Nella giungla di Park Avenue

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Madri che appena sentono le contrazioni del travaglio corrono dal parrucchiere a farsi la piega, poi manicure e pedicure. E se ci fosse ancora tempo, prima che la testa del pargolo spunti fuori, magari anche una bella ceretta inguinale. Donne preferibilmente bionde, assolutamente esili, decisamente ricche, sposate con uomini di potere. Mogli trofeo che vivono nella tribù più ricca del pianeta, nell’Upper East Side a Manhattan. Quelle che popolano i palazzi di lusso sul lato più orientale di Central Park.

Le manie, regole, segreti e idiosincrasie di queste donne sono stati raccontati in varie occasioni. Recentamente dalla serie Umbreakable Kimmy Schhmidt (ora su Netflix) dove si illustra con esilarante ironia “il dramma” di una mamma divorziata di Park Avenue. E qualche anno fa anche da Blue Jasmine per il quale Cate Blanchett, anche lei trophy wife dell’Upper East Side in disgrazia assuefatta allo Xanax, si è aggiudicata anche l’Oscar.
Quindi dettagli sulla vita di queste signore si conoscevano, ma nessuno le aveva mai studiate e raccontate con metodo antropologico. Entrando in mezzo a loro, mimetizzandosi e adattandosi al loro habitat.

L’infiltrata speciale è stata Wednesday Martin, giornalista laureata in antropologia a Yale, che si è “sposata bene” e trasferita con marito e prole proprio nel quartiere più ricco di New York. E dalla sua esperienza è nato un libro divertente e interessante in cui racconta con lo stesso metodo con cui Jane Goodall studia i primati, gli schemi di coabitazione e soppravivenza tra le madri che vivono nella zona più esclusiva di New York, dove è difficilissimo farsi accettare.
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Bisogna abitare all’indirizzo giusto, fare almeno tre figli (quattro ancora meglio), per dimostrare di poterli mantenere alla grande. Lottare per iscriverli nelle materne più prestigiose (dove è quasi impossibile essere ammessi). Nutrirsi di centrifughe, vestirsi solo di abiti e accessori firmatissimi, farsi di botox, ammazzarsi di ginnastica e migrare tutti negli stessi luoghi (gli Hamptons e Aspen) per le vacanze.
Vendere l’anima al Dio Denaro e sperare di sopravvivere. Quello che mi ha colpito nel reportage dell’autrice è scoprire che le signore di Manhattan, così sprezzanti e algide, siano in realtà fragilissime e succubi.

Esiste infatti una rigida separazione fra gli uomini e le donne, anche negli eventi sociali, le femmine stanno fra loro e i maschi pure. L’interazione non è vista di buon occhio e gli estenuanti sacrifici delle donne per preservare bellezza, status e gioventù sono finalizzati a un unico scopo: evitare di essere rimpiazzate con un modello più giovane e rampante.
Per loro la maternità è uno status symbol e per la serenità dei figli, l’autrice sottolinea che è un comportamento comune a tutti i primati, sono agguerrite e pronte a tutto: anche a scendere così in basso da procurarsi un falso certificato di invalidità per saltare le file a Disneyland!

Ma i loro figli, sono convinta, che vorrebbero tanto avere un infanzia meno patinata e più normale. Quando sono stata a New York tre anni fa, passando in Park Avenue dopo essere stati al Met, abbiamo visto un banchetto (davanti uno dei condo di superlusso) con due ragazzini, sui 10-12 anni, vendere un bicchiere di limonata, come fanno tutti i piccoli americani per guadagnare qualche spicciolo.
Questi bambini erano molto carini ed eleganti, i loro bicchieri di carta per la limonata erano costosi così anche i fazzoletti di carta e la loro caraffa (che rinfrescava anche), chiaramente di design. Per 50cents veramente un affare.
Così ci siamo comprati un paio di limonate da rampolli di Park Avenue. Sono stati gentilissimi e felici di aumentare il capitale di famiglia.
Probabilmente dietro un albero dell’ingresso c’era mimetizzata una tata che aveva l’ordine di sorvegliarli.

Come combattere la dermatite atopica

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Facendo la volontaria al Pronto Soccorso della Clinica Pediatrica De Marchi, spesso mi è capitato di trovare bambini, anche piccolissimi, che vengono portati dai genitori all’ospedale perchè allarmati da una fase acuta di un’infiammazione di dermatite atopica. Una malattia infiammatoria cronica della cute, che si presenta sotto forma di un’eccessiva secchezza della pelle e provoca lesioni come l’eczema.
Numerose possono essere le cause di questa patologia che, purtroppo negli ultimi trent’anni, sta diffondendosi sempre di più. Responsabile è l’ambiente, troppo sterilizzato e anche l’eccessiva esposizione a molteplici fonti di inquinamento. E ovviamente anche un’alimentazione sbagliata causa allergia.
La dermatite colpisce, nelle fasi più acute, circa il 15% dei bambini e il 3% degli adulti. Ma circa il 38% delle donne sperimenta la sensazione spiacevole di avere la pelle secca.
Soffro di psioriasi, (fortunatamente in forma lieve) e quindi sono sempre molto attenta all’idratazione, soprattutto nella pelle degli arti.

Mi stato fatto provare questo nuovo balsamo , veramente fantastico per il suo potere emolliente e nutriente. Facile da spalmaree con una piacevole profumazione, ha reso la pelle delle mie gambe  incredibilmente liscia e morbida. Questo prodotto ha anche un’azione anti-infiamamtoria e anti-batterica. E soprattutto un’ottima tollerabilità tanto da essere adatto anche per i neonati.
Mentre per una strategia più mirata, pensata per combattere le manifestazioni acute e croniche della dermatite atopica, nei casi dei più piccoli, per dimunire l’impiego del cortisone, limitare le infezioni cutanee e prevenire l’aggravamento delle allergie, si può provare la cura completa proposta da Envicon.  

Da affrontare in quattro fasi: idratante, detergente, lenitiva e ricostruttiva. Sul sito si trovano tutti i consigli e i prodotti per seguirla.

(Per chi acquista on-line ci sarà uno sconto del 10% con il codice: ENVICON-EXTRAMAMMA)

E inoltre sempre sul sito c’è la possibilità di avere ulteriori informazioni, approfondimenti e anche una consulenza diretta con l’allergologo. Infatti purtroppo la dermatite atopica provoca un circolo vizioso: la pelle secca e arrossata favorisce lo sviluppo allergie ad alimenti o allergeni ambientali (cani, gatti, muffe, pollini), peggiorando la patologia.

Marseille su Netflix

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E’ arrivato il momento di fare outing: sono drogata di serie televisive.
Non so perchè non ne ho mai parlato finora, ma è una vera addiction e non ne posso più fare a meno. Oramai in giro ce ne sono tantissime, di generi diversi, ho le mie predilezioni e altrettanto idiosincrasie, che ho deciso di condividere.
Oramai di gente che vivrebbe guardando serie tv dalla mattina alla sera ce n’è molta. Anche fra i giovanissimi. Una compagna di scuola di Emma, ad esempio, è un fan di Grey’s Anatomy e va a scuola perfettamente organizzata.
Tatticissima: cellulare con accesso internet illimitato, infilato nell’astuccio a cui collega auricolare connesso all’orecchio, nascosto sotto il lato sinistro della guancia, mimetizzato prima dai lunghi capelli e poi all’interno della manica della felpa. Si appoggia languidamente su un fianco e mentre il prof spiega e/o interroga qualche compagno sembrerebbe solo una ragazzina stanca, invece sta diabolicamente guardando la serie preferita!
Uno dei “difetti” delle serie televisive è che sono quasi tutte made in USA o comunque in lingua inglese (anche quelle dei paesi scandinavi, doppiate) ma invece con grande gioia, una settimana fa ne ho scoperta su Netflix una nuovissima francese .
Me la sono sparata tutta, in lingua originale, in un paio di sere. Bellissima. Realistica: solo con personaggi negativi (più invecchio più divento cinica e cattiva!).
Ambientata a Marsiglia, racconta la campagna elettorale per l’elezione del nuovo sindaco.
Da una parte: Gérard Depardieu, che oramai recita sempre uguale a se stesso, enorme, monumentale. Un dinosuaro disilluso. Dall’altra: il suo delfino, che diventerà suo acerrimo nemico: Benoit Magimel (ex di Juliette Binoche) bravo e credibilissimo.
Tra loro un mare di menzogne, di crimini e colpi bassi, personaggi squallidi e pronti a tutto. Molto sesso e droga, ingredienti che fanno audience.
Insomma una vera campagna elettorale, godibilissima adesso che si avvicinano anche le elezioni milanesi. Veramente un ottimo tempismo.
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Sullo sfondo Marsiglia, bellissima e problematica. Un mare meraviglioso e scorci fantastici.
Una scena mi ha colpito particolarmente (spero di non spoilerare troppo): c’è una signora che fa jogging, è ricca e vive in una bella casa villa su un promontorio sopra Marsiglia.
(Tutti i personaggi fichi di questa serie vivono in una bella casa sul promontorio).
Questa signora prima di uscire a correre fa stretching, guardo e penso:
“Ah brava! Anch’io faccio quegli esercizi lì! Così dopo non si rimane troppo indolenziti”
Ma appena la tizia inizia a correre spuntano due brutti ceffi che la minacciano.
Parlano un po’ e quando sembra che tutto sia chiarito, la signora li saluta per riprendere la corsa. E invece, a sorpresa, i bastardi la scaraventano giù dalla scarpata.
Ecco lì sono rimasta male, ma che sfiga, aveva anche fatto stretching!

The Dressmaker

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Questo film è una sorpresa: diversissimo e molto meglio da quello che potrebbe sembrare dal trailer. Molto meno comico e più profondo. Con ricostruzioni, fotografia e costumi fantastici.
La storia è quella di Tilly, una giovane donna interpretata da Kate Winslet (in forma smagliante) che, dopo aver lavorato come couturiere a Londra e Parigi, torna inaspettatamente nel piccolo paese del sud dell’Australia dove è nata.
Torna per trovare la vecchia madre, la pazza del paese, e anche per un regolamento di conti. Peccato che a Dungatar, questo è il nome di quel buco di posto brullo e isolatissimo, abitino personaggi molto squallidi. Brutti, invidiosi e cattivi. L’unico che si salva è Teddy, un’anima bella con le sembianze succulente di Liam Hemsworth (infatti in sala il 90% degli spettatori erano ragazze e ragazzine in deliquio).
Ovviamente fra Tilly e Teddy scocca, dopo il minimo sindacale delle schermaglie, la classica scintilla. E la scena in cui la sala faceva la ola era quella in cui Tilly, stilista, deve cucire un abito da cerimonia per Teddy e per prendergli le misure lo fa spogliare.
Teddy rimane in mutande e le spettatrici sono ripagate del prezzo del biglietto, poi succedono altre cose e la trama prende (fortunatamente) una piega inaspettata.
La scena che mi è piaciuta di più è quella in cui a Tilly chiedono chi sia la stilista che l’ha ispirata di più. Lei risponde sicura: “Vionnet!”
Tanti annni fa, quando a Londra avevo intervistato Vivienne Westwood anch’io le avevo fatto la stessa domanda e lei mi aveva risposto sicura: “Vionnet!”
Non avevo la più pallida idea di chi fosse ma, per non fare una figura di cacca, avevo risposto sicura: “Ah, certo!”
A quei tempi non c’era Google e neanche wikipedia però ero risucita poi a capire che fosse questa mitica stilista, maestra del drappeggio e dei vestiti scultura.
Così, l’altra sera al cinema dopo tanto tempo, ho avuto la mia soddisfazione.

E mio figlio lo chiamo come un filtro di Istagram

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Mentre noi, in Italia nel 2015, siamo stati banali e nella top ten dei nomi più gettonati per i bambini abbiamo scelto Sofia, Giulia, per le femmine, Alessandro e Leonardo per i maschi, negli Stati Uniti i neo genitori hanno osato di più e si sono lasciati trascinare dalla fantasia. I più hipster hanno battezzato i loro pargoli con i nomi dei filtri di Instagram. Quelli da usare per migliorare le foto, renderle più luminose, sature o anche a effetto seppia.

A me Instagram piace un sacco e posso capire anche l’entusiasmo di chi lo usa, ma farsi ispirare per il nome del bambino mi sembra un’opzione un pochino azzardata.

Sembra follia, invece è vero. Circa 300.000 genitori hanno voluto omaggiare il loro filtro preferito e così i bebè si chiamano Lux, Valencia, Juno, Reyes, Ludwig (questo andrebbe anche bene), Amaro e Willow.

Per i neo papà e mamme più tradizionali i nomi preferiti rimangono Sophia e Jackson, ma i nomi mutuati da Instagram stanno facendo tendenza alla grande. Nel 2014 c’è stato un incremento di nomi-da-filtro del 75%.

Se poi per questi bambini l’adolescenza sarà turbolenta, non sarà neanche necessario dare la colpa agli ormoni, basterà colpevolizzare l’idiozia dei genitori.

Forse la prossima tappa sarà chiamare i figli con il nome della capsula nespresso preferita: Volluto, Livanto, Arpeggio, Rosabaya e Bukeela.

Mamma, ho l’ansia

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L’ansia è (purtroppo) di moda e sembra anche abbastanza contagiosa. Prima era prerogativa degli adulti, mentre ora si sta diffondendo anche fra gli adolescenti. Per questo motivo Stefania Andreoli, psicologa e psicoterapeuta, ha deciso di scrivere un manuale per aiutare i genitori a gestire la propria e quella dei figli.

Cominciando a leggere il libro ho subito voluto sondare il terreno con le mie ragazze e ho chiesto se i loro compagni di scuola parlassero di ansia. Me l’hanno confermato: tutti ansiosissmi i sedicenni e anche i dicianovenni.

Forse il termine ultimamente è un po’ abusato, come conferma la dottoressa Andreoli, anche i malesseri psicologici seguono un trend. Qualche anno fa in testa alla classifica c’erano i DCA, disturbi comportamento alimentare, adesso invece si parla di più di ansia e di panico.

E le statistiche lo cofermano: secondo uno studio del 2014 compiuto dall’Unità Operativa Stella Maris di Pisa, il 30% dei maschi accusa sintomi ansiogeni e il 54% delle ragazze.

L’ansia non deve essere demonizzata a priori, perchè nasce con una valenza positiva: è quel meccanismo di difesa che dall’alba dei tempi ci ha permesso di evolvere, di avvertire la paura del pericolo, di azionare i nostri meccanismi di sopravvivenza con la modalità attacco-fuga. I segnali che ci invia il nostro corpo in un attacco di ansia sono importanti e positivi: respiro più veloce (per ossigenare il sangue) e cuore che batte più velocemente (per portare più sangue ai muscoli) e quindi sfuggire al pericolo.

Questo processo, perfetto per gli uomini primitivi che dovevano darsela a gambe davanti alle fiere che volevano papparseli, si ritrova tutt’oggi anche nei casi in cui l’ansia (e il panico) siano dovuti magari più prosaicamente alla previsione di un’interrogazione di fisica. In questo caso anche se l’adolescente vorrebbe fuggire come facevano gli antenati preistorici (fuori dalla classe, lontanissimo dai prof) deve imparare a gestire l’ansia in maniera più consona all’epoca in cui viviamo.

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L’autrice di questo libro, ci spiega che per sconfiggere l’ansia il primo passo è  essere in grado di conviverci. Non pensare che provarla sia sbagliato, non vergognarsi e soprattutto non negarla. Quindi è bene fronteggiarla e riconoscerla, perchè:

L’ansia è l’espressione di ciò che dentro di noi sentiamo come vitale, importante, addirittura necessario, o urgente. 

A conferma di ciò, nel suo libro Stefania Andreoli porta una serie di esempi clinici, raccontati con stile molto fluido e coinvolgente. E svela alcune verità: le madri dei figli ansiosi si colpevolizzano mentre i padri tendono a minimizzare e a scegliere sempre la via del pragmatismo.

Le ragioni dell’ansia adolescenziale sono quelle classiche, ovviamente modulate sui nuovi comportamenti. Ma il grande malinteso del nostro tempo, quello forse più dannoso di tutti, è che nella nostra società non è più ammissibile “stare male”: tutti devono essere belli, contenti e realizzati (come testimoniano tutte le foto postate compulsivamente sui social).

Il diritto alla serenità è diventato un dovere, quindi se non si è felici… che ansia!

Passeggia, bevi e mangia

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Coste chilometriche e spiagge accarezzate da un mare cristallino, villaggi di pescatori che colorano l’entroterra e affascinanti borghi ricchi di cultura e storia. Siamo in Istria, nella parte nord occidentale, quella più vicina al confine italiano, dove si trovano: Umago, Cittanova, Verteneglio e Buie. Un territorio ricco di meraviglie naturali con grande tradizione culinaria.

Proprio da Buie, sabato 21 maggio, parte la scampagnata enogastronomica, la seconda edizione di Istria Wine Walk. Una passeggiata mette insieme l’attività fisica e la natura, le bellezze del territorio e la cultura, i prodotti tipici e soprattutto gli ottimi vini istriani.

Sarà percorso  di degustazione a tappe, 11 chilometri di cammino (gli ultimi probabilmente da fare un po’ barcollando!). Si beve, mangia e smaltisce passeggiando in allegria, fino alla sosta successiva. Ogni tappa sarà situata a 2 km di distanza circa, per un totale di sette punti di ristoro.

Si potranno assaggiare tutti i prodotti tipici: il pecorino, gli asparagi selvatici e la pasta casereccia, abbinati ai vini locali: dalla malvasia al moscato.

Aromi unici che prendono vita dai diversi tipi di terreno che contraddistinguono incredibilmente questa parte di Istria: terra grigia, terra rossa, terra bianca e terra nera. Visti vicini, i colori si distinguono perfettamente e danno vita a frutti, ortaggi e vini dai sapori differenti. Si partirà dal celebre e storico vigneto di Santa Lucia, situato proprio di fronte alla città di Buie tra i soleggiati terrazzi di viti e ulivi, con una bellissima vista che inaspettatamente si apre sul mare. Poi ci sarà la sosta al belvedere della collina di Castagnari, punto di vista ideale per le vette della Ciceria e il mare in lontananza.

Si visiterà poi anche il Parco Naturale di Scarline, perfettamente preservato che prende il nome dal ruscello che lo attraversa. Seguendone il corso, dal paesaggio ampio con i prati, i laghetti, alcune panchine e un tipico ponticello si giunge a un panorama completamente diverso, fatto di boschi fitti, canaloni scavati dall’acqua come canyon e un’aria fresca e frizzante che proviene dall’imponente cascata.

Il punto di ritrovo di questa passeggiata golosa è il centro storico di Buie. Tutte le informazioni per partecipare all’evento si trovano qui e anche qui.

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A un passo dalle stelle

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Diciotto giorni a piedi con lo zaino sulle spalle come unico bagaglio. Diciotto giorni di cammino sulla via Francigena, su un tratto dell’itinerario medievale dei pellegrini che partiva da Canterbury per arrivare a Roma.
Non è esattamente la vacanza ideale di un adolescente.
Anzi, è proprio il contrario di quello che sogna. Più che uno svago sembrerebbe una punizione. Ma in A un passo dalle stelle, il romanzo di formazione scritto da Daniela Palumbo, la protagonista, la sedicenne Giorgia lo affronta (suo malgrado) su insistenza dei genitori, con la promessa che se il progetto risulterà troppo pesante potrà sempre gettare la spugna e fermarsi senza concludere il cammino. Ma questa esperienza si rivelerà un’incredibile scoperta. Aiuterà la ragazzina inquieta ad ascoltare se stessa, a maturare.
A fare pace con i suoi dubbi e insicurezze. image003
Assieme a Giorgia e ai suoi genitori a camminare, accompagnati da due guide, ci saranno altre famiglie, ragazzi e genitori che per follia o per passione hanno intrapreso la stessa avventura. Fra loro si instaurerà un legame speciale, una complicità che è possibile solo nel silenzio e nell’ascolto. Nella condivisione di un’esperienza così atipica ai nostri giorni.
Daniela Palumbo coinvolge il lettore con una scrittura fluida e vivace, racconta con delicatezza e ironia le emozioni degli adolescenti. Il ritmo della storia è scandito in capitoli che sono le tappe dell’itinerario del tratto di Francigena affrontato (tra alti e bassi) dai protagonisti. E leggendo viene quasi voglia di mettersi alla prova: se il cammnino è una terapia per placare adolescenti ribelli in fondo può far bene a tutti, può rivelarsi una panacea per ritrovare la nostra essenza.

Festa di Primavera e caccia al tesoro benefica

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Come ho già scritto, quando posso faccio la volontaria alla Clinica De Marchi e sabato prossimo 14 maggio, parteciperò alla (grande) Festa di Primavera che si svolgerà nel cortile interno della clinica per poi estendersi nei bellissimi Giardini della Guastalla.
Il tema conduttore della festa è l’educazione alimentare e la madrina della giornata sarà Benedetta Parodi. Oltre a lei saranno presenti anche altri personaggi fra cui anche l’astronauta Paolo Nespoli e l’apetta un personaggio di Colorado Caffè molto amato dai bimbi. La festa inizierà alle 10:30 con la Fanfara dei Carabinieri e durante l’evento sono previsti vari momenti. Una caccia al tesoro che si svolgerà presso i Giardini della Guastalla: i bambini, divisi in squadre, dovranno trovare gli ingredienti per fare una pizza. Poi tornati in cortile, impasteranno una pizza e la cuoceranno nel forno attrezzato. Poi ci saranno laboratori di cucina, di pittura, l’angolo di micro magia, il trucca bimbi. E ancora la partecipazione dei cani della scuola Italiana cani salvataggio (SICS) per momenti di pet therapy e personaggi di Cosplay della Marvel (uomo ragno, Ironman…). E merenda a volontà con una macchina per lo zucchero filato e una per i popcorn.  Vi aspetto :)

Pizzata di classe: qualche decennio dopo

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Vintage: dalla mitica gita a Pompei

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Stessa gita: sono la seconda a sx, ma cosa c’è sulla mia testa?

L’altra mattina ancor prima di bere il caffè mi sono data una botta in testa (avevo lasciato aperto lo sportello di un pensile della cucina e rialzandomi dopo aver dato da bere a Lola ho preso in pieno lo spigolo sulla fronte). Ma una fitta tremenda di dolore, che mi ha fatto guaire, e un bozzo istantaneo che lievitava all’attaccatura dei capelli, non mi hanno fermato. E neppure lo sciopero selvaggio dei tassisti contro Uber ce l’ha fatta, perchè dovevo partire.
E sono partita comunque. L’appuntamento era troppo importante.
Ho preso il treno per Imola, per andare alla cena della riunione di classe.
La mia classe del liceo scientifico. Era già successo nel novembre scorso, ci eravamo runiti per la classica pizzata, felici, pimpanti e un po’ nostalgici, una vita dopo la maturità.
Una serata effervescente, un tuffo di giovinezza più efficace del botox!
Ero stata felice di rivedere tutti, ricordando con allegria i nostri scherzi, la goliardia, le feste e le gite. Eravamo una classe molto affiatata (più maschi che femmine) e molti dei miei compagni sono riusciti a preservare l’amicizia per tutto questi anni.

C’erano Rano, Caffo, Joe, Belva, Mors, Tondo, Beef, Spoglia, Micio, Cardo, Zwerdy: tutti avevano ripreso il loro soprannome di scuola, anche se adesso fanno l’avvocato, il medico, il veterinario, il professore, il geologo, ecc. Anche se adesso sono persone rispettabili, alla cena di classe sono tornati tutti i cazzoni ragazzi della Quinta A.
Con alcuni di loro non sono stata in contatto per anni, ma ho ritrovato subito affetto e complicità. Tutti sinceri, simpatici, disponibili. Forse perchè la vita di provincia preserva dall’ingrigimento un po’ ipocrita dovuto dallo stress di sfangarla in una grande città. Oppure perchè i romagnoli sono una garanzia di buon umore.
O ancora semplicemente perchè con persone con cui si sono condivisi gli anni dell’adolescenza, le confessioni sulle prime esperienze sentimentali, i segreti sulle strategie più pazzesche per sopravvivere ai prof, non è certo possibile indossare la maschera ipocrita/perbenista dell’adulto responsabile.
Neanche dopo decenni.

Ci siamo raccontati un sacco di storie, abbiamo condiviso gli amarcord più assurdi, abbiamo incastrato come un puzzle dettagli che qualcuno ricordava e altri no (eh l’età!).
E da un punto di vista psicologico la cena è stata un grande esperimento: abbiamo verificato alla grande che gli stereotipi di una volta si sono conservati. Preservati meglio che in freezer. Siamo sempre gli stessi, con le rughe, ma sempre noi. Le nostre personalità forse si sono evolute, ma modificate poco.
Nel bene e nel male. E per questo continuamo a divertirci insieme.

Mese di verifiche: copiare 2.0 e oltre

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Meno di un mese e mezzo alla fine della scuola: tempo di verifiche a raffica e di simulazioni per l’esame di maturità. Ma, come tradizione, gli studenti si organizzano per non soccombere alla mole di impegno che li aspetta. La sfangano in modo tradizionale o tecnologico, a seconda dei mezzi e della fantasia. Copiare è un’arte: bisogna avere tattica e sangue freddo. I principianti nervosi sono quelli che si fanno beccare.
La strategia che mi ha entusiasmato di più, ho scovato la foto su FB, è questo innovativo terzo braccio posticcio, fondamentale per sostituire l’arto destro dello studente, che viene quindi comodamente usato per cercare ciò che serve. Per surfare in rete con lo smartphone, sotto il banco, senza destare i sospetti dell’insegnante.
Una protesi tattica forse scomoda da indossare ma geniale.
Gli smartphone ovviamente hanno un ruolo cruciale nell’apprendimento dei nativi digitali.
Sono la loro appendice, i migliori amici, nel bene e nel male.
Il giorno della verifica si arriva a scuola con due esemplari di telefono: quello preistorico da dare in pegno all’insegnante che, per precauzione ritira i cellulari, e quello vero -ultimo modello molto performante- da tenere per copiare e cercare ciò che serve.
Anche per i nostri alunni 2.0 sopravvivono i classici bigliettini che sono anche sinonimo di studio (per scriverli con la cura di un amanuense bisogna sintetizzare e prendere appunti). Vengono nascosti un po’ dovunque, dall’astuccio fino all’interno dell’etichetta della bottiglietta dell’acqua che viene personalizzata con quello che serve per la verifica.
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Ai miei tempi baravo alla vecchia maniera: appunti scritti nel vocabolario e testa girata il più possibile verso il compito della mia amica più brava della classe (la ringrazio ancora per il compito di matematica alla maturità!).
Ora che tutti i millenials sono tatuati, e considerato che vanno tanto di moda le scritte, mi aspetto che gli studenti chiedano al tatoo artist qualcosa di utile: dai paradigmi, alla tavola degli elementi.
Adesso che fa quasicaldo le ragazze possono mettere le gonne senza calze e avere a disposizione spazio sulle gambe dove si possono scrivere un sacco di date, formule e quant’altro. Ma pure all’interno dei polsi, sugli avambracci. E anche una grattatina ai polpacci potrebbe avere il suo scopo.
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Queste bellissime scarpe possono essere molto utili anche al test per medicina e poi vedrei bene anche una borsa simil Luis Vuitton con stampate nozioni più utili che il monogramma dello stilista.

La Finlandia in bicicletta: le isole Åland

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Quando avevo trent’anni ero stata alcuni giorni in Finlandia, a Helsinki, per lavoro. Un’esperienza molto piacevole, avevo incontrato tanta gente simpatica e stranamente tutti mi facevano, prima o poi, la stessa domanda: “Sei sposata?”. Alcuni con la variante: “Perchè non sei sposata?”

Un dubbio che non mi aveva lasciato indifferente, tanto che dopo poco quella vacanza in fretta sono convolata a nozze.

Adesso che sono sposata da una vita, potrei tornare in Finlandia tranquillamente, pronta a fornire ogni dettaglio, nel bene e nel male, sulla vita matrimoniale. L’idea  mi è venuta dopo aver partecipato a BeNordic e sentito parlare della possibilità di esplorare il Paese in bici. Ho fatto un po’ di ricerche e l’intinerario che mi sembra più originale, affrontabile e interessante è il giro delle isole Åland, un arcipelago di 6500 isole, di cui solo 65 abitate, un labirinto di scogli, isole, canali e insenature, che si trova nel Mar Baltico fra la punta estrema della Finlandia e le pendici della Svezia. Un tour quasi tutto pianeggiante in mezzo a mare e natura incontaminata, con panorami mozzafiato e luce incredibile: d’estate il sole non tramonta mai e le Åland sono conosciute come le isole del sole di mezzanotte. Sono territorio autonomo della Finlandia, in cui si parla svedese, da scoprire con percorsi in bici, da alternare a tratti in traghetto.

Mi piacerebbe ripetere l’esperienza dopo la vacanza in Austria, so quanto è divertente esplorare il territorio pedalando. Le bici si possono noleggiare sul posto e organizzare liberamente il proprio itinerario oppore rivolgersi a un’associazione di ciclo-turismo.  Quella con cui sono stata in Austria prevede due tour in Finlandia, le Åland e un giro fra i laghi e le foreste nella zona di Kajaani che però mi sembra più impegnativo (anche più freddo considerato che è più a nord).

Per raggiungere l’arcipelago si può arrivare a Mariehamm, la città più importante della zona oppure in nave o in aereo da Helsinki, Turku (antica capitale della Finlandia), Tallin e Stoccolma, pare a costi abbastanza contenuti.

(Comincio a sognare e nel cambio degli armadi non metto via tutti i maglioni)

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Le sorelle Brontë backstage

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Ieri, 21 aprile, cadeva il duecentesimo anniversario della nascita di Charlotte Brontë e tra le tante celebrazioni ho visto un documentario alla BBC particolarmente intrigante che mi ha fato scoprire alcuni aspetti della vita dell’autrice di Jane Eyre e delle sorelle Emily e Anne.

Tanto è stato scritto sulla loro vita a Haworth, paese nell’ovest Yorkshire, nella casa di famiglia (oggi trasformata in museo) la canonica  con giardino e cimitero annesso dove vivevano perchè il padre era parroco.

Innumerevoli dettagli sono stati raccontati sulla mestizia della loro vita famigliare, la madre era morta e anche le prime due figlie, e il padre preferiva ritirarsi nelle sue faccende piuttosto che trascorrere molto tempo con i quattro figli rimasti: le tre sorelle e il fratello Branwell. I ragazzi per non soffrire troppo si rifugiavano in un mondo fantastico da loro inventato, si chiamava Glass Town e aveva un plot fantasy molto complesso. Ricco di intrighi, tradimenti, magia, amore e morte. Una sorta di Game of Thrones ante litteram.

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Sono stati rinvenuti dei microscopici libretti scritti fitti fitti creati dove i ragazzi Brontë raccontavano e illustravano (il fratello era il disegnatore) le storie che inventavano.

In uno di questi intrighi c’è anche il prototipo del personaggio di Edward Rochester, l’amore di Jane Eyre, si trattava del Duca di Zamorna, frutto della fantasia di una precocissima Charlotte che già a 13 anni, nel 1829, lo descriveva in una vicenda intitolata Two Romantic Tales. Una storia ambientata nel nord d’Africa, dove Zamorna era il protagonista ambiguo, intrigante e irresistibile.

A quei tempi non c’era wattpad ma Zamorna è l’avo (griffato) dei belli tenebrosi e pericolosi che oggi spopolano nella classifica dei best-seller.

La fantasia di Charlotte è stata la sua salvezza, ciò che l’ha aiutata a sognare e sopravvivere in una realtà durissima. Infatti nell’Ighilterra vittoriana, in piena rivoluzione industriale, a Haworth, la mortalità infantile, sotto i 6 anni, era del 40% e il via-vai del cimitero davanti a casa contava 24 sepolture al giorno.

Non è andata così bene al fratello Branwell che (probabilmente per problemi sentimentali) divenne alcolista, facendo capire alle sorelle che dovevano industriarsi loro per sbarcare il lunario, mentre lui collassava ubriaco sul pavimento della cucina.

Così Anne trovò un lavoro da governante, (che divenne l’ispirazione per il suo Agnes Grey) e fu licenziata quando la signora per cui lavorava scoprì che aveva legato alla sedia i bambini per farli stare buoni.

Emily invece rimase a badare alla casa di Howarth, era bravissima nelle faccende domestiche e aveva un trucco per sfogare le sue frustrazioni. Sparava nella brughiera con la pistola del padre. Il reverendo Patrick infatti teneva un’arma come difesa e l’unica figlia a cui aveva insegnato a usarla era Emily, così lei ne approffitava.

Charlotte fu l’unica che viaggiò: andò a Bruxelles per imparare il francese e si innamorò di Monsieur Héger, il suo professore, che sfortunatamente era già sposato. Ma questo amore infelice servì da canovaccio per la trama de Il professore, il romanzo che scrisse nell’inverno del 1846 quando tornò nello Yorkshire.

In quel periodo il progetto delle Brontë sisters divenne quello di guadagnare con la scrittura. Insieme, sedute allo stesso tavolo Anne scrisse Agnes Grey, Emily produsse Cime tempestose e Charlotte, appunto Il professore (con io narrante maschile e una gran voglia di rivincita, nella finzione letterario infatti era Monsieur Héger che si innamorava di lei).

Terminati i manoscritti Charlotte li spedì a varie case editrici londinesi. Quelli delle sorelle furono accettati per la pubblicazione, mentre Il professore fu rigettato.

Ma Charlotte non si perse d’animo e ci riprovò l’anno successivo con Jane Eyre firmato con lo pseudonimo maschile Currer Belle il resto è storia della letteratura.

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P.S. Quando nel 1855 Charlotte sposò Arthur Bell Nichols, il nuovo curato di Haworth, il padre della scrittrice, reverendo Patrick, contrario al matrimonio, si rifiutò di accompagnarla all’altare.

 

Germogli uber alles?

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E’ cominciato tutto due settimane fa, una mia amica mi ha parlato con entusiamo dei germogli fai-da-te, da cresceregermogliare in cucina per aggiungere sapore e impagabili elementi nutritivi a insalate e pietanze varie.

L’evoluzione del classico fagiolo che si metteva nel cotone idrofilo, nei lontani giorni della scuola elementare. Solo molto più alla moda. Molto meno a buon mercato.
Sono verde, vegetariana, verdissima, non potevo non provare.

Doveva essere facilissimo: prima mossa comprare un germogliatore, secondo la mia amica il più cool era quello in cotto “a pagodina” che si poteva anche mettere come centrotavola e piluccare il germoglio non appena cresciuto.
“Una specie di fichissimo bosco verticale”, ho pensato e sono subito corsa a comprarlo.
Poi mi sono anche procurata le buste dei semi: ravanello, crescione e fieno greco.

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Li ho messi in ammollo, seguendo le istruzioni, e poi ho riempito la mia pagodina piena di ottimismo e buona volontà. Per una settimana li ho guardati e annaffiati amorevolmente.
Lodando il meraviglioso meccanismo della natura. Dopo una settimana dovevano essere pronti e commestibili. Fragranti e freschi.
Ma qualcosa è andato storto. Come è già successo in altre mie avventure culinarie.
Invece di delizie primaverili ricche di vitamine, oligoelementi e proteine, ho tiraro fuori dal germogliatore una specie di barba di mucillagine.
Accettare la sconfitta è dura, quindi ho fatto finta che andasse tutto bene e ho lavato e ri-lavato la barba con la speranza di trasformarla in germoglietti teneri e verdi.
Dopo aver riempito la centrifuga e il lavello di mucillagine collosa e bavosa, così ho dovuto desistere e buttare tutto.
Ho porconato un po’ ma non mi sono persa d’animo.
Nuova settimana e nuovo tentativo.
IMG_7602Ho pensato che forse l’errore era di aver riempito troppo le vaschette e così sono ripartita da zero, con una maggiore attenzione alle dosi. Semino dopo semino. Il miracolo della natura, il ciclo della primavera.

Va avanti da secoli, deve funzionare anche nella mia cucina.
Dopo circa quattro giorni tutto sembrava andare abbastanza bene, specialmente in zona crescione. E invece alla fine della settimana al momento di disboscarli e godere del frutto del mio raccolto. La mucillagine ha attecchito ancora.
Ma con orgoglio ho ignorato il problema. Ho fatto finta di niente, li ho lavati, asciugati e messi in frigo (secondo le indicazioni della busta di semi).
Il giorno dopo li ho guardati, la barba di mucillagine mi ha fatto “marameo” e la direzione era purtroppo una sola, quella del bidone dell’umido.
Ieri ho comprato due nuove buste: senape e rucola.
Questa volta annaffierò di meno e vedremo chi vincerà! Vedremo chi ammirerà il miracolo della natura nella sua insalata!

 

 

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