Dis-comfort food

L’altro giorno ho fatto il panbanana: era la prima volta ed era veramente delizioso. Così buono che la mattina seguente me lo sono finito tutto da sola. Mentre lo gustavo pensavo che le banane sono un frutto proprio buono. In famiglia Sant’ e le ragazze sono delle appassionate mangiatrici di banane, mentre io sono sempre stata un po’ freddina con questo frutto.
Ripensandoci me ne chiedevo la ragione. Poi un ricordo mi ha fulminato e il Freud che è in me mi ha illuminato…
Quando ero piccola andavo a trovare mia nonna a La Spezia. Mia nonna non era una persona normale, era sempre piuttosto burbera e arrabbiata. Sembrava anche che i bambini non le piacessero troppo.
Un giorno mia nonna ed io stavamo andando all’outlet della banana, dove vendevano le banane a pezzi. Forse perchè a quei tempi c’era meno benessere, forse perchè le banane arrivavano con le navi, a La Spezia c’era questo strano negozio di fruttivendolo, dove si potevano comprare banane a prezzi competitivi, perchè non erano l’intero frutto ma solo pezzi di banana. Probabilmente quelli che si erano salvati nel trasporto. Funzionava così: le parti nere, ammaccate, venivano buttate e rimanevano le altre, quelle integre da vendere.
Mentre ci avvicinavamo al negozio, mia nonna mi dice:
“Vedi quel bell’appartamento lassù?”, indicando le persiane delle finestre dell’ultimo piano dell’edificio dove si trovava anche l’outlet delle banane.
“Quell’appartamento non lo vuole più nessuno, perchè l’anno scorso c’è stato un omicidio. Il marito ha fatto fuori la moglie e il suo amico. Li ha proprio fatti a pezzi”
“A pezzi?”
“Si, sì, proprio a pezzi. Come le banane”, probabilmente la sfortunata similitudine è stata fatta da mia nonna per rendere il concetto più assimilabile e infatti è riuscita perfettamente nello scopo.
Avrò avuto 4-5 anni e mi sono rifiutata di andare a comprare le banane quel giorno.
E da allora sono sempre stata un po’ restia a ingozzarmi di banane. Ma mi sono appassionata alla cronaca nera.

Il derby

Anche se non mi interessa il calcio e nessuno nella nostra famiglia è tifoso, vivendo a Milano, non si può ignorare completamente quello che è successo ieri sera a S.Siro. Si incontra inevitabilmente qualcuno che commenta, fa battute, prende in giro i perdenti. Allora mi è tornato in mente il motivo per cui sono allergica al calcio.
Tanto, tanto tempo fa, quando avevo solo 5-6 anni, abitavo in un paese vicino a Parma. Mio padre che era di Monza, faceva finta di essere ancora in Lombardia: comprava il Corriere della Sera e tifava Inter.
Invece delle poesie, che a quei tempi andavano tanto per testare l’intelligenza dei pargoli, mi aveva insegnato a memoria tutta la formazione dell’Inter. Poi mi portava con lui al bar e mi faceva esibire: dovevo sciorinare nomi di attaccanti, terzini e portiere davanti al barista e agli altri clienti. Se ero brava avevo una caramella.
Per questo non mi piace il calcio, odio le caramelle e sono cresciuta un po’ strana.

P.S. Ho dimenticato di aggiungere una cosa: mio padre voleva un figlio maschio per farlo diventare calciatore.
Poi dopo la delusione della mia nascita, ha puntato tutto sulla futura progenia, dovevo almeno sfornare un maschio. Durante le mie gravidanze sperava tanto di intravvedere un pisello nelle ecografie, ma è andata diversamente…