S.O.S educazione sessuale

In inglese lo chiamano “talking about birds and bees”, il discorso sugli uccelli e sulle api. Si tratta di quella chiacchierata imbarazzante che i genitori si sentono costretti a fare dopo aver ricevuto un po’ di domande spinose a cui non possono più rispondere cambiando discorso o offrendo un gelato.

A scuola non si fa più “italiano sessuale”.
L’aveva definito così alle elementari un compagno di mia figlia. Era capitato una mattina quando la maestra di italiano, appunto, aveva cominciato a spiegare certe cose dopo aver trovato un bigliettino “scottante”.

La “Buona Scuola” ha deciso di risparmiare su questa materia e così va a finire che ragazzini e ragazzine imparano dalla rete e dai compagni.

Una volta che parlavo di un film forse troppo esplicito per la sua età, mia figlia mi ha risposto scandalizzata: “Mamma, ma io ho fatto le medie!”

Insomma l’educazione sessuale è in mano alle famiglie ed non è certo facile affrontare certi argomenti. Anche se la sessualità ci circonda con riferimenti forti, con scene ed esibizioni non troppo velate su tv, internet e pubblicità, non sempre i genitori sono pronti a dare risposte. E parlare in famiglia di sesso rimane un tabù difficile da scardinare.

Nello stesso tempo però i ragazzi sono tempestati da immagini che li spingono verso varie forme di precocità. Ci troviamo in un contesto in cui questi messaggi pervadono la mente dei nostri figli ma il loro cervello non è pronto, nella maggior parte dei casi, a elaborare quanto visto.

Ai genitori allora è chiesto di intervenire, di educare alla sessualità senza colpevolizzare e senza anticipare i tempi. È fondamentale che i genitori sappiano dare informazioni giuste al momento giusto – anche ai più piccoli, quando capitano per la prima volta argomenti sessuali e arrivano le prime domande e curiosità.

Questo tema, così attuale e spinoso, sarà affrontato il prossimo lunedì 6 febbraio, in un incontro gratuito da non perdere, alla Scuola Genitori di Daniele Novara. A discuterne con lui Silvia Veggetti Finzi, psicologa clinica e scrittrice.

Come trovare la baby-sitter ideale

La settimana scorsa ho fatto la baby-sitter per tamponare l’emergenza di un’amica. Era agitatissima, aveva avuto un impegno di lavoro improvviso e la bambina a casa da scuola con influenza gastrointestinale. Non potevo non correre ad aiutarla, anche se ero un po’ nervosa. Un po’ arruginita nel mio savoir faire con i seienni.

Invece nonostante le paure è andata benissimo, la piccola era una gran chiacchierona: ha vomitato poco e raccontato tanto. Il tempo è volato, mi sono divertita e intenerita nel sentirla parlare delle cose che le stavano più a cuore.

Ma cercare la persona giusta, a cui affidare i propri figli, quando si deve tornare al lavoro dopo la maternità o risolvere problemi di gestione familiare, può essere una ricerca molto frustrante.
A casa mia come baby-sitter hanno funzionato meglio le ragazze giovani, le studentesse universitarie. Infatti occuparsi dei piccoli è uno dei lavori più adatti a chi sta continuando a studiare. Le ragazze piacciono molto ai bambini, perchè hanno energia e ancora voglia di giocare. Poi accontentano anche i genitori perchè riescono anche a dare una mano sui compiti ed eventualmente a insegnare una lingua straniera.

Anche dai dati di Sitter-Italia, sito specializzato nella ricerca online di babysitter, (primo in Italia per numero di iscritti) su un totale di oltre 280.000 babysitter iscritte al sito, risulta che ben il 34% sono studentesse.
Nella mia esperienza sono stata fortunata perchè ne avevo incontrata una così brava e simpatica, che un’altra mamma, vedendola all’opera ai giardinetti, le aveva anche fatto una proposta per rubarmela. Ma lei fortunatamente non aveva abboccato!

Trovare la baby-sitter giusta e fidata infatti è come scovare un tesoro: può cambiare veramente la vita della famiglia. Per questo il servizio di Sitter-Italia, che funziona in tutto il territorio nazionale, è prezioso. Ma anche facile e immediato.
I genitori possono registrarsi per la ricerca della babysitter nella loro zona di riferimento. E se individuano varie candidate possono visionarne le foto, il curriculum, la disponibilità, le lingue parlate, le eventuali referenze. Poi mettersi in contatto per appronfondire e capire se si tratta della persona giusta.

Interessante anche il servizio ‘Genitori in contatto’, cioè la possibilità di condivisione della baby sitter con altre famiglie che vivono nella stessa zona. Oppure di conoscersi e fare gruppo tra genitori per occuparsi a turno dell’accudimento dei bambini, risolvere i problemi di trasferimento o gestione del doposcuola. Tutto ciò pensato in una sinergia di supporto alla quotidianità della famiglia e di risparmio in termini di tempo e denaro.

Per genitori e baby sitter la registrazione su Sitter-Italia è gratuita, così come la risposta alle domande e alle offerte di lavoro, poi è possibile essere i primi ad attivare contatti diretti grazie ad un abbonamento Premium.

(post scritto in collaborazione con Sitter-Italia)

Gli smartphone non sono una babysitter

Questo post sarà impopolare però credo che valga la pena diffondere certe notizie.

Una decina di giorni fa sono stata invitata a una conferenza di psichiatria sulle depressioni e fra i temi affrontati c’era anche il cambiamento della nostra struttura cerebrale provocata dall’uso intensivo di strumenti tecnologici.

Sotto il titolo “Google ci ha cambiato il cervello” sono state affrontate varie problematiche connesse all’utilizzo dei vari device. E mostrate slide impressionanti su come il nostro cervello è mutato negli ultimi anni.

E’ stato ripetuto l’invito a non abusare dei nostri smartphone e tablet prima di addormentarci perchè, come è risaputo, la luce blu degli  apparecchi tecnologici inibisce la produzione di melatonina e interferisce con la qualità del nostro sonno.

Ma noi siamo adulti e possiamo farci del male in modo consapevole mentre un allarme è stato lanciato per quanto riguarda l’utilizzo della tecnologia come baysitter per tenere calmi i bambini.

Le statistiche riportate dicono che i bambini, i nostri poveri nativi digitali, iniziano piccolissimi (lo utilizza il 20% a meno di 1 anno, il 27% a meno di 2 anni, il 54% a meno di 3 anni). Questo fa malissimo perché provoca e amplifica i disturbi del sonno, predispone ad assuefazione e crea per danni comportamentali nella crescita.

Certo, è comodo piazzare in mano al proprio figlio qualcosa che lo incanti, gli impedisca di interagire troppo e dare fastidio. Però non bisognerebbe farlo, almeno fino ai tre anni.

Una volta i bambini si parcheggiavano davanti alla televisione, non era il massimo, ma era un’abitudine decisamente meno dannosa.

Oggi l’assuefazione agli smartphone è fortissima: piccolini in passeggino che giocano con il cellulare si vedono ovunque. Bambini inebetiti con il tablet al ristorante sono oramai una consuetudine.

Poco tempo fa in un bar ho visto una bimba sui due anni che faceva un capriccio, urlando attaccata alla gamba del papà, che non le prestava attenzione perchè parlava con un amico.

Pensavo che la bimba volesse un dolce, una coccola, essere presa in braccio…invece a un certo punto il padre stanco delle urla ha tirato fuori dalla tasca lo smartphone e gliel’ha passato.

Così la piccola tossica tecnologica si è calmata e con le dita grassotelle ha cominciato a giocare, finalmente felice.

E chissenefrega se, come sospettano gli psichiatri, il suo cervello subirà mutazioni!

Le vie del marketing sono infinite…

Le figlie devote possono fare tante cose per aiutare la famiglia, ma la storia di questa ventenne che ha deciso di mettere all’asta la sua verginità per aiutare i genitori a ricomprare la casa di Seattle, distrutta in un incendio e non assicurata, mi puzza di abile manovra marketing per rendere più “preziosa”, cioè più cara, la merce.

Perchè di mercificazione si tratta e anche della peggior specie.

Per attuare il piano i genitori sono rimasti a vivere nell’edificio bruciato mentre la figlia ha traslocato, dalla vecchia abitazione a pezzi nello Stato di Washington, a una casa d’appuntamenti nello Stato più liberale del Nevada (dove i bordelli sono legali) per aspettare il fortunato e ricco cliente ideale.

La povera illibata ragazza attende da un anno l’acquirente giusto ma adesso pubblicizzando il suo sacrificio filiale, urbi et orbi,  certamente le quotazioni saliranno.

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Katherine Stone@Twitter

Mentre medita a chi mollarla il prezzo è arrivato a circa  400.000 dollari.

Provo tristezza, stupore ma anche una certa pratica perplessità.

Ma perchè non “l’ha messa” su Ebay?

In questo mondo altamente tecnologizzato sarebbe stato più facile e comodo: niente spese di viaggio, zero critiche dei benpensanti (devi farlo per amore, non per amore dei soldi!)

Soprattutto avrebbe evitato la noia di dover vivere vergine in un bordello del Nevada per un anno.

Poi mentre la loro figlia aspetta di essere acquistata dal miglior viscido acquirente, cosa fanno i genitori? Scelgono le nuove piastrelle? Confrontano i prezzi del parquet?

Questa squallida vicenda aprirà forse un nuovo interessante orizzonte sia nel mercato immobiliare che nelle polizze antincendio.

E degradazione nella degradazione, sono sicura che alimenterà comparsate televisive super trash, ispirerà un memoir a luci rosse e forse diventerà anche un film.

Il nido (mezzo) vuoto

Siamo state assieme per vent’anni (sì, perchè l’ho conosciuta alla prima ecografia, che cadeva giusto in questi giorni, nel lontano ’96 quando era lunga neanche una decina di centimetri) e ieri Anita si è trasferita in una residenza universitaria a Pavia per studiare medicina.

Sono felicissima per lei e l’ho molto incoraggiata in questa scelta di autonomia ma oggi mi sento un po’ strana. Sarà la sindrome del nido vuoto?

Leggendone i sintomi penso di non essere ancora in pericolo, anche perchè il nostro di nido non è vuoto, c’è Emma ben felice di allargarsi e duplicare il suo spazio.

E poi c’è Lola, la sorella pelosa, che era un po’ ansiosa quando ieri ha visto parcheggiato nel corridoio il bagaglio di Anita che stava per prendere il volo. I bagagli significano vacanza e potrebbero anche significare pensione per cani, ha pensato Lola con preoccupazione.

Ma vedendo che, a parte Anita, il resto del branco era rimasto a casa, se n’è fatta una ragione.

Però oggi pomeriggio mi sono quasi stupita di non vedere la mia primogenita tornare da scuola. Ho aperto la porta della sua camera, ho guardato i pupazzi solitari di fianco al letto e ho capito che qualcosa é decisamente cambiato. Il mio bebè, oramai di una certa età, si è dileguato, ha intrapreso la sua strada. Dopo un’estate di studio e più di un mese di test, con uno stress che neanche gli Hunger Games, è stata bravissima ed è riuscita a raggiungere il suo obiettivo.

Qualche giorno fa mentre cercavamo insieme un certificato utile e obbligatorio per la sua nuova vita, ho preso il dossier “Anita”, il faldone dove avevo catalogato tutti i suoi documenti, letteralmente dalla nascita in poi.

Infatti ho trovato la cartelletta di dimissione dall’ospedale, il braccialetto con la quale è stata identificata e poi anche il foglio della pediatra che mi scriveva come fare il primo brodo di verdura….e commossa glieli ho mostrati mentre lei mi chiedeva impaziente:

“Ma allora il test di Mantoux, l’ho fatto o no?”

“Vedi, poi ho aggiunto anche la patata e la zucchina…”

“Quindi devo cercare dove lo fanno questo test e trovarlo subito!”

“Sai…tu non hai mai fatto storie con la pappa!” e mi sono asciugata una lacrimuccia, senza farmi vedere. Poi ho buttato via la ricettina, mentre lei googlava veloce tra i centri diagnostici della città.

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Felice nella sua nuova abitazione!

Alla Scala i bambini entrano gratis…o quasi

Non è mai troppo presto per godere di un’esperienza unica come una visita al Teatro alla Scala: anche i più piccoli possono apprezzare il fascino della musica e l’atmosfera magica del nostro meraviglioso tempio della cultura considerato invece troppo spesso inaccessibile.

Anche in questa stagione riparte un’importantissima (e superconveniente) iniziativa dove i minori di 18 anni possono entrare con un biglietto al prezzo simbolico di € 1 per assistere a due opere e/o cinque concerti espressamente pensati per il pubblico più giovane.

Sull’onda dell’entusiasmo della Prima de “Il ratto dal serraglio per i bambini” di Wolfgang Amadeus Mozart, che ha inaugurato la Stagione 2016/17 dei “Grandi Spettacoli per Piccoli”, il Teatro alla Scala offre ai piccoli spettatori e ai loro accompagnatori un’altra giornata di visite guidate gratuite con un piccolo momento musicale a cura degli allievi dell’Accademia Teatro alla Scala al termine.

Domenica 16 ottobre dalle 14.30 alle 17.10 sono previsti 12 turni di visite guidate che permetteranno di conoscere l’affascinante struttura e storia del Teatro più famoso al mondo: si partirà dall’ingresso nella sala del Piermarini per proseguire nella buca d’orchestra e sul palcoscenico passando poi in rassegna i palchi storici, incluso il palco centrale. La visita durerà circa 50 minuti e sarà coronata da un breve concerto con gli artisti dell’Accademia.

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La prenotazione è obbligatoria e possibile dal 10 ottobre fino a esaurimento posti (tel. 02 43 35 35 51)

P.S. Ogni bambino deve essere obbligatoriamente accompagnato da un maggiorenne.Ciascun adulto può accompagnare fino a tre bambini.

Gilmore girls – Una mamma per amica

Più o meno otto anni fa, dopo poco tempo dall’apertura del blog, ho cominciato (come tutti i blogger sfigati alle prime armi) a googlare “extramamma” per scoprire in che ranking mi mettesse il motore di ricerca. Ed era molto frustrante perchè i primi link che trovavo era tutti su “una mamma per amica…episodio…blah blah…”.
Non guardo molto la Tv, anzi quasi per niente, quindi non mi sono soffermata per sapere chi fosse questa madre, che arrivava sempre prima di me. Ho archiviato il caso, sperando di salire nel ranking…
Non ci ho più pensato, sono salita e poi sono ridiscesa…ho dimenticato quel titolo…

Fino a quest’estate, quando Emma mi ha invitato a guardare con lei una serie su Netflix intitolata Gilmore Girls, l’aveva scoperta grazie a una ragazza americana che seguiva su instagram.
Abbiamo cominciato a seguire insieme una sera di luglio le avventure di Lorelai e Rory Gilmore e non ci siamo più fermate.
Nella prima stagione Rory aveva sedici anni, proprio come Emma: tutto molto coinvolgente e divertente.
Come una droga, tutte le sere dovevamo avere la nostra dose: avevamo sette stagioni e ci siamo abbuffate. Abbiamo schifato tutte le altre produzioni, ho abbandonato Orange is the new black, Emma ha smesso di vedere Suits e The 100. Per noi esisteva solo Stars Hollow.
E finalmente ho capito che Una mamma per amica era il titolo italiano!
Un bel giorno abbiamo scoperto che è prevista una rentrée quattro nuove puntate a novembre e allora ci abbiamo dato dentro alla grande: anche quattro episodi al giorno, prima e dopo i pasti, come le medicine.
Parliamo di Lorelai, Chris, Rory, Paris, Emily Gilmore, Luke, Kirk (il mio preferito) come fossero nostri parenti.
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Rory ci sta un po’ antipatica, odiamo Taylor, adoriamo Michel e vorremmo accarezzare Paul Anka.
Abbiamo perso completamente il contatto con la realtà.

Quando a Londra ho avuto il mio giorno nero di scimmia per l’assuefazione al caffè mi sono sentita più che mai vicina a Lorelai.
Ho scoperto il suo blog e voglio anche comprare il suo libro.
Nel frattempo ho trovato citazioni e foto di Una mamma per amica-Gilmore girls sulle pagine FB di madri che conosco, l’unica che se l’era persa ero io!
Quello che adoro di questa serie sono i dialoghi, ironici e intelligenti. Caratteristiche molto difficili da trovare in altre produzioni.
Adesso stiamo finendo, in dosi omeopatiche, solo con un episodio al giorno, la settima e purtroppo ultima stagione. Ieri pomeriggio (mentre stavo pensando che vorrei che Lorealai tornasse con Luke) è accaduto il miracolo, ho visto su instagram la foto del bar Luke’s.

Come la bambina che non vuole arrendersi all’idea che gli unicorni non siano veri, mi sono emozionata e ho pensato:
“Oddio ma allora esiste veramente!”
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Poi ho fatto un reality check e ho scoperto che ieri era l’anniversario del primo episodio di Una mamma per amica, il 5 ottobre ben sedici anni fa, e Netflix per promuovere i nuovi episodi, che andranno in onda il prossimo 25 novembre, ha “trasformato” 200 locali, (in USA e in Canada) in Luke’s Diner e l’affluenza è stata massiccia (perchè in fondo tutti vorremmo credere agli unicorni!)

Nessuno esca piangendo

I bambini nascono prima nella testa e poi nella pancia.
Infatti spesso si sceglie il nome del proprio figlio ancora prima di rimanere incinta, ancora prima di sapere se sarà maschio o femmina.
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Così ha fatto anche l’autrice di questo struggente memoir che ha aspettato la sua bambina sognata, Caterina, per molto tempo. Tanto da farla diventare un’ossessione, l’ossessione del suo desiderio di maternità. In Nessuno esca piangendo con una scrittura limpida, coraggiosa e molto coinvolgente Marta Verna, medico specializzata in ematologia e oncologia pediatrica, racconta il suo cammino accidentato alla ricerca di un figlio (anzi di Caterina che non è mai arrivata), gli esami, le visite, i tentativi, le cure ormonali, le procedure di fecondazione, le emozioni e i fallimenti.
Un bambino può essere un collante per una coppia ma anche la mina che fa scoppiare la complicità, che logora l’unione e l’amore. Per Marta e suo marito Fabio è stato così: quando si desidera un figlio, non si può tornare alla dimensione precedente. A quando questo pensiero non esisteva. Nel bene e nel male la ricerca di un figlio cambia tutto, per sempre. Marta Verna nel suo memoir racconta i problemi matrimoniali, l’amore e il dolore, mischiandoli alla realtà del suo lavoro: nella mente il sogno della maternità e nella realtà il contatto quotidiano in corsia, con altre madri e padri che si sono rivolti a lei come medico, perchè guarisse i loro bambini gravemente ammalati.
Ne ha salvati e ne ha visti morire altrettanti: pazienti piccoli indifesi e coraggiosi. Bambini che facevano finta di non stare poi così male per non preoccupare i genitori. Storie che commuovono fino alle lacrime, ma nelle sue pagine Marta Verna non fa sconti al pietismo e non ci sono eccessi sentimentali. C’è solo la vita raccontata nella sua verità, che a volte anche nei momenti più drammatici riesce a stupirci con la sua poesia.

«E se ne andò. Senza rumore, impercettibilmente, con la delicatezza della ballerina che non sarebbe mai diventata. La madre guardò la propria madre e parlò, per la prima volta in nostra presenza nel loro dialetto.
Nessuno deve uscire da questa stanza piangendo. Ci sono delle creature là fuori che non devono sapere. Chiama il parroco e digli di suonare le campane a festa. Devono suonare a lungo.»

Ritratti di nascita

Un po’ di anni fa, quando lavoravo a Visto, il fotografo del giornale aveva chiesto a una collega grafica, molto incinta, se poteva fare un servizio fotografico del suo parto. La risposta era stata negativa e anche un po’ scandalizzata.

Ora la sensibilità è cambiata molto e le foto che documentano i primi istanti della vita di un bambino sono considerate materiale prezioso. Negli Stati Uniti è diventato di moda ritrarre il miracolo della nascita, infatti questo reportage ha commosso mezzo mondo, ripreso da molti giornali.

La madre è una fotografa che però nei momenti più cruciali del parto (naturale) si è fatta ritrarre dal marito e dalla madre, un compromesso famigliare perchè durante i momenti del travaglio si soffre e si odia il mondo intero, fotografi compresi.

Poi la gioia di vedere il proprio bambino e poterlo stringere fra le braccia fa dimenticare questi momenti e i ritratti di nascita servono proprio per questo: fissare per sempre frammenti speciali di vita pieni di emozione e felicità. Ovviamente questo tipo di reportage è molto più indicato con un parto cesareo perchè il bambino è più bello, non raggrinzito e stravolto dalla fatica di sgattaiolare fuori del grembo materno, e la mamma più tranquilla dopo l’epidurale.

Se volete saperne di più e vedere altre immagini meravigliose, questo è il sito del primo fotografo italiano che si dedica a questi specialissimi reportage.

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Foto Fabrizio Villa

Merendine con olio di palma: attenzione!

Qui fare un post é un’impresa eroica. La connessione è molto umorale, va e viene a seconda delle influenze astrali, l’unico posto dove “prende” bene é di fianco alla porta del bagno. Sará un messaggio? Vorrá dire che i mie post fanno…

Quindi attenendomi a questo suggerimento celeste, mi limito a riportare un link di Altroconsumo, a mio parere molto interessante, su una petizione per fare chiarezza sull’utilizzo dell’olio di palma nei prodotti alimentari per bambini e adolescenti.

Buona Merenda a tutti 😱😱😱

In becco alla cicogna

Desiderare un figlio e crescerlo nella testa e nel cuore prima che nella pancia. Perchè la pancia rimane ostinatamente vuota, nonostante si provi e riprovi.

Con tutti i metodi: prima a casa propria, declinando i tentativi in varie tappe sempre meno divertenti. (Dal fare l’amore, a voler farsi inseminare a tutti costi, quel dato giorno a quella certa ora, per beccare l’ovulazione). Poi in ospedale, dove inizia il percorso stressante della procreazione assistita. Un cammino emotivamente e fisicamente pesante che spesso però fa nascere una grande solidarietà tra le donne che sognano di diventare madri.

Eleonora Mazzoni, attrice e scrittrice, ha vissuto questa esperienza sulla propria pelle e ne ha preso ispirazione per il suo primo romanzo Le Diffettose, da cui è stato tratto anche un bellissimo spettacolo teatrale.

Mentre ora con questo nuovo libro, nato dalle lettere ricevute dalle tante donne che sognano un bimbo e stanno percorrendo la strada della procreazione assistita,  Eleonora Mazzoni fa chiarezza su questo percorso, di cui si discute tanto nei media ma in modo confuso e spesso accusatorio.

Tra le pagine di In becco alla cicogna, in uno stile divulgativo ma molto coinvolgente, vengono analizzate tutte le problematiche che una donna deve affrontare nella ricerca di un figlio. Oltre alla postfazione con l’autorevole opinione di Carlo Famigni, ci sono interessanti ed eccentrici excursus storici sull’origine delle pratiche di fecondazione artificiale.

Tutti sanno che la prima bimba nata in provetta fu Louise Brown nel 1978, ma il primo caso di inseminazione fu “un esperimento” dell’abate Lazzaro Spallanzani che negli anni’70 del 1700 rese madre, di tre cuccioli, una barboncina. Non vi racconto come fece a procurarsi il seme del padre barboncino, ma vi lascio immaginare la strategia.

Un altro fatto sconosciuto riguarda la scoperta delle gonadotropine (fatta attorno al 1950 dall’azienda farmaceutica Serono), sostanze che servono a stimolare la produzione di ovociti. E dove si trovano in abbondanza le gonadotropine? Nella pipì delle donne in menopausa. Così Pietro Bertarelli, a quei tempi capo dell’azienda, ebbe una trovata geniale: una grande quantità di questa urina si poteva reperire nei conventi, nella pipì delle suore. Meglio se in clausura, così non c’era neppure il pericolo di contaminazioni con infezioni sessuali. Le monache accettarono di buon grado e così la Serono potè commercializzare i primi farmaci per favorire il concepimento.

Alle terme di Sirmione per imparare a mangiare sano

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La notizia è stata rilanciata anche oggi, l’obesità infantile continua a diffondersi, e un bambino sovrappeso sarà un adulto con parecchi problemi di salute. Se ne parla molto ma spesso le mamme per timore che i figli non crescano abbastanza, per la fretta o semplicemente per mancanza di informazioni veritiere, non riescono a arginare l’aumento di peso dei propri bambini. Per aiutarle a capire meglio i meccanismi di nutrizione alle Terme di Sirmione, venerdì scorso è stato organizzato un evento molto utile e importante, aperto ai genitori, al quale sono stata invitata.

Tra i relatori c’era la nutrizionista Anna Villarini che con grande chiarezza ha illustrato tutti gli errori da non fare in cucina e soprattutto al supermercato dove è importantissimo imparare a non buttare nel carrello le confezioni troppo in fretta ma leggere con attenzione tutte le etichette dei cibi. Impararne il gergo, volutamente vago e utile a confondere chi compra (bevanda alla frutta, bevanda di frutta, ecc). Un esempio eclatante è rappresentato da tutti i nomi usati per definire lo zucchero. E verificare soprattutto quei prodotti che publicizzano grandi doti (superlight, abbondanza di vitamine, ecc),  guardare l’ordine in cui sono elencati gli ingredienti (per conoscerne la percentuale presente nel prodotto) e cercare, con un fiuto da detective, la presenza di conservanti e coloranti. Non credere di essere in salvo acquistando bio o integrale, ma verificare, leggere, valutare!

Per allegerire un po’ il clima di terrore che aleggiava fra i genitori che, per togliersi un peso dalla coscienza stavano per confessare acquisti compulsivi di merendine, è intervenuta anche Tata Lucia che, come sempre, ha consigliato la gestione famigliare con pillole di buonsenso d’antan.

L’impegno delle Terme di Sirmione per combattere gli errori nutritivi non si ferma alla dieta infantile. Si offre un servizio di consulenza a 360° per grandi e piccini e infatti tutti i menù degli stabilimenti termali sono stati rivoluzionati con la consulenza di Anna Villarini nell’ottica di un’alimentazione più sana e light modulata per ogni esigenza di età. In sinergia con questo cambiamento c’è la possibilità di un check-up con una visita antropometrica per valutare peso, massa grassa, massa muscolare.

Quando è arrivato il mio turno sono entrata nello studio della dottoressa tranquilla e baldanzosa, vegetariana e maniaca del fitness, che paura dovevo avere? Pensavo si trattasse di una semplice pinzatina nel braccio.

(Ero rimasta alla plicometria degli anni 90!)

Quando invece sorridendo la giovane dottoressa mi ha indicato la bilancia, le ho risposto che non mi pesavo da due anni e la ciccia la valutavo dagli abiti. E poi comunque la mia religione mi faceva pesare la mattina a digiuno, nuda, dopo essere andata in bagno. Tenendo per precauzione anche le dita incrociate. Non certo alle 19,15 dopo uno snack al buffet!

“Peccato!”, ha detto lei.

E mi ha indicato la bilancia, che non era una vera bilancia ma un apparecchio  elettronico, dove toccando certi tasti si potevano carpire le magiche informazioni sulla composizione del mio corpo, ciccia recondita compresa. E allora ho avuto un picco di coraggio, mi sono spogliata in fretta e sono salita sulla bilancia in mutande, impavida, a schiacciare tastini.

E pffiuuuuu è andata bene!

Massa grassa, muscoli, localizzazione ciccia, tutto nella norma. Il punto vita è un po’ larguccio ma pazienza. Dopo ero così sollevata che non ho neanche chiesto i consigli nutrizionali che invece sono il corollario della visita.

 

Unlearning: un film per cambiare la vita

Quante volte frustrati dalla routine, dai contrattempi, dagli imprevisti o anche solo dalla stanchezza, abbiamo pensato di cambiare vita, di lasciare tutto e rivoluzionare modi e abitudini? Poi per pigrizia, paura del cambiamento, vigliaccheria, facciamo finta di niente e continuiamo con il solito tran-tran, affrontando magari solo qualche piccola modifica.
Invece c’è chi con coraggio ha veramente mandato all’aria la vita metropolitana e l’incasellamento nelle abitudini per provare a vivere diversamente. Seguendo un ideale, un po’ come si faceva nell’ottica frickettona degli anni’70. E dall’esperienza è nato Unlearning, un film documentario che sarà possibile vedere presso lo Spazio Oberdan a Milano dal 27 maggio al 3 giugno.
Il viaggio di una famiglia, Lucio, Anna e Gaia, attraverso ecovillaggi, comunità, famiglie itineranti per conoscere chi ha avuto il coraggio di cambiare. Sei mesi di viaggio al costo di poche centinaia di euro: per realizzare il progetto la famiglia ha usato il baratto, scambiando competenze, casa, oggetti, tempo. Senza un’autovettura a disposizione hanno dovuto arrangiarsi con l’autostop, percorrendo così oltre 5000 Km in compagnia di sconosciuti. Hanno vissuto ogni nuovo incontro come una possibilità, imparando a lasciare a casa paranoie, retaggi culturali imposti, prestandosi a dare una mano nei modi più disparati per ottenere vitto e alloggio e vivendo ogni occasione per crescere come famiglia, per capire davvero cosa conti in una squadra per definirsi tale.
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Un documentario sulla fiducia, su un’Italia di uomini, donne e bambini che, all’omologazione, hanno risposto facendo della propria esistenza un inno alla diversità per aprirsi al cambiamento.
Lucio, sua moglie Anna e la piccola Gaia Basadonne sono i tre protagonisti di Unlearning che racconta in modo semplice e diretto l’esperienza di una famiglia come tante che un giorno ha deciso di provare a vivere in modo diverso.
«Otto ore di lavoro al giorno a testa, bambina a scuola fino alle quattro del pomeriggio, babysitter…. Quando arriva il momento più importante della giornata, la cena, ci ritroviamo sfiniti a parlare di mutuo e bollette, organizzando un’altra giornata di sopravvivenza», ha dichiarato Lucio.
«Questo è il modello comune che finora abbiamo vissuto, che ci confina in uno stile di vita che a nostra volta stiamo trasmettendo ai nostri figli come assunto di verità. Ma se lasciassimo la religione del comfort per condividere i tempi, gli spazi, le logiche e i meccanismi di relazione con chi ha un concetto diverso di famiglia?»

E mio figlio lo chiamo come un filtro di Istagram

Mentre noi, in Italia nel 2015, siamo stati banali e nella top ten dei nomi più gettonati per i bambini abbiamo scelto Sofia, Giulia, per le femmine, Alessandro e Leonardo per i maschi, negli Stati Uniti i neo genitori hanno osato di più e si sono lasciati trascinare dalla fantasia. I più hipster hanno battezzato i loro pargoli con i nomi dei filtri di Instagram. Quelli da usare per migliorare le foto, renderle più luminose, sature o anche a effetto seppia.

A me Instagram piace un sacco e posso capire anche l’entusiasmo di chi lo usa, ma farsi ispirare per il nome del bambino mi sembra un’opzione un pochino azzardata.

Sembra follia, invece è vero. Circa 300.000 genitori hanno voluto omaggiare il loro filtro preferito e così i bebè si chiamano Lux, Valencia, Juno, Reyes, Ludwig (questo andrebbe anche bene), Amaro e Willow.

Per i neo papà e mamme più tradizionali i nomi preferiti rimangono Sophia e Jackson, ma i nomi mutuati da Instagram stanno facendo tendenza alla grande. Nel 2014 c’è stato un incremento di nomi-da-filtro del 75%.

Se poi per questi bambini l’adolescenza sarà turbolenta, non sarà neanche necessario dare la colpa agli ormoni, basterà colpevolizzare l’idiozia dei genitori.

Forse la prossima tappa sarà chiamare i figli con il nome della capsula nespresso preferita: Volluto, Livanto, Arpeggio, Rosabaya e Bukeela.

Festa di Primavera e caccia al tesoro benefica

Come ho già scritto, quando posso faccio la volontaria alla Clinica De Marchi e sabato prossimo 14 maggio, parteciperò alla (grande) Festa di Primavera che si svolgerà nel cortile interno della clinica per poi estendersi nei bellissimi Giardini della Guastalla.
Il tema conduttore della festa è l’educazione alimentare e la madrina della giornata sarà Benedetta Parodi. Oltre a lei saranno presenti anche altri personaggi fra cui anche l’astronauta Paolo Nespoli e l’apetta un personaggio di Colorado Caffè molto amato dai bimbi. La festa inizierà alle 10:30 con la Fanfara dei Carabinieri e durante l’evento sono previsti vari momenti. Una caccia al tesoro che si svolgerà presso i Giardini della Guastalla: i bambini, divisi in squadre, dovranno trovare gli ingredienti per fare una pizza. Poi tornati in cortile, impasteranno una pizza e la cuoceranno nel forno attrezzato. Poi ci saranno laboratori di cucina, di pittura, l’angolo di micro magia, il trucca bimbi. E ancora la partecipazione dei cani della scuola Italiana cani salvataggio (SICS) per momenti di pet therapy e personaggi di Cosplay della Marvel (uomo ragno, Ironman…). E merenda a volontà con una macchina per lo zucchero filato e una per i popcorn.  Vi aspetto 🙂

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