Una serie di (meravigliosi) sfortunati eventi su Netflix

Negli anni passati abbiamo letto tutti i tredici della serie. Con Lemony Snicket (pseudonimo dell’autore, lo scrittore Daniel Handler) è stato un colpo di fulmine e abbiamo gustato ogni sua pagina scritta. L’odissea degli sfortunati fratelli Baudelaire ci ha consolato nei momenti più difficili.

Lo ammetto anche se è pericoloso. Sono sempre stata dell’altra sponda: non ho mai amato Harry Potter ma ho sempre adorato i Baudelaire. Più intelligenti, sorprendenti e soprattutto ironici. Ho fatto il tifo per Violet, Klaus e la piccola meravigliosa Sunny, il bebé più geniale e meno scontato del mondo.

Una decina di anni fa, abbiamo apprezzato la versione cinematografica della loro saga e l’altra sera abbiamo gustato le prime puntate della serie televisiva delle loro avventure. Un mix di avventura, spionaggio, orrore gotico e ironia. Un adattamento intenso e coinvolgente. Il regista Mark Hudis è riuscito a raccontare i primi quattro libri della serie con realismo e arguzia, attualizzando in dosi perfette il plot dalle atmosfere vintage indefinite. Bellissima la fotografia e anche la colonna sonora.

Ok, sono di parte, ma tutto era veramente piacevole.

L’eroe negativo della storia, il cattivissimo Conte Olaf, il tutore dei Baudelaire che vuole appropriarsi della loro cospicua eredità, è interpretato benissimo da Neil Patrick Harris. E’ perfido, sagace e frustrato al punto giusto.

Accattivante anche la figura del narratore, che sarebbe Lemony Snicket , molto compassato in stile anni’50, (ricorda tanto Dan Draper -Jon Hamm- in Mad Men). Poi i ragazzi Baudelaire, attori bravissimi anche loro, la piccola Sunny è così perfetta anche perchè a interpretarla sono due baby gemelle.

Passengers

Sono andata a vederlo per caso. Il film che avevo scelto non aveva più posti e così, invece di tornare a casa, sono entrata a vedere Passengers. La fantascienza non è il mio genere ma c’era Chris Pratt che in famiglia amiamo da quando faceva Andy in Park and Recreations, dove era sfigatissimo, simpatico, un po’ ritardato ma soprattutto grasso. Quindi ritrovarlo invece come action man, famoso e fichissimo ci ha fatto un sacco piacere. Come se fosse un amico, un parente miracolato che finalmente ce l’ha fatta.

Il film racconta di una spedizione su un’astronave diretta verso un nuovo pianeta, una colonia della Terra tutta da scoprire e popolare. A bordo ci sono cinquemila persone che si sono fatte ibernare perchè hanno scelto, letteralmente, di cambiare vita. Di risvegliarsi dopo un centinaio di anni e ricominciare da capo.

Però per un disguido “tecnico” l’unico a svegliarsi, novant’anni prima del previsto, è proprio Chris Pratt che si ritrova solo sull’astronave insieme a un barista cyborg. Un tipo simpatico che fa bene i cocktail ma è inumano.

Disperato Pratt manda un messaggio di aiuto, un SOS verso la base a terra. Ma “l’operatore” lo informa che ci vorranno circa cinquanta anni prima che sia recapitato. Quindi grande stress e disperazione cosmica.

L’astronave patinata e super accessoriata diventa una gabbia ma poi si sveglia anche Jennifer Lawrence e ovviamente fra i due affascinanti cosmonauti scatta l’amore.

(se si fosse svegliato un maschio o una partner meno perfetta forse la trama sarebbe stata più originale e interessante, ma vabbè)

D’altronde in un astronave di lusso che naviga nello spazio non c’è molto da fare, tanto vale farlo in coppia, così il tempo passa piacevolmente più in fretta.

Jennifer Lawrence è bellissima, elegantissima (aveva scelto bene cosa mettere in valigia) e per tenersi in forma nuota in una piscina fantastica.

(la piscina è la cosa migliore del film!)

Poi come previsto arrivano i problemi, neanche tra le galassie alla fine si va d’accordo, e fortunatamente la trama non vira troppo sull’azione ma diventa un film d’amore. I due protagonisti recitano bene, anche se sembrano un po’ Barbie & Ken perduti nello spazio. Ma sono giovani, belli e un tantino meno snervanti di altre coppie che agitano le commedie romantiche.

Per chi ama la fantascienza probabilmente Passengers è una delusione, per me che la odio è andata bene.

La paranza dei bambini

L’ho comprato e letto per dovere sociale. Rispetto Roberto Saviano per il suo coraggio e avendo letto solo critiche positive, ho iniziato a leggere La paranza dei bambini piena di aspettative e curiosità. Anzi, mi ero anche concessa un antipasto con l’estratto su Amazon, ero rimasta un po’ scioccata dalla violenza dei protagonisti ma avevo deciso di avere abbastanza stomaco per proseguire nella lettura.

Purtroppo però l’estratto e il finale del romanzo sono le uniche parti in cui c’è un po’ di azione e di sorpresa, il resto della trama è una lista di nefandezze che, dopo una ventina di pagine, diventa ripetitiva. I ragazzini, gli adolescenti, i baby-camorristi sono spietati ma anche stupidi e noiosi.

Prevedibili nella loro sfilza di criminalità, per distinguerli e ricordare i loro soprannomi ci sarebbe voluto uno schemino. Infatti le personalità non sono delineate, rimangono tutti uguali. Vanno in motorino, si comportano da truzzi e spargono più terrore possibile. Si riconosce facilmente solo il capo, il baby camorrista alfa di cui speravo di sapere qualcosa in più, ma Saviano ne fa un ritratto pochissimo coinvolgente: è biondo, cattivo, presuntuoso, carrierista e innamorato di una certa Letizia.

Il tedio della lettura riesce a offuscare anche lo scandalo e l’abominio delle loro azioni criminose.

La scrittura poi è piatta, più da cronista che da romanziere. Le ripetizioni delle frasi in dialetto, sempre le stesse, sono una condanna. L’idea dello slang è stata illustrata bene ma non era necessario esasperare il lettore.

Come sarebbe andata a finire a questi giovani delinquenti era così poco interessante che a metà avevo deciso di mollare il libro, poi però dopo una pausa di qualche giorno mi sono obbligata a continuare la lettura. Per dovero morale. Ammettere che Saviano mi annoia mortalmente mi pareva una brutta cosa, quasi un crimine.

Così mi sono impegnata fino alle ultime pagine del romanzo, ma purtroppo non sono riuscita a cambiare opinione.

E’ un mega best-seller e i recentissimi fatti di cronaca hanno purtroppo confermato che quello che scrive Saviano è tutto vero. Credo che se La paranza dei bambini diventerà un film (o una serie tv) sarà uno dei rari casi in cui l’adattamento cinematografico sarà meglio del romanzo.

Sherlock che delusione!

Una certezza positiva per il 2017 c’era: sarebbe tornato Sherlock.
Dopo anni di attesa, finalmente un po’ di azione in Baker Street.
La sera del primo gennaio sulla BBC e su Netflix tutti i fan della serie, tutte le assatanate ammiratrici di Benedict Cumberbatch fremevano impazienti.
Ma tantissime luminose, trepidanti aspettative sono crollate miseramente dopo pochi minuti dall’inzio dell’episodio. Benedict-Sherlock famoso per essere bizzarro, egocentrico e geniale, è tornato scontato, presuntuoso e antipatico.

All’inizio dell’episodio faceva i dispetti continuando a twittare invece di ascoltare e partecipare alle importantissime conversazioni con cui avrebbe dovuto interagire.
Divertente un siparietto così, ma una volta sola. Perchè continuare, ancora e ancora?
(Twitter non è più una novità accattivante neanche per gli ospiti di Villa Arzilla figuriamoci per il detective più sveglio del Regno Unito!)

Purtroppo questa genialata è stata solo l’incipit di un plot fastidioso e improbabile.

La serie si intitola “The six Thatchers” e riprende un racconto originale di Arthur Conan Doyle “The Six Napoleons”. Perchè dal ritrovamento di sei busti della Lady di Ferro si dipana la matassa, peccato che si dipani male.
Mark Gatiss, che nella serie interpreta il ruolo del fratello maggiore e saggio di Sherlock, è anche lo sceneggiatore della storia e ha fatto un lavoro molto criticabile.
Sherlock piaceva perchè era ambientato a Londra, affrontava crimini molto british, ritraeva il rapporto strano fra il detective e il suo assistente Watson (Martin Freeman) facendo supporre un legame che magari andava al di là dell’amicizia e aveva personaggi di contorno originali e simpatici.
Per questo ha avuto un successo planetario, facendo diventare Cumberbatch un divo.

Ora tutto è stato stravolto, già nella terza serie c’era stato una brutta avvisaglia con l’avvento del personaggio di Mary Morston (Amanda Abbington) come fidanzata  di Watson. Doveva essere una meteora, come le altre donne della serie, invece è rimasta aggiundicandosi addirittura il ruolo di moglie.

E questa scelta doveva far nascere subito due domande:
1- ma Watson non amava veramente, implicitamente, segretamente, Sherlock?
2- con tante attrici sul mercato, c’era proprio bisogno di prendere per questo ruolo la vera moglie di Martin Freeman? (tra l’altro anche cessa)

Purtroppo questi quesiti non se li è posti nessuno e anzi in questa quarta serie Mary Morston ha ancora più spazio. Lei e Watson hanno appena avuto un bebè (e c’è stata tutta una serie di battute sul fatto -nuovissimo- che i neonati non facciano dormire i genitori!), però lei non è solo moglie e mamma, è anche stata una spia, una mercenaria, una cecchina, una killer internazionale pericolossima. E in “The six Thatchers” succede un patatrac, rischia la vita e deve scappare.
Benissimo, vai sparisci, esci dalla trama -hanno pensato tutti i fan- chissenefrega del tuo destino. (La bebè, per fortuna, è appena nata non si ricorderà nemmeno della mamma).

Invece no, purtroppo non è così: Sherlock quando Watson l’ha sposata (per non sentirsi escluso) ha giurato di prendersi cura della coppia. Mannaggia a lui!

Così adesso bisogna preoccuparsi della fuga e della sopravvivenza di questa donna e del suo assurdo, antipatico personaggio. (per anni fa la killer poi si stanca e dice: vabbè non mi danno il part-time farò solo la mamma!)

Insomma è vero un peccato che con un grande budget e anni di tempo per riuscire a inventare qualcosa di coinvolgente, Mark Gatiss e soci siano riusciti solo a deludere e indignare i fan.

Cellulare mon amour

Concludiamo l’anno con un ritratto delle nostre cattive abitudini con l’amico del cuore, lo smartphone. Da una recente indagine sono trapelati dati piuttosto interessanti.

(Vedete se vi ritrovate in questi comportamenti) :

-il 40% delle persone lo usa mentre è seduto sul water (la compagnia giusta nei momenti più intimi!)

-il 12% mentre fa la doccia (una cabina doccia spaziosa?)

-per il 56% dargli un’occhiatina rappresenta l’ultimo gesto prima di addormentarsi (altro che bacio al partner!)

-il 61% dorme con il cellulare acceso sotto il cuscino (non si sa mai).

-il 19% (nella fascia 18-34 anni) lo usa mentre fa sesso (videomaker?)

-per il 75% una controllatina è il primo gesto appena aperti gli occhi.

-il 75% manda/legge messaggi mentre guida.

-il 26% degli incidenti stradali è dovuto a disattenzione causata dall’uso del cellulare.

-(solo) il 50% (di onesti) ammette di essere assuefatto al proprio smartphone!

Buon anno e tutti e speriamo di non peggiorare nel 2017 nel rapporto d’amore e simbiosi con il nostro telefono.

Captain Fantastic

Sei ragazzi dai cinque ai diciassette anni che vivono, come selvaggi, in una foresta del Nord America. Per sopravvivere cacciano e pescano, si tengono in forma con un allenamento durissimo (da marines) e hanno un sistema di home schooling molto efficace, infatti conoscono diverse lingue, sanno ragionare in maniera profonda e (ri)conoscono i meccanismi (perversi) della politica e dell’economia.

Sono i protagonisti di Captain Fantastic, figli di Ben (Viggo Mortensen) che, con la moglie, ha deciso di crescerli in maniera molto, molto alternativa. Ma tutto precipita quando la compagna muore e i suoceri pretendono l’affidamento dei ragazzi per avviarli verso una vita più normale, comoda e borghese.

La storia è raccontata dal regista, Matt Ross, in uno stile ironico e sorprendente, coinvolgendo lo spettatore in due diversi piani narrativi. Quello avventuroso, fantastico e iperbolico, che racconta la lotta di questa strampalata famiglia per preservare indipendenza e unità. E l’altro più sottile e psicologico che porta lo spettatore verso riflessioni profonde su genitorialità ed educazione.

Infatti la grande domanda che questo film pone riguarda il coraggio di educare i propri ragazzi fuori dagli schemi, evitare le semplificazioni imposte dal conformismo e soprattutto dal consumismo. E’ indubbiamente un percorso più faticoso e coinvolgente. Insegnare ai propri figlie a scegliere e ragionare regala risultati grandiosi. Solo che, successivamente, quando queste “creature”, plasmate in maniera così diversa dalla massa dei coetanei addomesticati da tutto quello che è imposto dal mercato (cibo spazzatura, videogiochi, web, ecc) devono amalgamarsi con gli altri possono sopraggiungere grossi problemi.

Nel film si vede (e si ride) di una situazione limite che riguarda il primogenito teen-ager:  sa uccidere un cervo ma non corteggiare una coetanea. Mentre nella realtà rimane il dubbio: meglio ribellarsi al “sistema” e credere nei propri principi? Oppure svaccare, prendere la scorciatoia e seguire la corrente?

 

Quando amavamo Hemingway

Forte, affascinante, coraggioso e pieno di talento. Ernest Hemingway è un mito letterario (Premio Nobel nel ’54 e Premio Pulitzer nel ’53), è stato un eroe di guerra e un reporter in prima linea: avventuroso e sprezzante del pericolo.

All’apparenza un uomo come quelli che oramai, come i dodo, si sono estinti: sicuri di sè e dannatamente macho. E invece è arrivato un romanzo Quando amavamo Hemingway, che svela una realtà completamente diversa.

Hemingway aveva una reputazione pubblica da duro ma in verità era un narciso insicuro che si attaccava troppo alla bottiglia e non riusciva a sopravvivere senza una moglie adorante che gli facesse da supporto. Infatti questo romanzo best-seller di Naomi Wood (che diventerà una miniserie prodotta da Amazon) racconta con uno stile appassionato, fluido e coinvolgente, la storia delle quattro signore Hemingway. Donne innamorate che, loro malgrado, si sono passate la staffetta nella vita sentimentale dello scrittore.

La prima, compagna di vita bohemien a Parigi, è stata Hadley, una pianista che Hemingway ha sposato poco più che ventenne. Poi quando ha cominciato a pubblicare l’ha tradita con Pauline, detta Fife, giornalista di Vogue. Ernest vigliaccamente dichiarava di amare in egual misura moglie e amante. Poverino, non riusciva a scegliere, così Hadley per aiutarlo ha dovuto chiedere lei il divorzio.

Poi lo stesso copione, qualche anno dopo, si è ripetuto: Hemingway oramai famoso viveva a Key West e faceva le sue scappatelle nella guerra di Spagna dove si era innamorato di una collega giornalista: Martha. Anche in questo caso non sapeva scegliere ed è stata la seconda moglie, ancora una volta, ad aiutarlo, cacciandolo fuori di casa.

Dopo un po’ di anni e qualche reportage di guerra, si è innamorato di una giovane scrittrice (sì, l’età delle mogli era in ordine decrescente rispetto a quella del caro Ernest) e anche qui scegliere è stato durissimo. Così l’ha fatto la terza moglie, stanca di essere presa in giro.

Quando amavamo Hemingway racconta tutto questo con una scrittura leggera e intensa, integrando il punto di vista di ognuna delle protagoniste, spaziando in realtà storiche diversissime e affascinanti. Dal mondo ovattato e scintillante della Parigi degli anni’20 (dove gli Hemingway frequentavano Scott Fiztgerald e il suo entourage), ai momenti tragici del dopoguerra a Londra, con un tocco esotico a Cuba e in Florida.

P.S. Ho parlato di questo romanzo con un amico che mi ha detto di conoscere la nipote dell’infermiera Agnes von Kurowsky di cui Hemingway si era innamorato ventenne quando era ricoverato in un ospedale italiano. La donna aveva rifiutato lo scrittore e preferito il nonno di questa tizia. Forse non è diventata famosa ma senz’altro ha avuto un matrimonio più felice delle quattro mogli dello scrittore!

Belle con la lana e le stelle alpine

In questi giorni freddissimi mi tappo in casa e sogno.

Sogno di iniziare il 2017 alla grande (mi piacciono gli anni con il “7”, il mio numero preferito e quindi voglio essere ottimista).

Sogno di chiudermi da qualche parte al caldo, magari andare alle terme di Merano e provare questi trattamenti, nuovi, strani, naturali, che mi incuriosiscono molto.

Ero rimasta ai bagni di fieno ma adesso invece c’è molto altro…

Ho scoperto che le stelle alpine possono essere un toccasana e che tonifica la pelle e rinforza il tessuto connettivo. Con questi fiori preziosissimi si fanno bagni e
impacchi che nutrono, rivitalizzano, rigenerano la pelle. Hanno un’azione anti-age che  stimola inoltre la formazione di nuove cellule cutanee e aiuta la pelle a neutralizzare i radicali liberi. Poi c’è anche l’olio di stella alpina, usato nei massaggi, grazie al suo effetto rilassante e nutriente. Numerose sono le proprietà benefiche di questa specie floreale rara che cresce in alta quota, in luoghi impervi difficilmente raggiungibili. Nel linguaggio dei fiori indica coraggio, proprio perché per avvicinarla è necessario sfidare la paura e muoversi in terreni scoscesi. Aspetto questo che comunque non l’ha protetta dalla raccolta indiscriminata. Ecco perché oggi, per evitarne l’estinzione, è sottoposta a tutela naturalistica e la sua raccolta selvaggia è severamente vietata.

Un’altra novità beauty super naturale, sempre alle terme di Merano, riguarda l’utilizzo della lana.

(Con il freddo che fa, anche solo l’idea della lana mi fa sentire meglio).

Il trattamento prevede che tutto il corpo sia avvolto in pura lana di pecora arricchita di erbe alpine selvatiche, che ne favoriscono l’effetto purificante. Un calore rilassante e naturale penetra dolcemente negli strati cutanei più profondi e scioglie tutte le tensioni. Durante il trattamento il corpo viene massaggiato delicatamente con batuffoli di lana, una leggera stimolazione che favorisce la circolazione sanguigna, seguita da una fase di rilassamento profondo. L’azione rilassante e detox del trattamento è amplificato dalla fragranza naturale e avvolgente delle erbe alpine di montagna, appositamente polverizzate e riscaldate. E poi chi vuole, potrà portare con sé il tessuto di lana utilizzato nel trattamento per trovarne giovamento anche a casa.

(Linus docet!)

In 50 kg di lana sono contenuti circa 1-2 g di lanolina, uno strato di cera naturale. Prodotta dalle ghiandole sebacee della pecora, questa sostanza è facilmente assorbita dalla cute e, grazie all’elevato contenuto di acidi grassi e sali di potassio, ha un’azione antinfiammatoria.

Per fugare ogni perplessità ecco il curriculum delle pecore che, gentilmente, forniscono la lana. Per tutta l’estate le pecore pascolano nelle malghe della Val d’Ultimo, a oltre 2000 metri d’altitudine, dove trovano le migliori erbe e vivono secondo il ritmo delle stagioni. Quando in autunno ritornano a valle, vengono tosate secondo l’antica tradizione e la lana viene suddivisa, pulita e pettinata. Poi viene lavata solo con acqua pura per salvaguardare le sue proprietà naturali e benefiche, solo in questo modo infatti si conserva il prezioso apporto della lanolina.

GEPO e l’avventura del parto

L’altro giorno sono stata invitata al centro GEPO a provare un massaggio molto particolare: un trattamento olistico con le campane tibetane. Dopo una bella esperienza di yoga non potevo lasciarmi scappare una prova del genere. Mi hanno invitato a sdraiarmi (vestita) e mi hanno posato sopra tre ciotole pesanti poi ho chiuso gli occhi ed è iniziato il massaggio. Una sensazione stranissima, piacevole e molto coinvolgente, prodotta dalla vibrazione che la massagiatrice creava, utilizzavando un batacchio, producendo un suono profondissimo nelle ciotole. Un suono grave e rilassante che ricorda sia l’Om dello yoga che i mantra dei monaci tibetani.

Finito il massaggio, che nella versione promo era solo con tra ciotole ma in quella completa se ne utilizzano ben sei, mi sono alzata serena e rinvigorita.

Questi trattamenti con le campane tibetane, messi a punto dagli esperti di benessere olistico Laura Nacci e Walter Zanca, sono tra le novità proposte da GEPO nel 2017 per sostenere psicologicamente e fisicamente le neo-mamme nel post-parto, aiutandole a trovare uno spazio di “decompressione” tra impegni e nuove responsabilità.

Le vibrazioni e il suono di questi antichi strumenti, infatti, riducono stress e tensioni (anche muscolari), drenano i liquidi, stimolano la produzione di latte e regalano, già dopo una sola ora, una piacevole sensazione di rilassamento ed equilibrio.
Un modo antico, ma al tempo stesso innovativo qui in Italia, per affrontare il delicato momento del post-parto.

L’altra importante novità del 2017 è “Fotonascita”: un servizio esclusivo proposto dal fotoreporter Fabrizio Villa, che, dopo 28 anni trascorsi in giro per il mondo documentando storie, spesso drammatiche, per conto dei più importanti giornali italiani e internazionali, ha deciso di cominciare una nuova avventura immortalando la magia della vita, dalla sala parto al primo incontro del neonato con i membri della famiglia.

Questi emozionanti reportage, realizzati con sensibilità e discrezione, nascono per ricordare quel momento che nessun racconto potrà mai restituire nella sua intensità: il primo sguardo tra la mamma e il bambino, le lacrime di dolore e di gioia, l’abbraccio del papà… scatti forti, toccanti, da custodire per sempre.

©Fabrizio Villa

A completare l’offerta GEPO, restano tutti i servizi ormai consolidati: dalla medicina preventiva alle consulenze specifiche e personalizzate di ginecologia, pediatria, psicologia e dietologia e anche assistenza legale sul diritto di famiglia a cui si aggiunge la molteplice offerta riguardante la gravidanza e la salute mamma-bambino.

 

 

 

 

La religione Gattolica

Come sapete sono mussulcana, ma aperta a nuovi orizzonti. Quindi quando ho scoperto questo libro mi sono incuriosita e divertita molto. L’ho aperto a caso e sono stata folgorata da questa verità:

(Va’ dove ti porta il gatto)

Il gatto ti porta dove vuoi andare tu. Ma guida lui. Lo fa così bene che ti porta al centro di te stesso.

Essenziale e profonda. Riassume la differenza fondamentale fra la relazioni umano-gatto e umano-cane. Il cane è un gregario affettuoso e fedele, il gatto un leader.

Quindi per aderire alla religione Gattolica ci vuole coraggio, umiltà e grande spiritualità. E questo delizioso manifesto di amore per i felini approfondisce e spiega bene tutti gli aspetti della complessa e sfaccettata appartenenza.

Daniela Maddalena sostiene, a ragione, che questa sia la religione più diffusa al mondo: quella che unisce fedeli da ogni parte del globo. I gattolici magari sono perfetti estranei, parlano idiomi diversi, ma quando si incontrano trovano subito un punto di intesa parlando dei loro gatti, mostrando foto, condividendo gesta eroiche e raccontando aneddoti.

Con grande ironia, in un stile iperbolico e surrreale, l’autrice affronta i testi sacri: i Vanpeli, l’Apogatisse, la Sacra Sabbia e via così.

Ma si abbassa anche a temi più prosaici, descrivendo ad esempio il più grande nemico dei gatti: il mostro aspirapolvere, rumoroso, schizzinoso e ingombrante. Inventato dagli agattici (gli atei secondo la Gattolica) per acchiappare i peli vagabondi sul pavimento ma soprattutto per terrorizzare e dar fastidio.

E poi spiega che quelle signore, volgarmente chiamate gattare non sono altro che:

…sacerdotesse che hanno il compito di proteggere i gatti senza casa e senza gattolici. Costruiscono i ripari per i gatti sans papier e li sostengono in tutte le loro necessità.

Ma in questo libro c’è anche molto altro: alcuni capitoli sono dedicati a gatti storici, come lo Stregatto, Garfield, Silvestro, Felix, il Gatto con gli stivali, insomma un excursus completo su tutte le grandi personalità gattiche del passato. Poi l’autrice è una musicista e ha arricchito il testo con alcuni spartiti, per aiutare il lettore a suonare, brani come Morgana Polpetta e Croquette Monsieur.

La religione Gattolica è una potentissima arma di conversione da regalare ai non adepti (gli agattici), agli adepti per farli commuovere e gioire, e anche ai più piccoli per divertirli e crescerli sani e felici nella fede Gattolica.

La ragazza del treno, il film: buuuuuuuuuuuuuuu

 
Ho convinto tutta la famiglia ad andare a vederlo e forse per questo la delusione è stata maggiore.
Perchè quando inviti qualcuno a vedere una sòla poi ti senti in colpa. O in debito.
La scelta può ritorcersi contro: “…e poi sono venuto/a con te a vedere quel film di m…”
Infatti.
La ragazza del treno best seller uber alles (beata l’autrice!) è diventato, naturalmente, in tempo record un film.
Che voleva essere un thriller, ma già alla terza scena si capiva dove andasse a parare. E poi per renderlo più commerciale e appetibile è stato infarcito di sesso. E sangue.
La storia è quella di una pendolare che si è rifugiata nell’alcol per lenire un sacco di problemi e mentre è in treno guarda fuori dal finestrino e vede la vita degli altri, all’apaprenza più godibile della propria, ma naturalmente le cose non sono come sembrano e ci scappa un omicidio.
La protagonista, Rachel, un’allucinata Emily Blunt, è più isterica e violenta della sua alter ego letteraria.
Ha sempre l’occhio liquido e quando parla dice un sacco di porcate. Si fatica a fare il tifo per lei.
Poi perchè trasferire la vicenda nei pressi di New York invece di lasciarla nei sobborghi di Londra?
Solo perchè gli attori erano americani? Perchè le villette erano più belle?
E ancora i dettagli improbabili del romanzo, tipo Rachel, sempre sbronza, dal finestrino del treno scorge incredibilmente dettagli che neanche un’aquila con il cannocchiale potrebbe notare… nella lettura si perdonano perchè ci si fa coinvolgere dalla storia, mentre nel film risultano addirittura ridicoli.
Con il finestrino sporco e appannato, il treno pieno di gente, la testa annebbiata dall’alcol Rachel vede che la futura vittima, Megan, bacia un tizio.
Lui è girato di schiena ma Rachel nota che ha la barba. Una vista ai raggi X, complimenti!

Shopping dolce su Ebay

Sono gli ultimi giorni ma niente panico, siamo ancora in tempo per procurarci il regalo giusto, quello pensato. Non comprato alla rinfusa, tanto per spuntare un altro nominativo fra la lista degli amici. Quest’anno ho rivalutato i regali golosi, quelli che almeno a Natale fanno dimenticare la dieta e i buoni propositi. E quando bisogna peccare, meglio farlo bene. Con stile e consapevolezza. Con ingredienti genuini di buona qualità.
Sono stata sempre convinta di questo, ma quando sono stata invitata da Ebay a scoprire lo shopping online ho anche incontrato una famiglia di pasticceri dell’Aquila che mi hanno fatto assaggiare dei dolci veramente speciali, che ripropongono tradizionali ricette di famiglia, che risalgono addirittura a un secolo fa.
Delle vere delizie che sono uscite dall’ambito locale e grazie allo shopping online adesso possono essere gustate ovunque. Biscotti, cioccolato, torroni, ma anche liquori, distillati unici come quello allo zafferano, alla genziana e alle amarene.
Per raccontare meglio la loro passione Mariano e Claudio Calvisi, proprietari dei dolci Aveja, hanno dato vita a uno show cooking per produrre le ferratelle, biscotti che si cuociono con una piastra (acquistabile anche online) e il meraviglioso torrone alle nocciole e cioccolata.


E hanno anche accettato di condividere queste loro ricette.
Ferratelle friabili:
· 170g uova
· 240g zucchero
· 180 olio arachidi
· 120 latte
· 650 farina
· A piacere: limone grattato o punta di vaniglia o anice stellato
Procedimento:
· Preparare il ferro per le Ferratelle, elettrico o a gas, scaldandolo
· Ungere il ferro/piastra con olio
Impasto:
· Impastare uova e zucchero e amalgamare
· Aggiungere olio e amalgamare
· Aggiungere latte e amalgamare
· Aggiungere la farina ed eventuale vaniglia/limone
L’impasto dovrà risultare morbido ma non troppo appiccicoso. Ovviamente la durezza dell’impasto o la morbidezza saranno da bilanciare in base al proprio gusto, ognuno preferisce la Ferratella più friabile o più morbida, più croccante o meno cotta.

Finito l’impasto andranno creati dei piccoli gnocchetti da cuocere poi sul ferro, ben unto per la prima cottura con olio, per circa 40 secondi se elettrico ma ogni Ferro è differente come temperatura. Bisogna soprattutto per i primi tentativi verificare continuamente lo stato della cottura. Le tempistiche possono variare.

Il signor Calvisi è stato anche così gentile da precisare, per i cuochi più scarsi, come la sottoscritta:
“Per il ferro a gas mia madre Anaide, diceva che una Ave Maria da un lato e un Padre Nostro dall’altro lato assicuravano una cottura perfetta. Mia madre era abituata a pregare e quindi molto veloce nel recitarla; tenetene conto nella cottura!”

Torrone Aquilano:
· 400 g Miele (rigorosamente Italiano, possibilmente Abruzzese)
· 80 g albume
· 630 g zucchero
· 130 g acqua
· 280 g cioccolato puro 100%
· 400 g nocciole
· Fogli di ostia da torrone
Per la creazione del torrone aquilano è necessario un robot da cucina perché il procedimento di amalgama degli ingredienti deve durare almeno 5 ore in maniera tale da rendere il prodotto della scioglievole morbidezza che lo caratterizza.

Operazioni preliminari
· Preriscaldare il robot da cucina alla massima temperatura
· Su un vassoio rettangolare preparare uno strato di ostia
Procedimento:
· Inserire nel robot da cucina miele albume e montare alla massima velocità
· Raggiunto un buon grado di montatura il preparato avrà un colore bianco candido (circa 1 ora)
· Abbassare al minimo la velocità e far cuocere per due ore
· Quando l’impasto è asciutto ed elastico preparare il caramello con 80g di acqua e 400g di zucchero
· Una volta pronto versarlo all’interno del robot
· Mentre il robot continua a cuocere, preparare uno sciroppo di zucchero con 50g di acqua e 230g di zucchero
· Appena lo sciroppo è tiepido, sciogliere all’interno il cioccolato fondente 100%
· Quindi versare nel robot da cucina lo sciroppo già amalgamato con il cioccolato
· Aggiungere le nocciole
· Una volta amalgamato bene il tutto stendere il preparato sui vassoi precedentemente preparati con l’ostia da torrone
· Una volta disteso l’impasto sui vassoi, ricoprire la parte superiore con un altro strato di ostia e stenderla con un mattarello in maniera da dare uno spessore uniforme
· Lasciare rifreddare il torrone
· Tagliare solo quando completamente raffreddato

 

Gilmore Girls: tornano e non convincono

Aspettavo con curiosità il ritorno di Una mamma per amica, pronta a godermi i quattro episodi dedicati alle diverse stagioni e invece sono stata, purtroppo, un po’ delusa.
Nove anni dopo l’ultima puntata della serie precedente, a Stars Hollow le cose sono cambiate: Lorelai vive con Luke, Rory è una giornalista free lance e Emily è vedova.
Mentre Paris è diventata un medico di successo che si occupa di problemi di infertilità.

Le personalità dei vari personaggi sono riproposte con qualche approfondimento ed evoluzione psicologica. E’ andata bene nel caso di Lorelai, che è sempre buffa, bizzarra, logorroica. Benissimo anche per Emily che nella vedovanza si libera dei clichè troppo bon ton e scopre l’empowerment al femminile diventando più moderna e indipendente. Liza Weil, l’attrice che interpreta Paris, è una forza della natura e la ripropone dissacrante e dispotica come sempre. E poi c’è Rory che già era diventata una lagna nelle ultime stagioni della serie precedente e qui è veramente noiosa e spocchiosa.
Mentre sono rappresentati molto realisticamente gli alti e bassi della vita del free lance, dalle stelle alla stalle in un attimo, l’atteggiamento con cui Rory affronta le sue problematiche di vita e di lavoro è irritante. E il fatto che Alexis Blendel, sia tanto carina ma incapace di recitare, penalizza la situazione.

I personaggi di contorno fanno la loro parte, il migliore a mio avviso è Kirk, onnipresente e surreale, il più bello Christopher, il padre di Rory che mentre tutti appaiono invecchiati, sembra aver fatto un patto con il diavolo ed è fichissimo (però ha solo un cameo!).
Insomma questo ritorno tanto pubblicizzato delle Gilmore Girls è stato una grande mossa marketing che però lascia un po’ l’amaro in bocca ai fan. E (senza spoilerare troppo) la frase finale nell’ultimo dialogo di questa serie è una vera bomba che potrebbe introdurre un’ulteriore stagione.
Speriamo più accattivante!

Scone magico in 2 minuti

Sono alla mia seconda ricetta e devo dire che è stata dura. Però su suggerimento di Emma, visto che la sorella food blogger ci ha abbandonato, ho scoperto questa “chicca”: un dolcetto, uno scone che si prepara in 2 minuti. Magico!
All’inizio ero scettica poi ho dovuto arrendermi all’evidenza. Non avete niente di dolce a colazione? Avete un bambino che vuole la marmellata e avete finito il pane? O siete semplicemente egoisti e volete un dolce solo per voi?

Questa è la ricetta giusta. Noi ne abbiamo sempre fatto uno alla volta ma raddopiando/triplicando le dosi si può moltipicare il prodotto.

Ingredienti (per 1 persona):

    • 4 cucchiai di avena
    • 1 cucchiaino di semi di chia (si trovano anche al supermercato)
    • 1 cucchiaino di lievito per dolci
    • 3 cucchiai di purea di mele
    • 1/2 tazzina di latte di riso o soia
ingredienti

Devo comprare un nuovo tagliere!

Procedimento:
Mettere l’avena con il lievito e i semi di chia in un mixer e ridurre il composto a farina (si dice?), poi aggiungere la purea di mela e il latte. E mixare ancora. Le dosi del latte e della purea sono indicative, mi fido della vostra esperienza e del vostro intuito. Deve venire una bella pappina.
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Con il composto riempire poi una formina che vada nel microonde e qui viene il bello: infornare nel microonde per 2 minuti a 900° e voilà! Lo scone è pronto da tagliare e ricoprire con marmellata a piacere!

Buonissimo e sano 🙂

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Visto dall’aereo!

Ricordi di Natale

La corsa ai regali è ufficialmente iniziata e uno dei pensieri più belli che si può fare a Natale è senz’altro un libro. A volte la scelta può essere difficile perchè non sempre si azzeccano i gusti di chi riceverà il dono, ma un pensiero che senz’altro accontenta tutti è l’idea di fare gli auguri con un libretto dedicato al Natale e alle sue tradizioni.

Questa è l’ispirazione della collana di Natale di Graphe.it dedicata a racconti natalizi scritti da autori classici e contemporanei e arricchiti da una poesia ispirata al Natale. Libretti piccoli e maneggevoli con eleganti copertine vintage. E anche ecologicamente corretti perchè realizzati con carta riciclata.

L’anno scorso ho partecipato anch’io in coppia con il grande “scapigliato” Camillo Boito, mentre quest’anno con Ricordi di Natale c’è un’altro duo molto interessante: Matilde Serao e Giulio Laurenti.

La Serao (prima donna a dirigere un quotidiano alla fine dell’800) nel racconto intitolato Nell’idillio con il suo piglio giornalistico descrive Betlemme, la grotta del presepe e il villaggio di Ain Kerem. Le rimembranze di un suo viaggio in Palestina diventano per noi testimonianza di un Natale che non c’è più.

Mentre la poesia di quest’anno si chiama Febbre ed di Vittoria Aganoor Pompilj ed è anch’essa sul tema dei ricordi. Perchè parte della magia del Natale è proprio questa, la rimembranza di queste giornate importanti, che diventano ricordi indelebili soprattutto se riguardano il periodo dell’infanzia e dell’adolescenza.

Lo stesso filo rosso si ritrova nella storia di Giulio Laurenti, L’orango, dove l’autore descrive con delicatezza e ironia la nostalgia di un Natale passato, in cui per il giovane protagonista essere incaricato di adobbare l’albero e fare il presepe è stata un’esperienza dolceamara di crescita e responsabilità.

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