Money slave?

Si incontrano a una festa. Lui sui diciotto, lei di qualche anno più “vecchia”. Ridono, scherzano. Il ragazzo fa un paio di complimenti e poi si scambiano il numero di telefono.

Silenzio per qualche mese, poi lui scrive e, a sorpresa, dopo qualche convenevole, non le domanda di vedersi, ma lancia un’altra proposta. Originale, inaspettata.

Chiede alla ragazza se può diventare il suo money slave.

Stiamo pranzando e mia figlia, tra un “passami il sale” e “vuoi ancora insalata?”, mi racconta la storia di questo strano “corteggiamento”. E’ capitato poche settimane fa a una sua amica.

Ripete e sottolinea: “Un money slave!”

Quando non reagisco con il dovuto stupore alla notizia, vengo incalzata.

“Mamma, sai chi è?“

“Sarà un masochista?”, buttò lì con nonchalance.

Non sono moralista, non mi scandalizzo facilmente. Convivo con una buona dose di cinismo e credevo anche di essere abbastanza aggiornata sulle perversioni, invece vengo squadrata con un certo compatimento. Mentre addento una fetta di pomodoro, mia figlia mi guarda delusa. Capisco di essere considerata vintage, sconnessa, disinformata. Obsoleta.

Non ho prestato abbastanza attenzione al dettaglio chiave del racconto e del concetto ho capito solo la parola slave, invece l’enfasi va posta sul primo vocabolo: money.

E quando si parla di soldi tutto assume sfumature diverse. Anche nelle relazioni sentimentali dei più giovani.

Per istruirmi mia figlia prende il cellulare e apre la pagina di wikipedia che spiega che un money slave è un individuo che ama essere trattato come un bancomat.

Felice quando gli si ordina di dare, di pagare, per soddisfare la sua padrona. Un masochista altruista che non vuole niente in cambio.

Incredula continuo a leggere per tentare di capire il fenomeno: come molte altre tendenze l’abbiamo importato dagli USA. Scopro che ci sono stati anche due servizi televisivi sull’argomento: se ne sono occupati Le Iene e Nemo. Però nei casi raccontati in televisione i protagonisti erano dominatrici e schiavi adulti. Non ragazzi diciottenni.

Mentre cerco di sintonizzarmi e capire questa strana predilezione, mi viene raccontato anche il finale della storia: il ragazzo che si candidava a bancomat, nella chat, aveva specificato anche il massimale dell’offerta. Non più di 85 euro.

Ascolto ancora, domandandomi se tale limite fosse, per caso, l’ammontare della sua paghetta.

Poi quando la sua proposta è stata gentilmente declinata, l’aspirante e acerbo money slave non si è offeso. Anzi, per far vedere che faceva sul serio ha fatto comunque una ricarica da 10 euro alla ragazza. Fine dell’approccio e anche del racconto.

Ai miei tempi avevo un’amica scaltra gattamorta che era abilissima a scroccare passaggi, cene e regalini da spasimanti che finivano regolarmente a bocca asciutta. Ma non erano money slave, piuttosto dei generosi, illusi, ottimisti ragazzi che continuavano a sperare che la mia amica un giorno cambiasse idea. Ammaliata dai loro regali li degnasse di qualche calda attenzione.

Invece questo concetto passivo del finanziatore sottomesso, mi incuriosisce e sconvolge. Non voglio credere che al tempo dei primi amori, in un universo sempre più consumista, questo fenomeno possa essere una strategia di corteggiamento.

Maschi insicuri e femmine sempre più stregate dal materialismo, non è una bella fotografia dell’interazione fra i sessi.