Nessuno esca piangendo

I bambini nascono prima nella testa e poi nella pancia.
Infatti spesso si sceglie il nome del proprio figlio ancora prima di rimanere incinta, ancora prima di sapere se sarà maschio o femmina.
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Così ha fatto anche l’autrice di questo struggente memoir che ha aspettato la sua bambina sognata, Caterina, per molto tempo. Tanto da farla diventare un’ossessione, l’ossessione del suo desiderio di maternità. In Nessuno esca piangendo con una scrittura limpida, coraggiosa e molto coinvolgente Marta Verna, medico specializzata in ematologia e oncologia pediatrica, racconta il suo cammino accidentato alla ricerca di un figlio (anzi di Caterina che non è mai arrivata), gli esami, le visite, i tentativi, le cure ormonali, le procedure di fecondazione, le emozioni e i fallimenti.
Un bambino può essere un collante per una coppia ma anche la mina che fa scoppiare la complicità, che logora l’unione e l’amore. Per Marta e suo marito Fabio è stato così: quando si desidera un figlio, non si può tornare alla dimensione precedente. A quando questo pensiero non esisteva. Nel bene e nel male la ricerca di un figlio cambia tutto, per sempre. Marta Verna nel suo memoir racconta i problemi matrimoniali, l’amore e il dolore, mischiandoli alla realtà del suo lavoro: nella mente il sogno della maternità e nella realtà il contatto quotidiano in corsia, con altre madri e padri che si sono rivolti a lei come medico, perchè guarisse i loro bambini gravemente ammalati.
Ne ha salvati e ne ha visti morire altrettanti: pazienti piccoli indifesi e coraggiosi. Bambini che facevano finta di non stare poi così male per non preoccupare i genitori. Storie che commuovono fino alle lacrime, ma nelle sue pagine Marta Verna non fa sconti al pietismo e non ci sono eccessi sentimentali. C’è solo la vita raccontata nella sua verità, che a volte anche nei momenti più drammatici riesce a stupirci con la sua poesia.

«E se ne andò. Senza rumore, impercettibilmente, con la delicatezza della ballerina che non sarebbe mai diventata. La madre guardò la propria madre e parlò, per la prima volta in nostra presenza nel loro dialetto.
Nessuno deve uscire da questa stanza piangendo. Ci sono delle creature là fuori che non devono sapere. Chiama il parroco e digli di suonare le campane a festa. Devono suonare a lungo.»

In becco alla cicogna

Desiderare un figlio e crescerlo nella testa e nel cuore prima che nella pancia. Perchè la pancia rimane ostinatamente vuota, nonostante si provi e riprovi.

Con tutti i metodi: prima a casa propria, declinando i tentativi in varie tappe sempre meno divertenti. (Dal fare l’amore, a voler farsi inseminare a tutti costi, quel dato giorno a quella certa ora, per beccare l’ovulazione). Poi in ospedale, dove inizia il percorso stressante della procreazione assistita. Un cammino emotivamente e fisicamente pesante che spesso però fa nascere una grande solidarietà tra le donne che sognano di diventare madri.

Eleonora Mazzoni, attrice e scrittrice, ha vissuto questa esperienza sulla propria pelle e ne ha preso ispirazione per il suo primo romanzo Le Diffettose, da cui è stato tratto anche un bellissimo spettacolo teatrale.

Mentre ora con questo nuovo libro, nato dalle lettere ricevute dalle tante donne che sognano un bimbo e stanno percorrendo la strada della procreazione assistita,  Eleonora Mazzoni fa chiarezza su questo percorso, di cui si discute tanto nei media ma in modo confuso e spesso accusatorio.

Tra le pagine di In becco alla cicogna, in uno stile divulgativo ma molto coinvolgente, vengono analizzate tutte le problematiche che una donna deve affrontare nella ricerca di un figlio. Oltre alla postfazione con l’autorevole opinione di Carlo Famigni, ci sono interessanti ed eccentrici excursus storici sull’origine delle pratiche di fecondazione artificiale.

Tutti sanno che la prima bimba nata in provetta fu Louise Brown nel 1978, ma il primo caso di inseminazione fu “un esperimento” dell’abate Lazzaro Spallanzani che negli anni’70 del 1700 rese madre, di tre cuccioli, una barboncina. Non vi racconto come fece a procurarsi il seme del padre barboncino, ma vi lascio immaginare la strategia.

Un altro fatto sconosciuto riguarda la scoperta delle gonadotropine (fatta attorno al 1950 dall’azienda farmaceutica Serono), sostanze che servono a stimolare la produzione di ovociti. E dove si trovano in abbondanza le gonadotropine? Nella pipì delle donne in menopausa. Così Pietro Bertarelli, a quei tempi capo dell’azienda, ebbe una trovata geniale: una grande quantità di questa urina si poteva reperire nei conventi, nella pipì delle suore. Meglio se in clausura, così non c’era neppure il pericolo di contaminazioni con infezioni sessuali. Le monache accettarono di buon grado e così la Serono potè commercializzare i primi farmaci per favorire il concepimento.