Starbucks: caffè ma non solo…

Di oggi la notizia che la catena americana Starbucks sbarcherà a Milano. Sono contenta anche se mi chiedo quali adattamenti saranno necessari per essere competitivi nel nostro mercato, ma forse non è neanche così importante scraniarsi troppo per trovarli. Starbucks piace molto ai più giovani, che amano da matti immortalare le loro consumazioni con il celebre logo bianco e verde, su Snapchat e su Instagram. Proprio grazie a questa passione con le mie figlie, viaggiando mi sono sciroppata molti Starbucks in luoghi diversi. E ho imparato una cosa: in questi locali all’estero non si va solo per bere il caffè, oooops… il frapuccino, moka latte, chai latte o similia, si va per il free wi-fi ma soprattutto, inutile negarlo, per andare in bagno.
Sì perchè, sarò prosaica, ma come ho scritto più volte, quando si viaggia trovare una bella toilette, vale certo il prezzo di un capuccino, tre volte più caro che in Italia. E di solito accedere ai servizi di Starbucks è facile, non ci vuole nemmeno il codice da digitare. Questa comodità non è un segreto, infatti mi ricorderò sempre di un pomeriggio in un glorioso Starbucks parigino, un posto molto bello vicinissimo all’Opera. Siamo entrate per i motivi suddetti (in ordine di importanza): gabinetto, wi-fi, caffè.
Gli ultimi due obiettivi siamo riuscite a raggiungerli facilmente mentre l’accesso ai servizi è stato da subito molto più arduo. C’era una fila lunghissima davanti ai servizi. Così bevuto il caffè, surfato un po’ sulla rete e aspettato. La fila di ragazzine in coda davanti all’ingresso del bagno sembrava perpetua. La cosa più strana era che dal bagno non usciva nessuno mentre la linea di attesa si infoltiva sempre di più. A un certo punto mi sono insospettita e così un po’ all’italiana, da impicciona o da giornalista investigativa, sono entrata nell’antibagno per capire cosa stesse succedendo. Dentro ho trovato un barbone felice, un vero clochard parigino, in mutande (di un idefinibile colore beige) sui sessanta-settanta, con capelli grigi lunghi e barba en pendant che si faceva una toilette completa. Anche lui non era andato da Starbucks per il caffè.
Gli ho detto “Bonjour” e sono andata in bagno. Poi uscendo ho consigliato alle ragazzine di entrare e ignorarlo. Alcune l’hanno fatto, mentre altre se lo sono tenuta.

Dimanche


Il paese dove alloggiamo è delizioso. Tranquillo e veramente a misura di famiglie con i bambini. E a sole 7 fermate di RER dal centro di Parigi. Quando torno posto l’indirizzo perchè è un’ottima soluzione per vedere la città ma non essere sempre in mezzo al caos e anche il rapporto qualità prezzo è buono. La casa ha un giardino dove le ragazze oggi hanno giocato divertendosi con il volano, gentilmente offerto dal proprietario (che ha una figlia di nove anni e sa come butta). Stamattina sono andata al mercato a comprare un po’ di roba per riempire il frigorifero. Mi piace da morire mischiarmi con la gente normale ed evitare i turisti. I commercianti mi hanno detto un paio di proverbi in italiano per fare i simpatici ma mai chiesto di ripetere quello che avevo detto, o peggio cercato di parlarmi in inglese. Quindi sono piuttosto soddisfatta del mio francese.
Ieri in aereo ho avuto invece un momento di panico. Mi sono rivolta ad Anita che fa francese e le ho chiesto: “Essi devono?”
Lei mi ha guardato: “Ho fatto solo i verbi della prima coniugazione!”, sottintendendo, “sono tutti cavoli tuoi!”
Oggi pomeriggio abbiamo deciso di andare all’Ile Saint Louis purtroppo ci siamo infilati proprio in mezzo alla folla dei visitatori più agguerriti. Tempo bello: il lungo Senna e la piazza di Notre Dame erano un incubo, unica pausa relax il parco giochi dietro la cattedrale, dove abbiamo fatto questa foto. Qui l’ambiente era più interessante e misto: famiglie francesi con bebé, vecchie coppie in ciabatte che sembravano ancora innamorate e si sostenevano/trascinavano a vicenda (ho dato di gomito a Sant’…) e anche qualche ubriaco che litigava, ma almeno porconava in francese così ho potuto ascoltare con interesse per arricchire il mio vocabolario di insulti in lingua. Ieri sera abbiamo mangiato tailandese, stasera marocchino, la povera Emma mi ha chiesto, preoccupata:
“Quand’è che mangiamo normale?”
Domani non solo è prevista pasta al sugo, ma anche Eurodisney o se piove giornata a La Villette, dove c’è il meraviglioso museo interattivo. Quindi stasera proverà un cous-cous e niente storie! (pas d’histoires?)

Paris


Fra tre ore partiamo alla volta di Parigi. Staremo una settimana in un appartamentino fuori città che si trova fra la capitale ed Eurodisney. La buona notizia è che c’è la connessione wifi, e quindi posso postare, la cattiva è che stavolta Eurodisney è scritto nel destino. Odio questo genere di luoghi, amo al Disney quanto la Nestlè e le mestruazioni! 

Comunque adesso stendo l’ultima lavatrice, chiudo la valigia, ripasso l’ultimo CD di Carlà, mi travesto da Amelie, faccio due urli alle mie figlie per dire che si sbrighino… e via a Malpensa!