Torta alla mandorla e cioccolato senza cottura

Per festeggiare il compleanno di Emma ho pensato di preparare questa golosissima torta al cioccolato. È estremamente facile da cucinare, non richiede molti ingredienti, né tanto tempo e soprattutto è perfetta per tutti gli amanti del cioccolato. Inoltre, come al solito, è una ricetta sana, ma approvata con entusiasmo anche dai più scettici nei confronti dei cibi salutari.
La base è croccante e leggermente salata, il cuore morbido e cremoso e il tutto è ricoperto da una ricca ganache al cioccolato fondente.

Ingredienti:
Per la base
– 170g di mandorle tostate
– 200g di datteri Medjool denocciolati
– 25g di cacao in polvere
– un pizzico di sale
Strato alla mandorla
– 250g di crema di mandorle
– un cucchiaio di sciroppo d’acero
Ganache
– 250g di cioccolato fondente
– 100ml di latte di cocco
– un cucchiaio di olio di cocco

Alcuni degli ingredienti

Preparazione
1) Ricoprire una teglia tonda o rettangolare di carta da forno.
2) Preparare la base sminuzzando nel mixer le mandorle, i datteri e il cacao.
3) Lavorando la pasta ottenuta con le mani spargerla nella teglia cercando di formare uno strato uniforme. Mettere da parte la teglia con la base.
4) In una ciotola, mischiare il burro di mandorle allo sciroppo d’acero. Spalmare il mix sullo strato di base della torta. Mettere la teglia nel freezer per far solidificare lo strato centrale.
5) In un contenitore adatto al forno a microonde, versare il latte e l’olio di cocco (quest’ultimo a temperatura ambiente). Scaldare nel forno a microonde finché non si scioglie completamente l’olio, senza far bollire.
6) Sminuzzare il cioccolato in una ciotola e versarci sopra il latte di cocco caldo con l’olio per far sciogliere il cioccolato. Mescolare bene e lasciare da parte per un paio di minuti, coprendo con un foglio di pellicola.
7) Assicurarsi che il cioccolato sia completamente sciolto mescolando con una frusta. Se necessario scaldare ancora un po’ in forno a microonde.
8) Una volta ottenuto un composto liscio e omogeneo, rimuovere la teglia dal freezer e versare il cioccolato sullo strato alla mandorla. Aiutandosi con un cucchiaio, stendere bene il cioccolato nel modo più uniforme possibile.

Voilà! Rimettere nel freezer per qualche minuto, affinché tutti gli strati possano solidificarsi, poi servire fredda.

Il prodotto finito

I primi due strati

La base (non molto fotogenica!)

Si può conservare nel frigorifero per un paio di giorni. Se si ha intenzione di mangiarla più avanti, cosa che penso non succederà, si può conservare nel freezer fino a un mese.

Lasciati andare

Finalmente una commedia italiana brillante, originale e soprattutto non volgare. Una perla rarissima nel panorama cinematografico nostrano, dove il pubblico viene sempre considerato un po’ troppo semplice e per farlo ridere è necessario infarcire sempre la trama di battute squallide e pecorecce.
Invece Lasciati andare, di Francesco Amato, che esce oggi nelle sale, si discosta coraggiosamente da questa tendenza e racconta una storia divertente e coinvolgente, con dialoghi fantastici.
Toni Servillo, in un inedito ruolo comico, è Elia Venezia, uno psichiatra cinico e pigro.
Così disilluso verso la sorte dei pazienti che si sdraiano sul suo divano per raccontare frustrazioni e fobie che, per non morire di noia, deve piluccare dolci per tutta la durata delle sedute.

Questa fame nervosa però è fonte di guai. Spompato e sovrappeso deve iscriversi in palestra e mettersi a dieta, per non rischiare il tracollo fisico.

A convincerlo è l’ex moglie, Giovanna, interpretata da Carla Signoris, che un po’ masochisticamente, nonostante la separazione, continua a controllarlo. A fargli da badante/governante.

La palestra al “nostro” procura un effetto angosciante. Si sente troppo intelligente per far ginnastica in gruppo. Allora per sfangarla e rimettersi comunque in sesto, decide di affidarsi a una personal trainer. Sceglie Claudia, l’attrice spagnola Veronica Echegui. Giovane, bella, estroversa e gentile ma purtroppo totalmente inaffidabile.

Dal loro sodalizio il ritmo del film accelera: scaturiscono situazioni impreviste da commedia degli equivoci, divertentissime e foriere di molti guai.

Claudia ha un passato complicato. Una figlia vivacissima, Jennifer Maria, e un fidanzato bordeline, Ettore, interpretato dal bravissimo Luca Marinelli.

Si ride molto e la battuta che mi ha divertito di più, forse per deformazione professionale, è quella che riguarda la celebre frase di Winnicott, sul concetto della madre sufficientemente buona.

In un momento un po’ drammatico del film, Elia lo illustra a Claudia, per aiutarla, per farle coraggio. Ma lei non si consola perché la scambia per una frase di Winnie Pooh.

Anche solo per questo malinteso surreale vale la pena di andare a vedere Lasciati andare e garantirsi una Pasqua super-divertente.

Per imparare ad amare la matematica

Con la mia ignoranza in matematica l’ho sfangata più o meno tutta la vita.
Però adesso, sembra arrivata la vendetta dei numeri: Emma-liceo classico, bravissima in tutto ha avuto un break down in mate. Non tanto per il voto quanto per l’emozione negativa, l’angoscia che le provocavano rette e parabole.
(Come darle torto?!?!?)
Naturalmente non ho detto molto ma mi sono sentita in colpa.

(Altrimenti che mamma sarei? Me l’ha confermato anche una psicologa con cui ho parlato ieri, nel codice materno il senso di colpa è intrinsico, inutile illudersi. Non si scappa)

Però non è solo colpa mia, è anche di un’insegnante di mate che per due anni ha mandato certificati medici ed è stata piuttosto assente. E poi è anche colpa di un supplente bellissimo che era arrivato in classe l’anno scorso e le ragazze si facevano interrogare (senza voto) andavano alla lavagna così le compagne le potevano fotografare con il bello.
Foto carine ma niente apprendimento.
Però adesso c’è un film che può salvarci la vita e migliorarci la pagella.
Il diritto di contare, che racconta una storia vera e coinvolgente.
Una vicenda ambientata in Virginia nel’61, alla NASA, dove lavorava nel settore colored computer , un team di una ventina di donne di colore particolarmente geniali con i numeri. Così geniali, nonostante la pelle scura e l’handicap di essere femmine, da essere scelte per missioni delicate e speciali. Come, ad esempio, calcolare la rotta del razzo che avrebbe portato nello spazio l’astronauta John Glenn. Dotatissime nei calcoli tanto da imparare a programmare le schede per i primi calcolatori IBM.
Succedeva in un periodo dove il razzismo era fortissimo e la discriminazione totale.
In autobus c’era la sezione (di pochi posti) per i neri, i bagni erano divisi, le scuole più importanti off limits, e queste donne sono state delle eroine coraggiose, capaci di lottare per i loro diritti e passioni.
E qual è stata la leva che ha scardinato le discriminazioni? La matematica.
L’amore per la matematica e per i numeri.
Questa pellicola riesce magistralmente a coinvolgere lo spettatore che tifa per le protagoniste, si emoziona e angoscia davanti ai troppi ostacoli.
Miracolosamente ce l’ha fatta anche con me, quindi funziona con chiunque.
E a maggior ragione con uno studente che deve trovare il coraggio e la voglia di affrontare senza paura e prevenzione cose mostruose come equazioni e integrali.
Il diritto di contare è quasi una medicina, una terapia.
Meglio di mille discorsi per cercare di convincere a studiare chi si dichiara intollerante ai calcoli. Un film che dovrebbe essere messo nel POF.
Con un cast di attori bravissimi e una storia forte, diverte e commuove, ma soprattutto fa venir voglia di ricredersi.
Purtroppo non si può vivere senza matematica.
E studiarla, è incredibile, ma può essere anche un piacere.

Morta e resuscitata

Quindici giorni di black-out.

Prima sembrava una semplice influenza. Me l’ha attaccata Emma che molto probabilmente l’ha presa a scuola.

Abbiamo passato 5 giorni a letto insieme con la tosse e la febbre, nutrendoci di sciroppo e tachipirina, in una situazione molto simile ai nonni allettati ne La fabbrica di cioccolato.

Devo ammettere che avere una compagna di influenza è stato molto più divertente che essere ammalata in solitaria.

Dopo cinque giorni finalmente Emma ha cominciato a stare bene, mentre per me la situazione non migliorava. A causa della tosse continuavo a saltellare nel letto: dimenandomi e vibrando come un pesce rosso senza acqua.

Così mi sono trascinata come una zombie dalla dottoressa e ho scoperto di avere la bronchite. Dieci giorni di antibiotico e sono stata malissimo. Pensavo di morire come tutte le eroine dei romanzi ottocenteschi malate di tisi.

Non sapevo che la bronchite fosse così brutta, non mi era mai capitata prima e spero, dopo questa esperienza, di evitarla in futuro.

Mentre fuori la primavera sbocciava in tutto il suo fulgore, rantolavo nel letto, rabbrividivo e accumulavo kleenex, pensando a tutte le scadenze di lavoro che saltavano.

(Sì, perchè succede sempre quando ci sono più cose possibili da incastrare, anche Emma da accompagnare al saggio di teatro, di danza dall’altra parte della città).

A un certo punto, soffrendo e tossendo, ho raggiunto la pace dei sensi. Ho pensato che se morivo risolvevo un po’ di cose e avrei potuto smettere di preoccuparmi. In più il libro che esce fra un mese avrebbe magari venduto bene, lo scrittore postumo ha sempre più successo di quello vivo.

Nei momenti di lucidità, per passare il tempo e distrarmi avevo scelto di leggere, piena di aspettative, L’estate fredda. Ma verso metà ha cominciato a deludermi. L’escamotage di cui Carofiglio ha abusato nella narrazione, l’utilizzo dei verbali di interrogatorio del pentito, protagonista del romanzo, nelle prime pagine erano dettagliati e abbastanza interessanti. Ma la loro ripetizione, ancora e ancora, è diventata letale.

Mi ero lamentata dello stile di Saviano, forse perchè non avevo letto Carofiglio, che prima di diventare autore di best seller faceva il PM e ne conserva fortissima l’impronta.

Colpa della febbre? Delle citazioni colte, messe come come un alibi per mascherare la sciatteria dello stile poliziesco? L’intolleranza a Carofiglio é stato un effetto collaterale dell’antibiotico?

Non lo so, il dubbio mi attanaglia. Ma non sono riuscita ad andare avanti nella lettura.

Appena ho abbandonato le vicende torbide della Bari insanguinata degli inizi anni’90 e ho capito che sapere chi avesse ucciso il figlio del boss non mi interessava, mi sono subito sentita meglio.

Ecco come trovare regali per la mamma da sogno

Manca poco alla data fatidica data e quest’anno, per evitare fraintendimenti ed equivoci, per scegliere il mio regalo della festa della mamma ho deciso di giocare d’anticipo con la mia lista dei desideri.
Penso di essere stata abbastanza buona e quindi poter ambire a regali originali, ho scoperto Troppotogo dove ci sono sorprese molto divertenti, da scegliere in base al prezzo e alle passioni della festeggiata. Per cominciare ho cercato “regalo mamma”, ecco i mei preferiti:

Regalo mamma - Massaggiatore plantare Fit Maxx

Regalo mamma – Massaggiatore plantare Fit Maxx

Sono una maniaca del massaggio plantare, che mi rilassa e distende, appena posso me ne faccio fare uno. Prendo la cosa molto seriamente: ho anche studiato i rudimenti di reflessologia plantare per capire meglio come funziona la stimolazione nelle varie parti della pianta del piede. Mi sono stampata una mappetta per capire dove vanno ad agire le varie digitopressioni. Quindi, care ragazze, questo accessorio sarebbe il regalo perfetto per me. E penso di essere stata abbastanza buona per meritarmelo 🙂

 

Oppure….

Regalo mamma - Mini giardino da interni con semi assortiti

Regalo mamma – Mini giardino da interni con semi assortiti

Già lo scorso anno o avuto un discreto successo con il mio orto da balcone. Anche se devo ammettere che abbiamo avuto un lutto. RIP pomodorini. Poverini, non sono più con noi.
Pensare che li avevo curati con tanto amore!
Un altro problema con le mie piante sul balcone è stato ovviamente il freddo. In inverno ho allestito una piccola serra, ma comunque all’ora di cena andare a prendere qualche foglia di salvia o un rametto di rosmarino, vi ricordate quanto fosse spiacevole?

Si doveva sfidare la furia degli elementi.

Quindi invece questo mini kit per l’orticello sul davanzale sarebbe elegante, comodo e perfetto. Aromi e verdurine fresche H24 con qualsiasi tempo!

O ancora…

Un altro regalo che mi farebbe molto piacere sarebbe questo oggettino fondamentale per fare il sushi. Già il nome mi diverte moltissimo: bazooka, l’arma fondamentale per rollare degli uramaki perfetti.
Adoro il sushi ma sono sempre stata inibita nella produzione per paura di non riuscire a preparare dei rotolini che potessero conservare la loro forma.
Già mi vedo armata di avocado, cetriolo, salmone, sesamo e bazooka pronta per una perfetta cena jap.
Ah, dimenticavo, care ragazze, lo so che mi amate, e quindi vorrei anche questa bellissima tazza rosa per ricordarmi sempre di voi!

(post realizzato in collaborazione con Troppotogo)

Big little lies

La mia nuova serie tv preferita è Big little lies, adattamento televisivo dell’omonimo romanzo di successo pubblicato nel 2014 dall’australiana Liane Moriarty .

La storia si svolge a Monterey in California e sprigiona veleno materno dalla prima inquadratura. Il teatro della vicenda è infatti una scuola privata frequentata da un gruppo di bambini locali. E per “locali” intendo quelli di famiglie che vivono in ville meravigliose sull’oceano e hanno mamme ultra. Ultra-competitive-eleganti-ansiose. Insomma, a parte la differenza geografica, le dinamiche della storia sono quelle classiche che si creano nel cerchio magico delle madri con i figli nella stessa classe.

In Big little lies le mamme protagoniste sono Reese Witherspoon, Nicole Kidman, Laura Dern e Shailene Woodley (che era moribonda in Tutta colpa delle stelle, ma qui è cresciuta e sta abbastanza bene) che, come tradizione, dopo aver mollato i bambini a scuola vanno a farsi il caffè delle mamme e a spettegolare.

Nel loro caso però il bar è in riva all’oceano e il barista è anche simpatico e fico.
Comunque, anche loro come in tutti gli entourage scolastici hanno le loro belle gatte da pelare: gelosie, segreti, bugie, invidia, bullismo, recite di classe e naturalmente il solito odio fra madri lavoratrici e madri casalinghe.

Insomma, nonostante le meravigliose apparenze l’atmosfera non è per niente idilliaca, tanto che a una festa scolastica ci scappa l’omicidio.

E la prima puntata della serie inizia proprio, come si usa ora, con dei flash-back che intercalano nella storia e fanno ascoltare degli interrogatori della polizia.
Chi è morto non si sa con certezza, ma si presume che la vittima sia una madre della scuola particolarmente rompiscatole.

Meraviglioso! Colpo di genio dell’autrice per guadagnare pubblico.

Infatti chi, al colmo dell’esasperazione, non ha mai sognato di far fuori la madre più odiosa della sua scuola?

Non vedo che sia domani sera per vedere la nuova puntata!

P.S. Non ho trovato il trailer in italiano, ma si può vedere al link che ho messo sopra.

Sei arrivato tu

Essere genitori adottivi, educare e far crescere un bimbo arrivato da lontano, è il modo più coraggioso di essere genitori. Proprio per aiutare a gestire al meglio questa difficile scelta è appena nato il progetto “Sei arrivato tu” con l’intento di accompagnare la famiglia adottiva nel delicato periodo che segue l’arrivo del bambino. Per facilitare la ricerca di nuovi equilibri che favoriscano la relazione e la conoscenza reciproca.

Questa iniziativa nasce in Piemonte, grazie a un lavoro di sinergia della Fondazione De Agostini, dell’associazione “Attivalamente… e il corpo”, la “Cooperativa Sociale della Pallacorda”, il comune di Novara e la fondazione De Agostini ma speriamo sia un esempio di best practice che venga poi seguito ovunque nel nostro Paese.

Sei arrivato tu” è un progetto biennale che coinvolgerà una ventina di famiglie adottive del territorio novarese che vivranno l’attesa e l’arrivo del loro bambino.

In un momento in cui il legame affettivo tra genitore e bambino adottivo è ancora molto fragile, è necessario che i genitori vengano in contatto con il bisogno di protezione, di vicinanza e di tenerezza del bambino. E che il bambino stesso riviva le tappe evolutive precoci di relazione, in un’esperienza condivisa di gioco corporeo capace di valorizzare l’esperienza dei sensi.

L’obiettivo generale del progetto è infatti la promozione del benessere della famiglia adottiva e dello sviluppo armonico del bambino, per facilitare la creazione di un solido legame e promuovere la sintonizzazione emotiva ed affettiva nella relazione genitore-figlio, al fine di prevenire i rischi dei fallimenti adottivi.

Sarà una sperimentazione di acquaticità, di solito è consigliata dai tre mesi all’anno di età, ma in questo caso, considerato che i bambini arrivano anche più grandicelli, potranno partecipare al progetto fino ai sei anni. L’acqua facilita la relazione fra i genitori e i loro piccoli perché consente di esprimersi con spontaneità, di sviluppare sentimenti di fiducia e sicurezza e di comunicare attraverso il corpo le proprie emozioni.

 

#timeout contro la violenza alle donne

Sono oltre 6 milioni le donne vittime di violenza in Italia. Ma non sono le sole. Molte di queste donne sono madri e a subire le violenze sono spesso anche i loro figli: in 2 casi su 3 i bambini vedono la violenza.

Questi bambini portano i segni di quanto hanno vissuto per sempre e hanno più probabilità di infliggere o accettare violenza una volta adulti. Loro malgrado sono vittime di un orribile circolo vizioso, le bambine diventeranno donne che sopporteranno un partner violento e i maschietti avranno nel loro comportamento la pesante eredità paterna.

È urgente e necessario intervenire. WeWorld Onlus, ONG italiana che opera per contrastare la violenza sulle donne con azioni di prevenzione, sensibilizzazione e lavoro sul campo. #timeout è l’hashtag della campagna nata per proteggere le donne e i loro bambini perchè non c’è più il tempo di procastinare un’azione di aiuto.

È possibile fare una donazione (2€ via sms o 5€ o 10€ chiamando da rete fissa) per fermare la violenza al numero solidale 45543, attivo fino al 19 marzo, giorno della Festa del Papà.

I fondi raccolti attraverso gli sms e le chiamate al 45543 serviranno a sostenere gli sportelli SOStegno Donna, aperti 24h 7 giorni su 7 all’interno dei Pronto Soccorso degli ospedali di Roma e Trieste per intercettare le donne vittime di violenza e dare loro un aiuto immediato, e gli Spazi Donna WeWorld, centri aperti alle donne, presenti a Roma, Napoli e Palermo, nei quartieri dove la violenza è talmente diffusa da non essere riconosciuta nemmeno dalle vittime. Qui oltre alle donne sono accolti i bambini cresciuti in situazioni difficili, che attraverso il gioco imparano che la violenza non è l’unica vita possibile.

Mostra Love

L’amore celebrato in forma pop è irresistibile: da oggi al Museo della Permanente arriva una mostra imperdibile.
Istallazioni, filmati, quadri, sculture interpretate dai più famosi artisti dell’arte contemporanea. Dalla famosa scultura “Love” di Robert Indiana alla Marylin di Andy Warhol, alla scritta al neon di Tracey Emin, artista cupa ma per una volta romantica.
Ieri sono stata alla presentazione e mi sono lasciata incantare e soprendere dagli allestimenti originali e ironici.

Peccato non sia più vasta. Le opere mostrate sono bellissime ma poche.

Questa mostra è già stata presentata a Roma dove ha avuto un’affluenza record nei giovanissimi, circa il 75% dei visitatori tra i 15 e i 25 anni.

Robert Indiana

Infatti oltre al tema, universale e accattivante anche per l’adolescente più ribelle, l’amore è il sentimento che fa girare il mondo, è una mostra molto “cinematografica”. Piena di riferimenti iconici che i ragazzi apprezzano, quasi una versione colta e internazionale dei classici lucchetti. Poi è molto interattiva: è permesso scattare foto, quindi è il paradiso dei selfie artistici e inoltre c’è un muro dove si può scrivere, sbilanciandosi, ciò che si pensa dell’amore.

Andy Wharol

Ieri come sempre, nelle occasioni delle preview, il pubblico era piuttosto anziano, da Villa Arzilla (a me piace andare perchè mi sento, a confronto, quasi una teen-ager!). Quando siamo arrivati davanti al muro dove si poteva appunto esprimere la nostra opinione sull’amore, un paio di signore sono passate oltre, scuotendo la testa (più si invecchia più si diventa cinici). Un’altra non si è potuta fermare a scrivere perché doveva recuperare il marito che, un po’ rimbambito, stava per sbattere contro un’istallazione. Mentre una signora diligente, magari un’ex prof, ha preso il gessetto e deciso di dire la sua.
C’erano anche frasi da completare, per agevolare e ispirare i più timidi e introversi.
L’affermazione che ha scelto la signora da completare era: L’amore è eterno…lei sghignazzando e ridendo con la sua amica ha aggiunto e sottolineato: finché dura!

Poi si è allontanata ribelle e felice.

Tracey Emin

Marc Quinn

Questa interazione viene sfruttata non solo per far sfogare le frustrazioni sentimentali degli attempati visitatori ma anche per scopi più alti.

Scopi didattici, infatti sono previste varie attività di accompagnamento e supporto per scuole e famiglie. C’è la visita interatttiva dedicata alla scuola dell’infanzia e alle elementari, poi quella molto intressante per migliorare l’inglese, attraverso un approccio narrativo in lingua alle opere. E ancora il percorso esplicativo, dedicato agli studenti della scuola secondaria, che approfondisce soprattutto le tecniche artistiche utilizzate nelle varie creazioni.

La Bella e la Bestia

Uscirà domani nelle sale, l’attesa è stata tanta e il battage pubblicitario enorme.
Con grandi aspettative ho visto in anteprima La Bella e la Bestia e purtroppo sono rimasta un po’ delusa.
La rivistazione live action del classico cartone animato Disney del 1991 è un ibrido che lascia perplessi.
Sarà il mix non troppo riuscito fra la parte recitata dagli attori “umani” e quella degli oggetti stregati (la teiera, la tazza, i mobili, il candelabro, ecc) che sono diventati cartoni?
La traduzione in italiano delle canzoni con le rime troppo forzate?
O ancora la lunghezza eccessiva della pellicola?
Oppure il confronto, inevitabile, con una pellicola del genere molto più riuscita, la Cenerentola di Kenenth Branagh?

Forse per tutti questi motivi La Bella e la Bestia è un film realizzato con grandi mezzi che però non suscita emozioni. Piacerà senz’altro ai bambini anche se ci sono alcune scene un po’ spaventevoli per i più piccoli (a proposito, perchè i lupi, invece di ululare, ruggiscono? E poi era proprio necessario far vedere la povera madre di Bella, agonizzante, in fin di vita? Non avevamo già sofferto abbastanza per quella di Bambi?)

Un altro aspetto che penalizza la versione italiana del film è senz’altro il doppiaggio: infatti il cast dei protagonisti è stellare ma noi italiani facciamo fatica ad accorgercene. Il padre di Emma Watson è Kevin Kline, oltre a essere pesantemente truccato è doppiato quindi sentire la sua voce non ci regala alcun indizio per riconscerlo.

Stesso effetto per la Bestia, Dan Stevens, che conoscevamo come Matthew Crawley in Dontown Abbey (il marito sfigato di Lady Mary che si era schiantato in auto facendo imbizzarrire tutti i fan della serie!). Qui lo vediamo solo un attimo, quando alla fine dell’incantesimo Emma-Bella lo bacia e lui finalmente perde il pelo da Bestia.

Purtroppo però ci fa rimpiangere il principe (estremamente fico) di Cenerentola, infatti Dan ha una pettinatura che non gli dona per niente e le gambette un po’ secche da pollo. E poi che la petulante teiera fosse in realtà Emma Thompson certo non potevamo capirlo, anche questa volta a causa del doppiaggio.

Sarebbe una legge rivoluzionaria

Crampi addominali, mal di testa, disturbi dell’umore legati agli sbalzi ormonali. Sono i principali sintomi della dismenorrea, termine che indica il ciclo doloroso. A soffrirne in Italia sono dal 60 al 90% delle donne in età fertile. Nel 30% dei casi i sintomi sono così intensi da costringere al riposo assoluto e all’interruzione delle normali attività quotidiane.

Anche se il tema non è molto dibattuto, le cifre non mentono sulla portata del disturbo. A scuola la dismenorrea causa dal 13% al 51% delle assenze, mentre la percentuale di assenteismo sul lavoro si attesta tra il 5% e il 15%.

Da molti anni ormai diversi Paesi asiatici, dal Giappone all’Indonesia, hanno concesso l’assenza giustificata dal lavoro alle lavoratrici che soffrono di ciclo doloroso. Pensate che in Giappone il congedo mestruale, noto con il termine di seirikyuuka, è stato riconosciuto nel lontano 1947. Negli ultimi anni diverse aziende occidentali, dall’americana Nike alla britannica Coexist, hanno adottato politiche simili per tutelare le loro dipendenti.

Anche in Italia finalmente qualcosa inizia a muoversi. Nell’aprile del 2016 quattro deputate del PD hanno presentato una proposta di legge per introdurre il congedo mestruale di 3 giorni al mese, un periodo di riposo riservato alle dipendenti che soffrono di dismenorrea.

Il testo è ora arrivato sul tavolo della Commissione Lavoro della Camera e potrebbe essere approvato in tempi brevi. La proposta di legge prevede un congedo di massimo tre giorni al mese per tutte le dipendenti del settore pubblico e privato che soffrono di ciclo doloroso.

Per usufruire del congedo mestruale le dipendenti dovranno presentare al datore di lavoro un certificato rilasciato da uno specialista. Il documento dovrà certificare che la paziente soffre di dismenorrea e dovrà essere rinnovato ogni anno entro il 31 dicembre. La domanda per il rinnovo del congedo dovrà essere presentata all’azienda entro il 30 gennaio successivo.

Il congedo non verrà conteggiato nei giorni di ferie o malattia. Inoltre le dipendenti non subiranno alcun taglio dello stipendio, né un trattamento contributivo inferiore. Discriminazioni che d’altra parte sarebbero immotivate. Lo spiegano bene i dirigenti della Coexist, azienda britannica che di recente ha concesso il congedo mestruale alle dipendenti. Le donne che possono riposarsi quando i dolori del ciclo si fanno intollerabili sono più efficienti e motivate tutti gli altri giorni. I manager più illuminati lo hanno compreso da tempo: benessere dei dipendenti e produttività vanno a braccetto. A breve, si spera, questa politica si farà largo in tutti gli uffici italiani.

Viaggi ispirazionali

Il viaggio deve essere un’esperienza.

(Non è solo uno slogan da agenzia).

E’ quello che credo veramente. Ho sempre cercato di viaggiare il più possibile, anche con mezzi limitati. E ho sempre cercato di evitare i viaggi organizzati, quelli dove il viaggiatore è un turista, un numero indistinto.

Soprattutto quand’ero una ragazza, prima di partire (quando andavo in banca a cambiare i pochi soldi) pensavo: “chissà come sarò diversa quando torno”.

Infatti lo spirito del viaggio, breve o lungo, vicino, lontano, deve essere quello di far sperimentare il cambiamento. Il viaggiatore deve tornare arricchito dall’esperienza.
Quindi quando ho scoperto questa agenzia di viaggi, che inventa itinerari molto particolari, mi sono subito incuriosita.


I viaggi possono essere scelti in base a diversi criteri: il cambiamento, la ruralità, l’innovazione e la spirtualità.
Quindi non sono solo itinerari verso una meta, ma soprattutto viaggi per trovare qualcosa dentro di sé. Sembra un po’ una frase da guru, ma per cambiare sono veramente convinta che sia importante uscire dalla propria realtà.

Vivere altrove anche solo per poco tempo, per riuscire a vedere le cose in una prospettiva diversa.

Nelle proposte di Destinazione Umana questa esigenza viene facilitata proponendo delle mete dove l’accoglienza non è quella solita delle grandi strutture, dove (più o meno) paghi e vieni lasciato in pace (sempre che non ci siano quei diavoli dell’animazione!).
l’ospitalità in questi viaggi è molto più coinvolgente, appunto umana, come succede nei bed&breakfast e agriturismi.

Per chi sceglie la “ruralità”, ovviamente c’è il contatto con la natura e per “innovazione”, si intende la necessità di unire un breve viaggio all’incontro con persone che perseguono lo stesso obiettivo professionale. Per confrontarsi e chiarirsi le idee. L’esempio più classico è il progetto di aprire un’azienda agricola ed essere ospitati da chi già fa questo lavoro. Per partecipare anche a un processo di training.

Sulla spiritualità, il viaggio per ritrovare se stessi, le mete sono tante, in Italia  e all’estero. Ovviamente lontano dalla pazza folla, dai luoghi più smaccatamente turistici.

Una proposta che mi incuriosice molto è quella del cammino, seguendo gli antichi sentieri percorsi nei secoli dai pellegrini.

Spero proprio di riuscire a mettermi in gioco a avere il coraggio di provare (uno dei miei propositi per la prossima estate).

Muffin alla banana

Questa ricetta, facilissima, velocissima, golosa e ipocalorica è il dessert che preparo (adesso che Anita mi ha abbandonata!) quando voglio qualcosa di dolce e gratificante.

Ottima anche nei momenti di emergenza quando si anela qualcosa di dolce ma in casa non c’è nulla. Questi muffin si cucinano in fretta, sono sani, vegani ma soprattutto fotogenici 🙂

Ingredienti (per sei muffin):

  • tre banane, meglio se mature
  • una ciotola piccola di uva sultanina
  • un mug di avena
  • un pizzico di cannella
  • una manciata di nocciole o mandorle per decorare

Procedimento:

-prescaldare il forno a 180° e preparare gli stampini per i muffin, se possibile, è meglio usare le formine di silicone che non si attaccano.

-fare in poltiglia le tre banane e poi aggiungere l’avena, l’uva sultanina e la cannella. Amalgamare bene finchè non diventa una poltiglia cremosa.

-riempire le formine dei muffin e poi decorare con le mandorle o le nocciole.

-cuocere per 20 minuti a 180° lasciar raffreddare e divorare.

Non perdetevi Futura!

Futura è la newsletter, privata (e gratuita), del Corriere della Sera che racconta le identità mutevoli di una generazione che cambia.

Privata, perché nel caos dell’informazione online il formato intimo della mail proverà a raggiungere lentamente, una volta alla settimana, il suo pubblico.

I testi di Futura sono un po’ una confessione, la narrazione di esperienze personali senza censura. Possono essere imbarazzanti ma anche nostalgiche, divertenti, dissacranti oppure commoventi.

Ma soprattutto vere. E poi ci sono le illustrazioni sempre originali. Scrivere un testo non abbinato a una foto, ma a un disegno creato appositamente, è un vero lusso.

Anche un po’ vintage: una cosa da vecchio giornalismo pre internet.

Su questo numero, il quindicesimo, dove oltre a una digressione sull’invida (Marco Missiroli), una riflessione sul corpo delle donne  (Alexandra Kleeman) c’è un mio articolo sulla maternità (what else?). Vissuta come figlia e poi come madre.

Sono stata figlia unica di una mamma vecchia ed è stato estenuante…

 

Se volete leggere gli articoli di Futura, e ne vale la pena, potete iscrivervi qui

L’appuntamento è ogni venerdì alle 12 nella vostra casella di posta.

Figli della libertà

I voti, i compiti, le valutazioni, le regole, i giudizi e anche le sanzioni.
Sono strumenti giusti per educare i bambini?
Per insegnare ai nostri figli è giusto usare questi metodi?
Ce lo siamo senz’altro domandati tutti e, molto probabilmente, anche chiesti se certe manifestazioni di aggressività dei bambini non siano legate proprio a questo stile educativo.

Una coppia di genitori, Lucio e Anna, già autori di questo documentario, sono andati oltre e hanno sperimentato un’alternativa: l’home schooling. Dopo la prima elementare hanno tolto la loro bambina da scuola e hanno provato a istruirla da casa. A insegnarle tutte le cose che avrebbe imparato in classe ma con un metodo più morbido, meno coercitivo, più sensibile ai suoi bisogni. E di questo loro esperimento, libertario, hanno fatto un documentario.

E’ una scelta coraggiosa o scellerata?

Lucio e Anna e lo sono domandati subito e il loro film è proprio il tentativo di rispondere a questo dilemma. Le persone più vicine a loro li hanno criticati. Secondo la nonna, non mandare a scuola la piccola Gaia, è un’idea balorda, un grande erorre educativo. E della stessa opinione è anche un loro amico anarchico, che sostiene che la rivoluzione deve essere fatta all’interno del sistema, non chiudendosi fuori!

Ma per capire meglio, i due genitori alternativi sono andati a raccontare la loro storia e a chiedere pareri anche a pedagogisti e docenti universitari di psicologia dell’età evolutiva. Poi ne hanno discusso, quasi fino al litigio, con altri genitori che avevano scelto lo stesso metodo educativo: home schooling e una “scuolina”  (qualche ora alla settimana) con otto bambini di età diversa gestiti da due giovani educatori.

Infine sono arrivati in Inghilterra, nel Suffolk nella famosa scuola di Summerhill, dove l’educazione libertaria va avanti da decenni.
L’idea di home schooling è un’eccentrica utopia o uno strumento efficace per rendere più forti i ragazzi?

I figli della libertà fa riflettere molto, soprattutto sul confine fra idealismo e problemi reali nell’educazione dei ragazzi. La coabitazione forzata fra i bambini a scuola può essere molto problematica. I concetti di rispetto, cura e attenzione verso gli alunni non sono  mai   sempre una priorità per gli insegnanti costretti sfangare spesso, loro malgrado, realtà complicate.
Ma quanto è più importante che un bambino impari a convivere con gli altri? E soprattutot quanto si può rimandare lo choc di immergersi nella vita scolastica vera?
Secondo i genitori del del documentario fino alle medie.
Sono un po’ scettica su questa data anche perchè quella è l’età in cui i ragazzi sono più insicuri, e per pacificarsi devono essere il più possibile uguali ai coetanei.

Arrivando da un’esperienza così diversa sarà per loro più facile o più arduo amalgamarsi con i coetanei? Saranno disadattati o più forti degli altri?

1 2 3 4 5 71