Ricette per succhi e smoothie

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Se potessi vivrei abbarbicata allla mia centrifuga, mi nutrirei solo di succhi di frutta e poi la tradirei con il frullatore per prepararmi uno smoothie. Da un recente studio della Coldiretti, nonostante la crisi, in Italia il consumo di frutta e verdura, nell’ultimo anno é aumentato del 4%.

Quindi forse sono molti quelli che condividono la mia passione, in giro infatti sono spuntati molti juice bar e oramai le centrifughe le propongono un po’ tutti: dal chiringuito più scalcagnato al bar alla moda. Ovviamente a prezzi esorbitanti, per un drink (piccolo) salutare bisogna sganciare almeno 4 euro. Questo è il lato oscuro del fitness: stare in forma, depurarsi, perdere peso, avere energia e anche magari la pelle tonica … non è a buon mercato.

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Allora è molto meglio organizzarsi in casa (investire nell’acquisto di un simpatico elettromestico) e spaziare fra le innumerevoli possibiltá healthy offerte da succhi e smoothie. Per trovare ispirazione e scoprire anche le innumerevoli e sorprendenti qualitá nutritive di additivi naturali come semi e alghe, ho trovato questo libro molto utile, completo e interessante.

Raccoglie 115 ricette, golose ma ipocaloriche, declinate per tutti i gusti e le esigenze: per potenziare l’abbronzatura, migliorare la circolazione, combattere il gonfiore o anche solo il raffreddore. Insommma ci sono suggerimenti per tutti i gusti e le spiegazioni sui cosidetti “superfood” , che purtroppo non regalano i superpoteri ma aiutano a stare decisamente meglio.

 

Merendine con olio di palma: attenzione!

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Qui fare un post é un’impresa eroica. La connessione è molto umorale, va e viene a seconda delle influenze astrali, l’unico posto dove “prende” bene é di fianco alla porta del bagno. Sará un messaggio? Vorrá dire che i mie post fanno…

Quindi attenendomi a questo suggerimento celeste, mi limito a riportare un link di Altroconsumo, a mio parere molto interessante, su una petizione per fare chiarezza sull’utilizzo dell’olio di palma nei prodotti alimentari per bambini e adolescenti.

Buona Merenda a tutti 😱😱😱

Al mare fa freddo, allora corro

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Sono venuta qualche giorno al mare ma purtroppo devo fare i conti con il maltempo. Non fa così caldo da stare in spiaggia, cosí invece di smadonnare, maledire la sorte e fare il giro delle pasticcerie per numerose merende, ho deciso di reagire positivamente.  Approfittare del frescolino e del cielo nuvoloso per correre.

Ormai so che gli effetti della corsa sono euforizzanti, studi scientifici hanno stabilito siano simili a quelli della marjuana, così considerato che sono troppo vecchia per farmi le canne, corro.

Solo che ultimamente a Milano pioveva, diluviava con fulmini e saette (e sul percorso dell’Idroscalo dove vado regolarmente non é consigliabile proteggersi sotto il classico albero) oppure nelle belle giornate, all’ora tarda che sceglievo faceva giá un caldo bestia.

Sì perché non riesco a correre la mattina a stomaco vuoto (mi sono anche informata sugli effetti e non é vero che fa dimagrire di più o migliora la resistenza) quindi a metá mattina, dopo aver smaltito la colazione, i percorsi al sole sono un po’ un tormento.

Nei miei dieci mesi da runner ho imparato che ci sono un sacco di condizioni che devono essere rispettate per un allenamento decente: abbigliamento, clima, digestione, playlist energizzante e ovviamente lo stretching prima e dopo.

In varie puntate ho sbagliato su tutto. Dal mancato svenimento al tendine infiammato le ho provate tutte. Forse se mi ammazzavo di canne (con fattoni di mezza etá) alla fine sarei stata più in forma. Ma non voglio arrendermi e domani mi arrampicherò nella pineta qui attorno.

…tutto questo per dirvi che non aggiornerò il blog con regolarità, forse perché finalmente riuscirò anche ad andare in spiaggia, oppure perché stramazzata al suolo dopo aver inciampato in qualche ostacolo.

Julieta: una telenovela

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Ho visto tutti i film di Pedro Almodovar e l’ho sempre apprezzato. Perciò ieri quando sono andata a vedere la sua opera più recente Julieta ero piena di gioiose aspettative.
Il film racconta la storia di una donna, Julieta appunto, che da dodici anni ha perso ogni contatto con la figlia sparita inspiegabilmente.

All’inizio della pellicola troviamo una Julieta cinquantenne, finto-bionda bella e raffinata, che sta per lasciare Madrid per trasferirsi in Portogallo con il suo compagno. Però il caso vuole che si imbatta per strada nell’ ex-migliore amica della figlia (ora redattrice degli speciali di Vogue?!?!?) che le racconta di aver incontrato, qualche tempo prima, la dispersa (ancora una volta per caso) in Svizzera, .

Questo incontro fortuito sconvolge a tal punto Julieta da farle cambiare programma: molla il fidanzato, rinnega il Portogallo e trasloca.

Dove? In un altro quartiere di Madrid: nella casa dove aveva vissuto tanto tempo prima con la figlia. Perchè non vuole rinnegare il passato, ma trovare la forza di capirlo. Così comincia a scrivere una specie di diario rivolto alla figlia in cui promette di raccontarle tutta la verità.

E qui ero ancora contenta, perchè pensavo: bene adesso vediamo cosa è successo veramente!

Viaggio indietro nel tempo. Anni 80: una Julieta giovane e gnocca (sempre finto-bionda in stile Madonna in Papa don’t preach) è una prof di greco e
images.duckduckgo.comincontra un pescatore in treno. E’ un viaggio notturno e dal finestrino si vede stranamente anche un cervo che corre spaventato (qui dovevo cominciare a sospettare che qualcosa non quagliasse!).

Il pescatore è molto fico e anche stranamente abbiente (per essere un giovane pescatore tatuato). Infatti ha una bella villetta con giardino/vista mare in una località amena della costa e anche una colf. Inoltre è così sexy da divenire, ovviamente, il padre della ragazza scomparsa.

La colf invece è Rossy De Palma. E Almodovar si autocita alla grande: sguazza negli anni’80, nei tempi d’oro del suo esordio, e regala le uniche due battute divertenti del film. La De Palma è imbruttita di bestia (per esigenze di copione) ma rimane sempre divertente.

La storia e il dramma della nostra Julieta invece virano sempre di più verso il piattume prevedibile da telenovela. Si aspettano sorprese che non arrivano, amori che non decollano, colpi di scena che non esistono, drammi che non si consumano.

Ci sono invece dettagli risibili, come la scena in cui la futura redattrice degli speciali di Vogue, a dodici anni seduta sul divano già legge Vogue!
(Ce n’era veramente bisogno?)

Quando sono apparsi i titoli di coda lasciandomi incredula per la mancanza di costrutto del film, una signora altrettanto confusa mi ha chiesto gentilmente:
“Scusi, sono io che non ho capito o non è successo niente?”
“No, guardi non è colpa sua è proprio così: ha raccontato il nulla!”, le ho risposto solidale e altrettanto delusa.

E la cosa sorprendente è che anche qui, come canovaccio della storia, c’erano tre grandi racconti: Fatalità, Fra poco e Silenzio di una scrittrice da Nobel, Alice Munro.

Crêpe estive con Ufuud

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Queste ricette nascono dalla collaborazione col sito italiano Ufuud, che si occupa di vendere online prodotti gastronomici di alta qualità. La sfida è stata quella di, a partire da quattro ingredienti “chiave” offerti dal sito, creare un menù completo e originale.

I prodotti mandati da Ufuud

I prodotti mandati da Ufuud

Ho scelto di proporre due varianti di crêpes, una salata e una dolce, perché sono perfette per un pasto estivo, fresche e leggere, velocissime da preparare, ma fanno comunque la loro bella figura in tavola.

Crêpe salata ai funghi porcini e tartufo bianco

Crêpe salata ai funghi porcini e tartufo bianco

Crêpe dolce alle pere e cioccolato

Crêpe salata ai porcini, tartufo e zucchine

Ingredienti: (per 2 persone)

Procedimento

  • In una ciotola mescolare la farina di grano saraceno con l’acqua, finché non ci sono grumi.
  • Tagliare la zucchina a dadini e cuocerla in padella finché non si ammorbidisce, aggiungendo un pizzico di sale e una spolverata di pepe.
  • Scaldare sul fornello un testo o una padella larga con un filo d’olio.
  • Aiutandosi con un cucchiaio versare l’impasto sul testo spargendolo man mano per creare un cerchio.
  • Cuocere la crêpe un paio di minuti per lato.
  • Quando è diventata dorata togliere dal fuoco e assemblare il piatto aggiungendo le zucchine, un cucchiaino di crema tartufata diluito in uno d’acqua, qualche foglia d’insalata e pezzettini di noce.

Crêpe dolce cioccolato, mandorle e pere 

Ingredienti: (per due persone)

Procedimento

  • Frullare la banana con il latte di riso.
  • Versare in una ciotola e aggiungere la farina, mescolare finché non ci sono grumi.
  • Scaldare il testo sul fornello con un cucchiaio di olio di cocco.
  • Versare il mix e aiutandosi con un cucchiaio spanderlo per creare un cerchio
  • Cuocere circa 5 minuti per lato, facendo attenzione nel girare la crêpe a non romperla.
  • Una volta cotta trasferire su un piatto.
  • Tagliare la pera sbucciata in fettine e cuocerle per qualche minuto in padella, finché non si ammorbidiscono.
  • Sminuzzare il cioccolato e scioglierne due cubetti a bagno maria o nel forno a microonde per creare una salsina da versare sulla crêpe (optional)
  • Farcire la crepe con due cucchiai di confettura, le fettine di pera e i pezzettini di cioccolato.

Una giornata ad Aquaria

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Come ho già scritto recentemente sono stata invitata a Sirmione e ho potuto trascorrere anche una giornata di relax ad Aquaria, il centro benessere più nuovo delle Terme, situato in una posizione fantastica: in un parco proprio sulle rive del Garda.

In questa spa ci sono grandi vetrate che fanno entrare l’azzurro del lago nelle sale dei trattamenti e tutte le piscine esterne sono con vista ad infinitum, perfette per nuotare e prendere il sole. Ma anche per qualcosa di più peccaminoso e un po’ meno salutista come un compleanno, un aperitivo e anche un addio al nubilato.

Ma ho preferito iniziare esplorando Aquaria dall’interno: prima mi sono fiondata nel percorso Kneipp, studiato per riattivare e migliorare la circolazione, da effettuare camminando avanti e indietro in due piscine a mezza luna con acqua termale a diverse temperature (dai 24 ai 34 gradi). Ho fatto sette giri (ho chiesto quanti ne erano previsti alla signora davanti a me e lei forse avrà forse sparato a caso?!?!)

Il primo giro è stato un po’ scioccante, nel momento in cui sono passata dall’acqua calda a quella gelida, poi però, come mi ha rassicurato la stessa signora esperta, la situazione migliora. Ci si adatta meglio e ci si sente rinvigoriti. Infatti già al terzo giro si possono guardare le smorfie dei nuovi arrivati con aria di superiorità!
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Poi per premiare il mio coraggio mi sono buttata nell’idromassaggio (con piccolo massaggio relax sulla zona cervicale), a chiacchierare, guardare il lago e pensare che stavo sguazzando in un acqua molto particolare e preziosa.  Poi un bagnetto nella piscina interna e via finalmente nella mia parte preferita quella della sauna e bagno turco.
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Le ho provate tutte: le docce emozionali, quelle freddisime, l’argillarium, il bagno turco all’eucalipto. E per rilassarmi la stanza del sale e quella della musica. Sono stata sdraiata per un tempo infinito prima a occhi chiusi con la mente, per una volta, completamente vuota.

Nell’altra sala invece c’era una meravigliosa vista lago e l’ho guardato a lungo. Relax completo: ero sola nella stanza completamente immersa nella musica sinfonica. Poi si è aperta la porta ed è arrivata una coppia: li ho guardati malissimo e ha funzionato. Sono stati così carini da pensare che fossi una squilibrata e mi hanno lasciato di nuovo sola!

Poi per gli accaldati dalla sauna finlandese c’era anche la possibilità dell’ ice-bucket (senza challenge), cioè tirarsi addosso una bella tinozza di acqua gelata. Ma quello no, non ce l’ho fatta!

E quando è arrivato il momento di pranzo, altra bella sorpresa: ad Aquaria come negli altri stabilimenti delle Terme di Sirmione c’è il nuovo menù leggero, sano e nutriente perfetto anche per chi cerca la remise en forme e vuole perdere qualche chilo senza soffrire con la tristezza della dieta.

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L’acqua ricca di oligoelementi della fonte di Sirmione la conoscevo bene, per anni ho comprato le boccettine per curare il raffreddore alle mie figlie, ma non avevo mai provato i cosmetici prodotti con l’acqua termale. Sono veramente ottimi, completamente naturali, si assorbono subito e lasciano la pelle morbida e levigata (grazie all’azione leggermente esfoliante dell’acqua sulfurea).

In becco alla cicogna

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Desiderare un figlio e crescerlo nella testa e nel cuore prima che nella pancia. Perchè la pancia rimane ostinatamente vuota, nonostante si provi e riprovi.

Con tutti i metodi: prima a casa propria, declinando i tentativi in varie tappe sempre meno divertenti. (Dal fare l’amore, a voler farsi inseminare a tutti costi, quel dato giorno a quella certa ora, per beccare l’ovulazione). Poi in ospedale, dove inizia il percorso stressante della procreazione assistita. Un cammino emotivamente e fisicamente pesante che spesso però fa nascere una grande solidarietà tra le donne che sognano di diventare madri.

Eleonora Mazzoni, attrice e scrittrice, ha vissuto questa esperienza sulla propria pelle e ne ha preso ispirazione per il suo primo romanzo Le Diffettose, da cui è stato tratto anche un bellissimo spettacolo teatrale.

Mentre ora con questo nuovo libro, nato dalle lettere ricevute dalle tante donne che sognano un bimbo e stanno percorrendo la strada della procreazione assistita,  Eleonora Mazzoni fa chiarezza su questo percorso, di cui si discute tanto nei media ma in modo confuso e spesso accusatorio.

Tra le pagine di In becco alla cicogna, in uno stile divulgativo ma molto coinvolgente, vengono analizzate tutte le problematiche che una donna deve affrontare nella ricerca di un figlio. Oltre alla postfazione con l’autorevole opinione di Carlo Famigni, ci sono interessanti ed eccentrici excursus storici sull’origine delle pratiche di fecondazione artificiale.

Tutti sanno che la prima bimba nata in provetta fu Louise Brown nel 1978, ma il primo caso di inseminazione fu “un esperimento” dell’abate Lazzaro Spallanzani che negli anni’70 del 1700 rese madre, di tre cuccioli, una barboncina. Non vi racconto come fece a procurarsi il seme del padre barboncino, ma vi lascio immaginare la strategia.

Un altro fatto sconosciuto riguarda la scoperta delle gonadotropine (fatta attorno al 1950 dall’azienda farmaceutica Serono), sostanze che servono a stimolare la produzione di ovociti. E dove si trovano in abbondanza le gonadotropine? Nella pipì delle donne in menopausa. Così Pietro Bertarelli, a quei tempi capo dell’azienda, ebbe una trovata geniale: una grande quantità di questa urina si poteva reperire nei conventi, nella pipì delle suore. Meglio se in clausura, così non c’era neppure il pericolo di contaminazioni con infezioni sessuali. Le monache accettarono di buon grado e così la Serono potè commercializzare i primi farmaci per favorire il concepimento.

In barca vela con i figli

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Vi piacerebbe fare una vacanza in barca a vela ma non avete mai osato provarci?
Perchè costa troppo, oppure perchè i bambini sono piccoli? O avete paura che si possano annoiare (e diventare insopportabili) senza gli amici?
Adesso queste scuse potrebbero non valere più, infatti c’è Sailsquare , l’airbnb della barca a vela, dove tutti gli appassionati di vela, o quelli che vorrebbero diventarlo, possono iscriversi e a prezzi modici partire per un avventura con il vento in poppa. Infatti su questa piattaforma vengono pubblicizzati viaggi da condividere a seconda delle proprie preferenze ed esigenze.
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Nata nel 2012, Sailsquare è la prima piattaforma di vacanze in barca dove gli iscritti possono creare la propria crociera su misura, mentre gli utenti possono entrare a far parte di un equipaggio in via di formazione: l’affidabilità della community è costantemente monitorata attraverso un sistema di verifiche, feedback e recensioni.

Su Sailsquare in questo periodo ci sono tante idee adatte alle famiglie con bambini, (con foto, curriculum dello skipper papà e naturalmente età degli altri ragazzi dell’equipaggio). Proposte di vari giorni per visitare e scoprire le località più belle del Mediterraneo: da Palmarola, all’ Isola d’Elba, Costa Azzurra, Malta e tante altre mete. Da studiare e condividere con altri genitori, bambini e adolescenti.

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Two mothers

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L’altra sera ero un po’ triste, volevo solo chiudermi nel mio bozzolo e tagliare fuori il mondo. Però avendo una famiglia non è così semplice attuare questo piano.
“Mamma cosa c’è?”
“Perchè sei così?”
“Dai guardiamo un film!”
“Proviamo questo, sembra assurdo…”
Insomma alla fine Anita mi ha convinto e su Netflix abbiamo iniziato a guardare Two Mothers , un film di cui avevo già visto il trailer, tempo prima, e pensato: “Non ce la posso fare”
Invece l’altra sera, in quel momento di disperazione, ero pronta a tutto.
La storia è così: in un angolo paradisiaco della costa australiana due amiche (Robin Wright e Naomi Watts), inseparabili, bionde e molto gnocche (sin da piccole), continuano a essere amiche, inseparabili, bionde e molto gnocche anche da adulte. Hanno anche due figli coetanei molto fichi ma (primo colpo di scena!) uno non è biondo.
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(non mi preoccupo dell’effetto spoiler perchè il plot è inesistente)

Naomi Watts resta vedova, ma chi se ne frega, dopo la scena del funerale, le due mamme e i due gnoccoloni figli fanno spensieratamente il bagno insieme, immemori di ogni dolore.
Anzi Robin Wright (cinquanta portati benissimo), nuota leggiadra fino alla piattaforma in mezzo al mar dove sdraiato come un sirenetto c’è il figlio dell’amica.
Lui la guarda lascivo (nonostante i diciannove anni) e le fa dare un tiro dalla sua sigaretta. Lei aspira, ricambia lo sguardo birichino e poi si gira a prendere il sole.

E qui io e Anita ci siamo giustamente domandate: come ha fatto il biondone a portare le sigarette sulla piattaforma nuotando, ovviamente seminudo? E l’accendino?

La scena prima di dissolversi ha fatto un piano lungo sui due corpi abbandonati sulla piattaforma e non si è vista nessuna insegna di Sali&Tabacchi. Boh!
Poi al tramonto le cenette in famiglia, con vista mare, sono in stile apericena: tanto vino, bei bicchieri e abitini succinti delle madri.
E nel dopocena succede quel che deve succedere: Robin si fa il biondo. E il moro (suo figlio) la prende male e va a nascondersi nel letto di Naomi, che abita in un’altra bella casetta a picco sull’oceano.

A quel punto io e Anita ci aspettavamo un minimo di dramma, senso di colpa, insomma un qualcosina di meno patinato. E invece niente.

Le due amiche dopo qualche primo piano pensoso decidono che va bene così, sono felici e innamorate.
Ci sono solo due piccoli inconvenienti causati da due uomini sui cinquanta. Il primo è il marito di Robin che propone, causa lavoro, di trasferirsi a Sydney. Naturalmente Robin dice che non se ne parla nemmeno.

(io e Anita ci aspettavamo…)

Ma il marito risponde: “Ok, va bene!”
L’altro è un collega di Naomi, che quando non nuota, prende il sole o fornica con il moro, lavora in un centro di yachting. Il tizio, pelato ma simpatico, è innamorato di lei .
Le chiede di uscire un po’ di volte, l’ultima volta è presente anche Robin che gli ride in faccia. Allora lui esclama frustrato: “Ah, ho capito voi due!”

Io e Anita speravamo in qualche svolta drammatica: pensa che sono lesbiche, le spierà, le sputtanerà, succederà qualcosa!

Macché: i quattro bellissimi continuano a nuotare, prendere il sole, bere da bicchieri bellissimi. Uno spot di costumi o anche di aperitivi sarebbe stato molto più coinvolgente!
Passano due anni, in un attimo, durante i quali questi quattro incestuosi sono sempre soli.

Anita si chiedeva, giustamente, se i ragazzi non avessero uno straccio di compagni di scuola, qualche amica della loro età per sostituire le cinquantenni.

Ma in giro non c’era nessuno. Sole, mare e surf.
Solitudine completa con le mamme, finchè il moro non decide che vuol fare il regista. Così, un giorno parte per Sydney e zac!
In un nanosecondo è in teatro a fare casting a una tizia. Ha la sua età ed è mora: anche lo spettatore più ritardato capisce che ci sarà una svolta. Infatti, torna nella casetta sull’oceano con lei a festeggiare il ventunesimo compleanno.
Con un party pienissimo di gente.

Qui ci siamo chieste, ma dove erano prima tutti questi amici?

Naomi naturalmente è triste e beve un sacco.

Io e Anita, sempre speranzose nella svolta dramamtica, prevedevamo che tornando a casa si schiantasse in un tornante con l’auto.

Ma non succede.
Il moro si fidanza, in tre secondi, con la morettina e si sposano.
Al matrimonio Robin, come madre dello sposo, ritrova un certo aplomb e dice al biondo che è finita. Lui pare disperato e fa due cose: prima corteggia una coetanea biondina, che ci sta subito perchè lui è molto fico, e poi invece di andare a letto fa surf estremo fra onde cattivissime.

Io e Anita pensavamo morisse, sempre nell’ottica della svolta drammatica.

Che illuse!
Solo due escoriazioni e la biondina va a trovarlo in ospedale.
Lui guarisce in fretta e diventa molto somigliante a Principe Giglio della mitica Melevisione.
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Nella scena successiva la biondina rivela di essere incinta, decidono di sposarsi e nella scena finale le due nonne (sempre gnocchissime) vanno in spiaggia, con i figli, le nuore e i bambini, anzi le bambine. Nessuno è invecchiato e tutti sono felici!
Anch’io nel mio piccolo, perchè dopo aver visto una tale boiata pazzesca (cit. fantozzi) ho ritrovato il buonumore.
Se due attrici brave, belle e famose come Robin Wright e Naomi Watts hanno accettato (per una barca di soldi immagino) di recitare in una pellicola così, forse erano più tristi di me!

P.S. La storia di Two mothers viene da una racconto di Doris Lessing che adesso mi leggerò, ma credo che la regista ci sia andata giù pesante con l’adattamento cinematografico.

Alle terme di Sirmione per imparare a mangiare sano

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La notizia è stata rilanciata anche oggi, l’obesità infantile continua a diffondersi, e un bambino sovrappeso sarà un adulto con parecchi problemi di salute. Se ne parla molto ma spesso le mamme per timore che i figli non crescano abbastanza, per la fretta o semplicemente per mancanza di informazioni veritiere, non riescono a arginare l’aumento di peso dei propri bambini. Per aiutarle a capire meglio i meccanismi di nutrizione alle Terme di Sirmione, venerdì scorso è stato organizzato un evento molto utile e importante, aperto ai genitori, al quale sono stata invitata.

Tra i relatori c’era la nutrizionista Anna Villarini che con grande chiarezza ha illustrato tutti gli errori da non fare in cucina e soprattutto al supermercato dove è importantissimo imparare a non buttare nel carrello le confezioni troppo in fretta ma leggere con attenzione tutte le etichette dei cibi. Impararne il gergo, volutamente vago e utile a confondere chi compra (bevanda alla frutta, bevanda di frutta, ecc). Un esempio eclatante è rappresentato da tutti i nomi usati per definire lo zucchero. E verificare soprattutto quei prodotti che publicizzano grandi doti (superlight, abbondanza di vitamine, ecc),  guardare l’ordine in cui sono elencati gli ingredienti (per conoscerne la percentuale presente nel prodotto) e cercare, con un fiuto da detective, la presenza di conservanti e coloranti. Non credere di essere in salvo acquistando bio o integrale, ma verificare, leggere, valutare!

Per allegerire un po’ il clima di terrore che aleggiava fra i genitori che, per togliersi un peso dalla coscienza stavano per confessare acquisti compulsivi di merendine, è intervenuta anche Tata Lucia che, come sempre, ha consigliato la gestione famigliare con pillole di buonsenso d’antan.

L’impegno delle Terme di Sirmione per combattere gli errori nutritivi non si ferma alla dieta infantile. Si offre un servizio di consulenza a 360° per grandi e piccini e infatti tutti i menù degli stabilimenti termali sono stati rivoluzionati con la consulenza di Anna Villarini nell’ottica di un’alimentazione più sana e light modulata per ogni esigenza di età. In sinergia con questo cambiamento c’è la possibilità di un check-up con una visita antropometrica per valutare peso, massa grassa, massa muscolare.

Quando è arrivato il mio turno sono entrata nello studio della dottoressa tranquilla e baldanzosa, vegetariana e maniaca del fitness, che paura dovevo avere? Pensavo si trattasse di una semplice pinzatina nel braccio.

(Ero rimasta alla plicometria degli anni 90!)

Quando invece sorridendo la giovane dottoressa mi ha indicato la bilancia, le ho risposto che non mi pesavo da due anni e la ciccia la valutavo dagli abiti. E poi comunque la mia religione mi faceva pesare la mattina a digiuno, nuda, dopo essere andata in bagno. Tenendo per precauzione anche le dita incrociate. Non certo alle 19,15 dopo uno snack al buffet!

“Peccato!”, ha detto lei.

E mi ha indicato la bilancia, che non era una vera bilancia ma un apparecchio  elettronico, dove toccando certi tasti si potevano carpire le magiche informazioni sulla composizione del mio corpo, ciccia recondita compresa. E allora ho avuto un picco di coraggio, mi sono spogliata in fretta e sono salita sulla bilancia in mutande, impavida, a schiacciare tastini.

E pffiuuuuu è andata bene!

Massa grassa, muscoli, localizzazione ciccia, tutto nella norma. Il punto vita è un po’ larguccio ma pazienza. Dopo ero così sollevata che non ho neanche chiesto i consigli nutrizionali che invece sono il corollario della visita.

 

Le incredibili sorprese del Valais

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La settimana scorsa sono stata invitata alla “cena svizzera”: una serata di degustazione enogastronomica dove ho scoperto il Valais, il cantone più soleggiato che si estende dalla valle del Rodano fino al Lago di Ginevra. Ha un’altitudine che va dai 400 ai 4000 metri e un clima molto temperato, simile a quello della riviera francese. Infatti nei 5000 ettari di vigne la produzione dei vini è incredibile (ne abbiamo assaggiati di ottimi poi mi sono dovuta fermare perchè dovevo guidare fino a casa!) e fra i prodotti tipici ci sono inaspettatamente pere, albicocche e asparagi. Oltre naturalmente a quelli più tradizionali come i formaggi, la carne e la cioccolata.

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Mentre cercavo di non abuffarmi troppo, mi hanno raccontato del panorama naturale unico del Valais, (raggiungibile da Milano con un viaggio di circa due ore e mezzo, anche in treno) dove si trova l’Aletsch, il più grande ghiacciaio delle Alpi. Con un’estensione di ben 23 km, è talmente unico e maestoso da essere stato nominato patrimonio dell’Unesco.

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La zona del ghiacciaio, l’Aletsch Arena è chiusa al traffico e rende possibile, in estate, 317 km di sentieri escursionistici, vie ferrate, parchi avventura, voli in parapendio, percorsi per mountain bike. E’ perciò una meta ideale per una vacanza in famiglia con vari tipi di divertimento, tutti in completa sicurezza. Tre sono i punti panoramici principali della zona, offrono una vista stupenda e sono meta di escursioni: Riederalp, Bettmeralp e Fiesch-Eggishorn. Si può scegliere una di queste località come base e da lì esplorare il territorio. Per farlo si può utilizzare la modernissima cabinovia che, oltre a essere comoda, permette di ammirare panorami mozzafiato. E magari se un giorno il sole non splende e il tempo fa i capricci, per i bambini nel punto panoramico di Bettmerhorn c’è un museo interattivo molto speciale: con parete di ghiaccio, caleidoscopio e plastico dell’Aletsch.

Da non sottovalutare inoltre l’aspetto magico di questo luogo incredibile: infatti da sempre gli abitanti indicano la zona del ghiacciaio dell’Aletsch come un «centro di energie». Un luogo geologico che, per effetto di radiazioni della Terra, emana energia positiva sul visitatore.
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Mai come quest’anno, avrei bisogno di ricaricare le pile con taniche di energia positiva e, dopo anni di pratica yoga, ho abbandonato ogni scetticismo, so che il fenomeno esiste veramente. Basta crederci per beneficiarne. Qui tutte le info su come raggiungere i punti migliori sul ghiacciaio per ricaricare le pile di energia positiva e farsi baciare dalla fortuna!

Qui invece il calendario degli eventi della prossima estate: da tenere d’occhio il prossimo 10 luglio dove ci sarà la festa delle famiglie con tanti eventi dedicati ai più piccoli!

Unlearning: un film per cambiare la vita

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Quante volte frustrati dalla routine, dai contrattempi, dagli imprevisti o anche solo dalla stanchezza, abbiamo pensato di cambiare vita, di lasciare tutto e rivoluzionare modi e abitudini? Poi per pigrizia, paura del cambiamento, vigliaccheria, facciamo finta di niente e continuiamo con il solito tran-tran, affrontando magari solo qualche piccola modifica.
Invece c’è chi con coraggio ha veramente mandato all’aria la vita metropolitana e l’incasellamento nelle abitudini per provare a vivere diversamente. Seguendo un ideale, un po’ come si faceva nell’ottica frickettona degli anni’70. E dall’esperienza è nato Unlearning, un film documentario che sarà possibile vedere presso lo Spazio Oberdan a Milano dal 27 maggio al 3 giugno.
Il viaggio di una famiglia, Lucio, Anna e Gaia, attraverso ecovillaggi, comunità, famiglie itineranti per conoscere chi ha avuto il coraggio di cambiare. Sei mesi di viaggio al costo di poche centinaia di euro: per realizzare il progetto la famiglia ha usato il baratto, scambiando competenze, casa, oggetti, tempo. Senza un’autovettura a disposizione hanno dovuto arrangiarsi con l’autostop, percorrendo così oltre 5000 Km in compagnia di sconosciuti. Hanno vissuto ogni nuovo incontro come una possibilità, imparando a lasciare a casa paranoie, retaggi culturali imposti, prestandosi a dare una mano nei modi più disparati per ottenere vitto e alloggio e vivendo ogni occasione per crescere come famiglia, per capire davvero cosa conti in una squadra per definirsi tale.
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Un documentario sulla fiducia, su un’Italia di uomini, donne e bambini che, all’omologazione, hanno risposto facendo della propria esistenza un inno alla diversità per aprirsi al cambiamento.
Lucio, sua moglie Anna e la piccola Gaia Basadonne sono i tre protagonisti di Unlearning che racconta in modo semplice e diretto l’esperienza di una famiglia come tante che un giorno ha deciso di provare a vivere in modo diverso.
«Otto ore di lavoro al giorno a testa, bambina a scuola fino alle quattro del pomeriggio, babysitter…. Quando arriva il momento più importante della giornata, la cena, ci ritroviamo sfiniti a parlare di mutuo e bollette, organizzando un’altra giornata di sopravvivenza», ha dichiarato Lucio.
«Questo è il modello comune che finora abbiamo vissuto, che ci confina in uno stile di vita che a nostra volta stiamo trasmettendo ai nostri figli come assunto di verità. Ma se lasciassimo la religione del comfort per condividere i tempi, gli spazi, le logiche e i meccanismi di relazione con chi ha un concetto diverso di famiglia?»

Mutande pazze

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Ieri ho avuto una giornata un po’ caotica. Di quelle in cui il tempo scorre più veloce e non si riesce a rincorrerlo. Nel pomeriggio avevo anche una visita medica.
Sono riuscita a trovare il tempo di tornare a casa per cambiarmi in pochi minuti prima di uscire di nuovo e andare dal dottore.
Nella mia camera però ho trovato Emma spaparanzata sul letto, agonizzante per lo stress degli ultimi giorni di scuola, così invece di chiederle di smammare mentre mi vestivo, ho cercato di consolarla, farle coraggio, supportarla, ascoltarla, ecc. ecc.
Insomma tutto quello che una madre dovrebbe fare.
Nel frattempo mi sono anche fatta la doccia e vestita in fretta. Così in fretta che dal cassetto delle mutande, della lingerie ho ho preso un paio a caso senza badarci troppo, mentre continuavo a parlare di greco, di prof, di versioni, blah, blah, con la testa fuori e il corpo mezzo nascosto nella cabina armadio. Giusto così per non fare uno strip completo davanti a mia figlia.
Poi, finalmente vestita, sobriamente (top bianco e blu in lino, jeans bianchi e ballerine nere) dopo un ultimo incorraggimento materno, sono uscita per correre dal medico.
Peccato che una volta in sala d’attesa mi sono accorta che avevo sbagliato mutande. Sentivo un fastidio sulla pancia, come quello che di solito procurano le etichette, mi sono data una grattatina e ho sentito che invece il colpevole era il fiocchetto del diamantino.
Oh, noooo!
Senza guardare, nel buio della cabina armadio, avevo messo le mutande che Anita definisce da pornostar. Quelle rosse in pizzo che avevo comprato per sbaglio due anni fa come portafortuna, quasi normali davanti (a parte il fiocchetto e lo zircone) ma con un’intricata e birichina ragnatela sulle chiappe ad effetto paramount. Volevo scappare ma in quel momento il medico ha chiamato il mio nome. Così sono entrata.
Pregando che non mi facesse togliere i pantaloni.
Che non mi facesse neanche abbassarli.
OMG.
Una visita sportiva da un medico sconosciuto. Almeno fosse stata una donna avrei potuto parlare di intimo, scherzare sulle mutande rosse, sulle milf, sulle madri che hanno sempre fretta.
“Si tolga la camicetta che facciamo l’elettrocardiogramma”
Volevo dirli che era una canottiera ma non era il caso di discutere di moda.
Sono un’idiota, un’idiota sbadata che fa danni. Perchè non avevo già buttato via quelle maledette mutande?
Nonostante lo stress il cuore andava bene.
“E’ un po’ agitata dalla visita”
“Eheh”
“Si vede anche dalla pressione”
“Eh, certo”
Diomiotipregotipregotiprego.
“Ok, si può rivestire”
“Sono molto contenta”
“Di cosa?”
“Di stare bene”
Il dottore mi ha guardato strano, ma non mi importava, il mio dirty secret era salvo. Con una grattatina allo zircone, ho pagato la visita e sono uscita felice.

Nella giungla di Park Avenue

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Madri che appena sentono le contrazioni del travaglio corrono dal parrucchiere a farsi la piega, poi manicure e pedicure. E se ci fosse ancora tempo, prima che la testa del pargolo spunti fuori, magari anche una bella ceretta inguinale. Donne preferibilmente bionde, assolutamente esili, decisamente ricche, sposate con uomini di potere. Mogli trofeo che vivono nella tribù più ricca del pianeta, nell’Upper East Side a Manhattan. Quelle che popolano i palazzi di lusso sul lato più orientale di Central Park.

Le manie, regole, segreti e idiosincrasie di queste donne sono stati raccontati in varie occasioni. Recentamente dalla serie Umbreakable Kimmy Schhmidt (ora su Netflix) dove si illustra con esilarante ironia “il dramma” di una mamma divorziata di Park Avenue. E qualche anno fa anche da Blue Jasmine per il quale Cate Blanchett, anche lei trophy wife dell’Upper East Side in disgrazia assuefatta allo Xanax, si è aggiudicata anche l’Oscar.
Quindi dettagli sulla vita di queste signore si conoscevano, ma nessuno le aveva mai studiate e raccontate con metodo antropologico. Entrando in mezzo a loro, mimetizzandosi e adattandosi al loro habitat.

L’infiltrata speciale è stata Wednesday Martin, giornalista laureata in antropologia a Yale, che si è “sposata bene” e trasferita con marito e prole proprio nel quartiere più ricco di New York. E dalla sua esperienza è nato un libro divertente e interessante in cui racconta con lo stesso metodo con cui Jane Goodall studia i primati, gli schemi di coabitazione e soppravivenza tra le madri che vivono nella zona più esclusiva di New York, dove è difficilissimo farsi accettare.
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Bisogna abitare all’indirizzo giusto, fare almeno tre figli (quattro ancora meglio), per dimostrare di poterli mantenere alla grande. Lottare per iscriverli nelle materne più prestigiose (dove è quasi impossibile essere ammessi). Nutrirsi di centrifughe, vestirsi solo di abiti e accessori firmatissimi, farsi di botox, ammazzarsi di ginnastica e migrare tutti negli stessi luoghi (gli Hamptons e Aspen) per le vacanze.
Vendere l’anima al Dio Denaro e sperare di sopravvivere. Quello che mi ha colpito nel reportage dell’autrice è scoprire che le signore di Manhattan, così sprezzanti e algide, siano in realtà fragilissime e succubi.

Esiste infatti una rigida separazione fra gli uomini e le donne, anche negli eventi sociali, le femmine stanno fra loro e i maschi pure. L’interazione non è vista di buon occhio e gli estenuanti sacrifici delle donne per preservare bellezza, status e gioventù sono finalizzati a un unico scopo: evitare di essere rimpiazzate con un modello più giovane e rampante.
Per loro la maternità è uno status symbol e per la serenità dei figli, l’autrice sottolinea che è un comportamento comune a tutti i primati, sono agguerrite e pronte a tutto: anche a scendere così in basso da procurarsi un falso certificato di invalidità per saltare le file a Disneyland!

Ma i loro figli, sono convinta, che vorrebbero tanto avere un infanzia meno patinata e più normale. Quando sono stata a New York tre anni fa, passando in Park Avenue dopo essere stati al Met, abbiamo visto un banchetto (davanti uno dei condo di superlusso) con due ragazzini, sui 10-12 anni, vendere un bicchiere di limonata, come fanno tutti i piccoli americani per guadagnare qualche spicciolo.
Questi bambini erano molto carini ed eleganti, i loro bicchieri di carta per la limonata erano costosi così anche i fazzoletti di carta e la loro caraffa (che rinfrescava anche), chiaramente di design. Per 50cents veramente un affare.
Così ci siamo comprati un paio di limonate da rampolli di Park Avenue. Sono stati gentilissimi e felici di aumentare il capitale di famiglia.
Probabilmente dietro un albero dell’ingresso c’era mimetizzata una tata che aveva l’ordine di sorvegliarli.

Come combattere la dermatite atopica

images.duckduckgo.com

Facendo la volontaria al Pronto Soccorso della Clinica Pediatrica De Marchi, spesso mi è capitato di trovare bambini, anche piccolissimi, che vengono portati dai genitori all’ospedale perchè allarmati da una fase acuta di un’infiammazione di dermatite atopica. Una malattia infiammatoria cronica della cute, che si presenta sotto forma di un’eccessiva secchezza della pelle e provoca lesioni come l’eczema.
Numerose possono essere le cause di questa patologia che, purtroppo negli ultimi trent’anni, sta diffondendosi sempre di più. Responsabile è l’ambiente, troppo sterilizzato e anche l’eccessiva esposizione a molteplici fonti di inquinamento. E ovviamente anche un’alimentazione sbagliata causa allergia.
La dermatite colpisce, nelle fasi più acute, circa il 15% dei bambini e il 3% degli adulti. Ma circa il 38% delle donne sperimenta la sensazione spiacevole di avere la pelle secca.
Soffro di psioriasi, (fortunatamente in forma lieve) e quindi sono sempre molto attenta all’idratazione, soprattutto nella pelle degli arti.

Mi stato fatto provare questo nuovo balsamo , veramente fantastico per il suo potere emolliente e nutriente. Facile da spalmaree con una piacevole profumazione, ha reso la pelle delle mie gambe  incredibilmente liscia e morbida. Questo prodotto ha anche un’azione anti-infiamamtoria e anti-batterica. E soprattutto un’ottima tollerabilità tanto da essere adatto anche per i neonati.
Mentre per una strategia più mirata, pensata per combattere le manifestazioni acute e croniche della dermatite atopica, nei casi dei più piccoli, per dimunire l’impiego del cortisone, limitare le infezioni cutanee e prevenire l’aggravamento delle allergie, si può provare la cura completa proposta da Envicon.  

Da affrontare in quattro fasi: idratante, detergente, lenitiva e ricostruttiva. Sul sito si trovano tutti i consigli e i prodotti per seguirla.

(Per chi acquista on-line ci sarà uno sconto del 10% con il codice: ENVICON-EXTRAMAMMA)

E inoltre sempre sul sito c’è la possibilità di avere ulteriori informazioni, approfondimenti e anche una consulenza diretta con l’allergologo. Infatti purtroppo la dermatite atopica provoca un circolo vizioso: la pelle secca e arrossata favorisce lo sviluppo allergie ad alimenti o allergeni ambientali (cani, gatti, muffe, pollini), peggiorando la patologia.

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