poi se vogliamo esagerare, fuga veloce prima che si alzino gli altri membri della famiglia verso la palestra. Questo il sogno. Di solito irrealizzato e irrealizzabile.

Questa la realtà di stamattina.
Appena mi sono seduta e ho infilato il mio cucchiaio nella tazza del muesli è arrivata Emma in cucina, dicendo:
“Che bello che sei sola così ti faccio compagnia!”
Sono stata abbastanza veloce nel trasformare un: “Maporcaloca!” in
“Chebellohaidormitobene!?”
E menomale perchè altrimenti mi sarei sentita una tale cacca…infatti la piccola Emma ha detto: “Aspetta ho una sorpresa!”
E’ sparita un attimo ed è tornata con questo regalo per me:
“Ma Emma è bellissimo! Grazie tesoro!”
“Come lo chiamerai?”
Ho fatto finta di pensarci un po’, poi mi sono illuminata:
“Flipper! Mi sembra il nome ideale per un gufetto, vero?”
Emma ha annuito contenta.
Tutti i suoi pupazzi si chiamano Flipper: c’è l’unicorno Flipper, il leone Flipper, l’orsetto  Flipper, il procione Flipper, il pipistrello Flipper,  il coniglio Flipper.
Invece le femmine si chiamano Guggi: la tartaruga Guggi, la giraffa Guggi, la rana Guggi.
Quando Anita gliel’ha fatto notare ghignando, c’è stata una rissa.
Sono molto orgogliosa del mio Flipper, della dinastia Flipper. Penso che Emma, nonostante sia figlia mia, abbia il dna da Mammafelice.

Manine morte

Bambini di prima media che palpeggiano furtivamente le compagne.

Le stesse che erano con loro all’asilo. Maschietti che sembrano solo bambini, non ragazzi, che dicono ridacchiando: “Ma a loro piace!”

Ragazzini che sono passati dai Gormiti alle “curve” in un colpo solo.
Manine morte che così si giustificano: “A quelle racchie piace di più!”
Come dicevano, ottanta e passa anni fa, ai tempi di mio nonno.
Adolescenti che non sono rumeni.
Sono solo ipersessualizzati, da tutto quello ci circonda.
Il discorso sarebbe vasto e molto triste.
Mamme dei maschi dovete fare qualcosa.
Mamme delle femmine dobbiamo fare qualcosa, anche solo spegnere la tv.

La compleannite

“Donna tu partorirai con dolore!”
Fosse solo questo l’anatema della maternità…nessuno ha avuto la gentilezza di aggiungere: “…e vagherai eternamente per gli ipermercati alla ricerca del regalino perfetto, quello che costa poco ma non sembra, per l’ennesimo compleanno del compagno di scuola del tuo bambino!”
Sì perchè lo dice anche l’Istat il 72% dei bambini italiani partecipa a feste di compleanno, sempre, comunque tutto l’anno. Non si scappa. In casa, all’oratorio, in giardino, in ludoteca, al cinema, ai gonfiabili, al museo, al bowling. Amplissima la possibilità di scelta, golosissimo l’indotto. A Milano, la città più cara d’Italia, una festa in un ludoteca “classe A” arriva a costare ben 360 euro. Il baby-festa-business attecchisce da subito: a un anno si è commosse e si invitano i nonni e gli amici intimi, a due inizia il walzer con gli amichetti.
A tre, si socializza alla materna e si entra nel tunnel. Sì perchè tutti i bambini festeggiano, tutti i bambini invitano. E il bon-ton dice che tutti devono invitare tutti. Per i primi anni le mamme più politicamente corrette rispettano la regola e affittano ludoteche, oratori, supplicano nonne con il giardino, si organizzano per riunire due/tre festeggiati sotto lo stesso tetto/prato.
Poi inizia la ribellione. Le maestre della materna dicono che tutti devono invitare tutti? Allora facciamo la festa a casa loro!
Cominciano le discriminazioni: solo maschi per i maschi… solo femmine… solo quelli con i capelli biondi… solo quelli che erano al nido con me…solo quelli che mi stanno simpatici…solo ariete con ascendente capricorno…
Le mamme diventano creative e politicamente scorrette. Gli inviti, così dolci e teneri, si passano clandestinamente sottobanco. Gli appuntamenti si danno sotttovoce.
Perchè è anche una questione di budget: regalino qui e regalino lì, si spende un sacco. La catena di S.Antonio dei compleanni, prevede che anche una minima schifezza di giocattolo, piena di pericolosi ftalati cinesi, non costi meno di 10 euro.
Da qui i suddetti vagabondaggi agli ipermercati di frontiera. Sì perchè tutte le mamme girano gli stessi luoghi e se si compra il Gormito in super offerta, si viene scoperte e svergognate al compleanno, con il più mellifluo dei sorrisi mammeschi, dalla genitrice del festeggiato.
Per risparmiare si fanno le cordate. Si telefona, armandosi di faccia tosta, a una mamma sconosciuta chiedendo con umile noncuranza: “Se non siete già in 20 a comprare quel pigiama di Hello Kitty, posso partecipare anch’io?”
Non è detto che la risposta sia positiva.
Si sta al gioco per paura di uscire dal giro: se B ha invitato vostro figlio al compleanno, dovete invitare B. Se rifiutate di andare al compleanno di A, questo non verrà da voi, e così via. Odiate la mamma di C, ma è il miglior amico di vostro figlio, quindi dovete invitarlo e se avete sfortuna vi toccherà contare fra gli invitati anche il fratellino. Dire basta non è facile, specialmente quando i bambini sono piccoli. Ho sentito indicare come una monatta una madre “ribelle”:
“Quella non li manda mai ai compleanni!”, commento pronunciato con il massimo disprezzo.
Poi un giorno tutto finisce. Avete organizzato una pizzata compleannesca per un gruppo di decenni. Si sono comportati così male che il proprietario dell’esercizio voleva chiamare la polizia. Improvvisamente e irrevocabilmente decidete che del bon ton dei compleanni non ve ne frega più un fico secco.
E tornate una donna libera.

P.S. Era solo un sogno: sabato festeggiamo il compleanno di Anita al bowling.

Fuori stagione

Arriva un giorno, in cui le macchie di colore, quelle di frutta e diosachealtro diventano improponibili e allora il grembiule, che era bianco e oggi è grigio/beige maculato, si butta. Arriva un giorno, in cui nell’armadio non ce ne sono proprio più di grembiuli di Emma. Arriva un giorno, in cui non ci si ricorda più dove è stato dimenticato l’ultimo superstite (in piscina, a casa di un amichetta, a ginnastica?). Allora bisogna comprare un nuovo grembiule per la scuola. Dall’alto lo vuole la Gelmini e, localmente, la maestra. Emma va a scuola con scritto “Anita” sulla schiena, perchè un giorno ero di fretta e invece di scriverlo sull’etichetta l’ho vergato direttamente con il pennarello indelebile sul tessuto (proprio sotto il collettino). Lo so che non va bene per la sua personalità. Per quel disturbino di amore/odio verso la sorella stra-brava, stra-bionda, stra-numerouno. Però a mali estremi, estremi rimedi. Dopotutto è solo per un giorno. Perchè le comprerò nuovi grembiuli. Ma non è così semplice.
Sulla carta la missione appariva lineare. Invece è si rivela un’impresa molto ardua: perchè siamo fuori stagione. Negli ipermercati quando chiedo grembiuli le commesse mi guardano con compatimento, come fossi una marziana demente.
“Ma signora, siamo a febbraio!”
In effetti il reparto abbigliamento bambini è pieno di vestiti da Power Rangers, Winx e Winnie Pooh, di grembiuli manco l’ombra. Disperata, mi rivolgo alle mamme sul marciapiede davanti all’entrata della scuola. Una madre della classe prima, si impietosisce e mi passa un numero preziosissimo. Una sartoria, naturalmente dall’altra parte della città, dove fanno grembiuli su misura, solo in cotone.
La sua bambina ha problemi di allergia e lei se li fa fare lì. In effetti nei tessuti dei grembiuli della grande distribuzione ci deve essere di tutto, fuorchè il cotone. Per questo dopo pochi lavaggi assumono colori inquietanti e cangianti. Telefono all’artigiano dei grembiuli: tempo di attesa un mese, dovrebbero vedere la bambina e vogliono 50 euro a modello!
Con gentilezza li saluto, per sempre.
Non mi resta che cercare in quei negozi, pochissimi rimasti a Milano, dove c’è “Merceria” o “Maglieria” sull’insegna e dentro vendono dal calzino alla maglia della salute, passando per il completino da neonato, di marca infima ma costossimo.
Entro speranzosa in uno di questi.
La commessa, una quarantenne dall’apparenza normale, non mi degna di uno sguardo. Sta parlando al telefono. Con il telefono fisso del negozio:
“Sì lo so che Laura è morta, ma mi è apparsa in sogno e sembrava proprio che mi aspettasse…”
“Mi scusi..cercavo dei grembiuli”
“No, no non mi era mai capitato prima..sai non è che fossimo così amiche, ma mi ha detto delle cose…sulla morte…sull’aldilà…su suo marito”
“Dei grembiuli per la scuola…”
“Guarda, ero sconvolta…ma il sogno era così realistico…”
“….grembiuli?…”
“Quant’è che morta? …nooo, saranno meno di sei mesi..”
La commessa non mi degna di uno sguardo. Che fare?
Minacciarla di una denuncia al comitato consumatori? All’associazione dei medium? Abbandonare così l’ultima chance di un grembiule per Emma?
“…sorrideva, sorrideva…come quando era viva…”
“……”
Esasperata, sto per prendere l’uscita, quando entra una vecchietta dall’aria decisa di nonna-manager. Ha in mano uno scatolone di mutande Chigi.
“Aveva bisogno signora?”
“Avete grembiuli, da bambina? Bianchi, taglia nove anni?”
“Deve esserci qualcosa in magazzino…Adele vai a vedere!”
Con mia grande soddisfazione la telefonista amica dei fantasmi, interrompe, riluttante, la comunicazione e obbedisce. Torna con due esemplari di grembiuli: bordati di rosa, un po’ leziosi. Dovrò “scartavetrarli” e mascolinizzarli prima di proporli a Emma.
Ma non faccio storie, li compro e corro fuori dal negozietto.
Poteva andare anche peggio.

Da Biancaneve a Frida Kahlo

Post dedicato alle mamme delle bambine. Ma anche a quelle dei maschietti. Considerato che in questo momento violento il concetto di prevaricazione e uguaglianza dei sessi sta pericolosamente andando a ramengo. Negli ultimi tempi ho letto almeno tre post di madri preoccupate sullo stesso tema: ma le favole classiche così politicamente scorrette, retrograde e pericolose per i neuroni delle nostre bambine, dobbiamo boiccottarle?
Quanti danni fanno, in una società già densa di Grandi Fratelli, sesta di reggiseno e veline uber alles?
Ok, ci rincorriamo tutte sugli stessi temi, ma questo mi sembra importante, fondamentale nell’educazione delle nostre figlie e quindi non una semplice ripetizione. In questi giorni le ragazze non possono nenache più uscire la sera senza rischiare e quindi riparlare di Barbablù mi sembra quasi doveroso.
Un’alternativa intelligente alle storie di principe e principesse esiste, sono i libri sulle ragazze indipendenti, sulle eroine del passato, in questa collana si trovano biografie di ragazze toste del passato, scritte per le ragazzine, dai 9-10 anni in su. Noi l’abbiamo scoperta comprando il libro sulla vita di Anita Garibaldi, perchè spesso nonne affini, dicevano ad Anita quando si presentava:
“Ah! Come Anita Garibaldi!”.
Lei mi guardava con un’espressione interrogativa e così il libro era servito per scoprire chi fosse veramente questa giovane sudamericana. Sabato invece, siamo andate a vedere Caravaggio e alla libreria della Pinacoteca di Brera, ho visto il libro della stessa collana su Frida Kahlo. Non ho resistito e l’ho comprato per Anita. Anche edulcorata la vita della pittrice messicana è proprio agli antipodi di quella della demente Biancaneve.
Si è sposata quel panzone egoista, infedele e ubriacone di Diego Rivera, l’ha amato e ha sofferto tutta la vita. Ha dipinto quadri angoscianti. Ma è una delle poche pittrici donne al mondo. Ho insistito su questo. Sulla sua forza e determinazione. Ho glissato sui quadri pieni di sangue e di strazio. Ho sperato che stanotte le mie figlie non avessero incubi. Forse il salto da Cinderella a Frida è stato un po’ azzardato e pericoloso, ma il libro lo leggeremo insieme.

1 3 4 5 6