Mese di verifiche: copiare 2.0 e oltre

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Meno di un mese e mezzo alla fine della scuola: tempo di verifiche a raffica e di simulazioni per l’esame di maturità. Ma, come tradizione, gli studenti si organizzano per non soccombere alla mole di impegno che li aspetta. La sfangano in modo tradizionale o tecnologico, a seconda dei mezzi e della fantasia. Copiare è un’arte: bisogna avere tattica e sangue freddo. I principianti nervosi sono quelli che si fanno beccare.
La strategia che mi ha entusiasmato di più, ho scovato la foto su FB, è questo innovativo terzo braccio posticcio, fondamentale per sostituire l’arto destro dello studente, che viene quindi comodamente usato per cercare ciò che serve. Per surfare in rete con lo smartphone, sotto il banco, senza destare i sospetti dell’insegnante.
Una protesi tattica forse scomoda da indossare ma geniale.
Gli smartphone ovviamente hanno un ruolo cruciale nell’apprendimento dei nativi digitali.
Sono la loro appendice, i migliori amici, nel bene e nel male.
Il giorno della verifica si arriva a scuola con due esemplari di telefono: quello preistorico da dare in pegno all’insegnante che, per precauzione ritira i cellulari, e quello vero -ultimo modello molto performante- da tenere per copiare e cercare ciò che serve.
Anche per i nostri alunni 2.0 sopravvivono i classici bigliettini che sono anche sinonimo di studio (per scriverli con la cura di un amanuense bisogna sintetizzare e prendere appunti). Vengono nascosti un po’ dovunque, dall’astuccio fino all’interno dell’etichetta della bottiglietta dell’acqua che viene personalizzata con quello che serve per la verifica.
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Ai miei tempi baravo alla vecchia maniera: appunti scritti nel vocabolario e testa girata il più possibile verso il compito della mia amica più brava della classe (la ringrazio ancora per il compito di matematica alla maturità!).
Ora che tutti i millenials sono tatuati, e considerato che vanno tanto di moda le scritte, mi aspetto che gli studenti chiedano al tatoo artist qualcosa di utile: dai paradigmi, alla tavola degli elementi.
Adesso che fa quasicaldo le ragazze possono mettere le gonne senza calze e avere a disposizione spazio sulle gambe dove si possono scrivere un sacco di date, formule e quant’altro. Ma pure all’interno dei polsi, sugli avambracci. E anche una grattatina ai polpacci potrebbe avere il suo scopo.
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Queste bellissime scarpe possono essere molto utili anche al test per medicina e poi vedrei bene anche una borsa simil Luis Vuitton con stampate nozioni più utili che il monogramma dello stilista.

La Finlandia in bicicletta: le isole Åland

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Quando avevo trent’anni ero stata alcuni giorni in Finlandia, a Helsinki, per lavoro. Un’esperienza molto piacevole, avevo incontrato tanta gente simpatica e stranamente tutti mi facevano, prima o poi, la stessa domanda: “Sei sposata?”. Alcuni con la variante: “Perchè non sei sposata?”

Un dubbio che non mi aveva lasciato indifferente, tanto che dopo poco quella vacanza in fretta sono convolata a nozze.

Adesso che sono sposata da una vita, potrei tornare in Finlandia tranquillamente, pronta a fornire ogni dettaglio, nel bene e nel male, sulla vita matrimoniale. L’idea  mi è venuta dopo aver partecipato a BeNordic e sentito parlare della possibilità di esplorare il Paese in bici. Ho fatto un po’ di ricerche e l’intinerario che mi sembra più originale, affrontabile e interessante è il giro delle isole Åland, un arcipelago di 6500 isole, di cui solo 65 abitate, un labirinto di scogli, isole, canali e insenature, che si trova nel Mar Baltico fra la punta estrema della Finlandia e le pendici della Svezia. Un tour quasi tutto pianeggiante in mezzo a mare e natura incontaminata, con panorami mozzafiato e luce incredibile: d’estate il sole non tramonta mai e le Åland sono conosciute come le isole del sole di mezzanotte. Sono territorio autonomo della Finlandia, in cui si parla svedese, da scoprire con percorsi in bici, da alternare a tratti in traghetto.

Mi piacerebbe ripetere l’esperienza dopo la vacanza in Austria, so quanto è divertente esplorare il territorio pedalando. Le bici si possono noleggiare sul posto e organizzare liberamente il proprio itinerario oppore rivolgersi a un’associazione di ciclo-turismo.  Quella con cui sono stata in Austria prevede due tour in Finlandia, le Åland e un giro fra i laghi e le foreste nella zona di Kajaani che però mi sembra più impegnativo (anche più freddo considerato che è più a nord).

Per raggiungere l’arcipelago si può arrivare a Mariehamm, la città più importante della zona oppure in nave o in aereo da Helsinki, Turku (antica capitale della Finlandia), Tallin e Stoccolma, pare a costi abbastanza contenuti.

(Comincio a sognare e nel cambio degli armadi non metto via tutti i maglioni)

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Le sorelle Brontë backstage

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Ieri, 21 aprile, cadeva il duecentesimo anniversario della nascita di Charlotte Brontë e tra le tante celebrazioni ho visto un documentario alla BBC particolarmente intrigante che mi ha fato scoprire alcuni aspetti della vita dell’autrice di Jane Eyre e delle sorelle Emily e Anne.

Tanto è stato scritto sulla loro vita a Haworth, paese nell’ovest Yorkshire, nella casa di famiglia (oggi trasformata in museo) la canonica  con giardino e cimitero annesso dove vivevano perchè il padre era parroco.

Innumerevoli dettagli sono stati raccontati sulla mestizia della loro vita famigliare, la madre era morta e anche le prime due figlie, e il padre preferiva ritirarsi nelle sue faccende piuttosto che trascorrere molto tempo con i quattro figli rimasti: le tre sorelle e il fratello Branwell. I ragazzi per non soffrire troppo si rifugiavano in un mondo fantastico da loro inventato, si chiamava Glass Town e aveva un plot fantasy molto complesso. Ricco di intrighi, tradimenti, magia, amore e morte. Una sorta di Game of Thrones ante litteram.

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Sono stati rinvenuti dei microscopici libretti scritti fitti fitti creati dove i ragazzi Brontë raccontavano e illustravano (il fratello era il disegnatore) le storie che inventavano.

In uno di questi intrighi c’è anche il prototipo del personaggio di Edward Rochester, l’amore di Jane Eyre, si trattava del Duca di Zamorna, frutto della fantasia di una precocissima Charlotte che già a 13 anni, nel 1829, lo descriveva in una vicenda intitolata Two Romantic Tales. Una storia ambientata nel nord d’Africa, dove Zamorna era il protagonista ambiguo, intrigante e irresistibile.

A quei tempi non c’era wattpad ma Zamorna è l’avo (griffato) dei belli tenebrosi e pericolosi che oggi spopolano nella classifica dei best-seller.

La fantasia di Charlotte è stata la sua salvezza, ciò che l’ha aiutata a sognare e sopravvivere in una realtà durissima. Infatti nell’Ighilterra vittoriana, in piena rivoluzione industriale, a Haworth, la mortalità infantile, sotto i 6 anni, era del 40% e il via-vai del cimitero davanti a casa contava 24 sepolture al giorno.

Non è andata così bene al fratello Branwell che (probabilmente per problemi sentimentali) divenne alcolista, facendo capire alle sorelle che dovevano industriarsi loro per sbarcare il lunario, mentre lui collassava ubriaco sul pavimento della cucina.

Così Anne trovò un lavoro da governante, (che divenne l’ispirazione per il suo Agnes Grey) e fu licenziata quando la signora per cui lavorava scoprì che aveva legato alla sedia i bambini per farli stare buoni.

Emily invece rimase a badare alla casa di Howarth, era bravissima nelle faccende domestiche e aveva un trucco per sfogare le sue frustrazioni. Sparava nella brughiera con la pistola del padre. Il reverendo Patrick infatti teneva un’arma come difesa e l’unica figlia a cui aveva insegnato a usarla era Emily, così lei ne approffitava.

Charlotte fu l’unica che viaggiò: andò a Bruxelles per imparare il francese e si innamorò di Monsieur Héger, il suo professore, che sfortunatamente era già sposato. Ma questo amore infelice servì da canovaccio per la trama de Il professore, il romanzo che scrisse nell’inverno del 1846 quando tornò nello Yorkshire.

In quel periodo il progetto delle Brontë sisters divenne quello di guadagnare con la scrittura. Insieme, sedute allo stesso tavolo Anne scrisse Agnes Grey, Emily produsse Cime tempestose e Charlotte, appunto Il professore (con io narrante maschile e una gran voglia di rivincita, nella finzione letterario infatti era Monsieur Héger che si innamorava di lei).

Terminati i manoscritti Charlotte li spedì a varie case editrici londinesi. Quelli delle sorelle furono accettati per la pubblicazione, mentre Il professore fu rigettato.

Ma Charlotte non si perse d’animo e ci riprovò l’anno successivo con Jane Eyre firmato con lo pseudonimo maschile Currer Belle il resto è storia della letteratura.

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P.S. Quando nel 1855 Charlotte sposò Arthur Bell Nichols, il nuovo curato di Haworth, il padre della scrittrice, reverendo Patrick, contrario al matrimonio, si rifiutò di accompagnarla all’altare.

 

Germogli uber alles?

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E’ cominciato tutto due settimane fa, una mia amica mi ha parlato con entusiamo dei germogli fai-da-te, da cresceregermogliare in cucina per aggiungere sapore e impagabili elementi nutritivi a insalate e pietanze varie.

L’evoluzione del classico fagiolo che si metteva nel cotone idrofilo, nei lontani giorni della scuola elementare. Solo molto più alla moda. Molto meno a buon mercato.
Sono verde, vegetariana, verdissima, non potevo non provare.

Doveva essere facilissimo: prima mossa comprare un germogliatore, secondo la mia amica il più cool era quello in cotto “a pagodina” che si poteva anche mettere come centrotavola e piluccare il germoglio non appena cresciuto.
“Una specie di fichissimo bosco verticale”, ho pensato e sono subito corsa a comprarlo.
Poi mi sono anche procurata le buste dei semi: ravanello, crescione e fieno greco.

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Li ho messi in ammollo, seguendo le istruzioni, e poi ho riempito la mia pagodina piena di ottimismo e buona volontà. Per una settimana li ho guardati e annaffiati amorevolmente.
Lodando il meraviglioso meccanismo della natura. Dopo una settimana dovevano essere pronti e commestibili. Fragranti e freschi.
Ma qualcosa è andato storto. Come è già successo in altre mie avventure culinarie.
Invece di delizie primaverili ricche di vitamine, oligoelementi e proteine, ho tiraro fuori dal germogliatore una specie di barba di mucillagine.
Accettare la sconfitta è dura, quindi ho fatto finta che andasse tutto bene e ho lavato e ri-lavato la barba con la speranza di trasformarla in germoglietti teneri e verdi.
Dopo aver riempito la centrifuga e il lavello di mucillagine collosa e bavosa, così ho dovuto desistere e buttare tutto.
Ho porconato un po’ ma non mi sono persa d’animo.
Nuova settimana e nuovo tentativo.
IMG_7602Ho pensato che forse l’errore era di aver riempito troppo le vaschette e così sono ripartita da zero, con una maggiore attenzione alle dosi. Semino dopo semino. Il miracolo della natura, il ciclo della primavera.

Va avanti da secoli, deve funzionare anche nella mia cucina.
Dopo circa quattro giorni tutto sembrava andare abbastanza bene, specialmente in zona crescione. E invece alla fine della settimana al momento di disboscarli e godere del frutto del mio raccolto. La mucillagine ha attecchito ancora.
Ma con orgoglio ho ignorato il problema. Ho fatto finta di niente, li ho lavati, asciugati e messi in frigo (secondo le indicazioni della busta di semi).
Il giorno dopo li ho guardati, la barba di mucillagine mi ha fatto “marameo” e la direzione era purtroppo una sola, quella del bidone dell’umido.
Ieri ho comprato due nuove buste: senape e rucola.
Questa volta annaffierò di meno e vedremo chi vincerà! Vedremo chi ammirerà il miracolo della natura nella sua insalata!

 

 

Raw Vegan: Torta al cioccolato, mandorle e caramello

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Mercoledì per festeggiare il compleanno di Emma ho preparato questa torta, che si è rivelata un succeone e il classico esempio di dolce crudista che convince anche i più scettici.

Chi potrebbe immaginare che sotto tutto quel cioccolato si nascondono così pochi (e sani) ingredienti? FullSizeRender-1
Ingredienti

Primo strato:

  • 1 tazza di farina di mandorle
  • 2 tazze di anacardi (lasciati in ammollo almeno 4 ore)
  • 4 cucchiai di sciroppo di riso
  • 1 cucchiaio d’acqua

Caramello:

  • 16 datteri medjool
  • 3 cucchiai di crema di mandorle
  • 1 cucchiaio di olio di cocco
  • 1/2 cucchiaino di vaniglia
  • un pizzico di sale

Cioccolato:

  • mezza tazza di olio di cocco liquido
  • 40g di cacao in polvere
  • 60 ml di sciroppo d’acero
  • 1/2 cucchiaino di vaniglia

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Procedimento:

Frullare tutti gli ingredienti del primo strato finchè non si forma una crema liscia e omogenea, poi versare in uno stampo per torte coperto di carta da forno.

Lasciare nel freezer mentre si prepara il caramello.

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Sminuzzare nel mixer i datteri, la crema di mandorle, l’olio di cocco e la vaniglia, aggiungendo un cucchiaio d’acqua se necessario.

Spalmare il caramello sopra il primo strato nella teglia e mettere in freezer per almeno 2 ore.

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Preparare il cioccolato combinando tutti gli ingredienti. (sciogliere l’olio di cocco a bagno maria o nel forno a microonde)

Versare il cioccolato sopra la torta. Decorare a piacere prima che il cioccolato si solidifichi.

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Voilà! Conservare in frigo e cercare di trattenersi per non divorarla tutta! 😉

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Quando andiamo a casa?

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Mariti che, dopo quaranta e passa anni di matrimonio, nell’oblio della malattia, chiedono insistentemente alla moglie di “mettersi insieme”, anziani che scappano di casa e si perdono nei boschi, persone che hanno un vocabolario oramai ridotto a due sole parole. E una madre che, in piedi sulla soglia della sua cucina, chiede insistentemente al figlio quando si tornerà a casa.

Dalla domanda, surreale e commovente, è mutuato il titolo di questo libro  che affronta il drammatico tema dell’Alzheimer: dal punto di vista  dei malati, delle loro famiglie, inframmezzando storie di vita a notizie scientifiche e fotografando la situazione italiana e anche quella europea. (ad Amsterdam un centro specializzato è stato denominato Dementia Village!)

Nel nostro Paese sono un milione le persone che soffrono di demenza e l’Alzheimer, la forma più diffusa, colpisce almeno il 60% dei malati, con settantamila nuovi casi all’anno. La vita si allunga sempre di più e le malattie degenerative aumentano, ma la rete di assistenza è molto carente, il mondo della politica e l’opinione pubblica tendono a ignorare le problematiche di questa patologia e i malati restano soprattutto a carico delle famiglie.

Michele Farina, in questo libro, tributo affettuoso e toccante a sua madre (vittima di un Alzheimer precoce) racconta episodi molto personali e sa farlo con impagabile leggerezza. Riesce ad esplorare il doloroso pianeta dell’Alzheimer, attraverso incontri con i malati e le loro famiglie, raccontando i disagi ma anche gli aspetti più imprevisti e teneri della trasformazione che subiscono le persone affette da questo tipo di demenza.

Riporta schegge di vita familiare dove figli devono trasformarsi in padri e madri dei loro genitori ammalati, anziani che sono capaci di relazionarsi con bambolotti meglio che con la propria moglie. Malati che stanno meglio solo se vanno a ballare o seguono una partita di rugby. Il grande merito di questo libro è di liberare dai sensi di colpa, vergogna  e/o di inadeguatezza di chi convive con un malato di Alzheimer. Leggendo queste testimonianze ci si convince che qualsiasi “stranezza” sia lecita per far star meglio un ammalato, perchè è senz’altro frutto di amore.

 

Brooklyn: un film che fa bene all’amore

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Una ragazza irlandese ventenne che negli anni ’50 emigra negli Stati Uniti, a Brooklyn, in cerca di un futuro. La storia non è originale ma il film che la racconta è un piccolo capolavoro di freschezza, ironia e romanticismo.

Tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore irlandese Colm Tòibìn, riesce subito a coinvolgere  completamente lo spettatore nelle vicende della protagonista Eilis, ragazza semplice e timida, ma determinata a migliorarsi e farsi prendere sul serio. L’attrice che la interpreta, Saoirse Ronan è bravissima (a 10 anni aveva già vinto l’Oscar con Espiazione), cresciuta veramente vicino a Enniscorthy, il paese dove si svolge la parte irlandese della storia, ha raccontato di essere stata felicemente stupita di ritrovare tanti suoi compagni di scuola, che facevano le comparse, nelle scene più corali del film.

Dal paesello a Brooklyn è come atterrare su un altro pianeta, nell’America degli anni’50 in full swing (le ricostruzione degli ambienti, le musiche, i costumi sono perfette), Eilis è sveglia in pochissimo tempi trova un lavoro e anche l’amore. Poi una tragedia famigliare scombussolerà il suo destino e farà stare in ansia gli spettatori.

Sono andata al cinema di sabato pomeriggio, e come sempre la platea era piena di vecchietti , c’era un pubblico maturo. Gente che probabilmente era giovane proprio negli anni’50, ex ragazze che avevano ballato il boogie-woogie e portato le gonne a ruota. Ex giovanotti che quando avevano i capelli si erano messi la brillantina.

Forse per questo quando la pellicola è finita e sono apparsi i titoli di coda, alzandosi, molte coppie si sono prese per mano. Brooklyn potrebbe essere un toccasana per le legami in crisi, una storia d’amore per rinsaldare matrimoni.

Io mi sono commossa, ma essendo per natura allergica a troppa melassa, ho cercato di occultare la lacrimuccia che mi avrebbe tradito.

Un sms per raggiungere nuovi #traguardi

Per i nostri figli ogni tappa di crescita è un traguardo, una sfida che li aiuta a diventare autonomi e indipendenti. Ci sono conquiste più facili e altre più difficili, tappe quotidiane che diamo per scontate (andare in bici, sui roller, sullo skateboard, andare a scuola da soli, uscire con gli amici, ecc.) e altre che sono “pietre miliari” (la maturità, la patente, i primi impegni di lavoro, i primi amori).

Purtroppo per i bambini autistici anche i traguardi che noi consideriamo facili e immediati spesso sono un’impresa. E i genitori di questi ragazzi devono essere coraggiosi e forti, lottare ogni giorno per foraggiare l’impegno e l’autostima dei loro “piccoli”. Un gruppo di questi genitori si è riunito e ha fondato la Fondazione Oltre il Labirinto onlus, che ha come obiettivo quello di aiutare i bambini con autismo a diventare adulti sempre più autonomi. Realizzare per loro progetti di vita indipendente, eliminando la condizione, senza spazio e senza tempo, dei “figli per sempre”.

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Uno dei progetti brevettati dalla Fondazione è un bicicletta speciale: hugbike, la bici degli abbracci, definizione dovuta alla particolare posizione di guida in cui il guidatore “abbraccia” il passeggero ma anche alla visione etica che caratterizza il progetto. L’idea nasce dal sogno di un padre che vuole aiutare il figlio autistico ad andare in bicicletta. Quando il bambino era piccolo lo metteva sul seggiolino davanti, ma una volta cresciuto era troppo pesante per poter usare i seggiolini posteriori e incontrollabile su un tandem tradizionale, in cui sarebbe stato seduto dietro. Dove era impossibile verificare se pedalasse o meno, ma anche parlargli e coinvolgerlo nella passeggiata.

Così a questo papà inizia a frullare in testa l’idea di un tandem inverso: dove il guidatore è chi sta dietro, mentre il passeggero è seduto davanti. Ne parla agli altri genitori della Fondazione, coinvolgono dei partner locali, e insieme decidono di scommettere su questo sogno.

Le prime bici vengono preparate in collaborzione con un altro papà di un bimbo autistico: in un garage, senza disegno, arrangiandosi con quello che avevano a disposizione e un po’ di manualità. La svolta per il progetto è l’arrivo di un progettista, di lunga esperienza nel mondo della meccanica e delle bici, che si appassiona all’idea. Così la nuova bici prende forma. Nel giro di poco tempo ci sono i prototipi e il sogno diventa un progetto lavorativo di inclusione sociale e innovazione. Un progetto che vede i ragazzi autistici collaborare nell’assemblaggio dei vari pezzi che compongono la bici. Schermata 2016-04-08 alle 14.20.46

Questa è una storia emblematica, a lieto fine, ma i progetti della Fondazione Oltre il Labirinto sono molteplici per offrire una risposta concreta ai bisogni dei ragazzi autistici.

Per farlo nel 2010, questi genitori hanno creato, in provincia di Treviso, il Villaggio “Godega 4Autism”, primo esempio europeo di cohousing per autismo. Un modello unico di sostegno e partecipazione, che integra le strutture residenziali a quelle lavorative e di produzione artigianale.

Un impegno importante che ha bisogno del sostegno di molti. Per questo dal 27 marzo al 9 aprile è attiva una campagna di sensibilizzazione e raccolta fondi con cui si possono donare 2 o 5 euro con un SMS solidale o una chiamata da rete fissa al 45501.

Il ricavato contribuirà a sostenere l’avviamento di 36 ragazzi con autismo, di età compresa tra i 12 e i 21 anni, a percorsi di lavoro all’interno del Villaggio e delle strutture partner sul territorio.

I ragazzi verranno inseriti nei laboratori di cucina, di meccanica per l’assemblaggio delle Hugbike, di falegnameria, pittura, disegno, costruzione e decorazione di oggettistica, di coltivazione e raccolta dei prodotti ortofrutticoli. E verrà anche  implementato il progetto “Cooking 4Autism” già attivo con laboratori settimanali di cucina e che prevede l’ampliamento del laboratorio di pasticceria per la produzione degli Zaèti, biscotti a base di farina di mais e uvetta, tipici della tradizione veneta.

 

 

 

In Danimarca sulle tracce di Andersen

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Quando pensavo alla Danimarca di Hans Christian Andersen, mi fermavo alla famosissima statua della sirenetta a Copenhagen, ma finalmente quest’anno mi sono evoluta, dopo aver partecipato a Be Nordic ho scoperto un sacco di dettagli interessanti che voglio condividere con voi.
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Per un viaggio in famiglia, alla scoperta dei luoghi di Andersen, l’itinerario inizia a Odense, in Fionia, l’isola delle favole per eccellenza, conosciuta anche come “giardino di Danimarca” proprio per le sue bellezze naturali e i favolosi castelli. La prima tappa è la casa natale di Andersen, nel vecchio quartiere di Odense, permette di ripercorrere la vita e le opere dello scrittore, e mette in mostra una raccolta completa dei suoi disegni.
Il viaggio ad Odense continua nella casa d’infanzia in Munkemøllestræde, vicino alla cattedrale, dove Andersen visse dai 2 ai 14 anni.

Il mondo incantato di Andersen rivive anche al Villaggio di Fionia (Den Fynske Landsby), un museo all’aperto dove è ricostruito l’ambiente di un villaggio danese tra il 1700 e il 1900, con case di pietra e legna, un laghetto e una deliziosa stradina. In estate il villaggio è animato da figuranti in costume, che rendono ancora più viva l’atmosfera, raccontando la vita quotidiana nella campagna danese del XIX secolo.

Ma è soprattutto a Fyrtøjet (L’acciarino magico) che i più piccoli possono entrare realmente nello straordinario mondo delle fiabe: si tratta di centro culturale per l’infanzia dove i bambini e le loro famiglie possono giocare con vestiti, trucchi e scenografie legate alle fiabe di Andersen, tra musica, teatro e arti figurative.

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E in occasione del 211^ anniversario dalla nascita sempre a Odense è stato annunciato, in questi giorni, il progetto della nuova Casa Museo di Hans Christian Andersen, che farà rivivere il mondo delle fiabe dell’autore. Progettata dall’architetto giapponese Kengo Kuma, aprirà nel 2020.

Nel 1819 il quattordicenne Hans Christian Andersen arrivò per la prima volta a Copenaghen, città in cui morì nel 1875. Le sue spoglie riposano al cimitero di Assistens, nel quartiere di Nørrebro, che è anche un parco molto frequentato, con scoiattoli fra gli alberi, giocatori di frisbee e aree pic-nic disseminate senza timore tra le lapidi.

Copenhagen è una città molto ecologica, piena di spazi versi e sono stati invece altri giardini, quelli di Tivoli a dare lo spunto per una delle fiabe più famose di Andersen: “L’usignolo”. Racconto che fu ispirato, infatti, a uno spettacolo cui lo scrittore assistette proprio nel giardino oggi famoso come parco delle fiabe.

Hans Christian Andersen era inoltre solito scrivere le sue fiabe nella biblioteca della Torre Rotonda, il più antico osservatorio funzionante d’Europa, costruito nel XVII secolo, dalla cui cima si può godere di una splendida vista su tutta la città, e nelle belle giornate anche sulla costa svedese.mermaid
Per celebrare il suo autore più famoso, Copenaghen gli ha dedicato una strada, H.C. Andersen Boulevard, un museo interattivo nella piazza del Municipio e due statue tra cui la celeberrima statua della Sirenetta sul molo di Langelinje, realizzata nel 1913 in memoria della sfortunata protagonista dell’omonima fiaba che nella versione originale non ha il lieto fine americano imposto dalla Disney!
Ma per saperne di più e progettare l’itinerario migliore per una vacanza in Danimarca, cliccate qui.

P.S. Per seguire l’itinerario sulle orme di Andersen a Odense ora è possibile scaricare da App Store e Google Play l’app Andersens Odense, un’utile guida per la visita, con cartina e descrizioni, disponibile anche in italiano.

Anche Francesco le diceva

Ultimamente mi è capitato di stupirmi sentendo in giro per la città elegantissime signore, le tipiche milanesi, tutta raffinatezza e understatement, parlare al telefono usando espressioni che una volta sarebbero state definite “da carrettiere” e in tempi più recenti semplicemente “da camionista”.
Ho pensato: “Ah però, che lady!”
Poi ho fatto un esame di coscienza, c’era poco da gridare allo scandalo, le parolacce le dico anch’io.
Quando scrivo cerco di non usarle, però è capitato, soprattutto nei romanzi dove cercavo di evitarle, o sostituirle, che alla fine capitolassi, decidendo di metterle.
Voglia di trasgressione?
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Senz’altro no, solo questione di valutazione: in quel momento, l’imprecazione, la parolaccia, era essenziale perchè donava più autenticità al dialogo, lo arricchiva di emotività.
Quindi quando ho letto Anche Francesco le diceva , saggio scritto da Natale Fioretto, docente di lingua italiana all’università per stranieri di Perugia, ho tirato un sospiro di sollievo.
Sulle parolacce avevo avuto la giusta intuizione.
Questo libretto infatti con acume e ironia offre un’introspezione storico-sociologica al nostro, dilagante, turpiloquio. Analizzando senza giudicare. La prima grande e sorprendente notizia, da cui è mutuato il titolo, è che anche S.Francesco, sì proprio lui, il poverello di Assisi, quando ci voleva tirava un bel porcone.
Beh, non proprio così, però nel capitolo ventinovesimo dei Fioretti, per salvare Frate Ruffino dal maligno, gli consigliò di dire una bella schifezza. E continuando a leggere si impara che anche Martin Lutero usava il concetto di defecazione senza troppi eufemismi.

Il turpiloquio si fa veicolo dell’emotività dell’emittente di un messaggio e di conseguenza l’intensità della scurrilità è proporzionale alle passioni messe in gioco

Come si fa a non essere d’accordo?
Natale Fioretto va avanti a spiegare e chiarisce cosa succede nel nostro sistema nervoso quando si impreca: il ritmo cardiaco aumenta e il corpo reagisce con uno stimolo a resistere. E uno studio dell’università inglese dello Staffordshire, Keele of Newcastle under Lyme ha addirittura stabilito che la risposta emotiva provocata da una paroloaccia eccita l’aggressività per poi trasformarla in resistenza. Un vaffa quando ci vuole è salutare.
E’ un processo liberatorio scientificamente provato!

Silvestro: il gatto che non ti aspetti

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Come avevo già scritto Lola ama molto passare la mattina sul terrazzo, dove può controllare l’andirivieni di cani e padroni che fanno passeggiate nel parco sottostante. Peccato che questa sua tradizionale routine sia, negli ultimi tempi, boicottata dalla presenza di Silvestro, il gatto della vicina di balcone.
Dopo la prima invasione, di circa un mesetto fa, la signora che abita di fianco si è scusata e ci ha presentato Silvestro, un simpatico cucciolo di micio di otto mesi, che ha addottato da poco. E’ molto curioso e ha una gran voglia di esplorare il territorio.
Soprattutto quello di Lola. E qui inizia il problema.
Lola alla mattina vuole che le apra la porta finestra del balcone. Poi esce e comincia a fare questo strano verso da gabbiano alternato a piccole ringhiate. Mentre sono al computer a lavorare viene da me, con aria molto inquieta, tenendo il suo pupazzo in bocca, continua guaire in gabbianese. Non capivo l’origine di tanto struggimento, le dicevo sbadatamente di piantarla e la ignoravo.
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Adesso però ho chiara la vera ragione del suo stress: è Silvestro, che pascola indisturbato sul balcone e intimorisce Lola.
Quando lei lo vede dal vetro della portafinestra guaisce, poi prende in bocca il pupazzetto, viene da me, per implorarmi: “Mamma fai qualcosa!”
Allora oggi, vedendola più disperata che mai, l’ho seguita.
Ho beccato Silvestro sul balcone.
Ci siamo guardati, lui ha inarcato la schiena, pronto ad attaccare. Ho fatto un passo verso di lui, impavida (mentre Lola faceva il tifo per me, vigliaccamente da dietro il vetro della porta) e allora Silvestro, vista la mia stazza, è scappato sulla ringhiera del terrazzo ed è andato a nascondersi tra le frasche (e l’ho paparazzato). Mentre Lola, solo a questo punto, ritrovata un po’ di dignità canina, è uscita e si è messa a ringhiare alle foglie.
(continua)

Scarpe da bambini comode e belle

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Era una domenica di primavera di tantissimi anni fa, avrò avuto più o meno sei anni, mia madre mi aveva comprato le scarpe nuove. Le ricordo ancora benissimo, erano di pelle blu con il cinturino. Molto femminili e carine. Era in programma una visita agli zii e dovevo essere elegante. Mentre i miei genitori finivano di prepararsi ero andata in giardino a giocare. Mi sono arrampicata su un muretto, ho saltato di qua e di là, le scarpine erano un po’ rigide, ma cercavo di non farci caso. Ero contenta e spensierata. Finché non è arrivata mia madre per farmi salire in auto, ha guardato le scarpe, cacciato un urlo e mi ha dato una sberla. La punta delle nuovissime scarpine era tutta grattata. Mi sono beccata una sgridata solenne e la storia della mia sbadataggine è diventata un tormentone in famiglia.
A quei tempi mi sono sentita vittima dell’ottusità dei grandi, come si poteva preferire l’eleganza al divertimento? Solo quando sono diventata mamma ho interpretato la vicenda in maniera diversa. Ho capito quanto sia importante per i bambini indossare le calzature giuste. Ho una passione per le scarpe da bambini, la loro taglia ridotta le rende deliziose, come piccoli oggetti preziosi. Anche se le ragazze ormai hanno i piedi più lunghi dei miei, quando vedo in giro delle scarpine da bambino, in un momento di tenera follia, vorrei comprarle.

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La nostalgia mi fa dimenticare i principi fondamentali che devono avere le calzature infantili: oltre all’estetica, devono essere di buona qualità e manifattura. Perché i piedi dei bambini sono importanti, alla base della loro postura, e la loro crescita molto delicata. Non si può acquistare qualsiasi tipo di calzatura, solo perché è alla moda o i bambini la vogliono perché l’hanno vista addosso agli amici.
E naturalmente anche i costi hanno rilevanza, perché i piedi dei bambini crescono in fretta e un paio di scarpe dura purtroppo solo pochi mesi. A questo proposito, una buona notizia: è appena sbarcato in Italia: Pisamonas. Brand spagnolo specializzato in calzature infantili che offre tutti gli elementi fondamentali per un buon acquisto: qualità, stile e convenienza.
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Tutte le scarpe infatti sono prodotte in Spagna, dove da sempre esiste una grande tradizione nella manifattura calzaturiera, e possono essere acquistata online, con spedizione in un paio di giorni, cambio e resi gratuiti. E’ garantito inoltre un servizio clienti particolarmente accurato, via chat, email, telefono o attraverso i canali social. Per chi si iscrive alla newsletter ci sarà anche uno sconto (€ 6) sul primo acquisto.
Le collezioni, allegre, colorate e divertenti, partono dal neonato e arrivano fino alle mamme. Molto carini e versatili i sandali, i miei preferiti sono le minorchine tradizionali calzature dell’isola di Minorca, comodi e bellissimi, in nappa e nabuk, si possono ordinare e abbinare in varie tonalità. Sono morbidi e perfetti anche per arrampicarsi sui muretti!

(articolo scritto in collaborazione con Pisamonas)

Scones al cioccolato e matcha

Questa settimana vi propongo un’altra ricetta con la polvere di matcha, anche se il nome può ingannare questi scones sono leggerissimi, infatti contengono pochissimi grassi e sono quindi energetici e facili da digerire.

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  • 1 1/2 tazze di farina GF/ preparato per dolci
  • 1 tazza farina d’avena
  • 1 cucchiaio di matcha in polvere
  • 200g purea di mela
  • 1/3 tazza latte di riso
  • 1/3 tazza sciroppo d’acero
  • 1 cucchiaino bicarbonato di sodio
  • 1 cucchiaio di semi di chia
  • 1/2 tazza pepite di cioccolato

Procedimento

  1. Preparare un uovo di chia mischiando un cucchiaio di semi con 3 d’acqua e lasciare riposare per 1h.
  2. Preriscaldare il forno a 180ºC.
  3. Mischiare in una ciotola le farine e il matcha.
  4. Aggiungere lo sciroppo d’acero, la purea di mele e il latte.
  5. Aggiungere l’uovo di chia e mescolare bene.
  6. Incorporare anche le gocce di cioccolato e mescolare.
  7. Su una teglia coperta con carta da forno disporre delle palline d’impasto ben distanziate e schiacciarle leggermente con una forchetta.
  8. Cuocere in forno per 15 minuti.

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La mia vita senza il formaggio

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Sono sempre stata golosa di formaggio: da piccola mi sparavo fette di fontina a volontà, adoravo quelli olandesi, il taleggio, la mozzarella, la scamorza. Adoravo  lo squaquerone che si mangia in Romagna. Ma anche quelli francesi: brie e camembert. Prima di cena, quando cucinavo e morivo di fame, tagliavo delle belle fette di formaggio, giusto per resistere fino al momento di sedermi a tavola. Fino a trent’anni non sapevo neanche che il formaggio facesse ingrassare. Poi un giorno, in una lontana pausa pranzo, una collega descrisse così una ragazza:

“E’ grassa, come quelli che si ingozzano di formaggio”

Ho spalancato gli occhi, impalata e immobile con la forchetta a mezz’aria sopra il mio piatto di caprese. Sono caduta dal pero e ho chiesto: “Perchè il formaggio fa ingrassare?”

Formaggio=proteine, fino ad allora pensavo che facessero ingrassare solo i carboidrati e certo anche i dolci!

Ma questa scioccante scoperta non mi ha comunque fatto cambiare alimentazione: ho continuato a essere una cheese-addicted.

Poi ogni tanto ho avuto qualche problema di digestione con il mio adorato cappuccino, e ho cercato di berne qualcuno in meno.

Intolleranza al lattosio? Non poteva essere, non volevo crederci.

Alla fine non ero intollerante ma lo era mia figlia.

E così in casa mia  sono entrati il latte di soia, di riso e anche i formaggi vegani. E quando c’è stato lo scandalo delle mozzarelle di bufala alla diossina e ho smesso di comprarle. Poi non ricordo esattamente come/quando sia successo, ma circa un anno fa ho smesso di mangiare anche altri formaggi e ho cominciato a sentirmi meglio. Molto meglio.

Il mio intestino non ha mai funzionato meglio, la digestione è una favola, la pelle è più bella e ho anche perso un chilo senza accorgermene. Non sono talebana che combatte a oltranza il lattosio: mangio yogurth, gelati, bevo ancora cappuccini e magari anche una pizza con la mozzarella una volta al mese.

Mi sento veramente più leggera, per cucinare i formaggi alternativi di riso funzionano a meraviglia e la mia vita senza formaggio è veramente una bellissima scoperta.

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