La paranza dei bambini: il film

Quando era uscito il libro di Roberto Saviano avevo scritto una recensione non troppo positiva. Pochi giorni fa sono andata a vedere il film tratto dal romanzo e forse per la prima volta ho trovato che la riduzione cinematografica è meglio del libro che l’ha ispirata.

Il ritratto della microcriminalità in mano ai minorenni che spadroneggiano per i vari rioni di Napoli, contendendosi le piazze dello spaccio e della riscossione del pizzo, nel romanzo è scioccante. Ma dopo i primi capitoli l’elenco di abberazioni e nefandezze di questi teenager diventa un po’ monotono, quasi una lista della spesa criminale.

Mentre nella pellicola il regista, Claudio Giovannesi ha reso la vicenda molto più coinvolgente. I giovani protagonisti, tutti ragazzi presi dalla strada, sono bravissimi forse proprio grazie alla loro spontaneità.

Il regista è riuscito a fare il ritratto di questi ragazzi che, per combattere il disagio che li circonda, scelgono la scorciatoia del crimine, sentendosi onnipotenti. La loro vita è raccontata in maniera cruda e realistica. A volte, loro malgrado, anche ironica. Senza giudizio o pietismi.

Per questi giovani boss il massimo è entrare in un negozio Nike (o quello di un brand simile) e spendere centinaia e centinaia di euro in abbigliamento firmato. Indossare le scarpe giuste, entrare in discoteca dove potersi permettere tavolo e champagne. Hanno quindici anni e anche le armi, ma sono inesperti e, da bravi nativi digitali, per imparare a usarle guardano un tutorial.

E’ un film che dovrebbero vedere i giovanissimi, proiettato magari anche nelle scuole. Per capire quanto siano vacui, sbagliati e anche pericolosi i modelli a loro imposti dal consumismo.

La paranza dei bambini

L’ho comprato e letto per dovere sociale. Rispetto Roberto Saviano per il suo coraggio e avendo letto solo critiche positive, ho iniziato a leggere La paranza dei bambini piena di aspettative e curiosità. Anzi, mi ero anche concessa un antipasto con l’estratto su Amazon, ero rimasta un po’ scioccata dalla violenza dei protagonisti ma avevo deciso di avere abbastanza stomaco per proseguire nella lettura.

Purtroppo però l’estratto e il finale del romanzo sono le uniche parti in cui c’è un po’ di azione e di sorpresa, il resto della trama è una lista di nefandezze che, dopo una ventina di pagine, diventa ripetitiva. I ragazzini, gli adolescenti, i baby-camorristi sono spietati ma anche stupidi e noiosi.

Prevedibili nella loro sfilza di criminalità, per distinguerli e ricordare i loro soprannomi ci sarebbe voluto uno schemino. Infatti le personalità non sono delineate, rimangono tutti uguali. Vanno in motorino, si comportano da truzzi e spargono più terrore possibile. Si riconosce facilmente solo il capo, il baby camorrista alfa di cui speravo di sapere qualcosa in più, ma Saviano ne fa un ritratto pochissimo coinvolgente: è biondo, cattivo, presuntuoso, carrierista e innamorato di una certa Letizia.

Il tedio della lettura riesce a offuscare anche lo scandalo e l’abominio delle loro azioni criminose.

La scrittura poi è piatta, più da cronista che da romanziere. Le ripetizioni delle frasi in dialetto, sempre le stesse, sono una condanna. L’idea dello slang è stata illustrata bene ma non era necessario esasperare il lettore.

Come sarebbe andata a finire a questi giovani delinquenti era così poco interessante che a metà avevo deciso di mollare il libro, poi però dopo una pausa di qualche giorno mi sono obbligata a continuare la lettura. Per dovero morale. Ammettere che Saviano mi annoia mortalmente mi pareva una brutta cosa, quasi un crimine.

Così mi sono impegnata fino alle ultime pagine del romanzo, ma purtroppo non sono riuscita a cambiare opinione.

E’ un mega best-seller e i recentissimi fatti di cronaca hanno purtroppo confermato che quello che scrive Saviano è tutto vero. Credo che se La paranza dei bambini diventerà un film (o una serie tv) sarà uno dei rari casi in cui l’adattamento cinematografico sarà meglio del romanzo.

Bella Napoli

Napoli è una città bella e difficile, ce lo ripete Saviano fino allo sfinimento e lo conferma anche Cristiano Cavina in questo suo nuovo libro.

A Napoli ci sono stata due volte, una in gita scolastica, un miliardo di anni fa e un’altra sempre nel secolo scorso. Avevo mangiato, naturalmente, una pizza buonissima, fatto dei giri e non mi era successo niente di brutto.

Cavina oltre a essere un grande narratore è anche un pizzaiolo e, come mi aveva detto anche in questa intervista, si è fatto un giro a Napoli partendo proprio dal piatto più famoso della città.

Ed è stato meticoloso, con l’approccio giusto, e l’intenzione di provare una pizza al salame piccante, ha catalogato proprio bene, partendo dall’inizio.

A Napoli esistono tre tipi di pizzerie:

1-quelle in cui vogliono andare tutti

2-quell in cui non ci va nessuno

3-quelle in cui ci vanno i napoletani

Già da questi titoli si capisce dove andrà a parare e infatti prosegue, con la sua solita ironia, dettegliando le differenze e le tipologie sia della clientela che dei camerieri.

E si ride molto.

Ma il giro turistico a Napoli con Cavina non si ferma all’analisi di pizza e calzoni, perchè Bella Napoli, seppur molto originale, è una guida completa alla città e ai suoi miti. Il più mediatico e ingombrante è naturalmente Maradona. Miticissimo per Cavina, grande appassionato di calcio, che una volta magicamente l’ha anche incontrato.

Oltre che per la pizza i napoletani sono famosi per la simpatia e la fantasia. Le persone sono molto estroverse e attaccano spesso discorso. Il turista farà fatica a soffrire la solitudine. Questo lo sanno tutti, ma eccone un esempio eclatante:

…Per il venditore ambulante di calzettini, il massimo complimento che si può fare a un essere umano è “Grandissimo tronista di uomini e donne”. Come moltissimi suoi concittadini subisce il fascino, non tanto del vip ma della celebrità televisiva. E con questo complimento crede di attirare la tua attenzione…. 

La guida non si sofferma troppo sui monumenti (per una lista completa di questi c’è sempre Google) ma preferisce approfondire sugli usi e costumi della città.

Nel bene e nel male.
Con un mix di informazioni e sensazioni, coinvolgenti e un po’ surreali, che ribaltano e altre volte invece confermano i luoghi comuni sulla città. Ma fanno comunque venir voglia di andare a Napoli e verificare di persona.

Morta e resuscitata

Quindici giorni di black-out.

Prima sembrava una semplice influenza. Me l’ha attaccata Emma che molto probabilmente l’ha presa a scuola.

Abbiamo passato 5 giorni a letto insieme con la tosse e la febbre, nutrendoci di sciroppo e tachipirina, in una situazione molto simile ai nonni allettati ne La fabbrica di cioccolato.

Devo ammettere che avere una compagna di influenza è stato molto più divertente che essere ammalata in solitaria.

Dopo cinque giorni finalmente Emma ha cominciato a stare bene, mentre per me la situazione non migliorava. A causa della tosse continuavo a saltellare nel letto: dimenandomi e vibrando come un pesce rosso senza acqua.

Così mi sono trascinata come una zombie dalla dottoressa e ho scoperto di avere la bronchite. Dieci giorni di antibiotico e sono stata malissimo. Pensavo di morire come tutte le eroine dei romanzi ottocenteschi malate di tisi.

Non sapevo che la bronchite fosse così brutta, non mi era mai capitata prima e spero, dopo questa esperienza, di evitarla in futuro.

Mentre fuori la primavera sbocciava in tutto il suo fulgore, rantolavo nel letto, rabbrividivo e accumulavo kleenex, pensando a tutte le scadenze di lavoro che saltavano.

(Sì, perchè succede sempre quando ci sono più cose possibili da incastrare, anche Emma da accompagnare al saggio di teatro, di danza dall’altra parte della città).

A un certo punto, soffrendo e tossendo, ho raggiunto la pace dei sensi. Ho pensato che se morivo risolvevo un po’ di cose e avrei potuto smettere di preoccuparmi. In più il libro che esce fra un mese avrebbe magari venduto bene, lo scrittore postumo ha sempre più successo di quello vivo.

Nei momenti di lucidità, per passare il tempo e distrarmi avevo scelto di leggere, piena di aspettative, L’estate fredda. Ma verso metà ha cominciato a deludermi. L’escamotage di cui Carofiglio ha abusato nella narrazione, l’utilizzo dei verbali di interrogatorio del pentito, protagonista del romanzo, nelle prime pagine erano dettagliati e abbastanza interessanti. Ma la loro ripetizione, ancora e ancora, è diventata letale.

Mi ero lamentata dello stile di Saviano, forse perchè non avevo letto Carofiglio, che prima di diventare autore di best seller faceva il PM e ne conserva fortissima l’impronta.

Colpa della febbre? Delle citazioni colte, messe come come un alibi per mascherare la sciatteria dello stile poliziesco? L’intolleranza a Carofiglio é stato un effetto collaterale dell’antibiotico?

Non lo so, il dubbio mi attanaglia. Ma non sono riuscita ad andare avanti nella lettura.

Appena ho abbandonato le vicende torbide della Bari insanguinata degli inizi anni’90 e ho capito che sapere chi avesse ucciso il figlio del boss non mi interessava, mi sono subito sentita meglio.