Nella giungla di Park Avenue

Madri che appena sentono le contrazioni del travaglio corrono dal parrucchiere a farsi la piega, poi manicure e pedicure. E se ci fosse ancora tempo, prima che la testa del pargolo spunti fuori, magari anche una bella ceretta inguinale. Donne preferibilmente bionde, assolutamente esili, decisamente ricche, sposate con uomini di potere. Mogli trofeo che vivono nella tribù più ricca del pianeta, nell’Upper East Side a Manhattan. Quelle che popolano i palazzi di lusso sul lato più orientale di Central Park.

Le manie, regole, segreti e idiosincrasie di queste donne sono stati raccontati in varie occasioni. Recentamente dalla serie Umbreakable Kimmy Schhmidt (ora su Netflix) dove si illustra con esilarante ironia “il dramma” di una mamma divorziata di Park Avenue. E qualche anno fa anche da Blue Jasmine per il quale Cate Blanchett, anche lei trophy wife dell’Upper East Side in disgrazia assuefatta allo Xanax, si è aggiudicata anche l’Oscar.
Quindi dettagli sulla vita di queste signore si conoscevano, ma nessuno le aveva mai studiate e raccontate con metodo antropologico. Entrando in mezzo a loro, mimetizzandosi e adattandosi al loro habitat.

L’infiltrata speciale è stata Wednesday Martin, giornalista laureata in antropologia a Yale, che si è “sposata bene” e trasferita con marito e prole proprio nel quartiere più ricco di New York. E dalla sua esperienza è nato un libro divertente e interessante in cui racconta con lo stesso metodo con cui Jane Goodall studia i primati, gli schemi di coabitazione e soppravivenza tra le madri che vivono nella zona più esclusiva di New York, dove è difficilissimo farsi accettare.
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Bisogna abitare all’indirizzo giusto, fare almeno tre figli (quattro ancora meglio), per dimostrare di poterli mantenere alla grande. Lottare per iscriverli nelle materne più prestigiose (dove è quasi impossibile essere ammessi). Nutrirsi di centrifughe, vestirsi solo di abiti e accessori firmatissimi, farsi di botox, ammazzarsi di ginnastica e migrare tutti negli stessi luoghi (gli Hamptons e Aspen) per le vacanze.
Vendere l’anima al Dio Denaro e sperare di sopravvivere. Quello che mi ha colpito nel reportage dell’autrice è scoprire che le signore di Manhattan, così sprezzanti e algide, siano in realtà fragilissime e succubi.

Esiste infatti una rigida separazione fra gli uomini e le donne, anche negli eventi sociali, le femmine stanno fra loro e i maschi pure. L’interazione non è vista di buon occhio e gli estenuanti sacrifici delle donne per preservare bellezza, status e gioventù sono finalizzati a un unico scopo: evitare di essere rimpiazzate con un modello più giovane e rampante.
Per loro la maternità è uno status symbol e per la serenità dei figli, l’autrice sottolinea che è un comportamento comune a tutti i primati, sono agguerrite e pronte a tutto: anche a scendere così in basso da procurarsi un falso certificato di invalidità per saltare le file a Disneyland!

Ma i loro figli, sono convinta, che vorrebbero tanto avere un infanzia meno patinata e più normale. Quando sono stata a New York tre anni fa, passando in Park Avenue dopo essere stati al Met, abbiamo visto un banchetto (davanti uno dei condo di superlusso) con due ragazzini, sui 10-12 anni, vendere un bicchiere di limonata, come fanno tutti i piccoli americani per guadagnare qualche spicciolo.
Questi bambini erano molto carini ed eleganti, i loro bicchieri di carta per la limonata erano costosi così anche i fazzoletti di carta e la loro caraffa (che rinfrescava anche), chiaramente di design. Per 50cents veramente un affare.
Così ci siamo comprati un paio di limonate da rampolli di Park Avenue. Sono stati gentilissimi e felici di aumentare il capitale di famiglia.
Probabilmente dietro un albero dell’ingresso c’era mimetizzata una tata che aveva l’ordine di sorvegliarli.

New York

Prologo

Lo scorso 21 dicembre ero un po’ in ritardo per andare a prendere Emma a scuola alle 16,30 così avevo telefonato alla bidella per dirle se potevano tenere mia figlia 10 minuti in più dentro ai locali scolastici, considerato che aveva cominciato a nevicare copiosamente. La saggia bidella mi aveva risposto che magari era meglio se facevo andare a casa Emma con un’altra mamma…aveva ragione… infatti 4 ore dopo ero ancora in auto, in una Milano paralizzata dalla neve.

Il giorno dopo avevamo l’aereo alle 10,30 da Malpensa per New York e temevamo di non poter partire perchè la città, grazie alla lungimiranza dei vertici cittadini, era tutta bloccata. Invece miracolosamente l’impavido Sant’ ha guidato la nostra Mini nella siberia del varesotto e siamo arrivati all’aereoporto dove, altrettanto miracolosamente, è decollato anche il nostro aereo…leggermente stressati ma felici abbiamo affidato la nostra vita nelle mani del pilota.

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Il clima

Polare, un freddo disumano. Le temperature espresse in gradi Farenheit mi illudevano perchè sembravano un po’ più alte, andavano dai 28°F ai 35°F.  Ma in verità erano sempre attorno allo zero. Sarà che a me piace il caldo ma l’aria gelida che mi soffiava costantemente in faccia ha un po’ tarpato lo spirito esplorativo. Ero già stata due volte a New York, nella mia vita precedente, in primavera e in estate, e devo dire che era tutta un’altra cosa. Manhattan va girata a piedi e questa volta è stata un po’ dura farlo con nonchalance. Abbiamo sempre affrontato la furia degli elementi bardatissimi: sciarpa, berretto, guanti…peggio che sulle Dolomiti. Sant’ ha fatto l’alpino e quindi era un tantino più rilassato. Abbiamo saltato alcune mete che avevamo in programma ma siamo stati intrepidamente a Central Park, dove abbiamo visto i pattinatori, molti turisti russi completamente a loro agio con il clima, parecchi scoiattoli e ci siamo fatti questa foto. E’ bastato un minuto seduta sul muretto e mi si sono gelate le chiappe!

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I taxisti

Sono tutti molto nervosi, quasi borderline. Il traffico della Grande Mela è molto caotico e stressante e i taxisti ne fanno le spese, suonano il clacxon a manetta e si infilano ovunque. (La neve però viene spazzata via in un nano secondo). Dopo aver salvato la pelle nel viaggio di andata abbiamo rischiato di brutto nel taxi che ci ha portato dall’aereoporto all’hotel. Il nostro driver era particolarmente irritato dal traffico congestionato della superstrada/tangenziale/sopraelevata/megaponte che portava a Manhattan. Insofferente a ogni regola del codice della strada,  comunicava il suo stress prima tamburellando con le dita sul volante, poi partiva con uno slalom tra le auto zizgando a tutta velocità a destra e a sinistra pur di sorpassare. A volte inchiodava imprecando. Emma fortunatamente, stravolta dal viaggio e dal fuso orario dormiva, mentre io e il resto della famiglia pregavamo silenziosamente pentendoci dei nostri peccati ogni volta che ricominiciava a tamburellare.  Prima di frenare davanti all’hotel all’ultimo semaforo ha urlato dal finestrino:
“Move baaack!!!”,  facendo il pelo a una povera turista giapponese che stava educatamente aspettando il verde a un semaforo pedonale.
Però una volta vaccinati a loro umori, i taxisti newyorkesi si possono anche  apprezzare soprattutto perchè sono molto numerosi e meno cari dei nostri.

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Il cibo

Era uno dei miei timori, invece è stata una piacevole sorpresa. Soprattutto per due motivi: nel nostro albergo c’era un ottimo ristorante italiano perciò alla sera quando tornavamo stravolti e infreddoliti, invece di tentare un’altra escursione per trovare un posticino dove mangiare, cedevamo alla pigrizia e alla comodità e mangiavamo in hotel. Le mie figlie erano contentissima di farsi un buon piatto di gnocchi o di ravioli, da vere italians. Per il pranzo invece abbiamo scoperto Hale & Hearty, una catena di fast food dove le zuppe sono il piatto forte ed erano veramente buonissime. Il colpo di fulmine è avvenuto il primo giorno, mentre eravamo in cima a Top of the Rock, come suggerito dall’ex newyorkese Wwm. Il Top of the Rock è la sommità del Rockfeller Centre da cui si può vedere tutta Manhattan (la prima foto è stata scattata lì). Tra un click e l’altro un odorino di sugo al pomodoro ci inebriava. Sempre da veri italians, che sentono quel certo languorino all’ora di pranzo,  abbiamo cominciato a dirci:

“Uhmm…che buono, ma da dove viene?”

Seguendo il naso, quando siamo scesi dalla sommità del edificio, abbiamo scoperto che proprio sotto c’era la meravigliosa cucina dello zuppodromo e il relativo negozio. Unico neo il fatto che i posti da sedere sono pochissimi, perchè questo cibo è essenzialmente take away. Quindi per sederci dovevamo fare la posta ai pochi tavolini disponibili.
Poi abbiamo provato hamburger e milkshake da Johnny Rockets una catena di diner in puro stile anni ’50. Con tanto di musica di Elvis e jukebox sul tavolo. L’abbiamo sperimentato in un mall del New Jersey a grande richiesta di Anita ed Emma.

Poi grazie ai favolosi consigli di Caia, che l’anno scorso abitava a New York, ci siamo fatti dell’ottimo sushi in un ristorantino del Village.

(continua…)