Come affrontare le sfide della crescita

Essere una famiglia vuol dire coltivare complicità e supporto ma i ruoli devono essere rispettati. Solo così la squadra familiare continuerà a funzionare e a sopravvivere. Istituire delle regole è fondamentale, sembra una banalità ma molto spesso c’è una certa remora nel farle valere.

I genitori cedono per paura di essere troppo severi e fanno danni. Per aiutare padri e madri a esercitare al meglio il loro ruolo, senza timori è appena stata lanciata una nuova collana Piccole e grandi sfide, in cui la psicopedagogista Barbara Tamborini e Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta dell’età evolutiva, attraverso libri illustrati, aiutano e consigliano genitori e bambini a cavarsela nelle tappe più importanti della crescita. Sono volumi colorati, arricchiti dalle belle illustrazioni di Elisa Paganelli, che contengono una filastrocca, ironica e accattivante, dedicata ai più piccoli.

La regola è un paletto ben piantato per terra

che non si muove neanche se tu provi a far la guerra.

E’ un monte faticoso da salire e da scalare

ma arrivato fino in cima il panorama puoi gustare

Così scrivono i due autori, con uno stile scanzonato in rima, ma poi aggiungono, in coda al libro anche una parte più pedagogica. Nella quale si elencano consigli per i genitori su come affrontare le varie problematiche e indicazioni sugli errori da non comettere (quelli che in buona fede noi tutti abbiamo fatto!)

I primi due titoli sono Odio le regole e Non voglio andare a scuola e rappresentano un primo passo nell’arcipelago delle ribellioni e dei capricci più comuni.

Leggendo i consigli di Tamborini e Pellai si impara ad essere più consapevoli delle risorse innate dei bambini. In fondo sono piccoli ma ce la mettono tutta, si impegnano al massimo. Bisogna dar loro fiducia, indicare come fare le cose, e poi lasciarli agire. Essere pazienti e non aver fretta, anzi mettere in conto anche qualche fisiologico incidente di percorso. Nel contesto delle regole, invece di usare espressioni come “devi”, “bisogna” è meglio scegliere un linguaggio coinvolgente dove non ci sia mai un’idea di ordine o costrizione.

Naturalmente è fondamentale anche dare il buon esempio come genitori, se i figli vedono coerenza dei genitori a rispettare loro stessi le regole saranno più felici di fare lo stesso.

Le Kardashian con le placche in gola

Google mi ha gentilmente comunicato quali siano i miei post che generano più traffico. Dopo quasi 11 anni di Extramamma il risultato diciamo che potrebbe essere più entusiasmante: non per il numero degli accessi ma per la qualità dei temi.

Nonostante la ricerca di notizie originali, approfondimenti e qualche curiosità, ha prevalso il trash. Ma non mi arrenderò, continuerò a lottare in questo mondo dominato dalle Kardashian e dai loro fan.

Infatti il mio post più cliccato, in assoluto, è quello che ho scritto su di loro.

Incredibilmente al secondo posto è tallonato da un altro post, molto più antico, dove spiegavo come avevo provato a togliere le placche in gola a mia figlia armata di coraggio e cotton fioc. Questa bizzarra doppietta sul podio dovrebbe far riflettere tutti gli espertoni di SEO e dintorni.

Cosa colpisce l’immaginario del popolo della rete: i culoni delle Kardashian ma anche il pus delle placche.

Poi nella classifica dei più cliccati c’è il post sulla “cena dolce”, l’idea molto femminile di sfangarla, risolvere il pasto serale come fosse la prima colazione. Strategia che ai maschi non piace e preferiscono invece tagliar corto con un trancio di pizza o una pasta. Insomma carboidrati uber alles!

Il food comunque tira sempre in rete e questa volta ho avuto una piccola soddisfazione: gli spaghetti vegani alle zucchine di Anita sono entrati in classifica.

Poi mi chiamo Extramamma e quindi anche i post sulla genitorialità hanno destato qualche emozione: il pezzo sui genitori iperprotettivi che fanno danni, il topino dei denti e anche uno spruzzo di incontenibile e ubiqua ansia materna.

Non stupisce invece un tradizionale tocco di voyerismo che ha pervaso la classifica dei più googlati. Sono stati molto apprezzati tutti i post che hanno come titolo qualcosa che ha a che fare con le mutande e dintorni. “Perizoma natalizio”, “mutande pazze”, “granchio nelle mutande” e un grande classico come “chiappe al vento”.

Ancor gli animali: nonostante la sezione si chiami “Vita da cani” i post più letti, per ironia della sorte, sono quelli sui gatti!

Baby cuochi per un giorno

Cucinare allena concentrazione e pazienza, ecco perché vale la pena iniziare da bambini. Torna a ottobre “Cuochi per un giorno”, il Festival nazionale di cucina per bambini. Sei edizioni, un grande successo: per il 2018 l’appuntamento è sabato 6 e domenica 7 ottobre a Modena. Due giornate, decine di appuntamenti e laboratori in cui gli chef in erba potranno annusare, toccare, dosare, impastare, miscelare, modellare, cuocere e mettersi alla prova, imparando tante cose nuove. Non mancheranno vere e proprie lezioni di cucina con cuochi stellati da tutta Italia che hanno già confermato la loro presenza.

Ogni piccolo partecipante potrà cimentarsi in fantasiose ricette con la supervisione di uno chef, vivendo un’esperienza ludica ma allo stesso tempo formativa e con la possibilità di imparare le regole del mangiar sano. Non mancheranno attività interattive collaterali: al Festival saranno presenti numerosi stand per avvicinarsi alla cucina attraverso diversi linguaggi espressivi. Ci sarà una libreria “golosa”, spettacoli e storie in cucina, angoli sensoriali e tanti giochi.

Cucinare coinvolge i cinque sensi, migliora concentrazione, manualità e precisione, arricchisce il vocabolario e allena al rispetto delle regole e alla pazienza. “Cuochi per un giorno” è un’occasione per tutti gli uder 12: “Cucinare è una delle attività pratiche ritenute da Maria Montessori molto importanti per lo sviluppo dei bambini, e loro possiedono le doti giuste: passione, creatività e curiosità – spiega Laura Scapinelli, ideatrice del festival – Dar forma alla frolla o alla sfoglia, rompere e sbattere le uova, grattugiare il formaggio, tagliare un frutto, mescolare gli ingredienti sono mansioni che abituano all’autonomia, allenano la manualità, stimolano i sensi del tatto e del gusto ed educano ad avere un atteggiamento positivo verso il cibo. Il nostro, poi, è un festival ecosostenibile: insegnamo ai piccoli chef anche a cucinare con gli avanzi, proponendo diverse attività legate al recupero e al riuso”.

Inoltre, attraverso la loro partecipazione, i bambini aiutano altri bambini: parte del ricavato della manifestazione verrà infatti devoluto ai clown di corsia dell’associazione VIP Modena Onlus (Viviamo in Positivo Modena Onlus), che portano il sorriso ai piccoli pazienti ricoverati in ospedale e incidono positivamente sui tempi di guarigione perché usando l’arte (la mimica, la comicità, la pantomima) facilitano l’espressione delle emozioni. I clown saranno anche al festival con il loro strano abbigliamento, il modo un po’ buffo di camminare e muoversi e la loro energia per strappare un sorriso a tutti i presenti.

Qui il programma del festival.

Nuove perle a nuovi porci

Il diario di un anno di scuola: da settembre a giugno raccontato da un insegnante di lungo corso, cinico e acuto. Ne è uscito un resoconto esilarante, vero e scomodo. Un libro, appena pubblicato, che tutti gli insegnanti e i genitori dovrebbero leggere. Anche solo per garantirsi una risata, un po’ di sano buon umore, al netto del pernicioso buonismo imperante e della dittatura noiosa del politically correct.

Gianmarco Perboni è il nome de plume di un vero insegnante (altrimenti come potrebbe entrare con tanta disinvoltura negli spinosi dettagli della burocrazia scolastica?) che nel 2009 ha già pubblicato il bestseller Perle ai porci, sempre sullo stesso tema. Quasi un decennio dopo, tecnologia e social sono entrati prepotentemente nell’universo scolastico e le cose culturalmente non sono migliorate. Anzi.

In questo divertentissimo excursus sulla vita davanti e dietro alla cattedra, scopriamo ad esempio che i CD allegati ai testi cartacei servono quasi esclusivamente come specchietto per rifarsi il trucco e i gruppi velenosi di Whattsapp fra gli insegnanti sono più crudeli e soprattutto fantasiosi di quelli dei genitori. Anche di quelli più belligeranti.

Mentre si nomina “il muro di Dublino” e anche “l’asina goga”, si scopre che i nuovi somari si chiamano BES (bisogni educativi speciali) e la sfangano con i PDP (piano didattico personalizzato). La promozione è un diritto e quando si cerca di sfuggire da una situazione imbarazzante si cita Don Milani.

Ovviamente nessun docente può permettersi di criticare un alunno e quindi i giudizi sugli studenti sono sempre molto diplomatici. Ad esempio, alla madre del più grande rompiballe fannullone si dirà semplicemente che il figlio ha la stoffa da leader. Giusto così per dribblare ulteriori problematiche.

Bellissime alcune traduzioni dei giudizi base:

Tiene un comportamento non sempre responsabile/E’ un autentico pericolo pubblico.

Assolve con una certa irregolarità le consegne/ Nei rari casi in cui si degna di fare qualcosa lo fa pure male.

Partecipa saltuariamente all’attività didattica/E’ in bagno oppure dorme.

La sua attenzione non è costante/Ha scambiato la scuola per il bar.

Comunica in modo non sempre corretto/E’ tale quale a una scimmia.

Combattiamo il #bodyshaming

Nella società dell’immagine dobbiamo tutti apparire al meglio. Attraverso la vetrina dei social diventa un obbligo mostrarsi belli e omologati all’ideale stabilito dalle ultime tendenze. E i “like” ricevuti diventano l’unità di misura della nostra autostima.

Un meccanismo fragile e pericolosissimo per i più giovani che può produrre insicurezza e disagio. Soprattutto nell’età della crescita quando il corpo muta a tradimento, sconfinando spesso in “modelli” che sono meno patinati e molto più reali. Silhouettes più vere e indomabili che creano imbarazzo.

Ci si vergogna della propria unicità, è difficile accettarsi, con conseguenze tristi che possono portare alla bulimia, anoressia, e anche a discriminazioni per arrivare fino al bullismo. Diventare vittime di un atteggiamento che, in inglese, viene definito body shaming. Si vorrebbe negare la propria fisicità, non essere notati, fino a diventare magari invisibili. Per evitare il giudizio degli altri che può essere impietoso e fare male.

C’è una ragazza che ha vissuto tutto questo all’estremo: Harnaam Kaur, che dall’età di 12 anni ha cominciato ad avere gravi problemi di irsuitismo a causa della sindrome dell’ovaio policistico, sul viso è cominciata a crescerle le barba, gettandola in uno stato di disperazione.

Dopo anni durissimi in cui è stata vittima di bullismo, depressione e propositi suicidi, Harnaam ha trovato la forza di accettarsi dando un grandissimo, davvvero incredibile, esempio di resilienza. E’ diventata un’attivista che aiuta e gli adolescenti e i giovani ad accettarsi, si reca nelle scuole, tiene discorsi e conferenze per raccontare la sua storia. Incita ad avere il coraggio di combattere e liberarsi dagli stereotipi che imprigionano e fanno soffrire.

Ho avuto la fortuna di incontrarla sabato sera in un evento organizzato da Lush (sempre sensibile ai temi ecologici e sociali) dove il discorso si è allargato anche ad altri tipi di discriminazioni, quelle più subdole e ubique, che tutte noi siamo cresciute abituandoci a sopportare. Considerandole un effetto collaterale fastidioso della femminilità, ma ineluttabile, come le mestruazioni.

Si tratta dei complimenti non rischiesti, gli apprezzamenti (a volte pesanti) che vengono lanciati per strada alle ragazze.

Nella serata con Haraan Kaur, è stato molto interessante, ma anche preoccupante, sentire le testimonianze di tante ragazze che (come succedeva nei lontani anni’50), quando escono devono ancora fare i conti con il fastidio di essere valutate e soppesate dagli uomini che incontrano per strada.

Prendere un autobus la sera, passare davanti a un bar, valutare se cambiare marciapiede piuttosto che affrontare un gruppetto di maschi, è per una ragazza ancora un disagio con cui fare i conti. Il clamore del #metoo non ha scalfito la cultura del maschio latino (i peggiori sono gli over forty) che si sente sempre in diritto di fare un “simpatico” apprezzamento sulle caratteristiche fisiche femminili.

Ancora peggio la situazione per le ragazze straniere: nelle fantasie più trite e banali, ad esempio le ragazze di colore vengono sempre considerate delle prede esotiche, da trattare con minor rispetto. E approcciare con volgare entusiasmo.

 

Torta alla cannella con mandorle e cioccolato fondente

Questo dolce, vegano ma molto goloso (provare per credere), è ottimo come merenda o come dessert, soddisfa il desiderio di dolce senza fare troppi danni alla linea. Contiene pochi ingredienti, sani, che probabilmente si trovano già nelle vostre cucine ed è velocissimo da preparare!

Ingredienti:

– 180g di farina di farro
– 6 cucchiai di sciroppo d’agave
– Un bicchiere di latte di riso
– 100g di cioccolato fondente
– 40g di mandorle
– un cucchiaino di cannella
– 1/2 cucchiaino di lievito per dolci
– 1/2 cucchiaino di bicarbonato di sodio

Procedimento:
1) Preriscaldare il forno a 180ºC.
2) Mescolare in una ciotola la farina, la cannella, il lievito e il bicarbonato.
3) Sminuzzare il cioccolato e le mandorle (se le quantità desiderate sono già in una confezione morbida chiusa, si può usare direttamente un barattolo o un matterello e colpire ripetutamente la confezione, è ottimo contro lo stress).
4) Unire le mandorle, il cioccolato e i liquidi al resto degli ingredienti nella ciotola e mescolare bene.
5) Versare in una teglia e infornare.
6) Cuocere per 30 minuti e lasciare raffreddare completamente prima di servire.

Tutto questo ti darò

In un matrimonio si crede di conoscere tutto del proprio coniuge ma non sempre è così. E’ quello che accade a Manuel, dopo quindici anni di unione, quando suo marito Alvaro muore improvvisamente in un incidente d’auto, è scioccato nello scoprirne la doppia vita.

Questo è l’incipi da cui parte la trama di Tutto questo ti darò, l’emozionante e corposo thriller (576 pagine) della scrittrice spagnola Dolores Redondo. Autrice bestseller in patria e tradotta in 22 paesi, con questo romanzo si è aggiudicata il Premio Bancarella 2018.

Una storia coinvolgente e appassionante che parte subito audace e provocatoria. Manuel è un famoso scrittore, Alvaro un pubblicitario: il matrimonio fra due uomini è ben tollerato nella cosmopolita Madrid, dove vivevano, ma visto come un peccato, un’eresia, nella mentalità della Galizia dove, dopo le primissime pagine, trasloca la vicenda.

Manuel infatti si sposta in questa zona rurale e selvaggia della Spagna, prima per partecipare alle esequie di Alvaro e poi rimane per scoprire la verità sulla sua scomparsa.

Infatti quella che sembrava una tragica fatalità si intuisce sia in realtà qualcosa di ben diverso. Un evento molto più complesso e tragico, dietro a cui si nasconde una complicata e cupa storia di famiglia. Un nucleo famigliare di nobile casato dove l’apparenza è più importante della verità. Segreti, invidie e rancori sono sedimentati da troppo tempo.

Alvaro ne era diventato l’erede e conduceva una doppia vita proprio per nascondere questa realtà a Manuel. Nel dipanarsi della storia quest’ultimo riuscirà a scoprire tasselli di verità grazie all’aiuto di un ruvido poliziotto in pensione e quello di un giovane parroco, amico di infanzia della vittima.

Capitolo dopo capitolo, la trama si snoda poi con risvolti imprevisti. L’autrice è bravissima ad avvolgere il lettore in una spirale di sospetti, grazie a un ritmo serrato e preciso. Soprattutto nelle descrizioni nella realtà della Ribeira Sacra, una parte della Galizia ancora ancorata a usi e tradizioni del passato.

La scrittura diventa molto evocativa, quasi cinematografica, in uno scenario in cui descrive il lato più oscuro della vecchia aristocrazia del luogo, insensibile e arroccata ai propri privilegi. Ma riesce anche a ritrarre la poesia di una terra dalla bellezza ruvida e incontaminata. Per arrivare lentamente al colpo di scena finale.

Festival del disegno

Al via la terza edizione di The Big Draw: per un mese intero si disegna in tutta Italia con oltre 330 appuntamenti. La partenza del festival del disegno più grande del mondo è a Milano sabato 15 settembre, per proseguire poi da Nord a Sud passando per il Centro.

Dalla Val d’Aosta al Veneto, dalla Liguria alla Toscana, dalla Campania alla Sicilia, tante le città e i centri piccoli e grandi che hanno aderito alla manifestazione. The Big Draw festeggia il disegno come linguaggio universale, come strumento di conoscenza, come momento di svago.

Disegnare non solo aiuta i più piccoli a esprimere il loro mondo interiore ma è anche un’arma importante per sviluppare l’intelligenza.

Su questa tesi il King’s College di Londra aveva compiuto uno studio su 7.750 coppie di gemelli di 4 anni. Ai bambini è stato chiesto di disegnare la figura di una persona. I disegni sono stati valutati con un punteggio da 0 a 12 a seconda della presenza e del numero corretto di parti del corpo umano, gambe, naso, orecchie. I ricercatori dopo aver messo all’opera i bimbi con pennarelli e matite, li hanno sottoposti ai classici test, verbali e non, che sono stati ripetuti quando i ragazzini hanno compiuto 14 anni. E’ venuto fuori che i bambini che hanno disegnato meglio da piccoli, anche da adolescenti si sono mostrati più svegli e capaci.

Al Castello Sforzesco, sabato 15 e domenica 16 settembre tra cortili, portici e spazi interni saranno impegnati pennelli, inchiostri, penne, forbici e soprattutto carta, per due giorni di laboratori a ciclo continuo, incontri, talk, performance, disegno in tutte le sue forme.
L’invito è per tutti: bambini, adolescenti, adulti, chi ama disegnare e chi è convinto di non saperlo fare, per riavvicinarsi al mondo del disegno scoprendo o riscoprendo la sua importanza non solo come attività ludica ma come strumento di apprendimento e di invenzione.


Divertirsi, imparare, scoprire e sperimentare ogni forma di disegno insieme a tanti artisti e illustratori: Sandra Borsczc, Anna Bruder, Anusc Castiglioni, Dario Cestaro, Eleonora Cumer, Maurizio De Bellis, Angelo Gorlini, Massimo Gonzato, Piero Guerriero, Francesco Lucchese, Claude Marzotto, Daniela Moretto, Giulia Orecchia, Fabio Persico, Alessandro Sanna e Guido Scarabottolo.

Qui il programma completo dell’evento.

Money slave?

Si incontrano a una festa. Lui sui diciotto, lei di qualche anno più “vecchia”. Ridono, scherzano. Il ragazzo fa un paio di complimenti e poi si scambiano il numero di telefono.

Silenzio per qualche mese, poi lui scrive e, a sorpresa, dopo qualche convenevole, non le domanda di vedersi, ma lancia un’altra proposta. Originale, inaspettata.

Chiede alla ragazza se può diventare il suo money slave.

Stiamo pranzando e mia figlia, tra un “passami il sale” e “vuoi ancora insalata?”, mi racconta la storia di questo strano “corteggiamento”. E’ capitato poche settimane fa a una sua amica.

Ripete e sottolinea: “Un money slave!”

Quando non reagisco con il dovuto stupore alla notizia, vengo incalzata.

“Mamma, sai chi è?“

“Sarà un masochista?”, buttò lì con nonchalance.

Non sono moralista, non mi scandalizzo facilmente. Convivo con una buona dose di cinismo e credevo anche di essere abbastanza aggiornata sulle perversioni, invece vengo squadrata con un certo compatimento. Mentre addento una fetta di pomodoro, mia figlia mi guarda delusa. Capisco di essere considerata vintage, sconnessa, disinformata. Obsoleta.

Non ho prestato abbastanza attenzione al dettaglio chiave del racconto e del concetto ho capito solo la parola slave, invece l’enfasi va posta sul primo vocabolo: money.

E quando si parla di soldi tutto assume sfumature diverse. Anche nelle relazioni sentimentali dei più giovani.

Per istruirmi mia figlia prende il cellulare e apre la pagina di wikipedia che spiega che un money slave è un individuo che ama essere trattato come un bancomat.

Felice quando gli si ordina di dare, di pagare, per soddisfare la sua padrona. Un masochista altruista che non vuole niente in cambio.

Incredula continuo a leggere per tentare di capire il fenomeno: come molte altre tendenze l’abbiamo importato dagli USA. Scopro che ci sono stati anche due servizi televisivi sull’argomento: se ne sono occupati Le Iene e Nemo. Però nei casi raccontati in televisione i protagonisti erano dominatrici e schiavi adulti. Non ragazzi diciottenni.

Mentre cerco di sintonizzarmi e capire questa strana predilezione, mi viene raccontato anche il finale della storia: il ragazzo che si candidava a bancomat, nella chat, aveva specificato anche il massimale dell’offerta. Non più di 85 euro.

Ascolto ancora, domandandomi se tale limite fosse, per caso, l’ammontare della sua paghetta.

Poi quando la sua proposta è stata gentilmente declinata, l’aspirante e acerbo money slave non si è offeso. Anzi, per far vedere che faceva sul serio ha fatto comunque una ricarica da 10 euro alla ragazza. Fine dell’approccio e anche del racconto.

Ai miei tempi avevo un’amica scaltra gattamorta che era abilissima a scroccare passaggi, cene e regalini da spasimanti che finivano regolarmente a bocca asciutta. Ma non erano money slave, piuttosto dei generosi, illusi, ottimisti ragazzi che continuavano a sperare che la mia amica un giorno cambiasse idea. Ammaliata dai loro regali li degnasse di qualche calda attenzione.

Invece questo concetto passivo del finanziatore sottomesso, mi incuriosisce e sconvolge. Non voglio credere che al tempo dei primi amori, in un universo sempre più consumista, questo fenomeno possa essere una strategia di corteggiamento.

Maschi insicuri e femmine sempre più stregate dal materialismo, non è una bella fotografia dell’interazione fra i sessi.

Cane Puzzone

Chien Purri, Stinky Dog, Cane Puzzone. Traduzioni diverse ma è sempre lui, il simpatico randagio che profumapuzza di sardine, con il pelo che sembra una moquette vecchia, sempre in giro con il suo improbabile amico felino Spiaccigatto. E sempre alla rierca di un eventuale padrone, qualcuno che lo accudisca ma non si permetta di fargli la toeletta e soprattutto non lo privi (troppo) della sua indipendenza.

Cane Puzzone è nato in Francia, dalla penna di Colas Gutman e dalle illustrazioni di Marc Boutavant, ha avuto un incredibile successo tra i più piccoli (4-7 anni), le sue avventure si sono moltiplicate per nove libri e trasformate anche un cartone animato. E’ stato tradotto anche per il mercato anglosassone e adesso, dal 13 settembre sarà in libreria anche in Italia. Cane Puzzone è un titolo fantastico e un’ottima e divertente lettura per chi sogna di avere un cucciolo!

Mamma mia! Ci risiamo

Forse è una delle rare volte che un sequel è meglio della prima versione.

Sono andata a vedere Mamma mia! Ci risiamo e mi sono divertita moltissimo. Dieci anni dopo la prima versione cinematografica, per trovare spunti interessanti la storia fa un balzo indietro nel tempo e si torna alla giovinezza di Donna (Meryl Streep).

In questa pellicola è interpretata dalla deliziosa Lily James, e il musical racconta, con spumeggiante colonna sonora degli ABBA, l’inizio della faccenda.
Siamo nel lontano 1979: Lily-Donna si è appena diplomata e decide di esplorare il mondo. Peccato che faccia solo due tappe: Parigi e l’isoletta della Grecia dove in seguito a inaspettata gravidanza deciderà di stabilirsi.

La trama è esile e ci sono scene scontate che grondano miele ma basta lasciarsi coinvolgere e il film diventa godibilissimo.

L’ho visto a Londra, la seconda sera della vacanza quando ero molto preoccupata perchè il mio bagaglio non era arrivato con me, si era perso chissà dove, e la visione di questa commedia romantica è stata terapeutica.

In sala tutti gli spettatori si divertivano, ridevano e palpitavano per le avventure amorose della protagonista.

L’euforia era contagiosa e complice, tanto che all’uscita dalla sala, una signora sconosciuta piuttosto anziana, ha attaccato discorso, confessandomi sorridendo la sua scena preferita del film.

Con un simpatico accento irlandese ha esclamato: “Che ridere your restless groin!”

(in italiano la battuta può essere tradotta più o meno, cerco di non essere volgare, con “le tue parti basse sempre in ebollizione”. Lily James provocava questo effetto a tappeto)

La signora irlandese continuava a ridacchiare e ripetere your restless groin e il marito che l’accompagnava aveva l’aria un po’ scocciata. Non sembrava divertirsi altrettanto.

Poi ha cominciato a parlare di Cher, che nel film fa la parte della nonna, onestamente l’avevo scambiata per Lady Gaga (devono avere lo stesso chirurgo plastico perchè sono diventate identiche, due gemelle!)

Dopo aver discusso di Cher, il marito, con modi bruschi, le ha detto che dovevano andare e la nostra amicizia purtroppo è morta sul nascere. Ma sono tornata a casa felice.

Mamma mia! è un film che rende allegri e anche ottimisti.

(Infatti il giorno dopo British Airways ha comunicato di aver localizzato i miei bagagli)

 

New York una città di corsa

La passione per la corsa. L’allenamento che diventa indispensabile. Uno sfogo, fonte di benessere e sinonimo di libertà. Chiara Marchelli, autrice che vive a New York, in questo libro svela i suoi percorsi preferiti, portando chi legge nel cuore della città, facendo scoprire itinerari insoliti.

Pensando a New York  e alla corsa forse si immagina solo la grande e famosa maratona. Oppure visioni un po’ cinematografiche di chi fa jogging a Central Park.

Questo libro è utile perchè va oltre gli stereotipi, mischia le nozioni territoriali con annedoti storici su tradizioni e abitudini dei vari quartieri. Da Brooklyn ad Harlem regala dettagli preziosi su come affrontare e capire la metropoli.

Poi approfondisce molti aspetti della storia della Grande Mela, racconta retroscena e pettegolezzi su locali famosi e anche dettagli inaspettati su personaggi famosi, cantanti, attori e scrittori, tutti newyorkesi doc.

Può essere una guida turistica ma anche un memoir con sensazioni e idiosincrasie di una runner che ama correre senza la musica e adora farlo anche sotto la pioggia. Percorre lunghi tragitti, non disdegna le strade trafficate ma regala al lettore sentieri segreti negli angoli più pittoreschi dei parchi cittadini. Si definisce una runner vecchio stile, per questo non ama le competizioni, non ha mai partecipato alla Maratona. Corre per ritrovare se stessa.

Infatti l’autrice confessa che l’allenamento è anche un’ottima terapia per risolvere e smaltire lo stress. Come una meditazione. L’impegno e la fatica fisica mettono alla prova non solo il corpo ma anche la mente e quindi “si corre su” un problema, una delusione, una faccenda da risolvere. E su questo tema sono completamente d’accordo con lei. Proprio per questo motivo chi inizia a correre poi non riesce più a farne a meno. Si corre e si macinano i problemi, si medita ampliando la falcata finchè la mente non si libera. Finchè le endorfine regalano l’agognata dose di benessere.

Chiara Marchelli analizza anche il rapporto fra la corsa e la scrittura, da Murakami in giù moltissimi autori corrono e giurano di trovare ispirazione per le proprie pagine. Sfidano se stessi e si sfiancano per riuscire a risolvere un dubbio letterario, sbloccare l’immaginazione.

(Funziona? Non lo so. Ma certo è più salutare che cercare conforto nel cibo o nell’alcol. E poi fa fico raccontarlo 🙂 )

Cena di classe

(In agosto sono stata in vacanza e la scrittura sul blog ha avuto uno stop. La cosa bizzarra è che mentre non aggiornavo il traffico del blog è molto aumentato – il post più letto è sempre quello sulle Kardashian – Mi sto facendo delle domande: per avere successo è meglio che non scriva? E comunque Kardashian uber alles?  🙂 Sto riflettendo…)

 

Adesso va tanto di moda la rimpatriata fra ex compagni di scuola. Liceali vintage che si ritrovano almeno trent’anni dopo la maturità, per una serata in cui si torna indietro nel tempo. Si ride, si scherza e ci si chiama con i soprannomi di quando si copiava il compito in classe. Una spensierata serata amarcord in cui si ringiovanisce meglio che con il botox.
Con l’allegra comitiva dei miei ex compagni di scuola, negli ultimi due anni ci siamo ritrovati già quattro volte. L’ultima per festeggiare la più brava della classe in matematica (persona geniale e disponibile che mi ha lasciato copiare anche il compito di maturità) diventata primario.
Mi sono traferita a Milano ma quasi tuttti i miei ex compagni sono rimasti a vivere nella cittadina della Romagna dove sono cresciuta. Quindi la cena di classe è anche una bella occasione per una rimpatriata nella terra delle piadine e dell’affettato.
Insomma un mesetto fa eravamo tutti lì a brindare e mangiare prosciutto, salame, squaquerone e piada fritta. Contenti di rivederci e affettuosi come sempre. Il nostro era un liceo scientifico e in classe erano più maschi che femmine.
C’erano Sale, Rano, Joe, Ciondo, Beef, Spoglia, Caffo, Cardo, la Belva, Zwerdy e parecchi altri.
Qualcuno è medico, c’è uno avvocato, un geologo, molti insegnanti. Nella nostra ex Quinta A, i ragazzi, eravamo state fortunate, erano i più belli della scuola. Adesso sui cinquanta sono ingrigiti mentre per noi femmine c’è rifugio nel trucco e parrucco.
Come sempre abbiamo cominciato la serata con un brevissimo briefing sul lavoro, i figli, i mariti, le mogli, per partire poi con i ricordi di scuola. Gli annedoti e i pettegolezzi d’antan. La parte più divertente e proficua. E se a qualcuno, considerata l’età, la memoria comincia ad appannarsi ci pensano gli altri a rinverdire i souvenir.

Poi dopo i soliti convenevoli abbiamo cominciato a parlare del grande assente: ancora una volta all’appello di classe mancava Livio. Un nostro compagno che ha partecipato solo una volta alle cene e sembrava anche un po’ fuori posto. Come una persona che avesse sbagliato combriccola.
Nella nostra ex Quinta A, quando c’erano i belli, Livio invece era piccolino magrino e soprattutto invisibile. Tanto che, con il passare del tempo, mi ero anche dimenticata della sua esistenza.
Così un anno fa quando l’ho incontrato di nuovo alla rimpatriata (l’unica a cui abbia partecipato) mi sono chiesta chi fosse quel mini Lou Reed all’altro capo della tavolata. Era Livio.
Mentre gli altri ex ragazzi sembrano dei cinquantenni Livio è sempreverde. Perché è rimasto piccolo e secco. Con una faccia da ragazzino un po’ invecchiato, capello cortissimo, occhiali da sole (era una cena all’aperto in settembre) t-shirt nera e jeans sdrucito, faceva molto rockstar vintage.
E a cinquant’anni assomigliare a un artista un po’ maledetto, si è rivelata una tecnica vincente. Livio è pieno di donne.
In quell’unica cena a cui partecipò quando, dopo aver consumato la giusta quantità di sangiovese e trebbiano, si cominciò a proporre nomi di coetanei e coetanee per vagliare la data di scadenza del loro fascino, ad ogni donna menzionata Livio scuoteva la testa. Pollice verso.
Secondo lui oramai la tale e anche la tal’altra, famose nei giorni lontani in tutta la scuola per la loro avvenenza, erano oramai irrimediabilmente da buttare.
La ragione del cinismo di Livio l’ho scoperta in quest’ultima rimpatriata. A lui le signore della zona non interessano perché ha ampliato i confini. E’ diventato un seduttore international. Dopo un matrimonio fallito, Livio ha preso molto sul serio la globalizzazione: ha avuto una fidanzata marocchina, un paio di brasiliane e adesso sta per sposarsi con una ragazza filippina.
“L’ho visto fuori dal ristorante XY con una ragazza bellissima, marocchina. Giovane e alta il doppio di lui”, ha rivelato una mia compagna di scuola.
“Ma questo era due anni fa, poi c’è stata la brasiliana”, le ha risposto subito un ben informato.
“Sì, ma dopo lui è tornato a Rio e l’ha trovata incinta di un altro”
C’era un certo compiacimento in questa affermazione.
“Infatti ha rotto e si è fidanzato”
“Con un’altra brasiliana?”
L’invidia ormai era diventata tangibile.
“No, con una ragazza filippina”
“Adesso è a casa di lei, per sposarsi”
Le notizie girano in fretta.
“Chediamogli una foto”
La curiosità ha contagiato tutta la classe.
Con whattsapp è un attimo. Le piadine rimaste erano oramai fredde e tutti fremevamo per vedere la giovane promessa sposa.
Livio era online ma ha fatto finta di non capire e ha inviato un’immagine della mappa dell’arcipelago delle Filippine.
Che delusione. Ma forse è stato meglio così, meglio supporre che sia una fake news.

Il cammino sugli antichi sentieri

Tutti stanno partendo per le agognate ferie…e anche il blog chiude fino al prossimo 23 agosto. Buone vacanze a tutti!

Vi lascio con un’esperienza di viaggio diversa, più pacifica e spirituale, magari da intraprendere da settembre  in poi, quando le temperature saranno meno torride.

Un’idea che sta diffondendosi sempre di più è quella di usare il tempo delle vacanze per camminare, ripercorrere antichi sentieri per essere a contatto con la natura e anche con noi stessi. Riscoprire la lentezza e il piacere di macinare chilometri a piedi come facevano gli antichi pellegrini, per motivi religiosi o anche solo per necessità.

Mi piacerebbe provare, l’idea di percorrere un antico itineraio mi incuriosisce molto. Camminare non mi spaventa e sto pensando di provare una di queste vie, magari nel prossimo anno.

Oggi essere considerati pellegrini va molto di moda, come mi ha raccontato un amico che ha fatto questa esperienza. Arrivato in un paesino in Umbria, a piedi con lo zaino in spalla, è capitato in una sagra paesana dove ha incuriosito i locali. Una bambina, squadrandolo con curiosità gli ha chiesto: “Ma tu sei, per caso, un pellegrino?”

Alla risposta affermativa tutto il paese si è mobilitato offrendogli da bere e da mangiare.

E alla fine della festa hanno insistito, molto, perchè accettasse una piccola damigiana di vino, come souvenir. Non poteva rifiutare e così è ripartito con la zavorra alcolica, pesante almeno quanto il senso di colpa che avvertiva all’idea di liberarsene appena fuori dalla vista dei generosi paesani!

Itinerari di varia difficoltà per camminare ( anche da frammentare le tappe), si possono trovare in Emilia, dove le strade e i sentieri sono da secoli direttrici percorse da tanti viaggiatori. Per una motivazione spirituale, una sfida sportiva, gli escursionisti trovano nell’area tra Piacenza, Parma e Reggio Emilia un reticolo di itinerari mantenuti e circondati dagli splendidi paesaggi di un Appennino che sale e scende, puntando verso nord o cercando uno sbocco sul mare.

Sugli oltre mille chilometri che – tra il Passo del Gran San Bernardo e Roma – ne costituiscono il tratto italiano, la Via Francigena attraversa anche gli Appennini delle province di Piacenza e Parma. Dichiarato Itinerario Culturale del Consiglio d’Europa nel 1994, il cammino entra in territorio piacentino con il Guado di Sigerico e, dopo un breve tragitto sull’argine del Po e vari rettilinei su strade provinciali, arriva alle porte della città, dove il percorso tocca Piazzale delle Crociate e Piazza Cavalli per poi sboccare sulla Via Emilia. Risalendo il torrente Nure e tagliando boschi e campagne che salutano il Castello di Paderna, l’Abbazia Cistercense di Chiaravalle della Colomba e il Duomo di Fidenza, simbolo dello sconfinamento nel parmense.

Tappa obbligatoria per i pellegrini che si dirigevano a Roma, la cattedrale dedicata a San Donnino è un’occasione per riprendere fiato e lustrarsi lo sguardo, prima di rimettersi in marcia verso Cabriolo e la sua pieve, i resti della rocca di Noceto, Felegara e Fornovo, dove la statua del pellegrino sulla facciata della Chiesa di Santa Maria indica la direzione. Sempre sotto la sigla di Parma, si giunge a Bardone e a Cassio – caratterizzata da una via lastricata in pietra – per poi insinuarsi a Berceto e lasciare l’Emilia.

Poi c’è la Francigena di montagna, la Via degli Abati è un antico itinerario alto-medievale seguito dai monaci del monastero di San Colombano di Bobbio per arrivare a Roma, attraversando parte del territorio provinciale di Pavia e l’Appennino Tosco-Emiliano nelle province di Piacenza, Parma e Massa Carrara.

I 190 km complessivi dell’impegnativo tracciato si dividono tra mulattiere, carrarecce e sentieri che solo in piccoli tratti lasciano il posto a strade asfaltate.
Continuando invece verso la Lombardia, si trova il Sentiero del Tidone è un percorso quasi totalmente in terra battuta e ghiaia che, sulla distanza di 69 km, segue il Po e risale il torrente Tidone fino alla diga del Molato e al Lago di Trebecco, per poi proseguire verso la sorgente tra boschi e orti botanici. Cartelli in legno e bacheche forniscono puntuali indicazioni sulla progressione e informazioni sulle caratteristiche del tragitto, mentre una serie di aree di sosta garantisce la possibilità di effettuare qualche pausa in relativa comodità.

La rete di sentieri lungo antiche direttrici medievali che costituisce il cuore della Via Matildica  è un’occasione per mettere in moto non solo i piedi ma anche l’immaginazione e rivivere l’atmosfera del feudo di Matilde di Canossa, giungendo alla base dei castelli della Gran Contessa, attraversando borghi e calpestando la stessa venerabile terra percorsa dai pellegrini nei loro itinerari religiosi. Da Mantova a Lucca, il cammino è una lenta passeggiata nella vicenda storica di quella che è stata forse l’autentica protagonista femminile del Medioevo ma anche una possibilità per decidere di deviare verso il Parco Nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano.

La segnaletica orizzontale e verticale disposta lungo il percorso dispensa precise e utili informazioni sulle tappe e sulle mete, in uno scenario mutevole che passa dalla rupe di Canossa all’Ospitale di San Pellegrino in Alpe, con il suo affaccio verso la Toscana, sulla Garfagnana.

Poke Bowls fai-da-te

Se siete dei veri foodies avrete senz’altro sentito parlare delle poké bowls, uno dei piatti più di tendenza del 2018.
Questo tipo di pietanza, che viene dalle Hawaii e il cui nome significa letteralmente “tagliato a cubetti”, deve il suo successo alla sua semplicità, o, più probabilmente al fatto che, considerando gli ingredienti, si tratta di una variante del sushi o del ceviche.
Sono sempre di più i ristoranti che offrono questo tipo di piatto, che oltre ad essere molto sano e ad avere poke calorie, è estremamente personalizzabile. Di solito si sceglie una base di cereali o insalata, seguita da una fonte di proteine, spesso il pesce, o il tofu per la versione veggy. La ciotola si arricchisce poi a piacere con verdure, semi, salse e anche frutta (con il mango è buonissima!).

Noi abbiamo provato a ricreare un poké un po’ più casalingo, usando il salmone affumicato al posto del pesce crudo, per velocizzare e semplificare il tutto.

Ingredienti per due persone:
Una tazza di riso jasmine (oppure riso per il sushi / riso integrale o anche quinoa)
Mezzo avocado
Una tazza e mezza di edamame
Un foglio di alghe nori (quelle per il sushi)
Due cucchiai di zenzero marinato
100g di salmone affumicato
Semi di sesamo

Procedimento:
1) Cuocere il riso e l’edamame in pentole separate, seguendo i tempi di cottura sulle rispettive confezioni.
2) Una volta cotti, scolare e lasciare raffreddare completamente.
3) Tagliare il foglio di alga in quadratini piccoli e farlo tostare per un minuto su una padella calda.
4) Tagliare l’avocado a dadini.
5) Tagliare il salmone in pezzi piccoli.
6) Assemblare le ciotole, assicurandosi che riso, alghe ed edamame siano freddi: mettere il riso come base, coprirlo con gli altri ingredienti e per ultimi, aggiungere una spolverata di semi di sesamo.

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