Quiche autunnale

Questa volta una ricetta salata di una quiche autunnale: velocissima e molto leggera. Senza formaggio e senza uova si può conservare in frigo anche per due-tre giorni. Le cuoche più talentuose possono anche fare la pasta base mentre qui ho utilizzato la pasta brisée già pronta, quella che si trova in tutti i supermercati.

 

 

 

Ingredienti:
– Una confezione di pasta brisée
– 500g di tofu
– 2 tazze di broccoli*
– 2 tazze di funghi*
– 1/2 tazza di porro*
– 1/2 tazza di latte di soia
– un cucchiaio di olio e.v.o.
– 1/2 cucchiaino di brodo vegetale in polvere
– 1/2 cucchiaino di curcuma
– sale
– pepe
*le quantità di verdure sono indicative, si possono cambiare a seconda dei propri gusti!

Procedimento
1) Riscaldare il forno a 220º.
2) Lavare e tagliare in pezzi piccoli le verdure.
3) In una padella scaldare l’olio d’oliva e aggiungere il porro.
4) Dopo un paio di minuti mettere anche i funghi e i broccoli in padella insieme al brodo in polvere.
5) Mescolare e cuocere per una decina di minuti, finché le verdure sono diventate morbide.
6) In un mixer o frullatore sminuzzare il tofu, il latte di soia, sale, pepe e la curcuma, fino ad ottenere una crema liscia.
7) Dopo aver tolto le verdure dal fuoco, versare la crema nella padella e mescolare bene.
8) Stendere la pasta brisée in una teglia tonda e, con una forchetta, forare la superficie della pasta.
9) Versare la crema con le verdure nella teglia e distribuirla in modo omogeneo.
10) Infornare e cuocere per 20 minuti.
11) Controllare la cottura con uno stuzzicadenti, i bordi della quiche dovrebbero essere dorati.
12) Togliere dal forno e lasciare raffreddare.

La quiche va servita fredda ed è perfetta accompagnata da un’insalata

Questa ricetta è modificabile aggiungendo verdure diverse e provando combinazioni differenti; aggiungendo delle altre spezie come la paprika o la noce moscata si può sperimentare con i sapori!

Come conquistare i teenagers

Due romanzi dedicati agli adolescenti che sono diventati best seller: Jennifer Niven affronta argomenti delicati e scomodi come il bullismo, i problemi alimentari e anche il disagio che porta tanta negatività, fino all’idea di farla finita. Però riesce a scriverne con onestà e delicatezza e a condire le sue storie anche con sentimenti forti e coinvolgenti che le hanno fatto conquistare una fan base incredibile in tutto il mondo.

I teenagers rappresentano una grossissima fetta del mercato dell’editoria. Leggono tanto perchè trovano un rifugio nelle pagine dei libri, che diventano un ottimo escamotage per isolarsi, per chiudere la comunicazione con gli adulti ottusi che non li capiscono. E si affezionano ai testi che fanno breccia nella loro sensibilità, che li aiutano a non sentirsi soli, a condividere le loro insicurezze, quel senso di inadeguatezza che contraddistingue le difficili fasi di trasformazione delle loro personalità e magari li aiutano a sognare una love story salvifica.

I libri di Jennifer Niven contengono tutto questo, seguono alla lettera lo schema della letteratura young adult: ragazzini problematici, territorio scolastico ostile (che brutti posti questi licei americani, i nostri sono molto meno tremendi!), genitori poco sensibili, ma vanno oltre. Perché hanno il coraggio  di indagare anche su emozioni più oneste e profonde.

Questo credo che sia il segreto del grande successo di questa scrittrice, amatissima dai suoi lettori che la supportano con la loro ammirazione.

Per capirne di più,  ne ho discusso con lei in questa intervista.

Il festival del disegno a Milano

Parte domani mattina, negli spazi dei Giardini Indro Montanelli, la seconda edizione di The Big Draw, il festival internazionale del disegno.
Inizia questo weekend a Milano, una maratona di due giorni con appuntamenti imperdibili, durante i quali si alternano workshop e incontri totalmente gratuiti con artisti e illustratori e poi si estenderà in tutta Italia.

Tutti sono invitati: grandi e piccoli, appassionati e professionisti, per sperimentare, disegnare e divertirsi, liberando la creatività.

I laboratori, con la guida esperta dello staff di Pleiadi, specialisti nella didattica e nella formazione dei ragazzi, sono disponibili a ciclo continuo durante le due giornate.

Si può provare il disegno sull’acqua con l’antica arte del Suminagashi, il percorso sensoriale all’interno del parco, la creazione dei colori della natura, l’acquerello botanico a cura della Scuola Superiore d’Arte Applicata del Castello Sforzesco oppure realizzare la propria spilletta, partecipare al maxi disegno sul muro dei colori, fino a sperimentare il movimento delle immagini con lo zootropio.

A cadenza oraria e con possibilità di prenotazione durante il festival, il programma prevede Atelier d’Artista con Pat Carra, Chiara Carrer, Anusc Castiglioni, Dario Cestaro, James Clough, Jim Le Fevre, Giulia Orecchia, Alessandro Sanna e Arianna Vairo che coinvolgono i partecipanti in lezioni e dimostrazioni dal vivo.

Novità di questa seconda edizione di The Big Draw Italia è la Stra-disegno: una grande corsa attraverso il parco alla ricerca di oggetti da raffigurare prevista per la domenica mattina. Qui è possibile scaricare il programma della manifestazione.

The Big Draw è un ente di beneficenza, fondato nel 2000 in Inghilterra, che promuove una campagna internazionale a sostegno del linguaggio universale del disegno come strumento di apprendimento, forma di espressione e di invenzione. Un grande festival con migliaia di attività pensate per coinvolgere chi ama disegnare e anche e soprattutto chi è convinto di non saperlo fare.

Nell’area cani

Vi propongo questo post che ho scritto questo post per per il n° 37 di Futura che è uscito esattamente un mese fa, il 15 agosto scorso…

Ci si incontra, annusa e spesso scatta la scintilla. Fa caldo, bisogna muoversi tra la polvere e l’erba un po’ secca. Le code fremono e le zampe scavano.

«Come si chiama?»
«Lola»
«Anche la mia, allora è un bel casino!»

Mi stupisco e vorrei conoscere il motivo della preoccupazione del mio interlocutore, ma non faccio in tempo a chiederlo perché gli squilla il cellulare. Risponde ma si accorge che deve anche fare altro: «Ho incontrato un altro cane che si chiama Lola, ma non posso raccontarti niente, adesso devo tirar su la cacca…»

Un po’ ansioso ma educato. Non mi dispiace, tenendo conto che nell’area cani, dagli umani, ci si può aspettare di tutto. Perché mentre i cani pascolano più o meno vivacemente e seguono i loro istinti, i padroni hanno comportamenti antropologicamente molto interessanti. Mostrano un gran ventaglio di emozioni. Possono essere tutto e il contrario di tutto.

L’importante è condividere: dritte sull’addestramento, sulle abitudini dei loro cani ma soprattutto confidenze, anche personali.

Non è come per i genitori che portano al parco giochi i bambini e si ritrovano ad ammazzare il tempo davanti all’altalena, mentre tengono d’occhio i pargoli. No, gli scambi di esperienze genitoriali, per quanto sinceri e realistici, sono meno disinibiti. Perché nell’animo dei genitori c’è sempre il tarlo, anche minuscolo, dell’insicurezza. La paura dell’inadeguatezza, il timore di venir giudicati. Quindi ci si confida, ma fino a un certo punto.

Fra padroni di cani invece, fra un latrato e un biscottino, ci si lancia senza paracadute nelle rivelazioni. Anche quelle più intime e nostalgiche.

Ci si sente meno vulnerabili perché il punto di partenza della conversazione è «solo» un cane, non un figlio.

Allora si chiacchiera a ruota libera con sconosciuti a cui magari si è solo chiesto: «Maschio?» e poi si racconta di tutto. Svelando che quello è «il secondo o quarto cane…», si ricorda e si visualizza un passato canino. In cui però vengono ripescati anche aneddoti biografici. Parlando della propria famiglia, degli studi e del lavoro.

Si fa outing, ammettendo anche errori imbarazzanti: «Giravo sempre con un marsupio pieno di wurstel per farmi obbedire quando lo chiamavo, in estate era un inferno».

Oppure si rievocano episodi che riavvolgono la matassa dei ricordi fino all’infanzia.

«Sembra un nome strano ma l’ho chiamato come il mio pupazzo preferito da piccolo, quello che mi aveva regalato mio padre quando… blah… blah…»

I proprietari di cani con il pedigree sono generalmente meno logorroici, ma tendono a fare gli esperti: sanno tutto sulle vaccinazioni e si dilungano in pillole molto dettagliate di psicologia canina.
Mentre i padroni dei meticci hanno storie più interessanti da raccontare.
Epopee di cani, nati male, a cui è stata offerta una seconda possibilità. Forse per questo le padrone dei cani non di razza spesso pensano di essere diventate madri dei loro pet.

È una sindrome abbastanza comune, nell’area cani. È facile conoscere signore dall’apparenza impeccabile, magari anche professioniste, che si presentano come «la mamma di Luna… Neve… Chicco».

La sorpresa invece, nel mare magnum della community canina, è stato l’incontro con una simpatica cinquantenne che, dopo essersi accomodata sulla mia panchina, ha attaccato bottone dicendo di essere «la zia di Nanette» e con orgoglio mi ha indicato un cocker cucciolo molto vivace.

Non ho osato chiedere ulteriori dettagli sulla loro parentela.
In Italia ci sono sette milioni di fortunati proprietari di cani: è logico che i legami comincino a diversificarsi!

Mentre nella finzione dei romanzi rosa e nelle commedie romantiche, il cane è ancora raccontato come un cupido peloso utile a fare incontrare, magari attraverso l’incidente di un guinzaglio impigliato e un’orma fangosa, il bello e la bella della trama, dopo anni di passeggiate canine posso garantire che, nella realtà, è molto improbabile che succeda. Almeno non nell’area cani, dove l’amore fra cane e padrone è così diffuso e condiviso da offuscare qualsiasi altro tipo di velleità sentimentale banalmente troppo umana.

Gipsy

Forse la peggior serie tv che ho visto ultimamente: Gipsy, prometteva bene ma si è dimostrata inguardabile. Peccato perché la protagonista è Naomi Watts, attrice da Oscar, bella e talentuosa, che purtroppo anche qui ha toppato alla grande.

La storia è così: Jean (Naomi) è una bella quarantenne psicologa con un marito molto fico (avvocato) e una figlia di 9 anni un po’ rompiballe ma carina. Abita in una bella villetta in Connecticut e lavora a New York, potrebbe avere tutto per essere felice e invece è, come dicono gli adolescenti, “presa male”. Un po’ è colpa delle altre madri della scuola che le danno fastidio (succede) e un po’ è insodisfatta della sua routine. Troppo noiosa.
Jean anela un po’ di trasgressione. E cosa fa?

La cosa peggiore che una psicologa possa fare: si infila nella vita dei suoi pazienti.

Ad esempio, c’è un certo Sam, in cura da lei a causa della rottura con la fidanzata, che le descrive l’ex come una ragazza sexy e vulcanica, difficile da dimenticare.
Così Jean con la scusa di “aiutarlo” cerca di conoscere questa ragazza, inventandosi una nuova identità.

Invece di psicologa diventa giornalista, invece di Jean dice di chiamarsi Diane, invece di essere madre e moglie racconta di essere single.

Tutte queste bugie dorebbero servire a dare un senso di trasgressione, un brivido ambiguo di pericolo. A trasformare Jean in una dark lady un po’ come la Sharon Stone di Basic Instict o Glenn Close che aveva bollito il coniglio (o era un cane?) in Attrazione fatale.

Invece le gesta di Jean sembrano solo assurde e risibili: cerca di sedurre la ragazza ma non è sicura, nasconde le sigarette che fuma di nascosto nella cabina armadio, va di pomeriggio in locali underground cercando di farsi la tipa, ingoia pillole e ne ruba anche dall’armadietto del bagno di un’altra madre della scuola, rovina la festa di compleanno della figlia con una scena isterica…

Il marito, fichissimo, intanto fa una trasferta di lavoro con la sua segretaria, ovviamente gnocchissima, e potrebbe succedere qualcosa. Jean è anche un po’ gelosa ma un po’ troppo presa dai suoi sotterfugi per fare delle scenate serie.

Dopo aver pensato più volte di smettere di guardare questa serie, mi sono fatta  coraggio e ho ripreso pensando “non può essere una tale porcata, adesso succederà qualcosa”. Così arrancando sono arrivata faticosamente  all’episodio 6 (o magari era il 7)  uno dei punti più bassi nel panorama mondiale della sceneggiatura.

Metà puntata è dedicata a Jean in una notte a casa della tipa, dove fumano molte canne, fanno dei giochi a testa o croce, ascoltano musica sexy ma non arrivano mai al dunque.

L’altra metà è ambientata nella notte di trasferta (in Texas) del marito con la segreataria gnocchissima: anche loro bevono, ridono, si spogliano per il bagno in piscina, parlano, parlano, ma sembra non succedere niente.

Una vera tortura per lo spettatore che muore di noia.
Un chissenefrega totale.
Non so se alla fine Jean e la tipa ci abbiano dato dentro, non so neppure se il marito e la segretaria gnocchissima abbiano fornicato.

Ho dovuto spegnere perchè non li reggevo più. E dopo ho dormito alla grande.

P.S. Consigliatissimo per chi ha problemi di insonnia.

Per aiutare i bambini autistici

Nel mondo ci sono 70 milioni di persone affette da autismo.

Per aiutare la ricerca, per la comprensione e la diagnosi soprattutto nei bambini affetti da questa patologia, l’associazione americana Autism Speaks, dedicata a promuovere soluzioni per i bisogni di persone con autismo e delle loro famiglie, ha lanciato una campagna sostenuta dall’attore Matthew McConaughey e da Kiehl’s, per sensibilizzare e sostenere questa causa. E da oggi questa iniziativa sbarca anche in Italia.

L’autismo è una sindrome comportamentale causata da un disordine dello sviluppo, con esordio nei primi tre anni di vita. Questa patologia è diffusa su circa l’1% della popolazione mondiale e nel nostro Paese si stima che a 1 bambino su 100 sia stata diagnosticata questa malattia.

Ieri sera sono stata invitata al lancio di questa campagna e ho scoperto che Matthew McCounaughey non è solo un attore premio Oscar (Dallas Buyers Club) ma è anche molto impegnato nel sociale attraverso la sua fondazione, dove si occupa di aiutare ragazzi in condizioni di disagio. E proprio attraverso questa attività è nata la sensibilizzazione verso le problematiche dell’autismo nei bambini. Una patologia che spesso non viene diagnosticata in tempo e si aggrava nella crescita.

Per aiutare anche con un sostegno economico pratico McConaughey ha lavorato in sinergia con Kiehl’s e disegnato il packaging dell’edizione limitata della crema idratante best seller Ultra Facial Cream.

Mentre per ogni condivisione di questo video Kielh’s donerà 1 dollaro a Autism Speaks.

Tante piccole sedie rosse

Nel 2012, il 6 aprile, a vent’anni dalla Guerra di Bosnia, dall’inzio dell’assedio di Sarajevo, lungo gli ottocento metri del corso principale della città, furono messe in fila 11541 sedie rosse a simboleggiare il numero delle vittime cittadine del conflitto. Mentre 643 sedie più piccole rappresentavano l’orrore dei bambini morti nelle sparatorie dei combattenti.

Questa descrizione angosciante è, più o meno, l’incipit di Tante piccole sedie rosse, il più recente romanzo di Edna O’Brien, la scrittrice irlandese, oggi ottantasettenne, che ha firmato diciassette romanzi. E ha fatto anche molto scandalo, parlando di sessualità femminile, tanto che sei delle sue opere sono state inzialmente messe al bando.

Non avevo mai letto niente di questa magnifica autrice (sto cerando di rimediare in extremis) e sono rimasta stregata dal suo talento.

Tante piccole sedie rosse, inizia un po’ in sordina, con la descrizione di un piccolo paese irlandese immerso nella natura. Un luogo bello e sonnolento. Tutti si conoscono e la vita scorre tranquilla e monotona, fra un incontro al club del libro e una bevuta al pub, finchè non arriva uno straniero bello e misterioso.

E’ uno slavo, “the dark silent type”, si dichiara pranoterapeuta, guaritore e sessuologo. E apre uno studio in paese.

La sua professione suscita un certo scandalo fra i compaesani. Ma alla fine “il medico” viene accettato anche perchè è molto gentile, carismatico e affascinante. Le signore sono  incuriosite dalla sua presenza e anche le suore della piccola comunità non sono indenni da qualche brivido.

Edna O’Brien riesce a descrivere l’atmosfera effervescente, la ventata di nuovo portata dall’avvento del misterioso straniero, con uno stile intimo, ironico e coinvolgente. Cattura completamente il lettore nella storia prima di infierire con i colpi di scena. Il primo è ababstanza prevedibile: Fidelma, la signora più bella del paese si innamora dello straniero, a cui si rivolge per curare i suoi problemi di sterilità.

Lui li risolve alla grande: diventa il suo amante e la mette incinta. E da qui la situazione precipita. Dopo che, per una serie di coincidenze fortuite, si scopre la vera identità dello straniero.

E’ un criminale di guerra, reduce dalla guerra dei Balcani. E allora la trama del romanzo da sentimentale diventa cruda, incalzante e brutale. Per fare un salto del genere bisogna essere un grande autore e la O’Brien può permetterselo.

Il dramma personale della bella Fidelma, la sua storia d’amore andata a male, é l’espediente per narrare una tragedia corale che abbraccia temi scottanti e attuali. Come la guerra, l’intolleranza e il razzismo.

 

Arriva Cars 3

Per divertirsi e fare compiere anche una buona azione, domenica prossima 10 settembre, tutti al cinema. Per la preview di Cars 3, allo Spazio Oberdan di Milano con un’anteprima speciale benefica a favore di MediCinema Italia Onlus e l’obiettivo di contribuire alla raccolta fondi per la realizzazione della sala cinema integrata all’ospedale Niguarda, i cui lavori inizieranno a breve.

La sala MediCinema verrà realizzata nel Blocco Nord dell’Ospedale, anche Milano avrà quindi la sua prima sala cinema sensoriale integrata nell’Ospedale di Niguarda. Il metodo MediCinema (già attivo in alcuni ospedali) si basa sulla realizzazione di uno spazio cinema dedicato alla terapia di sollievo per ammalati e familiari.

E’ un programma innovativo e strutturato per i bisogni dei pazienti, finalizzato al concreto miglioramento nell’assistenza psicologica ai pazienti degenti, differenziandosi dalle attività di puro intrattenimento all’interno delle strutture ospedaliere.

Questo metodo è supportato da un protocollo di ricerca sugli effetti di questo nuovo servizio alla persona condotto in collaborazione con il Policlinico Universitario A. Gemelli di Roma.

Le principali applicazioni del metodo MediCinema prevedono, al momento, l’area pediatrica e dell’età evolutiva, compresa l’interazione familiare, i pazienti oncologici, la clinica riabilitativa nei deficit mentali e quella terapeutica relativa a psicosi e disturbi dell’umore, l’area delle disabilità.

Sulle tracce di Lady Diana

Mi ricordo , era tardi la sera del 31 agosto del’97 quando mia madre (abitavamo a tre ore di auto di distanza) mi telefonò affannata ed esordì:

“Hai sentito? E’ morta!”

Avevo Anita piccola, che ancora allattavo, stavo mettendola a letto, ero molto indaffarata e ansiosa come tutte le neo mamme.

Sentendo quelle parole mi venne un mezzo colpo.

Chi era morta? Una nostra parente? Un’amica? Una vicina di casa?

“Ma Lady Diana! Poverina!”

Non ricordo di aver risposto con un commento brusco, ma devo aver pensato che mia madre avrebbe potuto anche evitare di spaventarmi.

Mi dispiaceva per la principessa ma…

Ho capito solo dopo che mia madre era solo la variante italiana dello sgomento che aveva invaso tutta l’inghilterra, era morta Diana, la principessa del popolo e tutti erano sconvolti.

La storia di Diana ha lasciato il segno e a venti anni esatti dalla morte nel tragico incidente di Parigi, Marina Minelli, giornalista, scrittrice e royal blogger, racconta gli itinerari segreti e tutti i luoghi frequentati da Diana. Il libro, a metà fra la guida turistica e la biografia, è un percorso nella capitale britannica alla ricerca di un personaggio sicuramente controverso e contraddittorio ma ancora oggi amatissimo. “La vita della principessa di Galles – spiega l’autrice – si dipana attraverso Londra, da quella più frenetica e alla moda, fra negozi e atelier degli stilisti in voga, ai palazzi dove si svolgeva la sua vita ufficiale e i ricordi sono ancora numerosi”.

A Clarence House, la residenza della Queen Mum, Diana passa, in totale solitudine, la notte che precede il fidanzamento e poi la vigilia delle nozze. “Da qualche anno – prosegue Marina Minelli – questo bell’edificio in stile Regency è aperto al pubblico per circa un mese ogni estate e conserva ancora l’atmosfera dell’epoca. La cattedrale di Saint Paul invece, è una delle mete cult del turismo londinese, ma è anche indissolubilmente legata all’immagine della giovane sposa mentre sale l’immensa scalinata con il vento che le scompiglia il velo e il lunghissimo strascico”.

Nel suo libro Marina Minelli percorre tutti questi luoghi, raccontandone la storia, i segreti e le connessioni con Diana. “A Kensington Gardens oggi ci sono una fontana e un playground dedicati alla memoria di Diana (bellissimo, quando le ragazze erano piccole ci sono stata più volte) ma in realtà la principessa è molto presente in spirito e immagini anche all’interno del museo di Kensington Palace situato a poche centinaia di metri dall’appartamento dove vive a partire dal 1982”.

Tanti gli aneddoti e le storie meno note legate soprattutto all’infanzia e alla giovinezza di quella che diventerà la principessa di Galles. “Diana si trasferisce a Londra poco prima dei18 anni ma nasce e passa tutta l’infanzia in una proprietà della Regina, una villa edoardiana nel Norfolk che è stata trasformata un bellissimo hotel per le vacanze, completamente accessibile ai disabili”.

Nel profondo e più caratteristico countryside inglese la giovane lady parla per la prima volta con il principe Carlo e in una splendida dimora dell’Hampshire la neosposa trascorre i primi giorni di quella che sarà un’infelice luna di miele.

“Quasi tutte le residenze sono aperte al pubblico – precisa la scrittrice – compreso il giardino di Highgrove, la casa del principe Carlo nel Gloucestershire, un luogo davvero incantevole dove però il matrimonio dei principi di Galles si disgrega inesorabilmente e definitivamente. Diana detesta la pacifica campagna delle Cotswolds anche perché Highgrove è pericolosamente vicina all’abitazione di Camilla Parker Bowles”.

(A proposito ho letto nella biografia della suddetta Camilla che il suo primo marito Andrew Parker Bowel, ufficiale dell’esercito britannico, è sempre stato un fedifrago seriale. Povera Cami. Che l’ambaradan delle corna reali sia in fondo tutta colpa di Andrew che non riusciva a tenerlo nei pantaloni?)

 

Sulle tracce di Diana, che uscirà a fine settembre, contiene 15 itinerari fra Londra, alcune località dei dintorni e due destinazioni in Scozia, 15 cartine, moltissime idee e consigli su cosa visitare nei dintorni delle mete dedicate a Diana e in più informazioni sui trasporti e tanti indirizzi su dove mangiare e dormire.

Marina Minelli è una royal watcher appassionata e instancabile, a Parma la mostra da lei organizzata, Un te con la Regina, è stata prorogata fino a fine settembre e quindi c’è ancora la possibilità di andare a visitarla e di acquistare il bellissimo catalogo, che oltre a raccontare tutti gli aneddoti e i segreti delle royal potteries contiene i consigli per un te perfetto e le ricette dolci e salate per accompagnarlo.

P.S: alla BBC ho visto una serie King Charles III distopica e bellissima dove Carlo finalmente sale, o dovrebbe salire al trono, ma le cose non vanno come dovrebbero.

Carlo, il paziente Carlo che ha aspettato tutti questi anni per avere finalmente il lavoro che gli spetta, va fuori controllo!

Al passo con i Kardashian

Oggi ho visto questa notizia e ho capito che non dovevo più tenere dentro il trauma che ho subito una decina di giorni fa.

Quand’ero a Londra, la scorsa settimana, avevo letto la notizia del decennale del reality sulla famiglia Kardashian che, come Paperone, continua a guadagnare e moltiplicare a suon di milioni di dollari il reddito. Conoscevo vagamente alcuni dettagli dei loro exploit ma non riuscivo a capacitarmi del successo plametario.

Così, le mie figlie (che ne sapevano molto più di me) per aiutarmi nella comprensione del fenomeno Kardashian mi hanno esortato a vedere su Sky (nella casa dove stavamo la tv aveva l’abbonamento) il meraviglioso Al passo con i Kardashian e la mia vita non è stata più la stessa.

Forse perché non sono abituata a vedere i reality, ma lo choc è iniziato da subito. In un overdose di chirurgia plastica era diffcile per le Karadashian sisters manifestare molte emozioni, così tutto era molto enfatizzato. Le conversazioni, semplificate al massimo, esprimevano sempre frustrazione, preoccupazione, insicurezza.

Sono multimilionarie, ma si lamentano sempre. Le labbra a canotto di increspano e gli zigomi rinforzati si tendono.

Con un’estensione massima del concetto “anche i ricchi piangono”, il reality mostra sempre il lato drammatico della vita kardasha. Sempre buttate sul divano, con i tacchi a spillo e lo smartphone in mano si dolgono in continuazione. E’ il lato drammatico che fa impenanre l’audience.

Poverine!

Hanno paura che il lancio del nuovo marchio dei jeans magari non andrà bene, che qualcuno tarocchi la linea di lipgloss, che il servizio di security non sia all’altezza, che il guardone piantato, in strada, davanti alla villa non vada in galera.

E poi c’è il fantasma del padre (avvocato che aveva difeso O.J.Sipson) che ogni tanto torna e, birichino, fa suonare la sveglia del cellulare a orari improbabili.

Problemoni.

Infatti ogni tanto non ce la fanno più e infarciscono il discorso con un bel porcone.

La più positiva è la mamma-Kris, il genio del male marketing che ha inventato tutto e che è come il prezzemolo. Nonostante le figlie abbiano dai venti ai quaranta anni lei non le molla e continua a regolare la loro vita.

Devo confessare che ho avuto un po’ di problemi a identificarle (ci vorrebbe uno schemino) perchè più o meno sono state rifatte tutte uguali. Ho penato anche per capire di chi fosse il figlio, il fidanzato, il cane, l’amica, il marito fedifrago…

Tra i personaggi il mio preferito è il fratello Rob che non si confonde perché non è rifatto, anzi è un normalissimo americano ciccione, quindi viene più o meno bullato dalle sorelle e dalla madre.

Ho visto solo 3 puntate, il momento più basso è stato toccato in quella dove Kim (la vera star di tutto il family business) recitava con il catetere.

Non sto scherzando. In varie scene si tirava dietro, sballottandola, una borsa piena di pipì. Kim e il suo catetere: prima all’ospedale e poi sul solito divano bianco di casa, perchè aveva fatto un trattamento per la fertilità.

E’ stato il dettaglio che mi ha fatto capire che non potevo stare al passo con i Kardashian e ho spento la tv.

Poi con tristezza, mista a sgomento, ho riflettuto sul fatto che queste persone, megastar sui social, sono un modello per molte ragazze….

Alzeimer Fest

Tre giorni di festa, di musica, cibo, degustazioni, incontri, giri in barca, in bici, giochi per i bambini, il concerto della Banda Osiris e lo spettacolo di Paolo Hendel.

Dall’1 al 3 settembre, a Gavirate (un’ora da Milano in treno o in auto) sul lago di Varese, ci sarà la prima edizione dell’Alzheimer Fest, una specie di Oktober Fest ma meno alcolica, più allegra e vera.

Un raduno per festeggiare una malattia?

Sembra una cosa strana ma non è così: è un evento per combattere lo stigma su questa patologia sempre più diffusa. Qui si parlerà di Alzheimer anche in maniera più leggera, si condivideranno storie ed esperienze. Si cercherà il lato surreale della malattia, ma ci saranno anche approfondimenti, testimonianze, incontri con geriatri e specialisti. E’ una festa per sfidare la solitudine a cui condanna l’Alzheimer.

Quando qualcuno si ammala di nel nostro Paese diventa un problema personale. I famigliari dell’ammalato devono gestire la situazione al meglio delle loro possibilità e magari senza lamentarsi troppo. In solitudine, appunto.

In Italia gli ammalati sono un milione e ben tre milioni di famigliari che si occupano di loro.

Sono tanti, perchè la vita si è allungata e le malattie degenerative molto più frequenti. Un milione di persone che si isola dal mondo e vive in un universo parallelo di stranezze e demenza. Chi si prende cura di loro rischia di fare altrettanto, di perdere la brocca, di isolarsi. Convivere con l’Alzheimer è come abitare su un altro pianeta. Pochi, anche tra gli amici più empatici, riescono veramente a capire la nuova realtà in cui è precipitata la famiglia.

Opera di Maurizio Cattelan realizzata per Alzheimer Fest

Allora bisogna organizzarsi. Si fa rete. Per necessità e voglia di non soccombere a questo diavolo di malattia degenerativa che stravolge la vita alle persone che amiamo, sono nate molte associazioni di volontari e famigliari di ammalati di Alzheimer e una delle più “vivaci” si trova appunto a Gavirate.

Per capire meglio lo spirito della manifestazione guardate Il sogno di Mariuccia, un corto, ironico, delicato e commuovente, dedicato alle persone malate.

Opera creata da Maurizio Cattelan per Alzheimer Fest

Vacanze & Libri

Oggi si chiude e ci si rivede a fine mese 🙂

Nel frattempo se avete voglia di leggere un libro divertente ma anche molto utile che può farvi riflettere anche sulle discriminazioni di genere, vi consiglio Come non odiare tuo marito dopo i figli un memoir della giornalista americana Jancee Dunn, che racconta come la sua unione idilliaca, è scoppiata dopo la nascita della sua bambina. Non affronta solo il problema dello tsunami del dopo nascita, ma a va avanti a raccontare come negli anni la convivenza e la comunicazione siano diventate un inferno.

E’ un libro interessante perchè non è soltanto un romanzo divertente, diventa anche un saggio, infatti l’autrice racconta di sè e delle sue amiche nella stessa condizione, intercalando l’analisi con dati sociologici e analisi psicologiche autorevoli.

Ecco un piccolissimo esempio di quello che scrive:

…anche a me sembra di essere la madre di Tom, quando sono costretta ad assillarlo perché faccia qualcosa, soprattutto se pensa di cavarsela rispondendo un attimo o quando mi ignora del tutto. (Almeno, non è come il marito di una mia amica, che fa il saluto militare e dice: «Sissignore!» per far ridere i bambini. Di lei.) Darby Saxbe, professoressa di psicologia all’University of Southern California, mi spiega che spesso le coppie sviluppano il cosiddetto meccanismo di “richiesta e ritiro”; il più delle volte, è la donna a chiedere e l’uomo a ritirarsi. La dinamica si crea, dice, perché gli uomini hanno ben poco da guadagnare da un cambiamento dello status quo, mentre è più facile che siano le donne a desiderarlo…

Sempre parlando di libri, due notiziole personali: Affari d’amore è nel “circuito” kindle unlimeted quindi si può leggere gratuitamente, se avete questo tipo di abbonamento. Invece L’amore è una bugia diventerà cartaceo e ne sono molto contenta!

E ora non mi resta che augurarvi buone vacanze!

Di bambini e altre magie

Comunicare è sempre difficile, con gli estranei e anche con le persone più vicine a noi. Spesso, anche quando siamo pieni di buona volontà ed empatia, i franintendimenti nascono dal fatto che non ragioniamo nello stesso modo del nostro interlocutore e quindi magari le parole possono acquistare significati non voluti e inaspettati.

Capita fra adulti ma soprattutto quando ci rivolgiamo ai più piccoli, in particolar modo ai nostri figli, dove gran parte dei problemi educativi nascono dal modo in cui parliamo con loro. Usando una modalità che si rivela sbagliata perchè parte da un nostro modo -adulto- di vedere le cose, dalle nostre aspettative che sono spesso incomprensibili ai ragazzini.
Anche a quelli più desiderosi di compiacerci.

Ci sarebbe invece un modo molto più semplice ed efficace di comunicare con i bambini ed è quello che si può trovare entrando nel mondo fantastico e immaginario della loro fantasia. Uno spazio che nei più piccoli si mescola con la realtà di tutti i giorni, li aiuta a crescere e a capire cosa ci si aspetta da loro.

E’ un mondo, più bello e ottimista del nostro, che purtroppo però spesso ci risulta incomprensibile, così alieno da creare malintesi e confusione.

Per imparare a capirlo ed entrare in sintonia con il modo di ragionare dei più piccoli, è uscito di recente un manuale: Di bambini e altre magie scritto da Elisabetta Rossini ed Elena Urso, in cui le due pedagogiste spiegano in maniera molto semplice ed esaustiva, come rapportarsi con i bambini evitando tensioni, frustrazioni e capricci.

Affrontano le tematiche e problematiche più comuni nell’educazione, affiancando alla teoria molto esempi clinici che aiutano a capire meglio come penetrare nel raggio di comprensione dei più piccoli con facilità e soddisfazione reciproca.

Una gita nei giardini più belli d’Italia

Se durante questo bollente mese di agosto volete programmare una gita in mezzo al verde, diverse sono le mete: il nostro Paese è pieno di giardini storici bellissimi, ancora perfettamente preservati. Qui trovate un po’ di ispirazione e il calendario degli eventi.

Se invece transitate nei pressi del Lago Maggiore, una gita obbligatoria è nelle isole Borromee. E su questi luoghi (stupendi) devo aprire una bella parentesi personale.

Quando le ragazze erano piccole, avevamo affittato una casa a Stresa e quindi le gite nelle bellezze dei dintorni erano frequenti. A volte anche stressanti, mi ricordo che ero andata da sola all’Isola Madre e avevo Emma in passeggino, e c’erano troppe, bellissime, antichissime scalinate, un incubo.

Poi le avevo dato dei cracker per merenda e, a tradimento, era arrivato un pavone a mangiarglieli. E lei ha strillato un sacco.

Comunque i fiori erano stupendi.

Oggi invece a casa mia non si può più dire “Borromeo” perché Anita si inalbera. Vede rosso e si imbizzarisce come i tori a Pamplona.

E’ impazzita? No, semplicemente a Pavia frequenta il collegio Ghislieri che è avversario storico del collegio Borromeo. Continuano ad odiarsi dal lontano 1500.

(Non scrivo come chiama il Borromeo, per non essere volgare. Lavorate di immaginazione)

Ma un odio atavico e goliardico non può togliere bellezza a questi luoghi meravigliosi.

Da visitare c’è l’Isola Bella con il suo giardino all’italiana, ideata in onore della moglie di Carlo I, Isabella d’Adda, è famosa per il Palazzo e per il Teatro Massimo o Ninfeo. Con il suo spettacolare fronte scenico a tre piani, sormontato dalla statua dell’unicorno, emblema del casato dei Borromeo. (imprecazione di Anita)

Dario Fusaro

Poi l’Isola Madre accoglie un giardino paesaggistico all’inglese realizzato nell’Ottocento che, grazie ad un clima favorevole, ospita rare piante e fiori esotici provenienti dalle più diverse latitudini. Sopravvissuto a una tromba d’aria, c’è anche un magnifico esemplare di cipresso del Kashmir; ingegnosi tiranti lo assicurano al terreno dell’Isola, e ne garantiscono la sopravvivenza.

E anche la Rocca di Angera è di proprietà dei Borromeo dal 1445. Attualmente ospita il Museo della Bambola e del Giocattolo, il più importante in Europa. Facendo riferimento ai numerosi documenti, recentemente è stato ricostruito un giardino medievale, che fa da magnifico contorno all’edificio della Rocca.

Infine Villa Pallavicino a Stresa è una proprietà di sedici ettari che include un parco aperto al pubblico dal 1956. La Villa ospita anche una magnifica collezione di piante e fiori di proporzioni spettacolari. Nel parco è stato poi riservato molto spazio a canguri, lama, pavoni, zebre e molti altri animali.

Qui ho un ricordo molto divertente: Emma, oramai di tre anni, voleva fotografare le caprette, si avvicinava e diceva: “Soridi! Soridi!”

Poi si stressava perchè erano dispettose e non sorridevano.

Però almeno avevano mangiato e non rubavano i crackers!

Marianna Galimberti

 

 

 

Tutta la verità sulla prova costume

Siamo arrivati al momento tanto atteso temuto quello in cui ci si spoglia e si affronta poi lo specchio in costume da bagno. Sapete bene come vi sentite al riguardo, ma se volete sapere la verità, tutta la verità, su come si sentono gli altri (vicini di ombrellone compresi) potete leggere i risultati del sondaggio di Gympass.

Il 62% ritiene che i risultati ottenuti in palestra siano sufficienti per sentirsi in forma.

Il 22% li considera insufficienti ma non pare preoccuparsene, a differenza del 10% che non ci pensa nemmeno a togliersi i vestiti!

Solo un fiero 6% sfoggerà soddisfatto la propria forma fisica.

Rispetto allo scorso anno, il 46% degli intervistati si trova stazionario, quindi sempre fuori forma, mentre il 22% nota i miglioramenti di questi 12 mesi di sforzi in palestra. Il 18% ritiene invece di aver peggiorato il proprio stato fisico, ammettendo di essersi allenato di meno.

Per ovviare a difetti più o meno visibili, il 26% ricorre a trucchi come trattenere la pancia in dentro, assumere posizioni plastiche o indossare costumi in grado di valorizzare i pregi. (vedi instagram!)

Il 40%, duro e puro, non fa nulla e si mostra così com’è.

Il 52% con un un mea culpa ammette che, se quelli sono i risultati, non si è allenato abbastanza. Mentre il 29% invece già si promette di voler fare di più, mentre uno sconsolato 11%, di fronte allo specchio pensa di aver investito male il proprio tempo, e quasi si pente di non averlo trascorso sul divano!

Il 44% dichiara spudoratamente che l’unico sforzo ammesso in vacanza sarà  quello per mettersi la protezione solare. Niente sport ma almeno un po’ di movimento per il 54% che per lo meno non disdegna camminate, partite a beach volley etc..

Resta uno stoico 2%, per il quale l’allenamento non conosce stagioni.

Può capitare che il dolce far niente sotto l’ombrellone ci porti a buttare l’occhio sugli altri. E così il 41% vede nei difetti degli altri una giustificazione, pensando di non essere l’unico fuori forma. Un autocritico 34% guarda gli altri per avere uno stimolo a migliorarsi, mentre il 15% non si guarda nemmeno intorno e ritiene di non aver niente da invidiare a nessuno.

Il 10% di rassegnati preferisce non buttare l’occhio, perché a prescindere, sa che il vicino di sdraio sarà messo meglio.

1 2 3 73