Cena di classe

(In agosto sono stata in vacanza e la scrittura sul blog ha avuto uno stop. La cosa bizzarra è che mentre non aggiornavo il traffico del blog è molto aumentato – il post più letto è sempre quello sulle Kardashian – Mi sto facendo delle domande: per avere successo è meglio che non scriva? E comunque Kardashian uber alles?  🙂 Sto riflettendo…)

 

Adesso va tanto di moda la rimpatriata fra ex compagni di scuola. Liceali vintage che si ritrovano almeno trent’anni dopo la maturità, per una serata in cui si torna indietro nel tempo. Si ride, si scherza e ci si chiama con i soprannomi di quando si copiava il compito in classe. Una spensierata serata amarcord in cui si ringiovanisce meglio che con il botox.
Con l’allegra comitiva dei miei ex compagni di scuola, negli ultimi due anni ci siamo ritrovati già quattro volte. L’ultima per festeggiare la più brava della classe in matematica (persona geniale e disponibile che mi ha lasciato copiare anche il compito di maturità) diventata primario.
Mi sono traferita a Milano ma quasi tuttti i miei ex compagni sono rimasti a vivere nella cittadina della Romagna dove sono cresciuta. Quindi la cena di classe è anche una bella occasione per una rimpatriata nella terra delle piadine e dell’affettato.
Insomma un mesetto fa eravamo tutti lì a brindare e mangiare prosciutto, salame, squaquerone e piada fritta. Contenti di rivederci e affettuosi come sempre. Il nostro era un liceo scientifico e in classe erano più maschi che femmine.
C’erano Sale, Rano, Joe, Ciondo, Beef, Spoglia, Caffo, Cardo, la Belva, Zwerdy e parecchi altri.
Qualcuno è medico, c’è uno avvocato, un geologo, molti insegnanti. Nella nostra ex Quinta A, i ragazzi, eravamo state fortunate, erano i più belli della scuola. Adesso sui cinquanta sono ingrigiti mentre per noi femmine c’è rifugio nel trucco e parrucco.
Come sempre abbiamo cominciato la serata con un brevissimo briefing sul lavoro, i figli, i mariti, le mogli, per partire poi con i ricordi di scuola. Gli annedoti e i pettegolezzi d’antan. La parte più divertente e proficua. E se a qualcuno, considerata l’età, la memoria comincia ad appannarsi ci pensano gli altri a rinverdire i souvenir.

Poi dopo i soliti convenevoli abbiamo cominciato a parlare del grande assente: ancora una volta all’appello di classe mancava Livio. Un nostro compagno che ha partecipato solo una volta alle cene e sembrava anche un po’ fuori posto. Come una persona che avesse sbagliato combriccola.
Nella nostra ex Quinta A, quando c’erano i belli, Livio invece era piccolino magrino e soprattutto invisibile. Tanto che, con il passare del tempo, mi ero anche dimenticata della sua esistenza.
Così un anno fa quando l’ho incontrato di nuovo alla rimpatriata (l’unica a cui abbia partecipato) mi sono chiesta chi fosse quel mini Lou Reed all’altro capo della tavolata. Era Livio.
Mentre gli altri ex ragazzi sembrano dei cinquantenni Livio è sempreverde. Perché è rimasto piccolo e secco. Con una faccia da ragazzino un po’ invecchiato, capello cortissimo, occhiali da sole (era una cena all’aperto in settembre) t-shirt nera e jeans sdrucito, faceva molto rockstar vintage.
E a cinquant’anni assomigliare a un artista un po’ maledetto, si è rivelata una tecnica vincente. Livio è pieno di donne.
In quell’unica cena a cui partecipò quando, dopo aver consumato la giusta quantità di sangiovese e trebbiano, si cominciò a proporre nomi di coetanei e coetanee per vagliare la data di scadenza del loro fascino, ad ogni donna menzionata Livio scuoteva la testa. Pollice verso.
Secondo lui oramai la tale e anche la tal’altra, famose nei giorni lontani in tutta la scuola per la loro avvenenza, erano oramai irrimediabilmente da buttare.
La ragione del cinismo di Livio l’ho scoperta in quest’ultima rimpatriata. A lui le signore della zona non interessano perché ha ampliato i confini. E’ diventato un seduttore international. Dopo un matrimonio fallito, Livio ha preso molto sul serio la globalizzazione: ha avuto una fidanzata marocchina, un paio di brasiliane e adesso sta per sposarsi con una ragazza filippina.
“L’ho visto fuori dal ristorante XY con una ragazza bellissima, marocchina. Giovane e alta il doppio di lui”, ha rivelato una mia compagna di scuola.
“Ma questo era due anni fa, poi c’è stata la brasiliana”, le ha risposto subito un ben informato.
“Sì, ma dopo lui è tornato a Rio e l’ha trovata incinta di un altro”
C’era un certo compiacimento in questa affermazione.
“Infatti ha rotto e si è fidanzato”
“Con un’altra brasiliana?”
L’invidia ormai era diventata tangibile.
“No, con una ragazza filippina”
“Adesso è a casa di lei, per sposarsi”
Le notizie girano in fretta.
“Chediamogli una foto”
La curiosità ha contagiato tutta la classe.
Con whattsapp è un attimo. Le piadine rimaste erano oramai fredde e tutti fremevamo per vedere la giovane promessa sposa.
Livio era online ma ha fatto finta di non capire e ha inviato un’immagine della mappa dell’arcipelago delle Filippine.
Che delusione. Ma forse è stato meglio così, meglio supporre che sia una fake news.

Pizzata di classe: qualche decennio dopo

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Vintage: dalla mitica gita a Pompei

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Stessa gita: sono la seconda a sx, ma cosa c’è sulla mia testa?

L’altra mattina ancor prima di bere il caffè mi sono data una botta in testa (avevo lasciato aperto lo sportello di un pensile della cucina e rialzandomi dopo aver dato da bere a Lola ho preso in pieno lo spigolo sulla fronte). Ma una fitta tremenda di dolore, che mi ha fatto guaire, e un bozzo istantaneo che lievitava all’attaccatura dei capelli, non mi hanno fermato. E neppure lo sciopero selvaggio dei tassisti contro Uber ce l’ha fatta, perchè dovevo partire.
E sono partita comunque. L’appuntamento era troppo importante.
Ho preso il treno per Imola, per andare alla cena della riunione di classe.
La mia classe del liceo scientifico. Era già successo nel novembre scorso, ci eravamo runiti per la classica pizzata, felici, pimpanti e un po’ nostalgici, una vita dopo la maturità.
Una serata effervescente, un tuffo di giovinezza più efficace del botox!
Ero stata felice di rivedere tutti, ricordando con allegria i nostri scherzi, la goliardia, le feste e le gite. Eravamo una classe molto affiatata (più maschi che femmine) e molti dei miei compagni sono riusciti a preservare l’amicizia per tutto questi anni.

C’erano Rano, Caffo, Joe, Belva, Mors, Tondo, Beef, Spoglia, Micio, Cardo, Zwerdy: tutti avevano ripreso il loro soprannome di scuola, anche se adesso fanno l’avvocato, il medico, il veterinario, il professore, il geologo, ecc. Anche se adesso sono persone rispettabili, alla cena di classe sono tornati tutti i cazzoni ragazzi della Quinta A.
Con alcuni di loro non sono stata in contatto per anni, ma ho ritrovato subito affetto e complicità. Tutti sinceri, simpatici, disponibili. Forse perchè la vita di provincia preserva dall’ingrigimento un po’ ipocrita dovuto dallo stress di sfangarla in una grande città. Oppure perchè i romagnoli sono una garanzia di buon umore.
O ancora semplicemente perchè con persone con cui si sono condivisi gli anni dell’adolescenza, le confessioni sulle prime esperienze sentimentali, i segreti sulle strategie più pazzesche per sopravvivere ai prof, non è certo possibile indossare la maschera ipocrita/perbenista dell’adulto responsabile.
Neanche dopo decenni.

Ci siamo raccontati un sacco di storie, abbiamo condiviso gli amarcord più assurdi, abbiamo incastrato come un puzzle dettagli che qualcuno ricordava e altri no (eh l’età!).
E da un punto di vista psicologico la cena è stata un grande esperimento: abbiamo verificato alla grande che gli stereotipi di una volta si sono conservati. Preservati meglio che in freezer. Siamo sempre gli stessi, con le rughe, ma sempre noi. Le nostre personalità forse si sono evolute, ma modificate poco.
Nel bene e nel male. E per questo continuamo a divertirci insieme.

Di nuovo a scuola!

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Da circa un mese, sono tornata a scuola.
Sono molto contenta. Per migliorare il francese frequento una mattina alla settimana e una sera al mese per un approfondimento letterario. Ho un’insegnante che mi piace molto e delle compagne di classe simpatiche. Poi la sera prima della lezione posso dire alle mie figlie: “Non posso preparare la cena, devo fare i compiti perchè domani ho la verifica”. E loro capiscono.
Sono così entusiasta di questo ritorno adolescenza fuori tempo che, un paio di settimane fa, dopo aver partecipato alla lezione serale avevo organizzato un appuntamento con Sant’. Mi sarebbe venuto a prendere e saremmo andati fuori a cena. La sera della grandine improvvisa su Milano. Entrata a scuola con un bel tramonto rosa, con i tacchi e la gonna in previsione della seratina a due, sono uscita un’ora e mezzo dopo infreddolita, senza ombrello, sotto la neve.
Forse l’improvviso cambiamento climatico, l’euforia della cena fuori o un principio di alzaheimer…è successo qualcosa che mi ha confuso.
Infatti, uscita dal palazzo dove ha sede la scuola, insieme a un paio di signore fichissime, che avevano partecipato con me all’atelier literaire, ho attraversato la strada e nel buio, mezza coperta di neve, ho scorto un auto uguale a quella di Sant’ parcheggiata proprio lì all’angolo, con le doppie frecce. Un uomo solo a bordo.
Così ho aperto la portiera e sono salita sorridente, sentendomi tanto Inés de la Fressange.
Poi ho guardato mio marito e mi sono resa conto che non era lui.
Un signore sconosciuto, gentilmente, mi aveva fatto salire. Per darmi asilo contro il maltempo? Non mi sono preoccupata di chiedere. Ho detto “mi scusi”. Lui ha riso e sono scappata via.
Non proprio lontano, solo al marciapiede di fronte dove ho telefonato subito a Sant’, che aveva parcheggiato più lontano ed era entrato ad aspettarmi nel portone adiacente al palazzo della scuola.
Quando finalmente è arrivato purtroppo l’altro signore (non era neanche male) era già sgomamto via.
Peccato, non ha potuto vedere che un appuntamento quella sera l’avevo davvero.
A proposito di incontri, per andare a scuola prendo la metropolitana e proprio ieri ho sentito questa interessantissima conversazione su un’appuntamento al buio con un uomo incontrato in rete.

(Giuro sul mio adorato cane che è tutto vero)

Per caso mi sono seduta di fianco a una coppia di amiche, sulla quarantina, in cui una raccontava all’altra di essere uscita con un tizio incontrato appunto attraverso una bacheca di annunci sul web.
La conversazione era già iniziata da un po’…
“Non era brutto, ma era molto dimesso”
“Come dimesso?”
“Un po’ trasandato, sembrava sporco di terra”
“Di terra?”
“Anche un po’ d’erba…poi mi ha detto che faceva tre lavori”
“Bene, uno che si da da fare”, l’amica, probabilmente già accasata, cercava di essere costruttiva.
“Qualcosa nelle costruzioni, poi collaborava con il comune e poi mi ha detto che aveva fatto il volontario alla Croce Rossa e poi…da un anno fa una cosa che gli piaceva molto…veste i morti”
L’amica sbianca: “Il becchino?”
“Non proprio, il becchino volontario… mi ha spiazzato…ho buttato lì che qualcuno deve pur farlo”
“E lui?”
“Ha ripetuto che gli piace molto, tantissimo”
“Ussignur”
“Ho trovato una scusa, un imprevisto, ho detto che non potevo rimanere per l’aperitivo”
“Brava!”
Sono scese alla fermata di Palestro così non ho potuto avere, purtroppo, altre succose info.

Gli anni bui delle medie

Ieri pomeriggio ho visto donne affannate che trasportavano teglie.
Papà con cassette di bibite.
Nonne con cestini di panini.
Tutti di corsa.
A scuola, mentre finivo di ascoltare il saggio della mia classe già la scena stava cambiando e cominciavano ad allestire per la festa. Pizzate, buffet, apericena (?) o dopocena.
Qualsiasi cosa va bene per celebrare la fine dell’anno scolastico (anche se è freddo come alla recita di Natale).
Siamo alle medie, la terra di mezzo.
Il momento meno brillante del curriculum scolastico dei nostri figli.
Alla materna erano buffi e teneri.
Alle elementari simpatici e bricconi.
Passa un attimo e sono alle medie: già ribelli.
E la seconda media è l’anno peggiore.
Mentre in prima sono un po’ spaesati, l’anno successivo i ragazzi esplodono e diventano ibridi alieni.
Tutte le diversità devono convivere.
Meravigliosi teenagers vestiti tutti con le stesse marche che affrontano il mondo armati di iPod.
Ci sono i bassetti, gli spilungoni, i bulli, le vamp e le bambinette.
Brufoli, apparecchio, trucco improponibile, capelli piastrati, vocine e vocioni, peli superflui, sopracciglia depilate ad ala di rondine, push-up ma anche ascelle puzzolenti, overdose di gel e parolacce.
Ma soprattutto guerra all’ultimo sangue fra le Belibers, fan di Justin e le 1D, le acerrime nemiche, fan degli One Directions.
E di conseguenza anche i genitori diventano strani: non si racappezzano più.
E sparano al bersaglio più facile: il professore.
Ma non bisogna disperare, le scuole superiori sono dietro l’angolo e al liceo è bellissimo: nessuno pronuncia la parola pizzata e scrive TVTTB.

P.S. Mi hanno appena fatto notare che nella lista delle tipologie ho dimenticato i rapper: è verissimo, in seconda media è pieno di rapper! Oggi mia figlia ha rappato accompagnandomi (di mala voglia) a fare la spesa al super.

Cinese dentro

A sedici anni una sera ero a una cena di classe, a quei tempi l’atmosfera era molto più trasgressiva delle riunion che facciamo oggi, e mi ero ubriacata. Credo con del sangiovese o forse era trebbiano. Comunque.

Ne avevo bevuto un po’ troppo. Poi come spesso succede in vino veritas ho fatto una rivelazione inquietante.

“Sapete, sono cinese”

Qualcuno ha allontanto la bottiglia e mi ha consigliato:

“Smettila di bere”

Allora mi sono tirata gli occhi, per renderli più a mandorla, essere più convincente.

Ho insistito: “Me l’ha raccontato mia nonna, abbiamo antenati cinesi”

Mia nonna veniva da Genova, ed era bionda, ma un po’ di sangue cinese, in quel mondo variegato di marinai e naviganti ci stava benissimo. Quindi mi sentivo cinese. Faceva figo.

A quei tempi poi nessuno odiava/criticava i cinesi, nessuno pensava che stavano conquistandoci, comprando ad esempio tutti i bar a Milano e imparando anche a fare capuccini buonissimi. Nessuno guardava con sospetto i pizzazioli e i sushi men cinesi. E non si poteva certo ancora accusarli di inquinare il pianeta e produrre giocatttoli tossici. 

A quei tempi i cinesi erano cinesi e basta, con i capelli lisci e gli occhi a mandorla. Per essere credibile dovevo usare molta piastra e molto eyeliner, quindi nessuno dei miei compagni mi ha creduto.

Per loro ero ubriaca ma non cinese.

Sono passati tanti anni e l’altro giorno, Anita che studia medicina a Pavia, mi ha telefonato per darmi, a suo parere, una notizia sconvolgente.

Da uno studio sul DNA, con campioni  raccolti nella sua facoltà tra gli studenti, abbinato all’albero genealogico di ognuno, aveva appena avuto il risultato del suo ramo materno.

E cosa è venuto fuori? Il nostro è un ceppo del sud est asiatico!

Magari coreano, magari filippino, magari giapponese.

Non voglio approfondire i dettagli, l’importante è che avevo ragione a sentirmi cinese dentro!

Quindi, con soddisfazione, le ho risposto: “L’ho sempre saputo!”

La vincitrice del giveaway sulla Fisica

Scusate il ritardo, mi ero ripromessa di fare l’estrazione ieri sera ma ho fatto le ore piccole alla cena di classe…ora sono una zombie nell’immagine e nello spirito.
Comunque eccoci qui, la fortunata che capirà tutti i mestieri della fisica al femminile è…..tadaaaàà:
Slela!
Complimenti!!!!!
qui sotto una brutta immagine assimetrica che prova l’estrazione con Ramdom.org

Alle altre concorrenti un pat pat sulla spalla e l’esortazione a riprovarci la prossima settimana quando ci sarà un’altra imperdibile occasione letteraria!
Buon weekend senza compiti a tutti e adesso vado a fare i gavettoni alle altre madri davanti alla scuola!
(O magari piove e non è neppure necessario)

All’asilo

Di solito quando i bambini vanno alla materna e la mamma all’uscita chiede: “Come è andata?” non raccontano molto, sono un po’ omertosi. Quindi dopo un po’ di tempo le mamme si mettono il cuore in pace e smettono di far domande. Oppure si informano più o meno discretamente con le insegnanti.
Ma nove anni dopo, quando oramai alla vita del’asilo non ci si pensava proprio più, a casa mia ci sono state clamorose rivelazioni…
Ieri sera a cena Anita mi ha dato il piatto, chiedendo: “Posso avanzare?”
L’ho guardata interrogativamente.
“Si diceva così all’asilo, quando non volevi finire quello che avevi nel piatto”
Ed è partito potente il deja-vu della materna:
“Poi le maestre dicevano che non si poteva iniziare finchè non avevi detto buon appetito…allora i grandi (era nella classe eterogenea di bambini di 3, 4 e 5 anni) quando vedevano un piccolo che prendeva un pezzo di pane, lo fermavano dicendo che non si poteva mangiare, non si poteva neanche bere, prima che tutti avessero detto buon appettito”
“Nonnismo?”
“Certo, tanti piccoli dovevano rimanere come pietrificati con il pezzo di pane in bocca! Poi però, in altre occasioni, quando un bambino piangeva tutti gli altri si preoccupavano e si chiedevano perchè piangesse. Di solito piangevano perchè volevano la mamma”
“L’unico motivo?”
“No, i motivi potevano anche essere: una caduta, una lite con un altro bambino magari per prendere un gioco…ma volere la mamma era la ragione più ricorrente. I bambini, soprattutto quelli piccoli, si buttavano in terra e piangevano perchè volevano la mamma. Si sperava che piangendo forte per un bel po’ le maestre magari la chiamassero”
“E succedeva?”
“Quasi mai…poi passa il tempo e non ci pensi più. Che strano, poi da grandi invece si dice alla mamma di andare fuori dalle balle”
“E’ vero, è stranissimo!”

Fuori dagli schemi

Sono appena uscita dal solito gorgo della “chiusura” (mensile) di Insieme, quando tutto deve essere pronto per andare in stampa, gite al maneggio per le lezioni di equitazione, shopping per i regali per le maestre e i libri delle vacanze per tutta la classe, serate scolastiche “per la scuola aperta”, gara finale del corso di nuoto e altre amenità che il glorioso mese di maggio regala a tutte le mamme. In questo marasma ho avuto anche una giornata illumimante: ho partecipato a un workshop che aveva come obiettivo la capacità di modificare i nostri comportamenti al meglio. E’ stato interessante perchè quando una delle partecipanti, un architetto, è arrivata con una bella oretta di ritardo, io ero (intimamente) contentissima perchè di solito sono io quella che sfora di brutto a tutti gli appuntamenti. Invece questo ritardo ha scatenato il lato, per me, più interessante del laboratorio. Infatti perchè è arrivata in ritardo e stravolta l’architetto? La risposta è facile: era una mamma.
Una mamma a cui il figlio ha detto solo la sera prima che l’unica chance di incontrare la tale prof, inseguita per mesi, era proprio una mezz’oretta prima dell’inizio del workshop. Una mamma a cui il marito ha detto: “Ciccia bubù, dalla prof ci vai tu!”, ecc, ecc.
Il resto della storia lo conoscete bene.
Quindi la coach ha virato un po’ il suo messaggio, tra i partecipanti c’erano altri professionisti che però erano anche madri e padri e quindi si sono sentiti coinvolti nella discussione. La nostra coach ci ha spiegato che per non soccombere bisogna uscire dagli schemi.
Ribaltare i modelli di dialogo e di comportamento che, anche senza rendercene conto, abbiamo instaurato con i nostri famigliari, con il marito e con i figli.
Rivoluzionare la situazione a nostro vantaggio non significa fare una bella riunione famigliare e spiegare a tutti i nostri diritti, aspirazioni, sogni e i loro doveri. Ma passare direttamente alla fase due e agire: senza sentirci in colpa. Mettere dei paletti alla propria disponibilità e non farsi prendere in discussioni o conversazioni che seguono sempre lo stesso modello come in un loop.
Senza avere paura che moriranno di stenti o di dolore se noi tiriamo un pacco per essere meno stressate, meno acrobate o semplicemente per riprendere il fiato. Se non si riesce a fare la spesa e papino non ha tempo neppure lui, si salterà la cena o ci si arrangerà con quello che c’è in frigo. Senza sentirsi inadeguate. Se i figli non tirano fuori in tempo la roba sporca dalla sacca sportiva, e non riusciamo a lavarla, la volta dopo non potranno fare quella mirabolante attività ginnica. Ma nessuno ci toglierà la patria potestà. Con i bebè è più difficile latitare con allegria, ma qualche escamotage per non farsi prendere per scontate si trova comunque. E’ importante per vivere più serene ed essere alla fine delle madri migliori.

Bisogna vendere


Mentre Barbie e Bratz “se menano”, nella loro guerra senza esclusione di colpi, sulla scena Usa è spuntata una nuova bambola buonista. Un po’ dimessa, con le sembianze di una bambina normale. Castissima: senza curve e ammiccamenti. Si chiama Kit Kittredge ed è la protagonista di un film per ragazzi appena uscito negli States, che racconta una storia ambientata ai tempi della Grande Depressione, in cui l’eroina è una bimba intraprendente che vuole diventare cronista. Il merchandasing attorno alla pellicola è come al solito esagerato, c’è anche una collezione di vestiti da ragazzina (tutti in tonalità che vanno dal beige al rosa cipria, come di moda negli anni’30), libri, dolci, musica e quant’altro. Da noi invece il pecoreccio continua ad andare fortissimo: per il ritorno a scuola c’è un nuovo diario, Gazzenda. Ideale per chi vuole fotografarsi in bagno e mandare le foto ai compagni rimasti in classe.

Lavandaia e corista

Non so come riesco sempre a farmi coinvolgere in attività scuola-genitori anche se nel mio petto batte un cuore da eremita. Nella classe di Anita, quinta elementare, le maestre stanno organizzando una recita in dialetto milanese. Nel programma di geografia si studiano le regioni e poi c’è anche un concorso scolastico della provincia di Milano che riguarda i Martinitt, a cui partecipa l’intero istituto scolastico. Gli alunni fanno questa rappresentazione in stile Vecchia Milano, e c’era bisogno di cinque mamme travestite da lavandaie/coriste che cantassero, con i bambini, La bella lava al fosso. Cantare per me è una cosa contronatura, perchè sono proprio negata ma… le maestre hanno tanto insistito. Poi non sono brava a evitare di farmi accalappiare e le altre madri, più scaltre, si sono date alla macchia più velocemente di me. Così oggi sono stata convocata al casting delle povere lavandaie. Già posso vantare nel mio curriculum di mamma un’esperienza da performer nel primo anno della materna di Anita (a quell’età si è molto più disposti a rendersi ridicoli per amore dei propri pargoli), quando nella recita di Natale dei genitori avevo interpretato la parte dell’orsetto Bertie, patetico protagonista di una pantomina natalizia. Indossavo un costume di peluche beige veramente assurdo. Ma Anita aveva tre anni ed era orgogliosa di me. Quella volta anch’io avevo fatto come dichiara oggi Isabella Ferrari ai giornalisti. Per trovare il coraggio di interpretare la scena di sesso con Nanni Moretti in “Caos calmo” lei si è scolata una vodka, io per l’orsetto Bertie, un irish coffee. (Lo spettacolo era previsto per le tre del pomeriggio e mi sembrava più adatto). Sempre alla materna,il Natale successivo, sono stata anche nel cast di Rudolph dal naso rosso ma avevo una parte secondaria ed era molto meno imbarazzante.
Oggi sono arrivata a scuola abbastanza tranquilla: speravo che le maestre si accorgessero della mia incapacità canora e mi cacciassero dal coro. Invece alla prova delle mamme coriste eravamo solo in due (le altre candidate avevano ovviamente da fare) e quindi sfortunatamente sono stata arruolata senza ripensamenti. Spero di cantare in playback come le Spice ma non mi posso illudere: so che sarà ugualmente tremendo.