Provare la febbre con il bluetooth

Come tutti i genitori imparano presto, le malattie dei bambini arrivano sempre nei momenti più scomodi: quando si va in vacanza, nei giorni delle feste comandate o anche semplicemente durante i finesettimana, quando è più difficile cercare la consulenza di un pediatra.

E il sintomo che spaventa più di tutti, quello infido, più difficile da decifrare, è la febbre. Più la temperatura si alza, più i genitori vanno nel panico.

Quando facevo la volontaria al Pronto Soccorso della Clinica De Marchi, la domenica pomeriggio, l’80% dei casi era proprio quello dei neonati con la febbre alta. Spesso non è nulla di grave ma per i genitori a volte è anche difficile riuscire a monitorare il decorso della febbre perchè spesso i bebé sono insofferenti alle manovre per misurare la temperatura.

I termometri tradizionali sono invasivi, difficili da far restare nella giusta posizione o anche solo lenti, i minuti per una corretta rilevazione sembrano eterni. Adesso fortunatamente sul mercato c’è un nuovo dipositivo, molto funzionale, che risolve questi problemi. Si tratta di Temp Sitter un termometro, tra l’altro molto con un design elegante ed essenziale, che funziona con il sistema bluetooth collegato direttamente a un app che si può scaricare su smartphone (iOS e Android).

Così la temperatura dei neonati 3.0 può essere rilevata senza disturbarli troppo. Soprattutto nelle ore notturne quando la febbre tende ad alzarsi, perchè il funzionamento di Temp Sitter è molto semplice. Dopo aver scaricato l’app, basta connettere con il bluetooth il proprio smartphone con il termometro e poi usare uno dei patch adesivi che si trovano nella confezione del termometro, per attaccare il dispositivo con i sensore sotto l’ascella del bambino.

A questo punto Temp Sitter invierà allo smartphone la temperatura che si leggerà direttamente sull’app. Si potrà impostare un intervallo durante il quale monitorare e anche stabilire un “allarme” in caso di picchi di febbre. Inoltre rimarrà traccia dell’andamento della temperatura, un grafico, che potrà essere riferito al pediatra per aiutarlo nell’eventuale futura diagnosi.

Temp Sitter è disponibile in tre diversi colori, bianco, rosa, azzuro, e si può acquistare da MediaWorld, Apple Premium Resellers e su Doctor shop


(post scritto in collaborazione con GIMA)

I difetti fondamentali

Uno scrittore è sempre infelice: quando non riesce a pubblicare, quando pubblica ma non vende, quando vende ma qualcun’altro vende più di lui.

E ancora quando il suo romanzo in libreria ha una posizione di secondo piano, quando l’ufficio stampa non pubblicizza bene il libro.

Ma anche quando non l’invitano a quel festival letterario, quando il suo agente fa un lavoro pessimo, quando non vince il premio prestigioso, quando qualcun’altro sforna un best-seller più best-seller del suo.

Insomma una sofferenza continua, un martirio senza fine, in cui il classico blocco dello scrittore, la mancanza di ispirazione, diventa il male minore. Quasi una bazzecola.

Tutte questo disagio, verissimo, viene descritto con genialità e ironia da Luca Ricci nel suo libro più recente, I difetti fondamentali, diciotto racconti per svelare la psicologia di chi scrive e pubblica (o sogna di farlo).

C’è il tormento di chi continua a telefonare alla casa editrice a cui ha inviato il manoscritto, sperando in una risposta. La voglia di isolamento dell’autore frustrato che, per cercare ispirazione, rifugge la moglie e rischia il divorzio.

Poi il fortunato che affitta per caso una camera del suo B&B all’agente letterario più potente del mondo, allora si fa audace e dichiara le sue velleità da scittore.

L’autore famoso che si finge morto per vendere sempre di più (il mio editore mi aveva consigliato una strategia del genere, giuro!), l’invidioso che gongola quando il libro dell’amico è un flop e poi la scrittrice di chicklit che diventa una pazza gattara (quella sono io).

I racconti a volte virano sul fantastico, mantendo però sempre dialoghi fulminanti e uno stile spassoso e coinvolgente. Il dorato mondo delle lettere è una brutta bestia e Luca Ricci riesce a illustrarne tutte le inquietanti e folli sfaccettature.

Scuola guida materna

La maturità, il test di medicina, quello di ammissione al collegio, i primi esami all’università. In questa marea di studio Anita ha posticipato, rispetto ai suoi coetanei,  il traguardo della patente.

E così proprio in questi giorni, armata di foglio rosa, sta prendendo lezioni di guida.

Domenica scorsa per farla allenare le ho proposto il primo giretto insieme nel quartiere dove abitiamo. Aveva già guidato con me, ma solo piccole manovre in strade semi deserte. Quindi andare insieme a bere un caffè e all’edicola era una grande e importante gita.

Prima di uscire di casa ho detto a Emma come doveva comportarsi con l’eredità (vestiti, gioielli e libri) nel caso avessimo un incidente e non fossi tornata viva. Poteva tenersi anche il computer e il tablet.

In teoria ero abbastanza serena, ma il mio body language mi tradiva.

Appena salita in auto quasi senza rendermene conto mi sono aggrappata alla maniglia sopra il sedile e non l’ho più mollata. E’ diventata subito un’appendice naturale del mio corpo.

Il mio rapporto con la guida non è mai stato idilliaco, ho preso la patente a diciotto anni e, tra l’esame orale e quello di guida, ho distrutto l’auto dei genitori del mio fidanzato di allora. Ed è stato un po’ uno choc, sia per me che per loro.

Tanto che non ho più guidato per dieci anni, poi a Londra ho deciso che dovevo risolvere la situazione. Così ho preso lezioni di guida (a sinistra) da una ragazza molto simpatica che faceva anche l’ipnosi.

Infatti ho provato anche a farmi ipnotizzare (per altri motivi) ma non sono riuscita ad andare in trance. Però ho ripreso a guidare, me la cavo anche se non amo andare in tangenziale. (Neanche se mi pagano).

Quindi, domenica scorsa, quando mia figlia ha messo in moto ed è partita avevo i nervi un po’ tesi. Lei guidava bene ma non riuscivo a rilassarmi.

Ha fatto una rotondina un po’ veloce e ho avuto il batticuore.

Poi in un’altra strada a tradimento è spuntato un SUV e sono stata presa dal panico.

All’improviso mi è apparso il fantasma di Grace Kelly, che secondo me (e anche molti altri), è morta nel famoso incidente d’auto sui tornanti intorno a Montecarlo, mentre guidava la principessa Stephanie, allora adolescente senza patente.

Nel mio quartiere non ci sono i tornanti ma era un presagio, non c’erano dubbi. Un cortese avvertimento del destino.

Allora ho chiesto ad Anita di accostare e sono scesa sana e salva.

Lei mi ha guardato un po’ così e poi ha detto:

“Comunque quando inizierò a fare i prelievi di sangue avrò bisogno di una cavia!”

Insomma non posso certo scamparla per sempre!

Ossitocina: dall’istinto materno all’empatia

Da secoli musa di poeti e musicisti, l’amore materno affascina anche la scienza, che indaga per scandagliare i meccanismi biologici all’origine di un sentimento così profondo e complesso. Un recente studio, condotto dagli psicologi della Northeastern University e del Massachusetts General Hospital di Boston, ha rivelato che un legame forte tra madre e figlio è anche questione di chimica.

Un ruolo chiave, oltre che dall’ossitocina, è svolto dalla molecola del benessere dopamina. L’ormone cerebrale legato alla motivazione e alla ricompensa innesca una serie di emozioni positive nelle madri, stimolandole a prendersi cura dei figli, a nutrirli e a proteggerli.

L’effetto della dopamina non si esaurisce nel tempo. Il legame tra madre e figlio ubbidisce alle stesse dinamiche anche quando carillon e passeggini sono stati relegati da tempo in soffitta. Nello studio, pubblicato sui Proceedings of the National Academy of Sciences, sono state coinvolte 19 mamme tra i 21 e i 46 anni, con figli di età compresa tra i 4 mesi e i 2 anni. Le madri sono state sottoposte a una risonanza magnetica cerebrale mentre visionavano dei filmati in cui giocavano con i loro figli. I ricercatori hanno registrato una maggiore produzione di dopamina nelle donne più sensibili ai bisogni dei neonati.

Secondo gli autori, Shir Atzil e Lisa Feldman Barrett, la scarsa produzione del neurotrasmettitore potrebbe spiegare il basso coinvolgimento emotivo talora osservato nelle madri.

Gli psicologi hanno scoperto che pure i padri ricevono una spinta “chimica” a occuparsi dei figli. La produzione di dopamina aumenta quando ci si prende cura di un neonato anche nei genitori adottivi.

Un meccanismo biologico che aiuta a fornire al neonato tutte le attenzioni di cui ha bisogno per uno sviluppo cerebrale, fisico ed emotivo ottimale. Meccanismi simili secondo gli psicologi si innescano anche quando ci si occupa di persone adulte e anziane bisognose di cure. O ancora quando si scambiano attenzioni e gesti premurosi con una persona cara. La dopamina dà ai caregiver la forza di affrontare un ruolo impegnativo traendone emozioni positive.

Breaking (small) news !!!

Non sapevo che titolo fare e forse ho esagerato, perdonatemi, comunque ho due belle novità.

La prima è che qui sul blog ho una collaboratrice, Paola Pagliaro, una collega che scriverà di argomenti che riguardano la sfera del benessere. Saranno articoli più interessanti e giornalistici dei miei e sono sicura che li apprezzerete molto.

La seconda è più personale: il 10 maggio uscirà per Giunti il mio nuovo romanzo. Anche gli altri libri sono usciti a maggio, perchè scrivo stupidate da leggere sotto l’ombrellone, perchè è il mio karma e spero sia di buon auspicio.

E’ un romanzo d’amore che ho finito di scrivere ben 4 anni fa e quindi al momento sto facendo un lavoro di editing, per migliorarlo a attualizzarlo (sarebbe la quinta revisione).

State pensando: “La prima versione doveva essere una bella schifezza…” e magari avete ragione. Il titolo non c’è ancora, alla ventesima revisione vi farò sapere 🙂

Vinci un weekend a Montpellier e ringrazia il tuo cane

Con le truffe alimentari, di cui si legge ovunque, c’è poco da stare tranquilli. Ne succedono di tutti i colori nell’alimentazione degli umani, figuriamoci cosa arriva nelle ciotole dei nostri animali domestici.

Qual è il lato oscuro di quelle crocchette?

E quel raffinato patè, sarà veramente così delizioso?

Per vederci più chiaro si può partecipare, fino al 30 giugno prossimo, a questo concorso e tenere le dita zampe incrociate, sperando di vincere un weekend, a inizio settembre, per due persone nel sud della Francia, a Montpellier.

Un’occasione per visitare la città ma anche il Campus di Royal Canin, di oltre 24 ettari, dove sono nate tutte le gamme di alimenti oggi disponibili per cani e gatti e anche quelle specifiche per età, taglia, stile di vita. E poter verificare di persona che tutto sia prodotto secondo le regole per la salute e il benessere dei nostri amati amici pelosi.

Torta vegan (dietetica) di S. Valentino

Questa torta al cioccolato è ricca, cremosa e insospettabilmente sana. E molto versatile. A S.Valentino può essere offerta senza timore di far danni a un marito o a un fidanzato con le maniglie dell’amore. Oppure, chi è single, può sbaffarsela tutta come comfort food e pesarsi senza problemi la mattina dopo!

E’ dietetica perchè le uova e il burro sono sostituite dalle banane e dall’avocado, danno morbidezza all’impasto senza appesantire. Lo zucchero dallo sciroppo di riso che può essere anche di agave o di acero (noi in casa avevamo quello di riso). Il latte vegetale è leggerissimo e così l’unico ingrediente vagamente calorico sono i pistacchi

Ingredienti:

– 1/2 tazza di mix per dolci senza glutine
– 1 tazza di farina di avena
– 1/2 tazza di cacao amaro in polvere
– 1 cucchiaino di lievito per dolci
– 1 avocado medio
– 2 banane piccole mature
– 1 tazza scarsa di sciroppo d’acero/agave/riso
– 1/4 tazza di olio di cocco (sciolto)
– 1 tazza di latte vegetale
– 2 cucchiaini di estratto di vaniglia
– 1 cucchiaino di aceto di mele
– un pizzico di sale
– Una vaschetta di fragole
– 3 cucchiai di pistacchi sgusciati

Procedimento:
1) Riscaldare il forno a 180ºC. Ungere una teglia con poco olio di oliva e spargervi sopra della farina di riso
2) Mettere le banane e l’avocado in una ciotola e, usando una forchetta, renderli in poltiglia.
3) Aggiungere lo sciroppo, l’olio di cocco e la vaniglia. Mescolare bene.
4) Mettere il latte in una tazza insieme all’aceto e lasciar riposare per un paio di minuti. Poi aggiungere al resto degli ingredienti.
5) Aggiungere il lievito, il cacao, la farina e il sale e mescolare bene.
6) Versare nella teglia e infornare.
7) Cuocere per 45 minuti.
8) Togliere dal forno e lasciar raffreddare nella teglia.
9) Decorare con le fragole e i pistacchi sminuzzati.

Cinquanta sfumature di nero: il film

Dovevo scrivere la recensione e quindi ieri sera, impavida, sono andata a vedere il ritorno di Ana & Chris. Ho cercato di coinvolgere qualche amica ma la gentile, unanime, risposta è stata così: “Grazie, ma ho visto il primo ed era una vera caxxxata, preferirei di no”
Non mi sono persa d’animo e molto professionalmente ho deciso che avrei affrontato quella marea di erotismo da sola.
Ho scelto di vederlo in inglese perchè ho pensato, primo giorno di uscita al cinema, chi fosse meno ressa.
Infatti.
Ero l’unica in sala.
La cosa mi ha fatto piacere, perché ero comoda e nessuno vicino di posto che pensasse fossi una maniaca. Poi però ho anche realizzato che se veniva qualcuno, magari anche il tipo che vende i popcorn nell’intervallo, avrebbe pensato senz’altro che fossi depravata.
Da sola, davanti alle acrobazie in paramount di Chris che rivolta Ana come fosse una omelette.
Fortunatamente non mi ha visto nessuno.
Sono stata accorta.
Non ho comprato popcorn, non sono andata in bagno.
Non mi sono fatta notare nel foyer.
Ho riso molto e questa è la mia recensione.

Lion – La strada verso casa

E’ difficile narrare una storia carica di pathos e drammaticità senza scadere nell’emotività, senza esagerare nei toni più melensi.

Ma questo film ci è riuscito benissimo.

Racconta la storia vera di Saroo un bambino indiano che è stato adottato ed è cresciuto in Australia, ma non ha mai dimenticato la vera madre e il suo passato. Dettagli che negli anni sono diventati un’ossessione. Il tassello mancante ed essenziale per comprendere la sua identità. Perciò diventato adulto cerca disperatamente di ritrovare le sue origini, identificare il suo villaggio e ricostruire quello che gli era veramente accaduto.

Da piccolino si era perso nella stazione di Madras e poi per sbaglio era salito su un treno diretto a Calcutta. L’India è un Paese enorme dove si parlano lingue diverse, Saroo non riusciva a farsi capire, vagava perso e indifeso senza una meta.

Così era iniziata la sua odissea in mezzo ai bambini di strada, ai pericoli e agli orrori di una vita ai margini. Poi c’era stato l’orfanotrofio e infine l’adozione internazionale.

Il ruolo di Saroo, da bambino, è interpretato da un ragazzino indiano di otto anni, il bravissimo Sanny Pawar. Mentre da adulto diventa Dev Patel e la madre australiana ansiosa e premurosa è Nicole Kidman. (Intensa e imbruttita da copione, per assomigliare alla vera madre adottiva della storia di cui si vedono le foto nei titoli di coda).

Lion è proposto agli Oscar come miglior film, miglior attore (Dev Patel), migliore attrice (Nicole Kidman), miglior sceneggiatura, miglior fotografia, miglior colonna sonora originale.
Spero che vinca in ogni categoria.
E’ una storia coinvolgente, a tratti straziante, che mi ha commosso e fatto molto riflettere sul processo delle adozioni internazionali.
La vicenda del film si svolge negli anni ’90 e a quei tempi, credo, non fosse prassi comune per i genitori adottivi riportare, appena possibile, i figli adottati nel loro Paese di provenienza. Affrontare un viaggio all’indietro, per aiutarli a rendere meno traumatico il distacco dalle loro radici, dal loro vissuto, per quanto drammatico potesse essere stato.
Per errore forse si tendeva a pensare che per i bambini fosse più sano rimuovere, dimenticare, quello che erano prima. Che fosse giusto cancellare la pagina della vita precedente per sentirsi fortunati di averne una nuova: più ricca, più bella.
Piena di amore e attenzioni.
Non sono un’esperta in adozioni ma credo che adesso non si ragioni più così.
A scuola con Emma c’era un ragazzino indiano, con una storia molto simile a quella del protagonista di Lion, viveva in strada quando è stato trovato, portato in orfanotrofio e poi adottato in Italia.
Quando era arrivato alla materna sembrava piccolo, non si sapeva esattamente quanti anni avesse e gli era stata attribuita l’età dall’analisi ossea. Poi con il passare del tempo si è rivelata sbagliata, era piccolo perchè aveva avuto una vita dura, in verità è quattro anni più grande.
I suoi genitori adottivi però non hanno fatto l’errore di voler cancellare il suo passato, per quanto difficile potesse essere stato, ma l’hanno riportato, in vacanza in India, per aiutarlo a trovare identità e consapevolezza.

 

Relax alle Terme di Riolo

Pare che Caterina Sforza nella sua raccolta di ricette di bellezza (Experimenti della excellentissima Signora Caterina da Forlì) avesse inventato una ricetta formidabile per una ceretta. (I peli superflui non sono mai piaciuti, nemmeno nel 1400!)

Ho scoperto questa curiosità storica nel fine settimana, quando sono stata invitata alle Terme di Riolo, il paese romagnolo dove si può ammirare una piccola Rocca Sforzesca. Qui probabilmente la bellissima nobildonna trascorreva qualche giorno quando si recava a passare le acque ai Bagni di Riolo.

Le terme di questo ridente paesino, vicinissimo a Imola dove sono cresciuta, hanno origini molto antiche. Esistono come stabilimento termale da 140 anni, ma i benefici dell’acqua salsobromoiodica di Riolo, che si forma da una falda del terreno a 50-60metri di profondità, erano già nominati nei trattati medici del ‘500. Scritti che illustravano i benefici di queste acque ricche di sali minerali e dei fanghi di argilla molto particolare. Non polverizzata ma cremosa.

La mia giornata alle terme è trascorsa nel centro benessere, a sguazzare nella piscina con l’acqua sulfurea a 34°. Nella vasca oltre all’idromassaggio, alla cascate e al percorso Vascolare Kneipp, c’è anche una cyclette e una macchina per fare step sott’acqua per chi ama l’acquagym.

Eravamo a bagno, un po’ bruttini con la cuffia, che dona solo a pochi, ma un’espressione beata sul viso. Sorridevo agli altri sconosciuti bagnanti e loro ricambiavano. Giovani e vecchi, donne e fanciulle. Perchè ce la spassavano, ci sentivamo leggeri e ci facevano massaggiare dai getti d’acqua. Ed è vero che l’acqua sulfurea rilassa e ovviamente ispira il buon’umore. Ha un effetto così calmante che anche i bebé erano sereni e tranquilli.

Poi mi sono concessa una pausa nella zona sauna e bagno turco, ho fatto le docce emozionali, profumate, tiepide e, con coraggio, anche quelle ghiacciate. E mi sono rilassata con una bella tisana.

Insomma una perfetta, fredda, domenica di pioggia.

Ma la piscina e il centro benessere sono aperti anche alla sera e potrebbero essere la meta di un S.Valentino romantico e salutista.

A Riolo alle terme si possono abbinare, per i buongustai, a delle belle mangiate e interessanti degustazioni. Mentre per chi predilige il fitness, sono possibili gite in mountainbike e percorsi a cavallo, sui sentieri delle (dolci) colline che circondano il paese.

Oppure più semplicemente si possono fare delle belle corse. Le terme sono in mezzo a un parco secolare, non mi ricordavo, altrimenti avrei portato scarpe e abbigliamento tattico.

Quando ero tornata a vivere a Imola, più di un decennio fa, e le mie figlie erano piccole per combattere i malanni stagionali (quegli inverni in cui tosse, raffreddore, broncospasmo, mal di gola sembrano un flagello di Dio) in settembre per prevenire avevo portato Emma e Anita a fare “le cure”. Inalazioni e polverizzazioni, a Riolo.

All’inizio c’erano stati capricci, invece poi era stato molto piacevole. Divertente. Soprattutto le polverizzazioni che si facevano in una stanza piena di “nebbia” dove loro erano immerse a giocare.

Il primo giorno le avevo spiate dal vetro del corridoio, poi considerato che non mi degnavano di uno sguardo e passavano il tempo felici giocando nella nebbia sulfurea, i giorni successivi me ne andavo a girare nel parco.

A prendere un caffè e guardare gli anziani che, a metà pomerigigo, ballavano il liscio nella pista da ballo davanti all’ingresso delle Terme.

Tutto molto romagnolo, molto felliniano.

 

Vlog: Londra

E’ saltato fuori un po’ per caso.

Tra i vecchi file del computer, Emma, videomaker nell’animo, ha ritrovato questo reportage che aveva filmato nel nostro viaggio a Londra di 2 estati fa.

Si parte dall’aereoporto di Linate e si arriva a Heathrow (con puntatina nei bagni, peraltro molto belli). Poi un flash su Holland Park, un tragitto in autobus a Pimlico. E ancora Southwark, Millenium Bridge, London Eye, uno scorcio di St.Paul Cathedral e del Big Ben.

Tutto condito con la colonna sonora di Justin Bieber.

(Emma adesso rinnega come infantile la sua opera ma per me è troppo modesta).

 

S.O.S educazione sessuale

In inglese lo chiamano “talking about birds and bees”, il discorso sugli uccelli e sulle api. Si tratta di quella chiacchierata imbarazzante che i genitori si sentono costretti a fare dopo aver ricevuto un po’ di domande spinose a cui non possono più rispondere cambiando discorso o offrendo un gelato.

A scuola non si fa più “italiano sessuale”.
L’aveva definito così alle elementari un compagno di mia figlia. Era capitato una mattina quando la maestra di italiano, appunto, aveva cominciato a spiegare certe cose dopo aver trovato un bigliettino “scottante”.

La “Buona Scuola” ha deciso di risparmiare su questa materia e così va a finire che ragazzini e ragazzine imparano dalla rete e dai compagni.

Una volta che parlavo di un film forse troppo esplicito per la sua età, mia figlia mi ha risposto scandalizzata: “Mamma, ma io ho fatto le medie!”

Insomma l’educazione sessuale è in mano alle famiglie ed non è certo facile affrontare certi argomenti. Anche se la sessualità ci circonda con riferimenti forti, con scene ed esibizioni non troppo velate su tv, internet e pubblicità, non sempre i genitori sono pronti a dare risposte. E parlare in famiglia di sesso rimane un tabù difficile da scardinare.

Nello stesso tempo però i ragazzi sono tempestati da immagini che li spingono verso varie forme di precocità. Ci troviamo in un contesto in cui questi messaggi pervadono la mente dei nostri figli ma il loro cervello non è pronto, nella maggior parte dei casi, a elaborare quanto visto.

Ai genitori allora è chiesto di intervenire, di educare alla sessualità senza colpevolizzare e senza anticipare i tempi. È fondamentale che i genitori sappiano dare informazioni giuste al momento giusto – anche ai più piccoli, quando capitano per la prima volta argomenti sessuali e arrivano le prime domande e curiosità.

Questo tema, così attuale e spinoso, sarà affrontato il prossimo lunedì 6 febbraio, in un incontro gratuito da non perdere, alla Scuola Genitori di Daniele Novara. A discuterne con lui Silvia Veggetti Finzi, psicologa clinica e scrittrice.

Il mio superfood

Quando rinasco voglio essere una bacca di goji.

Lo penso tutte le mattine mentre infilo le dita dentro il barattolo delle mie bacche. Ne prendo una manciata e le mangio con voracità.
Non è un bel gesto elegante e le mie figlie mi hanno sempre guardato con perplessità.
Ma me ne infischio perchè oramai sono assuefatta e senza le bacche non potrei più vivere. Le ho conosciute qualche anno fa, quando hanno cominciato a essere di moda. E acquistate incuriosita dalla loro fama: antiossidanti, ricche di aminoacidi e vitamine (del gruppo B ed E, ma soprattutto C oltre a sali minerali, tra cui magnesio, potassio, silicio e germanio, rarissimo da trovare in altri alimenti naturali)

Molto spesso questi cibi esotici e sconosciuti sono una meteora pubblicitaria e l’entusiasmo collettivo svanisce dopo poco.

Invece io e le bacche oramai faccciamo coppia fissa da qualche anno e ho sperimentato che sono una panacea per il nostro benessere. L’uso costante migliora il metabolismo e aumenta veramente il livello di energia.

Benefiche anche per la vista? Può darsi.

Combattono i radicali liberi e migliorano pelle, capelli e unghie? Sembra di sì.

Poi, da vegetariana, ho sempre avuto probelemi di carenza di ferro, invece le bacche di goji ne contengono e questo mi ha aiutato molto.

“La quantità giornaliera consigliata va dai 10 ai 20 grammi, ovvero 1 o due cucchiai di bacche al giorno“, recita il vademecum del consumatore di bacche.
Così quando me le sparo in bocca cerco di non esagerare. Anche se sono buonissime.

Poi ho appena scoperto che possono anche coadiuvare in un regime dimagrante
questo mi lascia un po’ perplessa. Nonostante il loro basso indice glicemico e il potere saziante, è fuorviante pensare che mangiare bacche di goji possa favorire la dieta.

Per dimagrire bisogna fare movimento e ridurre le calorie, poi è chiaro che è meglio mangiare bacche piuttosto che biscotti.

Le controindicazioni mediche alle bacche sono stae chiaramente identificate: allergia alle solanacee (perchè sono stessa famiglia dei peperoni, pomodori, melanzane, patate), ipertensione, il diabete e l’assunzione di farmaci anticoagulanti.

Come controindicazione pratica invece c’è il costo. Non sono a buon mercato e purtroppo considerata la grande richiesta e la loro provenienza cinese (dove le norme sulla sicurezza alimentare spesso sono un optional), bisogna purtroppo diffidare delle confezioni vendute a prezzi troppo concorrenziali.

Manolo Blahnik: the art of shoes

Scarpe come sculture, col tacco a stiletto dall’impalcatura incredibile, oppure pantofoline realizzate artigianalmente con i materiali più preziosi. Poi le calzature delle dive viste sul red carpet ai piedi di tutte, feticcio delle protagoniste di Sex & the city e ultimamente ai piedi dell’ultima musa: Rhianna.
Ieri quando sono tornata a casa dall’anteprima della mostra e ho raccontato a Emma (che porta solo Adidas e doc Martins) dove ero stata, incredibilmente ha esclamato:
“Ah, le Manolos!”
Insomma le creazioni di Manolo Blahnik le conoscono proprio tutti e da oggi al 9 aprile sono esposte a Palazzo Morando.

Blahnik ha una collezione di circa 30.000 esemplari di scarpe e in questa mostra ne sono esposti 212 modelli suddivisi in varie sezioni, selezionate a seconda dell’ispirazione dello stilista. Quelle dedicate ai personaggi del passato e alle dive del cinema d’altri tempi, poi la sezione che mette in evidenza i materiali, sempre pregiati e lavorati artigianalmente in Italia.
E ancora quelle storiche, affiancate da veri esemplari d’epoca, quelli che hanno ispsirato Blanhik nella creazione delle scarpe di Marie Antoinette, nell’omonimo film di Sofia Coppola.

(Che piedi piccoli avevano una volta le persone! L’evoluzione ci ingigantisce)

Poi ci sono le calzature dedicate alla natura, le mie preferite: sandali rampicanti con ciliege, ciabattine con fragole, décolleté con applicazioni floreali.
Infine le calzature geografiche, influenzate dalle scarpe delle varie parti del mondo, le meno glamour e più noiose. Ma odio l’etnico quindi è un’opinione molto soggettiva.

La conferenza stampa di presentazione era gremita, di signore e signorine molto agguerrite. Quando è finita ed è stato data via libera al pascolo attraverso la mostra, poteva essere un incubo. Ma io, e un altro paio di signore babbione (senza metterci d’accordo) abbiamo avuto la brillante idea di sgattaiolare dentro dalla fine del percorso.

(E’ un po’ la mia sindrome, entrare dalle porte-finestra e dall’uscita, ci deve essere un significato psicologico recondito).

Una delle assistenti del museo ci ha redarguito ma la coppia delle babbione, con sussiego, le ha fatto capire che in quel modo la circolazione fra le sale sarebbe stata più fluida. Così ci ha lasciato andare.
Vero colpo di fortuna, perché è stato molto piacevole e tranquillo andare controcorrente e poter ammirare tutto con calma. Anche i meravigliosi schizzi dello stilista.

Tantissimi anni fa a Londra, quando ero una giovanissima giornalista di moda, avevo intervistato Manolo Blanhik che era già famoso, ma non così cinematograficamente mondialmente famoso, stava facendo i primi passi nello sfavillante mondo dello showbiz, era stato particolarmente antipatico.
Ma pazienza, come tanti grandi artisti, sono meravigliosi nelle loro opere e un po’ meno nella routine quotidiana.

P.S. Ah, dimenticavo! Ieri Blahnik era presente all’inaugurazione e ha detto che torna il tacco basso 🙂

 

Come trovare la baby-sitter ideale

La settimana scorsa ho fatto la baby-sitter per tamponare l’emergenza di un’amica. Era agitatissima, aveva avuto un impegno di lavoro improvviso e la bambina a casa da scuola con influenza gastrointestinale. Non potevo non correre ad aiutarla, anche se ero un po’ nervosa. Un po’ arruginita nel mio savoir faire con i seienni.

Invece nonostante le paure è andata benissimo, la piccola era una gran chiacchierona: ha vomitato poco e raccontato tanto. Il tempo è volato, mi sono divertita e intenerita nel sentirla parlare delle cose che le stavano più a cuore.

Ma cercare la persona giusta, a cui affidare i propri figli, quando si deve tornare al lavoro dopo la maternità o risolvere problemi di gestione familiare, può essere una ricerca molto frustrante.
A casa mia come baby-sitter hanno funzionato meglio le ragazze giovani, le studentesse universitarie. Infatti occuparsi dei piccoli è uno dei lavori più adatti a chi sta continuando a studiare. Le ragazze piacciono molto ai bambini, perchè hanno energia e ancora voglia di giocare. Poi accontentano anche i genitori perchè riescono anche a dare una mano sui compiti ed eventualmente a insegnare una lingua straniera.

Anche dai dati di Sitter-Italia, sito specializzato nella ricerca online di babysitter, (primo in Italia per numero di iscritti) su un totale di oltre 280.000 babysitter iscritte al sito, risulta che ben il 34% sono studentesse.
Nella mia esperienza sono stata fortunata perchè ne avevo incontrata una così brava e simpatica, che un’altra mamma, vedendola all’opera ai giardinetti, le aveva anche fatto una proposta per rubarmela. Ma lei fortunatamente non aveva abboccato!

Trovare la baby-sitter giusta e fidata infatti è come scovare un tesoro: può cambiare veramente la vita della famiglia. Per questo il servizio di Sitter-Italia, che funziona in tutto il territorio nazionale, è prezioso. Ma anche facile e immediato.
I genitori possono registrarsi per la ricerca della babysitter nella loro zona di riferimento. E se individuano varie candidate possono visionarne le foto, il curriculum, la disponibilità, le lingue parlate, le eventuali referenze. Poi mettersi in contatto per appronfondire e capire se si tratta della persona giusta.

Interessante anche il servizio ‘Genitori in contatto’, cioè la possibilità di condivisione della baby sitter con altre famiglie che vivono nella stessa zona. Oppure di conoscersi e fare gruppo tra genitori per occuparsi a turno dell’accudimento dei bambini, risolvere i problemi di trasferimento o gestione del doposcuola. Tutto ciò pensato in una sinergia di supporto alla quotidianità della famiglia e di risparmio in termini di tempo e denaro.

Per genitori e baby sitter la registrazione su Sitter-Italia è gratuita, così come la risposta alle domande e alle offerte di lavoro, poi è possibile essere i primi ad attivare contatti diretti grazie ad un abbonamento Premium.

(post scritto in collaborazione con Sitter-Italia)

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